B.A.R. Feat. Roxy – Come Together (Metropol’e Records)

B.A.R. Feat. Roxy - Come TogetherIn Italia, nel 1995, la dance mainstream viene percorsa da un’intensa accelerazione che la spinge a sfondare il muro dei 140 bpm. Tuttavia a questo moto velocizzatore, trainato dalla crescente affermazione commerciale degli eventi legati a techno e trance (Love Parade ed Energy/Street Parade su tutti), resistono brani di matrice house con caratteristiche più canoniche, e ciò dà vita ad una vera convivenza che dura per tutta l’annata. Tra i pezzi che riescono a ritagliarsi il giusto spazio in questo ambito house c’è “Come Together” di B.A.R. Feat. Roxy, progetto totalmente nuovo per il mondo dei DJ e delle discoteche e che suscita interesse per un nome che sembra voler intenzionalmente rammentare il Roxy Bar citato da Vasco Rossi e diventato nome del programma di Red Ronnie.

«La sigla B.A.R. stava per Baldassarini Alberto Rosella» spiega oggi Alberto Casella, uno degli autori. «Il progetto, ideato da me e Paolo Baldassarini e a cui si aggiunse la cantante Rosella Marras alias Roxy, nacque tra la fine del 1994 ed inizio 1995 e foneticamente richiamava proprio il mitico Roxy Bar. Il disco venne pubblicato a marzo, fu la mia prima produzione discografica in assoluto e divenne un successo. Fondamentalmente si trattava di una cantilena che mi martellava in testa da qualche tempo. Scrissi melodia e testo, completamente inediti, poi Roxy, cantante italiana dell’hinterland milanese ma di origini sarde, fu brava ad interpretarla e Paolo Baldassarini altrettanto ad assemblarla seguendo i miei suggerimenti sulla stesura. Ai tempi non sapevo ancora usare le “macchine” in studio di registrazione, a parte il mixer. Impiegammo circa un mese per realizzare la traccia, utilizzando Cubase installato su computer Atari, un campionatore Akai ed un mixer Soundcraft. Il tutto nel nostro F.S.R. Studio nella bassa bresciana. Non nascondo che mi ispirai un po’ a “Short Dick Man” dei 20 Fingers, uscito nell’estate ’94, ma solo a livello di sound. Nella base figuravano alcuni sample non celebri, del resto la pratica di usare frammenti di altri brani faceva parte dell’ordinaria amministrazione».

Oltre alla Club Edit e all’A Cappella, sul lato b del 12″ c’è una versione dalla struttura diversa, la Gomez Vertigo Dub, con suoni dub per l’appunto ed atmosfere tipiche della house che ai tempi si balla nei locali specializzati. «Gomez era uno dei primi alias con cui identificavo la parte più club/underground del mio gusto musicale. Ancora oggi uso vari pseudonimi per generi diversi. Sono un amante della house music ma mi reputo un produttore eclettico, un po’ meno come DJ e per questo motivo non suono da tempo nei locali».

A pubblicare il disco è la Metropol’e Records, una delle svariatissime etichette raccolte sotto l’ombrello della Discomagic Records di Severo Lombardoni. «Frequentavo da tempo la storica Discomagic in quanto all’epoca avevo un negozio di dischi. Portargli un demo su DAT fu cosa abbastanza facile. Ricordo però che uno dei collaboratori di Lombardoni, oggi diventato un importante imprenditore discografico, in sede bocciò “Come Together” al primo ascolto. Il buon Severo invece, uomo d’affari con pregi e difetti, decise di stamparlo ugualmente, sostenendo di sentire qualcosa di positivo. Obiettivamente il pezzo era piuttosto sempliciotto, non certo artisticamente di livello, ma quella cantilena entrava subito in testa. I risultati ci diedero ragione visto che superammo le diecimila copie vendute del vinile e venne inserito in moltissime compilation, anche importanti. Nonostante tutto però rimase circoscritto al solo circuito italiano. All’estero funzionò in Spagna e in Francia e fece qualche licenza in Germania. Uscì pure in formato CD singolo con un paio di remix ad opera di Bruno Guerrini con cui collaborai in seguito per “Free Your Soul” di Duostress. A decretare il successo in Italia fu senza ombra di dubbio Radio DeeJay che “dettava legge” nella dance di allora. Rimase per mesi della mitica DeeJay Parade (dal 29 aprile al 22 luglio, nda), venne inserito nel film “Ragazzi Della Notte” di Jerry Calà e finì persino nei jukebox: ricordo con molto piacere quando, mentre ero al mare, la sentii echeggiare in un Bagno di Viareggio. Forti emozioni le provai anche quando suonavo il pezzo davanti alle quattromila/cinquemila persone che affollavano la pista del Florida di Ghedi, in provincia di Brescia, la disco multisala dove ero DJ resident».

Il seguito di “Come Together” esce in autunno, si intitola “Feeling” e a pubblicarlo è ancora la Metropol’e Records. In copertina si attribuisce a B.A.R. un altro significato, Build Another Riff, probabile intento primario degli autori per confezionare il classico follow-up costruito sui medesimi elementi del predecessore. «Nonostante la forte somiglianza col primo, “Feeling” non andò tanto bene, e per questo soffrii parecchio. A dire il vero partì col piede giusto, col supporto di Radio DeeJay e vendite confortanti della prima tiratura, ma poi si bloccò di colpo. Forse non era all’altezza di “Come Together” pur essendo un tipico follow-up, fatto seguendo la stessa strada del precedente. Credo fosse in linea col sound ma forse meno forte nell’inciso».

I B.A.R. ci riprovano nel ’96, sempre su Metropol’e Records, con “Get Up” per cui si avvalgono del featuring di una certa Milly, ma l’interesse ormai è scemato. «Vennero meno anche gli stimoli nel team in cui si era aggiunto, già da “Feeling”, un nuovo componente, Marco Lissoni. Milly non era adatta al tipo di progetto ed anche l’incisione risultò essere di qualità inferiore seppur la canzone non fosse male». Casella e soci tornano nel ’97 con “Bushed”, sulla Diamond Pears curata da Nando Vannelli, per poi chiudere con “Bomb!”, nel ’99, sulla Elephant Records del gruppo Nuova Peecker, la futura Molto, spostandosi verso territori italodance sui quali impiantano una sorta di rivisitazione di “Amoureux Solitaires” di Lio con una breve ma chiarissima citazione di “Come Together”. Sono gli anni in cui la dance nostrana inizia progressivamente a perdere colpi sulla piazza internazionale, forse per motivazioni artistiche o magari gestionali, che cominciano a renderla non più concorrenziale come un tempo.

«Con “Bushed” prendemmo un’altra strada musicale, più vicina alla house per certi versi, con una cantante di cui non ricordo nemmeno il nome. Sul disco usammo il nome di Roxy con l’intento di riproporre il marchio originale del “gruppo”. Con “Bomb!” cambiammo ancora formula virando verso l’italodance, genere che mostrava segni di crisi. A mio avviso facemmo comunque un discreto prodotto ma senza il giusto riscontro dell’etichetta non andammo lontani. Già dal 1997, in Italia, cominciò a farsi sentire una crisi artistica ma soprattutto economica. Da quell’anno iniziarono a fallire grandi distributori come la Discomagic (di cui eravamo creditori), Flying Records, Zac e Dig It International. Quella disfatta generalizzata non fu certamente causata dal digitale che ancora non esisteva, bensì da gestioni sbagliate e crisi generale che stava colpendo pesantemente il settore discografico».

Alberto Casella (il primo da sinistra) alla Media Records tra 1991 e 1992

Alberto Casella (il primo a sinistra) alla Media Records tra 1991 e 1992

Chiusa nel cassetto l’avventura B.A.R., nei primi anni del nuovo millennio Casella inizia a lavorare con la Media Records in veste di A&R per tre etichette importanti del gruppo di Gianfranco Bortolotti, UMM, Heartbeat e la neonata Shibuya Records che licenzia in Italia i brani di Bob Sinclar. «Quella con la Media Records fu una bella esperienza, con tanti pro ed altrettanti contro. Fui contattato mentre lavoravo per Viva FM, emittente radiofonica con cui collaboro ancora adesso, ma avevo già avuto dei contatti con loro nel 1991, che considero uno degli anni migliori per la musica dance italiana, insieme al 1994 e al 2001. Tornai a Roncadelle quindi coi “galloni” assegnatimi sulle spalle, facendo anche cose buone, sia come A&R che come producer (con progetti come Dubbing e Masters, nda) e DJ. In seguito scelte dirigenziali, dettate da una nuova crisi che toccò l’ambiente discografico nel 2003, decretarono la fine anticipata di quella mia esperienza. Bortolotti è stato un grande produttore e talent scout nonché manager sempre all’avanguardia, ma anche una persona con cui è davvero difficile lavorare. Degli anni Novanta comunque salverei l’energia e la magia di certi dischi e discoteche che oggi, purtroppo, non esistono più, soprattutto in Italia. Farei volentieri a meno però di quell’arroganza tipica di tanti DJ e discografici non particolarmente di successo. Per assurdo a restare umili sono quelli bravi e famosi, forse perché non più costretti a sgomitare nella melma. Oggi, per hobby, produco ancora musica attraverso vari alias tra cui Bertie Bassett, togliendomi anche qualche bella soddisfazione. Nel 2016 DJ Sneak ha licenziato la mia “The Only One” sulla sua Magnetic Recordings, facendone un remix ed affidandone un secondo al grande Todd Terry. Più recentemente invece “Kid Loop” è finita su Nurvous Records, division della storica Nervous di New York». (Giosuè Impellizzeri)

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