Torsten Stenzel, un creativo senza confini

torsten-stenzelTedesco, classe ’71, Torsten Stenzel è tra i compositori e produttori più prolifici degli anni Novanta. Lo spiccato eclettismo gli consente di toccare, anche contemporaneamente, più sfumature della dance elettronica passando dall’hard trance alla techno, dall’hardcore/gabber alla house: diventa praticamente impossibile tenere a mente tutti gli pseudonimi adoperati per siglare la sua musica, da solo o in sinergia con altri. Una collaborazione andata avanti per diversi anni è quella nata col DJ Ralph Armand Beck meglio noto come Taucher. Insieme realizzano decine di brani e quintali di remix, sparsi tra scena pop e club, tra cui “God Is A DJ” dei Faithless, “Lost In Love” di Legend B, “X-Santo” di DJ Jan, “Ayla” di Ayla, “Dream Universe” di C.M. e “Wave” del progetto nostrano Sosa. In termini di visibilità il picco lo tocca nella seconda metà degli anni Novanta quando produce i successi di DJ Sakin & Friends, in un periodo in cui la trance si impone pure nelle chart di vendita aiutata dalla definitiva popolarizzazione di eventi come Love Parade, MayDay e Street Parade. Alla costante ricerca di nuove ispirazioni, Stenzel sposta la base operativa ad Ibiza e crea York col fratello Jörg imponendosi in tutta Europa a cavallo del nuovo millennio col brano “On The Beach”. Infaticabile e senza barriere stilistiche, continua senza sosta a reinventarsi attraverso inaspettate collaborazioni che lo conducono a nuove cooperazioni con artisti pop tra cui Jennifer Paige ed All Saints. Nel 2007 lascia Ibiza, nel frattempo “diventata troppo affollata e costosa”, per trasferirsi ad Antigua dove prosegue l’attività arricchitasi ulteriormente con nuove collaborazioni con altri compositori tra cui, su tutti, Mike Oldfield.

Come entri in contatto con la musica elettronica?
Fui influenzato in modo determinante dai Kraftwerk, ma mi piacevano pure band come i Front 242 che combinavano suoni “techno” e parti vocali. Quando scoprii i Pink Floyd però mi sembrò di essere davvero in paradiso: il modo in cui suonavano le chitarre e i sintetizzatori Moog cambiarono radicalmente la mia percezione per la musica.

Come avviene invece la trasformazione da ascoltatore a compositore?
Cominciai a studiare pianoforte all’età di cinque anni e, nei momenti di svago, già strimpellavo brani di mia invenzione. Il processo creativo iniziò davvero presto. Per il quattordicesimo compleanno ebbi in regalo il primo sintetizzatore e in breve capii che avevo bisogno di altri strumenti da abbinare ad esso per dare forma ai suoni che giravano continuamente nella mia mente. Il resto è storia.

Chi ti aiutò ad entrare nel music biz?
La scena tedesca era incredibile perché tutto ciò che apparteneva alla musica elettronica era assolutamente nuovo ed inedito. Nei primi anni Novanta inoltre Francoforte, insieme a Berlino ovviamente, fu uno dei fulcri più creativi della Germania. Il compianto Torsten Fenslau e Talla 2XLC conobbero una forte popolarità insieme alle loro rispettive etichette. Torsten era proiettato nella trance mentre Talla mostrava influenze più EBM, ma entrambi riuscirono a contaminarsi con uno spirito pop. Da non dimenticare neanche la Logic Records e il team della Harthouse capitanato da Sven Väth. Io iniziai senza affidarmi ad alcun management e per questo motivo ho preso più di qualche fregatura nei primi tempi. Nel 1995 finalmente incontrai Thomas Scherer, un manager ma anche un amico, che mi introdusse alla Sony Music riuscendo a farmi ottenere il primo contratto con la major con una produzione di Taucher. Oggi Thomas è vice presidente della BMG a Los Angeles.

Perché su “Contrast” di Recall IV, con cui debuttasti, il tuo nome nei crediti venne confinato ad un ruolo tecnico?
Questa è una delle tante fregature a cui facevo prima riferimento. Programmai interamente tutte le sequenze ma i produttori mi accreditarono solo come colui che aveva mixato il brano. Il “mixed by” prese il posto del “written and produced” insomma. Purtroppo anche questo fa parte del business discografico. Vi assicuro che è un settore pieno di impostori.

A dicembre del 1993, dopo aver ricoperto ruolo di A&R per la Crash Records, fondi la Liquid Rec.: quali motivi ti spinsero a creare una tua etichetta?
La Liquid Rec. nacque perché desideravo essere autonomo e non volevo più chiedere a nessuno di poter fare qualcosa. Divenne una buona piattaforma per molti DJ ma tenerla a galla richiedeva tantissimo lavoro, anche perché produrre vinili costava parecchio. È rimasta in attività sino al 1999, anno in cui il nostro distributore (la MMS, nda) chiuse battenti decretando la fine di altre centinaia di etichette indipendenti.

Come reclutavi nuovi artisti, come Miss Yetty, per la Liquid Rec.?
Solitamente ricevevo demo per posta, nei primi anni su cassetta, poi su DAT e CD.

Credo che una delle tue prime hit fu “Nana” di N.U.K.E., progetto nato in coppia con Zied Jouini, licenziato in Italia nel 1992 e remixato per l’occasione da Digital Boy, nome molto popolare in quel periodo. Come ricordi oggi quel brano?
Fu senza dubbio il mio primo successo che ci garantì una serie di date anche in Italia, tra Rimini ed altre città che non ricordo più. “Nana” (con un vocal sample tratto da “O Si Nene” di Nicolette, ripreso nello stesso periodo dagli olandesi L.A. Style per “I’m Raving”, nda) fu una hit europea, infatti ci esibimmo in molti altri Paesi come Olanda e Belgio. Fu una bellissima esperienza e mi ritrovai a passare dall’attività in studio alle consolle delle discoteche. Ho incontrato Zied giusto un paio di settimane fa, siamo ancora ottimi amici. Ricordo con piacere anche Luca (Digital Boy).

Conoscevi già la scena musicale italiana prima del successo ottenuto con N.U.K.E.?
Certo, ascoltavo l’italo disco negli anni Ottanta, come credo chiunque abbia cominciato a produrre elettronica in quel periodo. Ricordo anche alcune canzoni di Eros Ramazzotti. Ritengo che l’Italia abbia ricoperto un ruolo importante nella fase nascente di techno e trance, con ottime etichette e produttori. Altrettanto accadde successivamente, ad esempio con Mauro Picotto che tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila dominò la scena con le sue produzioni.

Accanto alla Liquid Rec. creasti la Planet Love Records, attiva dal 1992 al 1998 e recentemente riportata in vita dalla Armada Music. Con quel marchio lanciasti Taucher, col quale poi hai fatto coppia fissa.
Incontrai Taucher per la prima volta nel 1993, attraverso un amico comune, il citato Jouini. Era un tipo abbastanza strambo, assiduo frequentatore dei party al Music Hall di Francoforte, con la passione per la produzione discografica portata avanti con un altro DJ, Koma. Iniziai a produrre i loro dischi sulla Crash Records. Ai tempi vivevo in un piccolo paesino in mezzo alle montagne, a circa 25 chilometri da Francoforte. Avevo allestito lo studio nella casa dei miei genitori e quando Taucher e Koma vennero per la prima volta a trovarmi fu davvero buffo. Koma possedeva una Mercedes 500 AMG, completamente customizzata e con ogni tipo di optional montato sopra. Un’auto del genere chiaramente non poteva passare inosservata e così tutti in paese iniziarono a chiedersi se stessi frequentando gente equivoca, legata al mondo della droga e della prostituzione, ambienti in cui quel tipo di auto era particolarmente diffusa. Pure Taucher era un tipo abbastanza sui generis, quando aveva qualche idea iniziava improvvisamente a gridare chiedendo di metterla in pratica. All’inizio non fu facile ma una volta abituatomi al suo temperamento scoprii che lavorare con lui era tremendamente divertente. Per questo motivo abbiamo prodotto tanta musica insieme.

I primi anni Novanta furono quelli che diedero i natali alla musica trance. Che impressione ti fece quel genere nuovo?
La trance era techno dotata di anima. Quando la scoprii mi fu subito chiaro che era quello che intendevo produrre.

Chi citeresti dovendo indicare uno dei primi brani trance?
Direi che tra i primissimi c’è “The Age Of Love” degli Age Of Love, del 1990.

Un’altra gemma tratta dalla tua discografia è “Oasis” di Paragliders, pubblicata nel 1995 dalla Superstition.
Collaboravo con Oliver Lieb già da un paio di anni. Lo incontrai nel palazzo della Logic Records dove c’era anche il suo studio. Aveva tonnellate di sintetizzatori, molti di più rispetto ai miei. Per “Oasis” usammo una TR-909 collegata ad un synth Ensoniq. Ci lavorammo per una settimana e vendemmo circa 7000 copie di dischi.

Come mai da lì a breve lasciasti Paragliders nelle mani del solo Lieb?
Ero particolarmente impegnato con altri progetti ed Oliver iniziò ad abbandonare la trance, così decidemmo di separarci.

Durante gli anni Novanta però eri particolarmente eclettico, tanto da passare dalla hardcore / gabber di “Multicriminal City” di Frankfurt Terror Corp. alle atmosfere più morbide e rilassate di “Maid Of Orleans (Take My Hand)” di Suspicious. Come riuscivi a bilanciare gusti diametralmente opposti?
Mi è sempre piaciuto dedicarmi a stili musicali differenti. Mi annoia fare sempre la stessa cosa e per tale ragione ho sempre cercato di esplorare molti generi dell’elettronica. Con la finlandese Tarja Turunen, ad esempio, ho scritto canzoni di rock sinfonico producendo l’album “My Winter Storm” che nel 2007 ha venduto tantissimo in Germania e in Russia. Per tornare agli esempi da te citati, negli anni Novanta hardcore e gabber conobbero un’esplosione straordinaria, e per un certo periodo mi piacque produrre quelli stili. Era puro divertimento ma abbandonai quando capii che musicalmente erano filoni molto limitati e che non prevedevano grandi possibilità evolutive.

Hai mai ricevuto pressioni da etichette a produrre un certo stile piuttosto che un altro?
Certamente, è capitato con molte etichette, soprattutto le major, però ho fatto quasi sempre solo ciò che mi piaceva, indipendentemente da quello che i manager mi dicevano di fare. Un esempio? La Sony Music rifiutò “Protect Your Mind” di DJ Sakin & Friends, che quindi pubblicai su Planet Love Records. A dispetto del loro responso divenne uno dei dischi trance più venduti in tutto il mondo.

Negli anni più fortunati di Sakin & Friends, tra 1997 e 1999 per intenderci, la trance stava diventando solo un modo per rendere la techno più “accessibile” per il pubblico generalista?
La nostra trance era dettata da ciò che sentivamo di fare, senza alcuna malizia o strategia commerciale. Il progetto Sakin & Friends rappresentava esattamente ciò che ci piaceva in quel momento e che ci faceva provare la pelle d’oca. Quando testammo per la prima volta “Protect Your Mind” in discoteca il feedback del pubblico fu memorabile, non credevo ai miei occhi. La produzione di Sakin era più melodica rispetto a quella di Taucher che poteva risultare più hard ma preservando sempre l’anima trance. Ogni artista con cui ho lavorato nel corso degli anni aveva un suo “mondo”, una nicchia di riferimento, ma non c’è stata mai una competizione o invidia tra loro.

Qual è il bestseller della tua discografia?
Senza dubbio il citato “Protect Your Mind” di Sakin & Friends, che vendette circa 800.000 copie.

Nel 1997, insieme a tuo fratello Jörg, dai vita al progetto York, diventato popolarissimo due anni più tardi con “On The Beach”, scandita da un sample tratto dall’omonimo di Chris Rea del 1986.
Quando ero ragazzino “On The Beach” era uno dei miei brani preferiti di Chris Rea. Avevo i suoi album, fondamentalmente ero un fan. Così, molti anni più tardi, immaginai quella canzone tradotta in una nuova versione ed iniziammo a lavorarci su. Registrammo l’assolo di chitarra nel mio studio (risuonandolo e non campionandolo come qualcuno potrebbe immaginare) ed ottenemmo la prima versione. Poi fu licenziato alla Sony Music e alla Manifesto che commissionarono nuovi remix tra cui quello realizzato in Italia dai CRW (Mauro Picotto ed Andrea Remondini, nda) negli studi della Media Records e che conquistò il Regno Unito. In Germania invece a funzionare di più fu la versione house, soprattutto nelle radio. Complessivamente fu un grande successo che vendette oltre 300.000 copie.

Hai mai sentito parlare della controversia sorta ai tempi tra la Media Records e la F.M.A. in relazione al remix di “On The Beach”?
No.

Nel 1999 ti trasferisci ad Ibiza: perché abbandoni la Germania?
Climaticamente la Germania è troppo fredda ed io invece vorrei vivere in acqua. Ibiza mi sembrò la scelta più adeguata: tonnellate di DJ, party e clima mite.

Sia stili musicali che mercato discografico sono radicalmente mutati rispetto agli anni Novanta. Credi che nel nuovo millennio potremo vantare nuove “pietre miliari” come in passato oppure la creatività si sta inesorabilmente livellando verso il basso?
Ad essere sincero negli ultimi anni non ho ascoltato nulla che non avessi già sentito prima. Per coniare un “nuovo” stile sembra sia sufficiente usare un paio di suoni moderni, modificare il beat e dare al risultato un nome diverso. Quel che avviene ora è setacciare il passato alla ricerca di elementi da “incastrare” nelle nuove stesure realizzate con strumenti contemporanei.

Recentemente è uscito “Traveller”, il quarto album di York. Come lo descriveresti?
Si tratta di un album ispirato da un’isola. Tutto è stato realizzato e registrato ad Antigua, nell’arcipelago delle Piccole Antille. Si tratta di un viaggio, stilisticamente legato al chillout, alla deep house ed alla trance, ma non mancano neanche influenze importate dal posto, come il reggae. Lo abbiamo intitolato “Traveller” proprio perché ascoltandolo l’ascoltatore può viaggiare attraverso differenti sfumature sonore.

Cosa pensi della trance contemporanea?
Ci sono buone produzioni che fondono elementi del passato a beat moderni, ma sostanzialmente la maggior parte di esse suonano troppo uguali l’una all’altra.

Come sarà la dance elettronica dei prossimi anni?
Non ne ho proprio idea.

Qual è il brano della tua discografia che preferisci?
“The Awakening” di York, del 1997: credo sia stata la prima traccia trance ad incorporare il suono di una chitarra reale. Successivamente ATB e molti altri la copiarono o ne rimasero ispirati. Come ho detto prima, a me piace esplorare nuove combinazioni sonore ed il miglior complimento che si possa ricevere è diventare motivo di ispirazione per gli altri.

Se dovessi scegliere invece i tre brani degli anni Novanta più rappresentativi?
“Café Del Mar” di Energy 52 (1993), per l’incredibile sequenza di ritmo e melodia, “Insomnia” dei Faithless (1995), uno dei più grandi anthem di tutti i tempi, ed “Offshore” di Chicane (1996), perché segnò l’avvio della progressive trance, il mio genere preferito ancora oggi.

(Giosuè Impellizzeri)

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Albertino Featuring David Syon – Your Love Is Crazy (X-Energy Records)

albertino-your-love-is-crazyPer il DeeJay Time, in onda sulla radio di Claudio Cecchetto già da diversi anni, il 1991 è importante: “viene ridotto alla sola fascia condotta da Albertino e da questo momento il programma si specializza in musica da discoteca” (da Wikipedia). Non esiste ancora tutto quel fortunato mondo cartoonesco che si svilupperà nelle annate seguenti e che garantirà ascolti record all’emittente di Via Massena, ed Albertino, come tantissimi DJ dei tempi, bazzica gli studi di registrazione partecipando, prevalentemente in veste di supervisore, a qualche produzione discografica. La sua voce è già finita su 12″ l’anno prima grazie a “Paradise Express” di Good Bye FBI, poi cura con Molella due versioni di “Carico, Carico, Carico!” dei Do It!, figura in un paio di pezzi dei The End (“You Drive Me Wild”, “Extasy Express”), e co-produce “4 Peace 4 Unity” del rapper Space 1, “Hi Steppin'” di Jam Crew Featuring Cuba Rock e “Let Me Feel Your Rhythm” di Valerie Still sulla romana X-Energy Records.

È proprio quest’ultima a pubblicarlo come artista solista con “Your Love Is Crazy”, in coppia con David Sion (Syon sulla copertina), attivo sin dagli anni Ottanta quando condivide il progetto Radio Movie con Elvio Moratto. «Facevo già da molto tempo il chitarrista e il corista per artisti come Ron, Mike Francis, Marco Ferradini, Goran Kuzminac, Gino D’Eliso, Angelo Baiguera e molti altri. Poi conobbi Moratto con cui formai i Radio Movie, prodotti da Giancarlo Meo che all’epoca era editore di Claudio Simonetti. Accanto a noi c’era pure una corista, Luisa Montanaro. Insomma, eravamo una piccola famiglia» racconta oggi Sion. E continua: «non riuscendo ad emergere coi Radio Movie, decidemmo di dividerci: Elvio tentò come solista (nelle vesti di Afroside, nda), io invece creai un team di produzione con Sergio Portaluri e Fulvio Zafret».

Concretizzando la sinergia prima coi singoli di Green Olives, ancora legati ai suoni della dance degli anni Ottanta, e poi con “Rusty Acid” di Rusty del 1988, un balzo deciso nella house degli smile gialli, Sion e soci iniziano ad avventurarsi lungo il sentiero della musica per le discoteche. «Nelle varie produzioni di quel periodo scoprimmo che avevo un magico falsetto e da lì nacque un nuovo progetto, Green Olives esploso in Giappone. Finimmo persino nella lista dei “best new talent” ai Dance Music Awards insieme a Pet Shop Boys, Jimmy Somerville, Kylie Minogue ed altri idoli del pop. In mezzo a tutto ciò continuai a stringere collaborazioni con Jovanotti, Sabrina Salerno e Shannon e in studio vennero a trovarci persino artisti del calibro di Todd Terry e Malcolm McLaren».

Nel 1991 quindi la X-Energy Records di Dario Raimondi ed Alvaro Ugolini pubblica il singolo di debutto di Albertino, scritto e cantato da Sion e prodotto da Portaluri e Zafret nel Palace Recording Studio di Andrea Gemolotto, ad Udine. La copertina, realizzata da Massimo Capozzi, mostra ovviamente un microfono, oggetto distintivo per il DJ/speaker in questione. La main version, la Bueno Mix, riaggancia l’italo house in quegli anni esportata con successo in tutto il mondo (Stati Uniti compresi) grazie alle smash hit di Black Box, FPI Project o 49ers. “Your Love Is Crazy” mostra inoltre qualche punto in comune con un altro grande successo made in Italy di quel periodo, “Found Love” dei Double Dee Feat. Dany, tra pianate “spaghetti house” ed inserti funk. «L’Italia introdusse il piano house stomp style che faceva saltare in discoteca e che in breve divenne una caratteristica peculiare nel mondo. Da lì a breve decollò anche la visione italiana della techno. Noi comunque, già appagati dal successo di Green Olives, buttammo giù le idee per un brano nuovo. Improvvisammo un po’ scambiando l’inciso con la strofa quasi per gioco e ci accorgemmo che suonava benissimo, così mantenemmo tale modifica. Proprio in quel periodo la X-Energy mi fece conoscere Alberto che voleva a tutti i costi quel pezzo per promuoverlo in radio. Andò piuttosto bene, credo vendette intorno alle 40.000 copie e fu inserito in svariate compilation, ma la vera sorpresa fu ritrovarlo nella colonna sonora del film Vacanze Di Natale ’91, con Christian De Sica, Massimo Boldi, Alberto Sordi, Ezio Greggio, Nino Frassica, Ornella Muti e tanti altri». Il disco viene poi licenziato all’estero, in Spagna, Olanda, Francia, Germania e persino nella lontana Australia, e remixato in varie versioni tra cui la Hot Stomp.

Albertino e Molella

Albertino in una foto scattata tra 1991 e 1992. Insieme a lui, in consolle, c’è Molella.

Il follow-up esce nel 1992, si intitola “Burn It Out” ma viene firmato dal solo Sion. Albertino lo si ritrova nei crediti come autore della Club Mix registrata al Village Studio di Miki Chieregato. «Con Albertino non andò avanti semplicemente per motivi di tempo: ci perdemmo di vista a causa dei vari impegni che ognuno di noi aveva». Il DJ radiofonico infatti, dopo qualche altro disco (Control Unit, Lost Tribe Of The Lost Minds Of The Lost Valley, N50, Nervosound, Too Creative, Bambini, Friends, Felice Caccamo) ed alcuni remix (Do It!, Naughty By Nature, Anticappella, Ricardo Da Force, Antico, Interactive, Off) abbandona quasi del tutto l’attività discografica dedicandosi alle compilation, prima le “Hardcore Compilation” e poi le più note e fortunate “DeeJay Parade” ed “Alba”. Tornerà alla produzione, ma in modo saltuario e discontinuo, anni dopo: nel 1999 con “Una Mattina (One Morning)” di S.K. e “Tarantella” di Ce Ce Lee, nel 2000 con “Super” in coppia con Gigi D’Agostino (che vende circa 20.000 copie), nel 2002 con “You Are Not Alone” di Wakkos (cover dell’omonimo di Michael Jackson), nel 2013 con “Wonderland”, nel 2015 in tandem con Federico Scavo prima per un remix di “Stone Fox Chase” degli Area Code 615 e poi coinvolgendo gli Outhere Brothers in “Banga”, e nel 2016 sia per il remix di “Someone Who Needs Me” di Bob Sinclar, realizzato con l’amico Fargetta, sia per un paio di remake di classici anni Novanta (Tony Di Bart ed Alexia) firmati coi compagni d’avventura del DBM (Dipartimento Bella Musica).

Del tutto diversa invece la situazione per il team di Sion, Portaluri e Zafret: i De Point si celano dietro parecchi dischi di successo, su tutti quelli prodotti per la star dell’electro/hip hop statunitense Afrika Bambaataa, come “Just Get Up And Dance”, “Feeling Irie”“Pupunanny” e “Feel The Vibe”. «Bambaataa era in tour in Europa e un’altra etichetta con cui lavoravamo, l’Expanded Music di Bologna, cercava un pezzo per lui. Avevo un provino che faceva al caso suo e che poi divenne “Just Get Up And Dance”. Scrissi quel testo sulle strofe che molti DJ stranieri hanno successivamente sfruttato per le loro versioni. Bambaataa era davvero una mina vagante e cercava ovunque nuove collaborazioni. Credo che oggi sia tornato a fare il DJ».

“Light My Fire” del 1993 (nella veste di featuring per X-Periment) e il poco fortunato “Satisfy” del 1994 sono gli ultimi brani che Sion destina alla X-Energy. Gran parte delle produzioni successive, tra cui F & F, insieme al compianto Fabio Frittelli, frontman del progetto Mo-Do, sono legate alle etichette del gruppo Expanded Music. «A distanza di anni ammetto che ci sono produzioni che avrei voluto realizzare meglio, ma comunque ho ricevuto tante soddisfazioni a scrivere testi. Nella vita non è importante fare musica solo per i soldi ma essere creativi e sentirsi realizzati spiritualmente, magari sapendo di essere riusciti a trasmettere emozioni a qualcuno». Per Sion gli anni Novanta si concludono col featuring per “How Deep Is Your Love” di East Town, nel 1999 sulla Ocean Trax di Gianni Bini e Paolo Martini. Torna a farsi sentire nel 2014 con “Waiting For The Heaven” insieme agli olandesi ShamBok sulla ritrovata Italian Records curata da Ricky Persi. «È stata una bella esperienza, gli ShamBok sono molto bravi. Mi diverto ancora a scrivere testi e comporre. Ora sto concentrando le forze su MoonBeat, un nuovo progetto condiviso con Chris Stern ed altri collaboratori come Lorenzo Gavinelli ed Alessandro Sartore. Sentirete presto parlare di noi». (Giosuè Impellizzeri)

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