Djaimin Featuring Rose – Hindu Lover (Flatline Records)

DJaimin Ft Rose - Hindu LoverNato in Svizzera nel 1967, Dario Mancini alias Djaimin (pseudonimo frutto della fusione di alcune lettere del nome e cognome) inizia la carriera da DJ nei primi anni Ottanta in una discoteca chiamata Platinum. Attraverso dei nastri di Tony Humphries scopre la house, genere che promuove nella nazione natia sin dal 1987 attraverso un programma radiofonico in onda su Couleur 3. Nel contempo organizza eventi, come il Dancefloor Syndroma, contribuendo attivamente alla diffusione della house music in territorio elvetico. Sono anni di puro pionierismo, seminali sia per i club che per la discografia.

Nel ’90 porta Humphries per la prima volta in Svizzera come guest e l’occasione è giusta per stringere amicizia. Il DJ statunitense gli dispensa consigli che mette in pratica per realizzare il suo primo disco, “Give You”. «Inizialmente il pezzo venne pubblicato dalla Maniak Records, etichetta di Losanna di proprietà di cari amici che gestiscono tuttora la catena di negozi di abbigliamento chiamata Maniak» racconta oggi Mancini. «Raggiunse la prima posizione della classifica svizzera e poi, preso in licenza dalla Strictly Rhythm, conquistò altri podi sparsi per il mondo, tra Stati Uniti, Europa ed Asia». Ai tempi l’A&R della Strictly Rhythm è George Morel, artista che Mancini fa approdare in Svizzera proprio come avvenuto con Humphries. Per la Maniak Records poi incide anche due album, “Give You” ed “Emotion”, destinati ai DJ e alle discoteche specializzate in house/garage.

Nel ’95 esce il terzo album, “Color The World With Music”. Ad aprirlo e chiuderlo è “Hindu Lover”, prima con la Vocal Mix e poi con la Zanz Mix (nomignolo già usato per “Give You” e probabile riferimento allo Zanzibar, storico club di Newark). In tracklist figura persino una terza versione, la Swiss Mix col featuring di una certa Louna. A caratterizzare il brano sono suoni eterei d’ispirazione ambient, percussioni ed un riff eseguito con uno strumento indiano, un sitar. La BWBRecords, a cui quell’anno si affianca la Jamie Djaim Records che Mancini fonda insieme a Jamie Lewis, stampa pure il CD single di “Hindu Lover” ma non accade nulla sino all’inizio del 1996 quando il pezzo viene pubblicato su 12″ dalla Flatline Records, etichetta distribuita dalla Strictly Rhythm. A questo punto si innesca qualcosa che cambia radicalmente lo status quo e si fanno avanti colossi come Slip ‘n’ Slide e Deconstruction.

«Iniziai a lavorare ad “Hindu Lover” già alla fine del ’94 quando approntai la versione strumentale che feci ascoltare a Tony Humphries. Gli piacque ma mi consigliò di arricchirla con inserti vocali per renderla più accessibile al mondo delle radio, ai tempi il più importante veicolo promozionale, un po’ come oggi è YouTube. Nacque così la versione cantata da un’amica, Rose Stigter, che proprio quell’anno invitai nella veste di vocalist al tour svizzero di Humphries. In segno di amicizia cedetti il brano alla Flatline Records, etichetta curata dall’assistente di Tony Humphries, che avrebbe dovuto distribuirlo solo negli States anche se, è risaputo, ai tempi certe clausole non venivano rispettate ed era piuttosto difficile, se non impossibile, scoprire chi si comportava in modo sleale. Da lì a breve si fece avanti la Slip ‘n’ Slide per il territorio britannico (Peter Harris mi seguiva dal 1991/1992, periodo in cui tenni il mio primo tour nel Regno Unito approdando anche al Ministry Of Sound), a cui seguì la Deconstruction con cui chiusi un accordo per il mondo intero e che affidò il remix a Roger Sanchez. Come avvenne circa quattro anni prima con “Give You”, decisiva fu la promozione di Tony Humphries che creò il giusto entusiasmo intorno ad “Hindu Lover”, ma sono altrettanto riconoscente a cari amici italiani come Ralf, Ricky Montanari, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Joe T. Vannelli ed altri ancora che mi hanno sempre sostenuto».

Per Djaimin si spalancano le porte del mainstream, fioccano decine di richieste di licenza (in Italia ad accaparrarsi il brano è la D:vision Records del gruppo Energy Production) e la sua popolarità cresce in modo vertiginoso. «Cercavo di tenere alta la mia reputazione ma non volevo fare un clone di “Give You”. Desideravo piuttosto scovare qualcosa di inedito per la house ed adoperando un vecchio campionatore E-mu Emulator giunsi a sonorità hindi, dalle percussioni al sitar. Poi sovrapposi quei suoni tanto particolari a dei pad malinconici e nostalgici che erano un po’ la mia firma. Per quel che riguarda il testo invece, immaginai una storia d’amore di chi non voleva una relazione stabile. Il pezzo piacque molto anche alla community gay al punto da diventare un vero anthem in alcuni locali a Miami e Londra. Insomma, un autentico successo che partì dall’underground e divenne mainstream. Credo che, conteggiando le diverse licenze, vendette poco più di 100.000 copie in vinile, a cui bisogna aggiungere anche i molteplici inserimenti nelle compilation».

Mancini vive un periodo dorato, tra i più rosei della carriera. Il successo di “Hindu Lover” gli procura diverse richieste di remix (come “How Can I Get You Back” di House Of Jazz Featuring Jolynn Murray, per la Slip ‘n’ Slide) e parecchi ingaggi come DJ anche in Italia, Paese a cui l’artista è legato in modo particolare. «Mio padre è nato a Pesaro, da giovane ho frequentato la Baia Degli Angeli e in seguito i locali più belli della riviera adriatica come il Peter Pan, il Cocoricò e il Da Da Da poi diventato Prince. Quando divenni art director in Svizzera invitai come guest, sia in discoteca che nel mio programma radiofonico, molti amici DJ italiani, gli stessi che incontravo nel mio negozio di dischi preferito, il Disco Più di Rimini, dove si facevano lunghissime chiacchierate. L’Italia ha dato un contributo importantissimo alla musica dance sin dai tempi dell’italo disco con Claudio Cecchetto, Martinelli, Claudio Simonetti, Stefano Pulga e Giorgio Moroder, il numero uno in assoluto».

Il follow-up di “Hindu Lover” viene prodotto con Enrico Di Tullio alias Djaybee, si intitola “Fever”, esce nel ’96 sulla britannica XL Recordings e si avvale di vari remix tra cui spiccano quelli di Boris Dlugosch (è sua la versione di punta) e Joey Negro. A licenziarlo in Italia questa volta è la Suntune, nata quello stesso anno tra le mura della bresciana Time Records. «Non fu un classico follow-up, l’unico elemento a collegare “Hindu Lover” a “Fever” era la cantante, Rose. Non mi aspettavo quindi di bissare il successo ma nonostante tutto ebbe ottimi feedback, anche dall’Italia. Senza dubbio a fare la differenza furono i remix giacché la mia versione era più vicina alla garage».

Djaimin incide un altro paio di singoli, “Finally” (ancora con Rose ed omonimo del quarto album) e “Tape Project”, e poi “Open The Door”, su Slip ‘n’ Slide nel ’98, portato in Italia dalla Heartbeat del gruppo Media Records. Una delle versioni, curata da DJ N-Joy, campiona “First True Love Affair” di Jimmy Ross (1981) ed è perfetta per il periodo che vede l’esplosione del fenomeno french touch. I DJ dei club la programmano ma si rivela inadatta al crossover.

Mancini però ha un altro asso nella manica che cala proprio nel 1998, ovvero “Put Your Hands Up” con cui rianima il progetto Black & White Brothers partito quattro anni prima con Michael Hall alias Mr. Mike. «Sia “Put Your Hands Up” che “Pump It Up” (ripresa con successo nel 2004 da Danzel, che ne realizza una specie di mash-up con “In The Mix” di Mix Masters Featuring MC Action, nda) nacquero come brani destinati ai fan del nostro programma radiofonico, Pump It Up Live. Erano semplicemente inni alla gioia che usavamo durante le serate e che il pubblico amava cantare. Così, quando smettemmo di fare radio, dopo circa dieci anni, decisi di pubblicare entrambe le tracce su vinile come tributo a quel magico periodo. Non ci aspettavamo minimamente che diventassero pezzi mainstream di quella portata, e la riconferma giunse nel 1999 con “World Wide Party”».

Il ritrovato successo pop non scalfisce l’operatività di Mancini che continua ininterrottamente a produrre musica house concretizzando nuove collaborazioni (con Brian Allen mette su i Crystal Clear che sbarcano sulla Yellorange di Tony Humphries) e raggiungendo la Purple Music dell’amico Jamie Lewis. «Credo che oggi sia piuttosto difficile escogitare cose del tutto nuove. Come nella moda, anche in musica si assiste al ritorno di suoni riciclati attraverso le nuove tecnologie. Resto del parere che la house continuerà a girare a 120 BPM, circa il doppio del battito cardiaco a riposo, e che farà ancora leva sui vocal, la vera chiave di questo movimento. Al pubblico piace ballare ma vuole anche melodie da cantare. Non ho mai sentito nessuno fischiettare o intonare i suoni di una drum machine! Certo, ci sono momenti in cui funzionano stili contemporanei come avvenuto di recente con l’EDM, ma la house non morirà mai e sono sicuro che negli anni a venire ci attendono ancora molte sorprese». (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

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