Marco Trani – DJ chart marzo 1997

Marco Trani, DiscoiD marzo 1997
DJ: Marco Trani
Fonte: DiscoiD
Data: marzo 1997

1) Solar Band – Brazilian House
Quello della fittizia Solar Band è un brano mai dato alle stampe, e non è neppure accertato che ai tempi fosse stato realmente inciso su acetato, come invece questa chart lascerebbe supporre. Si presume fosse un pezzo prodotto dallo stesso Trani, testato durante le sue serate.

2) DJ Disciple – The Sidebar EP
David Banks alias DJ Disciple, inizialmente devoto al gospel e che nel 1994 fa ingresso nella classifica britannica dei singoli con “On The Dancefloor”, è tra i produttori house più attivi degli anni Novanta con pubblicazioni sparse su label di tutto rispetto tra cui la nostra D:Vision Records. Nel 1997, col supporto della Soundmen On Wax, fonda la sua etichetta, la Catch 22 Recordings, inaugurandola proprio con l’Extended Play in questione. Dentro ci sono quattro brani di cui tre da lui stesso prodotti: “Steal Away” di Dawn Tallman, “Burning Up” di Brown Girl e la sua “Tribal Confusion”, a cui si aggiunge “Down Packed Evolution” di One Cool Cuban, meglio noto come DJ Dove. Le matrici sono garage, venate di inserti jazzistici e potenti voci soul, così come tramanda la house della Grande Mela. Le prime white label promozionali distribuite agli addetti ai lavori annoverano un brano diverso rispetto al disco messo in commercio, “Funky Stuff” di Speedy, mai pubblicato ufficialmente e sostituito per ragioni ignote dal citato “Tribal Confusion”.

3) Cookle Scott – Believe In Me
Analogamente a “Brazilian House” di Solar Band (in prima posizione), anche “Believe In Me” di Cookle Scott non vede mai ufficialmente luce. A fugare qualche dubbio a tal proposito è Pierangelo Scognamiglio alias Peter Kharma, da Bologna, che con Marco Trani condivide una collaborazione durata diversi anni: «Di Solar Band e Cookle Scott ho un ricordo molto vago. Facevano sicuramente parte di una serie di brani che realizzammo nel periodo in cui io, Marco e mio fratello Emiliano Ramirez mettemmo su una società discografica, la Sure Shot Division. Marco aveva tantissimo materiale a disposizione tra cui acappellas ufficiali o parti suonate che alcuni discografici gli affidarono dandogli carta bianca sulla realizzazione. Ai tempi Marco era il numero uno e chiunque avrebbe fatto carte false per poterlo avere nella propria scuderia. Conservo, su DAT, oltre una decina di brani prodotti allora, mai dati alle stampe. Sure Shot era un nome creato alcuni anni prima proprio da Marco ed adoperato per i remix di “Funky Guitar” dei TC 1992 (di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui). Il progetto iniziale prevedeva la presenza dell’etichetta principale, Sure Shot Division per l’appunto, affiancata da due sublabel, la Warm Up Records e la Golden Globe ma quest’ultima, pensata per produzioni soul, purtroppo non fu mai realizzata. Conobbi Marco ad una serata in cui lui era special guest. Per me era già un mito e colsi l’occasione per avvicinarlo quando suonò un disco di mio fratello, pubblicato dalla MBG International Records di Giorgio Canepa. A serata conclusa mi chiese di vederci l’indomani nel mio X-File Studio che avevo allestito da poco. Tra noi scattò subito un grande feeling tanto da prendere la decisione di acquistare strumenti di livello più alto e diventare soci a tutti gli effetti, seppur non fu mai steso un atto notarile bensì una scrittura privata e soprattutto una bella stretta di mano. Da quel momento io e mio fratello diventammo la sua ombra, lo seguimmo in tutte le serate e ci inserì in diversi eventi come al Pascià di Riccione, dove quell’anno era resident. Il primo brano che incidemmo fu “Disco Connection” di Peter K, nel 1995. Gli feci sentire una mia bozza sviluppata usando un sample dei T-Connection (“Do What You Wanna Do” del 1977, nda) e lui si entusiasmò a tal punto da volerlo finalizzare ma tenendo il mio nome. Nonostante fosse un veterano pluriconosciuto ed io solo un ragazzino alle prime armi, non volle attribuirsi la paternità del disco perché l’idea era partita da me. Questo fu un gesto di grande correttezza oltre che di grande umiltà».

La collaborazione tra Marco Trani e i fratelli Scognamiglio prosegue con “Hypno Party” di Miguel Rayes sulla citata Warm Up Records e col remix di “Love Has Changed My Mind” di Vicki Shepard sulla Reform del gruppo Discomagic, entrambi del 1995. L’anno seguente invece Kharma e Trani producono “Set You Free” di Low Noise per la Dance Pollution del gruppo Arsenic Sound, ai confini con la dream trance/progressive, a testimoniare l’assenza di “paletti” che potessero delimitare l’operatività in stili musicali diversi. «Il sound delle nostre produzioni era orientato tendenzialmente alla house e alla cosiddetta “underground”» prosegue Scognamiglio. «Per una compilation del Disco Inn di Modena realizzammo il brano “Trani’s Santa Tribe”, nato da un giochino che Marco faceva spesso durante le serate. Tamburellava col dito il centrino del vinile imitando una percussione e il pubblico rispondeva battendo le mani, e così in un locale ci venne in mente di adoperare quel “botta e risposta” sincronizzandolo col groove di “Don’t Let Me Be Misunderstood” dei Santa Esmeralda. In quel periodo Marco notò la mia predisposizione verso trance e progressive, generi che si stavano imponendo anche a livello commerciale, e mi incitò a cimentarmi in ogni tipo di produzione che mi venisse in mente. Il suo mood era soul ma si emozionava tantissimo quando suonavo qualsiasi tipo di melodia. Essendo più giovane, credo che da quel punto di vista fossi io a dargli qualcosa. Con estrema umiltà mi ascoltava e cercava di capire meglio quel mondo per lui sconosciuto come la trance o addirittura la jungle, mettendoci del suo a seconda delle sensazioni percepite durante la realizzazione del brano. Nessuna casa discografica ha mai interferito nel nostro lavoro, ed è stato proprio questo il motivo per cui andavamo in studio sentendoci liberi di fare tutto quello che volevamo. Talvolta trascorrevamo lì dentro ore ed ore al punto da chiamare ironicamente quella stanza “la miniera”.

Marco inoltre era sempre attivo nel cercare nuove collaborazioni. Un giorno ci propose di realizzare una traccia per un noto brand di abbigliamento, El Charro. Realizzai una base lenta, in stile r&b, che lui portò in uno studio romano dove fu scritto il testo e dove venne cantato da Toma Man dei Papasun Style. Avute le voci, realizzammo altre tre versioni (house, dub e jungle) che formarono il CD singolo, dato in omaggio come gadget nei negozi che vendevano El Charro. Se la memoria non mi inganna, di quel CD ne vennero stampate circa 80.000 copie. Dopo quell’esperienza però ci dividemmo. Avevo intenzione di proseguire sulla linea trance/progressive e cominciai a produrre per l’Arsenic Sound di Paolino Nobile (intervistato qui, nda) rimanendo comunque in buoni rapporti con Marco, tanto che negli ultimi tempi ipotizzammo di ricominciare a fare qualcosa insieme.

Peter Kharma studio

Uno scorcio dello studio di Peter Kharma. Al muro è appesa una foto-poster in ricordo dell’amico

Lo ricordo come un fratello. Abbiamo vissuto alcuni anni totalmente in simbiosi e il rapporto andava oltre il lavoro. Mi ha insegnato tantissime cose, sia umanamente che professionalmente e per questo sto realizzando un singolo accompagnato da un videoclip dedicato proprio a lui. Di Marco rammento soprattutto l’incredibile carisma e quello che riusciva a trasmettere alle persone. Tecnicamente resta il più grande DJ che abbia mai sentito suonare, e il termine “suonare” è intenzionale perché il modo in cui selezionava i dischi e li mixava era unico. Cercava voci che si intonassero col basso del brano precedente e l’evoluzione che dava al suo set portava puntualmente la pista al delirio. Queste cose per me sono state fondamentali. Mi ha trasmesso la sensibilità di sentire il mood del pubblico che porta a capire come e quando mettere un determinato pezzo. Ecco perché lo considero, oltre che un grande professionista, un autentico artista della consolle. Non meno importante l’umiltà che riservava alle persone alle quali era affezionato. Quando parlava di affari invece, mi ripeteva: “fatte rispettà perché sennò te se magnano pure er core!”. Una volta presi i suoi flight case nel parcheggio di un locale e mi incamminai verso l’ingresso, ma mi bloccò e disse: “aó, ma che stai a fa’? Tu sei Peter Kharma e me porti e valiggette a me?” Durante un’altra serata invece ci trovavamo davanti ad una discoteca di Roma, la sua città. Un ragazzo gli si inchinò davanti dicendo: “massimo rispetto a te grande Marco, sei n’imperatore!”. Ecco, Marco Trani era davvero l’imperatore della consolle».

4) Big Moses Feat. Kenny Bobien – Brighter Days (Remix)
Tre i remix pubblicati dalla King Street Sounds di quello che potrebbe essere considerato uno dei brani più noti di Big Moses. La calda voce di Kenny Bobien viene reimpiantata da Stephan Mandrax (affiancato dal tastierista Scott Wozniak) in due rivisitazioni, la fascinosa Liquid Club Mix e l’altrettanto intensa Liquid Dub, che non è proprio una riproposizione strumentale della stessa. L’edit di Matthias Heilbronn, tedesco trapiantato negli States, continua a muoversi nelle stesse latitudini stilistiche, tra deep house e soul garage di fattura spiccatamente newyorkese. A completare è l’Instrumental approntata dallo stesso Big Moses che in futuro vedrà ritoccare ancora il suo brano da artisti come Mousse T., Pound Boys, Groovylizer e, più recentemente, Crazibiza.

5) Karen Jones – Aquarius (Trani’s Hard Dub)
Karen Ann Jones, americana trasferitasi in Italia, è una delle vocalist che aiuta l’italo house a trovare una collocazione sul mercato internazionale, dopo maldestri tentativi di italo disco memoria che spinsero diversi produttori italiani ad avvalersi di acappellas anziché affidarsi a cantanti nostrane dall’imbarazzante pronuncia inglese. Da “To The Rock Groove” del 1989 a “Come Together” del 1990, passando dai featuring per i Bit Machine (uno dei progetti che Daniele Davoli, Mirko Limoni e Valerio Semplici varano in parallelo a Black Box), Daybreak e Paradise Orchestra (con Corrado Rizza, Dom Scuteri e Gino “Woody” Bianchi, artefici di Black Connection di cui abbiamo parlato qui), la Jones si afferma con merito nel circuito house. “Aquarius”, edito dalla Deep del gruppo Dance Pool, è la cover dell’omonimo dei The Fifth Dimension e mette in risalto le qualità vocali della cantante su tessiture downbeat. Svariate le versioni approntate tra cui le due di Trani, la Love Message e la Hard Dub: dalla prima emerge la solarità del funk e del soul, dalla seconda una più marcata enfasi del beat in cui le voci vengono scomposte in moduli ed adoperate a mo’ di elementi di raccordo ritmico. Degne di menzione anche la Industry Mix di Intrallazzi e Fratty e la Drum N Bass Version, ulteriori sviluppi creativi di un brano passato piuttosto inosservato.

6) Moodlife Feat. Sonya Rogers – Movin’ On
“Movin On'” è il brano con cui Sandro Russo ed Andrea Arcangeli duplicano la vena creativa creando Moodlife, progetto parallelo al più noto M.A.S. Collective. Pubblicato dalla Suntune diretta da Angelo Tardio nel post UMM vissuto tra le mura della bresciana Time Records, il pezzo è coscienziosamente allineato allo stile garage house statunitense a cui i due DJ nostrani accedono lasciandosi affiancare da alcuni musicisti (il tastierista Maurizio Somma, il trombettista Stefano Serafini, il bassista Cico Cicognani) e vari vocalist tra cui Ce Ce Rogers, Sonya Rogers e il rapper Master Freez. I due remix (Club Mix, Dub Mix) sono di Tommy Musto, stella del clubbing newyorkese, a cui pochi mesi più tardi si aggiungono quelli di Stephan Mandrax e Fathers Of Sound.

7) Nuyorican Soul Featuring India – Runaway
Nuyorican Soul è il prestigioso side project che Little Louie Vega e Kenny Dope Gonzalez affiancano dal 1993 al più noto Masters At Work. La prima apparizione avviene sulla Nervous Records col “The Nervous Track” ristampato nel 2014, poi le collaborazioni strette con George Benson e Jocelyn Brown (rispettivamente per “You Can Do It (Baby)” e “I Am The Black Gold Of The Sun”) forniscono quel quid che fa di Nuyorican Soul un eccelso punto di unione e scambio tra musica latina, soul, funk, r&b, jazz ed house. Nel ’96 incidono il primo (ed unico) album per la blasonata Talkin’ Loud in cui figurano nuove sinergie con eminenti musicisti e cantanti (il percussionista Vincent Montana Jr., la vocalist Lisa Fischer, i pianisti Terry Burrus ed Eddie Palmieri, il vibrafonista Roy Ayers) e dal quale vengono estratti vari singoli tra cui “It’s Alright, I Feel It!” e “Runaway”, quest’ultimo cover della quasi omonima “Run Away” della Salsoul Orchestra del 1977. La voce di Loleatta Holloway viene sostituita da quella di India, unita in nozze col citato Vega per alcuni anni. Il doppio mix che Marco Trani inserisce nella chart annovera, oltre all’Original Flava 12″, autentico tributo al philly soul, tre remix: il Jazz Funk Experience e il Soul Dub di Mousse T. sono trainati da un impianto ritmico molto simile a quello che il DJ turco/tedesco adopera per affermarsi in modo definitivo nel grande pubblico sin dall’anno seguente (“Horny ’98”, i fortunati remix per “Sex Bomb” di Tom Jones e “Saturday” di Cunnie Williams Feat. Monie Love), mentre il Mongoloids In Space di Armand Van Helden riformula tutto sullo schema dell’epocale versione di “Professional Widow” di Tori Amos, riducendo al minimo le parti vocali sovrastate da tessere funky sequencerate in un velenoso groove speed garage. Spazio anche alla Ronnie’s Guitar Instrumental, versione strumentale su cui troneggia la chitarra di Ronnie James della Salsoul Orchestra, il tool Philly Beats e l’India’s Ambient Dream, celestiale chiusura di quello che probabilmente può essere ricordato come il disco più rappresentativo della breve parentesi che Vega e Gonzalez siglano come Nuyorican Soul. A pubblicarlo in Italia è la Zac Records, che mette le mani pure sul seguente “It’s Alright, I Feel It!” remixato, tra gli altri, dai Mood II Swing e Roni Size.

8) The Sun Project – Wear Yourself Out (Remix)
Nato nel 1995 da un’idea di Pagany e Fabio Slaider (oggi Slider), The Sun Project parte con una house ravvivata da ispirazioni 70s (tra i sample presenti in “The Sound”, su Molotov Records, c’è quello di “Bim Sala Bim” degli Hudson County edito nel 1975 dalla RCA) per poi svilupparsi su territori garage attraverso “Wear Yourself Out” interpretata vocalmente da Yvonne Shelton. Marco Trani sceglie il 12″ coi remix realizzati dai M.A.S. Collective (ancora affiancati dai musicisti Maurizio Somma e Gabriele ‘Cico’ Cicognani, si veda posizione 6), Franz e Deep Bros. Russo ed Arcangeli, nella loro Philly Club, saldano due mondi ai tempi particolarmente comunicanti, quello del soul e quello della house. La Kolo Mix di Franz distilla elementi deep e funk e in scia si inseriscono le due versioni dei Deep Bros, No Doubt e Fusion Mix, spiccatamente garage la prima, più sensuale ed avvolgente la seconda. Figura infine la Simply Sound Dub, in cui prende il sopravvento la carica ritmica. The Sun Project riappare qualche anno più tardi ma la produzione passa nelle mani di Simone Farina (figlio di Mauro Farina, boss della Saifam) che si lascia affiancare da Gianni Bova in “Brazilian’s Affairs” del 2001 e da Nicola Fasoli in “My Fire” del 2004.

9) Various – It’s A DJ Thing 4
“It’s A DJ Thing” è la raccolta ideata nel 1996 dalla britannica Defender Music, andata avanti per ben tredici volumi, tutti in formato doppio, sino al 2002. Il quarto, preso in esame per l’occasione, ingloba “Make Me Feel” dei 95 North e “Doo Wop” dei Room Zero, stampati come singoli solamente l’anno dopo. Poi ci si imbatte in “Hit The Conga” dei nipponici Paradise Yamamoto & Tokyo Latin Mood Deluxe, remixata da Eric Kupper e François Kevorkian, e due esclusive, “Dee’s Groove” di TC Project alias Felix Hopkins, e “Future” di Javen Souls, prodotto a quattro mani da Jan Cooley e Maurice Fulton. L’occasione è giusta per inserire pure una gemma del passato, “Hiroshi’s Dub” dei giapponesi Tiny Panx Organization, meglio noti con l’acronimo TPO, risalente al 1989 e riproposta nel ’98 dalla Nite Grooves. La versione scelta è la Savanna Mix realizzata da un giovane con gli occhi a mandorla destinato a lasciare il segno, Satoshi Tomiie.

10) Bruce Wayne Vs. H.A.N.Z.- In The Dog House
Il brano in questione occupa il lato b di un 12″ edito dalla tedesca Plastic City, etichetta che allora flirta sia con la house (Terry Lee Brown Jr., The Timewriter) che con la techno (Tesox, , AWeX, di cui abbiamo parlato qui, Kriss Dior). “In The Dog House” gira su uno schema più meccanico rispetto a quello delle produzioni house statunitensi o britanniche, con una parte vocale incastrata geometricamente nella gabbia ritmica montata a sua volta su una serie di suoni tenuti in vita dal loop. A firmare il tutto sono il prolificissimo Jürgen Driessen, per l’occasione nascosto dietro il nomignolo Bruce Wayne ispirato dall’omonimo personaggio dei fumetti della DC Comics, Batman, e Hans Centen che in quel periodo mette su il progetto Decadance con René Runge alias Jaspa Jones del noto duo Blank & Jones. Il 12″ esce anche negli States attraverso la Twisted America Records. In Italia invece la licenza è messa a segno dall’iperattiva Zac Records nata da una joint venture tra Emilio Lanotte e il gruppo Sugar presieduto da Filippo Sugar, figlio di Caterina Caselli.

(Giosuè Impellizzeri)

(si ringrazia per il prezioso supporto Corrado Rizza, autore di vari libri tra cui “Anni Vinilici. Io e Marco Trani 2 DJ” e del docufilm “STrani Ritmi – La Storia Del DJ Marco Trani” di cui si consiglia lettura e visione)

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Bismark – DJ chart luglio 1997

Bismark, Disco Mix luglio 1997
DJ: Bismark
Fonte: Disco Mix
Data: luglio 1997

1) Dimitri Gelders – Smoke Sign
Discograficamente attivo nella seconda metà degli anni Novanta, Gelders incide un album e vari singoli per la Zolex Records. Tra questi si rinviene “Smoke Sign” contenente quattro brani di trance/progressive dalle caratteristiche canoniche per il genere che diventa popolare in tutto il mondo proprio a fine decennio. Tra planate melodiche e groove scalpitanti, l’artista bilancia con perizia ritmo e melodia. Corre voce che il belga abbia accantonato l’attività musicale per dedicarsi al triathlon ma ad oggi non si rinvengono fonti ufficiali che acclarino tale ipotesi.

2) Marco Bailey – Global Warning
Dopo “Planet Goa” su Dance Opera nel 1995, Marco Bailey incide il secondo album, questa volta per la granitica Bonzai Records di Fly (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui). Sulla linea di mezzeria tra (hard) trance e techno, genere a cui si dedica con regolarità da lì a breve, il DJ belga dà libero sfogo alla sua creatività plasmando ipnotismi lisergici (“Cyberlab”, in coppia con Dirk ‘M.I.K.E.’ Dierickx, “Spacecake”), calibrando l’acid (“Bassremover”, “Mr Kandinsky”, “Scan Fortress”), comprimendo ritmi (“Behaving Forward”, “N.Y. Times (Remix)”) e calandosi in territori non prettamente “dance” come avviene in “The Shining”, tool ambient realizzato con Mauro Mirisola, e in “Global Warning”, feroce breakbeat ascrivibile al segmento ai tempi ribattezzato “chemical beat” in cui rientrano band come Chemical Brothers, Fluke e Propellerheads. Il disco viene pubblicato anche in Italia dalla Bonzai Records Italy del gruppo Arsenic Sound capitanato da Paolino Nobile, intervistato su queste pagine qualche tempo fa.

3) Tone King – Pneu
Estratto dal “Micheline Tracks EP” sulla Cyberfugu la cui attività pare circoscritta proprio a questa pubblicazione, “Pneu” è un mosaico di elementi ritmici che l’autore, Daniel Neeven alias Tone King, combina utilizzando l’effettistica come modulo di raccordo. Progressione e moto ascensionale danno energia alla stesura colorita dall’incrocio tra phaser, flanger e distorsore applicati ad un drumkit di quella che pare essere una TR-808. Il brano viene ripescato nel 2000 dalla Clockwork Recordings che lo ripubblica abbinandolo a vari remix realizzati da noti esponenti della scena belga, Insider, Housetrap, Zzino vs. Accelerator e la coppia Marco Bailey/Redhead.

4) Ricky Le Roy – Tunnel
Esaurita la spinta commerciale di “First Mission” che cavalca con successo l’onda della mediterranean progressive, Ricky Le Roy incide un secondo singolo ma non seguendo lo schema del classico follow-up. “Tunnel” infatti non trova appigli nel mondo mainstream probabilmente per l’assenza di una vena melodica subito riconoscibile e che un certo tipo di pubblico necessita per mostrare apprezzamento ed approvazione. Più vicina a “First Mission” potrebbe risultare “Ensamble”, uscita nello stesso periodo su Underground ma che l’artista firma con uno pseudonimo diverso, Sonar, e che quindi non gode della stessa attenzione. L’Extended Mix di “Tunnel” mostra comunque più di qualche legame col mondo progressive trance dei bassi in levare, delle pause centrali e degli arpeggi di casa BXR ma è insufficiente a ingolosire gli avventori dei locali e delle radio più pop(olari). La Le Roy Mix e la simile Megamind Mix, col rintocco di una campana e col suono prolungato del choir (sfruttato nel remix di Mauro Picotto uscito nel 1999) risultano le più incisive del disco. Seguono gli avvitamenti pseudo acidi della Club-Club Mix, anch’essa destinata a quella fascia di pubblico che acclama Le Roy ogni weekend chiamandolo affettuosamente “l’angelo biondo”.

5) Aton – Voyager
“Voyager”, inciso sul 12″ di debutto dell’elvetica Mo Records, è un sognante brano di trance onirica, ricco di armoniche contrapposte ad un ritmo deciso e rasoiate acide che fanno ingresso insieme a sobbalzi breakbeat. Immancabile un breve messaggio vocale, “welcome to infinity, the voyage may begin”, affine all’immaginario collettivo che ai tempi anima il movimento trance e che fa leva su un mix tra racconti fiabeschi e viaggi interspaziali. Non filtra alcuna indiscrezione sulla paternità autoriale.

6) Sergio C – Texture / Planar Tilling
Attivo artisticamente dal 1990, Sergio Crestini aderisce alla scena rave e matura il giusto know-how per realizzare dischi, vera ambizione per i DJ degli anni Novanta. Dopo alcune esperienze in team con Stefano Di Carlo e lo stesso Bismark (Human Imagination, Oblivion) inizia ad incidere come Sergio C e fonda una personale etichetta, la Vinylife Recordings, inaugurata proprio coi due brani in questione. Se “Texture” si avvicina alla goa col suo incessante bassline e martellio ritmico, l’architettura di “Planar Tilling” si muove invece entro partiture più canonicamente prog trance, con ricami melodici, break e ripartenze.

7) DJ Arabesque – I Don’t Know
Trincerato dietro DJ Arabesque, ma con un margine di mistero prossimo allo zero visti i crediti rivelatori disponibili sul disco, Mario Più incide “I Don’t Know” per la Underground ripartita nell’autunno del 1996 con un nuovo layout grafico e sonoro. Pure un orecchio poco allenato riconoscerebbe il sample preso da “Firestarter” dei Prodigy ma l’intero pezzo è sostanzialmente una cover di un brano proveniente dalla Germania, “Peggy” di The Visitor, particolarmente noto al pubblico dei locali progressive toscani di allora che va in visibilio per quel particolare e funzionale “stop and go”. Il titolo stesso “I Don’t Know” è il riadattamento fonetico di ciò che parrebbe dire il vocal della traccia di riferimento. A licenziare in Italia “Peggy” è la Non Plus Ultra Records del gruppo Hitland (ex Discomagic) che commissiona anche un paio di remix a Frank Vanoli ed Alex Voghi. Mario Più continua ad utilizzare con regolarità lo pseudonimo DJ Arabesque centrando il successo internazionale nel 2000 grazie a “The Vision”.

8) The Auranaut – Calm Your Mind
A metà strada tra trance e progressive house, “Calm Your Mind” muove le corde emozionali dell’ascoltatore mediante suggestive armonie intrecciate alla voce cristallina di Sirah Vitesse. Il brano viene pubblicato nel 1997 dalla Excession di Sasha ma circola sin dal 1995 su un 12″ promozionale della Disruptive Pattern, etichetta per cui Graham Dear alias The Auranaut quell’anno incide “Hear The Rich Boy (Just Passing Through)” entrato proprio nelle grazie del citato Sasha.

9) Bismark – Space Is The Place
Marco ‘Bismark’ Bisegna è uno dei primi artisti coinvolti dalla Media Records nel rilancio della BXR come “casa discografica dei DJ”. Nel ’96 escono “Double Pleasure” e “My World” (quest’ultimo remixato anche dal belga Jan Vervloet dei Fiocco) di impostazione mediterranean progressive ma il costante desiderio di sondare nuovi territori stilistici lo porta ad evolvere la propria matrice sonora. Con tale intento nel ’97 incide “Project 696” «omonimo del programma radiofonico in onda su Power Station che conducevo ai tempi con Luca Cucchetti, il mio mentore» racconta oggi il disc jockey. Il doppio mix si apre proprio con “Space Is The Place” (che niente divide con l’omonimo di Sun Ra), una marcetta che un po’ ricorda “Chrome” di un paio di anni prima, in cui figura un sample vocale dell’artista stesso e una lunga pausa con tanto di countdown della NASA a scandire la fase finale. Il taglio di “Project 696” è eterogeneo specialmente se rapportato ad altri dischi del catalogo BXR, e ben simboleggia le sfaccettature artistiche del DJ capitolino. Da “Trance Sensation”, intreccio melodico/armonico con un piglio epico à la Sunbeam, a “Shadow” e “Female Vox” che incarnano propriamente lo stile mediterraneo della BXR di quel periodo (R.A.F. By Picotto, Gigi D’Agostino, Mario Più, Saccoman, Ricky Le Roy) con spirali di synth acidi, bassi in levare e break melodici. In “Synthesis” si accentuano elementi techno ma è con “Give Yourself 2 Me” che l’artista stupisce di più: mettendo da parte la cassa in 4/4, inforca il drum n bass ed un basso speed garage e rammenta il boom hardcore del periodo rave. «Venivo da una serie di avventure europee e secondo Gianfranco Bortolotti, sempre presente a convention e meeting internazionali, il mio nome cominciava a girare con un certo interesse» prosegue Bisegna. «Scegliemmo quindi di ampliare un po’ la visione musicale senza legarmi unicamente al mio genere predominante ovvero la trance, e il risultato fu quel doppio mix».

L'Unità, Street Festival del 21 giugno 1998

L’articolo apparso su L’Unità dedicato allo Street Festival svoltosi a Roma il 21 giugno 1998

A “Project 696” segue “Street Festival”, omonimo dell’evento organizzato per la seconda volta a Roma nel giugno 1998 di cui Bismark, soprannominato “Il Principe”, è tra i principali promotori. “La risposta romana alla Love Parade di Berlino e alla Street Parade di Zurigo”, come viene descritta ai tempi in un articolo apparso su L’Unità, con mastodontici sound system e carri tra cui ovviamente quello della BXR animato da Mauro Picotto, Joy Kitikonti, Tony H e lo stesso Bismark. «Francesco e Stefano, all’epoca organizzatori degli eventi Unica Tribù (come il rave di beneficienza The Bomb, raccontato in questo articolo dal compianto Dino D’Arcangelo, nda), decisero di realizzare questa manifestazione musicale sul modello di quelle estere. In virtù dell’importante ruolo storico di Roma, provammo a dare vita ad un evento dal respiro europeo, anche sotto il profilo musicale, ma scontrandoci con non poche difficoltà sorte col Comune. Purtroppo il diffuso scetticismo di vari personaggi ancorati all’avanzata età, poco propensi a dare spazio ad una novità assoluta di quel periodo, ci ostacolò ma per fortuna grazie a giornalisti di spessore e all’assessore ai tempi in carica battemmo la diffidenza. Le autorità ci permisero di organizzare lo Street Festival per due anni consecutivi, nel 1997 e nel 1998, totalizzando rispettivamente 50.000 e 70.000 presenze».

Bismark diventa uno degli alfieri della squadra BXR e vede crescere stabilmente le proprie quotazioni sulla piazza internazionale. «Quell’avventura iniziò per gioco. A contattarmi fu Gigi D’Agostino che mi propose di entrare a far parte della Media Records. All’inizio mostrai un certo scetticismo perché l’etichetta di Bortolotti batteva generi molto commerciali in cui mi rivedevo poco, ma Gigi mi rassicurò spiegandomi che da lì a breve sarebbe nata una label espressamente destinata ai lavori dei DJ maggiormente rappresentativi di quel periodo. Ci misi sei mesi per metabolizzare la cosa ma alla fine mi trasferii a Brescia e cominciò tutto. A colpirmi subito fu la professionalità e la serietà della Media Records, reduce di svariati riconoscimenti a livello mondiale. Ogni disco che ho inciso per l’etichetta di Bortolotti ha avuto un suo perché, oltre ad essere supportato da DJ di caratura internazionale, su tutti Paul van Dyk ed Armin van Buuren. I più fortunati? “Project 696”, “Street Festival”, “Make A Dream”, “Just A Moment” e “The Theme Of Sphere”, in coppia con lo svizzero Philippe Rochard. Furono oggetto di ottimi riscontri di vendita ed inseriti in moltissime compilation».

10) Pablo Gargano – Senza Volto – An Eve Collection
L’album di Pablo Gargano, italiano trapiantato nel Regno Unito, parla la lingua dell’hardtrance. È sufficiente ascoltare “Organ-Ic” per rendersi conto di quale miscellanea venga generata attraverso l’uso di melodia, ritmo e deviazioni acide. Velocità di crociera sostenute hanno la meglio in “One Time” e “Grand Hall”, mentre in “On A Deep Tip (Follow The Rimshot Remix)” torna a farsi sentire, selvaggiamente, la TB-303. Poi c’è il remix di “Definiton Of A Track” firmato da David Craig e Gargano ricambia realizzando il The Moving Remix di “Lord Of The Universe”, brano suonatissimo da Giorgio Prezioso su Radio DeeJay. Da anni circola voce che Gargano e Craig siano la stessa persona ma la notizia non è mai stata ufficializzata. Nessun dubbio invece sul remix che Gargano realizza per “My World” di Bismark, quando il pezzo viene licenziato oltremanica dalla sua Telica.

(Giosuè Impellizzeri)

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Leo Mas – DJ chart aprile 1995

Leo Mas, DiscoiD aprile 1995
DJ: Leo Mas
Fonte: DiscoiD
Data: aprile 1995

1) Global Electronic Network – Rolleiflex
Pubblicato dalla Mille Plateaux fondata da Achim Szepanski come sublabel dell’indimenticata Force Inc. Music Works, “Rolleiflex” è il brano con cui i Global Electronic Network esplorano i meandri della techno, dell’ambient e dell’acid mediante ben sei rivisitazioni che occupano lo spazio di un intero LP edito in formato picture disc in edizione limitata oggi particolarmente ricercato e a cui l’etichetta allega un 12″ con l’alienoide “Weltron”. Dietro Global Electronic Network ci sono Ingmar Koch alias Dr. Walker e Can Oral alias Khan, fratello di Cem Oral con cui il citato Koch forma il duo Air Liquide. Edificano la loro musica con un armamentario che include macchine Casio (CZ-101, RZ-1), Korg (Mono/Poly), E-mu (SP-12) ed una caterva di Roland (TB-303, TR-808, MC-202, RE-150, SBX-10, SH-101), tutte di seconda e terza mano e pare affette da qualche problema tecnico che però non frena affatto la loro carica inventiva. A dispetto di coloro che oggi spendono migliaia di euro in strumenti nuovi e vintage convincendosi di essere artisti ma senza avere alcuna idea valida.

2) Twirl – Hard Drive
“Hard Drive” appare in “Right Reduce”, l’unico disco che Robert Babicz firma come Twirl. Il polacco trapiantato in Germania, ai tempi attivo principalmente come Rob Acid, è un veterano dell’acid, stile che qui declina con maestria dimostrando di essere in grado di andare oltre la classica formula del cinguettio della TB-303. Il 12″ viene stampato dalla Important Extracts su vinile colorato, come avviene per tutte le pubblicazioni del catalogo edite tra 1994 e 1996.

3) Duracel +/- Interr-Ference – Untitled
Qui i crediti offrono solo il nome degli autori e dell’etichetta e il numero di catalogo. Nient’altro. Un minimalismo consono a quello dell’etica della Bunker Records, fondata a L’Aia da Guy Tavares che ai tempi, insieme ad artisti-commilitoni olandesi tra cui gli interpreti del 12″ in questione, mette su la squadra degli Unit Moebius, considerata a ragion veduta la risposta europea più consona e coerente al team americano degli Underground Resistance. Sul 12″ presenziano cinque tracce senza titolo in cui Duracel (Menno Van Os) e Ferenc E. van der Sluijs (Interr-Ference, che da lì a breve sintetizzerà il nome in I-f) sfogano i propri istinti rabbiosi generando una techno scarnificata e rude, ispirata dal suono detroitiano ma arricchito da nuove suggestioni low-fi ai confini con l’industrial. Contestualmente al disco la Bunker Records mette in circolazione una quantità limitata di VHS con animazioni video sincronizzate con la musica incisa sul vinile.

4) Walker – Invasion Of The Bassface
Già menzionato poche righe fa (posizione numero 2), Ingmar Koch riappare nella classifica di Leo Mas con un brano fantasioso in cui una techno sbilenca, con qualche nervatura ravey, accoglie un suono che si ripete ossessivamente per tutta la durata creando marcato ipnotismo. Il pezzo è inciso su un picture disc dalle grafiche psichedeliche che omaggia lo smile, icona della musica acid e del movimento rave. A pubblicarlo la DJ.Ungle Fever fondata dallo stesso Koch e dai fratelli Oral, il cui catalogo merita di essere riscoperto.

5) Crushed Insect – Put Me On Your Sandwich
Prodotto da Cari Lekebusch pare affiancato da Adam Beyer, “Put Me On Your Sandwich” si muove in un telaio ritmico classicamente techno (forse fin troppo) con pochissimi suoni a troneggiare su esso. Più briosa l’andatura di “Yellow Jam”, sul lato b (a cui si ispira Massimo Cominotto per “Paint It Black”?), che mantiene intatto lo spirito minimalista ma spingendo gradite variazioni. Il 12″ su plastica rossa è edito dall’allora giovanissima Hybrid alla sua quarta apparizione.

6) Cream Traxx – Plot 25
Sébastien Christophe Becky è Cream Traxx e “Plot 25” è il brano che apre “Volume 1” sulla Fixed System Records che egli stesso fonda a Colonia. Con un passato adolescenziale trascorso come bassista in una band punk rock, si avvicina alla musica elettronica e conquista il primo contratto discografico a soli diciotto anni. L’attrazione iniziale è per l’acid e la techno che abbraccia come Cream Traxx e Bastian con cui approda sulla Tanjobi di Beroshima. Curiosamente i due dischi firmati Cream Traxx, questo e un altro su Polimorf Records, recano il suffisso “Vol. 1” ma a cui non viene dato alcun seguito. Dopo un periodo di pausa l’artista, ora di stanza a New York, si reinventa attraverso nuovi nomi e collaborazioni (Adilette Man, 2 Human DJs, Shoutbox) con cui si confronta con generi musicali completamente diversi come trance e tech house.

7) Biochip C. – Zek
Di Martin Damm si era già parlato su queste pagine (si veda la chart di Moka del 1993). Dei tantissimi nomignoli adoperati dal prolifico produttore residente a Kaiserslautern, Germania, Biochip C. è senza dubbio uno dei maggiormente usati. Tra le decine di pubblicazioni si rinviene quindi questo 12″ sulla citata Force Inc. Music Works di Achim Szepanski in cui è racchiusa “Zek”, spavalda acid techno che picchia duro come un martello sull’incudine e vede scintille nate dall’attrito tra la cassa distorta e le graffiate selvagge di TB-303.

8) Kopftanz – #1
Analogamente al disco di Duracel ed Interr-Ference su Bunker Records (posizione 3), anche questo di Kopftanz riduce i crediti ai minimi termini. Autore, titolo, etichetta, numero di catalogo, nient’altro. È la musica a parlare, contrariamente a quanto avviene oggi con tonnellate di informazioni che molti antepongono alla musica stessa illudendosi di poter sopperire all’assenza di idee. Sono quattro i brani incisi su vinile rosso dalla Acid Orange di Beroshima (dal ’96 trasformata in Müller Records), tutti senza titolo ma allineati sulla griglia del minimalismo acido di Emmanuel Top, Like A Tim, Mono Junk o dell’italiano Acid Front prodotto proprio da Leo Mas & soci sulla Muzak e di cui parlammo dettagliatamente qui. Qualche anno fa su Discogs un utente attribuisce la paternità del progetto Kopftanz alla coppia DJ Zky/Daniel Paul ma l’informazione non trova mai conferma ufficiale.

9) Cosmic Traveller – 7th Dissolvence
Col disco di Simon Longo alias Cosmic Traveller, Leo Mas, Fabrice ed Andrea Gemolotto inaugurano una delle loro etichette lanciate negli anni Novanta, la Models Inc., di cui si è parlato nelle due interviste racchiuse in Decadance Extra, una delle quali dedicata al negozio di dischi Zero Gravity. “7th Dissolvence” è il primo dei quattro brani incisi sul doppio mix e declina con perizia gli elementi tipici dell’acid techno. «Ai tempi ero all’apice di un lungo periodo di lavoro in studio. Collegando in modo particolare i miei strumenti, riuscii a programmare musica dal vivo modificandola in tempo reale» oggi racconta Longo. E continua: «L’improvvisazione si fondava sulla base di un ciclo di Cubase che continuava a ripetersi mentre io, aprendo e chiudendo tracce e mutando i parametri, creavo un continuum tra suoni, ritmiche e distorsioni. Quella configurazione dello studio divenne un’estensione di me stesso visto che potevo controllare il risultato e dare alla musica l’esatta direzione. Con quel sistema realizzai parecchie tracce, alcune finirono nel disco di Cosmic Traveller, altre sotto vari pseudonimi. Fabrice era solito usare diversi miei pezzi che si intrecciavano perfettamente poiché appartenevano ad un unico set in cui, improvvisando, generavo di continuo nuove situazioni. Le mie influenze derivavano dalla techno ma anche da cose più IDM e sperimentali. Allora lavoravo con DJ come Robert Livesu (col quale forma il duo Mitia Vargas, nda) e il mio sound era incasellato sotto la voce techno ma per me la musica è sempre stata ricerca ed evoluzione e in tal senso penso ai primi Prodigy, Aphex Twin, Jam & Spoon e Miss Djax ma anche a cose non dance come Philip Glass, l’elettronica industriale e la musica concreta». Il dinamismo creativo di Longo è palese ed infatti dimostra di sapersi destreggiare anche in ambienti dalle tinte più fosche e dalle prospettive più ardite come ad esempio avviene in “Like A Flute”, inciso sul lato c, un mantra beatless sviluppato su una nube astrale da cui si leva un canto tribale aborigeno, lo stesso ad essere usato poco tempo prima da Z100 nella sua “Gengennarugenge'”. «Credo di averlo campionato da qualche CD o forse da una libreria di musica africana» afferma Longo. Quello su Models Inc. è il primo ed unico disco firmato Cosmic Traveller e a tal proposito l’artista chiarisce: «Contrassegnavo quasi ogni 12″ che incidevo con un nuovo pseudonimo e forse esagerai un po’. Poi purtroppo una serie di circostanze mi impedì di continuare a produrre per almeno una decina di anni».

10) Twirl – Sorted
Leo Mas opta per un altro brano tratto da “Right Reduce” (posizione 2), “Sorted”, il più “trippy” del disco in cui Babicz assottiglia i suoni e pialla la ritmica sino a trasformarla in una lama affilata come quella di un rasoio.

(Giosuè Impellizzeri)

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Hard Wax – chart settembre 1997

Hardwax Raveline, settembre 1997
Negozio: Hard Wax
Fonte: Raveline
Data: settembre 1997

1) Push Button Objects – Cash
Edgar Farinas, da Miami, è Push Button Objects. Debutta sull’etichetta dei Phoenecia, la Schematic, con questo EP che vaga tra l’hip hop sperimentale e l’IDM raschiato dal glitch. Quattro i brani racchiusi al suo interno, “Lockligger”, “Striffle”, “Trot” e “Maercs”, inseriti nell’album “Dirty Dozen” uscito tre anni dopo e contraddistinti da broken beat, suoni segmentati e qualche scratch a rimarcare l’appartenenza ad un mondo allora fortemente legato all’arte del turntablism. La prima tiratura viene commercializzata con una copertina di plastica trasparente di tipo ziplock.

2) Monolake – Occam / Arte
Dietro Monolake, ai tempi, operano in due, Gerhard Behles e Robert Henke, che da lì a breve daranno vita ad uno dei software più celebri e rivoluzionari, Ableton Live (per approfondire si veda qui). Alfieri della minimal techno ben prima che questa divenisse uno specchietto per le allodole e rappresentasse una presunta novità da offrire al pubblico del nuovo millennio proprio mentre impazza la “Ableton generation”, i tedeschi qui elaborano due brani per la DIN dell’amico Torsten “T++” Pröfrock, entrato per un periodo a far parte dello stesso team. “Occam”, registrata live il 28 dicembre 1996 a Lucerna, in Svizzera, viaggia su taglienti minimalismi tangenti il dub in stile Basic Channel, “Arte”, prodotta in studio a Berlino, mostra scenari simili ma riducendo l’apporto ritmico ed avvicinandosi all’ambient. Da qualche anno in Rete si dibatte sulla velocità alla quale dovrebbe essere suonato il disco: c’è chi sostiene sia meglio a 33 giri, chi parteggia per i 45, chi ritiene di alternare 33 per un lato e 45 per l’altro. Sul disco non è riportata alcuna indicazione chiarificatrice ma nell’album “Hongkong”, pubblicato dalla Chain Reaction dei sopracitati Basic Channel, “Arte” suona a 33 giri mentre “Occam” a 45.

3) Luke Vibert – Big Soup
“Big Soup” è il primo album che Vibert firma col suo nome anagrafico ma giunto dopo altri ammirevoli lavori sotto pseudonimo (Wagon Christ, Plug) con cui mette a soqquadro il mondo drum n bass e trip hop. Pubblicato dalla Mo Wax, “Big Soup” potrebbe essere paragonato ad un altro album epocale presente nel catalogo della label di James Lavelle ossia “Endtroducing…..” di DJ Shadow. I beat si accartocciano come se fossero fogli di carta appallottolati, i sample sono assemblati secondo una fantasia funambolica che ad un orecchio poco allenato potrebbe suonare come disordine ma che in realtà segna le tappe di una ulteriore evoluzione dell’elettronica. Tra le più convincenti “Reality Check”, “C.O.R.N.” ed “Am I Still Dreaming?”, con un tiro à la Propellerheads, “Stern Facials” con tessiture di jazz destrutturato, e “2001 Beats”, piacevolmente accelerata e lanciata verso sponde drum n bass.

4) Plug – Cut (’97 Remix)
Inciso sul 12″ intitolato “Me & Mr. Sutton” e pubblicato dalla britannica Blue Planet Recordings, il remix ’97 di “Cut” (la versione originale si trova nell’album “Drum’N’Bass For Papa” uscito circa un anno prima) è virtuosa drum n bass con cui l’autore, Luke Vibert, di cui si è già detto poc’anzi, dimostra la genialità assoluta nel ricontestualizzare un campione preso da “Love Won’t Let Me Wait” di Major Harris. Soul del 1974 che dopo poco più di venti anni muta e si ripresenta come nessuno avrebbe mai potuto immaginare.

5) Robert Henke – Floating.Point
I sette brani racchiusi in “Floating.Point” sono stati prodotti nel quinquennio 1992-1997: Henke, affiancato dall’amico Gerhard Behles con cui allora anima il progetto Monolake (si veda posizione 2), scava nell’inconscio ed ottiene un incredibile tunnel ambientale lungo poco più di 52 minuti in cui di tanto in tanto fanno capolino suoni tratti dalla natura ricavati forse da registrazioni sul campo.

6) Jeswa – Skone
Joshua Kay dei già citati Phoenecia è Jeswa. “Skone”, l’unico disco che firma con questo pseudonimo, fa scricchiolare i glitch su patine di IDM intellettualoide, con frequenti controtempi e suoni dub. Quello di Kay è un suono ascrivibile all’IDM sperimentale ed astrattista, paragonabile a quello di artisti come Autechre, Jan Jelinek o Vladislav Delay.

7) Various – From Beyond
“From Beyond” è il mega progetto che l’Interdimensional Transmissions vara nel 1997 e che, per il formato vinilico, si compone di quattro volumi, l’ultimo dei quali pubblicato nel 1998 quando il tutto viene raccolto anche su CD ma senza i vari locked groove e loop caratteristici dell’etichetta degli Ectomorph. La chart non specifica a quale qui si faccia riferimento, ma per inquadrare il contesto è sufficiente menzionare qualche nome degli artisti coinvolti come DJ Godfather, Mike Paradinas, Le Car, Phoenecia, Flexitone, Sluts’n’Strings & 909 e Will Web. Di matrice marcatamente electro, “From Beyond” viene ricordata anche per aver incluso nella tracklist “Space Invaders Are Smoking Grass” dell’olandese I-f, presa in licenza dalla originaria Viewlexx e debitamente pubblicata negli States come singolo nel ’98, seppur raccolga il meritato successo solo diversi anni più tardi quando in Europa scoppia il fenomeno electroclash.

8) Bochum Welt – Feelings On A Screen
Si narra che nel 1994 un giornalista del magazine britannico NME attribuì erroneamente la paternità di “Scharlach Eingang” ad Aphex Twin. A programmare le immaginose tracce di quel disco fu invece l’italiano Gianluigi Di Costanzo, entrato nelle grazie di Richard D. James e Grant Wilson-Claridge che da quell’anno lo arruolano nella squadra della Rephlex. L’EP della chart, stampato sia su vinile che CD shape, si muove su un suono a metà strada tra geometrismi electro (“Greenwich”, “Feelings On A Screen”) e più rilassate deviazioni ambient (“Fortune Green”, “La Nuit (Slumber Mix)”), con qualche assonanza melodica orientale a fare da collante.

9) Various – Plug Research & Development
Nel 1997 la Plug Research, oggi di base a Los Angeles, in California, lancia un progetto analogo a quello dell’Interdimensional Transmissions descritto poche righe più sopra. “Plug Research & Development” raccoglie al suo interno un buon numero di tracce techno (otto sul doppio vinile, dieci sul CD) realizzate da artisti poco noti al grande pubblico e per questo ingiustamente passate inosservate. Da Smyglyssna a Phthalocyanine, dai Wrench a Ravens Over Venice passando per l’australiano Voiteck, Lucid Lung, R.E.A.L.M. e i Mannequin Lung. Da segnalare anche la presenza dei Nine Machine (Mark Broom e Steve Pickton) e di Mr. Hazeltine, tra i primi alias di John Tejada rispolverato proprio recentemente.

10) Kotai – Back At Ten
Il brano in questione si presenta in due versioni: la Slow, che si inerpica su un percorso electro in battuta rallentata, e la Fast che prevedibilmente pigia sul pedale dell’acceleratore avvicinandosi alla minimal techno più ammaliante. A programmare le sequenze insieme al viennese Klaus Kotai (quello di “Sucker DJ”) c’è Gabriele ‘Mo’ Loschelder, ai tempi nell’organico di Hard Wax e con cui Kotai fonda l’Elektro Music Department, piccola etichetta in attività dal 1995 e che circa un anno fa ha pubblicato “Reat”, l’album postumo di Mika Vainio.

(Giosuè Impellizzeri)

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Moka – DJ chart febbraio 1993

Moka, Trend Discotec febbraio 1993DJ: Moka
Fonte: Trend Discotec
Data: febbraio 1993

1) Rotzooi – Poep Op Je Buik
Quello dei fantomatici Rotzooi è un brano rimasto confinato nell’hardcore più sotterranea. Immancabile tra le mura del Parkzicht di Rotterdam, “Poep Op Je Buik” parte con una simil-filastrocca e poi si sviluppa sul classico schema della hardcore/gabber hooliganesca con cassa che batte imperiosamente il ritmo e qualche venatura acida sullo sfondo. Nel team di produzione si segnala la presenza, tra gli altri, di Udo Niebergall, quello che produce “Razzia” di M e che pochi anni più tardi mette su il progetto europop Captain Jack particolarmente noto nella natia Germania.

2) Zero Deffects – Destination
Dietro Zero Deffects armeggiano i produttori belgi Patrick Fasseau e Frank Debrauwere. Alla Mackenzie cedono un EP composto da tre tracce tra cui spicca proprio “Destination”, trainata da un fat synth tipico delle produzioni di quegli anni abbinato ad un marciante beat ed un breve hook vocale che recita il titolo con voce orrorifica. Il brano viene inserito da Moka nel terzo volume della compilation “Manikomio”, pubblicata dalla DFC nel 1994.

3) German Division – Concerto Grosso
German Division è uno dei numerosi act creati nei primi anni Novanta da Thomas Wedel alias Tom Wax e Thorsten Adler, successivamente esplosi come AWeX (di cui abbiamo dettagliatamente parlato qui). Insieme a loro l’immancabile Jörg Dewald, ingegnere del suono che li affianca nei primi anni di carriera. “Concerto Grosso” si pone sulla linea di mezzeria tra techno ed hardcore, e nei tre brani racchiusi al suo interno si sente marcatamente l’impronta di quel suono ruvido ed abrasivo che contraddistingue l’europeizzazione della techno. “Blow Job” proietta nell’immaginario la figura di un pianista ubriaco che accompagna la performance di un DJ, “Allegro Con Fuego” è un inno da stadio, “Concerto Grosso” ritorna a quel mondo della musica classica smembrata e per alcuni ridicolizzata in un patchwork tripudiante di energia. Il 12″ viene pubblicato dall’indimenticata Rotterdam Records di Paul Elstak ed è l’unico che i tedeschi firmano come German Division.

4) Brainwasher – L’Ange Gabriel
Autore del brano edito dalla Bonzai Records è Laurent Mayer, DJ, attivista di vecchio corso della scena parigina (nel 1984 crea Mind Odyssey, un’associazione finalizzata a promuovere l’attività dei disc jockey in Francia) nonché fondatore della Step 2 House Records nel cui catalogo vale la pena rammentare la presenza di alcuni dischi che Pascal Arbez realizza prima di trasformarsi in Vitalic (Hustler Pornstar, Dima). Le due versioni, la C-Mix e la E-Mix, derivano dalla stessa idea: un bassline dalle tinte fosche su cui si innestano arpeggi sinistri e voci demoniache. A firmare il pezzo insieme a Mayer è Gabriel Lancry, lanciato nel 1994 dalla citata Step 2 House proprio come L’Ange Gabriel che diventa così il suo pseudonimo artistico.

5) Phase IV – Meet The Dentist
Collocato in un EP che la Mono Tone stampa a più riprese su tre vinili colorati (arancione, giallo e rosa), “Meet The Dentist” è un frenetico tool di hardcore-techno da cui si leva, piuttosto nitidamente, anche una componente breakbeat. Insieme ai consueti sample vocali rippati da chissà dove, Martin Damm snocciola una serie di intriganti loopismi che zigzagano tra sferraglianti materie ritmiche ed incandescenti linee acide. L’estro del prolifico autore, noto per aver siglato la sua produzione discografica con una mole incredibile di pseudonimi tra cui si ricordano “O”, The Speed Freak, Search & Destroy, Subsonic 808 e Biochip C., emerge anche dalle restanti tracce, “The K-Town Chainsaw Massacre”, “Mute” e “Run, Rastaman, Run !”, le ultime due ipotetiche risposte rispettivamente a “Digeridoo” di Aphex Twin ed “Out Of Space” dei Prodigy.

6) Air Liquide – Neue Frankfurter Elektronik – Schule
Analogamente al disco di Phase IV descritto sopra, anche questo degli Air Liquide viene stampato su più vinili colorati (verde, blu, grigio), oltre al canonico nero. Ingmar Koch e Cem Oral, da Francoforte, sono alla loro prima prova discografica firmata Air Liquide (parallelo al progetto più rabbioso Madonna 303) che marchiano con un suono in bilico tra la trance più ancestrale grondante acid (“Tanz Der Lemminge 2”, “Coffeine”), immersioni nell’ambient allucinatorio (“Sun Progress”) e velocizzazioni (“Unser Elektronischer Mikrokosmos”). Al momento dell’uscita la Blue non provvede a fornire una label copy indicante i titoli, svelati nel 1997 attraverso la ristampa sulla Harvest (anche se un paio erano già rintracciabili nel primo album, del ’93).

7) Disintegrator / DX13 – Industrial Strength Sampler Vol. II
Due i brani incisi sul sampler in questione: sul lato a “Disintegrated” di Disintegrator, progetto newyorkese che vede in azione Oliver Chesler (noto come The Horrorist) e John Selway, sul b “Decimate Intensity” di DX-13, sigla alfanumerica adottata ancora da Chesler e Mike X. Entrambi percorrono la strada dell’acidcore, genere estremista a cui l’Industrial Strength di Lenny Dee offre un significativo supporto.

8) Dry Throats – Acid Speed
Estratto dal 12″ intitolato “Uche Uche, Cough Cough”, “Acid Speed” shakera al suo interno, tenendo fede al titolo, svirgolate di TB-303 e suoni di matrice industrial allineati sulla griglia delle distorsioni. Il disco è l’unico che il DJ/produttore olandese Lex van Coeverden (dietro il progetto Atlantic Ocean ed oggi impegnato come mastering engineer) relega all’alias Dry Throats edito dalla sua Dance International Records.

9) C-Tank – Flying Noise
Nei primi anni Novanta la Germania è tra i Paesi responsabili dell’invasione techno in Europa. Sarebbe impossibile stilare una lista, pur approssimativa, degli artisti ed etichette tedesche che infondono linfa vitale ad un genere ormai popolarizzato ma che allora non faticava, soprattutto in Italia, ad essere demonizzato. Alfieri di quel movimento, seppur per un arco di tempo limitato, sono i C-Tank che nel 1992 incidono per la Overdrive di Andy Düx l’EP “The Base Is Back” da cui è tratta “Flying Noise”, techno/hardcore chiassosa e piuttosto spartana nella calibrazione delle parti. L’extended play, licenziato in Italia dalla Downtown del gruppo bresciano Time Records, annovera anche “Communication = Zero” che prosegue in scia, e il più tranceggiante “The Scotch Style” increspato da una melodia d’ispirazione celtica.

10) Microbots – Acid Heartcore
Tratta dal primo volume dell'”Hardcore Trax” su Overdrive, “Acid Heartcore” è prodotta dai già citati Thomas Wedel e Thorsten Adler sotto l’ennesimo dei loro alias, Microbots. Prevedibilmente si viaggia tra strisciate acide ed alte velocità di crociera che però risultano meno oppressive del solito perché smorzate da un impianto ritmico breakcore e stabs tipici delle produzioni ravey britanniche.

(Giosuè Impellizzeri)

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Carl Cox – DJ chart ottobre 1998

Carl Cox, Raveline ottobre 1998
DJ: Carl Cox
Fonte: Raveline
Data: ottobre 1998

1) Storm – Storm
«Avevamo voglia di produrre qualcosa che avesse a che fare più col dancefloor che con le radio e classifiche di vendita, così inventammo Storm che poi, con immenso stupore, ha raggiunto ugualmente le vette delle chart internazionali»: così Rolf ‘Jam El Mar’ Ellmer spiegava la genesi del progetto Storm nell’intervista raccolta circa quindici anni fa per il primo volume di Decadance. Nascondendosi dietro gli pseudonimi Trancy Spacer & Spacy Trancer i tedeschi, già noti come Jam & Spoon, nel 1998 coniano questo nuovo act con un brano suonatissimo alla Love Parade. È una traccia dalla costruzione piuttosto facile ed immediata, trainata da una frase che un po’ ricorda quella di “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool, artista a cui peraltro viene commissionato il remix. La Dance Pool lo licenzia in tutta Europa (nel Regno Unito è della Positiva, gruppo EMI, in Italia invece se lo aggiudica la V2 Records) e prevedibilmente si trasforma in un inno mainstream che suonano anche i DJ delle balere e che viene promosso da un videoclip in high rotation sulle tv musicali. Ulteriori dettagli e retroscena sono qui.

2) Thomas Schumacher – When I Rock
La britannica Bush pubblica “When I Rock” (e “Respekt”, sul lato b, una sorta di rework di “Radioactivity” dei Kraftwerk) a fine ’97 ma il brano esplode a livello europeo nel 1998, quando escono i remix di Johannes Heil ed Anthony Rother e viene licenziato anche in Italia dalla GFB del gruppo Media Records. Schumacher conquista i DJ con un pezzo incredibile sorretto da una potente linea di basso distorto unito a virtuosi scratch e vocal campionati da una vecchia cassetta di Tony Touch, un DJ hip hop di New York. «”When I Rock” vendette 25.000 copie e qualche anno più tardi fu preso in licenza dalla Warner in Germania che lo ripubblicò col mio alias Elektrochemie LK ed una paio di nuovi remix, quello di DJ Rush e dell’italiano Santos» racconta Schumacher. «Poi, intorno al 2001, il mio editore mi mise al corrente che era stato contattato da un’altra casa editrice in relazione a quei sample. Pare che sul nastro che campionai ci fosse qualcosa della band The Roots, un frammento di un live. Iniziai a pensare che mi avrebbero denunciato. La casa discografica mi fornì un numero di telefono e riuscii a parlare con uno del gruppo, ma non so bene chi fosse. Attraverso quella breve conversazione telefonica capii che non avevano mai sentito musica techno ma apprezzavano ugualmente ciò che ero riuscito a fare con quei vocal, originariamente in stile reggae/rap. Mi chiesero così di spedire i file e la traccia, perché pensavano di inserirla come ghost track in uno dei loro album, cosa che effettivamente avvenne nel 2002 quando in “Phrenology”, forte per aver venduto circa 800.000 copie, comparve “Thirsty!” che era proprio la mia “When I Rock”». Da qualche settimana corre voce che nel 2018 il brano verrà nuovamente ripubblicato in occasione del ventennale.

3) Luke Slater – Class Action
Una sorta di bonus track che accompagna “Love”, il secondo singolo estratto da “Freek Funk” uscito su NovaMute nel ’97: si può descrivere così “Class Action”. Trattasi di un pezzo techno funk in cui l’artista d’oltremanica incastra sapientemente una serie di sample probabilmente tratti da vecchie incisioni funk/disco. L’effetto ricorda certi brani del tedesco Rok usciti nello stesso periodo, in cui vengono acrobaticamente sintetizzati anni Settanta, Ottanta e Novanta in un blocco irresistibile.

4) Marco Bailey – Sweetbox
“Sweetbox” è uno dei primi brani techno prodotti da Bailey dopo anni dediti a trance ed hardtrance destinate ad etichette come Dance Opera e Bonzai Records. L’Original Mix è trainata da un groove incalzante che marcia a 140 BPM, il remix di Silver & Kash, più lento ed ipnotico, è puntellato da un breve messaggio vocale. Il brano viene pubblicato anche in Italia dalla Bonzai Records Italy del gruppo Arsenic Sound che sul lato b inserisce l’ammaliante “Spacecake”, sia nella versione originale che nel remix di Mark Broom.

5) Steve Stoll – El Dopa
Così come scrive Christian Zingales in “Techno” (Tuttle Edizioni, 2011), “Steve Stoll è l’uomo che prende l’intelaiatura della techno newyorkese e la porta verso livelli di perfezione formale. Se Beltram è l’architetto che forgia il vero imprinting di quel suono urbano e brutale lavorando sempre sul filo di un’istintività felina e rapace, Stoll aggiunge al mix un ordine di tipo razionalistico e shakera con un approccio nervoso, tipicamente newyorkese, mettendo a fuoco geometrie techno che sono vera magnificazione di un’etica elettronica”. Il primo a credere in lui è Richie Hawtin che nel 1992 stampa su Probe Records un suo 12″ firmato come Datacloud, solo uno dei tanti pseudonimi che adotterà nel corso della carriera per non inflazionare il proprio nome orgogliosamente ancorato a radici underground. Nel ’94 fonda la Proper N.Y.C. su cui appare “El Dopa”, gioco di incastri tra suoni di estrazione ambient e loop ritmici sorretti da una sottile membrana tribaleggiante. Simile la costruzione delle restanti tre tracce da cui emerge bene il gorgoglio dei synth di “Disconnect”.

6) Carl Cox – The Latin Theme
Tratto dall’album “Phuture 2000”, “The Latin Theme” tira dentro, tenendo fede al titolo, un campionario di suoni latini. Il retrogusto caraibico fa da cornice ad un brano in cui la techno sfuma nella house e viceversa, sino a lasciar emergere del tutto il “caribe vibe” nella parte conclusiva. Qualche tempo dopo il pezzo rivive per mano di tre remix realizzati da Dave Angel, Graham Gold e dal nostro Claudio Coccoluto che di quella “latin invasion” ne fu artefice o comunque un determinante istigatore, se si pensa alla sua “Belo Horizonti” del ’97 (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui) a cui seguitò un indefinito numero di cloni.

7) E.B.E. – Square Two
Erroneamente riportato nella chart come BBE, E.B.E. è la sigla dietro cui opera Lucas Rodenbush, dalla California, che si definisce un compositore elettroacustico. Fortemente attratto dalle potenzialità scaturite dall’incontro tra strumenti tradizionali e segnali elettrici, intaglia un suono che calibra house e techno, confermato in questo secondo atto del quartetto “Square”, iniziato nel 1997 e conclusosi nel 2000. Ad ascoltare “Wishful”, uno dei quattro brani incisi sul 12″, pare non siano affatto trascorsi venti anni: era il suono di quel decennio ad essere troppo “avanti” oppure è quello odierno ad essersi impantanato nel passato?

8) Ronaldo’s Revenge – Mas Que Mancada
A produrre questo pezzo sono gli infaticabili Jon Pearn e Michael Gray, meglio noti come Full Intention ma attivi con una moltitudine di alias tra cui si ricordano Disco-Tex, Greed, Hustlers Convention e Sex-O-Sonique. “Mas Que Mancada” è l’unico che firmano come Ronaldo’s Revenge, nomignolo beffeggiatorio probabilmente scelto per ironizzare sulla sconfitta del Brasile ai Mondiali di Calcio ’98, occasione in cui Ronaldo, si narra, rischiò di morire a causa di alcuni farmaci che gli furono somministrati per un problema cardiaco giusto poche ore prima della finale. La rivincita de “Il Fenomeno” dunque non si disputa su un campo di calcio ma, idealmente, in discoteca: il duo britannico sfodera un pezzo latin house (l’ennesimo, si veda quanto detto sopra per “The Latin Theme” di Cox), costruito su elementi classici per il genere in questione realizzati appositamente da vari musicisti ed arrangiatori. Il titolo allude al classico brasiliano “Mas Que Nada” reso celebre da Sérgio Mendes, da cui peraltro è tratto qualche elemento vocale. La versione principale è la Full Intention’s Revenge Mix ma la AM:PM pubblica anche il remix di Albert Cabrera, non dissimile dalle basi iniziali, e quello di Terry Lee Brown Jr. che invece punta più alla tech house.

9) Eric Powell – Reach And Hugg
Il pezzo in questione è una specie di rifacimento di un brano che Powell realizza col socio Eric Gooden nel 1990, “Reach Out” di Sweet Mercy Featuring Rowetta. Allora viene pubblicato sulla Blip Music, dalle cui ceneri i due creano nel ’93 la più nota Bush, ancora in attività. A curare il riadattamento sono Langston Hugg, Commander Tom ed Olav Basoski, ma la versione che gira di più è quella di quest’ultimo, che strizza l’occhio alla hard house che ai tempi si balla al Trade di Londra. Cox, come giustamente riportato nella chart, possiede un white label visto che il 12″ viene pubblicato ufficialmente solo nei primi mesi del 1999. Nel 2008 escono ulteriori remix.

10) Phil Perry & Stacey Tough – Life Music
“Life Music” viene selezionato da Cox per la compilation mixata “Non Stop 98/01” destinata alla FFRR. Autori del pezzo di matrice house sono due DJ londinesi, Phil Perry, resident al Full Circle, e Stacey Tough, che oltre a mixare fa la speaker in una radio pirata, Fantasy FM. A pubblicarlo su vinile ci pensa la Low Pressings ma per l’occasione gli autori preferiscono utilizzare uno pseudonimo, Autonomous Soul.

(Giosuè Impellizzeri)

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Andrea Gemolotto – DJ chart marzo 1999

Andrea Gemolotto chart marzo 1999
DJ: Andrea Gemolotto
Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1999

1) Tore – Battlestar XB-7
Il 10″ vede due protagonisti, Tore Andreas Kroknes alias Erot e l’amico Bjørn Torske. L’assonanza fonetica tra Tore e Torske manda comprensibilmente nel pallone più di qualcuno, compreso Gemolotto che sbaglia nell’attribuire a Torske, artefice del solo lavoro di editing, la paternità del brano. Forse al quartier generale della Svek pensarono intenzionalmente a questo gioco di lettere come burla. “Battlestar XB-7” di Erot è un incredibile mosaico fatto di tessere house, disco e funk, a tratti impazzite grazie ai filtri incrociati di cutoff/resonance e ai frenetici edit di Torske che non si esime dal mandare parti in reverse. Su un incalzante ritmo intriso di percussioni ed un vibe dal retrogusto caraibico, i norvegesi edificano la loro proto nu disco, la stessa da cui germoglieranno le carriere di altri connazionali come Lindstrøm & Prins Thomas, Rune Lindbæk, Blackbelt Andersen, Todd Terje, Ytre Rymden Dansskola, diskJokke e Magnus International. Il disco resta l’ultimo inciso da Kroknes: il promettente compositore (ma anche designer grafico, il logo della Tellé è opera sua) muore ad aprile del 2001 a soli 23 anni, stroncato da un problema congenito al cuore.

2) Kenny Lattimore – If I Lose My Woman
Estratto dall’album “From The Soul Of Man” del ’98, “If I Lose My Woman” è uno dei pezzi più noti di Kenny Lattimore, cantante statunitense che figura nella formazione dei Maniquin a fine anni Ottanta. Spalleggiato dalla Columbia, riesce ad affermarsi da solista come una delle voci r&b/soul più calde. Per l’occasione a traghettarlo verso la house sono i Masters At Work, autori di un remix dai riflessi jazz che probabilmente è quello a cui Gemolotto fa riferimento nella sua classifica.

3) Fini Dolo – Blow
“Blow” dei Fini Dolo è deep house per palati fini caratterizzata da uno spoken word femminile ed accenni soul/funk derivati dal sample preso da “Outstanding” di The Gap Band (1982). La versione principale è curata dai Restless Soul, team di produzione fondato da Phil Asher e Luke McCarty, e nella parte centrale vede lo sviluppo di una sezione di fiati che mandano in visibilio gli amanti della house garage.

4) Funk Essentials – Funking City
Pubblicazione confinata al totale anonimato questa dei Funk Essentials, sembra prodotta da Anthony R. White e Lorraine Lucantoni sull’onda di progetti paralleli come Funk ‘N’ Soul e 1st To Go. I due avrebbero meritato un trattamento decisamente diverso visti i trascorsi ma è risaputo, il mondo della musica può riservare anche sonore delusioni.

5) Turnstyle Orchestra – Latin Soul
Proviene dal catalogo dell’indimenticata Guidance Recordings l’unica apparizione che un quartetto di DJ/produttori firma come Turnstyle Orchestra. “Latin Soul” presenta un lungo e suggestivo intro ricavato da “Singing Winds, Crying Beasts”, brano d’apertura di “Abraxas” di Santana (1970). Più percussiva invece la … Not So Latin… Sonic Soul Mix.

6) Doodlebug – Loose In Your Mind
I Doodlebug (Andrew Blake e Dave Coker) alle prese con un tool house sollecitato da una voce femminile che recita il titolo. Il remix inciso sul lato B è di Silverlining alias Asad Rizvi, personaggio che conosce popolarità tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila quando il suo nome finisce su autorevoli magazine che lo mettono nella lista dei DJ da seguire con attenzione.

7) Incognito – Nights Over Egypt
Dalla tracklist dell’album “No Time Like The Future” pubblicato dalla Talkin’ Loud di Gilles Peterson e Norman Jay, “Nights Over Egypt” è la cover dell’omonimo delle Jones Girls (1981) ricantato da Jocelyn Brown. Ai DJ è destinato un doppio mix con ben cinque remix dei Masters At Work ed uno a firma MJ Cole. È presumibile che Gemolotto avesse scelto una di queste versioni, tutte in bilico tra house ed acid jazz.

8) Hell – Copa
“Copa”, come descritto in Gigolography, «è il secondo singolo estratto da “Munich Machine” ed è uno spassoso reprise disco/funk/house di “Copacabana” di Barry Manilow (1978), promosso da un video ironico immerso tra machismo e belle donne». A produrre insieme ad Hell è l’amico Filippo “Naughty” Moscatello, artefice di un impeccabile lavoro di “taglio e cucito” che trasforma la hit di Manilow (presunta nuova identità di Jim Morrison) da ballata a metà strada tra disco e musica latina in un irresistibile glamour track di house mutante. Ad impreziosire il 12″ sono i remix di Abe Duque e Ian Pooley ma per la versione destinata al Regno Unito la Disko B coinvolge pure Phats & Small, quell’anno nelle classifiche di vendita internazionali con “Feel Good”, “Tonite” e soprattutto “Turn Around”.

9) Irving Project – Pick Me Up
Irving Project era un progetto messo su dal compianto vocalist di Chicago Kevin Irving (quello di “Children Of The Night”, Trax Records 1987) e dal produttore/tastierista Spero Pagos. La Strictly Hype Recordings investe parecchie risorse in “Pick Me Up” commissionando svariati remix con cui riempie a dovere prima un doppio di taglio house su Afterhours e poi un singolo che corre su ritmi più agitati su Underground Construction. Comprensibilmente ad essere coinvolti sono artisti della “Windy City” come Mazi Namvar, Rick Garcia, Johnny Fiasco, DJ Bam Bam e DJ Trajic, interpellati per rileggere il pezzo secondo le proprie inclinazioni stilistiche. Purtroppo Gemolotto non chiarisce quale sia la versione da lui scelta.

10) Idjut Boys And Quakerman – Life The Shoeing You Deserve
Trattasi di un album che la Glasgow Underground pubblica nella primavera del 1999 con cui il duo degli Idjut Boys (Conrad McDonnell e Dan Tyler) torna a collaborare con Ben Applin alias Quakerman, all’insegna di quella che ai tempi viene etichettata come nu funk. Brano traino dell’intero lavoro è “Radio Rage”, si dice costruito sul basso carpito a “Spank” di Jimmy “Bo” Horne, che ondeggia per oltre sei minuti shakerando house sotto effetto del low-pass filter ed uno spoken word femminile. Il pezzo viene estratto in formato singolo durante l’autunno successivo e remixato da 16B che irrobustisce il ritmo e lo connette ad emozionali sequenze melodiche.

(Giosuè Impellizzeri)

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Tony H – DJ chart luglio 1997

Tony H , TuttoDance luglio 1997
DJ: Tony H

Fonte: Tutto Dance
Data: luglio 1997

1) CJ Bolland – The Prophet
“The Prophet”, scandito dalla voce dell’attore Willem Dafoe campionata dalla pellicola “L’Ultima Tentazione Di Cristo” diretta da Martin Scorsese, è uno dei brani più noti della discografia di CJ Bolland. Prodotto con Kris ‘Insider’ Vanderheyden nel post R&S ed estratto dall’album “The Analogue Theatre” destinato alla FFRR, il brano diventa un inno dei rave grazie ad un ritmo serrato ed una ipnotica linea melodica. A licenziarlo ufficialmente in Italia è la ZAC Records ma parallelamente la Dangerous, etichetta del gruppo Dig It International, mette in circolazione la cover del fantomatico B.A.D. (forse Luciano Albanese?) a cui l’autore rivolge parole di disprezzo in un’intervista dei tempi: «Qualche stronzo italiano ha fatto una versione di merda di “The Prophet” e la gente si è lamentata pensando che fosse un mio prodotto. Io non c’entro niente invece!». In quello stesso periodo esce un altro pezzo ispirato in modo abbastanza chiaro dal successo di CJ Bolland, “Psychoway” di Mauro Picotto.

2) Carbine – Psycho Thrill
Dietro Carbine si nascondono due tra i produttori britannici più prolifici degli anni Novanta in ambito acid techno, Chris Liberator & Guy McAffer. Devoti ad un suono rude, abbastanza grezzo e pulsante di energia, incidono “Psycho Thrill” ricorrendo a strumenti indispensabili per il genere in questione, Roland TR-909 e Roland TB-303. È proprio quest’ultima a ricoprire un ruolo primario coi suoi ghirigori ciclici che, abbinati ai cimbali lasciati in balia del pitch, creano un effetto dirompente. Sul 12″ edito dalla nota Stay Up Forever c’è anche “Cost Of Living” in cui viene esaltato il ruolo del ritmo a scapito delle venature acide.

3) Hypno Tek – You Make Me Feel (So Good)
Mantenere lo stretto riserbo sulla propria identità è piuttosto facile negli anni Novanta, basta adoperare crediti fittizi per evitare di essere riconosciuti. Oggi invece le cose sono nettamente cambiate, soprattutto perché pare che la massima aspirazione di gran parte degli attori nel mondo della musica sia esattamente la popolarità, pertanto sono pochi gli autori disposti a non riconoscere pubblicamente le proprie creazioni. Non è il caso però del misterioso Hypno Tek, su cui non sono mai filtrate indiscrezioni. A distanza di venti anni così non si sa chi fu l’artista che, con un mix tra acid, house e techno, aprì il catalogo della Kubik, una mini etichetta nata sotto la britannica Extatique e rimasta in attività sino al 1999.

4) Tony H – Hard Spice
Nella discografia ufficiale di Tony H non c’è nessun brano intitolato “Hard Spice”. Raggiunto poche settimane fa, l’artista spiega che a comparire nella chart fu una sorta di bootleg/mash-up, mai pubblicato, realizzato con l’acapella di un brano delle Spice Girls. «Lo feci per scherzo, non conservo neanche l’audio» aggiunge. Tognacca, artefice con Molella di Molly 4 DeeJay (a cui abbiamo già dedicato un ampio reportage che potete leggere qui), lancia un nuovo programma radiofonico giusto un paio di mesi dopo la pubblicazione della classifica in questione, “From Disco To Disco”, che sino al 2000 caratterizza il sabato notte di Radio DeeJay. «A Linus piacque l’idea di far ascoltare le voci di chi era in giro il sabato notte, il genere musicale affrontato invece direi proprio di no. Ciononostante mi lasciò libertà musicale totale per due anni».

Tony H @ NightWave 1999

Tony H immortalato tra gli stand del NightWave di Rimini, alla fine di marzo del 1999

Discograficamente invece Tony H torna, dopo “Enough Of Your Love” del 1994, nel 1998 quando Mauro Picotto lo invita ad unirsi alla squadra della BXR. Il primo dei tre dischi incisi per l’etichetta di Roncadelle (quattro se si considera anche il brano “Year 2000” destinato alla compilation “Maximal FM”) è “Zoo Future”, reinterpretazione di “Get The Balance Right!” dei Depeche Mode che considera i suoi mentori.

5) Green Velvet – The Stalker
Tra gli uomini-chiave della seconda generazione di artisti di Chicago, Curtis Alan Jones veste i panni di Green Velvet dal 1993, dopo essersi fatto conoscere come Cajmere (“Brighter Days” del 1992 fu un successo di dimensioni internazionali). Come Green Velvet punta ad un suono più nervoso, spesso lambendo la techno come nella fortunata “Flash” del 1995. “The Stalker” gira su un basso sbilenco e su uno spoken word cantilenante parecchio caratteristico che nel 2001 gli permette di raggiungere il mainstream con “La La Land” e “Genedefekt”, brani rispetto a cui “The Stalker” potrebbe essere considerata una specie di prodromo.

6) Thomas Schumacher – Ficken?
La Bush mette in circolazione il 12″ di “Ficken?” nel 1996 ma pare che si tratti solo di un formato promozionale. In realtà, come spiega oggi l’autore, quello di scrivere sopra “for promotional use only” «fu solo uno stratagemma che l’etichetta sfruttò per evitare di pagare una gabella nel Regno Unito». Delle tre versioni Tony H (come gran parte dei DJ di quel periodo) preferisce la #3 che suona più volte nelle prime puntate del sopraccitato programma “From Disco To Disco”, la stessa versione che figurerà poi sul CD di “Electric Ballroom”, il primo album del tedesco nativo di Brema.

7) Cominotto – Mother Sensation
“Mother Sensation” avvia la collaborazione tra Massimo Cominotto e la Media Records di Gianfranco Bortolotti. Il brano viene stampato su etichetta Underground, rilanciata giusto pochi mesi prima con una nuova veste grafica ed un nuovo “abito” stilistico. La Megamind Mix è hard trance vivacizzata da due celebri sample, la Global Mix punta ad un trattamento più minimale ed infine la Message Mix, ispirata da “Time Actor” di Richard Wahnfried, lancia occhiate a “Paint It Black” che Cominotto destina quello stesso anno alla Sound Of Rome.

8) Daft Punk – Rock’n Roll
Presente nella tracklist di “Homework”, la bizzarra “Rock’n Roll”, analogamente a “Rollin’ & Scratchin'”, mette in seria difficoltà chi ai tempi è abituato a parlare di house e di techno come due entità distinte e antitetiche. Con una particolare miscellanea i due parigini ottengono un risultato spiazzante da cui emerge una vena noise campionata pochi anni più tardi da High Frequency nella sua “Hard At Work”.

9) Alfredo Zanca – The Gheodrome Project EP
Tra 1996 e 1999 l’American Records di Roberto ‘Bob One’ Attarantato lancia una serie di etichette che accolgono nel proprio catalogo musica di DJ piuttosto noti nelle discoteche italiane. Tra queste la Tomahawk che, dopo Simona Faraone, Ivo Morini, Claudio Diva, Daniele Baldelli & T.B.C. e Kristian Caggiano, ospita Alfredo Zanca, resident del Gheodrome (sotto la direzione artistica di Steve Gandini), locale a cui dedica l’EP in questione. Il disco, che tocca sonorità afrobeat (“Fist Of Iron (Remix)”) sovrapposte a movenze progressive / hard trance (“Pitfall”) secondo la linea guida della stessa Tomahawk, si trasforma in un classico per il pubblico della discoteca di San Mauro Mare che da lì a breve diventa uno dei punti di riferimento italiani per la musica hardcore. La popolarità però non la salva da un futuro infausto comune a quello di molti altri locali sparsi per la penisola, e viene rasa al suolo nel 2014.

10) DJ Max V. – Technological Dream
Un EP in bilico tra trance e progressive quello del mantovano Massimo Vanoni alias DJ Max V., attivo discograficamente sin dai primi anni Novanta attraverso vari pseudonimi con cui si cimenta in diversi generi. Fa perdere le sue tracce a fine decennio quando abbandona l’attività da DJ, per poi tornare a pieno regime nel 2012 attraverso la sua Atop Records su cui pubblica nuovo materiale.

(Giosuè Impellizzeri)

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DJ Hell – DJ chart gennaio 1996

Hell chart (Frontpage, gennaio 1996)

DJ: Hell
Fonte: Frontpage
Data: gennaio 1996

1) Surgeon – Pet 2000
Pubblicato dalla Downwards di Regis e Female, “Pet 2000” è uno degli EP che Anthony Child incide ad inizio carriera. Tre i brani racchiusi al suo interno, “Badger Bite”, “Reptile Mess” ed “Electric Chicken”. Dura come granito, è techno che induce all’ipnosi, deumanizzata e paragonabile ai tool che lo sloveno Umek produce a raffica tra la seconda metà degli anni Novanta e i primissimi Duemila.

2) Neil Landstrumm – Brown By August
La musica che Landstrumm convoglia nel suo primo album su Peacefrog Records è abrasiva e brutale, pare una versione techno della ghetto house che ai tempi esce a ripetizione sulla Dance Mania di Chicago. I beat sono sghembi e saltellanti (“Shuttlecock”, “DX Serve”, “Custard Traxx”), i suoni messi sul saliscendi (“Shake The Hog”, “Finnish Deception”), e non manca nemmeno qualche occhiata all’acid più ruvida (“Home Delivery”, “Squeeze”). Il titolo che appare su Frontpage è “Bounty Hunter” ma, come chiarisce oggi lo stesso autore, fu quello provvisorio poi sostituito dal definitivo “Brown By August”. Qualche tempo dopo Landstrumm ed Hell avranno un battibecco i cui dettagli sono racchiusi in Gigolography.

3) DJ Rok – Fuck The Crowd
Un acetato con un brano mai pubblicato: potrebbe essere questa la spiegazione per cui nella discografia di Rok non si rintracci nessuna “Fuck The Crowd”. In alternativa potrebbe trattarsi di un pezzo edito ma con un titolo diverso. DJ Rok (il tedesco Jürgen Rokitta, particolarmente noto nelle discoteche della capitale tedesca tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila) approda all’International Deejay Gigolo di Hell incidendo il terzo 12″ del catalogo insieme ad un’altra vecchia conoscenza del clubbing berlinese, Jonzon. Poi passa dalla Low Spirit Recordings di WestBam alla Müller Records di Beroshima sino a fondare la propria Defender Records. Una decina di anni fa circa pone fine alla carriera musicale ma non prima di tornare su Gigolo con “Jack Your Ass”, questa volta insieme a Mijk Van Dijk.

4) Sluts’n’Strings & 909 – Carrera
In questo album Erdem Tunakan e Patrick Pulsinger generano un suono ai tempi incasellato dai media come “chemical beat”, fatto di forsennati campionamenti e cervellotici cut-up. Nella seconda metà dei Novanta, complice l’esplosione mediatica dei Chemical Brothers e di altri artisti ascrivibili al segmento breaks/big beat (Propellerheads, The Wiseguys, Fluke, Midfield General, Crystal Method, Fatboy Slim), il “beat chimico” conosce un momento dorato ma il successo però non bacia gli Sluts’n’Strings & 909, forse perché i loro pezzi sono privi di qualsiasi slancio pop adottabile dalle radio. Il disco centrifuga elementi funk ed hip hop (“Intro (Go Back In The Time With Your Mind)”, “Dig This?”, “It’s A Blast!”, “Crunchy Custom (Live Cut)”) ma è con le movenze big beat che i due della Cheap riescono a fulminare l’ascoltatore attratto da soluzioni alchemiche (“Put Me On!”, “Puta”, “Civilized”, “Dear Trevor…”). Nel menù c’è pure una portata condita da ritmiche technoidi, “Past The Gates”, che proprio Hell remixerà nel 1998. Nella classifica viene indicato sommariamente come do12″ (dove “do” sta per double”). Pulsinger, contattato pochi giorni fa, spiega: «Ai tempi stampammo un po’ di promo white label ed Hell fu tra i primissimi a ricevere il disco e supportarlo. Poiché completamente privo di ogni indicazione sui titoli, lo segnalò semplicemente come “doppio 12”. La pubblicazione ufficiale avvenne soltanto parecchi mesi più tardi».

5) Equinox – Pulzar (Jeff Mills Remix)
Pubblicato nel 1992 dalla newyorkese Vortex Records, “Pulzar” degli Equinox (Damon Wild e Peter ‘DJ Repete’ Demarco) è un violento uragano di rave techno, affidato l’anno successivo a Jeff Mills che ne realizza due remix, uno dei quali viene ristampato nel 1996 dalla Synewave del citato Wild. Mills tutela le selvaggerie dell’original mantenendo sostenuta la velocità di crociera. Vale la pena segnalare che la re-release su Synewave menzionata nella chart viene ulteriormente impreziosita da un nuovo remix firmato proprio da Hell, intento ad arroventare il beat con spazi ritmici pieni e vuoti (flangerati?) su cui insiste la linea pseudo acida.

6) Richard Bartz – ?
La chart è nuovamente poco chiara: in assenza del titolo non si capisce se Hell intendesse il secondo disco che Bartz incide sulla sua Kurbel, ovvero “The Endless Tales Of Saug 27”, oppure il secondo 12″ della stessa Kurbel che però Bartz firma con uno pseudonimo, Ghetto Blaster. Comunque sia andata, in entrambi i casi il produttore tedesco cavalca con perizia una techno solida, grintosa e che risente di dettami millsiani. La Kurbel continua a pubblicare musica intrigante (sia di Bartz, sia di altri artisti come Savas Pascalidis, Christian Morgenstern, Heiko Laux, Lab Insect e Mannix) sino al 2002, anno in cui è costretta a fermarsi per problemi legati alla distribuzione. Torna nel 2005 terminando in modo definitivo la sua corsa due anni più tardi.

7) Dave Clarke – The Storm (Surgeon Dub)
Il remix che il menzionato Anthony Child realizza per “The Storm” (l’originale è in “Red Three”) è un siluro a lunga gittata che lascia dietro una scia di hihat liquefatti. Impetuosa anche la stesura che scorre con pochi break. Il brano si trova su “Southside”, pubblicato in tandem da Deconstruction e Bush, che però è house-oriented con riferimenti filter disco ulteriormente enfatizzati dalla versione di DJ Sneak. Sia “The Storm” che “Southside” figurano nella tracklist del primo album di Clarke, “Archive One”, ricco di accortezze formali e in cui l’artista dimostra di avere le carte in regola per oltrepassare, in tempi non sospetti, i confini di techno ed house, ricavandone sviluppi incrociati tra downtempo, ambient e breakbeat (“Splendour”, “Rhapsody In Red”, “No One’s Driving”).

8) Electric Indigo – Work The Future
Così come avvenuto qualche riga più sopra per DJ Rok, nella discografia di Electric Indigo non si rinviene alcun brano con questo titolo. Contattata poche settimane fa, l’artista viennese, che tra 1995 e 1996 appare quasi del tutto inattiva sul fronte produzioni, dichiara di non sapere proprio a cosa potesse fare riferimento Hell nella classifica. Hell stesso, prevedibilmente, ammette di non ricordare. Il mistero resta insoluto. Per ora.

9) Naughty – Boing Bum Tschag
Inizialmente destinato alla Disko B, “Boing Bum Tschag” è un pezzo techno trainato da un giro circolare di basso ed un breve sample vocale preso da “Boing Boom Tschak” dei Kraftwerk. Ai tempi Hell lo propone attraverso una registrazione su DAT e se ne innamora al punto da sceglierlo per il debutto della sua International Deejay Gigolo, insieme ad “Innerwood” di David Carretta. Il 12″ arriva circa un anno più tardi ma sul disco non figura il nome di Tolis, artista con cui Filippo “Naughty” Moscatello incide un paio di EP sulla Ferox Records nel 1995 e col quale poi forma i Decksharks remixando “This Is For You” proprio di Hell.

10) Robert Armani – Blow That Shit Out
Nella tracklist di “Blow It Out”, il quinto album che Robert Armani pubblica sulla romana ACV, “Blow That Shit Out” esprime il suo potenziale attraverso un numero ridotto di elementi: una cassa quasi distorta, poche coloriture di hihat, un clap ed un breve frammento di suono che si ripete lungo la stesura. Più nota è la versione remix realizzata da Joey Beltram che, pur mantenendo intatta l’espressione minimalista, riesce ad ottenere un risultato più convincente.

(Giosuè Impellizzeri)

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Claudio Coccoluto – DJ chart marzo 1996

Disco Mix marzo 1996
DJ: Claudio Coccoluto

Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1996

1) Rosie Gaines – Closer Than Close
È presumibile che Coccoluto facesse riferimento all’album della cantante californiana, pubblicato nel 1995 dalla Motown e costruito su itinerari funk, soul, hip hop ed r&b. In tracklist c’è pure un contributo di Prince (per “My Tender Heart”), artista con cui la Gaines collabora anni prima figurando nella formazione dei New Power Generation. Il brano che dà il titolo al disco, “Closer Than Close”, viene estratto come singolo solamente nel 1997 quando diventa una hit nel Regno Unito e vende, almeno stando a quanto si legge qui, oltre otto milioni di copie grazie al remix dei Mentor (Hippie Torrales e Mark Mendoza), a cui si aggiungono pure quelli dei Tuff Jam e di Frankie Knuckles. La versione house garage dei Mentor, in circolazione in formato white label sin dall’autunno del 1996, garantisce a Rosie Gaines una visibilità inaspettata nel mondo dei DJ e delle discoteche, tanto da finire pure nei circuiti generalisti ed essere ripresa più volte negli anni a seguire in svariati nuovi remix.

Precisazione: dopo aver letto l’articolo, Claudio Coccoluto ci fa sapere che suonava un acetato col remix realizzato dai Mentor per “Closer Than Close”, proponendolo pertanto con circa un anno di anticipo rispetto all’uscita ufficiale. «Sono orgoglioso di aver contribuito al successo del brano» scrive su Facebook il 19 aprile.

2) Century Falls Feat. Philip Ramirez – It’s Music
Erroneamente attribuita al solo Crispin J. Glover che comunque produce il tutto per la Sound Proof Recordings, “It’s Music” è la cover dell’omonimo di Damon Harris risalente al 1978. Il brano lascia rivivere suoni funk/disco all’interno della house/garage tipica di metà anni Novanta, non dimenticando neanche influssi jazz. Sul doppio vinile trovano spazio pure i remix di 95 North, Idjut Boys & Laj e Black Science Orchestra, che sviluppano ulteriori diramazioni tangenti la house e la disco.

3) Groove Collective – I Want You (She’s So Heavy)
I Groove Collective sono un ensemble di musica acid jazz/funk fondato nel 1992. Il brano della chart viene estratto dal secondo album, “We The People”, e dato in pasto a Jazz Moses ed Eric Kupper che lo rileggono in chiave deep house. Sul doppio mix edito dalla Giant Step Records c’è anche la versione originale in cui la band di musicisti mette ampiamente in mostra stile e capacità artistiche.

4) Yellow Sox – Flim Flam
Prodotto da Darren House per la Nuphonic di David Hill e Sav Remzi, “Flim Flam” mette insieme house e referenze disco in una modalità che sarà abilmente commercializzata qualche tempo dopo sotto forma di french touch ma che, è bene ricordarlo, viaggia nell’oscurità del clubbing (soprattutto britannico) già da diversi anni. A riverberare la componente funk in tre reinterpretazioni ci pensano i Faze Action (i fratelli Simon & Robin Lee, tra i primi a ricollegare disco ed house). Il brano viene ripresentato nel 2000 attraverso la Yoshitoshi Recordings dei Deep Dish che pubblica un doppio mix con nuove versioni di Christian Smith & John Selway, Olav Basoski ed David Alvarado alle quali si aggiunge pure l’inedita Unreleased Mix con sprazzi di philly sound, probabilmente esclusa dalla stampa su Nuphonic quattro anni prima.

5) Davidson Ospina – The Chronicles
È la newyorkese Henry Street Music di Johnny “D” De Mairo a pubblicare il progetto “The Chronicles”. L’EP consta di quattro brani, “Strings”, “Get On Up”, “Key Of D’s” e “Shadow” attraverso cui il DJ/remixer mostra deep house dai riflessi jazzati sino a toccare ritmi più marcati decorati con brevi campioni vocali tra cui uno forse tratto da “Reach Up” di Toney Lee. Nel corso del 1996 la Henry Street Music pubblica pure “Chronicles II” e “Chronicles III” con cui Ospina continua a battere percorsi sonori analoghi contraddistinti da una particolare predilezione per gli strumenti a fiato.

6) Lectroluv Feat. Stephanie McKay – Oo La La
Frederick Jorio alias Lectroluv, ai tempi impegnato su etichette di tutto rispetto come Tribal America ed Eightball Records, incide sulla britannica Produce Records un brano garage in formato “canzone” interpretato dalla vellutata voce della cantante newyorkese Stephanie McKay che dona al tutto un tocco r&b. House lontana anni luce dalle tante pacchianerie odierne a base di striminziti loop, suoni precotti e voci tratte da librerie da una manciata di euro.

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Claudio Coccoluto sulla copertina della rivista Tutto Club, n. 5, 1994

7) Lo-Tech – It’s Clear To Me
Quella di “It’s Clear To Me” è house riscaldata da una voce femminile, dotata di un groove “rotondo” e qualche frammento funk sullo sfondo. A produrre, per l’italiana D:vision, è lo stesso Coccoluto affiancato dall’amico Savino Martinez. I due collaborano già da tempo (si senta “Bandit” di Mimi’ E Coco’ su UMM, 1995) e da lì a breve creano The Dub Duo approdando su NRK Sound Division e sulla Pronto Recordings di Leo Young ma soprattutto The Heartists che con “Belo Horizonti”, reinterpretazione di “Celebration Suite” di Airto Moreira, sbanca oltremanica dove viene licenziato dalla Virgin e remixato da David Morales e Basement Jaxx. Forte di questi risultati, nel 1997 Coccoluto conquista la copertina della rivista britannica DJ Mag e si piazza all’88esimo posto della Top 100 DJs. Nel frattempo la house latina à la The Heartists viene traghettata nel mainstream da brani come “2 The Night” di La Fuertezza, “Samba De Janeiro” dei tedeschi Bellini (che riprendono il medesimo pezzo di Moreira per ragioni specificate qui), “Spiller From Rio” di Laguna ed “Another Star” di Coimbra (remake dell’omonimo di Stevie Wonder) che consta peraltro di un remix a firma degli stessi Coccoluto e Martinez. La coppia è in azione pure su alcune versioni di “King Of Snake” degli Underworld pubblicate nel 1999 dalla Junior Boy’s Own e registrate presso l’HWW Studio di Cassino, omonimo del progetto HWW (House Without Windows) apparso sulla citata UMM nel 1993 con “Friend”. L’HWS riportato nella classifica è quindi da considerarsi un refuso.

8) The O’Jays – I Love Music (Disco-Tex Remix)
Il brano targato 1975 del gruppo americano di musica soul, r&b e disco viene trascinato nel mondo house attraverso un remix dei Disco-Tex, meglio noti come Full Intention. Preservando le atmosfere originali ma contestualizzandole in una nuova dimensione, emerge una versione perfettamente calata tra disco, funk ed house. Il brano è inciso sul doppio “Remix Culture 158″ edito dalla DMC insieme ad altri interessanti remix per Gusto, Babylon Zoo, Inner City e Deborah Cox ma viene inserito pure su un 12” della Disco-Tex Records, un altro di quei prodotti che testimoniano come la disco house non sia stata il frutto di un’intuizione esclusiva dei francesi seppur questi ultimi abbiano dato ad essa un’impronta personalizzata ed adatta(bile) al mercato mainstream.

9) Nu Colours – Desire
Estratto dall’album “Nu Colours” trainato dal singolo “Special Kind Of Lover”, “Desire” mette in forte evidenza inclinazioni soul, funk ed r&b. Seppur non sia scritto, è plausibile che Coccoluto suonasse uno dei ben quattro remix firmati dai Masters At Work, pubblicati in Italia dalla Impulse, etichetta della bresciana Media Records. Sul doppio mix c’è spazio per due ulteriori versioni, quella dei Mindspell e di Nutopia.

10) Daniel Wang – The Morning Kids
«La house è la rivincita della disco» diceva Frankie Knuckles nel 1990, e un parere molto simile è quello di Daniel Wang, californiano di origini cinesi che nel 1993 riavvicina la disco e il funk alla house attraverso la sua Balihu Records. “The Morning Kids” è il quarto 12″ di un catalogo cresciuto con netta discontinuità ma con altrettanta vitalità espressiva. Quattro i brani racchiusi al suo interno, “In A Golden Haze”, “Rooftop Boogie”, “Baby Powder Dementia” e “Free Lovin’ (Housedream)”, tutti straripanti di sample e citazioni che rimandano al repertorio Salsoul Records e alla disco anti nazionalpopolare. Wang e la sua Balihu Records, di cui abbiamo già parlato dettagliatamente qui, restano tra i primi nomi da menzionare quando si parla della genesi di un filone oggi fatto confluire nell’immenso calderone chiamato nu disco.

(Giosuè Impellizzeri)

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