Djaimin Featuring Rose – Hindu Lover (Flatline Records)

DJaimin Ft Rose - Hindu LoverNato in Svizzera nel 1967, Dario Mancini alias Djaimin (pseudonimo frutto della fusione di alcune lettere del nome e cognome) inizia la carriera da DJ nei primi anni Ottanta in una discoteca chiamata Platinum. Attraverso dei nastri di Tony Humphries scopre la house, genere che promuove nella nazione natia sin dal 1987 attraverso un programma radiofonico in onda su Couleur 3. Nel contempo organizza eventi, come il Dancefloor Syndroma, contribuendo attivamente alla diffusione della house music in territorio elvetico. Sono anni di puro pionierismo, seminali sia per i club che per la discografia.

Nel ’90 porta Humphries per la prima volta in Svizzera come guest e l’occasione è giusta per stringere amicizia. Il DJ statunitense gli dispensa consigli che mette in pratica per realizzare il suo primo disco, “Give You”. «Inizialmente il pezzo venne pubblicato dalla Maniak Records, etichetta di Losanna di proprietà di cari amici che gestiscono tuttora la catena di negozi di abbigliamento chiamata Maniak» racconta oggi Mancini. «Raggiunse la prima posizione della classifica svizzera e poi, preso in licenza dalla Strictly Rhythm, conquistò altri podi sparsi per il mondo, tra Stati Uniti, Europa ed Asia». Ai tempi l’A&R della Strictly Rhythm è George Morel, artista che Mancini fa approdare in Svizzera proprio come avvenuto con Humphries. Per la Maniak Records poi incide anche due album, “Give You” ed “Emotion”, destinati ai DJ e alle discoteche specializzate in house/garage.

Nel ’95 esce il terzo album, “Color The World With Music”. Ad aprirlo e chiuderlo è “Hindu Lover”, prima con la Vocal Mix e poi con la Zanz Mix (nomignolo già usato per “Give You” e probabile riferimento allo Zanzibar, storico club di Newark). In tracklist figura persino una terza versione, la Swiss Mix col featuring di una certa Louna. A caratterizzare il brano sono suoni eterei d’ispirazione ambient, percussioni ed un riff eseguito con uno strumento indiano, un sitar. La BWBRecords, a cui quell’anno si affianca la Jamie Djaim Records che Mancini fonda insieme a Jamie Lewis, stampa pure il CD single di “Hindu Lover” ma non accade nulla sino all’inizio del 1996 quando il pezzo viene pubblicato su 12″ dalla Flatline Records, etichetta distribuita dalla Strictly Rhythm. A questo punto si innesca qualcosa che cambia radicalmente lo status quo e si fanno avanti colossi come Slip ‘n’ Slide e Deconstruction.

«Iniziai a lavorare ad “Hindu Lover” già alla fine del ’94 quando approntai la versione strumentale che feci ascoltare a Tony Humphries. Gli piacque ma mi consigliò di arricchirla con inserti vocali per renderla più accessibile al mondo delle radio, ai tempi il più importante veicolo promozionale, un po’ come oggi è YouTube. Nacque così la versione cantata da un’amica, Rose Stigter, che proprio quell’anno invitai nella veste di vocalist al tour svizzero di Humphries. In segno di amicizia cedetti il brano alla Flatline Records, etichetta curata dall’assistente di Tony Humphries, che avrebbe dovuto distribuirlo solo negli States anche se, è risaputo, ai tempi certe clausole non venivano rispettate ed era piuttosto difficile, se non impossibile, scoprire chi si comportava in modo sleale. Da lì a breve si fece avanti la Slip ‘n’ Slide per il territorio britannico (Peter Harris mi seguiva dal 1991/1992, periodo in cui tenni il mio primo tour nel Regno Unito approdando anche al Ministry Of Sound), a cui seguì la Deconstruction con cui chiusi un accordo per il mondo intero e che affidò il remix a Roger Sanchez. Come avvenne circa quattro anni prima con “Give You”, decisiva fu la promozione di Tony Humphries che creò il giusto entusiasmo intorno ad “Hindu Lover”, ma sono altrettanto riconoscente a cari amici italiani come Ralf, Ricky Montanari, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Joe T. Vannelli ed altri ancora che mi hanno sempre sostenuto».

Per Djaimin si spalancano le porte del mainstream, fioccano decine di richieste di licenza (in Italia ad accaparrarsi il brano è la D:vision Records del gruppo Energy Production) e la sua popolarità cresce in modo vertiginoso. «Cercavo di tenere alta la mia reputazione ma non volevo fare un clone di “Give You”. Desideravo piuttosto scovare qualcosa di inedito per la house ed adoperando un vecchio campionatore E-mu Emulator giunsi a sonorità hindi, dalle percussioni al sitar. Poi sovrapposi quei suoni tanto particolari a dei pad malinconici e nostalgici che erano un po’ la mia firma. Per quel che riguarda il testo invece, immaginai una storia d’amore di chi non voleva una relazione stabile. Il pezzo piacque molto anche alla community gay al punto da diventare un vero anthem in alcuni locali a Miami e Londra. Insomma, un autentico successo che partì dall’underground e divenne mainstream. Credo che, conteggiando le diverse licenze, vendette poco più di 100.000 copie in vinile, a cui bisogna aggiungere anche i molteplici inserimenti nelle compilation».

Mancini vive un periodo dorato, tra i più rosei della carriera. Il successo di “Hindu Lover” gli procura diverse richieste di remix (come “How Can I Get You Back” di House Of Jazz Featuring Jolynn Murray, per la Slip ‘n’ Slide) e parecchi ingaggi come DJ anche in Italia, Paese a cui l’artista è legato in modo particolare. «Mio padre è nato a Pesaro, da giovane ho frequentato la Baia Degli Angeli e in seguito i locali più belli della riviera adriatica come il Peter Pan, il Cocoricò e il Da Da Da poi diventato Prince. Quando divenni art director in Svizzera invitai come guest, sia in discoteca che nel mio programma radiofonico, molti amici DJ italiani, gli stessi che incontravo nel mio negozio di dischi preferito, il Disco Più di Rimini, dove si facevano lunghissime chiacchierate. L’Italia ha dato un contributo importantissimo alla musica dance sin dai tempi dell’italo disco con Claudio Cecchetto, Martinelli, Claudio Simonetti, Stefano Pulga e Giorgio Moroder, il numero uno in assoluto».

Il follow-up di “Hindu Lover” viene prodotto con Enrico Di Tullio alias Djaybee, si intitola “Fever”, esce nel ’96 sulla britannica XL Recordings e si avvale di vari remix tra cui spiccano quelli di Boris Dlugosch (è sua la versione di punta) e Joey Negro. A licenziarlo in Italia questa volta è la Suntune, nata quello stesso anno tra le mura della bresciana Time Records. «Non fu un classico follow-up, l’unico elemento a collegare “Hindu Lover” a “Fever” era la cantante, Rose. Non mi aspettavo quindi di bissare il successo ma nonostante tutto ebbe ottimi feedback, anche dall’Italia. Senza dubbio a fare la differenza furono i remix giacché la mia versione era più vicina alla garage».

Djaimin incide un altro paio di singoli, “Finally” (ancora con Rose ed omonimo del quarto album) e “Tape Project”, e poi “Open The Door”, su Slip ‘n’ Slide nel ’98, portato in Italia dalla Heartbeat del gruppo Media Records. Una delle versioni, curata da DJ N-Joy, campiona “First True Love Affair” di Jimmy Ross (1981) ed è perfetta per il periodo che vede l’esplosione del fenomeno french touch. I DJ dei club la programmano ma si rivela inadatta al crossover.

Mancini però ha un altro asso nella manica che cala proprio nel 1998, ovvero “Put Your Hands Up” con cui rianima il progetto Black & White Brothers partito quattro anni prima con Michael Hall alias Mr. Mike. «Sia “Put Your Hands Up” che “Pump It Up” (ripresa con successo nel 2004 da Danzel, che ne realizza una specie di mash-up con “In The Mix” di Mix Masters Featuring MC Action, nda) nacquero come brani destinati ai fan del nostro programma radiofonico, Pump It Up Live. Erano semplicemente inni alla gioia che usavamo durante le serate e che il pubblico amava cantare. Così, quando smettemmo di fare radio, dopo circa dieci anni, decisi di pubblicare entrambe le tracce su vinile come tributo a quel magico periodo. Non ci aspettavamo minimamente che diventassero pezzi mainstream di quella portata, e la riconferma giunse nel 1999 con “World Wide Party”».

Il ritrovato successo pop non scalfisce l’operatività di Mancini che continua ininterrottamente a produrre musica house concretizzando nuove collaborazioni (con Brian Allen mette su i Crystal Clear che sbarcano sulla Yellorange di Tony Humphries) e raggiungendo la Purple Music dell’amico Jamie Lewis. «Credo che oggi sia piuttosto difficile escogitare cose del tutto nuove. Come nella moda, anche in musica si assiste al ritorno di suoni riciclati attraverso le nuove tecnologie. Resto del parere che la house continuerà a girare a 120 BPM, circa il doppio del battito cardiaco a riposo, e che farà ancora leva sui vocal, la vera chiave di questo movimento. Al pubblico piace ballare ma vuole anche melodie da cantare. Non ho mai sentito nessuno fischiettare o intonare i suoni di una drum machine! Certo, ci sono momenti in cui funzionano stili contemporanei come avvenuto di recente con l’EDM, ma la house non morirà mai e sono sicuro che negli anni a venire ci attendono ancora molte sorprese». (Giosuè Impellizzeri)

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Andrea Gemolotto – DJ chart marzo 1999

Andrea Gemolotto chart marzo 1999
DJ: Andrea Gemolotto
Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1999

1) Tore – Battlestar XB-7
Il 10″ vede due protagonisti, Tore Andreas Kroknes alias Erot e l’amico Bjørn Torske. L’assonanza fonetica tra Tore e Torske manda comprensibilmente nel pallone più di qualcuno, compreso Gemolotto che sbaglia nell’attribuire a Torske, artefice del solo lavoro di editing, la paternità del brano. Forse al quartier generale della Svek pensarono intenzionalmente a questo gioco di lettere come burla. “Battlestar XB-7” di Erot è un incredibile mosaico fatto di tessere house, disco e funk, a tratti impazzite grazie ai filtri incrociati di cutoff/resonance e ai frenetici edit di Torske che non si esime dal mandare parti in reverse. Su un incalzante ritmo intriso di percussioni ed un vibe dal retrogusto caraibico, i norvegesi edificano la loro proto nu disco, la stessa da cui germoglieranno le carriere di altri connazionali come Lindstrøm & Prins Thomas, Rune Lindbæk, Blackbelt Andersen, Todd Terje, Ytre Rymden Dansskola, diskJokke e Magnus International. Il disco resta l’ultimo inciso da Kroknes: il promettente compositore (ma anche designer grafico, il logo della Tellé è opera sua) muore ad aprile del 2001 a soli 23 anni, stroncato da un problema congenito al cuore.

2) Kenny Lattimore – If I Lose My Woman
Estratto dall’album “From The Soul Of Man” del ’98, “If I Lose My Woman” è uno dei pezzi più noti di Kenny Lattimore, cantante statunitense che figura nella formazione dei Maniquin a fine anni Ottanta. Spalleggiato dalla Columbia, riesce ad affermarsi da solista come una delle voci r&b/soul più calde. Per l’occasione a traghettarlo verso la house sono i Masters At Work, autori di un remix dai riflessi jazz che probabilmente è quello a cui Gemolotto fa riferimento nella sua classifica.

3) Fini Dolo – Blow
“Blow” dei Fini Dolo è deep house per palati fini caratterizzata da uno spoken word femminile ed accenni soul/funk derivati dal sample preso da “Outstanding” di The Gap Band (1982). La versione principale è curata dai Restless Soul, team di produzione fondato da Phil Asher e Luke McCarty, e nella parte centrale vede lo sviluppo di una sezione di fiati che mandano in visibilio gli amanti della house garage.

4) Funk Essentials – Funking City
Pubblicazione confinata al totale anonimato questa dei Funk Essentials, sembra prodotta da Anthony R. White e Lorraine Lucantoni sull’onda di progetti paralleli come Funk ‘N’ Soul e 1st To Go. I due avrebbero meritato un trattamento decisamente diverso visti i trascorsi ma è risaputo, il mondo della musica può riservare anche sonore delusioni.

5) Turnstyle Orchestra – Latin Soul
Proviene dal catalogo dell’indimenticata Guidance Recordings l’unica apparizione che un quartetto di DJ/produttori firma come Turnstyle Orchestra. “Latin Soul” presenta un lungo e suggestivo intro ricavato da “Singing Winds, Crying Beasts”, brano d’apertura di “Abraxas” di Santana (1970). Più percussiva invece la … Not So Latin… Sonic Soul Mix.

6) Doodlebug – Loose In Your Mind
I Doodlebug (Andrew Blake e Dave Coker) alle prese con un tool house sollecitato da una voce femminile che recita il titolo. Il remix inciso sul lato B è di Silverlining alias Asad Rizvi, personaggio che conosce popolarità tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila quando il suo nome finisce su autorevoli magazine che lo mettono nella lista dei DJ da seguire con attenzione.

7) Incognito – Nights Over Egypt
Dalla tracklist dell’album “No Time Like The Future” pubblicato dalla Talkin’ Loud di Gilles Peterson e Norman Jay, “Nights Over Egypt” è la cover dell’omonimo delle Jones Girls (1981) ricantato da Jocelyn Brown. Ai DJ è destinato un doppio mix con ben cinque remix dei Masters At Work ed uno a firma MJ Cole. È presumibile che Gemolotto avesse scelto una di queste versioni, tutte in bilico tra house ed acid jazz.

8) Hell – Copa
“Copa”, come descritto in Gigolography, «è il secondo singolo estratto da “Munich Machine” ed è uno spassoso reprise disco/funk/house di “Copacabana” di Barry Manilow (1978), promosso da un video ironico immerso tra machismo e belle donne». A produrre insieme ad Hell è l’amico Filippo “Naughty” Moscatello, artefice di un impeccabile lavoro di “taglio e cucito” che trasforma la hit di Manilow (presunta nuova identità di Jim Morrison) da ballata a metà strada tra disco e musica latina in un irresistibile glamour track di house mutante. Ad impreziosire il 12″ sono i remix di Abe Duque e Ian Pooley ma per la versione destinata al Regno Unito la Disko B coinvolge pure Phats & Small, quell’anno nelle classifiche di vendita internazionali con “Feel Good”, “Tonite” e soprattutto “Turn Around”.

9) Irving Project – Pick Me Up
Irving Project era un progetto messo su dal compianto vocalist di Chicago Kevin Irving (quello di “Children Of The Night”, Trax Records 1987) e dal produttore/tastierista Spero Pagos. La Strictly Hype Recordings investe parecchie risorse in “Pick Me Up” commissionando svariati remix con cui riempie a dovere prima un doppio di taglio house su Afterhours e poi un singolo che corre su ritmi più agitati su Underground Construction. Comprensibilmente ad essere coinvolti sono artisti della “Windy City” come Mazi Namvar, Rick Garcia, Johnny Fiasco, DJ Bam Bam e DJ Trajic, interpellati per rileggere il pezzo secondo le proprie inclinazioni stilistiche. Purtroppo Gemolotto non chiarisce quale sia la versione da lui scelta.

10) Idjut Boys And Quakerman – Life The Shoeing You Deserve
Trattasi di un album che la Glasgow Underground pubblica nella primavera del 1999 con cui il duo degli Idjut Boys (Conrad McDonnell e Dan Tyler) torna a collaborare con Ben Applin alias Quakerman, all’insegna di quella che ai tempi viene etichettata come nu funk. Brano traino dell’intero lavoro è “Radio Rage”, si dice costruito sul basso carpito a “Spank” di Jimmy “Bo” Horne, che ondeggia per oltre sei minuti shakerando house sotto effetto del low-pass filter ed uno spoken word femminile. Il pezzo viene estratto in formato singolo durante l’autunno successivo e remixato da 16B che irrobustisce il ritmo e lo connette ad emozionali sequenze melodiche.

(Giosuè Impellizzeri)

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X-Form – X-Form (Vertikal Records)

X-Form - X-FormArrivare al successo non è semplice e non sempre si può pianificare a tavolino. Può accadere che un artista impieghi mesi o addirittura anni prima di centrare l’obiettivo, proprio come capita a Fabio Cataneo, Fabietto per gli amici, che incide il primo disco nel 1992. Si intitola “Crazy For Your Love”, lo firma come K.F. ed è ricamato sul tema di “Chase” di Giorgio Moroder.

«Approcciai alla produzione discografica nel 1991 collaborando con un collega torinese che muoveva i primi passi con Severo Lombardoni della Discomagic. Stava realizzando un pezzo e gli diedi qualche dritta sui campioni da usare. Mi ringraziò attraverso i crediti del disco ma niente di più» ricorda oggi Cataneo. E continua: «La mia prima produzione “ufficiale” fu invece “Crazy For Your Love” di K.F. (una sorta di acronimo di Kataneo Fabio), che feci in uno studio genovese in cui realizzai anche il primo X-Plora nel ’95, “Flow”. A dirla tutta, quando misi piede nel Nonsense Studio, dove già incidevano colleghi come Mario Scalambrin e Paolo Kighine aka Unity 3, non avevo tante idee o perlomeno non erano sufficientemente chiare. Il buon setup mi aiutò ad ottenere un discreto risultato che offrii alla Wicked & Wild di Fabio Carniel del Disco Inn di Modena, dove acquistavo regolarmente i dischi. Gliela feci sentire, gli piacque e ne stampò un migliaio di copie che andarono esaurite ma a cui non seguì alcuna ristampa. A creare il contatto con Carniel fu un amico comune, Daniele Mad. Già qualche anno prima partecipai alle competizioni del DMC organizzate in Italia proprio dal Disco Inn, e ciò creò l’occasione per andare a Londra e supportare gli italiani che disputavano la finale. Con noi c’erano anche Claudio Coccoluto e Steve Mantovani. Una cosa tira l’altra e Carniel mi segnalò per partecipare alla Walky Cup Competition, organizzata da Radio DeeJay all’Aquafan di Riccione. Quella volta, nel 1989, fui costretto a “scontrarmi” con Mauro Picotto che era un “mostro sacro” e le buscai, ma rimase comunque una bella esperienza».

Walky Cup Riccione 1989

Fabietto Cataneo durante l’esibizione alla Walky Cup Competition, nel 1989. A presentarlo, accanto a lui, è Fiorello

A “Crazy For Your Love” non segue più nulla sino al 1995, un tempo irragionevole se si pensa alla velocità con cui oggi viene consumata la musica, ma Cataneo chiarisce: «continuai regolarmente a lavorare come DJ in discoteca, ai tempi non c’era la necessità di pubblicare brani come oggi ed inoltre non avevo uno studio personale, quindi per buttare giù qualche idea ero costretto ad andare a Genova al citato Nonsense Studio. A darmi lo stimolo per ricominciare a produrre fu l’amico Fabio Piazzai che riceveva dischi da Londra e mi faceva sentire cose veramente innovative. Una sera del ’94 incidemmo in mansarda dei provini casalinghi mettendo insieme quel poco che avevamo, un Mac G3 ed una tastiera, ma senza particolari velleità. Dopo qualche mese volevamo riascoltare quei vecchi file ma il computer non ne voleva sapere, c’era qualche problema. Fortunatamente alcuni di quei demo li avevo precedentemente passati su cassetta e proprio tra quelli c’era la prima versione di “Pleasure Voyage” che peraltro ebbi modo di usare anche in qualche mia serata in discoteca. Quel pezzo mi piaceva ed iniziai a pensare di rifarlo ma in modo professionale. Così trovammo uno studio, più vicino rispetto a quello di Genova, il Magic Room (il nome glielo diedi io) ad Albenga, dove nacque la “Pleasure Voyage” che tutti conoscono. Feci ascoltare il demo su cassetta al proprietario dello studio nonché musicista e lui lo rifece praticamente identico utilizzando un sequencer Voyetra. Tra le funzioni di quel software ce n’era una che si chiamava X-Form da dove presi ispirazione per il nome».

“Pleasure Voyage” finisce su un doppio mix omonimo del progetto che apre il catalogo della Vertikal Records. Due le versioni, la strumentale Lunar Mix e la più nota Apollo Mix, alle quali si somma la dub rallentata a 100 BPM di “O-Zone (Space Dub)” e la più canonica progressive trance declinata in “Oise (Hardware Mix)”. Produttori esecutivi sono Bruno Cardamone e Giuseppe Devito, quelli di Humanize di cui abbiamo parlato qui. A fare la fortuna di “Pleasure Voyage” è probabilmente l’idea di “decorare” il brano con le voci che raccontano un evento storico, la missione dell’Apollo 8 partita il 21 dicembre 1968 (sebbene in tanti, ai tempi, la confondano erroneamente con la più nota Apollo 11 del 16 luglio 1969 commentata per l’Italia da Tito Stagno) con cui per la prima volta l’uomo lascia l’orbita terrestre per arrivare nei pressi della Luna ma senza sbarcare su essa. Su un riuscito mosaico tra spoken word in lingua originale americana e in italiano si innesta la traccia, un crescendo rossiniano che arriva a toccare i circa dieci minuti di durata e che nella parte centrale vede inglobato il vagito di un bambino.

«Feci ascoltare il demo finale al citato Cardamone che gestiva un negozio di dischi ed aveva contatti con case discografiche milanesi. Mi suggerì la neonata Zac Music e prendemmo appuntamento col manager Emilio Lanotte. Sentì il demo ma a colpirlo in particolar modo non fu “Pleasure Voyage” bensì “O-Zone (Space Dub)”, in battuta rallentata. Il responso comunque fu positivo, il disco poteva essere pubblicato. Per realizzare quei brani utilizzammo un equipment base per l’epoca, un Roland JD-800, un E-mu Morpheus per i pad ed una Novation Bass Station Rack, tra gli strumenti più in voga per realizzare i synth che davano molto movimento alle tracce. Relativamente a “Pleasure Voyage” invece, nacque prima la versione strumentale, la Lunar Mix. Qualche settimana dopo volli farne una seconda inserendo voci atoniche che recuperai attraverso un disco probabilmente allegato come omaggio a qualche rivista. A ciò aggiunsi il “we are the future” preso dalla In Dub Mix che Jam & Spoon realizzarono per “Go” di Moby, e il vagito di un bambino. L’idea dell’uomo che raggiungeva la Luna per me rappresentava un nuovo inizio ed una nuova vita, il pianto di un bimbo mi parve adatto per raccontare la nascita di una nuova era. Il risultato mi convinse ma il mio collega non fu dello stesso parere. Comunque a conti fatti restava solo una versione in più quindi decidemmo di tenerla.

Il disco iniziò a circolare nella seconda metà di luglio del ’95 ma visto che ad agosto le case discografiche sono chiuse per ferie l’uscita slittò a settembre. Per diverse settimane non avvenne praticamente niente. L’ufficio promozione della Zac, diretto da Paolo Caputo, funzionava bene ma nonostante la buona volontà non riuscimmo a vendere più di 1000/1500 copie. La situazione cambiò in autunno quando Molella ascoltò “Pleasure Voyage” in una discoteca torinese dove era ospite. Chiese ragguagli al DJ che l’aveva passata e il giorno dopo contattò la Zac domandando la ragione per cui il disco non gli fosse stato inviato. Caputo gli rispose che il doppio di X-Form lo aveva mandato eccome ma forse passò inosservato in mezzo ai tanti promo che riceveva. Molella se ne innamorò ed iniziò a programmarlo con frequenza nel suo programma, Molly 4 DeeJay (a cui abbiamo dedicato un reportage qui, nda). Poi finì nella DeeJay Parade, nella classifica di 105 e persino in quella di Tv Sorrisi E Canzoni. A ciò si aggiunse l’inserimento in numerose compilation e varie licenze all’estero. Insomma, pur non vendendo di botto un grande numero di copie e tenendo conto che fosse un doppio mix, il risultato non fu affatto deludente».

Nel Magic Room Studio, 1995

Fabietto Cataneo nel Magic Room Studio, in una foto scattata nel 1995

Il follow-up di “Pleasure Voyage” si intitola “Hiroshima”, esce nella primavera del 1996 e mantiene la stessa linea stilistica gravitando intorno ad un altro evento epocale della storia contemporanea, l’esplosione della bomba atomica in Giappone nel ’45. Anche qui si ritrova incastonato un messaggio, di pace vista la tematica, “no more Hiroshima”. «Di demo e provini ne avevo tanti, tutti realizzati presso il Magic Room Studio. Alla Zac scelsero “Hiroshima” visto che continuava a battere il filone “storico”, ma nonostante la forte somiglianza con “Pleasure Voyage” vendette appena la metà del primo X-Form. Probabilmente il follow-up più adatto sarebbe stato “Escape From Planet X” che firmammo come Suoni Futuri. Ai tempi producevo parecchi brani ma quelli di taglio più techno li convogliavo sotto il nome X-Plora che era il progetto parallelo ad X-Form».

La trilogia di X-Form si chiude nell’autunno del 1996 attraverso “Space Allert / Apollo 13 (We Have A Problem)“, con cui torna protagonista la tematica spaziale, la missione dell’Apollo 13 del 1970, tormentata da problemi tecnici che ne impedirono l’allunaggio e complicarono il rientro sulla Terra. L’interesse del grande pubblico però è assai ridimensionato rispetto a quanto avvenuto appena un anno prima con “Pleasure Voyage”. «Il fenomeno dream progressive subì un calo già alla fine del ’96, da genere “commerciale” supportato dalle varie radio tornò, nell’arco di pochi mesi, ad essere un fenomeno di nicchia. Le voci in “Space Allert” erano di Fabio Arboit, ai tempi speaker di Radio Capital, mentre “Apollo 13 (We Have A Problem)” proseguiva nel solco dei due precedenti».

Nel 1997 Cataneo continua l’avventura da solo incidendo un nuovo doppio LP intitolato “X-Form” ma firmandolo col proprio nome e cognome anagrafico. All’interno un nuovo riferimento storico, “Radio Praga”. Le matrici sono ancorate in prevalenza alla progressive trance, le stesse portate avanti in X-Plora, ma disseminati ci sono indizi che riportano ad altri scenari, su tutti gli echi funky di “Funk Train”. In parallelo realizza “The Persuaders”, risuonando l’omonimo di John Barry del ’71 in chiave chemical beat, probabilmente per iniziare a scrollarsi di dosso quella monotematicità progressive che alla lunga poteva diventare una zavorra. «Il contratto con la Zac prevedeva la pubblicazione di un album che fu “Work In Progressive” pubblicato ad inizio ’97. In quello stesso anno però la Zac stessa chiuse. Visto che avevo un bel po’ di materiale a disposizione, pensai che fosse giunto il momento di creare la mia etichetta personale e così nacque la Fab Records distribuita dalla Level One, fondata da Emilio Lanotte e Joe T. Vannelli. Decisi di non usare più il nome artistico X-Form poiché legato alla Zac e non volevo che sorgessero malintesi e problemi di sorta. Lo stile era ancora di stampo progressive ma non mancavano contaminazioni funky che derivavano dai miei esordi da DJ nei primi anni Ottanta, oltre a riferimenti a Chemical Brothers, Fluke e Prodigy che ascoltavo spessissimo in quel periodo. Avevo voglia di sperimentare cose nuove e provai a stampare pezzi un po’ diversi per testare la risposta del pubblico. Quel genere però, commercialmente parlando, era al tramonto e si vendeva sempre meno, non più di cinquecento/mille copie ad uscita e senza poter ambire a fare la differenza. Praticamente riuscivo solo a coprire le spese e così, dopo undici pubblicazioni in due anni, la Fab Records giunse al capolinea».

Nel nuovo millennio Cataneo continua a produrre musica per la Epic (gruppo Sony) e la Adaptor Recordings, e nel 2009 ripesca “Pleasure Voyage” attualizzandola in chiave electro house. «Rispetto agli anni Novanta credo che oggi prevalga l’immagine a scapito del contenuto. Scarso bagaglio culturale e poca esperienza non aiutano di certo, ma nonostante ciò c’è chi riesce ad arrivare a palchi prestigiosi in tempi brevissimi. Chiaramente non basta salire sulla consolle del Tomorrowland o di altri eventi simili per trasformarsi automaticamente in DJ, a certi risultati si dovrebbe giungere per gradi maturando la giusta esperienza. Oggi tutti vogliono arrivare in cima alla montagna nel più breve tempo possibile ed usando ogni mezzo. In Italia ci sono validi DJ e produttori ma probabilmente non in grado di creare fenomeni musicali come in passato e per questo motivo sono costretti ad adeguarsi a ciò che funziona di più». (Giosuè Impellizzeri)

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