Jaydee – Plastic Dreams (R&S Records)

Jaydee - Plastic DreamsL’olandese Robin Albers alias Jaydee è diventato uno dei simboli della dance degli anni Novanta grazie a “Plastic Dreams”, partito dai club e finito nelle classifiche di vendita e radiofoniche. Per la serie “tutto può diventare commerciale”, la hit in questione confluisce in quella schiera di brani che sono riusciti a raccogliere successo in ambito generalista pur senza ricorrere agli elementi usuali del pop, come accade, tra gli altri, a “The House Of God” di DHS, “20 Hz” di Capricorn, “Don’t Laugh” di Winx, “Novelty Waves” di Biosphere, “Seven Days And One Week” di B.B.E., “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool e “Kernkraft 400” di Zombie Nation. Non è una canzone, non esiste un ritornello da canticchiare o fischiettare. È più vicino al concetto di traccia, di quelle che i DJ ai tempi usano per galvanizzare il proprio pubblico nei locali più “trendy”. In Italia la chiamavano “underground”, probabilmente sull’onda della UMM (Underground Music Movement) che spingeva molti brani di questo tipo. Col suo carico di ipnotismo marchiato da un organo hammond e virtuosismi jazzy, “Plastic Dreams” conquista davvero tutti.

Il passato di Albers intreccia sport e musica: nella nazionale olandese di baseball e campione di wrestling, ascolta jazz, rock e classica sin da quando è piccolissimo. «Mio padre invitava a casa altri appassionati di musica come lui per ascoltare dischi e discuterne insieme. Fui colpito molto da quelle “riunioni” domestiche. Il resto lo fecero mia mamma, scomparsa nel 2011, i programmi del leggendario Ferry Maat che portarono il soul e il funk sulle frequenze radiofoniche nazionali olandesi, e i brani di Quincy Jones, Roberta Flack, Judy Cheeks, Donny Hathaway, Teddy Pendergrass, Earth, Wind & Fire, Led Zeppelin, Deep Purple, Santana, James Brown, Prince ed Howard Jones» rivela oggi Albers.

«Realizzai “Plastic Dreams” durante una calda notte d’agosto del 1992, dopo aver fumato uno spinello sul balcone di casa pensando alla vita e a quanto dolore provocano gli esseri umani. Il batterista che mi raggiunse in studio poco dopo mi trovò in uno stato di trance mentre creavo il brano. Iniziai a suonarlo in una discoteca olandese chiamata Goldfinger, proponendolo ogni domenica per otto settimane consecutive, testandone di volta in volta piccole variazioni nella stesura e nel mixaggio. Dopo due mesi giunsi alla versione definitiva ed iniziai a cercare un’etichetta interessata ma nessuno lo capì ad eccezione della scena gay che invece mostrò di adorarlo durante le serate in discoteca. Non finirò mai di ringraziare la comunità omosessuale che mi supportò sin dal primo momento».

“Plastic Dreams” raggiunge il successo quando viene pubblicato dalla belga R&S, l’etichetta-icona nata dalle ceneri della Milos Music e fondata da Renaat Vandepapeliere e sua moglie Sabine Maes, che ha contribuito in modo significativo allo sviluppo della techno ed house di quel periodo. «Visto che non si fece avanti nessuno, stampai poche copie in formato white label attraverso la mia piccola etichetta, la First Impression. Per qualche tempo non accadde nulla. Poi un giorno Renaat era in macchina in compagnia del noto DJ Frank De Wulf ed insieme ascoltarono la compilation su CD “Natural Elements 2” in cui c’era anche “Plastic Dreams”. Rimasero fortemente colpiti ed iniziarono a domandarsi chi fosse il fantomatico Jaydee. Vi lascio immaginare l’emozione e la contentezza quando Vandepapeliere mi propose di stampare il brano su R&S. Finalmente qualcuno credeva nella mia idea. Nel frattempo quelle copie white label divennero rare ed ambite e i DJ iniziarono a contendersele nei negozi di dischi specializzati. Io stesso non ne conservo neanche una. Il resto è storia: “Plastic Dreams”, che ha venduto quasi due milioni di copie, mi diede l’opportunità di esibirmi nei locali di tutto il mondo. Fui il primo DJ olandese a suonare in Russia».

Il successo di proporzioni colossali fa della R&S non più solo un’etichetta di culto per il mondo dei club, e ciò avviene anche grazie ai risultati ottenuti con DHS, Second Phase, Human Resource, Outlander, Capricorn e, un paio di anni dopo, Biosphere. Sul disco sono incisi altri due brani: “Single Minded People”, dallo spirito più techno, con vigorose partiture percussive ad incorniciare il sample vocale preso dall’omonimo di Nicolette uscito nel 1990, e “Try To Find The Rhythm”, dove si ritrovano echi trance, beat techno, cunei house ed un bassline che un po’ ricorda quello di “Problèmes D’Amour” di Alexander Robotnick. Un bel puzzle che ai tempi doveva essere piuttosto difficile inquadrare in un genere preciso.

Il successo di “Plastic Dreams” coinvolge presto anche l’Italia dove viene licenziato attraverso la Downtown, etichetta della bresciana Time. «Ricordo molto bene l’Italia, feci un tour dal nord al sud con così tante date da riuscire a parlare piuttosto bene l’italiano. In particolare rammento le serate nel meridione dove ho trascorso esperienze indimenticabili, conoscendo nuovi amici e mangiando la bistecca più buona del mondo. Mi innamorai persino di una bellissima ragazza italiana con cui trascorsi momenti stupendi. Mi invitarono come special guest anche in un party a Roma ma fu una pessima esperienza visto che l’organizzatore non mi pagò e fui costretto a scucire di tasca mia il denaro per l’hotel, per il taxi e per il volo di ritorno. Dopo quell’esperienza l’Italia era solo un posto da evitare, e ad oggi il debito di 100.000 euro non è stato ancora saldato».

Come spesso accade per i classici, anche “Plastic Dreams” viene sottoposto a numerosi “trattamenti di lifting”, sin dal 1995. A metterci le mani, tra i tanti, David Morales, Pascal F.E.O.S. e l’italiano Andrea Doria. «Credo sia piuttosto complesso remixare “Plastic Dreams”. Ho chiesto all’amico Armin van Buuren di provare a realizzare una sua versione ma mi ha risposto che è meglio lasciarla così, senza alterare nulla, perché nessuno potrà mai superare la magia dell’originale. Tra i tanti remix usciti in oltre venti anni ho apprezzato quello di Andrea Doria, molto energico anche se nel complesso poteva essere migliorato. Altri invece mi hanno completamente deluso».

Il follow-up di “Plastic Dreams” arriva nel 1994 e si intitola “Music Is So Special” ma il successo non viene replicato. «Non è semplice “doppiare” un inno del genere. La magia degli anthem è unica. Magici, del resto, furono anche gli anni Novanta, di cui ricordo la libertà, le poche preoccupazioni, il suonare continuamente in diverse nazioni, incontrare ogni tipo di persona e godersi la vita al massimo. Ho avuto la fortuna di assistere alla nascita di una nuova rivoluzione musicale con la house, e mi sento fiero di aver preso parte alla sua storia. La house non morirà mai».

Per Albers gli anni novanta scorrono felici, tra molte produzioni firmate anche con vari pseudonimi (come Chemistry, Karnak e Graylock) e il prestigio infinito che deriva da “Plastic Dreams”. Torna al successo nel 1997 quando inventa, insieme a Dieter Kranenburg e Michel Rozenbroek, il progetto The Sunclub che si fa sentire anche da noi con “Fiesta De Los Tamborileros”. (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

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