Sentimento Espresso, il libro per il trentennale della Time Records

 

Attraverso Sentimento Espresso, un mix tra una (ricca) gallery fotografica e vari capitoli autobiografici, Giacomo Maiolini apre i cassetti della memoria ripercorrendo a ritroso la sua vita e le tappe della sua casa discografica, la Time Records, partendo dal primo 12″, “Funny Dancer” di Atrium. In un ritaglio di giornale riportato all’interno del libro si legge: «La Time Records è la prima etichetta bresciana di disco dance (così come ai tempi si chiamava l’italo disco, nda) di cui è produttore esecutivo un giovane di Cazzago, Giacomo Maiolini, già promessa del basket ed ora gettatosi in prima persona nel mondo delle sette note e dei quattro salti». Per Maiolini però il primo disco pubblicato ufficialmente è “Let Me Trouble” di Deborah Haslam, co-prodotto con Gianfranco Bortolotti e ceduto alla Crash (gruppo Il Discotto).

La Time Records dei primi tempi è, come sottolineato nel libro, ispirata dai dischi che giungono dall’altra parte dell’Atlantico a firma Patrick Cowley e Bobby Orlando, artisti che collegarono la disco alla new wave e al synth pop, sulla falsariga di quanto avviene in Europa qualche anno prima con Giorgio Moroder. Quando l’italo disco termina la sua parabola commerciale, l’interesse di Time Records si sposta verso eurobeat ed hi-NRG, principalmente destinati al Giappone.

Dal 1990 Maiolini è attratto dalle potenzialità della house ed inventa l’etichetta Italian Style Production: un nutrito gruppo di DJ, musicisti e produttori riversa su di essa un vero fiume di produzioni. Alcune spiccano in termini di visibilità, come Dirty Mind, Jinny, U.S.U.R.A., Deadly Sins, Aladino, Silvia Coleman e Marvellous Melodicos.  La produzione per il Giappone però continua senza sosta (si contano oltre 700 12″ pubblicati sino al 1998 col logo Time Records), ma per creare un distinguo stilistico nel 1992 viene lanciato il nuovo marchio Time col payoff Mixin’, Singin’ Movin’. Ad aprire il catalogo è “Never Give Up” di Jinny. Il brand cavalca per intero l’onda eurodance ed italodance con centinaia di nomi (tra cui Molella, Taleesa, Carol Bailey, Datura, DJ Dado) e con le popolarissime compilation di Albertino, le “DeeJay Parade” e le “Alba”. A generi correlati sono destinate svariate sublabel, come Line Music, In Out, Downtown, Suntune, Sunlite, Moonlite e la Rise, quest’ultima ancora in attività.

Davvero tante le fotografie raccolte in Sentimento Espresso, tra cui quelle che immortalano i momenti delle prime licenze (“The Chief” di Tony Scott, 1989, “We Can Do It (Wake Up)” di James Howard, 1992), quella che sancisce la collaborazione con Rollo, fratello della cantante Dido e futuro membro dei Faithless, e di tanti personaggi che, in un modo o nell’altro, hanno gravitato intorno alla Time (Claudio Coccoluto, Ciuffo, Alex Natale, Pierpaolo Peroni, StoneBridge, Boy George).

Interessanti le parti in cui Maiolini descrive il suo rapporto coi fratelli Lombardoni (Anna, Vittorio e il compianto Severo), col Giappone e con Albertino, ma per chi cerca aneddoti il capitolo ‘Backstage Di Un Successo’ risulta indubbiamente il più attrattivo, seppur avrebbe fatto piacere leggere molti più retroscena rispetto a quelli relativi agli appena quattro dischi presi in esame (Outhere Brothers, Tamperer, Black Legend, O-Zone). Il discorso del rapporto con Albertino viene affrontato già nella prefazione (scritta dallo stesso Albertino) in cui si legge: «Erano molti quelli che pensavano al DeeJay Time come una sorta di showcase della casa discografica. Devo dire che spesso lo sembrava». Maiolini invece narra il legame col noto DJ come un’amicizia nata in modo casuale nel 1984 e via via consolidatasi sino alla collaborazione suggellata da numeri importanti (come le 300.000 copie della “DeeJay Parade Volume 5” nell’autunno del 1994). «Pare buffo pensare che nonostante la grande amicizia e i pensieri di alcuni dei miei competitor che mi ritenevano un privilegiato proprio in virtù di questa amicizia, io non abbia mai chiesto ad Alberto di passare un disco di Time. Al contrario sono molteplici gli aneddoti che raccontano di dischi che lui stesso aveva bocciato e che, una volta rivelatisi dei successi, era “costretto” a passare in radio» dichiara.

Il libro, scritto in italiano ed inglese, è stato presentato quasi un anno fa in occasione dell’evento del 3 dicembre 2014 per la chiusura dei festeggiamenti del trentennale di attività di Time Records. Si presenta in un formato simile ad un photo book (dimensioni 28 x 28), finemente rilegato, e nell’Extra Luxury in edizione limitata raccoglie anche 15 CD coi più importanti successi dell’etichetta ed una penna USB personalizzata. Lo stesso Giacomo Maiolini, in un post del 12 gennaio 2015, annuncia l’uscita di una “extended version” del libro, sia cartacea che digitale, ma dalla sede della Time ci fanno sapere che Sentimento Espresso non verrà mai messo in vendita, poiché nato solo come regalo per celebrare i trent’anni dell’etichetta bresciana. (Giosuè Impellizzeri)

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DJ Fopp, i ricordi dell’italo house

DJ Fopp vCorre il 1990 quando la Inside, etichetta della Media Records di Gianfranco Bortolotti, pubblica “What You’re Gonna Do”, il disco di Fortunato Gallucci alias DJ Fopp. La sua prima produzione però esce già cinque anni prima e cavalca il fenomeno imperante dell’italo disco, ma è la house la vocazione di Gallucci. L’affermazione internazionale di progetti italiani come 49ers (del citato Bortolotti), Black Box, FPI Project e Double Dee, spingono tantissimi a cimentarsi nella produzione di brani ballabili e rigati dalle classiche pianate che diventano un vero e proprio marchio distintivo (e che all’estero qualcuno ribattezza, pure in senso denigratorio, spaghetti house). Adoperando l’acapella di “Passion From A Woman” delle Krystol (1986) viene fuori un pezzo con tutte le caratteristiche tipiche di quel periodo storico. Abbiamo incontrato DJ Fopp per farci raccontare qualcosa in più.

Perché Fopp? C’è un significato dietro questa sigla? Fo stava forse per Fortunato?
La mia prima esperienza radiofonica, a Radio Jesolo n°1, risale al 1976. Avevo bisogno di un nome d’arte e presi spunto da un pezzo degli Ohio Players contenuto nell’album “Honey”, intitolato per l’appunto “Fopp”.

La tua prima esperienza discografica invece?
Risale al 1984 con “Love Dance” di Jet Set, uscito agli inizi del 1985 su Good Vibes. La copertina ritraeva me e il mio amico Lorenzo Polesel detto Lollo con cui produssi il brano. In “Love Dance” cantammo entrambi e ci avvalemmo anche della stupenda voce di Dora Carofiglio dei Novecento. Tutte le parti furono registrate al Sandy’s Recording Studio di Sandy Dian, a Gambellara, in provincia di Vicenza.

Come e dove realizzasti “What You’re Gonna Do”? Come ti venne l’idea di usare l’acapella delle Krystol?
L’embrione del brano nacque a casa mia, nel mio home studio. Coadiuvato dai campionatori Akai ed Emax della Emu System riuscivo ad ottenere delle demo molto vicine al prodotto finito. All’epoca era una moda campionare acapellas e creare brani ex novo su queste, vedi “Ride On Time” dei Black Box costruito su “Love Sensation” di Loleatta Holloway. Il cantato delle Krystol mi ispirava particolarmente e quindi decisi di adoperarlo. Registrai il pezzo insieme all’amico Giancarlo Cuzzolin presso il Prisma Studio di Padova di Walter Cremonini. Fu proprio Cremonini a proporre il brano alla Media Records di Bortolotti. Negli studi di Roncadelle fu realizzato un re-touch finale, con Luca Lauri e Pieradis Rossini, oltre al mixaggio curato da quest’ultimo.

Quanto vendette il mix di “What You’re Gonna Do”?
Non me l’hanno mai detto. So però che fu licenziato in Francia da Airplay Records/Carrere sia in vinile che CD e fu inserito in una compilation che vendette migliaia di copie.

Il pezzo era piuttosto simile a “Don’t You Love Me” dei 49ers ma non ebbe lo stesso successo. Perché non riuscì ad imporsi nel medesimo modo?
Non ricordo se uscì prima il mio singolo o quello dei 49ers, ma obiettivamente non presi spunto da nessuno se non dal sound che era più in voga ai tempi. Probabilmente ad avvicinare ulteriormente il brano allo stile 49ers fu il re-touch di Rossini.

Perché non continuasti a collaborare con l’etichetta di Gianfranco Bortolotti?
Perché non si presentò più l’opportunità. Nel 1993 conobbi Massimo Giabardo col quale produssi svariati brani editi dalla UMD (Underground Music Department, gruppo Dig It International), Anty Record ed altre ancora.

(Giosuè Impellizzeri)

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PKA – Let Me Hear You (Say Yeah) (Stress Records)

PKA - Let Me Hear You (Say Yeah)“Fisionomia di una hit negli anni Novanta”, si potrebbe recitare. Perché alcuni dischi, nonostante non siano diventati successi a livello mondiale, hanno comunque influenzato diverse produzioni dello stesso genere.
Nell’annata 1990 spicca il disco di un produttore inglese, Philip Kelsey, ai tempi apprezzato membro del DMC (Disco Mix Club), importante organizzazione britannica di DJ passata alla storia per aver dato vita alla famosa competizione che ha eletto come icona il turntablism. A pubblicarlo è la Stress Records capitanata da Dave Seaman, che negli anni successivi lancia anche Jon Pearn e Michael Gray sotto molteplici alias come Greed, Full Intention, Sex-O-Sonique ed Hustlers Convention.

Oltre a qualche suono sottratto al Rock, “Let Me Hear You (Say Yeah)” gira su un incisivo arpeggio e vari sample vocali prelevati da “Spread Love” dei Fatback Band e “Let The Rhythm Hit ‘Em” di Eric B. & Rakim. Sul lato b c’è “Blipsync” che ospita un altro campione, “Funkytown” dei Lipps, Inc.. Il singolo svetta nelle classifiche europee, Italia inclusa, Paese dove viene licenziato dalla Underground, etichetta appartenente al gruppo Media Records.

Pochi mesi dopo, su un’altra label della struttura bresciana di Gianfranco Bortolotti, appare “We Need Freedom” degli Antico, che si ispira proprio al brano di PKA riuscendo ad amplificare il successo, soprattutto in Italia dove è tuttora considerato un classico a tutti gli effetti.

L’exploit di Kelsey comunque resta un caso isolato, visto che i successivi singoli, “Temperature Rising” e “Powergen (Only Your Love)”, usciti tra 1991 e 1992, non riescono ad assicurare longevità a PKA. (Luca Giampetruzzi)

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Cristiano Balducci – 20 Minutes Of Fear (Killer Clown Records)

Cristiano Balducci - 20 Minutes Of FearCorre il 1998 quando esce questo 12″ sulla Killer Clown Records, etichetta creata l’anno prima dallo stesso Balducci e dal compianto Mauro Tannino. In realtà Killer Clown non si occupava solo di musica ma anche di video professionali e paracadutismo estremo, ma la prematura scomparsa di Tannino, avvenuta il 12 agosto 2000 in seguito ad un incidente paracadutistico, rese impossibile dare un seguito al progetto, discograficamente attivo per appena cinque pubblicazioni.

Il disco di Balducci, il secondo del catalogo (è marchiato KC 001 ma esiste il KC 000 del ’97, ossia “Link” del citato Tannino) è intriso di suoni analogici. «In prevalenza usai Roland TB-303 e TR-909 ma anche sintetizzatori come Roland JD-800, Roland Juno-106 e il Sequential Circuits Prophet 5» rivela oggi l’autore. «Pilotavamo tutto attraverso un Atari ST-1040 su cui era installato Cubase, il mixaggio era effettuato con un Soundcraft con due canali Neve esterni per ripassare il master, e poi compressori Tube Tech e Focusrite, riverberi Urei a molla… insomma, non stavamo affatto messi male».

Tre i pezzi incisi: “Mannequin” si apre con un sample vocale (tratto da “Plastiphilia” di Dopplereffekt, 1995) montato su un telaio ritmico minimalista, a cui si somma un imperturbabile bassline ed un frammento melodico (che pare un ritaglio di un arpeggio), “Fear”, interamente su battuta spezzata con lampi acidi sullo sfondo, simili a fulmini che si stagliano nel cielo quando si avvicina un violento temporale, e “Don’t Stop” (pronta già dal 1995 ma obbligata a rimanere nel cassetto per mancate offerte di pubblicazione), la più intrigante di tutte. Una spirale acida avvolge un classico ritmo binario ed una parte vocale erotica.

Il brano entra a far parte della colonna sonora del film postumo di Claudio Caligari “Non Essere Cattivo”, uscito da pochissimi giorni e presentato fuori concorso alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. «Oltre a “Don’t Stop” nel film ci sono altri miei pezzi prodotti tra 1994 e 1995 ma usciti in vinile solo tra 2003 e 2004 su H*Plus, ossia “Snatch”, “Robot’s War” e “Rave On!”, oltre all’inedito “Subliminal 3”. Sono amico di vecchia data di Valerio Mastandrea, mi ha parlato del film molto tempo prima di iniziare le riprese e così gli ho messo a disposizione circa settanta/ottanta brani dell’epoca. Lui ne ha scelti cinque. Ho partecipato emotivamente al film per tutta la durata delle riprese, recandomi spesso sul set dove c’era anche il maestro Caligari, nonostante le precarie condizioni di salute. Si è arreso alla malattia soltanto alla fine delle riprese. I sette premi vinti a Venezia sono tutti per lui».

“20 Minutes Of Fear”, stampato in 2500 copie (la tiratura minima dei tempi) fu suonato, come ricorda Balducci, anche da DJ di fama internazionale come Hell, Colin Faver, Joey Beltram e Miss Djax. A supportarlo in Italia invece furono Freddy K, in Virus sulla laziale Mondo Radio, e Tony H, nel suo programma From Disco To Disco in onda su Radio DeeJay e con una recensione su Trend di settembre ’98 («un sogno erotico per niente scontato diverso dalla solita “trombata da spiaggia”, un technorgasmo consigliato a tutti i porno-ascoltatori d’Italia»). Sarà proprio Tony H, qualche anno più tardi, a pubblicare tre 12″ di Balducci sulla propria H*Plus. (Giosuè Impellizzeri)

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20 Years Compost Records, il libro celebrativo

20 Years Compost RecordsCompost Records è tra le prime etichette tedesche a seguire un percorso fatto di ibridazioni tra House, Hip Hop, Jazz, Rare Groove, Funk, Soul, Fusion, Brazilian e Downtempo, sulla scia di realtà britanniche come Acid Jazz, Mo Wax, Talkin’ Loud e Ninja Tune. A fondarla nel 1994 è Michael Reinboth, DJ, giornalista, promoter, collezionista di dischi e redattore di articoli per libri, attivo sin dal 1980, anno in cui crea il magazine Elaste, nome riesumato nel 2006 per una serie di compilation. Compost si configura presto come crocevia di artisti non legati al ‘four to the floor’, seppur la maggior parte di essi siano DJ ma anche polistrumentisti con idee che rifuggono dal soddisfare unicamente le esigenze fisiche della gente che si accalca nelle discoteche. Tra i più rappresentativi Beanfield, Fauna Flash, Turntable Terranova e Trüby Trio. Il catalogo cresce di anno in anno, annettendo nuove sublabel tematiche (Angora Steel, Compost Black Label, Compost Disco, Drumpoet Community, Jazzanova Compost Records) e fibrillanti suggestioni sotto il segno di quello che verrà identificato in Future Jazz.

Per celebrare il ventennio di attività esce un libro (scritto in inglese e tedesco) che raccoglie praticamente tutto ciò che si possa dire su questa consolidata realtà discografica, fedelmente ancorata all’humus artistico che considera la musica una forma d’arte e non un mezzo per innescare affari. Per chi collega compost solo al fertilizzante non sarà proprio facile immergersi nel mondo di Reinboth & soci, vista l’assenza di una sezione analitica sulle tappe e sull’evoluzione dei progetti, ma in compenso c’è una lunga intervista allo stesso Reinboth (e al DJ/giornalista Michael Rütten) in cui il dna di Compost viene palesato in modo sorprendente.

Tra le prime risposte si legge: «Persone che consideravo artisti-chiave ed ammiravo da molto tempo iniziarono a suonare i nostri dischi nei club e nei programmi radiofonici, oltre a recensirli sui giornali, anche se non abbiamo mai avuto l’ambizione di finire nelle classifiche». E poi: «Trovo più affascinante pubblicare musica di emergenti piuttosto che quella di nomi già affermati, seppur questo rappresenti un grosso rischio perché non supportati dalla fama e popolarità che l’artista già noto si tira dietro». Reinboth coglie l’occasione per fare una importante rivelazione: «Nel momento di massimo sviluppo c’erano ben tredici persone al lavoro in ufficio mentre ora siamo appena in cinque. Dal 2002 c’è stata una flessione, e proprio quell’anno perdemmo moltissimi soldi a causa del fallimento del nostro distributore (presumibilmente la Studio Distribution, ndr). Senza mia moglie e il suo lavoro da medico che garantisce un buono stipendio, non sarei stato in grado di vivere solo coi proventi dell’etichetta». Trattasi di aspetti economici comuni a gran parte delle etichette indipendenti che, in questi frenetici anni di digitalizzazione culturale, hanno progressivamente visto svuotare le proprie casse a causa della dilagante pirateria ma anche per l’approccio che le nuove generazioni, non più avvezze ad investire denaro in dischi, riservano alla musica.

Reinboth ricorda anche i tempi in cui affiancava gli artisti in studio svolgendo ruolo di “guida spirituale”. Con l’evoluzione di internet e la possibilità di produrre musica con un semplice computer portatile è mutata la comunicazione con l’artista. «Non ho conosciuto di persona almeno il 30% degli artisti messi sotto contratto negli ultimi anni». Ci sono momenti in cui il tedesco appare particolarmente nostalgico, e da inguaribile collezionista di plastica circolare (il suo archivio consta di circa 60.000 vinili) ricorda quando «dovevi consultare pazientemente i cataloghi, scrivere lettere o inviare fax a quei pochi negozi che effettuavano vendita per corrispondenza, e poi pagare con assegno. Non esistevano Discogs, PayPal e Shazam. Poi impolverarsi le mani nei negozi di dischi usati e parlare col titolare dietro il bancone. Mi mancano quei giorni. Oggi lo stato della disponibilità è vicino alla perfezione. Tutto è istantaneo ma più asettico».

Insomma, il digging vinyl pare abbia perso passionalità e si sia freddamente meccanizzato, avvicinandosi più al concetto di fare la spesa in un grande centro commerciale, dove è possibile trovare ogni cosa girando da uno scaffale all’altro e col minimo sforzo, che alla più faticosa (ed avvincente) ricerca di possibili “tesori perduti o dimenticati”. Pro e contro, come sempre e in tutto. «Puoi avere un qualsiasi pezzo in pochi secondi ma il disco resta qualcosa di speciale ed impareggiabile, che accende l’amore per la musica. MP3 e WAV, per me, restano formati astratti».

In questo contesto non manca uno sguardo al clubbing moderno, contraddistinto dalla spiccata commercializzazione su scala industriale e l’idolatria del DJ, con opinioni sulla Boiler Room in un botta e risposta con Rütten che spinge alla riflessione. Gli ingaggi milionari di certi (superstar) DJ hanno banalizzato la club culture privandola di sorprese e livellandola inesorabilmente? Si punta solo sulla reazione di abnormi folle di giovanissimi, innescata e garantita da abili, persuasive e maliziose campagne di marketing? Insomma, quello che si vive oggi è solo un effimero trend di tipo consumistico?

Di questo e di altro si parla in un libro che vale davvero la pena avere nella propria biblioteca, anche perché corredato da oltre quattrocento foto d’archivio, copertine, memorabilia, dichiarazioni di artisti e pure un supplemento allegato intitolato “Bits And Bobs”, in cui vengono svelati segreti ed aneddoti (dall’incontro al batticuore con David Byrne ai cinque dollari scovati nell’album dei Chi-Lites, dal fax che si inceppa e che determina la creazione del logo alla causa tra la Yellow Productions e Jane Fonda per via del sample non autorizzato in “Gym Tonic” di Bob Sinclar – ma a raccontare è DJ Yellow).

C’è davvero di tutto nel volume curato graficamente da Andreas Gnass (con un’atipica rilegatura ed un’insolita copertina sostituita da una scatola in cartone che lascia intravedere la parte superiore) che però non dimentica la cosa più importante, la musica. All’interno infatti c’è il codice per scaricare una speciale compilation fatta di ben quaranta brani e che segna un importantissimo traguardo, la cinquecentesima uscita. Il tutto sotto il segno di uno stile unico che più di qualcuno ormai indica come “Compost Sound”. (Giosuè Impellizzeri)

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Hip House, alti e bassi di un genere storico

hip houseUna strana storia quella della Hip House, ibrido tra Hip Hop ed House che alla fine degli anni Ottanta trova il suo momento di gloria grazie a diversi artisti come Fast Eddie, Kool Rock Steady (cugino di Afrika Bambaataa prematuramente scomparso nel 1996) e Jungle Brothers, riuscendo poi, periodicamente, ad arrivare nelle classifiche con varie produzioni. Inizialmente il terreno più fertile è senza dubbio l’America (Chicago in primis), ma pian piano il suono di questi frizzanti brani contagia anche l’Europa, anche perché tali influenze riescono a contaminare progetti che strizzano l’occhio al mainstream, come Technotronic, C&C Music Factory, Snap! o Rob ‘N’ Raz.

L’Italia vive il fenomeno Hip House con grande partecipazione, giacché molti DJ cavalcano l’onda di questo successo e anche le radio iniziano ad inserire brani nelle loro playlist (Jovanotti, su Radio DeeJay, è uno tra questi). Parlando del 1990 ad esempio, i 2 In A Room riescono a fare capolino nelle chart con “Wiggle It”, brano che sfocia nel suddetto mainstream grazie ad un ritornello orecchiabile che, un po’ a scoppio ritardato, qualche anno dopo influenza (mentre imperversa ormai l’Eurobeat) svariati progetti che riescono a fare dell’Europa la loro terra di conquista più che il proprio Paese d’origine. The Outhere Brothers, ad esempio: “Pass The Toilet Paper” svetta in tutte le classifiche nella primavera del 1994 e per il trio (poi diventato duo) di Chicago è un trionfo, seguito da “Don’t Stop” (prodotto interamente in Italia dalla Time Records di Giacomo Maiolini), “La La La Hey Hey” e “Boom Boom Boom”.

A questo punto la Hip House diventa “catchy”, sia negli arrangiamenti che nelle parti rappate, e nel biennio ’94/’95 molti seguono con grande successo questo filone. Reel 2 Real con “I Like To Move It”, 740 Boyz con “Shimmy Shake”, 2 In A Room con “El Trago”, KC Flightt con “Bang!”, 20 Fingers con “Short Dick Man”, Greed con “Pump Up The Volume” e diversi altri arricchiscono il tutto, utilizzando sonorità attualizzate, come gli inglesi N-Trance che coinvolgono per i loro brani il compianto rapper Ricardo Da Force, in precedenza collaboratore dei KLF (ai tempi di “The White Room”).

Come per tanti generi però arriva un momento di saturazione, e mentre il mercato Dance e i gusti musicali dei giovani si spostano verso un suono Progressive, per l’Hip House giunge una battuta di arresto dopo l’estate del 1996. Un canto del cigno che chiude un periodo dorato ancora oggi ricordato con grande piacere da appassionati ed addetti ai lavori. (Luca Giampetruzzi)

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Razor Boy & Mirror Man – Cutter Mix / Beyond Control (Rabbit City Records)

Razor Boy & Mirror Man - Cutter Mix - Beyond Control Esauritosi il movimento dei rave illegali, a partire dal 1990 in Inghilterra si assiste alla nascita di un nuovo ceppo stilistico, non più ispirato direttamente dalle scuole di Detroit e Chicago. L’arrivo sul mercato di strumenti a basso costo e di software come Cubase (e successivamente Notator) permette a molti di allestire studi di fortuna in cui cimentarsi nell’attività produttiva. I più intraprendenti mettono su etichette indipendenti concepite in modalità do it yourself, senza preoccuparsi del marketing per ottenere risultati economici in tempi brevi. Tra queste label c’è la Rabbit City Records, fondata nel 1991 da Colin Faver e Gordon Matthewman.

Ad inaugurare il catalogo sono loro stessi, nascosti dietro l’alias Razor Boy & Mirror Man, con una doppia a side che, a primo ascolto, pare solo un miscuglio di materiale eterogeneo. A rendere ancor più acuto il senso di straniamento è l’incredibile successione di ritagli, di campionamenti e di cut-up sonori che mandano in crisi chi ascolta, rendendolo incapace di classificare quel tipo di musica.

È proprio il caso di “Cutter Mix” e “Beyond Control”, due calderoni in cui i DJ versano e mischiano un mucchio di roba. Nel primo si riconoscono frammenti di “Planet Rock” (Afrika Bambaataa & Soulsonic Force), di “I Like It” (Landlord Featuring Dex Danclair) e di “Golden Dreams” (CJ Bolland) ma è nel secondo che Faver e Matthewman fanno convergere scariche ancor più elettrizzanti. Con un puzzle creato dalla fusione di elementi tratti da “Free” (E-Type Remix) di X-Static, “Laura Palmer’s Theme” di Angelo Badalamenti (già in “Go” di Moby ma c’è chi sostiene che tutto sia partito nel 1981 da “Ludus” di Doris Norton), “Mentasm” di Second Phase, “Other Side Of Life” di Vision, “Dream Girl” di Pierre’s Pfantasy Club ed altri ancora, ottengono un incredibile distillato che manda in sollucchero i DJ. Per far fronte alle continue richieste il disco viene ristampato più volte ma sempre in formato white label/stamped. Dopo quasi quindici anni è diventato un cult dell’Hardcore/Techno/Breakbeat inglese, ancora in grado di incendiare i set dei più audaci.

La Rabbit City Records resta attiva sino alla fine degli anni Novanta, annoverando nel catalogo Force Mass Motion, Black Acid, Spiral Tribe e il secondo volume di “Analog Bubblebath” di Aphex Twin. Colin Faver invece, che ricoprì principalmente ruolo di A&R e che è considerato a ragion veduta uno dei pionieri della club culture britannica, non è più tra di noi da qualche giorno. Avrebbe compiuto 64 anni il prossimo 24 dicembre. (Giosuè Impellizzeri)

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