Daniel Wang – The Look Ma No Drum Machine EP (Balihu Records)

Daniel Wang - The Look Ma No Drum Machine EPEsistono dischi che al momento dell’uscita non destano particolari interessi ma che dopo qualche decennio possono ricoprire ruoli tutt’altro che marginali. È il caso dell’EP di Daniel Wang pubblicato nel 1993 e destinato ad una ristretta cerchia di DJ che trovarono intrigante riassaporare la disco, il funk e il cosiddetto philly sound in salsa house. Oggi è banalissimo parlare di disco house visto il ripetuto ed abbondante recupero di quelle sonorità e la creazione di un filone appositamente dedicato come la nu disco, ma 23 anni fa quell’extended play suonava come una voce fuori dal coro. A Wang va quindi riconosciuto il merito di essere stato uno dei primissimi ad intuire le possibilità creative che si celavano dietro il funk e la disco degli anni Settanta ed Ottanta che nei primi anni Novanta, con l’invasione della house e della techno, suonavano irrimediabilmente vecchie quanto superate.

L’autore nasce in California, trascorre l’infanzia a Taiwan (i suoi genitori sono cinesi), poi torna negli States per gli studi universitari. Nel 1993 a Chicago, dove fissa la sua dimora prima di trasferirsi a New York l’anno dopo, inventa la Balihu Records autofinanziando la prima produzione, un EP pieno di sorprese. «Ero totalmente ingenuo quando fondai la Balihu. La musica house e la dance elettronica più in generale erano già diventate un fenomeno incredibilmente commerciale, senz’anima e poco interessante per le mie orecchie, così pensai di realizzare un disco divertente contraddistinto da un atteggiamento ironico ma che al tempo stesso mostrasse una conoscenza approfondita della vecchia disco, al fine di distinguermi da tutto quello che era in circolazione e magari ottenere qualche ingaggio nei club come DJ» racconta oggi Wang. «A New York feci ascoltare un demo a Roger Sanchez che qualche tempo prima incise per la Strictly Rhythm “Luv Dancin'” come Underground Solution. Ai tempi lo ammiravo moltissimo ma la traccia che sottoposi alla sua attenzione era praticamente un collage di vecchi sample messo su un floppy disk del campionatore Akai, neanche registrato su DAT. Non ero un musicista e non avevo mai inciso nulla prima di quel momento, non sapevo davvero niente di quel mondo».

Dopo i primi fibrillanti anni la scena di Chicago si arena ed etichette cardine come D.J. International o Trax Records finiscono con l’essere soppiantate e presto dimenticate dalle realtà europee, anche a causa del diffuso malaffare. Come descrive DJ Pierre in una recente intervista «si creò una frattura con gli artisti che, non avendo più fiducia, cominciarono a rivolgersi altrove per pubblicare la propria musica». A Daniel Wang però non interessa il fattore imprenditoriale e getta le basi della Balihu Records proprio nella città del vento.

«Balihu è una parola che non ha un significato compiuto, è un termine burlesco che attinge dal vecchio idioma irlandese “ballyhoo” che indica una forte commozione o un senso di agitazione, tipo quello che si viene a creare dopo un incidente stradale. Ai tempi molte label di New York avevano nomi che rimarcavano la spiritualità ma volevo evitare di accodarmi ai luoghi comuni. Avere origini cinesi ed essere attratto dalle melodie europee era già qualcosa di atipico quindi optai per un “nonsense”, da perfetto nerd. Tengo inoltre a precisare che non era affatto mia intenzione creare un’etichetta, almeno non nei termini in cui viene definita una tipica casa discografica. Non esisteva nessun ufficio, nessun dipendente e soprattutto nessun budget. Ero semplicemente uno studente universitario con una carta di credito Visa, le grafiche del 12″ furono realizzate in totale economia con una banale macchina fotocopiatrice (sopra c’era anche un ironico messaggio che prima poneva tre quesiti per misurare le proprie conoscenze in materia e poi invitava a riconoscere i sample utilizzati per avere in regalo un viaggio a Parigi o il test pressing del disco seguente, nda). Avrei dovuto mandare il DAT in New Jersey via posta, dando le indicazioni alla stamperia attraverso il telefono e il fax, ma fui fortunato perché a New York incontrai Alexander Zayas che vendeva dischi per le strade della città nel baule della sua auto. Sapeva tutto su negozi e sui DJ e riuscì a far arrivare il mio primo EP a Tony Humphries che lo suonò nel suo programma su Kiss FM. Fu lui a rendere tutto possibile anche se il suo ufficio, la filiale americana della Dig It International italiana, non durò a lungo. La musica house era un business strano, spesso c’erano pochi contenuti e scarso talento artistico ma tanto hype e richiesta del mercato, un po’ come avviene oggi per l’EDM».

Nel 1995 Zayas pubblica il brano “We’ll Do What Ever We Want” che Wang firma come Bali Hu, ma solo in formato promozionale. «Quel pezzo fu un incidente di percorso. Credo di aver guadagnato appena trecento dollari per esso, fu appositamente pensato come un prodotto promo dell’etichetta, direi anche non particolarmente ispirato dal punto di vista creativo :)».

Ma torniamo al disco su Balihu: l’EP si apre con “Like Some Dream I Can’t Stop Dreaming” (presente in due versioni, la Break Mix e la No Break Mix), un sinuoso viaggio che risalta le curve del funk e dell’afro coi timbales a scandire il ritmo. Il vocal è tratto da “One For The Money” di Sleeque (1986) mentre il frammento ritmico da “Wake Up And Move “Funky”” di Eddy Rosemond (1979). “Warped” segue le traiettorie disco/soul ma rinforzandole con paratie proto acid. Questa volta all’interno si scova un ritaglio di chord preso da “You Don’t Know” di Serious Intention (1984) ed una più ampia porzione ritagliata da “Time Warp” di The Coach House Rhythm Section prodotta da Eddy Grant nel 1977. Seguono “Gotta Get Up”, ricolma di citazioni funk (con un fantastico assolo di clavinet) ma nel contempo house music oriented, e “Twitchy & Scratchy” che conclude con un’altra parata di sequenze disco inchiodate su un 4/4 con hi-hat rigorosamente in levare.

«Realizzai tutto con una drum machine Alesis SR-16, un campionatore Akai S950 ed una tastiera Korg 01/W con sequencer a 16 tracce attraverso cui innescai i vari sample raccolti da vecchi vinili house e disco che avevo comprato tra 1991 e 1993. Nient’altro. Per il mixaggio invece adoperai un mixer Mackie 1604 ma utilizzando appena tre o quattro canali, insomma, tutto in modo molto primitivo. Sono stupito dal grado di tecnologia raggiunto nel 2016, possiamo disporre di un’intera orchestra, di cinquanta sintetizzatori ed oltre cinquecento tracce nel nostro MacBook però al tempo stesso mi spiace che il 97% dei “produttori” odierni sia costituito da DJ che sanno davvero poco e niente sulla musica. Si limitano a fare copia-incolla su Ableton, realizzando bassline di due note che non cambiano mai per sette minuti. Di tanto in tanto silenziano la cassa per otto misure e poi di nuovo in loop. È davvero così assurdo e paradossale, rimango basito quando sento la maggior parte delle produzioni in circolazione anche se, ad onor del vero, avvertivo una sensazione simile già nel 1993».

Wang è altamente critico, sia nei confronti dell’operato altrui, sia con se stesso. «Non so di preciso quanto abbia venduto quel disco. Se ben ricordo la prima tiratura fu di appena 500/600 copie, poi venne ristampato un paio di volte per soddisfare le richieste del distributore ma credo abbia venduto molto meno di quel che la gente potrebbe immaginare oggi. In tutta franchezza non sono neanche molto orgoglioso di averlo fatto perché non era altro che un mucchio di campioni, tutto monofonico e piuttosto grezzo. A posteriori però riconosco in quei brani un autentico e genuino feeling do it yourself di matrice punk. Ora per me ora è impossibile recuperare quell’ingenuità».

“The Look Ma No Drum Machine EP” è uno dei primi dischi in cui house e disco vengono incastrate l’una nell’altra, rivelando un ibrido che sarebbe stato apprezzato dal grande pubblico soltanto nella seconda metà degli anni Novanta. «Ho sempre pensato che la distinzione tra house e disco fosse errata o comunque non così radicale. Viaggiano entrambe su ritmi in 4/4 esplorando possibilità stilistiche simili. Vedrei più come ibridi le combinazioni tra bossanova e disco, o tra valzer ed afro. La house degli anni Ottanta non fu altro che l’evoluzione della disco dei Settanta ottenuta con le batterie elettroniche giapponesi. Tutti i brani di Moroder, Cowley o Grant usciti a fine anni Settanta gettarono le basi per i ritmi meccanici del decennio successivo».

Probabilmente fu pure certa italo disco a rendere meno traumatico il passaggio dalla disco alla house. «Non sono un fan sfegatato dell’italo, al suono “cheap” degli Ottanta preferisco quelle produzioni italiane di tardi anni Settanta tipo Tantra di Celso Valli, anche se comunque dipende sempre dai brani. Anche in America circolava un sacco di disco music pacchiana e di poco valore, ma l’alto numero di produttori aumenta la possibilità di trovare pezzi ispirati come quelli di Klein & MBO o Gazebo».

La storia di Daniel Wang e della sua Balihu Records prosegue a passi felpati. Nel 1998 viene “arruolato” dalla Environ di Morgan Geist dei Metro Area che tre anni dopo pubblica il suo primo (e sinora unico) album, “Idealism”. L’artista approda pure su altre etichette più o meno note, come l’inglese Monkey Fruit, la tedesca Playhouse, la francese Basenotic Records e le americane OMW e Ghostly International, adoperando vari pseudonimi tra cui Morning Kids e Danny Ultra Omni. Pur essendo stato uno dei primi ad aver ricongiunto house e disco, Wang si rifiuta di cavalcare l’onda sia quando il fenomeno si intensifica e i media iniziano a chiamarlo nu funk (con Faze Action, Leo Young, Dimitri From Paris, Tutto Matto, I:Cube, DJ Gilb’R, Cricco Castelli, Alex Gopher o Motorbass), sia quando si commercializza definitivamente con Bob Sinclar, Daft Punk, Etienne De Crécy, Stardust, Phats & Small, Richard Grey, Cassius ed Alan Braxe.

Nel ’99 l’uscita di “This Is The Final Balihu Release” fa pensare che i giochi si siano chiusi ma nel 2002 ci ripensa utilizzando Balihu anche come piattaforma per la musica di altri artisti come Brennan Green, i Block 16, Ilya Santana e l’italiano Massimiliano Pagliara. Nel 2007 ristampa proprio “The Look Ma No Drum Machine EP” e nel 2009 l’olandese Rush Hour setaccia il catalogo per la compilation “The Best Of Balihu 1993-2008”. L’ultimo atto si consuma nel 2010 con “Mysterious Yellow Sound From Germania” che Wang firma con lo pseudonimo Oto Gelb.

«La missione di Balihu ormai è finita, adesso la mia vita attraversa una fase diversa. Vivo a Berlino, in una casa felice e con una storia sentimentale stabile accanto al mio fidanzato tedesco. Inoltre dispongo di strumenti più adeguati ed ovviamente molte più conoscenze. Ho aspettative più alte e complesse rispetto a quelle di un tempo e per questo motivo sono piuttosto discostante nella produzione discografica, ma chissà, forse tra 2016 e 2017 potrei tornare con qualcosa di interessante». (Giosuè Impellizzeri)

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Diego Leoni, dalla Baia Degli Angeli alla Media Records

Diego LeoniDi solito le interviste sul mondo della musica da discoteca riguardano DJ e produttori ma spesso dietro il successo degli artisti si cela il lavoro congiunto di più figure professionali che vengono ignorate dal grande pubblico perché non finiscono col proprio volto in copertina o nelle consolle dei locali. Diego Leoni è tra queste. Un manager che negli anni Settanta si occupa di una discoteca epocale per la scena nostrana, la Baia Degli Angeli, e che nel decennio successivo affianca Gianfranco Bortolotti nella Media Records. Il suo è un racconto appassionato, che non lesina sui particolari e che aiuta ad aggiungere altri tasselli per comprendere meglio come era organizzata la scena musicale italiana nel passato.


Quali brani ed artisti ascoltavi con più piacere da ragazzo?

Da adolescente ho vissuto i migliori anni della musica italiana, Battisti e Mina erano tra i miei preferiti, oltre naturalmente alle band Inglesi emergenti di quel periodo. L’approccio con la musica da discoteca avvenne solo in un secondo momento.

Come diventasti il direttore della Baia Degli Angeli?
Nel 1976 gestivo un piccolo locale di un amico che mi propose di acquistare, insieme a lui ed altri soci, la Baia Degli Angeli. Poi mi chiesero di assumermi l’onere della gestione ed io raccolsi l’invito con grande entusiasmo e, ahimè, spensieratezza.

Che tipo di locale era la Baia Degli Angeli? È vero che, così come scrive Stephen Titmus in questo articolo del dicembre 2013, era una sorta di Studio 54 italiano? Perché ancora oggi se ne parla in termini così lusinghieri?
Era sicuramente il locale più all’avanguardia che io conoscessi. Era bellissimo, ancora poco conosciuto ma dalle possibilità enormi, molto più grande dello Studio 54, con due piscine (una interna ed una esterna) e ben tre piste da ballo. La cabina del DJ con la consolle era posizionata dentro un ascensore di vetro perché avevamo una pista al piano terra ed una sul terrazzo al primo piano. Se ne parla ancora oggi perché è diventata un mito, frequentata da ragazzi che venivano da tutta l’Italia. Era interamente bianca, con lettini al posto delle poltrone, due sale interne oltre al mega terrazzo estivo. C’era persino un negozio, la boutique Happy Fashion nella quale vendevamo capi d’abbigliamento della ditta Ball, adesivi ed oggettistica varia del locale. Dalla precedente gestione tenemmo i disc jockey, Claudio ‘Mozart’ Rispoli e Daniele Baldelli. Fummo noi a portare per primi nelle discoteche italiane l’effetto laser, adoperato a mo’ di stella cometa, e le cubiste. La musica era all’avanguardia così come l’impianto luci. La clientela era giovanissima e molto aperta alle innovazioni che furono parecchie durante la mia gestione.

In quell’articolo di Titmus si racconta anche della tua disavventura che ti costò quindici giorni di carcere. A quanto pare la Baia Degli Angeli fu massacrata dai giornali che la dipinsero solo come luogo dove si consumavano stupefacenti.
Il nostro era l’unico locale che si riempiva ma venivamo da fuori ed eravamo politicamente inesperti, senza santi in paradiso. Gabicce Mare è una località turistica piena di alberghi, praticamente tutti (dal sindaco all’ultimo consigliere comunale) gestivano un hotel o una pensione, e noi davamo chiaramente fastidio. Il locale chiudeva alle tre del mattino e migliaia di ragazzi dopo quell’ora andavano a fare casino sulla spiaggia o attraversavano il paese disturbando i clienti di quegli hotel. Così iniziarono a farci la guerra con campagne denigratorie (ricordo articoli in grassetto in prima pagina, magari per uno spinello). Chiedemmo più volte una collaborazione sia col Comune che con le forze di polizia ma i “papaveri” volevano solo una cosa, la chiusura del locale. Infatti alla fine della terza stagione ci revocarono la licenza. La cosa sarebbe finita lì se nel frattempo un mio nuovo socio di Torino non mi avesse convinto a riaprire sotto forma di club privato. Fu proprio durante la prima serata di apertura come club privato che intervennero le forze dell’ordine imponendoci la chiusura del locale. Ovviamente, non potendo più operare in regime amministrativo, agirono penalmente. L’accusa non fu, come si pensa, quella di aver trovato droga nel locale ma che la gestione non avesse operato a sufficienza per evitare l’uso degli stupefacenti. La mia colpa fu quella di essere il titolare di licenza e l’unica persona penalmente perseguibile. Non mi è stata mai addossata nessuna accusa personale, i quindici giorni di detenzione furono necessari da un punto di vista tecnico, la condanna fu di due anni con concessione della condizionale. Non interessavo io ma la chiusura del locale e quella fu la loro unica possibilità. Se avessimo accettato la sospensione della licenza tutto il seguito non ci sarebbe mai stato.

Da quel 21 ottobre 1978, giorno in cui la Baia Degli Angeli chiude definitivamente i battenti, sono trascorsi quasi quarant’anni ma la situazione italiana dei club non sembra essere cambiata molto (vedi recente caso del Cocoricò, chiuso per ragioni analoghe). Cosa pensi in merito al clubbing nostrano? Necessiterebbe di regolamentazioni diverse?
La droga non esiste perché esistono i locali. Certo, all’epoca faceva scalpore il ragazzo che si fumava lo spinello o peggio che facesse uso di droghe pesanti, ma a Rimini girava molta più droga che alla Baia Degli Angeli, però culturalmente la autorità lì erano molto più aperte che a Pesaro. Rimane comunque un fatto al di là di tutte le argomentazioni. È più facile colpire un gestore di locali piuttosto che una scuola, una caserma, un ospedale o i grandi spacciatori. Molte delle nostre leggi sono da tempo obsolete, occorrerebbe cambiarle insieme alla mentalità di alcuni tra i nostri legiferatori.

Dalla Baia Degli Angeli alla Media Records: come e quando iniziò l’avventura al fianco di Gianfranco Bortolotti?
Alla Baia Degli Angeli veniva a trovarmi un grande imprenditore che aveva due locali nel bresciano. Quando seppe della chiusura mi offrì di lavorare per lui come direttore al Number One, e un anno dopo mi propose di aprire un nuovo locale, il Paradiso di San Polo. Lì conobbi Gianfranco, veniva a “testare” i suoi dischi.

Com’era lavorare in veste di manager discografico negli anni Novanta? Quali erano le mete che ci si prefissava di raggiungere? Come si lavorava (soprattutto con l’estero) quando internet non c’era ancora?
È stata un’avventura entusiasmante. In Italia avevamo ben pochi concorrenti e di produttori esecutivi al livello di Bortolotti non c’era nessuno. Gli obiettivi erano Inghilterra ed America. Sin dall’inizio Gianfranco volle dare un taglio internazionale alla struttura, interpellando cantanti madrelingua e producendo sound europeo. Credo di essere stato un buon venditore, sempre consapevole di viaggiare per il mondo con brani di grande spessore.

Tra le innumerevoli sublabel della Media Records c’era anche la Baia Degli Angeli, partita nel 1990 con “Sucker DJ” di Dimples D ma diventata nota soprattutto per “We Need Freedom” di Antico. Come nacque l’idea di riprendere il nome e il logo del club che avevi diretto oltre dieci anni prima?
Ai tempi avevamo circa dodici studi di registrazione ed ogni etichetta rappresentava un sound specifico. Proposi a Gianfranco l’uso di quel marchio che aveva già una sua popolarità. Lui inventò un sound adatto.

Il tuo nome figura nei crediti di molte produzioni discografiche, dai 49ers (“Don’t You Love Me” – riadattamento di “You Make Me Funky” di MC Magic Max pubblicata su Underground nel 1989 – , “I Need You”, “How Longer”, “Move Your Feet”, “Rockin’ My Body”, “Baby, I’m Yours”) a Club House (“Deep In My Heart”, “I’m Falling Too”), da Sharada House Gang (“Passion”, “It’s Gonna Be Alright”, “Real Love”) a Cappella (“Everybody”, “Move It Up”, “U & Me”, “Move On Baby”, “Tell Me The Way”, “I Need Your Love”) passando per Fargetta (“The Music Is Movin'”), Mars Plastic (“Find The Way”, “Wonderland”, “Model With Me”), Anticappella (“Move Your Body”, “Express Your Freedom”), Mario Più (“All I Need”, “Runaway”), Prezioso Feat. Marvin (“Tell Me Why”, “Let Me Stay”), Gigi D’Agostino (“Elisir”, “L’Amour Toujours”, “Another Way”) ma la lista potrebbe andare avanti a lungo. Di cosa ti occupavi precisamente?
Ero l’autore dei testi. Mia moglie è inglese e mi ha aiutato moltissimo: io pensavo alle “licenze poetiche” e lei correggeva gli errori grammaticali. Abbiamo trascorso diverse notti con le cuffie in testa a discutere sull’utilizzo di una parola anziché un’altra meno adatta. Bortolotti mi spiegò che le caratteristiche di un testo dance sono un riff orecchiabile, un ponte facile da canticchiare e le strofe con certe dinamiche. Sull’onda di tali indicazioni scrissi oltre 150 testi tra cui, fortunatamente, quasi tutti i migliori successi della Media Records.

Cosa ricordi con più piacere dell’avventura nella Media Records? Cosa vi rese così forti in ambito internazionale? Forse essere costantemente più avanti rispetto ai competitor? (a tal proposito mi torna in mente l’avveniristico stand “La Donna In Scatola” con le fibre ottiche presentato al Primo Salone della Musica di Torino ad ottobre 1996).
I ricordi piacevoli sono veramente innumerevoli. Ero nuovo dell’ambiente, non ero un musicista ed entrai in un mondo che mi era praticamente sconosciuto, ma fu una scoperta entusiasmante. Ricordo, forse per affetto, il primo contratto di una certa rilevanza che firmai con Gianfranco a Benidorm, in Spagna. La cifra era notevole per quel periodo, brindammo e ci augurammo un buon Natale. Fu un brindisi premonitore e fortunato visto che di Natali buoni ne abbiamo festeggiati davvero molti altri.

Da qualche tempo la Media Records è resuscitata: che pensi del ritorno in musica di Bortolotti?
Gianfranco vede avanti come pochi e per questo trova difficoltà nel reperire collaboratori di un certo livello, ma se vuole fa la differenza anche nel mondo digitale.

Torneresti ad affiancarlo come nella decadi trascorse?
No, in primis per ragioni anagrafiche ma anche perché non penso di potergli essergli utile come credo di esserlo stato in passato.

Restiamo proprio nel passato: c’è qualcosa di spiacevole, accaduto nella sfera discografica in quegli anni, che vorresti raccontare? Insomma, vuoi toglierti un sassolino dalla scarpa?
Non amo sputare nel piatto dove ho mangiato ma se ho un rimpianto è la fine del mio/nostro rapporto con Gigi D’Agostino. Una cocente delusione sia umana che artistica.

Chi stimavi particolarmente?
Su tutti Gianfranco Bortolotti perché mi ha insegnato molto della vita e mi auguro che anche lui serbi buoni ricordi di me. Poi Gigi D’Agostino per la sua unicità dei suoni.

Credi ci fossero sostanziali differenze tra scena italiana ed estera? Non intendo solo in termini creativi ma anche (e soprattutto) organizzativi e manageriali.
C’era un abisso, soprattutto nel settore manageriale. Le etichette italiane non si confrontavano, non c’era collaborazione ma solo invidia per il successo altrui. Insomma, non esisteva la volontà di guardare fuori dal proprio guscio. Bortolotti, da sempre contraddistinto da una mentalità europea e non italiana, spesso non veniva capito e persino ostacolato.

Perché ad un certo punto (nei primi anni Duemila) la discografia italiana legata alla dance è implosa? Incapacità di confrontarsi su una piazza infinitamente più ampia e complessa?
Nel caso della Media Records avvenne per l’ego artistico di alcuni nostri produttori che dopo un grande successo si consideravano dei padreterni non riconoscendo più il ruolo di leader a chi li aveva portati al successo. L’esempio più evidente riguarda Gigi D’Agostino che dopo il grande exploit ottenuto con “L’Amour Toujours” non volle più la supervisione di Bortolotti. I risultati si sono visti. Purtroppo è un fenomeno comune ed oggi ne paghiamo le conseguenze.

La democratizzazione tecnologica ha innescato la proliferazione incontrollata di presunti artisti ma anche di presunti manager discografici. Quali sono le qualità che dovrebbe avere oggi un buon manager che opera nel settore musicale?
La prima è quella di essere appunto un buon manager. Oggi il mercato è in mano ai DJ che sono tutto tranne che manager, ma hanno la presunzione di esserlo.

La mitizzazione/divinizzazione del DJ e la spettacolarizzazione della sua attività hanno favorito l’industria discografica oppure per certi versi ne stanno decretando il tramonto?
Prima hanno aiutato l’industria, ora la stanno affossando.

Serve ancora partecipare ad eventi tipo Winter Music Conference o Midem?
Può essere utile per consolidare i rapporti o per mantenere vive le amicizie ma non certo per far conoscere i propri prodotti.

Segui ancora la scena discografica e musicale? Credi ci sia ancora spazio per un exploit italiano come quello della piano house di fine anni Ottanta?
Non seguo molto la scena discografica ma come in tutte le cose ogni periodo porta qualità e difetti. Lo spazio c’è sicuramente, se accompagnato da un po’ di umiltà.

C’è qualcosa che ti sei pentito di aver (o di non aver) fatto? Una licenza scappata, un successo cestinato per sbaglio…
Per fortuna le licenze non licenziate o i successi cestinati per sbaglio non erano di mia competenza, quello era un peso che sosteneva in toto Bortolotti. Col senno di poi avrei potuto sicuramente siglare qualche contratto migliore.

Qual è il primo brano che ti viene in mente pensando agli anni trascorsi in Media Records?
“Bauhaus” di Cappella, perché fu il primo brano che vendemmo agli inglesi. A seguire “L’Amour Toujours” di Gigi D’Agostino perché è stato il nostro più grande successo.

Se potessi rivivere un anno tra il 1990 e il 1999 per quale opteresti?
Non saprei davvero scegliere, vorrei riviverli tutti.

(Giosuè Impellizzeri)

* si ringrazia Daniele Baldelli per aver fornito le foto della Baia Degli Angeli

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Bliss Team Featuring Jeffrey Jey – People Have The Power (Propio Records)

Bliss Team - People Have The PowerIl successo internazionale ottenuto dagli East Side Beat e dai Double You, rispettivamente con “Ride Like The Wind” nel 1991 e “Please Don’t Go” nel 1992, è il probabile motivo che nei primissimi anni Novanta spinge molti produttori dance italiani a cimentarsi nei rifacimenti di brani del passato. Così, tra 1992 e 1993, scoppia la “covermania”, un fenomeno naturalmente non circoscritto solo a tale biennio ma che in quell’arco temporale si fa sentire con particolare insistenza. Inizia proprio con una cover la carriera discografica dei Bliss Team, progetto torinese nato dalla collaborazione tra il DJ Roberto Molinaro e il cantante Gianfranco Randone alias Jeffrey Jey.

«Il nome Bliss Team nacque da un’idea di Alex Peroni, lo inventò per un brano di Stefano Secchi a cui avevo lavorato. Non conoscevo ancora Gianfranco ma lo provinai proprio io quando si presentò in studio. Era appena tornato in Italia da Manhattan e non parlava molto bene l’italiano. Quando sentii la sua voce ebbi un brivido, lo stesso che provo ancora oggi quando lo sento cantare» racconta oggi Roberto Molinaro. «Una serie di coincidenze ci fece optare per la cover della canzone di Patti Smith: la Propio Records aveva già in classifica un remake della Smith, “Because The Night” dei Co.Ro., e “People Have The Power” era destinato proprio a loro e doveva essere cantato da Taleesa. I Co.Ro. però rifiutarono il brano quindi lo facemmo cantare a Jeffrey» spiega ancora Molinaro.

«Sono trascorsi 23 anni ma ricordo tutto di quel disco. La lavorazione durò molto, Jeffrey cantò il provino di notte e il caso volle che non riuscì più a ricantarlo con la stessa espressione, quindi optammo proprio per la registrazione del provino. A casa ho ancora il campionatore coi sample vocali e credo che quell’Emax II abbia contribuito in modo determinante alla realizzazione di “People Have The Power”. Per fare il taglio di voci all’inizio della stesura impiegammo circa otto giorni. In quel periodo era in atto una vera rivoluzione nel panorama discografico italiano e molte etichette che arrivavano dagli anni Ottanta non avevano ancora ben chiaro cosa stesse accadendo. La Time Records era appena (ri)nata e la Propio, legata a Radio 105, aveva un profilo internazionale grazie ai Co.Ro. citati prima. Per noi Propio fu una grande vetrina, ci garantì subito una solida credibilità oltre al supporto radiofonico. Fu proprio 105 a lanciare il disco che in appena due settimane conquistò il primo posto della classifica di vendita. Non potevamo chiedere di più. Ad aiutarci furono anche le presenze in compilation di successo come “Discomania Mix” o “Danceteria” con cui sbarcammo nelle autoradio di tutta Italia».

“People Have The Power” viene pubblicato anche all’estero: la stampa belga annovera il remix di Vito Lucente (il futuro Junior Jack) mentre quella spagnola include sul lato b un’altra cover, “Living On A Prayer” dei Bon Jovi, edita anche in Italia in occasione dell’uscita dei remix. Nel frattempo la Propio tenta di bissare l’exploit di “Because The Night” e “People Have The Power” con altri rifacimenti, “A Brighter Day” di Stefano Secchi, remake di “Una Storia Importante” di Eros Ramazzotti, e nel 1994 “Somebody To Love” di Baffa, cover dell’omonimo dei Jefferson Airplane. Nonostante il forte antagonismo tra Radio 105 e Radio DeeJay, i Bliss Team riescono ad entrare nelle grazie di Albertino contrariamente a quanto invece accade a “Because The Night”, che comunque vanta oltre 660.000 copie vendute nel mondo. «La rivalità correva più tra Jovanotti e Stefano Secchi ma Albertino passò il brano nel DeeJay Time perché gli piaceva, al punto da farlo entrare pure nella DeeJay Parade. Noi però eravamo molto giovani per capire le dinamiche di quei tempi» prosegue Molinaro.

Come avviene per la maggior parte degli autori e band pop dance, il successo discografico dei Bliss Team è altalenante. Il secondo momento dorato risale al 1995 quando esce “You Make Me Cry”, caratterizzato da un intro orchestrale e rilevato nel territorio tedesco da una multinazionale, la RCA. «Vivevo quelle esperienze da DJ, la mia priorità è sempre stata mettere i dischi. Dopo “People Have The Power” avemmo un forte calo (“Go!” del 1994, in joint venture tra Propio ed Inprogress, passa quasi inosservato, anche se quell’anno i Bliss Team remixano “Come Mai” degli 883 e “Freak” di Samuele Bersani, nda) ma tornammo in classifica con “You Make Me Cry”. Però devo ammettere che il numero di serate, soprattutto all’estero, rimase costante anche durante quella fase di transizione non fortunata. Io comunque non amavo tutti quei concerti, spesso salivo sul palco con una tastiera senza neanche il cavo di alimentazione (come qui e qui, nda). Con l’uscita del remix di “You Make Me Cry” decisi quindi di lasciare il tour dei Bliss Team e tornare nei club. Un musicista prese il mio posto sino alla conclusione della tournée mentre io iniziai a lavorare all’Ultimo Impero con Gigi D’Agostino, con cui già collaboravo in ambito discografico (nei progetti Blasfemia e Satellite)».

Molinaro resta comunque nel team di produzione dei Bliss Team che incidono altri cinque singoli ma con successo singhiozzante. Il sipario viene tirato nel 1998 con la cover di “With Or Without You” degli U2. «Grazie agli introiti ottenuti coi Bliss Team riuscimmo a rinnovare gli studi, assumere risorse umane (tra cui l’amico d’infanzia Maurizio Lobina) e ed aprire l’Inprogress Records dove fiorirono, tra gli altri, i Da Blitz col neoarrivato Gabry Ponte. Della Bliss Corporation ricordo ogni singolo nato al suo interno, era un posto fantastico dove vigeva un solo obiettivo, creare musica. Mi porto dietro un solo rimpianto, non essere riuscito a salvarla» conclude Molinaro.

Circa un anno dopo la fine dei Bliss Team l’etichetta torinese di Massimo Gabutti e Luciano Zucchet, che prende il nome proprio dal duo di “People Have The Power”, torna alla carica con gli Eiffel 65 (i citati Ponte, Lobina e lo stesso Randone), tra gli ultimi exploit mondiali per la pop dance italiana. (Giosuè Impellizzeri)

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T-Move Experience – Running In Real Time (Tuscania Movement)

T-Move Experience - Running In Real TimeA fine 1995, tra una montagna di eurobeat (comunque in calo nei gusti musicali italiani) e l’avvento della progressive, le attenzioni del mercato dance si spostano anche su brani cantati con arrangiamento house che riescono a far breccia nelle classifiche mainstream. Tra questi spunta, inizialmente in sordina, “Running In Real Time” dei T-Move Experience, progetto toscano formato da Paolino Bova e Stefano Marinari coadiuvati dalla vocalist Jody Moore ovvero Stefania Di Stefano, conosciuta in seguito come More e i suoi successi da solista e le collaborazioni con Mario Più sulle etichette della Media Records.

È lo stesso Bova (produttore di tanti altri brani tra cui “Dancing In The Night” di Connie Nice, su Dig It International nel 1995) a raccontare qualche retroscena del progetto: «Dopo il primo volume di “Tuscania Movement”, realizzato nel 1993 insieme ai Fathers Of Sound (Fulvio Perniola e Gianni Bini) e pubblicato sulla Informal di Andrea Gemolotto, Leo Mas e Fabrice, pensai di creare, un anno dopo, la mia etichetta con lo stesso nome. T-Move Experience fu il progetto principale e nacque grazie alle collaborazioni ed alle idee dei tanti artisti e DJ che frequentavano il mio negozio di dischi, il Dee Jay Doc a Pontedera. Avevo lo studio al piano superiore e un giorno con Stefano Marinari e Maurizio Tognarelli lavorammo alla cover di un brano dei Passport del 1985 a cui ero molto affezionato. Il mix uscì il due edizioni differenti e in totale si contavano ben tredici versioni tra cui quella di Alex Neri.

Ad entrare in classifica nella primavera/estate del 1996 fu comunque la Club Vocal, contenuta nella limited edition che inizialmente stampammo in appena 500 copie, poi 1000 ed infine arrivammo addirittura a 40.000. Una grande soddisfazione rafforzata dal milione di copie raggiunto grazie alle varie compilation in cui fu inserito e da varie apparizioni televisive tra cui quella su Rai 2 nel programma Mio Capitano, dove io e il mio socio fummo letteralmente ‘sbattuti’ sul palco senza nessun preavviso.

Il singolo seguente, “My Baby, My”, cover dell’omonimo di Sue Ann, era già pronto nel periodo di massimo successo di “Running In Real Time” e ci fu quindi un ricambio praticamente perfetto a livello di tempistica discografica e radiofonica. Era un classico follow-up. In quel periodo si concretizzò anche la collaborazione con la Media Records per i brani del nostro catalogo. Grande merito va dato ovviamente a Jody Moore che conoscemmo in negozio visto che Mario Più, noto DJ e suo compagno nella vita, lo frequentava quotidianamente». (Luca Giampetruzzi)

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