Daniele Gas & Davide Calì – Cose Meravigliose (Subway Records)

Daniele Gas & Davide Calì - Cose MeraviglioseLa Subway Records ricopre un ruolo ben definito nell’immenso scenario marchiato (italo) progressive, sviluppatosi tra 1993 e 1997 circa. Nata tra le mura della milanese Discomagic e guidata da Claudio Diva, è tra quelle che genera la variante definita “dream” che funziona particolarmente tra Toscana, Piemonte e Liguria, e trasforma brani Lello B., Daniele Gas e Gigi D’Agostino in veri e propri classici intramontabili per gli appassionati. Ad approdare su Subway, nel 1995, è anche Davide Calì, in attività già da qualche anno e particolarmente attratto dai suoni della techno.

«Il mio primo disco fu “Xabrax” di D.G. Sound Project, realizzato in collaborazione con Alex Neri e Marco Baroni dei Planet Funk. Uscì nel 1992 su Oversky Records e proprio da quel mix partì tutto. Ad Alex piacque molto il demo inciso su cassetta e mi disse che l’avremmo finito insieme nel loro studio. Portai con me i miei strumenti e con la loro collaborazione realizzammo quell’EP di tre tracce a cui seguì “That Is All” di Software, pubblicata dalla S.O.B. (Sound Of The Bomb) del gruppo Dig It International a cui invece sottoposi un DAT». A raccontare è Calì, particolarmente attivo con vari pseudonimi. Alla Subway arriva con “Blue Dav”, in chiave dream, a cui segue “Cose Meravigliose”, realizzato a quattro mani con Daniele Gas, già reduce da una fortunata collaborazione con Gigi D’Agostino di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui.

Lello B.,Gigi D'Agostino,Mik Generale, Maurizio De Stefani,Sergio Datta e Daniele Gas

Il gruppo di DJ/produttori piemontesi tra i principali istigatori del movimento progressive: da sinistra in senso orario Lello B., Gigi D’Agostino, Miki Generale, Maurizio De Stefani, Sergio Datta e Daniele Gas (foto scattata presumibilmente nel 1994)  

«Incontrai Daniele in Discomagic dove entrambi portavamo le tracce alla mitica Subway. Claudio Diva ascoltava i brani e decideva se pubblicarli o meno. Ci piacevano reciprocamente le nostre produzioni e così decidemmo di provare a collaborare. Lo invitai nel mio studio e dopo un po’ di tempo mi chiamò. Aveva il weekend libero, era il momento giusto per concretizzare l’idea. Usammo strumenti analogici tirando dentro in più occasioni anche il pianoforte (che suonavo personalmente), soprattutto per “04 – 09 – 95 Sunset (Intro)”. Era il sound adatto alla Subway Records, tra ritmi da ballare e suoni che cullavano la mente, come violini e canti di uccelli in sottofondo registrati nelle campagne di Castelnuovo Magra. Realizzammo tutto in circa cinque giorni e nelle pause delle session andavamo verso il mare per raccogliere nuove ispirazioni. Non ricordo quante copie vendette il mix ma lo passarono parecchie radio, persino in Rai. La data che divenne il titolo del brano indicava il giorno in cui terminammo i lavori. Tra i credit c’era anche una piccola poesia che scrissi insieme a Daniele».

Ai quattro minuti e mezzo dell’intro segue “Cose Meravigliose “Theme””, diviso in due sezioni: la prima luminosa e ricca di melodie sognanti ottenute con archi che anticipa lo stile sviluppato dal 1996 da Gas e Michele Generale nel progetto Nylon Moon, la seconda più scura, infilata in mezzo a suoni increspati, quasi acidi, nettamente in contrasto coi precedenti. Seguono “Beautiful Silence (Blue Dav)” e “Green Light (Domina Dawn)”, aderenti alla progressive trance tipica di casa Subway. «Purtroppo dopo quella esperienza io e Daniele ci perdemmo di vista, anche se a me piaceva moltissimo collaborare con altri in studio, mescolare le idee voleva dire aumentare la creatività. In quegli anni infatti ho realizzato brani con molti colleghi tra cui Alessandro Tognetti, Fabio Kinky, Gianni Parrini e Francesco Zappalà, giusto per citarne alcuni».

Calì, come detto prima, si rivela particolarmente prolifico ed incide molta musica per altrettante etichette. Alla Subway destina altri 12″ tra cui “Acid Benz”, che strizza l’occhio allo stile di Emmanuel Top su Attack Records, mentre su In Lite, Whole Records (del gruppo Media Records) e Metrotraxx convergono cose dal taglio più progressive trance. «La Subway Records era la mia label di riferimento per le tracce un po’ più “facili” mentre la Mammut del gruppo Dancework, su cui uscivo prevalentemente come Karma, pubblicava i miei album (in formato doppio mix) o singoli dai suoni maggiormente ricercati. Comunque, al di là dei generi, considero ogni brano come un figlio, ogni pezzo ha una sua storia e fa parte di me».

Air Kraft Vision

Gli Air Kraft Vision nel 2000: da sinistra Davide Calì, Roberto Bonini e Francesco Passantino

Tra la fine degli anni Novanta e i primissimi Duemila Calì figura, con Francesco Passantino e Roberto “Robo” Bonini, nella formazione degli Air Kraft Vision che stuzzicano il pubblico con un curioso abbinamento tra strumenti hardware, solitamente relegati allo studio ed ora portati nelle consolle delle discoteche, ed una serie di oggettistica “casalinga” come tazzine da caffè, pentole, cucchiai e persino un asse da stiro. «L’idea di base era proprio traghettare drum machine e sintetizzatori nel contesto live delle discoteche, creando musica dal vivo e mixandola in diretta, senza ricorrere a pre-registrazioni. Poi, con l’aiuto di Francesco Zappalà a cui piacque molto il progetto, cominciammo a fare parecchie date in locali/eventi importanti come Insomnia, Imperiale e The West. Dopo qualche tempo tutto si interruppe e io fui il primo ad abbandonare il gruppo ma mi riservo di svelare la ragione».

Gli Air Kraft Vision vengono parzialmente rimpiazzati dagli SpostaMenti (Passantino, Calì e Zappalà) che si esibiscono live in occasione del Distorsonie 2003, a Bologna, figurando in una line-up che annovera anche Andrea Benedetti, Lory D, DJ Stingray e Derrick May. Negli anni a seguire Calì prosegue senza soste la carriera, fondando prima Equilibria Records nel 2006 e poi la Reiz Musik (nel 2009) e la Animus (nel 2014) attraverso le quali esplora, sia da solo che attraverso altri artisti, techno, tech house, minimal ed ambient. (Giosuè Impellizzeri)

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Gli anni Novanta di Carl Fanini: un periodo indimenticabile

Carl FaniniNato a New York dove trascorre la sua infanzia influenzata dalla musica black e soul, Carl Fanini si trasferisce in Italia quando ha dodici anni. Nel 1991 entra a far parte della Media Records e in breve conosce il successo grazie al singolo “Ride Like The Wind” che lancia gli East Side Beat sulla piazza internazionale, vendendo oltre un milione di copie e raggiungendo la prima posizione delle classifiche in Francia e Regno Unito. L’anno seguente, dopo una veloce comparsata come autore in Base Of Dreams, Gianfranco Bortolotti lo coinvolge in un altro marchio consolidato della sua etichetta, Club House: dal 1992 al 1996 Fanini interpreta singoli come “Take Your Time”, “Light My Fire”, “Living In The Sunshine”, “Nowhere Land”, “You And I”, “All By Myself” ed “Endless Love” e fornisce allo studio project un’immagine stabile nel periodo di massimo splendore della musica eurodance. Il successo è travolgente, sia in Italia che all’estero, con apparizioni in tv e tour internazionali. All’esperienza in Media Records segue quella con la DJ Movement con cui Fanini torna protagonista grazie a “Disco Fever”, insieme al team dei Music Mind, che in Italia vende oltre 15.000 copie nel 1997. Seguono molte altre collaborazioni con svariati artisti (come Fargetta, Mauro Picotto, Alex Gaudino, Nari & Milani, Provenzano) che garantiscono al cantante un costante apporto di nuove energie ed ispirazioni.

Raccontaci qualcosa sui tuoi esordi.
Risalgono all’adolescenza quando, all’età di quindici anni, con vari gruppi locali di genere soul e r&b, riuscii ad ottenere consensi grazie alla mia pronuncia, essendo di madrelingua americana. La mia era una vera passione, tanto che iniziai a prendere lezioni di canto con una cantante lirica che mi aiutò ad impostare la voce. Poi, nel 1990, appena finiti i Mondiali di Calcio in Italia, grazie alla telefonata di Giovanni Cinaglia (DJ Cinols, un caro amico e collaboratore ancora oggi), ponemmo le basi per gli East Side Beat. Inizialmente ero un po’ titubante nel fare il cantante per un progetto di musica dance, ma appena entrato nel suo studio mi accorsi subito che era un vero professionista e soprattutto una persona seria. Dopo aver inciso qualche demo riuscimmo ad entrare in contatto con la Media Records che pubblicò “Divin’ In The Beat”, seguito, sempre nel 1991, dalla hit “Ride Like The Wind”, rifacimento dell’omonimo di Christopher Cross che entrò nelle classifiche europee e lanciò la moda delle cover. Una nuova vita per me, inaspettata ma non troppo, visto che quando sei in studio acquisisci grande consapevolezza e quindi il successo te lo vai anche a cercare. Siamo stati bravi ma anche fortunati, anche perché avevamo alle spalle una grande etichetta come la Media Records, all’epoca il top in Italia e in Europa.

Cosa ti porti dietro dell’etichetta di Roncadelle?
Ricordi bellissimi. Sono stato lì per cinque anni ed ovviamente oltre ad East Side Beat non posso non menzionare Club House, un progetto che esisteva già dagli anni Ottanta e a cui ho contribuito insieme a Mauro Picotto ed altri grandi musicisti. In un certo periodo ero presente nel Regno Unito sia con East Side Beat, su licenza FFRR del mitico Pete Tong, che con Club House sulla PWL dell’altrettanto storico Pete Waterman. Qualcosa di pazzesco che mi ha permesso di apparire ed essere ospite nei più famosi programmi tv e radiofonici dell’epoca.

Furono diversi i brani di successo dei Club House tra cui “Nowhere Land”, uno dei singoli più venduti del 1995 e con cui ti esibisti al Festivalbar. Rappresentò l’apice del tuo successo?
Sicuramente “Nowhere Land” fu il singolo che mi fece conoscere maggiormente in Italia, anche se non il bestseller tra quelli da me cantati, nonostante i fortissimi riscontri. A quei tempi se vendevi tanto avevi grandi speranze di andare in televisione, proprio al contrario di oggi, che prima vai in tv e poi, forse, puoi cercare di vendere qualche disco. Festivalbar, Non è la Rai, Mio Capitano e tanti altri programmi mi diedero grande visibilità nel nostro Paese.

Nel 1996, dopo l’uscita dell’album di Club House, sei passato alla DJ Movement, anch’essa bresciana. Perché lasciasti l’etichetta di Bortolotti?
In realtà non fu una cosa che decisi io, o meglio, il contratto con la Media Records era in scadenza e non fu rinnovato. Fosse stato per me sarei rimasto, ma non ci fu una proposta e quindi continuai a produrre autonomamente insieme alle persone con cui avevo fondato il marchio di produzione Music Mind. Dopo poco fummo contattati dalla DJ Movement di Pieradis Rossini e Raffaele Checchia, interessati ad un nostro disco. Evidentemente la Media Records a quei tempi preferì puntare poco su pezzi cantati e più su brani strumentali che mettessero in primo piano i DJ, e difatti quell’anno i maggiori successi furono “Children” di Robert Miles e diversi pezzi di Gigi D’Agostino e Mauro Picotto.

Dopo un singolo di transizione, “Back To The 70’s”, sei stato protagonista con uno dei successi dell’estate 1997,”Disco Fever”, perfetta combinazione tra sonorità disco funk anni Settanta ed house radiofonica. Come nacque l’idea?
Mi fa piacere che abbia citato il mio primo disco da solista, la base per il successo di “Disco Fever”, che definirei addirittura un remix. Un disco molto particolare e diverso dalle cose che andavano, in cui mettemmo in primo piano uno “slogan” che potesse farsi ricordare, ovvero “let’s keep the disco fever” e un’altra bella voce oltre alla mia, quella di Linda Valori. Il nostro modo di lavorare, di andare controcorrente e di fare qualcosa di nuovo ci premiò ancora una volta con un successo e tante soddisfazioni (il 21 giugno del 1997 si posiziona alla numero 3 della DeeJay Parade, nda).

In uno speciale del 1995 dedicato alla Media Records trasmesso da una tv francese, affermi (orgogliosamente) di essere il cantante autentico dei Club House, quello che appare sulla locandina e che canta per davvero, a differenza di molti progetti dell’epoca che avevano una cantante in studio e un’immagine pubblica diversa. Era un’usanza non proprio felice, al pari dei DJ che oggi fanno finta di mixare in pubblico?
Fu un’affermazione forte che non avrei problemi a ripetere anche oggi. Penso che un artista che finge di cantare, anche se ha una bella immagine, non ha di certo vita lunga. Proprio come oggi i DJ che fingono di mettere i dischi. Ci sono stati tanti esempi fin dagli anni Ottanta, come i Milli Vanilli, che addirittura vinsero un Grammy Award. Erano scelte infelici, ma è semplicemente una mia opinione, da cantante. All’epoca le etichette prendevano queste decisioni anche per business, per salvaguardare i propri interessi, però a livello artistico era qualcosa che proprio non concepivo.

Cosa hanno rappresentato per te gli anni Novanta?
Un periodo indimenticabile. Mi basta ricordare solo i fantasmagorici studi della Media Records per identificare quegli anni, e non sembrava neanche di essere in Italia viste le strumentazioni usate. Serate di lavoro e di divertimento con Gianfranco Bortolotti, Mauro Picotto, Cristian Piccinelli, Luca Lauri, Alessandro Pasinelli, Francesco Zappalà e tanti altri. Ricordo anche il lavoro in studio a Londra coi Brothers In Rhythm, remixer di “Ride Like The Wind”, oppure col primo produttore dei Take That, Ian Levine. Esperienze entusiasmanti, emozioni vere che mi accompagnano ancora oggi quando entro in uno studio di registrazione che ritengo il mio habitat naturale. In Media Records era gratificante anche andare a curiosare periodicamente le statistiche di vendita, o semplicemente aspettare i fax settimanali con le classifiche. Una magia che oggi è un po’ sparita con l’avvento di internet, anche se non ho perso l’abitudine di “indagare” quando ascolto una bella canzone nuova.

(Luca Giampetruzzi e Giosuè Impellizzeri)

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Humanize – Do You Know My Name (Italian Style Production)

Humanize - Do You Know My NameL’Italian Style Production, una delle svariate etichette nate sotto l’ombrello della Time Records di Giacomo Maiolini, conta centinaia di pubblicazioni. Tra le più fortunate quella di Humanize, team di produzione creato dal DJ Bruno Cardamone alias Bruno Le Kard insieme al DJ/compositore Gianluigi Piano e Giuseppe Devito, gli stessi che allora incidono l’houseggiante “Come To Me” nelle vesti di Calkar per la pugliese Marcon Music. Il primo singolo, “Do You Know My Name”, mette insieme riferimenti italodance ed eurodance, esce a fine 1993 e il suo successo copre i primi mesi del 1994, toccando anche molti Paesi esteri.

«Tutto iniziò a settembre del 1993: una sera, in un locale ligure, mi ritrovai con Gianluigi Piano che non vedevo da molto tempo e con cui parlai di molte cose. Avevamo già varie produzioni discografiche all’attivo ma ci rendemmo conto che una collaborazione avrebbe giovato ad entrambi. Io non disponevo di uno studio di registrazione mentre lui si, seppur piuttosto limitato, ma avevo i mezzi e le facoltà per renderlo più efficiente con nuove strumentazioni. In quegli anni Gianluigi era più musicista che un DJ (attività quest’ultima che porta avanti ottimamente ancora oggi), io invece vivevo un momento dorato visto che avevo almeno quattro serate fisse (e di punta) settimanali in altrettanti locali. Nella zona del ponente ligure, in inverno, era davvero un record assoluto. Così cominciammo a lavorare su quella che poi divenne “Do You Know My Name”. Gianluigi costruiva la base mentre io ascoltavo musica di tutti i generi alla ricerca continua di idee per arricchirla».

A raccontare è Cardamone, DJ particolarmente attivo in quel periodo e che da lì a breve fonda anche una sua etichetta discografica, la J.K.R. Records. “Do You Know My Name” però, come annunciato, finisce nelle mani di Maiolini. «Conoscevo Giacomo da tempo, come del resto quasi tutti i discografici italiani di quel periodo come Severo Lombardoni, Pippo Landro, Roberto Zanetti e Max Moroldo. Fu il primo a cui feci ascoltare il brano, era e rimane un grande professionista. Optammo per il nome Humanize ispirati dal programma che Gianluigi usava per comporre, il Notator, che tra le opzioni aveva il tasto Humanizer. Il brano fu, come anticipavo prima, il risultato dell’azione congiunta di entrambi. Lui era innamorato di alcuni prodotti della Media Records, in particolare di “We Need Freedom” di Antico (e chi non lo era ai tempi?) che ascoltava e riascoltava facendomi notare piccoli dettagli soprattutto relativi alle parti ritmiche che ad un orecchio non attento potevano sembrare insignificanti. Io invece mi preoccupai della parte vocale e del basso, rispettivamente ispirate da “Don’t You Want My Love” di Nicole J McCloud (di cui trovai la acapella su un promo) e da una versione di “I Was Made For Loving You” tratta da un doppio album live non ufficiale dei Kiss in cui Gene Simmons eseguiva la parte in modo diverso. Non ricordo il numero di copie vendute ma viaggiavamo intorno alle 30.000. “Do You Know My Name” presenziava inoltre in tutte le compilation più forti dell’epoca, dalla “DeeJay Parade” ad “Hit Mania” e senza dubbio la grossa spinta fu data da Albertino, visto che gli ascoltatori che seguivano DeeJay Time e DeeJay Parade erano milioni. Parte del merito fu anche della Time Records che sfornava successi in continuazione, attirando costantemente l’attenzione dell’estero. Credo comunque che, oltre a questioni legate alla promozione, a fare la fortuna del pezzo furono pure le qualità dello stesso che girava su elementi diversi dalla moltitudine della eurodance in circolazione, soprattutto il riff. Il successo toccò Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti, Giappone, Singapore, Brasile, Polonia, Israele, Russia ed altre nazioni ancora, e ciò ci emozionò tantissimo. A differenza di Gianluigi, io davo più rilievo proprio alle notizie che giungevano dall’estero, e fu tale divergenza di opinioni, insieme ad altre cose, che in seguito ruppe la collaborazione».

Rajah

“Eyajalua” di Rajah, progetto complementare a Humanize che si presume possa duplicarne il successo. Le aspettative però vengono tradite

Mentre discoteche e radio programmano “Do You Know My Name”, Cardamone e soci firmano un altro brano dalle caratteristiche piuttosto simili, “Eyajalua”, pubblicato ancora dalla Italian Style Production ma firmato con un nome diverso, Rajah. «Il mix uscì a febbraio del 1994 e seppur avessimo scelto un alias differente, il sound à la Humanize era inconfondibile. Quando lo portammo a Brescia Giacomo non era in ufficio e nell’attesa che arrivasse lo facemmo ascoltare ad alcuni componenti della sua squadra come Diego Abaribi, Valerio Gaffurini e Mauro Marcolin. Erano tutti convinti che avrebbe fatto un altro “botto”. Piacque anche a Giacomo che però ci consigliò di non aggiungere nessun credito riconducibile a Humanize. Eravamo certi di aver tirato fuori un altro successo ma purtroppo non fu affatto così, anzi, il disco passò del tutto inosservato, sebbene le vendite non furono bassissime ed alcuni DJ da discoteca lo suonavano eccome, anche perché si mixava alla perfezione con “Do You Know My Name”. La delusione fu grande, particolarmente per Gianluigi (io in “Eyajalua” avevo fatto ben poco) tanto da diventare un cruccio. Cercava di individuare i motivi del flop e soprattutto della ragione per cui non fosse piaciuto a quelli di Radio DeeJay. Io non davo troppo peso alla cosa, anche perché non potevo pensare di produrre musica col solo obiettivo di soddisfare i gusti di chi lavorava in Via Massena. Certo, era un’emittente importantissima per la dance e la stessa Time, commercialmente parlando, seguiva una linea che aveva il fulcro proprio nella radio fondata da Cecchetto, ma da artisti non potevamo fare la stessa cosa. Il “dramma” per Gianluigi divenne ancora più grande quando “Do You Know My Name”, in costante ascesa nella DeeJay Parade, crollò perdendo dodici posizioni in appena due settimane, anche se ciò avvenne dopo oltre due mesi di permanenza. Io non la vedevo così nera, dopotutto il brano era ancora alto nelle classifiche di altri network come a Radio 105 dove conquistammo la seconda posizione. Inoltre continuavamo a fare serate e ciò dimostrava che gli Humanize non erano affatto scomparsi. Personalmente vivevo un periodo decisamente positivo, il mio negozio di dischi, il Disco Trax aperto alla fine del 1991, divenne una tappa fissa per i DJ della zona, e il DJ On Club, una specie di associazione da me ideata che inviava mensilmente ai propri iscritti un pacco con giornali, gadget vari e quattro dischi di cui uno promozionale, toccò un numero incredibile di adesioni. Superammo i tremila iscritti quindi è facile capire quanti mix facesse girare il negozio. In virtù di ciò, sia etichette che distribuzioni mi tenevano in considerazione. Inoltre un’altra mia produzione intitolata “Slave Progress-Ive”, pubblicata dalla Subway Records, mi portò nell’ambiente degli afterhour e della musica techno/progressive. Questi risultati mi resero particolarmente felice ma iniziavo a far fatica a stare dietro a tutto visto che creai anche la mia label, la J.K.R. Records.

Forward

“You Make Me Feel” di Forward, inizialmente prodotto come follow-up di “Do You Know My Name” di Humanize

Intorno al 20 maggio del 1994 completammo il nuovo pezzo, “You Make Me Feel”, preventivato come secondo singolo degli Humanize. Questa volta un piccolo spunto per il riff proveniva dai Rondò Veneziano mentre il cantato era un taglia e cuci ottenuto da più acapella. Lo portammo in Time e in un primo momento Maiolini espresse giudizio positivo, tanto che iniziammo a prendere accordi sul testo che avrebbe cantato Debbie French, la turnista che interpretò pure “Do You Know My Name”. Dopo circa 24 ore però cambiò tutto, Giacomo mostrò più di qualche esitazione e disse che il pezzo non lo convinceva. Tornammo a Brescia per capire meglio cosa fosse successo e per noi fu una doccia fredda. La scelta di Maiolini era indiscutibile ma ci offrì comunque la possibilità di pubblicarlo, come Humanize, su un’altra etichetta come la mia J.K.R. Records che nel frattempo guadagnava consensi all’estero. Gianluigi però non voleva né che uscisse come Humanize, né tantomeno che fosse stampato sulla mia label. Per evitare problemi trovai una soluzione con l’appoggio di Severo Lombardoni: il disco fu pubblicato dalla Discomagic come Forward su licenza J.K.R. e senza alcuna connessione con Humanize. Nonostante l’assenza quasi totale di promozione, il 12″ (che su Discogs, dal 2008 ad oggi, ha raggiunto quotazioni ragguardevoli sino a sfiorare i duecento euro, nda) vendette oltre 7000 copie e conquistò quattro licenze con Polygram per il Nord America, BMG per alcuni Stati europei, Avex per l’Oriente, e Phonokol per Russia, Polonia ed altre nazioni dell’Est.

Le richieste di serate per gli Humanize non mancavano ma ad inizio luglio decisi comunque di mettere il progetto in stand-by perché, oltre ai miei innumerevoli impegni, Zuleika Dos Santos, l’immagine femminile del gruppo, abbandonò. In realtà era un’attrice e firmò un importante contratto come protagonista nel film di Giovanni Veronesi, “Il Barbiere Di Rio”, con Diego Abatantuono, Margaret Mazzantini, Rocco Papaleo, Ugo Conti, Nini Salerno ed altri. A fine agosto ricevetti una telefonata da Gianluigi che non vedevo e sentivo da mesi. Mi informò che avremmo dovuto partecipare come ospiti ad una manifestazione nel suo paese, e colsi l’occasione per proporgli un’idea per il nuovo Humanize. In entrambi si riaccese la voglia di fare e nell’arco di appena quindici giorni nacque “Take Me To Your Heart”. Rispetto al predecessore c’erano tre sostanziali differenze: era più incisivo nel cantato, la struttura era più vicina alla “canzone” e, importante, suonava molto meglio. Il mixaggio di “Do You Know My Name”, per la fretta di mandarlo a Fargetta affinché lo potesse inserire nel terzo volume della “DeeJay Parade”, non fu perfetto. Il disco uscì senza intoppi ma Maiolini mi riferì presto che non piacque ad Albertino. Decisi di non dirlo subito a Gianluigi visto che la nostra nuova agenzia di booking (dopo aver lasciato la Gig Promotion, legata a doppio filo con Radio DeeJay) aveva già organizzato molte serate nel sud Italia proprio per presentare il nuovo singolo. Quando gli rivelai che il pezzo non sarebbe passato nel DeeJay Time capii subito dal suo sguardo che per lui il discorso Humanize era un capitolo chiuso, e da quel momento la nostra separazione fu definitiva. Comunque, anche non potendo contare sul supporto di Albertino e di Radio DeeJay, “Take Me To Your Heart” entrò in molte classifiche e ciò tenne le richieste alte sino a febbraio del 1995. Il disco vendette circa 15.000 copie e venne licenziato in molti Paesi».

A questo punto si chiude un ciclo. Stilisticamente l’eurodance/italodance più classica viene messa in ombra da soluzioni che flirtano con suoni ed armonizzazioni di matrice techno, e le stesure strumentali hanno il sopravvento sul formato “canzone”. «Nel 1995, su richiesta di Nando Vannelli, fratello di Joe T., remixai “Feel It (In The Air)” di JT Company e credo che proprio con quella versione si chiuse l’era italodance degli Humanize, anche se con quel nome produssi in parallelo “Open Your Mind” di Anthea sulla Diva Records, distribuito da Discomagic. Tra 1995 e 1996 inoltre l’ambiente italiano della discografia dance fu stravolto, tra nascita di nuove distribuzioni (Self, Zac Music) e chiusure/fallimenti di altre tra cui proprio la Discomagic di Lombardoni. Credo che nemmeno la buonanima del grande Severo, da cui ho imparato molte cose, sapesse bene cosa stesse avvenendo in quegli anni di trambusto e transizione. Accettai la proposta di Emilio Lanotte, di cui ero e sono un grande amico, di entrare in Zac anche perché, seppur non ancora chiusa (cosa che avverrà nel 1997, nda), la Discomagic di fatto era bloccata e non si sapeva che fine avrebbe fatto. Nel frattempo avevo iniziato a collaborare con Paolo Colombo alias Strappy con cui realizzai diversi mix usciti sulla J.K.R. Records come “Move Your Body” e “Tell Me Why” di Play The Bass, che all’estero ottennero buon successo. A maggio 1995 così, in collaborazione con la Zac, prese vita la Vertikal Records (che si fa notare col progetto X-Form di Fabietto Cataneo di cui abbiamo parlato qui, nda), e a gennaio 1996 fu la volta della Sound Records. Negli appena diciotto mesi di attività della Zac Music pubblicai oltre venti progetti ed almeno quattro di essi furono delle grandi hit come “Folletti” di Max Briant Presents Der Hammer, “Pleasure Voyage” di X-Form, “Divina Commedia” di Oblio, che realizzai insieme ad Andrea Belli e Flavio De Luca di Radio 105 con la voce del compianto Marco “Il Conte”, ed “Into The Sea” di Humanize, che confezionammo seguendo il sound che funzionava di più in Europa».

Il progetto di Cardamone dunque riappare (come Humanize Team) nel 1996 con un brano in cui si alternano stilemi italodance con sfumature dream progressive quell’anno premiate commercialmente. Cambia anche l’etichetta, non più l’Italian Style Production ma la citata Vertikal Records. È l’inizio di una nuova stagione musicale che per gli Humanize coincide con un rimpasto della formazione. «Al nuovo team, a parte me e Giuseppe Devito, si unì Bruno Paolinelli alias DJ One ed una nuova cantante che, incredibilmente, si chiamava ancora Zuleika (Zunino di cognome). Le vendite andarono piuttosto bene per quei tempi, superammo le 4000 copie, uscì in Giappone ed altri Stati orientali su Avex e, tra le altre licenze, quella della EMI francese e soprattutto della Epic Sony Music negli States. Chiudemmo il rapporto con la Time in maniera amichevole e pacifico, anche perché a fine ’94 Maiolini propose a Gianluigi di andare a lavorare negli studi bresciani e lui accettò (coproducendo dischi come “Frozen Luv” di Polaris, “Ride On A Meteorite” di Antares, “Up In The Sky” di Andromeda, “I Believe” di Copernico e “The Big Beat” di Nouvelle Frontiere, e remixando “Lick It” dei 20 Fingers, nda). Sapevo però che quella collaborazione non avrebbe avuto vita lunga ed infatti quando incontrai Giacomo in Discomagic, circa un mese dopo, gli dissi che Piano lo avrebbe abbandonato. Ci rise sopra ma un paio di mesi più tardi la mia previsione si avverò. Gianluigi non era pazzo, era più semplicemente un artista a cui non si poteva dire cosa fare. In quegli anni ebbi il piacere di lavorare al fianco di musicisti, cantanti, DJ e produttori, ho conosciuto quasi tutti e da molti di loro ho appreso tante cose, non solo tecniche. Un esempio? A settembre 1994 eravamo in Time, nello studio in cui lavoravano Cremonini e Gilardi degli U.S.U.R.A. e stavamo facendo il mixaggio di “Take Me To Your Heart”. Cremonini ci confidò che aveva l’abitudine di sentire alcuni brani col walkman in modo tale da correggere eventuali imprecisioni che potevano sfuggire ad alto volume. Aggiunse anche che molte volte a fare la differenza tra una produzione e l’altra erano proprio quei dettagli che non si sentono ma che ci sono. Non diedi molta importanza a questo concetto che però ho fortemente rivalutato nel corso del tempo».

La storia degli Humanize vede un altro tassello, “Save Me”, remake dell’omonimo delle Say When!, già abilmente rielaborato da Francesco Bontempi in “The Rhythm Of The Night” di Corona. «In realtà si trattò di un errore, doveva essere il nuovo singolo di Dhiadema. Ad oggi non so esattamente come andarono le cose ma di sicuro la confusione fu creata da Blafka alias Samuel Kimkò, un bravo ragazzo, simpatico e disponibile che però, almeno ai tempi, aveva un difetto: era un casinista e talvolta riusciva ad incasinare anche il lavoro degli altri. Ad ottobre 1998 mi presi un mese di ferie (dal gennaio di quell’anno lavoravo presso la Real Distribution di Milano dirigendo la ripartizione artistico/produttiva) e partii piuttosto tranquillo visto che le uscite erano già state programmate. Pare che Samuel, impaziente di veder pubblicato il suo disco su Akira Records, “Staying Together”, la cui uscita era prevista a gennaio 1999, fece pressione ai ragazzi del mio studio che si misero a cercare il DAT. Ne vennero fuori tre: quello di “Staying Together”, quello di “Save Me”, e quello su cui erano incise due versioni di una canzone di Taleesa per cui avremmo dovuto preparare dei remix. Non potendomi raggiungere telefonicamente, i ragazzi mandarono i master in stamperia facendone stampare 300 copie per ognuno, anche se avrebbero comunque atteso il mio ritorno per metterle in circolazione. A novembre, quando tornai dalle vacanze, mi resi conto sia dell’errore su “Save Me”, sia di un remix mai ufficializzato a nome Humanize su “Staying Together”, e così ritirai dal commercio entrambi. Per fortuna quello di Taleesa non andò in stampa perché sul DAT erano incise versioni non ancora terminate. Curiosità: non sono mai riuscito a capire chi fosse la Judy che, secondo i crediti stampati sul disco, avrebbe partecipato in veste di featuring all’ultimo episodio degli Humanize, nome che continuava a circolare come producer e remixer per Guesch Patti, Paul Bizz Featuring Cindy Ree, Anita Ward ed altri ancora».

Il progetto viene riesumato nel 2011 per “So High”, electro house (in scia ai successi di Nicola Fasano e Cristian Marchi) cantata da Vivian B. dei Da Blitz e remixata, tra gli altri, da Giuppy Black alias Giuseppe Tusa, il DJ che perde la vita nel 2013 nel tragico incidente nel porto di Genova che coinvolge la nave Jolly Nero. «Credo che la dance odierna debba tantissimo a quella degli anni Novanta, ma non mi riferisco solo alla cosiddetta “commerciale” ma anche a generi come progressive, trance, tribal e techno. In un prossimo futuro noi italiani potremmo tornare a ricoprire ruolo da protagonisti nella scena internazionale. Personalmente ho avuto ottimi riscontri su alcuni store digitali come iTunes in cui mi è capitato di avere anche tre album in classifica nello stesso momento. Non sono un musicista ma solo un DJ che nella sua lunga carriera ha suonato ed ascoltato tantissimi dischi. Non so come si suona la musica ma so come deve suonare». (Giosuè Impellizzeri)

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Sven Väth – DJ chart agosto 1994

sven-vath-chart-agosto-1994

DJ: Sven Väth
Fonte: DiscoiD
Data: agosto 1994

1) Synesthasia – Slope
In vetta alla classifica il DJ di Obertshausen piazza un brano pubblicato dalla Harthouse, l’etichetta che lui stesso fonda con Heinz Roth e Matthias Hoffmann nel 1992. A produrre è il team dei Synesthasia formato da Steffen Isler, Walter Merziger (che da lì a breve crea i Booka Shade con Arno Kammermeier) ed Ulrich Järkel. “Slope” mostra i classici suoni “fat” della techno prodotta ai tempi, serrati nella morsa di un ritmo che corre sui 142 bpm.

2) Hardfloor – Fish & Chips
Edita sul cinquantesimo 12″ della Harthouse (per la serie “promuovere le proprie cose non fa mai male”), “Fish & Chips” sfoggia circa otto minuti di acid techno da cui emerge il “grido” della Roland TB-303, strumento con cui Ramon Zenker ed Oliver Bondzio stringono una vera e propria simbiosi che darà i frutti migliori nel quinquennio 1993-1998.

3) Encephaloïd Disturbance – Magnetic Neurosis
Pubblicata dalla belga Dance Opera anche su vinile colore giallo, quella degli Encephaloïd Disturbance (Laurent Jadot e Cédric Stevens, meglio noto come Acid Kirk) è violenta acid trance/techno, aperta da un intro di grande atmosfera in cui si innesta un perforante groove ed una spirale acida.

4) Luke Slater – X-Tront Vol 3
Il terzo volume del progetto “X-Tront” partito nel 1992 annovera tre brani: l’energica “Quad – Fonik”, l’altrettanto potente “Bande Magnetique” e la più mentale “Expectation No 3.”. A pubblicarlo è la Peacefrog Records, tra le realtà imprescindibili della techno britannica degli anni Novanta alla quale Slater destina alcuni dischi prima di firmare con la NovaMute.

5) Voyage – Beyond Time
All’autore che si cela dietro Voyage spetta il merito di essere stato capace di mantenere il riserbo sulla propria identità. A distanza di oltre venti anni infatti non è stato ancora svelato il suo nome, dettaglio comunque ininfluente visto che si parla di musica. “Beyond Time”, pubblicata dalla londinese I.t.p. Recordings, è un gioiellino da cui si levano frammenti di sognanti arpeggi, vero punto cardine della trance di quel periodo.

Sven Vath @ MTV Europe Music Awards 1995

Sven Väth sul palco degli MTV Europe Music Awards svoltisi a Parigi il 23 novembre 1995. Accanto a lui c’è Jovanotti

6) Total Eclipse – Aliens
Devoti alla psy trance sin dai primissimi anni Novanta, i francesi Total Eclipse pubblicano “Aliens” sulla Dragonfly Records. Il pezzo scorre in un metti e togli di armonie e melodie sorrette da un beat sostenuto e da suoni dal retrogusto metallico.

7) Bandulu – Presence
Tratto dal catalogo della Infonet, “Presence” è un macigno di sfacciata techno che non può essere confusa con nient’altro. Un basso di derivazione dub, una serie di percussioni shakerate con vigore, una cassa che incornicia il tutto insieme agli hihat: con questi elementi i britannici Bandulu (John O’Connell, Lucien Thompson e Jamie Bissmire) disegnano il loro stile ulteriormente riverberato nel secondo album intitolato “Antimatters” in cui è racchiusa la stessa “Presence”.

8) Secret Cinema – Timeless Altitude (Speedy J and Hardfloor Remixes)
“Timeless Altitude” è il primo brano che il DJ olandese Jeroen Verheij firma come Secret Cinema. Väth sceglie però i remix di Speedy J e degli Hardfloor che variano alcuni elementi secondo le proprie inclinazioni stilistiche. “Timeless Altitude” diventa presto un classico della discografia di Verheij, riportato in vita negli anni a seguire da nuovi remix tra cui spiccano quelli di Smith & Selway e Slam.

9) Acid Scout – ?
Nel 1994 la Disko B pubblica due dischi di Acid Scout, il 12″ “Balance” e l’album “Safari”, ma purtroppo la carenza di informazioni a disposizione non permette di identificare con precisione il prodotto a cui si riferisce Väth nella chart. Il DJ tedesco avrebbe potuto scegliere entrambi, visto che il primo esce in primavera, il secondo a fine novembre ma in suo possesso poteva esserci una copia promozionale ancora priva di titolo definitivo. Comunque sia andata, a firmare la musica è Richard Bartz, all’epoca appena diciottenne e devoto ad una techno brutale, chiusa tra ritmi serrati e lacrime acide di TB-303.

10) Underworld – Dark & Long (Dark Train Mix)
Väth sceglie la Dark Train Mix del brano che apre “Dubnobasswithmyheadman”, il terzo album del progetto nato dalle ceneri dei Freur. Prodotto da Darren Emerson, Karl Hyde e Rick Smith, ai tempi attivi anche come Lemon Interupt, il pezzo si muove dentro coordinate progressive ruotando su un ritmo che non spicca per particolare inventiva ed una più pregevole impalcatura di armonizzazioni. A completamento la voce del citato Hyde, diventata nota nel mainstream due anni dopo grazie a quel “Born Slippy.NUXX” inserito nella colonna sonora del film “Trainspotting”. “Dark & Long” viene “riesumato” sia nel 2003 da Danny Howells che ne realizza un remix non ufficiale dal taglio prettamente progressive house in battuta breaks, sia nel 2011 da Christian Smith che continua a preservare lo spirito trancey di partenza.

(Giosuè Impellizzeri)

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