Follow-up, croce e delizia dei produttori dance

FORTUNE-IS-IN-THE-FOLLOW-UPIn un mondo costellato di mix e remix, uno dei compiti più ardui per i produttori dance negli anni Novanta è realizzare i cosiddetti follow-up. Ma cosa è precisamente un follow-up? Nella maggior parte dei casi, nel panorama mainstream, si tratta del brano che segue la hit realizzata dallo stesso artista. Alcuni dicevano (e dicono ancora) che arrivare al successo con un disco può essere facile, il difficile è mantenerlo. Verissimo. E il follow-up, croce e delizia di tanti produttori, diventa un elemento cardine di questo processo. Tanti azzeccati, altrettanti sfortunati per tutta una serie di motivi, o perché non forti come il disco precedente, o perché troppo simili. Il successo, d’altronde, può cogliere impreparato chiunque, musicalmente parlando. Nella dance gli esempi sono tantissimi, anche troppi, e in questo articolo ne andrò a citare alcuni che non hanno avuto il riscontro sperato.

Twenty 4 Seven “Are You Dreaming?” (1990)
Il classico follow-up basato sulle “fondamenta” della hit precedente. Dopo essere stati tra i protagonisti dell’annata discografica con “I Can’t Stand It” (sesto singolo più venduto dell’anno in Italia), gli olandesi Twenty 4 Seven producono un brano che non riesce proprio a svettare nelle classifiche, come anche i successivi. Una vera e propria meteora del panorama dance.

Snap! “Exterminate” (1992)
Francamente il compito è davvero difficile, ossia emulare il successo di “Rhythm Is A Dancer”,che ha davvero fatto la storia della eurodance anni Novanta con milioni di copie vendute. Un follow-up atipico visto il cambio di sonorità (più vicine a “The Power”) che lascia spiazzati gli addetti ai lavori.

Felix “It Will Make Me Crazy” (1992)
“Don’t You Want Me” è un disco fortissimo: costruito su un campione vocale delle Jomanda (“Don’t You Want My Love”, del 1989), riesce a catalizzare l’attenzione generale nel 1992 e diventare uno dei brani più belli di tutto il decennio. Il seguito, uscito nello stesso anno, ne riprende gli elementi principali risultando semplicemente un buon disco ma nulla di più.

Whigfield “Another Day” (1994)
Gloria anche per le produzioni dance italiane, nel 1994. “Saturday Night” (pubblicato già nel 1993 ma senza ottenere riscontri) vende ben 1 milione di copie solo nel Regno Unito nell’autunno dello stesso anno ma il follow-up viene forse rilasciato troppo a ridosso del precedente (e, a dire il vero, è anche troppo simile), tanto da passare inosservato nelle classifiche. Va meglio invece, dopo qualche mese (estate 1995), a “Think Of You”.

Quadran “Free Your Mind” (1996)
Il 1996 è un anno fortunato per i brani strumentali, ma già a fine 1995 i pezzi di tale genere iniziano a fare capolino nelle classifiche, come “Eternally” dei Quadran, parecchio programmato anche in Italia. Il duo di stanza in Belgio non perde tempo e dopo pochissimo tempo prova a cavalcare l’onda del successo con “Free Your Mind”, pezzo molto d’atmosfera che però presenta poco appeal radiofonico rispetto al precedente.

B.B.E. “Flash” (1997)
Arrivati inaspettatamente al grande successo nelle classifiche europee nel 1996 con la strumentale “Seven Days And One Week”, il trio francese formato da Bruno Sanchioni, Bruno Quartier ed Emmanuel Top produce un follow-up di ottima qualità che però si (dis)perde dopo un buon inizio, calando il sipario sul successo commerciale del progetto.

Paradisio “Vamos A La Discoteca” (1997)
Alcuni progetti dance degli anni Novanta sono perfetti per il periodo estivo, non solo per i brani, decisamente allegri, ma anche per l’aspetto delle cantanti. In questo caso Marisa, vocalist del progetto belga Paradisio, appare sempre con parrucche colorate. “Bailando” infiamma l’estate del 1997 ma non fa altrettanto il follow-up, uscito nell’autunno dello stesso anno.

Whirlpool Productions “The Cold Song” (1997)
“From: Disco To: Disco” nasce davvero per caso, in studio di registrazione, mentre uno dei componenti del progetto, Eric D. Clark, intona un motivetto orecchiabile in uno stato fisico non molto sobrio. Diventa uno dei grandi successi del 1997. Il disco successivo non ottiene gli stessi riscontri, rispedendo i tedeschi nell’ambito della musica house da club.

Bacon Popper “Rejoice In Love” (1998)
Tra i dischi-rivelazione dell’estate 1998 c’è “Free” degli italiani Bacon Popper, incentrato sul riff di “New Year’s Day” degli U2 e su una ritmica parecchio efficace, che ottiene un ottimo successo anche all’estero, in particolare in Francia. Non va però bene al secondo singolo, che ripesca “Bette Davis Eyes” di Kim Carnes. «Odio fare i follow-up» afferma qualche tempo dopo Paola Peroni, DJ e responsabile del progetto.

ATB “Don’t Stop!” (1999)
Dopo essere stato parte integrante del progetto Sequential One (insieme a Thomas Kukula alias General Base), il giovane André Tanneberger prova, alla fine del 1998, ad uscire allo scoperto con lo pseudonimo ATB e il brano “9 PM (Till I Come)”. Successo europeo ma follow-up davvero troppo simile. Non un flop ma nemmeno un disco da ricordare come il primo.

(Luca Giampetruzzi)

© Riproduzione riservata

Annunci

Michael Hammer e Gianni De Luise: gli anni Novanta di Italia Network

coppia«È la radio leader della musica dance, impostata sul modello americano: quaranta brani a rotazione. Nasce nel 1981 ad Udine, piccola capitale della musica da discoteca, e diventa network nel 1986». Si apre con queste parole un trafiletto su Italia Network apparso su TV Sorrisi E Canzoni del 26 giugno 1993, in cui si legge pure la dichiarazione dell’amministratore delegato Andrea Gandolfi: «La carta vincente è stata quella di puntare sui ragazzi, sono loro il nostro investimento per il futuro». Ad agosto dello stesso anno il settimanale Noi, edito da Silvio Berlusconi Editore, dedica al team di Italia Network ben quattro pagine. Da quel 1993 sono trascorsi oltre venti anni e l’emittente in questione ha vissuto mille peripezie ma resta, probabilmente, la realtà radiofonica italiana ad aver stretto un rapporto più viscerale col mondo del clubbing, declinandone ogni suo aspetto attraverso svariati programmi tematici (qui potete visionare alcune classifiche). Ne parliamo con due personaggi che gravitavano nel mondo dell’Italia Network con la doppia stella (anzi, col doppio +, «per sottolineare la positività della radio», come fu spiegato in quell’articoletto su TV Sorrisi E Canzoni): Michele Menegon alias Michael Hammer e Gianni De Luise.

Quando e come arrivasti ad Italia Network?
Michael Hammer: Di tempo ne è passato tanto, credo fosse il 1989, e ci arrivai grazie a Gianmarco Ceconi, con cui condividevo diverse esperienze editoriali, ed Andrea Pellizzari, con quale invece stavo collaborando in una radio locale. Gianmarco lavorava già ad Italia Network e in quel periodo serviva un tecnico che facesse la diretta ma che si occupasse anche della post-produzione di spot e jingle. Andrea e Gianmarco credettero che io fossi la persona giusta, quindi persona giusta nel posto giusto … e con le giuste amicizie.
Gianni De Luise: Giunsi non molto tempo dopo la sua fondazione, esattamente nel marzo del 1984 quando si era già trasferita nella storica sede udinese di via Valussi 22. Da parecchi anni ero amico del fondatore Mario Pinosa con cui avevo condiviso parecchie esperienze radiofoniche nelle principali emittenti private della regione. L’ultima fu ad RDF Radio, in cui Mario ricoprì il ruolo di direttore per alcuni mesi. Quando un importante passaggio di proprietà non si concretizzò lui abbandonò la radio e ne persi le tracce per un po’ di tempo. Poi lo incontrai casualmente in una pizzeria e mi invitò caldamente ad andarlo a trovare nella sua nuova emittente. Mi appassionai istantaneamente dell’idea e della novità che questa radio rappresentava nel panorama piuttosto piatto che ci circondava, oltre che dell’energia e della voglia di emergere che la animava. Per la prima volta, contrariamente alle esperienze precedenti, non eravamo soggetti alle strategie spesso perdenti delle proprietà delle altre emittenti e potevamo sprigionare liberamente tutte le nostre potenzialità. Questa fu la nostra fortuna.

Che ruolo ricoprivi?
Michael Hammer: Come anticipato prima, inizialmente ero un tecnico. Facevo quattro ore di diretta e il resto del tempo lo dedicavo al montaggio di spot. In quel periodo mandavamo ancora in onda la pubblicità locale e il lavoro di realizzazione spot era strategico per la radio. Poi le mie capacità ed intraprendenza mi hanno portato a ricoprire diversi ruoli: da semplice tecnico mi fu data la possibilità, nel 1992, di fare un mio programma. Trovato lo pseudonimo di Michael Hammer, Mario Pinosa, editore dell’epoca, inventò il nome Master Quick. Il programma aveva lo scopo di mettere cinque dischi in cinque minuti. Fu un successo, alimentato in seguito dalla partecipazione di molti altri DJ come Einstein Doctor DJ, Moka, Ricci, Panda … e sono sicuro che ne sto dimenticando altri. In seguito mi staccai dalla regia e post-produzione e cominciai a lavorare nella parte eventi della radio. Sotto l’ala di Luigi Cecutti girai l’Italia per diffondere il verbo e le feste dell’emittente. La svolta nel 1995: la proprietà della radio, nella persona di Andrea Gandolfi, mi diede il mandato di trasferirla da Udine a Bologna. Da quel giorno sono diventato il direttore di Italia Network.
Gianni De Luise: Da marzo 1984 a novembre 1987 mi sono occupato delle relazioni esterne, ossia di tutti i contatti con gli affiliati, con i giornali e con i media in generale. Seguivo tutto ciò che era utile per far conoscere la nostra radio in ogni ambiente possibile, quindi pubblicità sui giornali e sulle testate specializzate. Mantenevo anche tutti i contatti con le etichette discografiche e così via. Dal novembre 1987 al settembre 1988 ebbi l’onore di essere responsabile della programmazione, ruolo che poi ho dovuto lasciare per importanti questioni famigliari, rimanendo comunque sempre all’interno della radio. Dal 17 giugno 1991 al 12 gennaio 1996 ho realizzato il programma Network Satellite, inventato da Mario Pinosa e da me radicalmente trasformato nella creatura che gli ascoltatori di Italia Network hanno imparato ad amare. Il programma ha vissuto diverse fasi e mutazioni ed ha pure cambiato il suo nome in corso d’opera in Satellite. Devo confessare una cosa importante e che, forse, sorprenderà i lettori: malgrado la mia lunghissima militanza nella radio privata sin dal 1 settembre 1975, non ho mai potuto, per ragioni che tuttora mi sfuggono (incapacità di sapermi “vendere”?, incapacità di valutare le mie potenzialità da parte dei vari proprietari o direttori di radio?) vivere di sola radio, ma ho sempre dovuto dividermi tra un lavoro serio e noioso al mattino e lo scatenato mondo delle radio e dei DJ nel resto della giornata e della notte. Quindi niente guadagni per serate e programmi radiofonici ma un continuo altalenare tra una vita e l’altra, tra di loro agli antipodi, anche come riconoscimenti e soddisfazioni. Nel corso di questi lunghi anni ho visto ed incontrato moltissimi personaggi che attraverso la musica, oppure usando la musica, si sono fatti una posizione ed un conto in banca e questo alle volte mi ha turbato, ma poi alla fine ho capito che tutta la mia attività nella radio aveva un unico fondamento: un sincero e trasparente amore totale per la musica che, in alcune circostanze, mi ha salvato letteralmente la vita.

Sino a quando hai lavorato lì? Perché andasti via?
Michael Hammer: Ho lavorato ad Italia Network fino al 1999. Me ne andai per due motivi: il primo una promessa, il secondo una visione diversa dal mio ultimo editore. Da ragazzo, quando iniziai a fare il DJ, trovavo davanti a me “vecchi disc jockey” che non mollavano la consolle e lì maturò la mia promessa che semmai fossi diventato un DJ di successo, all’apice avrei lasciato per fare spazio ai più giovani. Per quanto riguarda la radio invece, non ero d’accordo con l’editore dell’epoca, Giovanni Miscioscia, sulle scelte che sarebbero state prese da lì a breve.
Gianni De Luise: Sono rimasto ad Italia Network sino al 12 gennaio 1996 vivendone, forse, i momenti più gloriosi. Non sono andato via: in quei giorni la radio stava completando le operazioni di trasferimento nella nuova sede di Bologna. Il nuovo direttore era Michael Hammer, amico di lunga data, ed a lui venne affidato un compito piuttosto ingrato. Dato che Mario Pinosa non era presente nei nuovi assetti proprietari, io, considerato troppo vicino a lui ed essendone amico, non avrei seguito la radio a Bologna. Ricordo come se fosse ora il grande imbarazzo di Michele nel darmi la notizia, mentre mi diceva, per indorare la pillola, che avrei trovato facilmente un nuovo posto in qualche altra emittente. Questa cosa poi non si realizzò, penso per la specificità del mio programma. Da quel momento le nostre strade si separarono, io dovetti lottare contro grossissimi problemi di salute ed incontrai nuovamente Michele solo dieci anni dopo. In quell’incontro lui mi spiegò tutti i retroscena di quei momenti del 1996, riallacciammo la nostra amicizia ed iniziammo a pensare ad un modo per onorare il ricordo di quella grande radio che avevamo cosi amato. Da lì nacque l’esperienza di InMyradio.

Michele, tu hai inciso diversi dischi, il più noto sicuramente “Barraca Destroy” di Steam System, del 1993. Come ricordi quella parentesi vissuta da produttore musicale?
Fu decisamente una bella parentesi, chiusa quando divenni direttore della radio per non entrare in un conflitto d’interessi. “Barraca Destroy” fu un successo che mi diede molte emozioni anche grazie ai miei due soci, Claudio Collino e Piero Pizzul. È interessante la storia che si cela dietro questo disco: si trattava di una produzione commissionata dalla nostra casa discografica, l’Expanded Music, per la nota discoteca spagnola Barraca. Doveva essere l’inno del locale e il lavoro fu piuttosto semplice: una melodia orecchiabile, delle parole spagnole comprensibili ed una buona dose di energia. Una volta terminato (la versione principale era la Destruction Version, nda) fu spedito in Spagna ed appena duemila copie furono stampate per l’Italia. Soltanto Italia Network lo programmò, credo per farmi un piacere. Poi il disco finì nel dimenticatoio. Tutto sembrava finito ma un giorno mi chiamò Giovanni Natale, boss dell’Expanded Music, dicendomi che Molella, di ritorno dalla Spagna, aveva acquistato il disco e che lo fece ascoltare ad Albertino e Fargetta, convinti che si trattasse di una hit. Mi chiese così di rientrare in studio e realizzare un remix che ne esaltasse la forza. Con Claudio e Piero componemmo allora il brano che oggi tutti ricordano (la versione En Directo, nda), e “Barraca Destroy” arrivò in vetta a tutte le classifiche.

Gianni, rispetto a Michele tu invece sei rimasto discograficamente piuttosto defilato, in quegli anni hai inciso solo una manciata di brani come “Powerful Love” e “Gimme Fantasy” di Red Zone, rimasti nell’ombra: scelta precisa o casualità degli eventi?
Entrambe le cose. Come ho spiegato prima, la radio e la musica non hanno potuto essere, malgrado il mio infinito amore, strumenti capaci di darmi un reddito per vivere. Ecco perché le mie produzioni sono state veramente poche. Ho avuto la fortuna di collaborare con elementi del DFC Team (quelli di Sueño Latino per intenderci), ma la maggior parte delle produzioni le ho fatte assieme ad uno straordinario DJ, molto conosciuto, Paolo Barbato.

Ai tempi Radio DeeJay, sul fronte ascolti, sembrava imbattibile ma anni dopo più di qualcuno del team di via Massena ha ammesso di seguire (ed ammirare) le programmazioni di Italia Network. Tu invece? Quale era la percezione dell’emittente fondata da Cecchetto?
Michael Hammer: Radio DeeJay era imbattibile per davvero, ma per noi non era né il competitor né la meta da raggiungere. Ci concentravamo su generi musicali che all’epoca loro non proponevano, house e techno non erano considerate da Albertino che invece puntava sulla dance più pura e canonica. Noi non passavamo musica italiana, preferendo l’r’n’b, l’hip hop, l’ambient e tanti altri stili anticonformisti. Sapevamo che ci ascoltavano e ne eravamo anche orgogliosi (seppur non lo dicessimo). Eravamo convinti che per loro Italia Network non fosse altro che un laboratorio di pazzi dal quale attingere il meglio per poi farlo diventare un successo. Insomma, due visioni completamente diverse, loro pop, noi underground.
Gianni De Luise: Nel momento in cui Radio Italia Network si espandeva e, cosa straordinaria per quegli anni, dalla provincia arrivava a trasmettere a Milano con mezzi sia economici che tecnici nettamente meno potenti di Radio DeeJay, noi osservavamo quella radio con incosciente allegria. Le nostre scelte musicali, per merito di Sasha Marvin, di Andrea Pellizzari e, modestamente, del sottoscritto, andavano già verso una direzione ben precisa. Coglievamo i segnali della rivoluzione house in atto, non ci preoccupavano ed eravamo certi che loro ci osservavano con curiosità e, forse, con ammirazione. Pur comprendendo le loro necessità commerciali di fare una programmazione musicale “furba” ed ammiccante verso la più grande massa degli ascoltatori, avevo la sensazione che nella loro ricerca di catturare più audience possibile ci fosse il pericolo, poi diventato realtà, di cadere in una certa banalizzazione e stravolgimento dell’identità culturale di una musica che invece per noi era speciale. La nostra è stata tra le prime radio, se non la primissima, a spargere la cultura house in Italia, la vera cultura house. Come accade spesso quando nascono le nuove tendenze, in tantissimi poi salirono sul carro dei vincitori. Musicisti, produttori, etichette e discoteche, investiti dall’onda d’urto, si trasformarono immediatamente in houser ma non tutti, ovviamente, avevano le skill per farlo. Noi cercavamo di fare da filtro tra la vera house e tutto quello che sembrava house. Era la nostra missione. Non so se mi spiego bene, ma finché Italia Network è stata una radio di riferimento, capace di proporre pezzi belli, strani ed anche molto difficili e spesso non commerciali, non c’è stata gara. Fu quando i proprietari della nostra emittente fecero la scelta editoriale legata al claim “More Music For Everybody” che indicava una strada più popolare rinnegando la strategia che aveva fatto della nostra radio una realtà di nicchia, che cominciammo a sbagliare nettamente strada, mettendoci sul loro stesso piano con risultati che poi si sono visti. Comunque io non ascoltavo mai le altre radio, davvero, per me l’unico stimolo veramente interessante disponibile in ambito internazionale era il programma di Pete Tong su BBC Radio 1, Essential Selection, che seguivo già dai primi anni Novanta via satellite e che registravo per carpirne la playlist.

Era solo Radio DeeJay il competitor più temibile dei tempi?
Michael Hammer: Se proprio di competitor dobbiamo parlare, non era Radio DeeJay ma il programma di Albertino con i suoi DJ Fargetta e Molella. Altri non c’erano. Certo, tanti quelli che facevano classifiche dance ma nei negozi di dischi ne trovavi solo due, la nostra e la loro.
Gianni De Luise: Fondamentalmente si, almeno sino al “More Music For Everybody” che, come dicevo, cominciò a trascinarci in basso e a cancellare la nostra vera identità, dato che le altre radio erano generaliste con programmazioni piuttosto antiche e già superate come stile. C’era qualche piccola emittente che cercava di imitarci ma non avevano i vari Sasha Marvin, Gianmarco Ceconi, Andrea Pellizzari, Alessandro De Cillia, Steeve, Michael Hammer e il sottoscritto.

Dalle interviste (a DJ, produttori, titolari di negozi di dischi) realizzate negli anni e finite nei nostri tre libri è emerso che per la dance, nei Novanta, l’influencer era solo ed indiscutibilmente uno, Albertino. Ritieni che le sue scelte abbiano, in un certo modo, limitato i gusti di una fascia piuttosto ampia di pubblico?
Michael Hammer: Se parliamo strettamente di dance (italodance, eurobeat, eurohouse) direi proprio di sì. Ha influito sulla generazione dell’epoca e ne ha pure limitato i gusti, ma la colpa non è sua. Lui proponeva ciò che gli piaceva e lo faceva in un modo che nessun altro sapeva fare. Per un decennio circa ha catturato le necessità musicali di un ampio segmento di mercato. Albertino non avrebbe mai potuto mettere in onda cose che non stavano nel suo mood, sarebbe emerso subito e lui lo sapeva.
Gianni De Luise: Albertino ha fatto il suo lavoro, ha portato un’infinità di ascoltatori a Radio DeeJay ed ha sostenuto e stimolato fortemente la cultura house in Italia. A mio avviso, però, ha una forte responsabilità anche nel declino della house stessa nel nostro Paese. Mentre per noi la musica è stata al centro dell’attività radiofonica, con grande rispetto e con il desiderio di contaminare gli ascoltatori con la nostra stessa passione, per Radio DeeJay ed in particolare per Albertino è stato uno strumento di lavoro, un utensile da adoperare senza tanti scrupoli per attirare ascolti e non badare troppo alla qualità. È come se per alcuni anni avessero convissuto, per fare una metafora, da una parte il Cocoricò (prima di rovinarsi) nelle vesti di Italia Network, quindi cultura house al 100%, e dall’altra una discoteca popolare, quindi cultura house di basso livello.

C’è qualcuno, tra speaker e DJ, che in quegli anni avresti voluto vedere nel team di Italia Network?
Michael Hammer: Come speaker nessuno, era difficile immaginarne uno adatto ad Italia Network essendo nata come radio esclusivamente musicale. Tutti gli speaker che si sono succeduti al microfono della radio hanno dovuto inevitabilmente adattare il loro stile a quello di una emittente che favoriva la musica. Come DJ invece avrei voluto, durante la mia direzione, Daniele Tognacca alias Tony H. Lo spirito che lo guidava era innovativo oltre ad essere spregiudicato nelle scelte. Arrivò ad Italia Network solo qualche anno più tardi (a settembre 2000, nda).
Gianni De Luise: Si, il citato Pete Tong che poi, dopo la mia espulsione, venne effettivamente ospitato (a partire dai primi anni Duemila, nda).

Quando Italia Network toccò il suo apice di popolarità?
Michael Hammer: Credo che ebbe diversi picchi nella sua storia, come pure le zone buie. Dalla sua nascita, sicuramente un picco si ebbe quando entrò nell’FM proponendosi col formato solo musicale top40. In quel periodo, parliamo degli anni Ottanta, non lo faceva davvero nessuno. Poi arrivò la compilation Los Cuarenta, un successo che diede un’immagine nazionale alla radio. Il periodo 1992-1998 fu sicuramente quello di maggior visibilità, sia perché la musica proposta era quella ascoltata dagli opinion leader, sia perché attorno alla radio vi era un consenso di DJ e locali notturni di tendenza. Gli anni Duemila, invece, hanno avuto ragione dal punto di vista dei numeri.
Gianni De Luise: Credo nel periodo a cavallo tra gli ultimi anni udinesi ed i primi anni a Bologna, anche perché il segnale della radio assunse una copertura che prima non aveva.

Dovendo indicare il periodo più rappresentativo opteresti per quello udinese, bolognese o milanese?
Michael Hammer: Terreno scivoloso questo, anche perché sono la persona accusata di aver distrutto la radio portandola a Bologna. Non voglio però eludere la domanda. Per ciò che mi riguarda, il periodo udinese è stato carico di emozioni e di scoperte, siamo passati dai Revox ai primi computer che gestivano la pubblicità, dal vinile al cd in diretta, dalla sola musica ad alcuni programmi parlati. Ogni giorno andavamo in radio e la missione di tutti era creare qualcosa di nuovo ed innovativo. Bologna è stato un periodo pazzesco in cui abbiamo rivoluzionato il modo di fare la radio. Era il 1996 e tutto girava sui computer, cosa che per l’epoca era follia. Lo spirito si era mantenuto uguale seppur non tutto lo staff udinese fu portato a Bologna. Anche in quel periodo spingemmo sull’acceleratore dell’innovazione mantenendo fede all’impegno underground originario. Sul periodo milanese non posso dire nulla, non c’ero, ma la notizia della chiusura mi rattristò molto.
Gianni De Luise: So di essere di parte, ma per me il periodo più rappresentativo è quello udinese e ne spiego le ragioni. Fu un’esperienza indimenticabile osservare dall’interno la crescita impetuosa della radio e delle zone che venivano via via “illuminate”, fino a brindare di gioia all’accensione della frequenza a Milano e prendere parte attivamente alla trasformazione di una radio top 40, che trasmetteva solo i 40 pezzi più venduti, in una radio culto capace di incarnare una nuova cultura musicale divenendone fulcro e cuore. Esperienza che poi ci è stata, in qualche modo, sottratta, rubata. Fu come se ci avessero portato via un po’ della nostra anima. Ho moltissimi ricordi di quell’esperienza. Era una radio piuttosto tecnologica per quei tempi ma, naturalmente, la tecnologia stessa era ancora primordiale. Ricordo ancora le corse per sistemare le cose di domenica o di notte quando i nastri delle bobine riavvolgendosi non si fermavano allo stop ed uscivano, col risultato di ammutolire completamente il segnale. Ricordo quando nel fine settimana i due unici tecnici della radio portavano via i piatti, i Technics SL-1200, e parte dei dischi per fare le serate in discoteca. Ricordo quando Andrea Gemolotto registrava i Mastermix nella saletta 2 e la sua pazzesca professionalità e precisione. Ricordo quando cominciò a lavorare con noi un giovanissimo Sasha Marvin. Ricordo che durante il mio programma, oltre ad essere precisissimo nel dare il segnale orario, che era manuale, venivo utilizzato, mentre continuava la diretta, per tarare l’equalizzazione della radio tramite il leggendario Orban. Ricordo sempre con grande emozione le tantissime telefonate che ricevevo durante il mio programma che era sempre in diretta, persino a Pasqua, Natale e Capodanno, e la grande sorpresa degli ascoltatori nello scoprire che esistevo davvero. Con molti di loro sono nate vere amicizie e conservo anche una quantità biblica di loro lettere e cartoline. Parecchi hanno mantenuto il contatto con me attraverso i social. È stato veramente un momento straordinario, non solo per me ma per la radio, che era perfetta!

Eri tra quelli che videro lo snaturamento del progetto originale quando Giorgio Bacco divenne direttore artistico?
Michael Hammer: No.
Gianni De Luise: Colgo l’occasione per raccontare una cosa che in pochi sanno: dopo la mia esclusione dalla radio continuai a frequentare in via Valussi 22, a Udine, l’ufficio della direzione commerciale che era rimasto in città, guidato dall’amico Luigi Cecutti. Ci vedevamo abbastanza spesso e lui, che aveva una stima notevole per le mie capacità di analisi radiofonica e che mi considerava, bontà sua, una specie di guru e un santone ideologico della radio, mi chiedeva di preparargli delle relazioni con le mie impressioni. Io, ligio e profondamente innamorato di quella emittente, preparavo relazioni scritte sempre più allarmanti, perché osservavo il progressivo snaturarsi del progetto iniziale, un cambiamento di personalità netto e sorprendente che cominciava ad allontanare l’indotto, discoteche, produttori, artisti. Cecutti provò più volte a farmi rientrare nella radio per cercare, con la mia influenza, di invertire la rotta. Andai a Bologna e a Milano, incontrai Bacco, ma specialmente incontrai persone che non si rendevano affatto conto del disastro che stavano creando con le loro mani. Poco tempo fa Luigi Cecutti mi ha confidato che conserva ancora “a futura memoria” quelle mie relazioni.

Perché nel 2007 il progetto di Italia Network naufragò del tutto? Colpa dell’ingordigia di qualcuno e di speculazioni economiche?
Michael Hammer: Bella domanda. Non saprei rispondere con certezza. Quello che posso dire è che dal primo giorno che sono entrato in radio tutti gli editori chiedevano di “aprire la forbice”. Con questa formula sottintendevano di voler più ascoltatori trasformando l’emittente da underground a pop. Credo che con la radio a Milano questo discorso si accentuò, e il confronto con gli altri network milanesi, sul target giovane, fu decisivo. Nel 2000 se volevi fare la radio (e questo vale ancora oggi) dovevi avere la giacca e la cravatta, aver frequentato la Bocconi ed essere un esperto di marketing. Cosa c’entra tutto questo con la scelta artistica di musica e programmi? Nulla, ed appunto sono queste le radio e la televisione di oggi.
Gianni De Luise: Non vorrei essere troppo feroce ma la mia opinione è una: Italia Network, o meglio le sue spoglie, finì nelle mani di persone che non avevano la minima idea di cosa era stata e di cosa aveva rappresentato quella radio. Quell’anno ebbi la fortuna di incontrare l’amministratore delegato Pietro Varvello, persona estremamente competente e radiofonico di lunga data. Mi consultò, sempre su indicazione di Luigi Cecutti, per cercare di capire cosa fare e come invertire la rotta, ma ormai era troppo tardi. La conclusione che posso trarre è che un’operazione principalmente artistica come Italia Network non doveva essere soggetta alle spietate leggi del commercio e del guadagno. So di dire una cosa molto idealistica e da sognatore, ma so anche che la fragile anima di quella radio non era un prodotto da mettere in un supermercato.

Che risultati ha sortito il tentativo di Italia Network Inmyradio.net?
Michael Hammer: Nessuno. Nacque nel 2007 come un progetto di social network musicale ma la mancanza di investitori lo ha fatto naufragare. Poi, con Gianni De Luise, ho deciso di mantenere la memoria della radio dando spazio a DJ che vogliono esprimere, sempre in linea con la missione della stessa emittente, il proprio credo musicale. Ad oggi Gianni ed io abbiamo alcuni pensieri su cosa fare ma sono talmente embrionali che non credo sia giusto parlarne.
Gianni De Luise: All’inizio il progetto avrebbe potuto avere effetti straordinari, direi addirittura devastanti, se alcune dinamiche legate alla proprietà del marchio Radio Italia Network fossero state gestite in maniera più accorta. Non entro nei particolari dei quali forse un giorno parlerò, ma per rendere idea di quanto fosse importante quel momento rivelo che la proprietà del marchio non arrivò davvero per pochissimo nelle mani di Michael Hammer e mie, con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate. Il progetto Inmyradio.net rappresenta comunque una testimonianza digitale che incarna una buona parte dell’anima di quella grande radio. Naturalmente dentro Inmyradio.net vive di vita propria, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, il mio canale che si chiama, ovviamente, Network Satellite (ascoltabile in streaming qui).

Cosa pensi dell’attuale Radio Italia Network, tornata nuovamente sull’FM (ma solo in Lombardia) sotto la proprietà di Domenico Zambarelli?
Michael Hammer: Non penso nulla. Credo che abbia avuto la possibilità di acquistare un marchio e lo abbia fatto. Dal punto di vista artistico, non ascoltandola, non saprei che dire.
Gianni De Luise: Come dicevo nella risposta precedente, il marchio della radio, per ragioni che non voglio ancora svelare, è passato nelle mani di Domenico Zambarelli. Che dire? Nessuno della nuova proprietà ci ha contattati, perlomeno per una consulenza. Il risultato è stato paradossale. Questa proprietà ha costruito una radio clonando qualcosa di unico ed irripetibile ma senza avere il materiale umano e, soprattutto, senza avere il know-how. È facile mettere in piedi una radio, è facile creare una programmazione ed una playlist, ma rifare Italia Network è impossibile senza coloro che l’hanno vissuta e costruita.

Esistono ancora punti di contatto tra la radio e i club, o internet ha cambiato in modo permanente il rapporto tra le due realtà?
Michael Hammer: Credo che il rapporto tra radio e club si sia modificato alle soglie del nuovo millennio. Internet è uno dei tanti fattori che ha cambiato questa scena, ma non è l’unico né il principale. Radio e club hanno preso strade diverse perché la reazione alla crisi artistica, parlo dal punto di vista musicale dance, è stata affrontata in modo differente. Le radio hanno smesso di suonare la dance mentre i locali si sono riconvertiti o hanno chiuso. Oggi vedo piccoli segnali di ripresa ma tutti legati al passato che non credo possano riportare in auge quella sinergia che ha segnato un’epoca.
Gianni De Luise: Nella società liquida, come la definisce Zygmunt Bauman, si sono sciolti i confini e la connessione tra le cose è permanente. Internet ha cambiato completamente e perpetuamente il rapporto tra queste realtà, ad eccezione di piccoli ed insignificanti eventi.

Ormai da anni le radio (ma anche le televisioni) hanno ridotto drasticamente i propri contenuti culturali per lasciare spazio all’intrattenimento, che pare più redditizio. È diventato frequente quindi incappare in bravi speaker ma con una cultura musicale scarsa o persino inesistente. La radio del terzo millennio ha definitivamente perso il ruolo di divulgatore culturale o quello della “leggerezza che piace alla massa” è solo una scusa accampata dalle grandi aziende per rifilare al pubblico amenità da quattro soldi senza grossi investimenti?
Michael Hammer: Sono cambiati i tempi, sono cambiati i giovani ed è cambiato il modo di ricerca e godimento della musica. Credo sia cambiato pure il significato della musica stessa. Io non lo leggo in modo negativo, lo ritengo uno stimolo di riflessione per chi oggi vuole continuare a proporre in modo credibile la musica. Da quando è nata Music Control, la proposta musicale è nelle mani delle case discografiche e il margine di proposta alternativa delle radio è minimo. Pare chiaro quindi che se una emittente voglia fare la differenza la deve ottenere con uno speaker e non con la musica. Dall’altra parte credo che la rete sia una fonte inesauribile di produzioni musicali, ma qui dovrebbe nascere qualcuno in grado di fare una selezione credibile affermandosi come selector verso il pubblico. Sarebbe una bella sfida se avessi diciotto anni.
Gianni De Luise: Le proprietà delle radio hanno una priorità, quella di guadagnare e farlo col minor investimento possibile. La tecnologia fa il resto. È facile e redditizio usare regie automatiche con playlist compilate ad hoc e basate su classifiche che certificano già ciò che piace alla gente. Per chi punta solo al guadagno, è meglio accontentare il pubblico senza farsi scrupoli sull’effettiva qualità di ciò che si mette in onda. La radio attuale, che sinceramente ascolto pochissimo perché di qualità troppo scadente, non è altro che un rumore di fondo, una colonna musicale di un centro commerciale o di un altro luogo di aggregazione. Mi fanno sorridere le analisi di ascolto perché tengono presente solo quanti ascoltatori seguono le varie radio, ma nessuna indagine si sofferma se l’ascolto sia profondo e se qualcuno ricorda cosa ha ascoltato. Per fortuna la tecnologia oggi ci permette di scegliere le nostre tracce preferite, ma quante piccole gemme musicali vanno perdute tra le migliaia di pezzi che vengono pubblicati ogni giorno? E qui, in questa dimensione, si sente la mancanza di una radio di riferimento come era Italia Network alle origini.

Hai continuato a seguire il mercato discografico? Che ne pensi della scena attuale?
Michael Hammer: Sono onesto: è dal 2000 che non seguo la scena musicale dance. Ascolto molta musica, un vizio che non ho perso, ma non mi sento in grado di giudicare l’attuale scena, non vivendola.
Gianni De Luise: Continuo a seguire giornalmente il mercato discografico. Sono estremamente specializzato nella deep house, tech house e nelle sue propaggini. Per ragioni di tempo non ascolto mai pop, edm e simili. Nei generi che seguo trovo che escano produzioni assolutamente straordinarie ma ovviamente, vista l’evoluzione dei tempi, è difficile trovare la canzone costruita secondo gli schemi del passato. Esistono tantissimi frammenti di emozioni, potenti stimoli di energia e fantastiche sonorità elettroniche. Mai come ora la musica è viva e propone cose bellissime. Il problema è selezionarle nella massa infinita di uscite che sono quasi tutte di ottima qualità. Io cerco di fare questa selezione per il mio Network Satellite e, sinceramente, credo proprio che la musica che amo abbia ancora tanto da dire e da dare, continuando ad evolversi in forme pazzesche ed inaspettate.

Cosa pensi dell’Italia della musica da ballo del 2015? È più avanti o più indietro rispetto a quella degli anni Novanta?
Michael Hammer: Credo non si possano fare paragoni.
Gianni De Luise: Dipende da dove vai e dal tipo di locale. Esistono club e discoteche ancora straordinarie, eventi tipo Boiler Room di Berlino ed altri hanno riportato la musica ad una relazione più diretta ed emotiva con la gente. Ho visto i Boat Party in Croazia, situazioni fantastiche. Non ho quindi una risposta definitiva, dipende. Sapendo scegliere trovi ancora posti estremamente stimolanti e musiche all’altezza della situazione. La musica non è più avanti o più indietro rispetto agli anni Novanta. La musica non ha tempo, l’unica differenza che posso trovare è tra la bella e la brutta. Io preferisco la prima.

Quali sono i tuoi tre dischi preferiti degli anni Novanta?
Michael Hammer: Una domanda alla quale è difficilissimo rispondere. Di brani bellissimi ce ne sono stati tanti ed è veramente arduo sceglierne appena tre. Per questo stilo una lista di ben dieci pezzi sparsi per l’intera decade:
1990: “Difference” di Djum Djum: esprimeva in pieno la differenza musicale della nostra radio rispetto alle altre emittenti;
1991: “Ride On The Rhythm” di Little Louie Vega & Marc Anthony: era lo spirito guida della nostra filosofia;
1991: “Unique” di Danube Dance: esprimeva come ci sentivamo;
1992: “Fruit Of Love” di Transformer 2: la magia della techno music embrionale;
1992: “Just Come” di Cool Jack: un inno alla passione per la musica;
1993: “Don’t Be Shy” di T.M.V.S.: la nostra gioia nel vivere quel momento storico;
1994: “Only When I’m Dancing Do I Feel This Disco” di Mighty Dub Katz: nella musica stavano cambiando le cose e questo brano le includeva tutte;
1995: “If You Should Need A Friend” di  Fire Island: allegria allo stato puro;
1996: “They Don’t Care About Us (Classic Paradise Mix)” di Michael Jackson: un bootleg che la Sony ci chiese di bloccare ma, schierandoci contro le major, non lo facemmo. Così fummo rimossi dalla loro lista;
1999: “B With U” di Junior Sanchez: è il mio addio alla radio. Non è stato facile lasciare l’unica radio che ho amato e alla quale sarò per sempre legato.
Gianni De Luise: Ce ne sono un’infinità, la scelta è davvero difficile. Citerei “Tonite” di Those Guys, del 1991, parte integrante del mio vissuto. Ricordo ancora di quanta potenza fosse dotato la prima volta che l’ho ascoltato! Poi “EP One” di Density, del 1992, e in particolare uno dei brani in esso contenuti, “Bass Power”, straordinario monumento della deep house italiana, fu anche parte della sigla del mio programma. A produrre era Giorgio Canepa alias MBG. Infine “Alone” di Don Carlos, del 1991, ultima traccia suonata in Satellite il 12 gennaio 1996. Bypassando gli ordini di non parlare ricevuti dai capi, su questo brano salutai gli ascoltatori confermando che andavo via e che per me finiva una fase straordinaria. Possiedo ancora la registrazione che ho messo online qui.

Qual è invece il brano che esprime in modo pregnante l’anima di Italia Network?
Michael Hammer: Il già citato “Fruit Of Love” di Transformer 2, un pezzo magico, dolce, ipnotico, energetico, sognatore, precursore ed innovatore, insomma tutte le qualità di Italia Network.
Gianni De Luise: Anche qui la scelta è difficile, il primo che mi viene in mente è “French Kiss” di Lil’ Louis, del 1989. Il motivo è semplice: era un brano radiofonicamente difficile, non per tutti, ma noi avemmo il coraggio (o l’incoscienza) di trasmetterlo per intero, quando lo standard di durata di un pezzo in radio era di 3 o 4 minuti al massimo. Questa trasmissione integrale mi permise di trasmettere nel mio Network Satellite brani lunghissimi, senza incorrere nelle ire di Gianmarco Ceconi, direttore dei programmi.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

Questa presentazione richiede JavaScript.

DJ Phi-Phi, quello dei Quadran

PhiPhi3Nato in Francia ma cresciuto artisticamente in Belgio, Philippe Toutlemonde alias Phi-Phi inizia a fare il DJ e a produrre musica negli anni Ottanta ma la sua affermazione risale a metà dei Novanta quando, insieme all’amico Philippe Van Mullem, produce “Eternally”, uno dei brani che portano la trance all’attenzione del grande pubblico. Il loro progetto si chiama Quadran ed ottiene inaspettata visibilità anche in Italia, complice l’affermazione della musica strumentale che, per circa un anno e mezzo, soppianta la dance in formato strofa-ponte-ritornello. Quando il successo di “Eternally” si esaurisce, i due Philippe continuano ugualmente a volare su melodie sognanti ed arrangiamenti ai confini con l’ambient, spalleggiati da un’etichetta leader come la Bonzai.

Hai iniziato la carriera da DJ nel 1985: cosa ricordi dei primi tempi?
Avevo una consolle a casa e mi allenavo a mixare già da diversi anni, fondamentalmente musica italo-disco e new wave. L’obiettivo era miscelare due brani e farli suonare insieme per un po’, evitando il banale “taglio”, ma non era molto semplice, non esisteva ancora il tasto sync.

Sei stato resident al noto Boccaccio, a Destelbergen, il club dove, secondo la leggenda, il DJ Marc Grouls suonò “Flesh” di A Split – Second a 33 giri e col pitch a +8, dando avvio al new beat (ma una seconda interpretazione, rinvenibile nel libro Assimilate – A Critical History of Industrial Music di S. Alexander Reed, attribuisce ciò al compianto Dirk T’Seyen alias DJ TeeCee accreditando a Grouls solo la coniazione del termine new beat). Quanta verità c’è in tutto ciò?
Senza fare una lezione di storia, l’aneddoto che menzioni fu solo uno dei tanti segnali ma tutto partì già qualche tempo prima col cosiddetto AB sound, nato in un fantastico locale di Anversa chiamato Ancienne Belgique. L’AB sound (AB stava proprio per Ancienne Belgique, nda) fu presto preso a modello da altri club di tendenza, tra cui il Boccaccio, che effettivamente contribuì alla diffusione della musica new beat, dalla vita relativamente corta ma particolarmente intensa. Arrivai al Boccaccio solo nel 1993, quando ormai il genere new beat era sparito dalla scena. Precedentemente ero resident presso l’At The Villa, altro posto incredibile e particolarmente lungimirante per il fenomeno new beat, a cui seguirono poi house e techno.

Cominci a produrre musica nel 1987 attraverso il progetto Dobel You e il brano “Mammy!”, che un po’ ricordava “Electrica Salsa” degli Off. Ci racconti qualcosa?
Lo realizzammo con una workstation Roland, registrandolo attraverso un multitraccia Akai a 12 piste. Ci autoproducemmo, stampando appena 1000 copie (col titolo “Mummy”, nda) che noi stessi distribuimmo nei negozi di dischi più importanti come l’USA Import a Lille e il Disco Smash a Menen. Jean Vanloo, produttore di Patrick Hernandez nonché padre di Laurence Vanloo, proprietario del citato At The Villa, ci contattò proponendosi come produttore esecutivo. Allettati dall’occasione accettammo, rifacendo la traccia in un grosso studio a Bruxelles, il Synsound di Dan Lacksman dei Telex, per poi essere scritturati dalla Carrere. In poche settimane vennero vendute quasi 50.000 copie, risultato che ci portò nella Top 50 francese. Decisamente una bella esperienza. Ps: il disco fu pensato espressamente per i DJ: sulla b side, infatti, erano incisi dei jingle che il disc jockey possessore della doppia copia avrebbe potuto adoperare per annunciare il brano, oltre alla Instrumental Twin Disk Version, consigliata, nelle note sul retro della copertina, per creare una nuovo mix adoperando i due giradischi, nda.

“Mammy!”, tra l’altro, fu il primo brano che realizzasti con Philippe Van Mullem.
Incontrai per la prima volta Philippe nel club dove ero resident, nel 1985. Fu attratto da ciò che facevo in consolle coi dischi. Ci trovammo subito bene perché sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda musicale. Eravamo entrambi alle prime armi, lui si offrì di collaborare anche alle future produzioni.

Negli anni Novanta, infatti, creaste vari progetti come Honey C, Innertales e The Gaps, anche se il più fortunato, senza dubbio, resta Quadran.
In studio eravamo molto prolifici perché tra di noi si instaurò una forte complicità. Cercavamo di trasmettere, attraverso la musica che producevamo, i nostri caratteri e le nostre personalità.

“Eternally” divenne una hit tra 1995 e 1996, anche in Italia (dove venne pubblicato dalla Humpy, gruppo Discomagic). Ci sono particolari aneddoti legati al brano?
Ai tempi ero resident all’Extreme, ad Affligem, uno dei club più forti dell’epoca. Suonavo il lunedì notte, ed era sempre pieno. Disponeva di un sound system unico di marca Stage Accompany, che io naturalmente sfruttavo per testare le nostre produzioni. “Eternally” ebbe un effetto sbalorditivo sulla pista e così Christian Pieters alias DJ Fly, boss della Bonzai, mi propose di pubblicarlo con la sua casa discografica ma su un’etichetta che avrebbe creato appositamente per noi, la Bonzai Trance Progressive.

Quante copie vendette “Eternally”?
Non so esattamente. Tra vinile, CD singolo e maxi, in tutti i Paesi, credo intorno alle 150.000, a cui però bisogna aggiungere le compilation…

Però “Free Your Mind”, il follow-up contenuto anche nell’album “Voyages”, non riuscì ad ottenere gli stessi risultati.
È il pubblico a decretare il successo di un brano, credo sia una questione di feeling. Probabilmente per riscuotere gli stessi consensi avremmo dovuto realizzare un clone, così come spesso accade per le grandi hit, ma eravamo lontani da quella strategia e modo di pensare. Col senno di poi, forse fu un errore.

Perché in seguito abbandonasti il progetto Quadran?
Tutti, nella vita, prendiamo scelte e desideriamo che le cose si evolvano. La fine di qualcosa rappresenta sempre l’inizio di un’altra. A ciò si aggiunse anche il fatto che Philippe andò a vivere nel sud della Francia, e quindi continuò l’avventura Quadran da solo.

Il 31 dicembre 1995 i Quadran si esibirono presso il Forum di Assago, con Albertino e il team del DeeJay Time, in un evento (trasmesso in diretta su Italia 1) ricordato ancora oggi per essere stato uno dei prodromi del fenomeno festival/DJ-star. Tu come ricordi quella festa?
Io e Philippe non amavamo molto metterci in mostra, preferimmo rimanere nel backstage. Sul palco quindi c’era solo la cantante, Catherine Mees, e dei ballerini. Comunque fu una serata grandiosa, l’atmosfera era caldissima!

Chi e cosa conosci della scena italiana?
Oltre all’italo-disco, che mi ricorda tanto i miei esordi artistici, ho suonato tantissime tracce di etichette come UMM, Flying Records, DBX (“Red Zone” di Robert Miles era tra i miei preferiti) e di artisti come Francesco Farfa e Marco Carola. Senza dimenticare il contributo di Giorgio Moroder alla musica elettronica.

A febbraio 2015 Philippe Van Mullem ci ha prematuramente lasciato. Come lo ricordi?
Per me è davvero difficile riassumere in poche righe oltre venticinque anni di amicizia. È stato un talentuoso compositore ed un eccezionale melodista.

Il tuo più bel ricordo degli anni Novanta?
Le indimenticabili serate al Boccaccio, all’At The Villa e all’Extreme, oltre a tutte le persone che ho incontrato, amici ed artisti con cui ho avuto il piacere di lavorare.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

 

Questa presentazione richiede JavaScript.

 

Molly 4 DeeJay: hard trance, makina ed happy hardcore su Radio DeeJay

MolellaLunedì 6 febbraio 1995: nel palinsesto pomeridiano di Radio DeeJay, alle 16:35, appare un nuovo programma. A condurlo è un DJ già noto a chi segue il network di Via Massena, soprattutto ai fan del DeeJay Time. Trattasi di Maurizio Molella, protagonista (insieme a Fargetta) dell’Original Megamix il sabato notte, ma l’appuntamento, ridotto ad una striscia quotidiana di pochi minuti, figura pure nel fortunato programma di Albertino. Sono ormai lontani i tempi in cui il DJ/produttore si occupa di sola regia, con Gerry Scotti e con Amadeus prima e con Jovanotti poi, per “1-2-3 Casino!” che nel 1988 lo porta in televisione facendolo diventare molto popolare con lo slogan ‘Molella martella’. Poco più che trentenne Molella avvia una nuova fase della sua carriera, non più relegata al solo DJing ma anche al ruolo di speaker. In merito a ciò a luglio 1995 il DJ/giornalista Nello Simioli scrive su una rivista: «Il passaggio da tecnico a speaker di Molella potrebbe incoraggiare molti DJ a cimentarsi davanti al microfono, abbattendo le barriere che da sempre dividono questi due rami del mondo radiofonico».

All’inizio Molly 4 DeeJay lascia perplessi e forse anche spiazzati, non si tratta esattamente di un classico programma radiofonico condotto in modo tradizionale. Gli interventi vocali sono ironici e veloci, intervallati da slogan ed incastrati chirurgicamente in suoni, sample ed effetti speciali, tutti sapientemente coordinati dal tecnico in regia, Daniele Tognacca alias Tony H. Una sorta di blob dopato, concentratissimo, senza esitazioni, fresco, veloce (dura appena venti minuti ed è ovviamente privo di interruzioni pubblicitarie) e che presto si rivela vincente. Il programma è rivolto ad un pubblico molto giovane, attratto da musica aggressiva, graffiante, spesso assordante per chi è abituato ai registri sonori della classica “radio dance” nostrana. Tony H ricorda, nell’intervista rilasciata per Decadance Extra: «Molly 4 DeeJay necessitava di tantissimo lavoro ed essendo piuttosto sperimentale anche nel tipo di conduzione, non era detto che i nostri sforzi poi sarebbero stati ricompensati. Durava appena venti minuti ma occorrevano ore sia per il montaggio della puntata, sia per la ricerca della musica».

La prima edizione va in onda da febbraio 1995 a luglio dello stesso anno, e resta la meno nota al grande pubblico. La dance che Radio DeeJay ai tempi promuove concede spiragli sulle “bastardizzazioni” della techno, ma nulla o quasi che offra agli ascoltatori una visione più ampia dei generi musicali in auge all’estero. In quel periodo Molella osa più di Albertino, e col suo programma offre ponti di connessione con Paesi come Germania ed Olanda, oltre a farsi promotore di uno stile ancora sconosciuto in Italia detto makina, un mix tra techno, trance ed happy hardcore inventato in Spagna. La proposta settimanale del programma prende proprio il nome di Disco Makina (consuetudine ripresa anni dopo in Mollybox, su m2o), e suona ogni giorno, all’inizio o talvolta alla fine della puntata. Il primo Disco Makina nonché primo brano passato in Molly 4 DeeJay è “Computerliebe” dei tedeschi Das Modul, ai tempi in high rotation su Viva, il noto canale televisivo tedesco. Nello stesso solco Molella e Tony H programmano cose simili, da “You Make Me Feel So Good!” di DJ Thoka a “Pump Up The Bass (Remix)” di Sequential One, da “Basic” di Kike Boy & Demolition a “Multicriminal City” di Frankfurt Terror Corp., passando per “Razzia II” di M, “Musica Maquina” di Ramirez, “Whatever” di Loose That, “The Age Of Syn” di Syn-R-G, “Papaumama” di K.O.’s (o forse era la cover italiana di Bad Boys?), “Sandman” di Bamby, “Come On” di Axis, “Experience (Follow Me)” di RMB, “1,2,3,4” di Ultra-Sonic, “Bam Bam Bam” di WestBam, “Io Sono Illuminata” di Corleone, “Take Off” di Raver’s Nature, “Spacebaby” di Spacebaby, “Tangoá” di Zong!!, “Tribute To Verdi” di MC Hair, “Tears Don’t Lie” e “Droste, Hörst Du Mich?” di Mark ‘Oh, “Hardcore Vibes” di Dune, “Wahaha” di Booma, “The Ultimate” di Antic, “Universal Sound” di Fanatic Cracks, “Dream Of You” di Venusia (la versione Quasar di Cirillo), “The Meltdown” di Lunatic Asylum, “Fire” di Plutone, “Mobile” di Interactive, “Trip To Raveland (Frankie Jones Remix)” di Marusha e “This House Is Hot” di Ego 69.

Non mancano trance ed hard trance con “Fantasy” ed “Infinity” di Taucher, “Oasis” di Paragliders, “You Gotta Say Yes To Another Excess – Great Mission” di  Jam & Spoon Hands On Yello, “Feel (Legend B Remix)” di Cenith X, “Superstitious” di Luxor, “Outface” di Komakino, “Wavemaker” di Aqualite, “Let There Be House” di Cherry Moon Trax e “Violet Space” di Pascal Device. Spazio anche alla house (il remix di Todd Terry di “Missing” degli Everything But The Girl, programmato con abbondante anticipo, “One Love Family” di Liquid, “Sex On The Streets” di Pizzaman, “Hideaway” di De’ Lacy, “Don’t Laugh” di Winx, “I Believe” di Celvin Rotane) e ad hardcore/happy hardcore (“Equazion Part 4” di Q-Tex, “Let The Bass Be Louder” di Stingray, “Falling In Love” di Rave-O-Lution, “M.F. Bass In Your Face” di Too Fast For Mellow, “A.E.I.O.U.” di DJ Buby Featuring The Stunned Guys, “Nilotic Express” di Hanoi).

Probabilmente invogliato dai successi che, tra la fine del 1994 e il 1995, toccano la soglia dei 160 BPM (“The Mountain Of King” di Digital Boy, “Wonder” di DJ Cerla & Moratto, “Baraonda” di Ramirez, “You Make Me Cry” dei Bliss Team, “Nowhere Land” di Club House, “Heaven Or Hell” di R.O.D., “Sopportare” di Z100, “Only Pip” di Pacific People, “Hyper Hyper” di Scooter, “Outside World” di Sunbeam, “Welcome To The Future” di Exit Way, “Flying High” di Captain Hollywood Project, “Movin’ On” dei Da Blitz, “Hypnose” di Scorpia, “If You Wanna Party” dello stesso Molella, artefice anche del remix di “Feel It (In The Air) di JT Company), Albertino, che ai tempi è per davvero una sorta di Pete Tong italiano in grado di trasformare in successo quasi qualsiasi cosa metta in scaletta, sceglie alcuni brani di Molly 4 DeeJay per il suo DeeJay Time, come i citati “Computerliebe” e “Basic”, entrati anche nella DeeJay Parade rispettivamente il 25 marzo e il 10 giugno, e “Luv U More” di DJ Paul Elstak, remixato in seguito da Molella e per cui si aprono le porte della classifica dance più ascoltata d’Italia il 19 agosto. Una manciata di passaggi nel DeeJay Time, in primavera, vengono conquistati anche dai citati Dune e Komakino. Un paio di pezzi finiscono invece nella compilation “Megamix Planet” che Molella si divide col collega Fargetta (“Megamix Planet” prende il posto di “Original Megamix” probabilmente a causa degli stessi motivi per cui quello stesso anno la “DeeJay Parade” diventa “Alba”, «quando Cecchetto uscì da Radio DeeJay, a fine ’94, il progetto fu bloccato per due anni e si trasformò in “Alba”», dal libro “Sentimento Espresso” di Giacomo Maiolini).

Della prima edizione di Molly 4 DeeJay si evidenzia la prevalenza di materiale discografico proveniente dall’estero, seppur poi molti brani vengano presi in licenza da case discografiche italiane (e qui sarebbe interessante capire se prima o dopo il passaggio in M4DJ, per determinarne il grado di influenza sul mercato domestico). Segno che in Italia non sia ancora scoccata l’ora x per un certo tipo di musica, strumentale e legata a derivazioni techno e trance, messe da parte a favore di eurodance ed italodance dopo l’exploit nei primissimi anni Novanta (vedi il filone del cosiddetto “hoover sound” – zanzarismo da noi -, e i vari Human Resource, Second Phase, Joey Beltram, L.A. Style, Outlander, Frank De Wulf, N-Joi, Quadrophonia, Speedy J). È plausibile quindi che ad incoraggiare la commercializzazione italiana di generi come trance, hardcore e progressive trance sia stato anche Molly 4 DeeJay.

La seconda edizione va in onda dal settembre 1995 (probabile che fosse il 25, in concomitanza con la nuova stagione del DeeJay Time) al giugno 1996, è la più lunga delle tre e senza dubbio la più nota e fortunata, ricordata ancora oggi da innumerevoli fan nostalgici. I risultati in rete parlano chiaro, è quella di cui si rintracciano più registrazioni (è possibile ascoltarne alcune qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui). Dalle 4:35 del pomeriggio (ma lo slogan-tormentone “Prendi questo treno alle 4:36, prendi questo treno, c’è Molly 4 DeeJay” di fatto sposta l’inizio del programma di un minuto) alle 17:00 sulle frequenze di Radio DeeJay tornano suoni atipici per quella fascia oraria. La sigla di apertura è tratta da “Sentinel” di Simon C, pezzo hardcore pubblicato nel 1994 dall’olandese K.N.O.R. Records degli Human Resource (proprio quelli di “Dominator”). Le voci invece, in classico “vocalist style”, sono di Elena Marmugi alias Lady Helena e di Lukone, curioso personaggio che ai tempi affianca Filippo Carmeni nel progetto Z100. Invariato lo stile degli interventi vocali tra un brano e l’altro, come del resto il Disco Makina, introdotto dal “party people” preso da “Whoomp! (There It Is)” dei Tag Team. Le novità introdotte sono due: Pura Vida, la classifica dei cinque brani più forti, in onda ogni venerdì e presente anche sulla Pagellina (punto di riferimento per discografici e DJ) distribuita in tutti i negozi di dischi, e l’inserimento nel DeeJay Time di Molly 4 DeeJay Missione Segreta, rubrica che ogni giorno, alle 15:30, ospita un brano tratto dalla programmazione di Molly 4 DeeJay di cui vengono svelati (ma talvolta con qualche errore, forse intenzionale) autore, titolo, etichetta e versione. Questo perché Molly 4 DeeJay non diffonde alcuna informazione relativa alle musiche che propone, e ciò scatena nei fan più sfegatati una sorta di sfida nell’individuare titoli ed autori. Ad affiancare Molella in Molly 4 DeeJay Missione Segreta è DJ Giuseppe, che rende tutto meno serioso ed anche un pizzico demenziale (qui è possibile ascoltare una registrazione del novembre 1995).

Nei primi mesi si continua a battere il percorso tra musica makina, happy hardcore, rave techno/hard trance e sprazzi progressive con pezzi tipo “Stars” di Charly Lownoise & Mental Theo, “Are Am Eye?” di Commander Tom (suonato rigorosamente da metà stesura in poi), “Mystery” di Code-16, “Last Anthem” di Casio Brothers, “Recall” di Sandman, “Love Is In The Air” di Perplexer, “Close Your Eyes” di Mega ‘Lo Mania, “Anybody (Movin’ On)” di Masterboy (il Neon Rave Remix di Felix Gauder), “Deeper Love” di Bounce #9, “1-2-3-4 All The Ladies On The Floor” di No Sukkaz, “Hardcore Dreams” di Happy Ravers, “Moments Of Decision” di NIP Collective, “X-Beat” di Dr. Pravda, “My Gift To You” di Lello B., “After Hour” di Mr. Bruno Togni, “Oh Yeah” di Plutone Hands On Yello, “Upside Down” di Interrupt, “High On The Edge” di Housetrap, la natalizia “Jingle Bells” di Yello, “We Fly To Fairyland” di Rave Busterz, “Direct To Rave (Placid K Remix)” di Digital Boy, “You’re The One” di Hysterie, “Used & Abused (Amnesia Mix)” di Party Animals e “We Will Rock You” dell’inventato e mai esistito Q-Inno (in realtà autore del mash-up è un americano di origini italiane che abbiamo intervistato in Decadance Extra ricostruendo per intero l’incredibile storia del suo brano). Frammenti di “The Underworld” di Genaside, invece, vengono usati per uno dei jingle.

Come accaduto nella prima edizione, di tanto in tanto filtra qualcosa più house oriented, tipo “Weekend (Full Intention Remix)” di Todd Terry, “My Thang” di Bosstune, “I Got A Love” di B-Code, “Climbing On Top Of Love” di MBG Feat. Mata J e, in primavera, “Instant Replay (Three Different Grooves)” di Instant Replay, “Give Me More” di Pride 1, “Such A Feeling” di DJ Delicious, “Oh-La-La-La” di Justine Earp, “Funny Walker” di The Difference ed “Hyper-Ballad (The Stomp Mix)” di Björk, remixata dal compianto Mark Bell degli LFO, versione a quanto pare pubblicata solo su un ricercato doppio mix promozionale.

A novembre 1995 Molella dichiara in un’intervista: «Propongo musica dalle sonorità e ritmi nuovi e sperimentali, guardando con occhio attento e critico tutto quello che di nuovo avviene nel mondo e in particolare in Europa». I tempi sono propizi per la prima compilation, “Makina Compilation”, che esce proprio a novembre (su Do It Yourself, etichetta di cui è socio lo stesso Molella) e raccoglie, oltre a brani già citati, anche “Giallone Remix” di Gigi D’Agostino & Daniele Gas, una versione personalizzata di “X-Program” di Rexanthony, “Sikret” di Russoff ed un paio di mine Hardcore, “Jiiieehaaaa” degli olandesi Diss Reaction e “Bim Bum Bam” degli italiani Stunned Guys. Ad aprire la sequenza è “To Ton” de La Nonna, altro personaggio-tormentone del programma, mentre a caratterizzare la compilation è una lattina (vera!) inclusa nel package, un gadget-feticcio che tanti usano come portapenne.

Il numero dei fan inizia ad aumentare ma le selezioni musicali non si conformano subito alle regole commerciali: “Deep Obsession” di June Pirate & DJ Jordan, “The Theme” di Cosmo Kid, “Rotorman” di DJ Tim, “Acid Phase”, “Tone” ed “OUT OUT OUT OUT” di Emmanuel Top, “Fear Of Love” di Aida, “Slaves To The Rave” di Inferno Bros., “España Z” di Marco Zaffarano, “Overflow” di Code-18, “Bleep Blaster” di Rave Creator ed “Outward Journey” di Wayfarer sono solo alcuni dei brani che confermano la voglia di non seguire le solite esigenze radiofoniche. Pian piano però Molly 4 DeeJay (e in particolare il Disco Makina) finisce col diventare il contenitore di pezzi che, dopo qualche settimana, vengono “adottati” dal DeeJay Time e che quindi vedono aumentare esponenzialmente la propria popolarità. Di casi se ne possono citare davvero a iosa: da “La Campana” di DJ Dero a “Discoland” di Tiny Tot, da “Crisia” di U4EA (tra i pochi ad entrare due volte nella storia della DeeJay Parade, il 25 novembre 1995 e il 13 gennaio 1996, escluso temporaneamente per far spazio al natalizio “Christmas With The Yours” de Il Complesso Misterioso) ad “Eternally” dei Quadran (che partecipano alla festa di capodanno del DeeJay Time al PalaStampa di Torino), da “Son Of Wilmot” di Mighty Dub Katz a “Play This Song” di 2 Fabiola, sino a “Techno Cat” del compianto Tom Wilson, “The Master” di The Master (Disco Makina in autunno ma entra in DeeJay Parade solo il 17 febbraio 1996), “I Wanna Be A Hippy” di Technohead (suonato a 33 giri anziché 45), “Sky Plus” di Nylon Moon, “Can’t Stop Raving” dei Dune ed ancora “The Search” di Trancesetters, “Universal Love” di Natural Born Grooves, “The Truth” di Trinity, “Pleasure Voyage” di X-Form, “It’s Magic Away” di Confideance, “Noisemaker” di Dr. Kreator, “Love Is You” di Happymen, “Siren” di Sex Alarm, “Smoke” di Smoke, “Moon’s Waterfalls” di Roland Brant, “The Nighttrain” di Kadoc, “Progressiv Attack” di Code-20, “Profondo Rosso” di Flexter, “Metropolis (The Legend Of Babel)” di DJ Dado, “Music (Molella Remix)” di D&G e “Bakerloo Symphony” di R.A.F. by Picotto, che resta al vertice della DeeJay Parade per ben cinque settimane (dal 6 aprile al 4 maggio 1996). Insomma, i due programmi si parlano e si legano a doppio filo, come ricorda anche Tony H nell’intervista sopraccitata: «Partimmo dall’idea di suonare in radio brani solitamente relegati ai club intuendo che ciò potesse diventare un fenomeno di massa. E così fu. Dietro di noi si accodò infatti il DeeJay Time, che in quel periodo passò dalla più classica dance cantata a brani strumentali che spesso lanciavamo proprio noi in Molly 4 DeeJay».

Nel corso del 1996 le alte velocità della makina, dell’hard trance e dell’happy hardcore vengono progressivamente abbandonate (ultimi scampoli in primavera con “Mamy” di Polyphonic – con una citazione vocale di “Ça Plane Pour Moi” di Plastic Bertrand? -, “A Song To Be Sung” di Byte Beaters, “Lostsidon” di Lostsidon, “Diafragma” di Locoide, “Get Up (Z100 Remix)” di T.O.T.T., “Generation Of Love” di Catchy Tune, “Don’t Leave Me Alone” di Paul Elstak, “Work (Rob & Biz Mix)” di House Pimps, “Toy Town” di DJ Hixxy & MC Sharkey, “Spaceman” di Raveman, “Rebel Yell” ed “Our Happy Hardcore” di Scooter, “Your Smile” di Charly Lownoise & Mental Theo, “Equinoxe Party” di Rexanthony, “Back On Plastic (Tesox Remix)” di AWeX, “All Bitches (Commander Tom Remix)” di N-Son-X ed “Herz An Herz” di Blümchen) a vantaggio di brani dall’accesa presenza melodica, sicuramente più adatti alla programmazione radiofonica pomeridiana. Inoltre, a differenza della prima edizione, ora le produzioni made in Italy sono molte di più.

Non certamente a caso il 1996 viene ricordato come “l’anno della progressive”, ma in relazione a ciò è interessante riportare alla luce alcune considerazioni di addetti ai lavori, datate dicembre ’96. Christian Hornbostel dice: «Il termine “progressive” è già sprofondato nel caos, così come era avvenuto a suo tempo per l’omologo “underground”. Ora migliaia di DJ affermano di suonare progressive ed alcuni di loro si fanno addirittura la guerra per dimostrare al popolo italico di esserne gli assoluti inventori. Sono passati più di quattro anni da quando il vero fenomeno progressive (tutt’altra musica) faceva la sua comparsa nel Regno Unito, ma ecco che in Italia qualcuno ha pensato che il solo utilizzo del bassline bastasse a giustificare la creazione di una nuova corrente musicale chiamandola… indovinate un po’ come? Nessuno comprende l’italianissimo modo di definire progressive tracce che all’estero godono di ben altre definizioni! Non parliamo poi della confusione creata dalle compilation stampate in Italia che di progressive hanno solo il nome. Dobbiamo a denti stretti accettare che il significato di progressive sia un’amorfa terminologia creata per far vendere incoerenti compilation in un mercato discografico già agonizzante, per dar lustro a DJ che si vantano di suonarla (mixando Alexia con DJ Dado ed una traccia Attack) per far contenti alcuni proprietari di locali che nella stessa serata propongono con innocente orgoglio revival, underground, liscio, latino-americano e… progressive!». Non dissimile il parere del DJ Paolo Kighine: «Ultimamente la progressive ha preso i connotati da fenomeno di massa e per questo viene additata come commerciale. Ciò dovrebbe rappresentare un motivo in più per stimolare i miei colleghi ad offrire un prodotto di qualità elevata». Curioso constatare che ai tempi anche uno dei DJ considerati tra i capostipiti della progressive (e più precisamente della variante tutta italiana della mediterranean progressive), Mauro Picotto, abbia detto che «progressive non ha un significato musicale, è un termine abusato, come underground».

Insomma, nel 1996 la cassa dritta, il basso in levare e i ghirigori acidi della TB-303 della (italo) progressive nostrana sostituiscono gli elementi dell’italodance, dell’eurohouse e dell’eurodance di qualche anno prima, quella di Corona, Haddaway, Da Blitz, Cappella et similia per intenderci. Volendo fare un parallelismo, la “progressive” di ieri suona tanto come la “deep house” di oggi sbandierata dai webstore e firmata dai vari Robin Schulz, Klingande, Feder, Kygo, Disclosure, Clean Bandit ed altri simili. Si trattava di musica pop dance che mutava pelle e che, probabilmente complice l’exploit internazionale di “Children” di Robert Miles, prelevava ispirazioni e retaggi da correnti stilistiche vicine a techno e trance, importandone alcuni caratteri e ritrovandosi quindi con l’assomigliare a cose meno legate allo stereotipo della classica “musica dance da classifica radiofonica”. Da ciò si evince che il termine “commerciale” non equivale ad un preciso stile musicale, è piuttosto un segmento camaleontico che cambia i propri tratti somatici a seconda delle tendenze del momento. Tutto può diventare commerciale, a prescindere dallo stile di appartenenza, e la storia ci offre decine di esempi in tal senso. Commerciale è ciò che vende e che quindi piace al grande pubblico, lo sono diventati anche i Daft Punk seppur siano distanti galassie dallo stile di Ice MC, Double You o La Bouche.

A Molly 4 DeeJay va riconosciuto il merito di aver programmato musiche che su una emittente come Radio DeeJay non avrebbero mai trovato posto, soprattutto nelle ore pomeridiane. Certo, non era coraggioso e sufficientemente “di tendenza” come i programmi di Italia Network (Master Quick, 100% Rendimento, Mad House, Sensorama, Decoder, Extreme, Network Satellite, Labirinto, Hipnoparty) ma neanche da liquidare in toto, seppur negli ambienti più radicali venga considerato “volgare icona di musica pop carnevalescamente travestita da alternativa”. Probabilmente il giusto sta nel mezzo, visto che Molella faceva contento sia chi voleva andare in auto col finestrino abbassato, gomito in fuori e volume altissimo della radio, sia chi desiderava ascoltare cose diverse ed accrescere le proprie conoscenze in materia musicale europea, in un periodo in cui oltre alla carta stampata, negozi di dischi e alla radio non c’era altro. In relazione al ruolo della radio come mezzo divulgativo vale la pena ricordare che sempre nel 1996, proprio su Radio DeeJay, compare B-Side, il programma di Alessio Bertallot, altra “finestra” da cui si sbircia in stili non convenzionali come trip hop, jungle, drum n bass e dub, coi vari Sneaker Pimps, Massive Attack, Photek, Morcheeba, Ben Harper, Apollo 440 e Chemical Brothers.

Ma torniamo a Molella: la consacrazione del successo su larga scala avviene nella primavera del 1996 con l’uscita (il 20 maggio, senti gli spot qui) della “Molly 4 Dee Jay Compilation”, accompagnata da un nuovo gadget, l’occhiale progressivo. Dentro c’è praticamente tutto ciò che rende il programma musicalmente più accessibile ed osannato dal grande pubblico, da “L’Arcano Incantatore” di Prophecy a “Gigi’s Violin” di Gigi D’Agostino, da “Symphoniko” di Giacomo Orlando a “Steel” di Andrea Visconti, da “On The Road (From “Rain Man”)” di Eta Beta J. a “Sex” di Me.Da. e “See The Difference” dello stesso Molella (che appronta un paio di versioni “alternative”, la ‘Progressiva’ e la ‘Progressivmakina’, così come accade qualche mese prima ad “If You Wanna Party” con le ‘Underspeed Mixx’ e ‘Pura Vida Mixx’ e ad “XS” con la ‘Sogno Mix’). Riappare anche La Nonna con “La Nonna Progressiva”, e figura, a mo’ di intro allungato, “Prendi Questo Treno” di Lady Helena (qualcuno sostiene che lo slogan derivi, parzialmente, da un vecchio brano senza titolo del romano Lory D, apparso nel 1993 sulla sua Sounds Never Seen).

Per il resto la seconda edizione di Molly 4 DeeJay va avanti alternando progressive trance/house dal facile impatto, senza pretese e in alcuni casi fin troppo “cheesy” (“Human Instinct” di Human Instinct, “Come Together (Commander Tom Remix)” di Eskimos & Egypt, “Wham Bam” di Candy Girls, “Vox-O-Matic” di Anthony Prince, “Into Your Heart (Tall Paul Remix)” di 6 By Six, “Landslide” di Harmonix, “Pause” di DJ TV & Azidman, “Boing!” di DJ Quicksilver, “Lemon Tree” dei Garden Eden) a materiale prevalentemente prodotto in Italia (“Ipno Fly” di Mr. Bruno Togni, “Out Of Control” di Trance Orchestra, “Nephertity” di Alex Remark, “Last Train” di FS, “Hiroshima” di X-Form, “Jim Is Back” di K.S., “Piramids Of Giza” di Gravity One, “Nipiol 3” di Etoile, “Halleluja” di MP8, “Trance In Paradise” di The Lost, “La Creatura De La Luna” di In-Digo, “Vyger” di Z100, “Angels’ Symphony” di R.A.F. by Picotto & Gigi D’Agostino, “Progressivo Totale” di Key, “Walkin In The Rain” di M.B. Feat. Mike Hollomon, “Mistero” di Prophecy, “Ci Gira In Giro” di Lukone).

La terza edizione comincia il 9 settembre 1996: il sostanziale cambiamento riguarda l’orario della messa in onda, non più alle 4:35 ma alle 3:20, quindi all’interno del DeeJay Time. Quasi invariato il Disco Makina, ora declinato in due versioni, Alta Velocità e Bassa Velocità, in relazione ai BPM del brano. Il primo Disco Makina della terza edizione è ad Alta Velocità, “People Of The World” di Indris. Il rapporto tra Molly 4 DeeJay e il DeeJay Time si fa ancor più stretto, e per certi versi pare che Albertino avverta stanchezza nell’individuare le future hit, captate prima da Molella. Complice di questa situazione che rende Alba meno lungimirante rispetto agli anni passati è forse l’invasione di musica strumentale che lo speaker sente poco vicina ai propri gusti, peraltro non facendone mai mistero (anche in tempi recenti, come nell’intervista rilasciata a Damir Ivic per Soundwall a dicembre 2014, dove ammette che «era finita l’ondata dei successi commerciali, alla Corona per intenderci, ed iniziarono ad uscire cose molto più buie un po’ progressive che erano impossibili da trasmettere in radio»).

Innumerevoli anche in questa edizione i dischi che, dopo essere stati lanciati da Molella, finiscono nei programmi di Albertino: “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000, “Believer” di DJ Energy, “Ocean Whispers” di R.A.F. By Picotto, “Always Hardcore” di Body Lotion, “Hyperspace” di Roland Brant, “Girls In Love (Grungerman Remix)” di Andreas Dorau, “Dedicated” di Mario Più, “Give Yourself To Me” di Leon Klein, “Encore Une Fois” di Sash!, “Dream Universe” di C.M., “Soilent Green” di Dee Rex, “Belo Horizonti” di The Heartists, “Why Don’t You Dance With Me” di Future Breeze e “First Mission” di Ricky Le Roy. Tra gli altri che segnano questa stagione si segnalano “Where Is My F***ing Balloon” di DJ Balloon, “Blob” di Sinus, “Virus” di Gravity Of Force, “Everything Starts With An “E”” di E-Zee Possee (nel remix di Brainstorm), “La Musika!!!” di Urban Tribe Feat. Cristiano, “Continuum” di Subway Family, “Melodream” di Bakesky, “Extraordinary Experience (Molly N.R.G. Mix)” di Beverly’s Maniacs, “The Test” di Mauro Picotto, “The Nursery” di Terzo Millennio, “Goa – Head” di Scana, “Night Drum” di Visions, “Azul” di Azul Y Nygro, “Aesthetic X” di No Status, “Revenge (Molly Evolution Mix)” di DJ Dado, “This Is The Only Way” di Lovebeads, “Infinity ’97” di B-Projekt e “Tell Me On” di Double Head. Fanno capolino anche “Lucid Interval” di Lux-Trax, “Maid Of Orleans (Take My Hand)” di Suspicious, “Timebase” di Aquaplex, “In The Eyes Of The Devil” di P.A. Project, “Get Up!” di Etienne Picard e “La Vache” di Milk Incorporated. Immancabili i brani hardcore tra cui “Hootiemack” di Enfusia, “Jungle Sickness” di Miss Groovy, “The Beating Of My Heart (Live To Tell)” di Back 2 Bass e “Killing Me… Hardcore” di  Lucio Scarpa & Walter One. Hardcore pure il Disco Makina della settimana dal 2 al 6 dicembre, “Hardcore Bells” di D-Boy Bad Boys, il penultimo Disco Makina di Molly 4 DeeJay.

A partire dal 16 dicembre infatti inizia The Best Of Molly 4 DeeJay che in principio gli ascoltatori scambiano per un riempitivo nel classico break imposto dalle vacanze natalizie. Si tratta invece di una vera e propria fase conclusiva del tutto inaspettata, in cui passa in rassegna gran parte del materiale discografico che ha fatto la fortuna di Molly 4 DeeJay sin dalla prima edizione e che ovviamente lascia i fan con un grande punto interrogativo sui motivi che portano all’interruzione (anzi, alla “disattivazione”, come dice il jingle) di un programma di successo. L’ultima puntata va in onda martedì 31 dicembre 1996.

Sei mesi più tardi (giugno 1997) Molella viene intervistato su una rivista e spiega: «Dati gli impegni discografici ho meno tempo da dedicare alla radio ed allora ho deciso di interrompere Molly 4 DeeJay concentrandomi solo su Megamix Planet. Più in là spero di avere maggior tempo per proporre qualcosa di nuovo». Gli impegni discografici, effettivamente, ci sono, in primis la produzione di Gala che in quel periodo inanella una serie incredibile di successi su scala internazionale (nel 1998 l’album “Come Into My Life” vende oltre 6 milioni di copie), ma le ragioni che hanno portato alla chiusura di Molly 4 DeeJay si dice siano state altre.

Molella torna on-air il 9 febbraio 1998, sempre su Radio DeeJay: il programma si chiama Molly 4 Europe ed è una sorta di radar che, quotidianamente, intercetta le classifiche delle radio e televisioni musicali europee più importanti (la tedesca Viva TV, l’inglese Kiss FM, la spagnola Los 40 Principales, la francese Fun Radio TV e la belga Radio Contact). Lì passano con largo anticipo brani come “Alarma” di 666, “Up & Down” di Vengaboys, “Superstar” di Novy vs Eniac, “The Final” di Phil Fuldner, “Repeated Love” di A.T.G.O.C., “Keep On Dancing” di Perpetual Motion, “I Can’t Help Myself” di Lucid, “Ye-Ho-He” di NC Tribe, “Beatbox” di  Dial M For Moguai, “Secret” di Absolom oltre a pezzi meno noti in Italia, come “Tha Horns Of Jericho” di DJ Supreme, “Instant Moments” di R.O.O.S., “Funky Beats” di Groove Gangsters, “So Good” di Juliet Roberts, “Wet Like The Rain” di The Bronx, “Ayla Part II” di Ayla, “Australia” di Koala, “The Silmarillia” di Carlos e “Coloured City” di Laurent Garnier. Nonostante i buoni spunti, Molly 4 Europe è  incapace di reggere il confronto con Molly 4 DeeJay, “brand” riscoperto nel 2008 con la compilation “Molly 4 Deejay Today”. A settembre del 1997 però, nel palinsesto di Radio DeeJay appare “From Disco To Disco”, in onda il sabato notte dalle 2 alle 4: è il programma con cui Tony H mette a fuoco sonorità inconsuete per l’emittente fondata da Cecchetto offrendo (complici diverse analogie come il Disco Strobo e i messaggi lasciati in segreteria dagli ascoltatori che prendono il posto rispettivamente del Disco Makina e dei telephone jingle) un ipotetico proseguimento di Molly 4 DeeJay.
(Giosuè Impellizzeri)

* si ringraziano Luciano Congedo e Francesco Lupo per il loro prezioso contributo.

© Riproduzione riservata

Questa presentazione richiede JavaScript.

Mato Grosso – Thunder (Dance And Waves)

Mato Grosso - Thunder“Thunder” è il pezzo con cui nel 1991 il compianto Graziano ‘Tano’ Pegoraro, Marco Biondi e Claudio Tarantola modificano il nome del progetto Neverland, nato l’anno prima col brano “Mato Grosso” e remixato a New York da Musto & Bones. Motivo? Molti addetti ai lavori e il pubblico sono erroneamente convinti che titolo ed autore fossero invertiti. Così, archiviato Neverland, si riparte con Mato Grosso e con la voglia di avvicinarsi stilisticamente al mercato britannico mediante una miscellanea tra techno ed house che fa il verso a Shamen (peraltro citati nel remix di “Thunder” attraverso un sample preso da “Move Any Mountain”), KLF, Beatmasters e Bizarre Inc.

Racconta Claudio Tarantola: «Non c’è stato un gruppo o un brano specifico che abbia ispirato “Thunder” e gli altri pezzi dei Mato Grosso. Fondamentalmente c’erano un po’ tutti gli artisti del momento (e del “movimento”) che noi tre con ingordigia ascoltavamo. All’epoca avevo praticamente tutto degli Shamen (li adoravo mentre i KLF piacevano più a Tano), ma anche degli 808 State, Future Sound Of London, Orb, LFO, Massive Attack, Orbital, Steve Hillage ed altri. La cosa bella del nostro “trio” (finché ha funzionato l’alchimia) era proprio l’estrazione e le esperienze personali molto diverse. Tutti amanti (e divoratori) di buona musica ma con caratteristiche differenti e ben definite: Tano era un vero “animale da studio”, sempre con le mani sul mixer, alla ricerca del suono, dell’effetto, alla scoperta di qualcosa di (possibilmente) nuovo, ma anche con un grande gusto per la melodia ed una grossa esperienza nella produzione, avendo già firmato e realizzato molti successi della dance italiana degli anni Ottanta (Miko Mission, Silver Pozzoli, Taffy e Tracy Spencer, giusto per citarne alcuni, nda); Marco era il “necessario” disc jockey che portava la sua esperienza radiofonica e la conoscenza di migliaia di dischi e di generi ma anche la loro potenzialità, la fruibilità e, perché no, la commerciabilità. Io in questi campi avevo tutto da imparare, però portavo le mie conoscenze tecniche sugli strumenti, il conservatorio, gli studi classici, le serate con le band, i live, le tournée, insomma, il “mettere le mani” sugli strumenti, oltre al mio amore per il progressive rock. La prima cosa che ci ha accomunato è che tutti e tre adoravamo Genesis, Pink Floyd, Yes, Banco Del Mutuo Soccorso e Premiata Forneria Marconi. Sembrerà assurdo ma pur facendo house, dance et similia, forse ci siamo ispirati più ai grandi gruppi degli anni Settanta (molto immodestamente) che ad altri. In qualche brano siamo arrivati al punto di inserire campionamenti ben poco prevedibili, presi da brani storici dell’epoca progressive rock invece che del più consueto utilizzo di spezzoni funky, soul, r’n’b ecc.».

Mato Grosso

I Mato Grosso (da sinistra: Claudio Tarantola, Marco Biondi e Graziano Pegoraro) in una foto scattata presumibilmente tra 1991 e 1992 (su gentile concessione di Marco Biondi)

Sono quattro le versioni di “Thunder”, contrassegnate dai numeri romani: la I è senza dubbio la più immediata, tra un metti e togli di un paio di parti vocali, un riff di memoria new wave/synth pop, un arpeggio ed una serie di accordi, la III che lima le parti melodiche lasciando più spazio al ritmo e la IV che la prosegue nello stesso solco con qualche riverberazione di quegli elementi new wave/synth pop di cui si diceva prima, oltre a virtuosismi che rimandano a Sueño Latino (e quindi a Manuel Göttsching). Sono i 3 minuti e 15 secondi in modalità beatless della II però a rendere tutto più speciale, con un susseguirsi di linee di sintetizzatore tagliate da lead d’ispirazione ambient.

Prosegue Tarantola: «in tutte le nostre produzioni dell’epoca c’erano campionamenti, era quasi “obbligatorio” usarli ma più che altro era molto divertente. Il gioco era sovrapporre più sample teoricamente incompatibili o cercare di accoppiare quelli che, sulla carta, sembrava assurdo combinare, a volte con risultati sorprendenti. Molti non lo ammetteranno mai ma assicuro che anche la casualità, in studio, ha il suo peso, e non ci trovo nulla di male. A me è capitato, per esempio, di far suonare erroneamente una traccia che era stata scritta per un set di percussioni su un canale midi differente, sbagliato, e di ascoltare, con mia grande sorpresa, una sequenza armonico-melodica bellissima, che mai avrei scritto volutamente. Ed è successo in modo del tutto casuale! Nel mix di “Thunder” figuravano comunque pochi sample. La prima drum che appare era un campione di un brano degli U2, non tratto della discografia ufficiale ma che scovai nella colonna sonora di un film di Wim Wenders, “Until The End Of The World”. Poi ne sovrapponemmo un altro paio, ma di quelle non ricordo proprio la provenienza. La maggior parte dei sample, infatti, ci veniva suggerita (e procurata) da Marco, lui sicuramente saprebbe illustrare meglio. Ricordo che i vocal presenti in tutte le versioni del mix furono un lavoro di taglio e ricomposizione di frammenti provenienti da “Motherland” di Tribal House. Per il resto, gran lavoro di synth e di sequenze, e proprio di “Thunder” vado particolarmente orgoglioso (scusate l’immodestia) perché sviluppato su tante sequenze mie, a partire dal tema principale. Diverso è il discorso del remix, dove c’erano più sample a partire dal famoso “bang to the beat of the drum”, forse uno dei più usati (non solo da noi) in tutti gli anni Novanta, oltre ad una frase ritmica fatta da voci maschili che però non ricordo da dove arrivasse. Nel remix c’era anche il mio Tarantola Mix, fatto per gioco, una versione fintamente “classica”, come se fosse un brano sinfonico, anni dopo utilizzata per un po’ di tempo come sigla del TG Notte di Rai 1.

Claudio Tarantola

Claudio Tarantola nel B4 Studio, tra 1991 e 1992 (su gentile concessione di Marco Biondi)

Con “Thunder” iniziò a profilarsi l’impronta che avremmo mantenuto in tante altre nostre produzioni, cioè il massiccio uso di synth “grassi”, di “synthoni” come all’epoca li chiamavano in molti, e che è rimasto il nostro marchio d’identità. Negli anni abbiamo avuto, usato, preso, comprato, venduto, provato (e tanti altri verbi che possono venire in mente) praticamente di tutto. Avevamo strumenti “residenti” in studio ma poi si aggiungevano i nostri personali (soprattutto i miei) quando necessario, ma anche quando non lo era, magari solo per sperimentare. Eravamo nel ’91, come campionatori avevamo degli Akai, sia il vecchio S900 che i più recenti S3200, poi expander a profusione, dal Roland D-50 al Korg M1, dall’Oberheim Matrix 12 al Vintage Keys. Poi come tastiere, delle Kurzweil (io avevo una K1000, più avanti anche la K2000), il vecchio ma sempre “strong” Yamaha CS-15D (questo ce l’ho ancora!) e poi la bestia, il mio Elka Synthex, lo strumento più bello che abbia mai avuto e che ora (sigh!) purtroppo non possiedo più. Il synth coi suoni più belli, rotondi, pieni e “grassi” della storia.

Non saprei quantificare il tempo di realizzazione delle produzioni, perché non si lavorava su un progetto solo ma su più cose contemporaneamente, e devo dire che questo sistema era di grande stimolo e non di confusione come si potrebbe invece pensare. Spesso ci siamo accorti, a lavoro finito e a disco pubblicato, di aver utilizzato idee, schemi, cellule ritmiche o frasi in altri pezzi invece che in quelli per i quali erano stati pensati in origine. A tal proposito, andando a risentire un po’ dei nostri progetti dell’epoca per rinfrescarmi l’ascolto, ho trovato molte cose “incrociate” nei vari progetti paralleli che abbiamo realizzato, come Psycho Team e Price 2 Pounds ad esempio. Rispetto alla media, comunque, eravamo decisamente veloci. Quando una cosa ci piaceva era fatta, non ci arenavamo in dubbi e perplessità. La storia insegna che è inutile spaccarsi la testa per cercare di ottenere chissà che, non ci sono metodi, programmi o sistemi per ottenere risultati sicuri o successi. Non saprei dire però quante copie vendemmo, per avere notizie realistiche e credibili bisognerebbe interpellare il nostro discografico dell’epoca, Giovanni Natale. A memoria, credo che tra mix e remix raggiungemmo le 20.000 copie circa, che oggi farebbero rimanere primi in classifica per settimane ma ai tempi erano un buon risultato ma certamente non da guinness. Numeri a parte, siamo sempre stati molto soddisfatti ed orgogliosi di pubblicare anche un album a nome Mato Grosso, perché era abbastanza raro, per team specializzati in mix dance, house, techno, giungere a questo risultato. Insomma, non eravamo mica gli Shamen!»

Tano Pegoraro

Graziano Pegoraro all’opera nel suo B4 Studio a Gaggiano, presumibilmente tra 1991 e 1992 (foto gentilmente concessa da Marco Biondi)

“Thunder” è l’ultimo ad essere pubblicato sulla Dance And Waves: i Mato Grosso infatti da lì a breve peregrineranno sulla B4, sempre appartenente al gruppo bolognese Expanded Music ed omonima del gruppo messo su dagli stessi Pegoraro, Biondi e Tarantola per il brano “What I’m Feeling” del 1990. In seguito però la formazione si riduce ai soli Pegoraro e Biondi: «Non ci fu un motivo vero e proprio o una causa scatenante del mio abbandono. Purtroppo anche le cose più belle ed intriganti, dopo un po’, iniziano ad annoiarmi, avverto il bisogno costante di stimoli nuovi e quindi di cambiare. Nello stesso tempo io e Marco, pur senza litigare, avevamo sempre più frequentemente discussioni, soprattutto perché lui e Tano stavano un po’ cambiando direzione nel modo di gestire i progetti, e non condividevo del tutto queste scelte. Cominciavo a non crederci più fino in fondo tanto che nel mio archivio ho alcuni dischi che abbiamo realizzato insieme nei quali però non appaio perché non ho voluto firmarli. Non ero né convinto né soddisfatto. Iniziò quindi a diventare un problema riuscire a trovare punti d’incontro comuni, la conseguenza logica fu quella di lasciare il team, ma non abbiamo mai rotto completamente, infatti in seguito collaborammo ancora.

Marco Biondi e Graziano Pegoraro

Marco Biondi e Graziano Pegoraro nel B4 Studio, presumibilmente tra 1991 e 1992. Al muro alcuni dei successi di Pegoraro risalenti al decennio precedente (Taffy, Silver Pozzoli, Miko Mission). Foto gentilmente concessa da Marco Biondi

Un aneddoto che mi torna in mente risale al 1994, alla fine dei lavori di “Stonehenge”, realizzato insieme a Danilo Di Lorenzo (arrivato subito dopo di me). Tano aveva l’abitudine di chiamarmi per sentire il mio parere o per regalarmi qualche copia del disco. Quel brano mi piacque davvero e così, per gioco, feci una versione che ovviamente poi gli feci ascoltare. La chiamai Useless Mix, per ridere e sottolineare che fu fatta solo per divertimento. Lui rimase impressionato, confidandomi che se fosse arrivata un po’ prima l’avrebbe sicuramente inserita nel CD. Avevamo un rapporto speciale. Iniziai a lavorare con Tano nel 1988, quando non vivevo ancora a Milano ma in provincia di Pavia, dove sono nato. Cominciammo subito a pieno ritmo: tutte le mattine, domenica esclusa, alle dieci in punto eravamo pronti, appiccicati a mixer, monitor, computer e strumenti, fino alle sette/otto di sera, orario continuato, niente soste. Panini, caffè, sigarette, tutto sempre lì. Poi me ne tornavo a casa (la sua abitazione/studio era a Gaggiano) e il mattino dopo si ricominciava. All’inizio è stato un po’ un trauma, per chi è abituato a locali, serate, orari assurdi e molto elastici, è stato come piombare in una catena di montaggio, ma non considero buttata una sola ora di quel periodo perché ho imparato tutto quello che non sapevo sulla discografia, in tutti i sensi, da imbastire una sequenza a realizzare un disco intero, dai problemi prettamente amministrativi e gestionali fino alla stampa dei vinili (che bello quando andavamo a farceli pressare di persona!). Nel 1989 iniziammo a lavorare con Fabio Cozzi, un DJ di Legnano col quale cominciammo molti progetti che poi hanno avuto vite anche piuttosto lunghe. Non a caso, Neverland fu firmato pure da Fabio e da Marco (Biondi). Quando ampliammo il team il ritmo produttivo non cambiò, anzi subì un incremento. Ricordo settimane intere senza dormire (letteralmente) perché oltre a tutto questo io facevo serate, tournée e quant’altro. Mi ha fatto piacere ma nello stesso tempo mi ha molto emozionato riparlare di quel periodo, soprattutto ora che Tano non c’è più. Anche quando smettemmo di lavorare a stretto contatto e quotidianamente, mantenemmo un rapporto molto speciale, per me era una sorta di fratello maggiore, e pure quando passava molto tempo senza che ci vedessimo o sentissimo, al primo squillo di telefono sembrava fossero trascorsi appena cinque minuti dall’ultima chiacchierata. Tano è stato importantissimo per la mia esperienza, sia personale che professionale, ed ora ne sento molto la mancanza».

Su B4 i Mato Grosso pubblicano l’album (“2016”, che contiene anche “Jungle”, scandito da un vocal sample preso da “Get Hip To This!” di M-D-Emm Featuring Nasih) e tutti i successivi singoli, conoscendo la massima notorietà tra 1994 e 1995 con “Pyramid”, “Moai” e il citato “Stonehenge” anticipati da “Mistery”, il cui titolo preannunciava la tematica dedicata ai misteri architettonici del mondo. (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata