Cirillo, dal Cocoricò ai memorabili rave degli anni Novanta

CirilloCarlo Andrea Raggi alias Cirillo è ricordato come una delle colonne portanti del Cocoricò, tra le discoteche più note in Italia. Con un mix selvaggio tra techno, hard trance ed hardcore, negli anni Novanta conquista pure il pubblico d’oltralpe figurando con una certa regolarità nelle lineup di eventi di rilevanza internazionale come MayDay, Energy e Love Parade. Basta girovagare un po’ su YouTube per imbattersi in una serie di clip relative alle sue numerose apparizioni: dall’intervista e il set al MayDay del 1994 alla performance tenuta alla Love Parade nello stesso anno, dal set all’Energy ’95 a quello della Love Parade ’97. Sul fronte discografico inanella una serie di collaborazioni con colleghi di tutto rispetto come Marc Trauner dei PCP e Lenny Dee, ma non si esime dal misurarsi in brani che generano l’interesse del pubblico meno settoriale. Dal 1991 al 1999 figura infatti nella formazione dei Datura, contribuendo alla realizzazione di una fortunatissima parata di pezzi (“Nu Style”, “Yerba Del Diablo”, “Devotion”, “Eternity”, “Fade To Grey”, “The 7th Hallucination”, “Infinity”, “Angeli Domini”, “Mantra”“Voo-Doo Believe?”, “The Sign”, “I Will Pray”, “I Love To Dance”) che contraddistinguono la carriera della formazione bolognese. Poi crea etichette discografiche come Steel Wheel, Red Alert, Spectra e Lisergica, firma altri brani come “Seaside”, “Compulsion”, “Across The Soundline” e “Sunnygirl”, sino a variare la propria proposta musicale nei primi Duemila, quando la distanza tra techno ed house si riduce sensibilmente.

Inizi a fare il DJ nel 1980: come approcci a questa professione e alla musica dance/elettronica? Ricordi quali furono i primi dischi che mettesti in sequenza mixata?
Tutto nacque dall’amore per la musica, cosa molto comune per i giovani di allora. Erano tempi in cui o ci si appassionava di calcio o di musica appunto. Riguardo il motivo per cui sono diventato un DJ, tutto deriva dal fatto di essere cresciuto in una zona, quella della riviera adriatica, che ha visto nascere questa professione. Credo che l’impatto che ha avuto la Baia Degli Angeli su tutto il panorama del clubbing nazionale sia stato molto forte. Il sound proposto da Claudio Rispoli, meglio conosciuto come Mozart, e Claudio Tosi Brandi alias TBC, ha letteralmente cambiato la vita sia a me che al mio amico Ricky Montanari. Credo che la causa scatenante sia stata quindi l’insieme di queste cose. Per quanto concerne i primi dischi da me mixati, credo siano stati “You Can Do It” di Al Hudson & The Partners e “Found A Cure” di Ashford & Simpson.

In che locali lavoravi negli anni Ottanta? Che tipo di selezione musicale facevi?
Uno dei primi posti in cui ho lavorato fu il Carnaby, un club per turisti nella zona mare di Rimini dove mettevo prevalentemente discomusic e funky. Poi, in seguito, passai in discoteche della zona di Riccione (anche se localizzate nel comune di Misano) come la Villa Delle Rose e il Peter Pan. Qui iniziai a suonare la prima house, dopo la metà degli anni Ottanta.

Come nasce l’alias Cirillo?
È un soprannome che mi porto dietro dall’età adolescenziale e che sostanzialmente deriva dal dialetto riminese. Mi abituai a sentirlo così pensai di tenerlo.

I tuoi anni Novanta invece sono legati a doppio filo al Cocoricò: cosa c’era di così unico nel club di Riccione di quegli anni?
Il Cocoricò ha aperto nel 1989, io arrivai lì nel 1990 grazie a Davide Nicolò, grande animatore delle notti della riviera e che allora ricopriva ruolo di direttore artistico. Sostanzialmente era unico per essere il primo grande locale della riviera a proporre techno. Quella zona era già al centro dell’attenzione generale e questa cosa ha indubbiamente aiutato il Cocco a diventare un vero riferimento, ma il successo deriva anche dal fatto che tra le sue mura vennero ospitati i migliori artisti techno europei.

Parte del merito spetta anche a Loris Riccardi? Siete ancora in contatto?
Loris arrivò dopo per cui non incise sull’impronta musicale principale del locale, anche se gli conferì una ulteriore dimensione artistica, mettendo in scena allestimenti unici e performance con artisti di grido provenienti dal teatro d’avanguardia. Grazie a lui, inoltre, il privé Morphine divenne qualcosa di unico, supportato da Nicoletta Magalotti, attrice e cantante riminese, e David Love Calò, DJ radiofonico fiorentino. Loris fu un genio in questo senso, anche un po’ folle, ma folli lo eravamo tutti al Cocco. Da quando ha lasciato il Cocoricò non ha più frequentato il mondo della notte e così ci siamo persi di vista. Ci tengo però a ricordare anche i primi proprietari del Cocoricò, Osvaldo Barbieri e Bruno Palazzi, che sono scomparsi. Il Cocoricò è nato e cresciuto grazie a loro che ci hanno sempre lasciato una grande libertà. Posso tranquillamente affermare che al Cocco ho sempre seguito il mio istinto e non ho mai concordato con nessuno la mia proposta musicale, ma probabilmente in quei periodi era una cosa comune e l’ho riscontrato parlando con vari colleghi. Eravamo veramente liberi di suonare ciò che volevamo.

Fatta eccezione per le fenomenologie musicali, quali sostanziali cambiamenti correvano tra il clubbing degli anni Ottanta e quello dei Novanta?
L’esplosione del fenomeno discoteca trasformò la dimensione artigianale in industriale. Tutto diventò più grande, dai club ai raduni rave, le realtà nazionali divennero internazionali e gli artisti iniziarono a viaggiare per l’Europa e per il mondo proponendo la loro musica. Le organizzazioni crebbero al punto da convertirsi in vere e proprie aziende. Ovviamente anche le nostre vite sono cambiate, da DJ che suonava in un contesto familiare mi ritrovai a confrontarmi con un palcoscenico del tutto differente.

Per il DJ invece, quali scenari si prospettarono dal 1990 in poi? Probabilmente il più importante fu quello della produzione discografica, che nel decennio precedente era praticamente in mano ai soli musicisti?
Sì, sostanzialmente fu così. Credo che faccia parte di una normale evoluzione. Allora eravamo poco più che ventenni e molto disposti a sperimentare sempre qualcosa di nuovo. Cimentarsi in produzioni nostre era lo sbocco normale per l’energia che avevamo addosso.

Nonostante, come da tua stessa ammissione, non sia stato particolarmente costante nell’attività da produttore, vanti una discografia ricca e multi sfaccettata. Quale fu la tua prima esperienza in studio di incisione?
Il mio primo lavoro fu Brother’s Brigade, un white label firmato con Leo Young, a cui seguì “Anjuna’s Dream” sulla Inter Dance, nel 1991.

Nel 1993 incidi “Free Beach” di GoaHead per la tedesca Eye Q Records: come arrivasti all’etichetta di Sven Väth, Matthias Hoffmann ed Heinz Roth?
Viaggiando ci si conosceva e si socializzava parecchio tra i vari DJ. Andavo a suonare spesso in Germania e poi invitavo loro al Cocoricò, quindi tutto nacque di conseguenza.

GoaHead era un progetto nato con Pierluigi ‘Tin Tin’ Melato, col quale hai continuato a collaborare creando altri dischi come Cyberia, Pro-Pulse ed Arkano: come ricordi il lavoro a quattro mani con lui?
Credo che in questi lavori riuscimmo a dare fondo alla nostra creatività, rimangono ancora molto vivi visto che qualche artista di grido li suona ancora oggi.

Trashman invece?
Fu un progetto nato nel 1992 con Ricci ed anche in questo caso ritengo che facemmo un gran lavoro.

A proposito di collaborazioni: vale davvero la pena ricordare anche le sinergie che stringesti con Marc Trauner (per Mentasm Mafia) e Lenny Dee (per “Wake Up Brooklyn”, che includeva una citazione dei Nitzer Ebb): sulla base di cosa nascevano questi tandem creativi?
Erano cooperazioni nate con la stessa modalità di cui parlavo prima. Ai tempi condividevo con queste persone una grande amicizia che ci portava a collaborare in studio. Con Lenny Dee sono ancora in contatto, tra noi c’è un bellissimo rapporto.

Per molti anni hai fatto parte dei Datura, inizialmente in modo esplicito figurando sulle copertine, in seguito in maniera defilata come autore. Come mai, insieme a Ricci, ti unisti a Mazzavillani e Pagano? Perché poi abbandonaste?
Iniziammo a collaborare per un remix, poi decidemmo di creare un progetto comune a cui io stesso diedi il nome Datura. In seguito le nostre strade si divisero come conseguenza dei diversi percorsi che stavamo facendo. Io e Ricci abbiamo preso altre vie come DJ, loro hanno continuato in linea con il loro lavoro di musicisti.

Nel 1994, insieme a Ricci, fondi la Steel Wheel, che in breve diventa un autentico crocevia di nomi di levatura internazionale in ambito techno, trance ed hardcore: da Marco Bailey ad Aurora Borealis, da Aqualite a The Prophet passando per Sunbeam, vari episodi dei Code e Yves Deruyter. Come avevate concepito quell’etichetta?
Fondamentalmente la creammo per licenziare tracce straniere in Italia. Eravamo sempre in giro per l’Europa e quindi si presentavano molte possibilità di relazionarci coi migliori artisti dell’epoca, così venne quasi naturale creare una piattaforma come Steel Wheel.

Dopo un paio di anni molli l’Expanded Music (a cui Steel Wheel era legata) per fondare, insieme a Paolino Nobile (intervistato qui), l’Arsenic Sound, ed “inventi” altre etichette destinate a lasciare il segno, Red Alert, Lisergica Records (ricordata tra le prime label italiane a dedicarsi alla goa trance) e Spectra Records. A cosa fu dovuto quel cambiamento?
Esclusivamente ad un percorso di crescita personale, sia a livello artistico che imprenditoriale. Non ci furono attriti con l’Expanded Music con cui ho lavorato sempre molto bene.

Nel 1996 la Save The Vinyl del compianto Mark Spoon pubblica il tuo “Kiss”: come mai l’Underground Mix rimane confinata al solo formato promozionale?
Fu una decisione del povero Mark, non so esattamente dovuta a cosa. Con lui avevo un rapporto straordinario, credo sia stato il più grande esponente della scena tedesca di quel periodo. La sua scomparsa è stata una grande perdita per me.

A quale dei dischi che hai inciso sei maggiormente legato?
Brother’s Brigade, perché fu il primo, e “Mr. Chill’s Back” di Cyberia perché credo sia il meglio riuscito, quello che quando lo suoni senti che fa ancora la differenza.

Sei stato tra i primi DJ italiani a partecipare ad importanti eventi esteri come MayDay, Energy e Love Parade. Che aria si respirava ai rave iconici degli anni Novanta?
Nonostante all’epoca fossero già definibili grandi eventi c’era un’atmosfera molto amichevole sia con gli organizzatori che tra noi artisti. Era un momento di incontro dove scambiarsi opinioni e molti promo, così non vedevamo l’ora di partecipare. Credo che l’evento che mi ha segnato maggiormente fu la Love Parade del 1993, un’esperienza unica anche per come vissi Berlino in quei giorni, qualcosa di veramente pazzesco.

In questa intervista di Luigi Grecola pubblicata da Soundwall nel 2013 riveli di aver frequentato la scena rave romana: chi e cosa ricordi di quella emozionante fase?
Un’atmosfera straordinaria. C’era una voglia incredibile di far festa e di ascoltare buona musica. Il livello era davvero molto alto. Poi ho scoperto che la scena rave romana era molto di più di ciò che avevo potuto vedere io. Quello che mi ricordo con piacere sono i vari personaggi di allora come Andrea Pelino, Chicco Furlotti, Leo Young e un DJ formidabile come Lory D.

Sabato 7 giugno del 1997 i Daft Punk furono guest al Cocoricò ma pare che qualcosa non andò per il verso giusto. In Decadance Extra abbiamo raccolto le testimonianze di David Love Calò e Luca Roccatagliati, presenti all’evento, ma mi piacerebbe conoscere anche la tua versione dei fatti. Cosa avvenne?
Nulla di particolare: il loro atteggiamento da superstar andò ad infrangersi col fatto che noi lì eravamo i padroni di casa. Ci mancarono di rispetto e finirono fuori dalla consolle, tutto qui.

Tornando a parlare di dischi, credo che tu sia stato tra i primi italiani ad approcciare alle realtà discografiche d’oltralpe (cosa non molto frequente negli anni Novanta) come le citate Eye Q Records e Save The Vinyl, la Dance Ecstasy 2001, la IST Records e la Vandit Records di Paul van Dyk a cui destini il singolo “Cristallo” nel 2001. C’erano radicali differenze nel modo di lavorare tra realtà discografiche italiane ed estere?
In Italia non si lavorava male, anzi, però all’estero riuscivano a garantire standard da major, cosa impossibile da noi. Questa era la differenza principale. Nel nostro Paese si pensava soltanto alla promozione di un disco.

Dove compravi i dischi negli anni Novanta? Quanti soldi spendevi mediamente al mese?
Acquistavo molto materiale a Londra e Francoforte ma principalmente al Disco Più di Rimini, uno dei negozi più forniti dei tempi. Sinceramente non ricordo quanto spendessi, ma erano cifre importanti.

I cosiddetti eventi “remembering” servono solo ai nostalgici oppure anche per far scoprire cose nuove ai più giovani che, per motivi anagrafici, non hanno vissuto certi periodi?
Possono servire per trasmettere una cultura musicale ai più giovani ma a patto che siano organizzati con criterio e curando tutti i particolari, che è quello che tentiamo di fare noi col Memorabilia.

Dal 2000 in poi la tua proposta musicale si è progressivamente “ammorbidita”. Lo si capiva già dai dischi recensiti in “Poison Dimension” su DiscoiD, ma anche da produzioni come Quasistereo, realizzata insieme a Ricky Montanari e Davide Ruberto. Cosa ti ha portato verso una direzione nuova? Voglia di esplorare territori inediti?
È stato il periodo in cui mi trasferii ad Ibiza e quando creammo il Circoloco. Avevo bisogno di qualcosa di nuovo e l’isola me lo stava fornendo. Poi mi mancava il fatto di non aver prodotto nulla con Ricky per cui tutto è venuto di conseguenza.

Con chi ti sarebbe piaciuto collaborare, tra DJ/compositori o etichette, negli anni Novanta?
Molti di quel periodo ma credo che quelli con cui ho lavorato siano già sufficienti.

Chi invece, tra i DJ con cui hai diviso la consolle nel corso degli anni, ti ha lasciato un ricordo migliore?
Agli inizi sicuramente Ricky Montanari. In quegli anni condividevamo tutto e suonare insieme per noi era un fatto naturale. Non posso fare a meno di ricordare Ricci e Mark Spoon, due che se ne sono andati troppo presto ma che avevano ancora molto da dire. Poi tutti coloro a cui mi ha legato una grande amicizia e molte affinità professionali come Carl Cox, Lenny Dee, PCP, Paul van Dyk, Sasha e Timo Maas, ma anche i ragazzi che ho conosciuto al DC10 come Loco Dice, Jamie Jones, Seth Troxler, The Martinez Brothers e Dan Ghenacia.

Quali sono i tre dischi del passato che continui ad inserire nei tuoi set con massima approvazione del pubblico?
Il citato “Mr. Chill’s Back” di Cyberia, “Mystic Force” di Mystic Force ed “Altered States” di Ron Trent.

(Giosuè Impellizzeri)

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Moltosugo – Activate (Train! Records)

Moltosugo - ActivateIl 1999 è l’anno in cui il grande pubblico conosce in modo definitivo quello che la stampa elegge come “french touch”. In realtà era già da diverso tempo che uscivano dischi con quel piglio retrò ideati da DJ (come Daniel Wang, Faze Action, DJ Tonka, Leo Young o DJ Sneak) desiderosi di riallacciare house e disco/funk mediante l’uso del campionatore, autentico “collante” della decade. Fu comunque necessaria l’affermazione di Bob Sinclar, Daft Punk, Stardust o Cassius per trasformare quello che sembrava un piccolo movimento sotterraneo, inizialmente codificato come nu funk, in un fenomeno di dimensioni continentali.

Fan sfegatati del french touch sono anche i Moltosugo, team di produzione tutto italiano formato da due DJ, Tommaso ‘Tommy Vee’ Vianello e Kelly ‘Keller’ Pitiuso, e il musicista Francesco ‘Sisco’ Giacomello. «Scegliemmo di chiamarci Moltosugo perché ai tempi, ormai circa venti anni fa, definivamo ironicamente “sugosi” i dischi che suonavano bene» racconta oggi Vianello. Dopo l’esordio in sordina con “Give Up The Funk” segue il più fortunato “Activate” che risente in modo abbastanza palese della neo disco house à la Roulé: una linea di basso ed un beat girano intorno a sample prelevati da vecchie incisioni, ricollocati in una nuova stesura e “stropicciati” da cutoff e resonance incrociati, un altro segno distintivo della corrente stilistica in questione. Qua e là poi piazzano una voce robotica che pare affetta da una balbuzie-tributo al jack chicagoano ed antitetica rispetto al suono umanizzato di tutto il resto. «A parte ritmica e basso, “Activate” venne sviluppato solo su campioni che prelevammo da una colonna sonora funky/jazz di un cartone animato giapponese» prosegue Vianello. «Ci venne l’idea di chiuderlo ed aprirlo e a quel punto decidemmo di usare la voce sintetizzata che dava il via. Andò piuttosto bene ma non saprei quantificare con esattezza quanto vendette in totale. In Italia eravamo sulle 30.000 copie e facemmo anche diverse licenze in Francia, Germania, Spagna e Belgio».

I Moltosugo mantengono saldo l’equilibro su quella miscellanea anche per il successivo “Check Out The Groove” cantato da Danny Losito (voce dei Double Dee) uscito nel 2000. In parallelo esce il primo (ed unico) volume del “Mind The Tools EP” firmato Tommy Vee e J. Keller stilisticamente affine a Moltosugo. In seguito il team si espande intrecciandosi ai T&F (Frankie Tamburo e Mauro Ferrucci): da questo nuovo asse creativo vengono fuori altri brani tra cui “La Serenissima”, remake dell’omonimo dei Rondò Veneziano, che diventa “Stay” nella versione vocale interpretata da Ce Ce Rogers. «Tutto accadde in modo molto naturale col coinvolgimento di Mauro nella parte compositiva. Eravamo più maturi e virammo verso il pop. I tempi dei miei esordi discografici insieme a Spiller nel progetto Laguna ormai iniziavano ad essere lontani».

Tommaso Grande Fratello

Tommaso Vianello al Grande Fratello (quarta edizione, 2004)

Nel 2004 Vianello partecipa alla quarta edizione del Grande Fratello e la sua notorietà cresce ulteriormente oltrepassando i confini del mondo delle discoteche e della musica house. Non è però un “graziato” come tanti altri che in seguito prendono parte a reality show di ogni genere, visto che la sua attività in ambito musicale è già ben avviata (si sentano remix per Laguna, Matt Bianco, Latin Aspects o Green Velvet e brani come “Aadizookaanag”, “Traditional Story” e i vari Moltosugo di cui si è parlato prima). Senza dubbio il programma della Endemol lo aiuta e supporta nel raggiungere nuovi risultati come l’album “First!” da cui viene estratto il singolo “Anthouse (Don’t Be Blind)”.

Da sempre legato alla Airplane! Records, continua il suo percorso artistico e nel 2013 riporta in vita proprio “Activate”, attualizzandone alcuni elementi ma senza snaturarne la matrice originale. «Viviamo un periodo in cui l’apporto della tecnologia ha appiattito la creatività creando standard ai quali si tende sempre ad omologarsi. A ciò bisogna aggiungere la saturazione del mercato e la necessità di impressionare al primo ascolto. Negli anni Novanta si stava meglio, la scena dance/house era una cosa da DJ e da etichette indipendenti, era underground e solo ogni tanto diventava crossover. Ora invece la dance è mainstream e ciò comporta una competitività insostenibile da parte delle piccole etichette che spesso non ce la fanno a sopravvivere. Ormai un brano è un business solo se diventa veicolo promozionale per l’artista che poi fa serate, pertanto molti dei musicisti che un tempo coadiuvavano il lavoro dei DJ in studio sono stati costretti a cambiare mestiere. Spero che col tempo le cose ritrovino un equilibrio». (Giosuè Impellizzeri)

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La passione per Radio Deejay fatta persona: GiankySalinas

GiankySalinasSe avete cercato in Rete almeno una volta le registrazioni di Radio Deejay risalenti agli anni Novanta vi sarete senza dubbio imbattuti in qualche clip messa a disposizione da GiankySalinas. A celarsi dietro il nickname è Giancarlo De Vita, da Marsala, che definire appassionato sarebbe riduttivo: da quasi venticinque anni raccoglie praticamente tutto ciò che riguarda l’emittente fondata da Claudio Cecchetto, dalle compilation agli adesivi, da ritagli di giornale a diari scolastici passando per manifesti, t-shirt, cartonati destinati ai negozi, merchandising più svariato ed ovviamente centinaia di registrazioni. Pur non potendo quantificare con esattezza quanti pezzi annovera la sua raccolta, si può affermare comunque che sia tra le più complete in assoluto. Ma quali motivazioni lo hanno spinto ad iniziare una collezione del genere? Cosa ha alimentato ininterrottamente la sua passione? A spiegarlo è lui stesso in una lunga ed appassionata intervista.

Quando, come e perché hai iniziato a collezionare materiale relativo a Radio Deejay?
Tutto iniziò nello stesso anno in cui cominciai ad ascoltarla, nell’ormai lontano 1993. Fino ad allora non avevo una radio di riferimento, spaziavo da un’emittente all’altra con l’unico intento di ascoltare i brani che adoravo. Poi, un giorno come gli altri, spostando la manopola dello stereo beccai il Disco Prezioso, la storica rubrica di Giorgio Prezioso nel Deejay Time che per anni ha deliziato i miei pomeriggi. Rimasi molto colpito dall’estro di Giorgio: i suoi scratch, la maestria e il virtuosismo con cui riusciva a remixare i brani mi affascinarono. Quando capii, grazie alla voce di Albertino, che quei remix erano un appuntamento fisso del Deejay Time, iniziai a seguirlo tutti i giorni fino ad estendere il mio ascolto a buona parte della programmazione di Radio Deejay. Da allora non ho più smesso di ascoltarla, è stato un continuo incuriosirmi facendomi rapire da ogni cosa, dalla simpatia degli speaker ai mixaggi, dagli innumerevoli jingle alle rubriche e alle sigle, tutti elementi che nel loro insieme hanno composto quell’amalgama perfetta da rendere Radio Deejay la mia linfa vitale. Ben presto iniziai a raccogliere quanto più materiale possibile sulla radio, cominciando da quello cartaceo con articoli dei vari DJ presenti nelle svariate riviste musicali e di spettacolo dell’epoca. Successivamente cominciai ad impossessarmi di qualche adesivo molto in voga in quegli anni, le immancabili compilation e qualche gadget, alcuni dei quali presenti nelle compilation stesse. Un po’ per volta il mio pathos iniziò ad essere così grande che senza nemmeno rendermene conto sfociò in una piacevole dipendenza che ancora oggi rimane immutata nonostante il trascorrere di tanti anni. Dare una spiegazione esaustiva sul perché della mia collezione non è semplice, penso ci siano molteplici fattori che possano aver scatenato questa mia passione, a cominciare da quello emotivo che sicuramente è tra i fondamentali. Ad ogni uscita di una compilation o di un gadget in particolare dentro di me è sempre scattato un forte desiderio di possesso, appagato dalla gioia e dall’emozione che provo tutte le volte in cui riesco ad ottenere l’oggetto desiderato. Ho sempre trovato affascinante anche il piacere della ricerca, l’adrenalina nel trovare il gadget mancante magari inseguito da tempo, e la possibilità di avere tutto sempre sotto gli occhi e catalogarlo. Sono cose che mi hanno costantemente entusiasmato e continuano a farlo. In secondo luogo credo anche che l’effetto nostalgia abbia giocato un fattore determinante per continuare a tenere viva questa mia passione. Sono tanti i ricordi legati a ciascuno dei pezzi della mia raccolta, e conservare questi cimeli, custoditi gelosamente come reliquie, mi dà la possibilità di tenerli sempre vivi.

Collezionavi già qualcosa in precedenza?
Poco prima dei gadget iniziai a collezionare le compilation. Erano anni in cui le compilation proliferavano come funghi, il mercato era invaso da raccolte mixate di ogni tipo, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Solitamente le mie scelte propendevano verso quelle più celebri come le Hits On Five e le Danceteria che furono le prime che iniziai a comprare. In seguito le serie di compilation che mi videro particolarmente operoso nel collezionare furono principalmente quelle di Radio Deejay come le Deejay Parade, le Alba, le Hardcore Compilation, le Deejay Compilation, One Nation One Station e molte altre che hanno fatto storia. Un po’ come per i gadget anche con le compilation ho sempre avuto un rapporto di totale ammirazione. A distanza di anni amo ancora ascoltarle, osservare le copertine, sfogliare i booklet e ammirare ogni loro componente. Le copertine in particolare sono sempre riuscite a darmi un’emozione all’impatto con i loro colori e con il loro intramontabile fascino. Ancor prima delle compilation invece acquistavo con una certa frequenza pure i giochi del glorioso Commodore 64, consolle che varcò le porte di casa mia sul finire degli anni Ottanta e che in breve tempo finì col segnare la mia infanzia. Sebbene avessi parecchie cassette, non credo si possa parlare propriamente di collezionismo. Ero molto legato ad alcune specifiche collane editoriali ma senza riuscire a completarle, del resto il catalogo dei giochi era così vasto da rendere arduo ogni tentativo di collezione. Con il trascorrere degli anni e con le dovute fatiche, sto cercando di riappropriarmi di tutti quei giochi perduti ma mai dimenticati che hanno fatto parte della mia infanzia. Credo che questo desiderio sia dovuto anche alla mia spiccata nostalgia per il passato, la stessa nostalgia che inevitabilmente mi consente ancora oggi di continuare a collezionare gadget di Radio Deejay.

La gallery fotografica che si trova in coda a questa intervista, nonostante sia parziale, rivela più che bene le dimensioni della tua collezione. In che modo sei riuscito ad entrare in possesso di così tanto materiale? Non intendo oggetti come compilation, oggi facilmente reperibili via internet, ma registrazioni di puntate di programmi e di “trasferte” televisive, memorabilia ed altre cose simili che non erano nemmeno in vendita.
Per quanto riguarda i gadget, alcuni li ho avuti con i Premi Fedeltà e vari giochi della radio, altri invece spaziano principalmente tra acquisti nelle cartolibrerie come nel caso dei quaderni, agende ed altro materiale scolastico, e nel merchandising della radio. Il materiale che non era facilmente reperibile, in particolar modo quello degli anni Ottanta, è frutto di molte ricerche. Un tempo era particolarmente complicato perché internet era un mondo inesplorato e non alla portata di tutti. L’unico modo che mi permise di entrare in contatto con persone che coltivavano la mia stessa passione fu quello degli annunci sulle riviste musicali attraverso le quali nacque una piacevole corrispondenza epistolare che con alcuni si è protratta anche per diversi anni. Poi, in seguito alla diffusione capillare di internet, è stato tutto più facile e con dei semplici clic del mouse ho potuto ampliare le mie ricerche ed avere un contatto più diretto con gli appassionati mediante vari forum, newsgroup ed altre piattaforme. Per quanto riguarda le registrazioni audio, a parte qualche scambio di alcuni remix di Prezioso che mancavano nella mia collezione e ad alcune registrazioni antecedenti il 1993, la stragrande maggioranza del materiale audio è in mio possesso grazie alle tante ore trascorse davanti allo stereo a registrare tutto quello che mi entusiasmava. Lo stesso avveniva con le registrazioni televisive che, telecomando alla mano, non perdevo per nessuna ragione. Quando poi musicassette e VHS crebbero a dismisura iniziai a numerarle, elencando scrupolosamente sui dei fascicolatori tutto il loro contenuto. Questo sistema mi ha permesso di archiviare e digitalizzare con più facilità i numerosi jingle, gli spot e tante altre registrazioni che nel corso di questi anni ho avuto il piacere di condividere sui miei canali Youtube, GiankySalinas e GiankySalinas Due, e sulle pagine Facebook Disco Prezioso by Giorgio Prezioso Fan Page (per il materiale su Giorgio Prezioso), e Compilation Dance anni 90 – 2000 e Ricordi Musicali (per gli spot delle compilation). Fortunatamente non sono stato il solo ad aver condiviso materiale sul web. Altri “amici della cassettina” molto attivi su YouTube e su Facebook hanno inserito molte registrazioni del passato, come Antonio Pezzella sul suo canale Youtube Pinkopallino2009 e sulla sua pagina Facebook Deejay Parade & Deejay Time arricchita dalla collaborazione di Giovanni Pavone che ne cura la grafica. Poi c’è Diego Calabrese con la sua pagina Facebook Original Megamix by Fargetta & Molella gestita insieme ad altri collaboratori. Con le nostre pagine siamo riusciti ad aggregare una comunità in costante espansione di storici amici della cassettina e non, dando la possibilità di riascoltare le tante registrazioni raccolte nel corso degli anni ed offrendo la possibilità a chiunque di contribuire attivamente fornendo le proprie. Per quel che mi riguarda (e penso che per gli altri sia lo stesso) è una cosa che mi diverte e che allo stesso tempo mi appaga, e non è raro ricevere messaggi di persone che mi ringraziano per la dedizione con cui faccio il tutto, e ciò mi gratifica molto. Ho sempre ritenuto importante la condivisione proprio perché penso sia un buon modo per far rivivere le emozioni provate in passato e che al contempo è anche un modo per far conoscere la storia di Radio Deejay a chi invece non ha avuto la possibilità di ascoltarla negli anni. In un certo senso lo è anche coi gadget, perché ogni oggetto ha una sua storia e merita di essere esposto agli occhi di chi ha un preciso ricordo.

Nel tuo database figurano anche alcune bobine con registrazioni di fine anni Ottanta/primi Novanta, autentici cimeli per i collezionisti più incalliti.
Riuscii ad entrare in possesso di quelle bobine tanti anni fa. Alcune in seguito a casi fortuiti, altre grazie alle aste online. Gli offerenti erano piuttosto agguerriti visto che si trattava di materiale unico ed interessante, ma non potevano non finire tra le mie grinfie!

Quali sono gli oggetti più strani e rari della tua collezione?
Tra i più strani, e per cui ho faticato molto per impossessarmene, c’è un tubetto gel di Radio Deejay della Gelly Diffusion, lo stesso che veniva pubblicizzato sulle pagine della rivista Deejay Show alla fine degli anni Ottanta. Ho avuto il piacere di stringerlo tra le mani dopo anni di continue ricerche. L’oggetto più raro che custodisco è invece il disco di platino per le oltre 200.000 copie vendute della Deejay Parade Vol. 5, senza dubbio il pezzo più prestigioso della mia collezione a cui tengo particolarmente.

Sei ancora alla ricerca di qualcosa che ti piacerebbe annoverare nella raccolta?
Da molti anni a questa parte cerco un vecchio organizer Sharp personalizzato Radio Deejay, e qualche altro gadget che non dispero di trovare in futuro. Chi colleziona sa bene che la perseveranza è un elemento che non può assolutamente mancare ad un collezionista, insieme a quella buona dose di pazienza che è sempre indispensabile e che a volte fa la differenza.

Hai mai effettuato vendite e/o scambi?
Entrambe le cose. Prediligo gli scambi ma qualche doppione mi è capitato di venderlo, per lo più adesivi, diari e calendari. Gli adesivi rappresentano il materiale più facile da scambiare per via dell’enorme diffusione e per la facilità di avere dei doppioni, proprio come si faceva con le figurine (celo, celo, manca!). Ad oggi vanto una collezione di circa duecento adesivi di Radio Deejay con molte rarità. Non è stato facile farla crescere di così tanti pezzi anche per la difficoltà nel trovare persone disposte a cederli. Solitamente l’ostacolo maggiore è legato al valore affettivo che chiaramente influisce molto.

Ti hanno mai offerto denaro per particolari oggetti della tua raccolta?
Mi è successo più volte per rari adesivi e qualche gadget come lo sparajingle, ma ho sempre rifiutato. Per eventuali scambi/vendite metto a disposizione solo i doppioni, i pezzi unici li custodisco gelosamente ed ovviamente preferisco non privarmene.

Qual è il pezzo a cui tieni maggiormente?
È una domanda che mi mette in difficoltà perché sono molti i gadget a cui mi sento particolarmente legato. Farò uno sforzo citandone almeno due: il disco di platino, di cui parlavo prima, è assolutamente degno di menzione dato il suo fascino e il suo prestigio, ma mi viene in mente anche un vecchio diario degli anni Ottanta. Ebbi la fortuna di trovarlo per puro caso in una cartolibreria a metà degli anni Novanta, lo tirai fuori da una scatola in cui era riposto assieme ad altri diari ammucchiati e pieni di polvere tenuti lì chissà da quanto tempo. Rimasi affascinato dalla copertina, piena di quadrati rossi e gialli con al centro il vecchio logo. Era la prima volta in cui mi impossessai di un gadget degli anni Ottanta. Fondamentalmente il diario non aveva nulla di eccezionale, conteneva alcune schede dei vari speaker dell’epoca con foto in bianco e nero. Fui io ad impreziosirlo riempiendolo con tantissimi ritagli di giornale con articoli su Radio Deejay. Era mia abitudine infatti comprare molte riviste musicali e di spettacolo da cui ritagliavo minuziosamente gli articoli che più mi interessavano per poi incollarli sulle pagine. Sicuramente è il gadget che nel corso degli anni ho tenuto in mano più di tutti gli altri, lì dentro ho racchiuso molti ricordi.

Cosa era Radionauta?
Era un fan club non ufficiale di Radio Deejay che prese il nome dall’omonimo CD-Rom che uscì un anno prima. Nacque nel ’97 grazie all’idea di due fan “deejayomani”, Barbara Businaro di Padova ed Alessia Vitrano di Palermo. Spinte dalla passione per la radio di Via Massena diedero vita ad una fanzine per tutti gli iscritti contenente articoli, notizie, foto, classifiche e tanto altro ancora. Ognuno poteva dare il proprio contributo mandando materiale vario. L’entusiasmo e le idee erano tante ma non sono bastate a proseguire il progetto che purtroppo si interruppe per mancanza di collaboratori.

Con una collezione simile mi pare scontato chiederti quale sia la tua emittente radiofonica preferita ma, nel corso degli anni, suppongo abbia ascoltato anche altre radio. Quali ti sono rimaste più impresse?
Causa l’abbandono di Giorgio Prezioso da Radio Deejay, ho spostato la frequenza per ascoltare Prezioso In Action su m2o e saltuariamente Mollybox quando andava ancora in onda, più qualche fugace ascolto su Radio 2 e Radio Capital via web. In passato invece ho “tradito” Radio Deejay solo sporadicamente, complice un segnale della frequenza non sempre al top nella mia zona. In quei casi, quando il segnale era assente o molto disturbato, emigravo su altre radio come Italia Network, tra le poche affini ai miei gusti musicali dell’epoca, o su emittenti locali. Proprio su queste ultime mi capitava di sentire non di rado programmi che tentavano di emulare goffamente il Deejay Time dell’epoca d’oro, scopiazzando sigle, jingle ed effetti vari. Una trasposizione maldestra a tutti gli effetti spesso con esiti pessimi e persino esilaranti, soprattutto per via della rozzezza ed eccesso di presunzione di chi si proponeva al microfono. Erano poche quelle a non risultare sgradevoli ma chiaramente il Deejay Time era un’altra cosa. Indubbiamente il successo che ebbe il programma di Albertino fu tale da influenzare il modo di fare radio in quegli anni.

Cosa aveva Radio Deejay in più delle altre?
Vantava senza dubbio uno stile innovativo ed una personalità tali che le permettevano di essere un passo avanti rispetto alle radio concorrenti, grazie anche al gruppo di lavoro che Cecchetto prima e Linus poi hanno saputo costruirsi intorno. Nei primi tempi una grossa mano la diede sicuramente la televisione con la nascita di Deejay Television che fece acquisire sin da subito grande notorietà. Altri motivi della forza attrattiva di Radio Deejay possono essere legati dalla programmazione musicale dell’epoca sempre innovativa e che l’ha caratterizzata molto rendendola facilmente riconoscibile. Poi l’alto livello tecnico dei vari DJ di cui si è sempre circondata, gli innumerevoli jingle di ottima caratura fino ad arrivare alle sigle. Ogni cosa contribuì a fare di Radio Deejay una radio piena di fascino sino a renderla un punto di riferimento per molti ascoltatori. Poi ci furono il Deejay Time e la Deejay Parade, i due programmi che a mio modo di vedere hanno segnato fortemente gli anni Novanta. L’entusiasmo che erano in grado di generare Albertino, Fargetta, Molella e Prezioso non aveva eguali. Sentirli era un concentrato unico di gioia e divertimento, un appuntamento immancabile in cui Albertino durante la settimana alle 14:00 ci intratteneva in quelle ore di totale spensieratezza facendoci entrare in un mondo fatto di musica, miscelazioni, personaggi di fantasia, jingle che riprendevano brani di successo, continue frasi che diventavano tormentoni, rubriche, effetti, suoni… tutte cose che permettevano a noi fan di immergerci in una dimensione fantastica e sognare ad occhi aperti grazie all’immaginazione e alle varie sensazioni che la facevano da padrone quando internet, streaming e social media non esistevano ancora. Ogni volta che ascoltavo Radio Deejay era un continuo susseguirsi di emozioni talmente forti da rendere indelebilii tanti ricordi, gli stessi che spesso mi ritornano alla mente oggi ascoltando vecchie registrazioni o con le varie Reunion in radio. Sebbene negli anni Radio Deejay sia un po’ cambiata dovendosi adeguare ai ritmi odierni e ad alcune logiche di mercato, penso che, a parte qualche défaillance, è riuscita nel difficile compito di rinnovarsi ed evolversi senza perdere la personalità che l’ha sempre contraddistinta. Sicuramente, rispetto a tanti anni fa, il modo di fare radio è notevolmente cambiato, le nuove tecnologie ed internet hanno finito con lo snaturare il ruolo predominante che la radio aveva, dando più spazio all’intrattenimento e al parlato, cose che bisogna anche saper fare con professionalità e col giusto stile, e in questo Linus penso ne sia stato ampiamente capace. A mio modo di vedere credo sia anche riuscito a creare quell’alchimia perfetta tra il suo gruppo di lavoro e noi ascoltatori, facendoci sentire parte di un’unica famiglia, grazie alla formula dei vari programmi e con gli speaker capaci di trasmettere la giusta armonia con la loro quotidianità e le tante interazioni col pubblico. Personalmente devo molto a questa radio, un pezzo della mia vita è legata profondamente a Radio Deejay, mi ha sempre tenuto in buona compagnia con la musica, con le chiacchiere e con il suo spirito. Scavando tra i ricordi mi viene in mente quando a dodici anni mandavo già le mie lettere in radio scrivendo di tutto, le mie sensazioni, le cose che gradivo e persino suggerimenti del tutto improbabili sui palinsesti! Era il modo per manifestare il mio affetto che nutrivo nei loro confronti, affetto che puntualmente veniva premiato con alcuni adesivi che di tanto in tanto mi mandavano. Tutte le volte che accadeva l’entusiasmo saliva alle stelle.

Quali sono gli oggetti più recenti su cui hai messo le mani?
Grazie al nuovo merchandising della radio continuo a comprare e collezionare nuovi gadget, ma parallelamente a ciò sono sempre alla ricerca di quei vecchi pezzi che non sono mai riuscito ad avere. Recentemente sono entrato in possesso di alcuni taccuini della nuova collezione.

Metteresti a disposizione la tua raccolta per un’eventuale mostra?
L’idea è suggestiva, fa sempre piacere poter mostrare, almeno in parte, le proprie collezioni. È anche un modo per raccontare e raccontarsi. Negli anni ho avuto modo di poterlo fare diffondendo sul web alcune foto e registrazioni di vario genere, ma molto deve essere ancora riesumato. La passione di certo non manca, la pazienza nemmeno, l’unica cosa a remare contro è il tempo che non è mai abbastanza, ma quando posso cerco sempre di condividere parte del mio archivio. Attualmente sto creando un video dove tenterò di mostrare la mia raccolta di adesivi, purtroppo è ancora in fase embrionale ma spero che possa prendere luce ben presto.

Come immagini la tua collezione tra venti anni?
È una bella domanda. Trovo difficile immaginarla come sarà in futuro. Il mio auspicio è quello di non perdere mai l’entusiasmo e la passione che mi hanno sempre accompagnato in tutti questi anni. Quello che mi conforta è la consapevolezza di sapere che quando una passione è così grande da rimanere immutata nel corso del tempo è facile pensare che possa durare ancora per molto. I presupposti per vederla ancora crescere da renderla grande e imperiosa ci sono tutti, con la speranza di ritrovarmi anche una casa più grande in modo da potergli dedicare il giusto spazio che merita.

(Giosuè Impellizzeri)

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