Arkanoid – No Problem (Hi Tech Music)

Arkanoid - No ProblemÈ vero che, con la nascita di house e techno, a cimentarsi nella composizione di “musiche nuove” è anche chi non ha maturato una formazione accademica ed è incapace di leggere lo spartito, suscitando disapprovazione in certi ambienti, ma è altrettanto vero che in quei frenetici anni di radicale cambiamento (tra la seconda metà degli Ottanta e i primi Novanta) sono pure giovani musicisti, reduci di studi al conservatorio, ad essere attratti da nuove modalità compositive e sonorità non più riconducibili a strumenti tradizionali. Scrivere musica su un sequencer che scorre nel monitor di un computer, modificare il timbro dei suoni mediante manopole e programmare ritmi pigiando tasti è qualcosa che intriga non poco e fa sentire l’accelerazione del futuro su se stessi.

Potrebbe averla pensata così pure Edoardo Milani, studente di pianoforte e flauto presso il Conservatorio Giuseppe Tartini di Trieste, che nel 1986 inizia ad armeggiare con la computer music. «Avevo la disco nel sangue e già quando cominciai a suonare il pianoforte da bambino sognavo di mettere le mani su quelle cose chiamate sintetizzatori che all’epoca si vedevano in televisione e che erano completamente fuori dalla portata della gente comune» racconta oggi. «Cominciai giovanissimo a fare il disc jockey, prima in radio e poi in discoteca. Nel frattempo militavo in una band che tentai di educare a suon di funk e Moroder ma quando mi resi conto come fosse difficile convincere i membri a seguire quel sound cercai di rendermi autonomo. Coi soldi guadagnati dalle serate comprai le prime tastiere ed apparecchiature varie e a studiarne le loro potenzialità per sfruttarle al meglio. Incisi il primo disco nel 1987, “Uh Uh Ah Ah” di Sband Aid (ironica risposta alla Band Aid di Bob Geldof, nda), una vera avventura nel gestire sia gli artisti partecipanti al progetto, sia i rapporti col distributore che si tirò indietro all’ultimo momento. Le mille copie della prima stampa infatti furono distribuite secondo la modalità “fai da te” e quell’esperienza mi fece capire bene i meccanismi di marketing dell’epoca. A Trieste, la mia città natale, c’era un fermento importante di cui purtroppo quasi nessuno parla perché è luogo fuori da certi circuiti. Potrei stilare un lungo elenco di triestini che hanno fatto la storia della dance italiana, cominciando da Vivien Vee» (di cui abbiamo parlato qui, nda).

Milani in studio nel 1987

Edoardo Milani in studio nel 1987

Ai tempi i pregiudizi riservati alla musica composta con mezzi diversi dai tradizionali sono particolarmente radicati e, ad ormai oltre un trentennio di distanza, non ancora del tutto sopiti, seppur oggi l’elettronica (inteso come mondo e non filone stilistico) abbia invaso praticamente ogni genere. Preclusioni fondate o dettate dallo scetticismo per il nuovo e il non conosciuto? «Non avevo alcun pregiudizio ma pian piano ho cambiato atteggiamento» risponde in merito Milani. «Mi sono battuto tanto per portare la cultura nelle discoteche con svariatissime iniziative più o meno riuscite, ma oggi posso affermare che sia una missione impossibile, a meno che ci si trovi a New York. Già negli anni Novanta era finita l’epoca del pubblico che andava nei club per sentire un genere piuttosto che un disc jockey. È chiaro che la musica elettronica colta parta da solide premesse culturali che generano l’opera stessa ed è qualcosa di completamente diverso da quello che volgarmente si chiama “elettronica”. Il tempo dimostra che tanta produzione snobbata all’epoca ha riacquistato dignità essendo universalmente riconosciuta come opera culturale di alto livello. Nel marasma della produzione c’è sempre qualche punta di diamante, ma per uno buono se ne trovano almeno altri mille che contribuiscono ad abbassare la stima per il genere e quindi ad aumentare il pregiudizio di cui si parlava prima. A prescindere dallo stile musicale a cui ci si accosti, è sempre necessaria una solida formazione e consapevolezza. A quel punto entra in gioco la creatività che, se prende il sopravvento in maniera originale con un buon controllo delle tecniche, riesce a fare la differenza». Di creatività però oggi pare se ne veda e senta sempre meno, col mercato invaso costantemente da prodotti derivativi. Qualcuno, già da tempo, ha avanzato l’ipotesi che la colpa sia attribuibile alla tecnologia, diventata fin troppo semplificatrice. Paradossalmente proprio la tecnologia, che qualche decennio fa spalancò le porte del futuro, adesso pare remare al contrario. «Alla metà degli anni Ottanta anche in una produzione a basso budget erano comunque presenti un ingegnere del suono, un musicista, un arrangiatore e un tecnico che curava il cosiddetto computer programming» dice Milani. «A loro si aggiungeva l’artista o la band, il produttore e il discografico. Queste teste insieme garantivano un livello minimo dignitoso, anche nel peggiore dei casi. Oggi invece tutte queste figure coincidono con un’unica persona che decide autonomamente per se stessa, a volte in maniera geniale, altre in modo fallimentare».

Milani e Lombardoni, nei primi anni Novanta

Edoardo Milani e Severo Lombardoni in uno scatto risalente ai primi anni Novanta

Nel 1990, col supporto della Discomagic di Severo Lombardoni, Edoardo Milani fonda la sua etichetta, la Hi Tech Music, inaugurandola con “No Problem” che lui stesso produce sotto uno pseudonimo preso in prestito dal mondo dei videogiochi, Arkanoid. Stilisticamente il brano attinge dal campionario new beat, dal bleep e dalla techno che inizia il processo di europeizzazione, analogamente a quanto avviene in un altro pezzo prodotto in Italia nello stesso anno, “Neue Dimensionen” di Techno Bert di cui abbiamo parlato qui. «All’epoca avevo parecchi contatti con vari editori ma nessuno voleva esporsi troppo col sound che arrivava dal Nord Europa e dagli Stati Uniti» rammenta l’autore. «Pensai così che fosse il momento giusto per rischiare e creare un marchio con una connotazione house e techno parecchio svincolata dal tipico italian sound in auge allora. Le maggiori difficoltà che si prospettarono erano legate alla comunicazione. Un telefono fisso ed un fax rappresentavano le porte per il mondo. Internet non c’era e quindi si spedivano i dischi per posta. Un altro problema piuttosto importante era reperire dei vocalist. Nessuno era disposto a cantare su quella “roba”, oggi invece ci sarebbe la fila di cantanti preparatissimi, anche con formazione accademica, pronti a sperimentare sulla dance. La Hi Tech Music nacque anche grazie alla Discomagic che però, all’epoca, era una ditta criticatissima nell’ambiente discografico seppur fosse l’unica a pagare gli anticipi e a detenere l’export più importante d’Italia attraverso il quale la produzione nazionale veniva catapultata in tutto il mondo. Alla Discomagic ho potuto operare sempre in totale autonomia in campo artistico (dalla musica fino all’artwork) e questo per me era molto importante. Con Lombardoni instaurai un ottimo rapporto, continuato dopo la crisi del disco ed andato avanti sino alla sua prematura scomparsa nel febbraio del 2012.

“No Problem” nacque in un momento in cui la musica new beat cominciò a portare una ventata di novità. A me piaceva molto il techno pop e volevo esprimermi con queste modalità filtrando il tutto con sonorità del momento. Il disco fu realizzato in circa un mese. Nel set up utilizzato figuravano un sequencer Roland MC-500, una workstation Roland W-30, un sintetizzatore Yamaha DX e il mitico Ensoniq Mirage. A dare il nome al mio progetto fu un videogioco da bar uscito pochi anni prima, Arkanoid per l’appunto. A dispetto dei crediti riportati sulla copertina però, il pezzo non fu affatto registrato presso il Seven Valleys Studio a Perugia (da dove quello stesso anno esce un successo internazionale, “Last Rhythm”, nda). Fu un errore di grafica commesso dalla Discomagic. Nonostante avessimo spedito l’impianto grafico completo, mi ritrovai sulla copertina crediti che non c’entravano davvero nulla con me. Qualcuno avrebbe fatto causa per una cosa del genere ma io invece lasciai perdere ed ordinai le ristampe in copertina generica. Fu comunque un peccato perché avevamo lavorato molto sull’artwork. Maurizio Verbeni, citato erroneamente tra i ringraziamenti, lo conobbi qualche anno dopo ma non abbiamo mai condiviso nulla di artistico. Anche quella parte di note, purtroppo, era frutto dell’errore di stampa. Aneddoti? La B2, “No Problem (Criminal Drum Box)”, la realizzai in una sola notte con un registratore Teac analogico a quattro piste».

Arkanoid su R&S

Sia “No Problem” che il singolo successivo “Limit” vengono ripubblicati in Belgio dalla R&S Records

“No Problem” non diventa un successo commerciale ma suscita l’attenzione di un’etichetta destinata a lasciare il segno, la belga R&S, particolarmente attratta dai prodotti nostrani di allora, da “Lot To Learn” di Lee Marrow ad “Hazme Soñar” di Morenas e, a seguire, “La Musika Tremenda” di Ramirez e “Funky Guitar” dei TC 1992 di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui. Anche Arkanoid finisce nel catalogo della label diretta da Renaat Vandepapeliere, che prende in licenza pure il follow-up “Limit”, del 1991. «La stampa italiana di “No Problem” vendette diecimila copie, credo la maggior parte finite all’estero» spiega Milani. «All’epoca non era poi così difficile fare questi numeri. La R&S era una delle mie etichette preferite che seguivo con attenzione. Quando ricevetti la notizia rimasi davvero stupito! Pur cercandoli, non ebbi mai rapporti diretti con loro, a chiudere la licenza fu l’ufficio estero della Discomagic». Nella veste di Arkanoid Edoardo Milani incide diversi singoli tra cui il menzionato “Limit”, finito nuovamente su R&S, ed “Alpha Centauri” recuperato da Joey Negro nella raccolta celebrativa “Italo House” del 2014, ed anche un album, “Electronic Communications”, del 1992, dedicato alla madre Renata Del Conte e in cui figura una cover di “Strings Of Life” di Rhythim Is Rhythim (alias Derrick May) e tracce dal respiro sperimentalista come “X A. M.”, “Waitin’ For The Next Track” e “The Jazzin’ Flute”. In copertina, tra i ringraziamenti, una sfilza di nomi (da Plus 8 a CJ Bolland, da Underground Resistance a Liam Howlett, dagli Orbital a Baby Ford passando per 808 State, Telex, Frank De Wulf, N-Joi, Eon, Public Enemy, Nightmares On Wax, MC 900 Ft Jesus, Gaznevada, Giorgio Moroder, Lime, Yellow Magic Orchestra e Dexter Wansel) che fa capire quali siano i riferimenti di Milani e quanto ampio sia il suo range d’interesse.

Arkanoid - Electronic Communications

La copertina di “Electronic Communications”, primo ed unico album che Edoardo Milani firma come Arkanoid e pubblica sulla sua Hi Tech Music nel 1992 anche su CD

In parallelo porta avanti molti altri progetti complementari come 2 Elektron, E.S.G. (“Electric Sound Generator”, ispirato a “Technarchy” dei Cybersonik), Edward’s World, Electric Choc (“Shock The Beat” gira parecchio nei rave britannici), Hypertone e Tribal Village. Nel 1993 torna sulla bolognese DFC, a tre anni da “Future” di Disco City, con “Nanah Trance” di Trans-Mission, “Proxima” di Club Futura (insieme a Dario Crisman, col quale già conia i Rex con “Credere Obbedire Combattere”) e nella seconda metà del decennio continua con Glamour Inc., DreamLand (prodotto dal compianto Salvatore ‘Casco’ Cusato), Interzona, Interstellar, Bubble Trouble, U.V.A. e Sonar. «Dopo le prime produzioni, la Hi Tech Music si espanse con due studi ed un piccolo team di artisti che collaboravano con idee e progetti» rammenta ancora Milani.

adv Hi Tech Music (maggio 1995)

Un advertising pubblicitario della Hi Tech Music (fonte Disk Jockey New Trend n. 5, maggio 1995)

«Durò qualche anno ma i generi cambiavano velocemente per cui si rese necessario rivedere il tutto, specialmente dal punto di vista artistico. Scelsi di lavorare anche come freelance pur mantenendo l’etichetta con cui continuavo a produrre musica più sperimentale. Era una vita difficile però, l’editore aveva il controllo diretto sugli artisti per cui andava a cadere quella libertà creativa plagiata da “consigli” che, nel mio caso, non produssero i risultati sperati. Non nascondo di aver fatto anche dischi non accreditati a mio nome per la maggior parte degli editori dance dell’epoca, tranne la Energy Production con cui non ho mai lavorato. Per me era diventata una sfida pubblicare musica sull’etichetta romana perché lì avevano puntualmente rifiutato tutti i pezzi che mandai. Ogni volta che avevo qualcosa che pensavo potesse fare al caso loro, mi recavo da Dario Raimondi Cominesi e lui ascoltava per poi dirmi sempre la stessa frase: “sì, il pezzo è bello ma non mi sembra così forte da prenderlo”. Questo per me è rimasto un mistero visto che nel loro catalogo figuravano anche dischi che in termini di vendite facevano molto meno di quello che totalizzavo io pubblicando altrove. “Shock The Beat” di Electric Choc e “Soul Roots” di Edward’s World, ad esempio, sono stati campionati o risuonati in tutte le salse (come in “Dream On” dei Que Pasa, Manifesto, 1999, nda), con e senza crediti, ma questo fa parte dei ricicli della dance. Con Crisman remixai anche “Harmony In Love” cantato da una giovane ed ancora sconosciuta Laura Pausini. Ci impegnammo parecchio ma per questioni contrattuali il disco venne ritirato dal mercato e risultò un buco nell’acqua. Le poche copie in circolazione, per tale ragione, hanno iniziato ad acquistare valore per i collezionisti».

Reflections (luglio 1995)

Una pagina di “Reflections”, la rubrica che Milani cura negli anni Novanta per la rivista Disk Jockey New Trend (n. 7/8, luglio/agosto 1995)

Negli anni Novanta Milani instaura anche una collaborazione con Disk Jockey New Trend, la rivista ufficiale dell’AID (Associazione Italiana Disc Jockey) poi diventata Jocks Mag, su cui appare la rubrica “Reflections”. In assenza di internet la comunicazione attraverso un canale tradizionale come la stampa è ancora la privilegiata, soprattutto nell’ambito musicale e discografico. «Per me gli anni Novanta erano un sottoprodotto degli Ottanta, che covava i segni della decadenza del sistema discoteca già dopo la metà della decade» afferma il musicista triestino. «Cavalcai quindi quella fase con molta consapevolezza per ciò che stava succedendo. I momenti esaltanti coincidono con l’incontro di molti personaggi coi quali ho condiviso studi di registrazione e la mia musica. Ho cercato di dare sempre il massimo con onestà, non portandomi dietro nessun rimpianto. Ho chiuso ufficialmente la mia carriera da disc jockey nel 2014. Mi sembrava giusto dare opportunità ai più giovani ma guardandomi indietro ho trovato il vuoto, un vuoto generazionale ed un totale disinteresse per questo fenomeno ormai ridotto al lumicino. Penso che tale epilogo sia la naturale risposta alla conclusione di un’epoca. Alcuni album comunque non invecchiano e restano delle pietre miliari: “Galaxy” dei War, “Computer World” dei Kraftwerk… senza dimenticare band come The Quick, label come la Transmat e tantissime altre che conservo nella collezione di circa quindicimila dischi che hanno scandito la mia esistenza.

Robotnick, Casco e Milani (2008)

Edoardo Milani insieme a Maurizio Dami (alias Alexander Robotnick, a sinistra) e il compianto Salvatore Cusato (alias Casco, al centro) in una foto del 2008

È difficile però individuare punti saldi nel panorama odierno, soprattutto nel mondo della dance dove i pezzi si compongono coi telefonini. Mi piace molto Mark Ronson e tra gli indipendenti Flamingosis. Trovo divertente stare davanti ad un computer portatile col remote a girare manopole ma questo, per come la penso io, non è fare il disc jockey. I grandi raduni con l’idolo fanno parte di qualcos’altro che non ha davvero nulla a che fare con un club da duecento persone dove c’è un personaggio che interpreta la tua voglia di ballare e la soddisfa con un bel disco in vinile mixato magistralmente. A soffrire, purtroppo, è anche la radio, soprattutto nel segmento dei più giovani, quelli che una volta rappresentavano la fascia d’utenza più consistente. Il panorama italiano è abbastanza livellato e terrorizzato dal passaggio al digitale. Qualche goccia nel mare ogni tanto ci regala belle emozioni nell’etere ma, a mio avviso, la questione è tutta da rivedere. Quando arriveremo ai giga illimitati e ad una connettività evoluta, tutto viaggerà solo sul web e la moltiplicazione dei canali cancellerà il mondo radiofonico così come lo abbiamo conosciuto e vissuto. Siamo ormai distanti dal Novecento e, come è sempre avvenuto nella storia, il mondo nuovo seppellisce quello vecchio. I dischi, le radio e i club ormai non sono che un fenomeno per soli amatori e nostalgici. Viviamo nell’epoca post Gutemberg dove l’opera autoriale si replica all’istante attraverso le Reti, sia una canzone o un video virale, e dopo poco sparisce nell’oblio senza lasciare traccia. Libri e dischi, quindi, non esisteranno più».

Milani nel 2016

Edoardo Milani e parte della sua collezione di dischi (2016)

Servirà dunque organizzare biblioteche e discoteche per tenere traccia di un passato che potrebbe essere cancellato del tutto? In un articolo del 2012 proprio il triestino accenna l’idea di creare un’associazione culturale per la conservazione di vinili e CD. «Qualche traccia va tramandata» sostiene, «ed io credo fermamente che il patrimonio culturale musicale di fine secolo sia uno stimolo importante per le prossime generazioni, quindi il mio impegno va in quella direzione. Mi piacerebbe molto creare uno studio storico con apparecchiature degli anni Settanta ed un archivio discografico che, riunendo alcuni fondi, riuscirebbe a raggiungere facilmente la soglia delle centomila unità. Chiaramente occorrono finanziamenti che di questi tempi è difficile reperire per cui al momento resta solo un ambizioso progetto sulla carta. Recentemente ho prodotto alcuni videoclip musicali ed ho in mente la realizzazione di alcuni film. Vorrei raccontare la storia della Hi Tech Music che in pochi conoscono ma attualmente la didattica e l’attività come musicista classico mi allontanano un po’ da questi “sogni”» conclude Milani. (Giosuè Impellizzeri)

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