Heartbeat, la house che fa palpitare il cuore

I primissimi anni Novanta sono propizi per lanciare etichette discografiche indipendenti legate alle cosiddette “musiche nuove” ovvero house, techno e derivati, sia sotto l’aspetto artistico perché quelli sono generi in continua evoluzione e lasciano prospettare scenari dinamici, diversi ed intriganti, sia sotto il profilo economico visto che il mercato permette di fare investimenti più o meno rilevanti contrariamente a quanto avviene alla fine del decennio, quando il comparto del mix in vinile, fonte primaria di sostentamento per queste realtà, accusa una prima, piuttosto preoccupante, flessione. La Media Records, fondata a dicembre del 1987 da Gianfranco Bortolotti, si è già fatta ampiamente notare nell’exploit dell’italo house che mette il nostro Paese sulla mappa della dance mondiale, in primis con Cappella e 49ers. Sull’onda dell’affermazione commerciale di quel genere, l’imprenditore bresciano lancia due etichette apposite, la Whole Records, che porta in Italia la versione originale di “Show Me Love” di Robin S., ai tempi Robin Stone e ben lontana dal successo garantito dal remix di StoneBridge, e la Inside, inaugurata con “What You’re Gonna Do” di DJ Fopp, intervistato qui. Ad esse vengono poi affiancati altrettanti brand di estrazione house, Signal ed Heartbeat, ma quest’ultimo tende a differenziarsi dagli altri marchi per varie ragioni.

classifica tuttodisco (1992)

La classifica de “I D.J. di Tendenza” sulla rivista TuttoDisco (1992): ben sette su dieci appartengono alla scuderia Heartbeat

Whole Records, Inside e Signal seguono la tipica operatività della (mega) casa discografica di Roncadelle e vengono alimentate dalla musica prodotta in prevalenza negli studi bortolottiani da team di arrangiatori e compositori “in house”, secondo una nota locuzione tecnica. Heartbeat invece nasce con l’obiettivo di dare voce a soluzioni messe a punto da un nutrito gruppo di DJ esterni, sette per la precisione, coordinati da Alex Serafini e tra i top nel nostro Paese come testimoniano varie classifiche dell’epoca, che però non lavorano quotidianamente per la Media Records secondo il modus operandi toyotisticamente organizzato dallo stesso Bortolotti. Il fatto stesso di far rappresentare un’etichetta esclusivamente da DJ è una scelta alquanto singolare e lungimirante giacché ai tempi la figura del disc jockey è ancora piuttosto lontana dall’affermazione e popolarità sociale a cui siamo oggi abituati e che diamo per scontata. Con un nome ispirato dal brano omonimo di Taana Gardner del 1981, un classico strasuonato da Larry Levan al Paradise Garage di New York, ed un logo semplice ma efficace, realizzato da Ralf con una vecchia macchina da scrivere Olivetti ed un pennarello rosso, Heartbeat si muove con una concezione estetica diversa dagli altri marchi della Media Records, meno propensa a penetrare nelle classifiche di vendita bensì a soddisfare le esigenze dei DJ e dei frequentatori delle discoteche specializzate. La sua progettualità mira quindi a trascinare un certo tipo di clubbing nell’attività discografica, tralasciando gli aspetti consumistici e le tendenze effimere del momento.

1991-1993, i primi anni di attività
Heartbeat debutta alla fine del ’91 e mette subito in chiaro la strada che intende percorrere. Uniti come Shafty, Andrea Gemolotto e Ralf incidono “Deep Inside (Of You)”, costruendo una sensualissima deep house intorno ad un breve sample vocale di “Let Me Love You For Tonight” di Kariya, un successo del 1988 proveniente dalla Sleeping Bag Records i cui remix usciranno anche in Italia attraverso l’American Records di Modena di cui abbiamo parlato qui. Particolarmente curiosa risulta la scelta di adottare il -001 come numero di catalogo che sembra una sorta di conto alla rovescia. «Fu un modo per rimarcare la nostra “unicità” rispetto agli altri» rammenta Bortolotti, non nuovo a questo tipo di espedienti creativi. Scelte analoghe infatti riguardano pure Inside, Pirate Records, Signal, Whole e, in futuro, Sacrifice. «Quello di Shafty fu il primo disco che produssi» ricorda oggi Ralf. «Lo realizzammo nello studio di Gemolotto, a Udine, un posto a dir poco fotonico, tra i migliori in Italia nello scenario house. Nella fase di mixaggio ci dividemmo il banco, un SSL: ognuno di noi apriva e chiudeva le piste e credo che quell’istintività manuale sia andata persa rispetto al fare digitale di oggi. Con enorme soddisfazione ritrovammo “Deep Inside (Of You)” nelle playlist di illustri DJ del calibro di Frankie Knuckles, Larry Levan e David Mancuso. Di quest’ultimo, in particolare, conservo una classifica che mi diede l’amico Ricky L. Della Heartbeat rammento pure il logo che realizzai personalmente utilizzando il font originale di una vecchia Olivetti ingrandito mediante le fotocopie, una tecnica adoperata per le fanzine allora in circolazione. A quello aggiunsi un cuoricino rosso, simbolo che ai tempi ero solito apporre con un pennarello indelebile sulle custodie in plastica delle cassette che registravo, dopo averle private della copertina interna di carta. Il risultato finale lo mandai alla Media Records via fax e divenne il marchio dell’etichetta».
Ad inizio ’92 esce lo 000, “Kiss Me (Don’t Be Afraid)” dei Love Quartet. Questa volta al banco mixer ci sono Flavio Vecchi e Ricky Montanari coadiuvati dai musicisti Enrico Serotti e Marco Bertoni, provenienti dai Confusional Quartet che esordiscono nel 1980 sull’Italian Records di Oderso Rubini. Il titolo del brano, a cui abbiamo già dedicato un’accurata analisi qui, è ispirato dal film in cui viene utilizzato, insieme a Shafty, come colonna sonora, “Un Bacio Non Uccide” di Max Semprebene, girato nel 1991 ma diffuso, sembra, solo nel 1994. Nel 2014 sia “Deep Inside” che “Kiss Me (Don’t Be Afraid)” vengono inserite da Joey Negro nella compilation tematica “Italo House” sulla sua Z Records. La numerazione canonica del catalogo, 001, prende avvio col doppio mix di Andrea Gemolotto e Leo Mas (a cui si aggiunge l’arrangiatore Sergio Portaluri del team udinese De Point), come Night Communication. Il loro EP, prodotto nel Palace Recording Studio di Gemolotto e recentemente ristampato dalla Groovin Recordings, conta su tre brani, “Lose Control” (rivisto in due versioni, Disco Underground Version e In Dub We Trust Mix), “Night Clerk” ed “African Night Life”, tutti permeati di quell’aurea mistica tipica dell’italo (deep) house che ai tempi creano con dimestichezza i produttori nostrani. Sul mix c’è anche “Nocturne Seduction”, nel 2017 finita nel primo volume di “Welcome To Paradise” sull’olandese Safe Trip di Young Marco, da cui emerge una spettacolarità che, nei primi tre minuti circa, oltrepassa la soglia della classica musica da ballo e sfila in un estatico trip ambientale dalla tensione quasi erotica, tra una voce scomposta e fiati che, come pennellate, fanno risaltare l’atmosfera sospesa di pacata meditazione. Il tutto riporta alla bidimensionalità compositiva di cui, un paio di anni prima, si è fatto promotore proprio Gemolotto e il team dei Sueño Latino col misticheggiante brano omonimo con cui nasce la cosiddetta “dream house”.
Proviene ancora dal Palace Recording Studio lo 002, “I Know” di Night Flowers ossia lo stesso Gemolotto e il citato Portaluri, qui presi dalla voglia di intrecciare vocalità, i tipici suoni ovattati della house di allora ed assoli di pianoforte diventati segno distintivo dell’italian house sin dai tempi di FPI Project, Black Box o 49ers. Lo 003 è di U-N-I (You And I), progetto messo in piedi da Claudio Coccoluto ed Ernest ‘Kipper’ Britton che prende il posto del prematuramente scomparso Cesare ‘DJ Trip’ Tripodo, a cui viene dedicata “Don’t Hold Back The Feeling”. Come spiega lo stesso Coccoluto nel documentario “Road To Trip” (analizzato qui), si tratta di un disco che avrebbe dovuto realizzare con Cesare dopo aver isolato dei campioni a casa sua, tra cui quello di “Bad Girls” di Donna Summer, ma che purtroppo fu costretto a finire da solo. Trip sarebbe stato l’ottavo membro del team Heartbeat. Ad affiancare il DJ in uno dei tanti studi della Media Records è il veronese Antonio Puntillo. Per far fronte alle tante richieste, l’etichetta di Bortolotti lo ristampa qualche tempo dopo, si presume tra 1996 e 1997, con le grafiche rinnovate. Una delle versioni del brano inoltre, la Key Trip Dub, viene recentemente inserita dallo svedese Mad Mats nel primo volume della raccolta “Digging Beyond The Crates” sulla prestigiosa BBE. Anche il successivo, “The Free Life” dei Virtual Reality, è dedicato alla memoria di un amico volato via troppo presto in seguito ad un incidente stradale, analogamente a Tripodo. Trattasi di Marco Tini, ideatore del Matmos, a cui Roberto Piccinelli ha dedicato un articolo qualche tempo fa. Prodotto nei T.O.T.T. Studios di Novara di Jackmaster Pez, il brano è frutto della creatività di Luca Colombo e di due membri del team 50% ovvero Ricky Soul Machine e Simon Master W, che coinvolgono anche il trombettista Gabriele Bolla e la vocalist Roberta Jannone. Lo 005 e lo 006 tornano ad essere prodotti a Roncadelle sull’asse italo-americano composto da Benji Candelario, Martin ‘Monster’ Aurelio e Costantino ‘Mixmaster’ Padovano che acronimizzano la sinergia nella sigla B.M.C. tenuta in vita coi due volumi di “A Night At The M”. L’ispirazione del primo viene, come spesso accade per i DJ di allora, dalla musica disco/funk/soul degli anni Settanta, in particolare da “Let’s Go Down To The Disco” degli Undisputed Truth. Figlio delle sonorità dub tribaleggianti dei primi Novanta è invece la Ram 2.2 Mix.

Il 1993 si apre con un nuovo doppio mix che connette Heartbeat al mondo pop della Media Records e dei suoi artisti noti al grande pubblico internazionale. Con questo intento viene affidato a DJ Professor, tandem project diventato noto per “We Gotta Do It” con Francesco Zappalà e in cui allora lavorano Luca Cittadini, noto come Luca Lauri, e Cristian Piccinelli, il compito di declinare in chiave house recenti successi messi a segno dalla label di Bortolotti, da “Everything” e “Got To Be Free” dei 49ers ad “I Say A Little Prayer” di David Michael Johnson e “I’m Falling Too” dei Club House, passando per “U Got 2 Know” dei Cappella, “You’re My Everything” degli East Side Beat, “The Music Is Movin'” e “Music” di Fargetta e “Don’t You Want Me” di Felix, la super hit britannica licenziata in Italia dalla label di Bortolotti e di cui abbiamo parlato qui. C’è spazio anche per la rivisitazione di “Basic Instinct”, probabilmente dedicato al film omonimo che spopola in quei mesi, uscita qualche tempo prima su Baia Degli Angeli e che Lauri e Piccinelli firmano come Funky People. Lo 008 è “Room 4 Love” di Inner Souls, progetto londinese degli Underground Mass (Booker T e Trevor Rose, attivi già su Azuli Records), testimonianza di come la label cominci ad oltrepassare i confini patri.

heartbeat foto di gruppo

La scuderia artistica dei primi anni di attività della Heartbeat: da sinistra Leo Mas, Andrea Gemolotto, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Ricky Montanari, Ralf e Flavio Vecchi. Insieme a loro Gianfranco Bortolotti

Sebbene non sia indicato con regolarità su tutte le etichette centrali dei 12″, ad occuparsi del coordinamento artistico di Heartbeat è sempre Alex Serafini, ma ancora per poco. Lo 009 segna il ritorno di Ralf, questa volta affiancato da Davide Sabadin e Massimo Zennaro che si fanno ben notare come Fishbone Beat (e di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui). Registrato nell’Oval Studio di Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, “Higher Than The Clouds” dei Deep Sky è leggiadra house intarsiata dal suono di strumenti acustici ricostruita in ben sette versioni. L’idea di rivisitare le hit mainstream di casa Media Records in salsa house prende nuovamente corpo col secondo volume curato da(i) DJ Professor, questa volta all’opera su brani di Mars Plastic, Simone Angel, 49ers, Lance Ellington, Club House e Cappella. Sono sempre le mani di Lauri e Piccinelli ad ideare “I Just Can’t Go” di X-Project, con tendenze garage. È il disco che chiude il primo biennio di attività della Heartbeat.

1994-1996, tra retaggi passati e consolidamento d’immagine
La Heartbeat post Serafini si mostra come una via di mezzo tra la label che sino a quel momento scommette sul suono house/dub destinato ai club e quella che invece punta a numeri e visibilità più consistenti attraverso brani di nomi nazionalpopolari della scuderia Media Records, seppur rivisti, corretti e riadattati allo scopo. È il caso dei Cappella con le versioni remix di “U & Me” realizzate dal quartetto formato da B. McCarthy, DJ Digit, DJ EFX e DJ Rasoul, o di quelle di “Move It Up” firmate da Ivan Iacobucci ed Argentino Mazzarulli, ai tempi militanti in UMM. Su “Rockin’ My Body” dei 49ers, “Keep It Up” di Sharada House Gang Feat. Zeitia Massiah, “Love Me” di Patric Osborne e “Move Your Body” di Anticappella invece mette le mani DJ Professor, team in cui ora si avvicendano Luca Lauri, Massimo ‘Paramour’ Braghieri e Cristian Piccinelli, e che nel 1994 torna con “Rockin’ Me” incapace però di rinverdire i fasti di “We Gotta Do It” e “Rock Me Steady” risalenti a tre anni prima, quando l’immagine è legata ad un misterioso uomo col volto coperto e con una tuba in testa. Con l’uscita di scena di Alex Serafini la maggior parte dei DJ da lui radunati e con cui Heartbeat è nata prendono altre strade. I nomi di alcuni progetti però restano sotto la gestione della Media Records che li affida, come molte etichette fanno allora in circostanze analoghe, ad altri produttori. Ciò avviene per Night Communication e Shafty, adesso sotto la direzione di Lauri, Piccinelli e Braghieri che realizzano rispettivamente “Tribe Trip” e “Ohm”. I brand sono gli stessi ma non il suono, più rude, scandito da casse marcate e suoni vicini alla house/hard house che si balla al Trade di Londra. Non mancano alias nuovi di zecca come B.I.A.S., Jungle Junction, Freelance Workers ed Hot Drum portati avanti dagli stessi Lauri e Braghieri con l’ausilio di produttori che intervengono saltuariamente tra cui Marco Giolo, Luca Piccoli, il DJ Steve Mantovani e Fabio Nicola Bonassi noto come Bacci a cui, da lì a breve, Bortolotti affida il ruolo di A&R, incarico che copre per un paio di anni circa. A fine ’94 esce la compilation “Heartbeat – The Collection Vol. 1” che raccoglie alcune uscite di quell’anno insieme ad altre prese da etichette differenti come “Can We Live” dei Jestofunk, “I’m Standing” degli X-Static, “I’m A Real Sex Maniac” di Dick, “Can You Feel It” dei Reel 2 Real, “La Luna” di The Ethics e la mega hit dei 20 Fingers, “Short Dick Man”. Da rimarcare la presenza di “Let Me Be Your Fantasy” dei Baby D, un brano in circolazione sin dal 1992 ma che si afferma solo due anni più tardi e di cui la Media Records si aggiudica la licenza in Italia, pubblicandolo proprio su Heartbeat. La raccolta esce, come avviene di consueto ai tempi, su vinile, CD e cassetta e resta l’unica compilation edita dalla label del cuore.

heartbeat yatch (1995)

Heartbeat è anche lo yacht di Gianfranco Bortolotti (1995)

Il 1995 vede il consolidamento del brand attraverso un lavoro più consistente sia della produzione interna, sia sul fronte delle collaborazioni con l’estero. Heartbeat diventa il nome dello yacht personale di Bortolotti mentre Lauri e Braghieri sono iperattivi e sfornano senza sosta parecchi brani adoperando altrettanti nuovi alias di fantasia. Da Rosedub con “Turn The Volume High”, coi remix di Ivan Iacobucci e dello statuario Ralphi Rosario, ad Anita K con “Reach Me (At The Top)” e “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator prodotti insieme a Ricky Montanari, sino a Freelance Workers con “Give Me More” e Mothballs con “Instinct Of Self Preservation”, in cui riappare il nome di Steve Mantovani e fa capolino quello di Stefano Bernardelli alias Walter S. Escono anche “A Fire Tone” di Warisan Party e “Try Hard” di Househeads, rispettivamente prodotti da Marco ‘Polo’ Cecere e Stefano Fontana.

Il Paese principe della house, a metà anni Novanta, è il Regno Unito, dove la Media Records ha una filiale ed anche diversi studi di registrazione. Proprio sull’asse Italia-Gran Bretagna nasce “Housematic” che Lauri e Braghieri realizzano con un noto DJ d’oltremanica, Ashley Beedle, e che firmano come Father And The Professor. Il disco viene licenziato sia nel territorio inglese dalla Urban Hero, che rileva altri titoli dal catalogo – B.I.A.S., Night Communication, Anita K, Freelance Workers – e che a sua volta, come si vedrà più avanti, concede quello di The Voice Of Q, sia in quello statunitense dalla Smack Trax che commissiona dei remix a Major Healey e ad Eddie Perez. Un’altra sinergia viene stretta col DJ londinese Chris Coco, attivo nei warehouse party ai tempi dell’esplosione acid house alla fine degli anni Ottanta, e collaboratore di DJ Mag e BBC Radio 1. Insieme realizzano “(Yoo Hoo It’s) Picture Time” di Sounds Of Slackness, possibile parodia fonetica dei Sounds Of Blackness. Come anticipato prima, Heartbeat pubblica in Italia “I Can’t Have Him Now” di The Voice Of Q, tra i side project meno noti di Jon Pearn e Michael Gray alias Full Intention, ed offre una corposa serie di remix di “Oye Como Va”, il classico di Tito Puente riportato al successo dal figlio Tito Puente Jr. insieme ai Latin Rhythm. Coinvolti nell’operazione che si concretizza attraverso tre 12″ sono Ricky Montanari, Claudio Coccoluto e Joey Musaphia, oltre naturalmente ai soliti Lauri e Braghieri. Visti i buoni riscontri, Heartbeat licenzia anche “Everybody Salsa” di Tito Puente Jr. & The Latin Rhythm che tra i remix annovera la versione del newyorkese Frankie Bones. In quel momento la vocazione internazionale della label si fa viva e l’attenzione è rivolta a diversi artisti americani tra cui Spencer Kincy alias Gemini, da Chicago, che per Heartbeat incide pezzi come “Life With A Track”, “Shadows” e “Life With Music”, e Glenn Underground, pure lui dalla “città del vento”, con un mash-up/remix tra “I Feel Love” di Donna Summer e “Chase” di Giorgio Moroder. Arrivano da New York invece Roc & Kato, ovvero i DJ Ramon ‘Roc’ Checo e Juan ‘Kato’ Lemus che ad Heartbeat destinano “Heart – Throb (Get On Up)”, affidata alle sapienti mani di Claudio ‘Cocodance’ Coccoluto che realizza la Sound Of Naples Dub. Il duo della Grande Mela remixa la citata “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator e troverà fortuna anche nel mainstream italiano col remix di “Alright” firmato da Mario ‘Get Far’ Fargetta e pubblicato dalla Reform del gruppo Discomagic nell’autunno del 1995. Appare poi una single sided su cui trovano spazio due brani, “Burnin'” e “Saturday Nite Reprise”, presi in licenza dalla RMI Records di New York ed edificati su noti sample funk/disco del passato. A firmarli come Another Saturday Nite è Isaac ‘Ize 1’ Santiago. L’affiatata coppia Cittadini-Braghieri produce anche “Good Enough” di B.B. Feat. Angie Brown, remixata su due dischi da un grosso parterre che include i menzionati Ray Roc (dei Roc & Kato) e Spencer Kincy, Fire Island (Terry Farley e Pete Heller, noti anche come Roach Motel ed Heller & Farley Project) e A Man Called Adam. Il disco intriga anche l’estero, entra nelle grazie di Satoshi Tomiie e viene ripubblicato in territorio britannico dalla S3 del gruppo Dance Pool. Calandosi nuovamente nei panni di DJ Professor, Lauri e Braghieri approntano due dub di “Tell Me The Way”, la hit estiva dei Cappella. Altrettante versioni vengono curate da Ricky Montanari.

Il 1996 vede in Italia l’affermazione commerciale della musica progressive, “la sorellina della techno” come la definisce Mauro Picotto in un’intervista del novembre di quell’anno. Per l’occasione la Media Records riabilita un’etichetta nata nel 1992 ma limitata a pochissime pubblicazioni poco note, la BXR a cui aggiunge per qualche tempo il payoff Noise Maker. La house è parzialmente messa in disparte dal mercato nostrano e l’andamento della Heartbeat lo testimonia. Mantenendo comunque un regime operativo di un’uscita al mese, la label ospita nuovamente Gemini (che nel contempo approda su etichette del calibro di Planet E, Cajual Records e Peacefrog Records) con “An Eclipse” e ripropone “Reach Me (At The Top)” di Anita K con nuovi remix tra cui quello degli Uno Clio. Sul versante licenze esce “Brooklyn Beats” di Scotti Deep, fratello di Marc ‘MK’ Kinchen, quello lanciato dalla KMS di Kevin Sauderson e passato alla storia per aver portato al successo, col suo remix, “Push The Feeling On” dei Nightcrawlers. A dare manforte arrivano pure nuovi artisti italiani: Adrian Morrison, dalla consolle del veronese Alter Ego, propone “How To Love” col remix annesso di Crispin J. Glover, Franco Moiraghi, che ai tempi spopola con la moroderiana “Feel My Body”, incide “Gitano” ma firmandolo Frankie Jay, mentre il compianto Alex Martini realizza “My Heart”. Nel frattempo Luca Lauri, come DJ ProfXor – prima e non ultima variazione americanizzata di Professor – coverizza “Walkin’ On Music” della Peter Jacques Band che così diventa “Walkin’ On Up” e guadagna diverse licenze all’estero, MCA Records inclusa. La Media Records lo pubblica anche su Signal, etichetta che in quel periodo ritrova lo smalto grazie alle fortunate hit degli N-Trance, in particolare la tripletta “Stayin’ Alive”, “Electronic Pleasure” e “Da Ya Think I’m Sexy?”, rilevate dalla britannica AATW. Annunciata in Italia ma poi destinata al solo mercato estero è “Stronger” di Ann-Marie Smith remixata da Joey Musaphia e dagli M Dubs. Il 12″ esce su Nukleuz, etichetta guidata da Peter Pritchard e sussidiaria della branch britannica del gruppo Media Records. Nell’autunno del 1996 l’immagine di Heartbeat viene rinnovata. Il cuore resta, seppur ristilizzato, ma viene mandato in soffitta il payoff “The Global House” rimpiazzato da “The Underground Label” e “The Real House”. A subire un restyling è anche il brand DJ Professor contratto e sintetizzato ulteriormente in X-Or per “In Search Of…E.P.” in cui c’è “Get Down”, licenziato come singolo dall’olandese Aspro di Eddy De Clercq. Col nuovo logo esce “The Spirit” di Intergrated Society (alias Johan Strandkvist), un disco garage pubblicato inizialmente dalla Sweat e remixato da Ricky Montanari. La novità più importante però riguarda il nuovo A&R che prende le redini della Heartbeat, il DJ Mario Scalambrin, resident al Kama Kama di Capezzano Pianore (Camaiore, Lucca). Prima incide il funkeggiante “Body 2 Body” e poi remixa “Baby, I’m Yours” riportando al successo un nome storico della Media Records che ai tempi rischia seriamente di finire nel dimenticatoio, 49ers, nonostante i gloriosi trascorsi tra cui si ricordano i remix di “The Message” messi a punto dai Masters At Work nel ’92. Il 12″, scandito dalla potente voce di Ann-Marie Smith, esce a dicembre e si impone, anche all’estero, nei primi mesi del ’97 vendendo quasi 50.000 copie.

La testimonianza di Massimo ‘Paramour’ Braghieri

Quando e come arrivi alla Media Records?
Giunsi alla label di Roncadelle nel 1994. Preparai un provino con un amico DJ, Marco Giolo, e andammo lì con l’intento di farlo sentire e magari riuscire a pubblicarlo. Il verdetto purtroppo fu negativo ma Bortolotti chiese ragguagli su chi avesse suonato le tastiere in quella traccia. Era opera mia e a quel punto mi propose di lavorare per loro, visto che cercavano nuovi musicisti. Le condizioni erano davvero buone ed accettai. Dopo qualche mese riuscii a far assumere anche Marco. Il mio primo intervento in assoluto in Media Records fu per un remix di “Whatta Man” delle Salt ‘N’ Pepa, pagato ma mai pubblicato, cosa che allora avveniva abbastanza spesso con le major. Poi giunse “Rockin’ Me” di DJ Professor, “Express Your Freedom” di Anticappella, “Living In The Sunshine” di Club House, “Keep It Up di Sharada House Gang Feat. Zeitia Massiah, “Move It Up” dei Cappella e tutto il resto. Piccola curiosità: quel demo rifiutato dalla Media Records venne pubblicato da un’altra etichetta bresciana, la Wicked Rhythm del gruppo DJ Movement: trattasi di “Celebrate” di Jay Sex.

In che modo invece ti ritrovasti a lavorare per la Heartbeat?
Ai tempi ero praticamente l’unico musicista degli otto studi della Media Records a possedere un background musicale alquanto insolito. Mi ero appena diplomato al Conservatorio in organo e composizione ma ascoltavo tanta musica elettronica ed avevo una forte passione per new wave ed industrial. Per queste ragioni dopo i primi mesi, Luca (Lauri) pensò che avremmo potuto fare grandi cose in Heartbeat, senza però abbandonare completamente le produzioni destinate alle etichette pop della Media Records.

In quel periodo le caratteristiche stilistiche di Heartbeat si evolvono toccando sonorità più “dure” e lasciando da parte la deep house delle prime uscite. Avevate dei riferimenti a cui vi ispiravate?
Sì, assolutamente. In studio ascoltavamo centinaia di dischi, soprattutto durante le prime ore della mattina. Io e Luca nutrivamo una forte ammirazione per Johnny Vicious e David Morales, ma alla fine sentivamo davvero di tutto, dall’acid house alla techno, quindi fu anche per questa ragione che il sound di Heartbeat cambiò.

massimo braghieri e ricky montanari (1994)

Massimo “Paramour” Braghieri e Ricky Montanari in studio (1995)

Dal 1994 al 1996 il tuo nome ricorre in modo praticamente continuo su ogni uscita Heartbeat. C’è un progetto, tra i tanti, che ricordi con maggior piacere?
Le idee arrivavano sempre in modo diverso, ascoltando vecchi dischi di generi lontani dalla house, come world music o bossanova, e talvolta attraverso fonti non propriamente musicali come ad esempio una musicassetta su cui vi era inciso un corso di yoga che campionammo ed usammo per “Ohm” di Shafty. Un simpatico aneddoto è legato a “Reach Me (At The Top)” di Anita K: mentre ero con Ricky Montanari intento ad incidere delle parti per un altro disco, ci portarono un DAT da uno studio adiacente contenente decine di frasi melodiche registrate senza alcun ordine. Bortolotti disse che erano scarti e quindi eravamo liberi di sperimentare usando ciò che ci piaceva ed incuriosiva di più. Provai a campionare ogni singola frase per poi piazzarla sui diversi tasti della tastiera e giocare un po’ (allora non esisteva ancora la possibilità di registrare audio direttamente sul computer). In meno di due ore riuscimmo a costruire qualcosa che avesse un senso strutturale e devo ammettere che fu abbastanza divertente. L’arrangiamento nacque facilmente e in modo spontaneo, improvvisando degli accordi al pianoforte. Finimmo il pezzo in giornata ed ancora oggi mi meraviglio per i feedback incredibili che ricevemmo dopo la pubblicazione.

laura martini (fidanzata di bacci), bacci e braghieri, 1994

Fabio Nicola Bonassi alias Bacci (al centro) e Massimo “Paramour” Braghieri in una foto del 1994. Bonassi diventa A&R della Heartbeat tra 1995 e 1996. A sinistra Laura Martini, ai tempi fidanzata dello stesso Bonassi

A partire dal 1995 Heartbeat cerca nuovi lidi a cui attraccare, in primis il Regno Unito che allora è una cartina tornasole per la house. C’era un preciso progetto in cantiere, ossia inanellare una rete di contatti internazionali?
Le collaborazioni con artisti come Ashley Beedle, Fire Island, Spencer Kincy e Roc & Kato furono il frutto di una brillante idea di Fabio Nicola Bonassi alias Bacci, che tra 1995 e 1996 divenne l’A&R della Heartbeat (e che in seguito cura per il magazine DiscoiD la rubrica “Style” e si occupa di “Underground Nation” su Tele+, nda). Ogni volta che un DJ/produttore internazionale veniva in Italia per un tour o qualche serata, gli veniva offerto di trascorrere un giorno in studio con me. Furono anni incredibili, non capita mica tutti i giorni di poter collaborare con artisti del genere, per giunta senza neanche uscire dal proprio studio. L’esperienza più interessante la feci con Spencer Kincy alias Gemini: aveva un modo unico di creare e comporre, non avevo mai visto fare quelle cose a nessun’altro. Registrava decine di parti diverse, ognuna su un canale del mixer, per poi ideare la stesura totalmente live, aprendo e chiudendo i canali ed attivando effetti in maniera estemporanea. Alla fine la struttura del brano risultava particolarmente spontanea ed imprevedibile.

Quanto vendeva, mediamente, ogni uscita Heartbeat del biennio ’94-’96?
Non ricordo tanto i numeri, era una cosa che non mi riguardava ed inoltre vendere dischi non era una priorità in Heartbeat. Il nostro scopo primario era riuscire ad ottenere recensioni positive sui magazine di spessore ed entrare nei flight case dei DJ che ritenevamo “cool”. Comunque, per sommi capi, ogni 12″ vendeva all’incirca dalle 1500 alle 3000 copie, se la memoria non mi inganna.

ritaglio di giornale (braghieri, ralphi rosario, luca lauri) 1994

Un ritaglio di giornale del 1994

Quando e perché lasciasti la Media Records?
Mollai a fine ’96. Bacci mi propose di lavorare con lui come freelance, lasciando la Media Records ed aprire uno studio a Londra. La cosa era troppo eccitante per non essere presa in considerazione. Tuttavia mi dispiacque molto andarmene ma avevo bisogno di stimoli musicali diversi e Londra sarebbe stata, senza dubbio, la città perfetta. Quindi divenni socio di Fabio e collaborammo sino al 2002, anno in cui purtroppo è venuto a mancare per un tumore al cervello.

Hai continuato a seguire la Heartbeat nel corso degli anni?
No, affatto. Smisi quando la lasciai, in modo definitivo, e vivendo nel Regno Unito non ebbi modo di ascoltare le nuove uscite con regolarità, salvo in casi rari.

Ci sono brani/remix prodotti ai tempi e mai pubblicati?
Ricordo almeno un paio di tracce registrate con Angie Brown che non vennero mai pubblicate, ma erano ad uno stadio ancora embrionale. Esistono inoltre due brani realizzati con Gemini che prima o poi vorrei far uscire perché suonano ancora attuali. Sul fronte remix invece, c’è una marea di roba che feci ma che non venne scelta. In genere in Media Records si preparavano tre o quattro remix per ogni brano e poi veniva selezionato il migliore da destinare alla stampa, tranne in alcuni casi in cui se ne pubblicavano di più.

1997-1999, nuovo logo, nuovi obiettivi
Nel primo semestre del 1997 il fenomeno generalista della progressive si esaurisce. La BXR, che cavalca il trend e personalizza il filone in mediterranean progressive, abbandonerà quelle formule puntando al combo techno trance che, dal 1998 in poi, chiama supertechno. La house torna quindi a farsi sentire e il momento è propizio per rilanciare Heartbeat, aggiornata da pochissimi mesi nell’aspetto grafico. Il successo di “Baby, I’m Yours” dei 49ers funge da traino ed aiuta il riposizionamento del brand dopo un’annata non troppo esaltante. L’uomo-chiave del ’97 è senza dubbio Mario Scalambrin, artefice della Van S Hard Mix di “Baby, I’m Yours” dei 49ers (a cui si aggiunge la Van S Hard Mix 2 incisa su un 12″ single sided), e scelto come nuovo A&R da Gianfranco Bortolotti. È proprio Scalambrin a realizzare “Wake Up” di Satori, versione house/garage di “Wake Up Everybody” di Harold Melvin And The Blue Notes. Ad aiutarlo nel ricostruire le giuste tessiture funk/soul sono vari musicisti, Luca Campaner alla chitarra, Stefano Olivato al basso e Gabriele Castellani alle percussioni. Il resto lo fanno Roberto Guiotto, Sandy Dian e naturalmente le voci di Satori ed Emanuel (in background). Purtroppo gli sforzi non sono ripagati in termini di visibilità. Chiari rimandi funk si ritrovano anche in “4 Illuminations EP” di DJ Professor ormai diventato X-OR, al cui interno si ritrova la citata “Walkin’ On Up”. Scalambrin mixa inoltre i brani della “Heartbeat Compilation” finita sulla RTI Music di Silvio Berlusconi e che in tracklist conta, tra gli altri, sulla presenza di Funky Green Dogs, Gisele Jackson, Gusto, Raven Maize e Tony Humphries. Il DJ viene prevedibilmente scelto per produrre il nuovo singolo dei 49ers, “I Got It”, incapace però di eguagliare i risultati del precedente nonostante gli ottimi spunti, specialmente nella Miracle Mix. Scalambrin e Bortolotti si consolano comunque con gli ottimi riscontri ottenuti in estate da “Gipsy Boy” di Sharada House Gang, edita su GFB e di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui. Un paio di licenze (“What Is Your Problem?” degli Afrowax e “Can You Feel It” di Highlight, una sorta di mashup tra “Plastic Dreams” di Jaydee e “I Got The Feeling” delle Two Tons O’ Fun – già abilmente ripresa dagli FPI Project in “Feel It” – condito da un sample probabilmente estrapolato da “Something About The Music” di Wigan Express) ed altrettanti dischi prodotti a Roncadelle (“As Yet Untitled” di D.D.T. e “Jeopardy” di Aria, cover rispettivamente degli omonimi di Terence Trent D’Arby e Greg Kihn Band) completano l’annata, senza dimenticare “Wait A Minute” di Abduction, un brano house/funk imperniato su un sample tratto da “The Magnificent Seven” dei Clash, che Scalambrin realizza con due colleghi DJ della Media Records ai tempi legati alla musica progressive trance/techno, Mario Più e Mauro Picotto.

Nel 1998 le cose cambiano. Scalambrin lascia la Media Records a causa di alcune divergenze ma non prima di aver pubblicato “Only 4 DJs” di Love Groove, in coppia con Guiotto, che segue la tendenza esplosa quell’anno, il cosiddetto french touch. I due realizzano anche una versione di “Let The Sunshine In” dei 49ers, cover dell’omonimo dei Fifth Dimension, e “Raindrops”, ultimo singolo che il DJ del Kama Kama incide per Heartbeat/Media Records. Ideale follow-up di “Wake Up” ed interpretato ancora da Satori, il brano ha un forte potenziale ma non sortisce grandi risultati. Va un po’ meglio invece a “Big Bug”, un maxi-frullato tra i vocal di “Sock It 2 Me” di Missy Elliott Feat. Da Brat, la ritmica di “Lady Bug” dei Bumblebee Unlimited e il riff di “New Year’s Day” degli U2. A firmarlo sono i Flowers’ Deejays, team in cui oltre a Scalambrin e Guiotto figura Gigi D’Agostino, che in quei mesi abbandona le stesure strumentali della mediterranean progressive a favore di costrutti italodance. Rimasta sguarnita di un A&R, Heartbeat prosegue comunque il suo cammino con alcuni dei produttori e musicisti interni della label bresciana. Mauro Picotto e Paolo Sandrini compongono “I Wanna Know” giocando con un sample di “I Got My Mind Made Up” degli Instant Funk. Per l’occasione si firmano Shibuya, nome riutilizzato un paio di anni più tardi sia per una discoteca polifunzionale a Rezzato ideata da Bortolotti, che all’interno annovera un ristorante giapponese con due cuochi nipponici, sia per una nuova etichetta, la Shibuya Records, su cui trovano spazio, tra gli altri, brani di Bob Sinclar e Celeda. Insieme a Raf Marchesini invece Guiotto crea Blue Connection con “Touch The Sky” e riporta in vita Anita K col brano “Love Affair”. Una delle versioni è curata da Babayaga, DJ originaria del biellese diventata nota nei primi anni Novanta attraverso l’after hour Syncopate. È lei a produrre, in coppia con Steven Zucchini, “I Need Your Pain” di Sound System.
Il suono di Heartbeat ormai appare radicalmente diverso e lontano da quello degli inizi. L’italo (deep) house lascia il posto ad una formula dichiaratamente più commerciale, sia nelle costruzioni ritmiche che nella scelta dei suoni, come testimonia “So Nice”, sfortunato singolo dei Club House prodotto da Picotto ed Andrea Remondini. Più intriganti risultano le (quattro) licenze edite quell’anno, “Move On Up” dei Trickster, coi remix dei Lisa Marie Experience, Z Factor alias Joey Negro e The Footclub, “Open The Door” dell’elvetico Djaimin (noto per “Give You”, “Fever” e soprattutto “Hindu Lover” di cui abbiamo parlato qui), “We Are Love” di DJ Eric (col sample di “I Can’t Go For That (No Can Do)” di Daryl Hall & John Oates – lo stesso usato dai Simply Red in “Sunrise” nel 2003) ed infine “EQ” di Sheila Brody, un brano tratto dal catalogo Kult Records ed interpretato dalla cantante statunitense che nel ’98 rimpiazza Taborah Adams nel progetto Blackwood.

Nel 1999 la Media Records, ribattezzatasi già da un paio di anni “la casa discografica dei deejays”, raccoglie nuovamente successo internazionale. Ciò avviene grazie ad artisti come Mario Più, che si afferma nel Regno Unito con “Communication (Somebody Answer The Phone)”, Mauro Picotto, che trionfa in Germania con “Lizard” ed “Iguana” (e a cui seguirà “Komodo” nel 2000), e Gigi D’Agostino, che spopola ovunque, Stati Uniti inclusi, con l’album “L’Amour Toujours”. Pochi mesi prima Bortolotti, dopo il fallimento della napoletana Flying Records, rileva i diritti del marchio UMM e lo rilancia discograficamente attraverso “Proud Mary” degli Abduction, costruito sul sample del brano omonimo dei Creedence Clearwater Revival scritto da John Fogerty. In questo quadro di iperattività Heartbeat viene messa in disparte. Sono poche infatti le uscite del ’99, passate praticamente inosservate, come “Winner” di Gius T, che Zucchini, Pucci, Marchesini e Picotto compongono ispirandosi ad “Exalt – Exalt” di Azoto, “Donna Donna” di Ann-Marie Absolut e “1,2,3,4, Gimme Some More” di La Rouge Un Peu Mèchée, cover degli omonimi dei Number One Ensemble e dei D.D. Sound. Heartbeat continua ad allontanarsi da quell’imprinting che la caratterizza in modo esemplare tra 1991 e 1992. Altri 12″ dai risultati commercialmente sfavorevoli e stilisticamente inclini ad una house ai confini con l’italodance sono “Get On” dei Full Experience, team composto da ben sei componenti, tra cui Andrea Belli di Radio 105 e il DJ bresciano Simone Pagliari, e “It’s So Easy” degli Uncle Sally, un progetto siculo di breve durata messo su da 2/3 dei Ti.Pi.Cal. (Daniele Tignino e Riccardo Piparo) e Domenico Nicosia. Piparo e Davide Miracolini firmano anche “Ever Try” di Double Impact, poggiandosi sul sample di un classico italodisco del 1983, “Lunatic” di Gazebo. Ispirata da un brano del passato, il tema principale del film “Charlie’s Angels” composto da Allyn Ferguson e Jack Elliott, è pure Karin De Ponti che per la sua “Charlie Is Back” scomoda altresì un loop ritmico di “The Bomb! (These Sounds Fall Into My Mind)” di The Bucketheads. Infine si fa risentire Babayaga, a cui pare venga temporaneamente affidata la direzione dell’etichetta ma mai in modo ufficiale, con “Hot Shudder”.

2000-2003, una lenta narcosi
Allo scoccare del nuovo millennio le priorità della Media Records restano legate alla BXR, etichetta che colleziona un’infinità di premi e riconoscimenti. Il folto gruppo di DJ capitanato da Mauro Picotto, A&R ed artista che va affermandosi su scala planetaria, continua ad espandersi ed annovera anche personaggi esteri come Marco Zaffarano e il compianto Tillmann Uhrmacher. Heartbeat perde ulteriormente terreno, rallentando la frequenza di pubblicazioni che nel 2000 sono appena un paio: “Latin Soul Thing” degli House 2 House, tratto dal catalogo Strictly Rhythm, e “Cada Vez”, la hit dei Negrocan presa in licenza dalla Swing City Records. Per l’occasione viene pubblicato un secondo 12″ con due remix made in Italy realizzati da Intrallazzi & Fratty e Gigi D’Agostino. Heartbeat diventa essenzialmente una label-piattaforma per ripubblicare in Italia brani provenienti dall’estero. Nel 2001, dopo ulteriori piccoli ritocchi grafici, tocca a “Be With You” dei Pound Boys, a “Partypeople” di James Cooper, ai remix di “I Know A Place” di Bob Marley & The Wailers, a “Tudo Que Voce Podia Ser” di Búzios e a “Shining Star” di AT, tutto materiale ricordato da pochi. Passa inosservato anche “Flashlight” di Hydraulic Funk Feat. Afrika Bambaataa, licenziato dalla storica Trax Records di Chicago. Unica nota italiana è rappresentata da “Show Me The Way” di Karin De Ponti, prodotto nel solco della pop house in voga quell’anno.

umm al concerto dei lunapop

La popolarità di UMM, acquisita dalla Media Records dopo il fallimento della Flying Records ed affiancata ad Heartbeat, cresce al punto da finire ad un concerto dei Lùnapop

Il 2002 inizia coi discreti risultati di “Supersonic” di Billyweb Featuring Chris Willis, l’ennesimo dei brani figli della massificazione post french touch (l’arcinoto sample è quello di “You And I” dei Delegation). Con “Stand Up (Viva La Noche)” degli sloveni Sound Attack e “When I Close My Eyes” di Búzios ci si avvicina persino ai confini latini. Ormai c’è scarsissima voglia di andare avanti, Heartbeat è a tutti gli effetti un’etichetta secondaria. Alberto Casella (quello dei B.A.R. Feat. Roxy di cui abbiamo parlato qui) e Fabio Maccario incidono, come Tooth-Paste, “Enjoy It” (con un campione vocale preso da “Moonraker” di Foremost Poets) e “Cikuta”. Entrambi trovano spazio su un 12″ intitolato “Vol. 1” ma a cui non c’è alcun seguito. Con “Dark Lady” Stefano Raffaini alias Furilla (che in quel periodo inizia ad incidere con frequenza su UMM) e Luca Liviero resuscitano uno dei marchi più vecchi della Media Records, Risen From The Rank, nel corso degli anni acronimizzato in R.F.T.R. ed inattivo sin dal lontano 1993. Ai tempi viene diramata la notizia relativa alla fusione delle tre etichette house gestite dal gruppo discografico di Bortolotti, Shibuya, UMM (marchio talmente noto da finire persino ad un concerto dei Lùnapop), ed Heartbeat che sarebbero confluite nel nuovo nome Shumm. A&R prescelto è il citato Casella che si occupa già di Shibuya, ma l’operazione non va in porto. Nel 2003 “It’s Crazy” di Dubbing (alias Alberto Casella) e “Crazy Paris (Paris Latino)” di Horny United, rivisitazione di “Paris Latino” di Bandolero, sono gli ultimi ad uscire su Heartbeat e a chiudere una storia durata dodici anni e poco più di cento pubblicazioni.

evoluzione del logo

Le variazioni grafiche del logo di Heartbeat, dal primo, realizzato da Ralf nel 1991, all’ultimo lanciato nel 2016

2016, il risveglio “liquido”
Nel 2004 Bortolotti abbandona il settore musicale dedicandosi all’attività di architetto ed interior designer. La Media Records resta attiva sotto la guida di Filippo Pardini ma pochi anni più tardi il catalogo editoriale viene venduto alla Warner Bros. mentre quello discografico alla tedesca ZYX che provvede a riversare gran parte dei titoli sui portali che vendono musica in formato digitale. Nel 2015 il ritorno di Bortolotti nel settore musicale segna il “risveglio” di alcune delle etichette più note raccolte sotto l’ombrello della Media Records tra cui Heartbeat, che riparte ufficialmente il 18 gennaio 2016. A dirigerla come A&R, questa volta, è Carlo Cavalli, da Crema, che in un’intervista rilasciata a Riccardo Sada ad aprile di quell’anno spiega che «Heartbeat deve catturare l’attenzione dell’ascoltatore e del consumatore musicale, stando sempre attenta alle nuove proposte di mercato e selezionando scrupolosamente le numerose demo che riceve quotidianamente. La house music si sta prendendo una bella rivincita sugli altri generi ed è in costante risalita, anno dopo anno». Il primo EP da lui scelto per inaugurare il nuovo corso è “Fck That Bass EP” di Dany Cohiba & Blush, composto da due brani che vengono solcati, insieme a “The Bells” di Luca Debonaire & Robert Feelgood e “Is This The Way” di Benny Camaro, su un poco fortunato 12″ intitolato “Heart House Vol. 1”. Cavalli va avanti selezionando, sia per club che mondo radiofonico come afferma nell’intervista sopracitata, house, tech house e tropical house sino al luglio 2017. Dopo ventitré uscite “liquide” Heartbeat (e la sublabel Heartbeat Black, varata nel 2016) si ferma nuovamente. Ora corre voce che il cuore possa battere di nuovo con un nuovo A&R, Mario Scalambrin, che tornerebbe a ricoprire tale ruolo poco dopo più di venti anni. (Giosuè Impellizzeri)

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La storia dell’American Records di Modena: dall’italo disco alla techno/progressive trance

Parte della storia relativa a dischi ed etichette operative nella fase pre-internet deve ancora essere riscoperta e scritta. In alcuni casi non è impresa facile vista la quasi totale assenza di fonti diverse dalle stesse pubblicazioni discografiche che, peraltro, non sempre indicano una strada precisa da seguire. È preferibile quindi ricorrere ai racconti affidati alla tradizione orale ma talvolta pure questi possono venir meno a causa dell’irreperibilità degli attori protagonisti proprio come nel caso dell’American Records, etichetta modenese di Roberto Attarantato attiva tra 1984 e 1999 circa. Rintracciato telefonicamente poche settimane fa, Attarantato dichiara di essere attualmente impegnato nella composizione della colonna sonora di un film ma non rivela alcun dettaglio in merito e declina l’intervista per problemi di tempo. Non è stato possibile rintracciare invece uno dei suoi più stretti collaboratori, Filippo Lo Nardo, pare trasferitosi in Sud America dove si è sposato ed ha messo su famiglia. Sembra che nel Dream Studio, da cui venne fuori la produzione discografica del periodo 1995-1999, non fu mai scattata una sola foto perché Lo Nardo era particolarmente restio a farsi immortalare e a svelare l’identità delle macchine da lui usate seppur qualche tempo dopo, sul sito dell’etichetta, sia apparsa una pagina apposita con la lista dettagliata di tutti gli strumenti del setup. Con tali premesse è facile intuire che questa sia una storia fitta di mistero ed incognite, ma le laboriose ricerche durate circa tre mesi ora offrono contorni decisamente più nitidi.

La prima decade di attività: 1984-1994
Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta l’industria musicale italiana è fortemente infatuata dalla cultura angloamericana e dal ruolo esercitato in tale ambito da Stati Uniti e Regno Unito. In tanti, tra gli indipendenti, usano nomi e loghi dichiaratamente esterofili per apparire più internazionali di quel che in realtà siano, e in tal senso si possono citare la bergamasca American Disco nata nel retrobottega del negozio di dischi del DJ David Zambelli, a Petosino, da cui emergono Scotch, Finzy Kontini e P. Lion, e brani come “In America” di Riccardo Cioni & D.J.F.T. Band ed “America” dei Cruisin’ Gang. Anche a Modena, a Calle Di Luca per la precisione, sorge un negozio di dischi, l’American Records, che rimarca la presunta nazionalità statunitense anche attraverso lo “stars and stripes” usato nel logo. Il proprietario è un DJ, Roberto Attarantato, che nel 1984 fonda accanto al negozio avviato da qualche anno una piccola etichetta discografica, in modo analogo a quanto descritto prima per l’American Disco di Zambelli. I tempi sono propizi per la discografia seppur comporre musica non sia alla portata di tutti visti i proibitivi costi degli studi di registrazione che allora molti usano prendere a nolo. Il 12″ che apre il catalogo dell’American Records è “Everybody Go!” di Rudy & Co., ossia il DJ veronese Rudy Corradi il quale, contattato per l’occasione, racconta:

Rudy & co

La copertina di “Everybody Go!” di Rudy & Co, il primo 12″ pubblicato dall’American Records nel 1984. A causa di un errore lo spelling di Rudy vede la I finale anziché la Y

«Tutto iniziò nel 1983. Pensai che un disc jockey non dovesse limitarsi a mettere dischi ma anche a farli. Lavoravo in varie discoteche toscane e una sera due clienti con cui scambiavo opinioni su questo argomento mi dissero che avevano realizzato qualche pezzo dance. Erano Eugenio Vinciguerra e Paolo Marioni. Io volevo qualcosa che, ritmicamente e melodicamente, richiamasse “Big In Japan” degli Alphaville e loro mi fecero sentire la bozza di quello che poi è diventato “Everybody Go!”, il mio primo disco. Sul rapporto con Roberto Attarantato si potrebbe scrivere un libro intero. Devo molto a lui. Cominciai amichevolmente a rompergli le scatole quando faceva il DJ, nel 1974. Io ero solo un ragazzino desideroso di imparare, lui lavorava tutte le sere in una discoteca di Modena gestendo da solo la consolle. La domenica, approfittando del flusso minore di pubblico, gli chiedevo di farmi mettere i dischi e una sera, dopo tanta insistenza, me lo concesse. Misi musica per quasi un’oretta e la fortuna volle che nel locale ci fosse il proprietario di una sala da ballo (non discoteca!) che mi chiese se fossi interessato a riempire le pause dell’orchestra che lavorava da lui. Accettai e da lì non mi sono più fermato. Da oltre quarant’anni metto dischi e lavoro in radio. Nel 1978 fu sempre Attarantato a fare il mio nome a Graziano Tagliati, noto impresario modenese insieme a Dino Corvini, per assumermi come DJ al Verona 2000, un’enorme discoteca. Fu un momento magico. Nel frattempo Bob One aprì il negozio di dischi, l’American Records, ed andavo sempre da lui per rifornirmi di materiale nuovo. Mi disse che intendeva creare anche un’etichetta, vendendo dischi aveva già molti “agganci” con le case discografiche e ciò gli diede la spinta a cominciare quell’attività parallela. Colsi quindi l’occasione per fargli ascoltare il demo che gli piacque. “Everybody Go!” fu finalizzato in un casolare di campagna dove Auro Lugli aveva allestito una piccola sala di registrazione. Tutti, in qualche modo, collaborammo alla riuscita del disco: le voci erano di Auro, di Bob e mia, quella femminile invece di una ragazza che portò Auro, i suoni di Vinciguerra e Marioni. Insomma un vero lavoro di squadra (e il suffisso “& Co” aggiunto al nome dell’autore sulla copertina lo rimarca, nda). Non ho mai saputo il numero preciso di copie vendute, Bob mi disse diecimila ma tanti anni dopo mi hanno riferito che in Messico e in altri Paesi dell’America Latina il pezzo divenne un’autentica hit. Un aneddoto capitato in studio? Insistevo nell’inserire dei suoni di bongo nella ritmica e gli altri iniziarono ad ironizzare chiamandomi “bongo!” e lanciandomi noccioline. Un clima esilarante insomma. Una vicenda altrettanto curiosa riguarda la copertina del disco. Erano gli anni in cui il football americano approdava in televisione e la figura primaria era quella del mitico quarterback Joe Montana dei San Francisco 49ers. Ai tempi a Verona nacque una squadra di football, i Redskins Verona, ed alcuni giocatori erano soliti venire in discoteca dove lavoravo. A loro chiesi di prestarmi le due divise usate sulla copertina del disco che indossammo io ed una mia amica di Verona. Da quella volta prima di scendere in campo i Redskins intonavano sempre il ritornello del pezzo, “Everybody Go, Everybody Go, oh oh oh!”. Oltre a fare il DJ nelle discoteche sparse per l’Italia, ai tempi lavoravo a Radio Blu di Villafranca, l’emittente più ascoltata di Verona e provincia, e nel team c’era pure Amedeo Sebastiani, il futuro Amadeus. Riflettendo sulla mancata profezia teorizzata dai Buggles nella loro “Video Killed The Radio Star” mi venne l’idea di dedicare un disco alla radio. “Mama Radio” lo realizzai nello studio di Mauro Farina e Giuliano Crivellente, autori di decine di cult dell’epoca, e venne pubblicato dalla bresciana Time Records, allora gestita da Giacomo Maiolini e dagli stessi Farina e Crivellente. Proseguii con loro anche per “Play The Game (Lolly Dance)”, del 1986. Rimasi in contatto con Attarantato sino alla fine degli anni Ottanta ma poi ci perdemmo di vista e quindi non ho avuto modo di seguire l’evoluzione della sua etichetta ma ribadisco ancora che gli sarò sempre grato e riconoscente per ciò che ha fatto».

L’American Records inizia a pubblicare dischi con regolarità anche se la vocazione, almeno nei primi tempi, non è internazionale contrariamente a quanto il nome lasci supporre, anzi, in un certo senso pare tenda a preservare l’italianità a partire dai nomi stessi degli artisti non oscurati da pseudonimi anglofonizzati (Stefano Puviani, autore di “That’s A Wide World” co-prodotto da Attarantato ed Enzo Persueder e coi backing vocals di Antonella Pepe – Fun Fun, Hot Cold -, Dante Meschiari e la sua “Vai Ferrari” che è un autentico tributo ad uno dei simboli iconici del Belpaese, sino a “Verona Dai!” de I Ragazzi Della Curva e “Sto Correndo” del calciatore Beppe Galderisi). A differenza di Rudy Corradi che dal 1985 passa alla Time Records, Vinciguerra e Marioni continuano a collaborare con Attarantato dando alle stampe altri brani (“Mira La Baia Del Sol” di Ted Marvin, “Freeway To Love” e “Cleopatra” di Kono, “…Like Sombreros” di Dee-Facto) in cui la formula dell’italo disco più classica non varia. Decisamente diverso invece lo scenario prospettato dai Marilyn 44, band di matrice rock su cui Attarantato investe producendo un 7″. Identico formato per “Sabato Jazz / Music Tonight”, disco di debutto dei Ladri Di Biciclette di Paolo Belli, finiti su EMI pochi anni più tardi. Del 1986 è invece l’album “Sesta Traccia” di Meo (Daniele Mei), uno dei DJ che alla fine degli anni Settanta danno avvio al cosiddetto movimento “afro” insieme a Daniele Baldelli, T.B.C., l’Ebreo, Spranga, Pery, Gianni Maselli, Beppe Loda ed altri. Nell’LP figurano anche un paio di brani tratti dal 12″ uscito nel 1985 sulla bolognese Base Record, “Fine Corsa”, ed altri due inediti seguono più tardi, “Cikuana / Alturas“. Sul fronte album ristampa “Samba Do Amigo” di Giulio Camarca & Trinidad, del ’78, originariamente su Shirak e particolarmente ricercato dai cultori del rare groove. A curare l’artwork delle copertine è Antonio Attarantato, fratello di Roberto, e ciò rivela un’attività a conduzione familiare o poco più. La produzione dell’American Records infatti, sebbene sia costante, non è paragonabile per numeri ed organizzazione a quella di società come Il Discotto di Roberto Fusar-Poli o Discomagic di Severo Lombardoni ma riserva spesso pezzi curiosi ed interessanti, come ad esempio la cover di “Prisencolinensinainciusol” di Adriano Celentano realizzata nel 1987 da George G, uno dei volti di Match Music nel decennio seguente.

Negli ultimi anni Ottanta l’italo disco (ai tempi gergalmente chiamata disco-dance o più semplicemente dance) viene totalmente cannibalizzata dal mainstream, dalle multinazionali, dai network radiofonici e dalle televisioni. Ciò genera una forte inflazione che non gioca a favore della creatività livellata verso il basso. Nel contempo la house inizia a scalpitare ed è questo il genere a cui l’American Records aderisce a partire dal 1988 con “Snoopy’s Count House” di J.M.B.I., oggetto di diverse licenze all’estero. L’influenza del suono di Chicago mischiato agli assoli di pianoforte della ribattezzata “spaghetti” si palesa in “Stranger In The House” di B.L.S.R., nell’ironica “Drive House” coi sample vocali del paninaro di Drive In Enzo Braschi firmata Koxò Band (nome che rievoca il progetto di pochi anni prima Koxo del compianto Leonardo Re Cecconi), in “People Of All Nations” di Rick Duglas, in “Acid Voice” di Acid Machine e nel per nulla profetico “No More House” di Seven Valley, tutti del 1989.

Pagany

La copertina di “The Bronx” di Pagany, tra i primi dischi house pubblicati dall’American Records

Tra 1989 e 1990 esce pure “The Bronx” di Pagany: «È stato uno dei primissimi pezzi che feci con Antonio Puntillo e Max Persona, coi quali poi proseguii, insieme a Roby Arduini, a sfornare musica per anni» racconta oggi l’autore. Ed aggiunge: «Usammo un notevole numero di floppy disk per i campionatori Akai visto che nel brano c’erano decine di sample tra voci, loop ritmici, suoni, pianetti ed effetti. Allora si usava mettere tutto su floppy e con tanta pazienza si attendeva che la macchina caricasse i dati. Arrivai a Bob One perché facevo il commesso in un negozio di dischi a Verona che si riforniva da lui. L’American Records, prima di essere un’etichetta, era un magazzino/grossista, come quelli ai tempi operativi a Milano. Gli feci sentire l’idea, gli piacque e stampò il mix». “The Bronx” è il primo su cui appare il nuovo logo. Archiviato l’insetto con le cuffie e il buffo pupazzetto che con una mano indica il nome della label e con le dita dell’altra fa il simbolo della vittoria, Attarantato sceglie una più semplice ed essenziale sigla, A.R., dai caratteri bianchi su fondo nero. Con questo nuovo look grafico più minimalista la sua etichetta approda in un decennio che riserverà più di qualche sorpresa e radicale rivoluzione. La musica house prende totalmente il sopravvento e parte una nuova collaborazione con un team di produzione perugino in cui spiccano i nomi di Giulio Benedetti e Leandro Papa. Sono loro gli autori di dischi come “Just Hold Back Feeling” di Red Zone Company (nome che allude chiaramente all’omonimo locale di Perugia, il Red Zone), “My Dream” di Stonehenge e soprattutto “Last Rhythm” di Last Rhythm, probabilmente il primo vero successo internazionale per la società discografica modenese che lo concede in licenza alla britannica Stress Records fondata da Dave Seaman.

Per il resto il primo lustro degli anni Novanta per l’etichetta di Attarantato trascorre senza particolari exploit. La causa probabilmente risiede in una non particolarmente accesa creatività e nella poca propensione all’innovazione. Il mieloso downtempo di “So Good” dei Black Roots, la house jazzata di “It’s Not Over Now” di Change Inc., la spaghetti mista a richiami new beat di “Phaedrus” di Over Noise, i collage di sample, alcuni diventati particolarmente noti, di “T-Dance” di Virus e “Ponta De Lanca Africano” di Zendy, le pianate di “Pump The Rhythm” di Jepson oltre al malcelato intento di seguire la scia di hit internazionali (“Beat Summer” di Marika Lenny, “Orion” di Over Noise, “Feel The Sound” di O.O.T.T., ed “Only For The Headstrong E.P.” di Teknoboys) non portano grossi risultati seppur in catalogo figurino pezzi discreti destinati ad essere riscoperti come “Why Not Jazz?” di B.F.I., “Fixation” di Techno Age Featuring DJ Phil Anthony, “Hoom” e “Sonar” di Virtual Roots, questi ultimi due prodotti da Daniele Baldelli e Claudio Tosi Brandi.

evoluzione del logo

L’evoluzione grafica del logo dell’American Records

Di tanto in tanto Attarantato concede ancora spiragli al rock come avviene per “Friends”, l’album dei T.M.A. del 1991 diventato quasi un cimelio, e all’eurodance che tra 1993 e 1996 domina il mainstream europeo e a cui si accosta con la cover di “Orinoco Flow” di Enya a firma Joy’s ed altri progetti minori come F.B., B.F.I. e Retrovision. Nel 1995 un nuovo input. Piero Zannoni alias Piero Zeta, DJ sin dal 1975 e che ha già accumulato qualche esperienza in studio di registrazione, propone ad Attarantato di rilanciare l’etichetta ma in modo nuovo. L’American Records risorgerà presto dal torpore con una ricca serie di nuovi nomi e pure un nuovo logo, una sorta di Statua della Libertà robotizzata, quarta (ed ultima) declinazione grafica che la accompagnerà sino al nuovo millennio.

Il progetto DJ’s United Grooves
“DJ’s United Grooves” è l’iniziativa discografica curata da Piero Zeta e patrocinata da Roberto Attarantato che nel 1995 apre di fatto un’era inedita dell’American Records ed inaugura le prime due etichette del nuovo corso, Sushi e Tomahawk. Raccolte in un doppio mix sono otto tracce, quattro sotto il segno di Sushi ed altrettante sotto quello di Tomahawk. Iniziano Stefano Noferini e Massimo Cominotto, rispettivamente con “Trumba Lumba” ed “Hall 9000”: entrambe si inseriscono nel solco della minimal techno con inserti percussivi ed acidi. Sul lato b ci sono “Sarhythm” di Piero Zeta & MC Hair e “Reflex Noise” di Killer Faber, con maggiori spunti progressive trance. Il 12″ della Tomahawk invece accoglie nei suoi solchi “Firing Line” di Alfredo Zanca, “Corvette” di Marco Bellini, “X-Fire” di Buba DJ (all’anagrafe Fabrizio Malpezzi) e “Glass Pyramid” di Simona Faraone di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui. Il tutto viene stampato anche in formato 10″ con due dischi colorati ed acquistabili separatamente ma privati della copertina (e quindi delle fotografie degli artisti coinvolti) sostituita da una busta plastificata.

Il progetto DUG

Le copertine di “DJ’s United Grooves”, in alto quelle del volume 1, in basso quelle del volume 2

“DJ’s United Grooves” raccoglie feedback positivi dai DJ orientati alla techno/progressive, piacevolmente sorpresi nel vedere raccolti sotto un’unica ala (in modo analogo a quanto avviene con la bresciana BXR del gruppo Media Records), molti nomi noti delle consolle. Prevedibile quindi che l’etichetta tenti di replicare il successo ed infatti nel dicembre 1996 esce “DJ’s United Grooves Vol. 2” che reca molte novità a partire dal maggior numero di artisti coinvolti, ben diciannove. A Sushi e Tomahawk inoltre si aggiunge una terza etichetta, Kyro, e vista l’entità del progetto Attarantato opta sia per il triplo vinile (picture disc e classico nero) che per il doppio CD. Riconfermati Stefano Noferini (con “Red & Yellow”), Alfredo Zanca (con “Fist Of Iron”) e Massimo Cominotto (con “The Wale”) a cui si aggiungono Marco Dionigi (con “The Warriors Woops”), The Big Buddha DJ Ivo Morini (con “The Poisonous”), Claudio Diva (con “The Twirl”), DJ Ricci (con “The Challenger”), Sinus (con “Sop”), Lello B. (con “Shining Ray”), Max B (con “Complex Journey”), DJ Ginger (con “Commander”), Gabry Fasano (con “Explosion K”), Fabietto Cataneo (con “Upper Horizon”) e Luca Morris (con “Sirius IV”). Più spazio anche alle DJ donne: Paola Peroni, Lady Max e Nadja presenziano rispettivamente con “D.A.S.H.”, “Momentary Trembling” e “Deviated Orbit”. Immancabile il curatore Piero Zeta, questa volta affiancato da Nevio M. con cui firma “Kiss Of Snake”. La versione in CD contiene una bonus track, “Dangerous Mission” di Bajotti. Col secondo atto di “DJ’s United Grooves” (che, come si vedrà più avanti, costituisce il “serbatoio” da cui vengono sviluppati progetti individuali per gran parte degli artisti coinvolti) la squadra dell’American Records fidelizza nuovi fan e consolida la propria posizione nella scena italiana anche grazie al supporto di DJ noti per le selezioni alternative come Francesco Farfa, Vincenzo Viceversa, Massimo Cominotto e Stefano Noferini che recensiscono con entusiasmo le pubblicazioni e le inseriscono nelle proprie top ten sui magazine di settore. Per una gestione più ottimale degli artisti inoltre nasce, nel ’96, il management Sirius X, facente capo alla stessa American Records.

Le etichette

SushiSushi
Tra le label “apripista” della fase creativa 2.0 dell’American Records, Sushi si fa notare sin da subito con un suono progressive trance talvolta ai margini di deviazioni goa. Ad inaugurare il catalogo sono due EP che Piero Zeta realizza con l’amico ravennate MC Hair (il futuro Andrea Doria). Zannoni, da buon A&R e coordinatore, coinvolge di continuo altri giovani desiderosi di incidere dischi come Alessandro Foietta (anche lui si farà notare tempo dopo come Alex D’Elia) e Luca Pirazzoli: con loro crea il progetto P.F.Z. partorendo la trance/hard trance di “Love To The Future (Change Your Man)”, che nella versione Hard riprende lo stile e le atmosfere del maggior successo dei tedeschi Sunbeam, “Outside World”. Più rarefatto invece il suono dei By-Pass e di Lady Max. Nel ’96 Zeta incide un altro EP, “Metamorphosis”, che include la cover di “Lucifer” degli Alan Parsons Project. Il volto del “DJ-diavolo” in copertina è di Attarantato. Segue il “Damned Fear EP” di Killer Faber, “The Return From Venus” di Venusia Feat. Nebula e “The Butterfly Flight” di Luca Cangini, anche quest’ultimo segnato da un remake, “Tenebre” di Claudio Simonetti, Fabio Pignatelli e Massimo Morante. Con un sound piuttosto spigoloso che di volta in volta bilancia l’apparato melodico con quello ritmico, la Sushi si presenta nel 1997, anno in cui è tra i partner del Trend In Tour organizzato dalla rivista Trend Discotec, con la coppia già rodata Ricci – Moratto. La loro “Lofty Journey” riesce a conquistare anche il pubblico teutonico e finisce in una compilation della Vision Soundcarriers in compagnia di artisti del calibro di Marino Stephano, Binary Finary, Yves Deruyter e Da Hool. Più marcatamente italiano lo stile del “Dolphin EP” di Alex V., Cristiano e Peo DJ. Ricci poi cede alla Sushi un suo nuovo brano, “The X-Clone”. Sul lato b c’è “Let It All Hang Out” in cui trovano alloggio sample presi dall’omonimo rock degli Hombres. “X Clone” riappare pochi mesi più tardi attraverso due remix realizzati da Miss Groovy (in stile hardcore) e Sinus che così ripaga la versione approntata dal compianto Testoni per “Blob”. Tra i nuovi artisti messi sotto contratto ci sono Billy e Luca Fares che firmano insieme “The Night Eyes”. Fares torna anche in versione solista con “Analog Key EP” in cui alterna soluzioni hard e soft con qualche citazione di hoover sound ed una capatina nel minimal. Fra gli ultimi invece ad approdare su Sushi ci sono gli ancora attivi The Dolphins (Alessandro Veneri, Cristiano Valentini e Giacomo D. Peo), Shock DJ e Corrado Monti.

TomahawkTomahawk
Pur rimanendo ancorata a matrici progressive trance, la Tomahawk si propone di rinverdire un filone quasi del tutto dimenticato negli anni Novanta, il cosiddetto afro o cosmic disco legato a locali come Baia Degli Angeli, Cosmic, Typhoon, Chicago, Ciak e Melody Mecca e che ai tempi in pochissimi (come Marco Dionigi) continuano a coltivare. Il concetto di afro, mischiato con la cultura dei nativi americani, genera dunque il concept della label graficamente simboleggiata da un totem e dalla tipica ascia da battaglia delle tribù indiane immortalata in centinaia di tavole del Tex Willer bonelliano, il tomahawk per l’appunto. I primi EP li firmano Buba DJ, DJ Spada e Simona Faraone a cui seguono quelli di The Big Buddha (Ivo Morini), Alfredo Zanca e Claudio Diva. Particolarmente rilevante è il “Totem EP” del 1996 firmato da due alfieri dell’afro, Daniele Baldelli e Claudio Tosi Brandi alias T.B.C.: battuta rallentata ed una spruzzata di psichedelia virata 90s sono i punti salienti del loro lavoro. Per Attarantato non è la prima esperienza nel mondo “cosmico” visto che esattamente dieci anni prima pubblica “Sesta Traccia” di Meo. Tra 1997 e 1998 alla squadra si aggiungono Eric King, cultore dell’afro sound, il salentino Kristian Caggiano, DJ resident al Metropolis di Surbo, DJ Quick & Paolo Cecchetto. Gli ultimi ad incidere prima della chiusura, nel 1999, sono invece Alex Neve e il misterioso Giant’s, nomignolo adottato presumibilmente da Attarantato per confezionare nuove versioni di “Trumba Lumba” di Stefano Noferini, inclusa nel primo volume di “DJ’s United Grooves”.

KyroKyro
Trainata dal payoff “alternative sound”, la Kyro debutta con gli EP di Luca Facchini, Alby – Slot – Steve J.D. e Dave Devil. A differenza di Sushi e Tomahawk, Kyro vorrebbe muoversi verso scenari differenti anche se poi resta vincolata a soluzioni progressive trance tinte, a seconda delle occasioni, di acid, techno e minimal. “Hunting” degli S.M. System (DJ Silver e Luca Morris), “Carlotta’s EP” di Max-B e Pepe DJ, “Purple Eyes EP” di Bajotti ed “Explosive Formula EP” di Luca Facchini aiutano la diffusione del marchio ma a rivelarsi particolarmente fortunato è l’arrivo di Nadja, ex ballerina jazz e speaker radiofonica diventata DJ su suggerimento di Angelo Ferruzza, suo manager. Tra 1996 e 1997 la milanese, a cui piace sfoggiare capelli colorati a tinte forti, è regular guest in locali come il Sinatra di Vergiate (Varese) e l’Hacienda di Finale Ligure, e viene coinvolta dalla rivista Trend Discotec sia come resident DJ del Trend In Tour, sia in qualità di reviewer sulle proprie pagine. “6th Orbit” è il primo dei tre EP che incide su Kyro. Morris torna anche in solitaria col “The Droid Experience EP” contraddistinto da una copertina in stile sci-fi, ma sarà Massimo ‘Max B’ Bonomi l’artista più attivo dell’etichetta con ben sei EP incisi tra 1995 e 1999. Fugaci comparsate invece per Ginger (Il Comandante), Hattacker e Max Giola.

SinusSinus
La Sinus è tra le etichette di punta del gruppo American Records. A curarla è Fabrizio Pasquali, disc jockey che il pubblico della discoteca Le Cave di Vintebbio – Serravalle Sesia, in provincia di Vercelli, conosce bene come DJ Pareti. All’attivo Pasquali ha già qualche disco come il doppio “Perversione”, prodotto da Tony Carrasco nel ’92, “Machinery” e “Risonanza Magnetica”, ma per l’avventura con Attarantato opta per un nuovo nome, Sinus appunto. A tagliare il nastro inaugurale è “Novation”, un 12″ con la copertina sostituita dalla busta marrone usata dai panifici e in cui si scorgono alcuni elementi caratteristici del suo stile ossia ritmi minimali, implacabili rullate di snare e massiccio uso di suoni derivati dall’acid ma non riconducibili direttamente alla classica TB-303. Questi ingredienti sono alla base di “Blob”, suonatissimo nel circolo progressive, remixato da Ricci DJ e probabile ispirazione per “Taub?” che Mauro Picotto firma Megamind nel 1999. Analogamente a “Novation”, parte della tiratura viene commercializzata nella busta del pane ma bianca. “Blob” inoltre viene remixato anche dai tedeschi Nalin & Kane che lo licenziano in Germania sulla loro Superfly circa un anno prima del successo internazionale di “Beachball”. Ogni 12″ viene prodotto da Pasquali talvolta dietro il moniker J.J.Jam con l’intervento di personaggi non meglio identificati, come Phil Williams e DJ Thabata. Discreto successo nei club viene raccolto dal remix di “Es Como La Cocaina”, disponibile anche su vinile arancione, e “Sine Wave” edito su 7″ giallo. “Zoom”, dell’autunno ’98, è supportato da Christian Hornbostel in 100% Rendimento su Italia Network che ben accoglie pure “Antibody” di S&B (Sinus & Bob One), uscito ad inizio ’99 e preso in licenza per il territorio tedesco dalla 3 Lanka (che in catalogo ha i successi di Legend B, Cenith X e Orinoko) la quale ne commissiona un remix agli Aquaplex. In quel periodo a facilitare la distribuzione in Germania della Sinus è la Cosimo Records. Sempre nel ’99 tocca a “Go Blow EP” che contiene “Playful (Tripping)”, quasi una cover di “Phuture Vibes” di Mellow Trax, e a poco altro ma scarsamente rilevante sul piano creativo.

Speed ZoneSpeed Zone
Lanciata nel 1996, la Speed Zone si pone sul crocevia tra techno “all’italiana” e progressive trance centroeuropea. Dopo l’album dei The Fog Noise che apre il catalogo giunge l'”Idea Project EP” trainato da “Virtual Shadows” di Toni D.B., poco più di una copia di “Seven Days And One Week” dei B.B.E. ma che ottiene fortunati passaggi su Radio DeeJay. Attarantato e Lo Nardo poi producono una cover di “Sweet Child O’Mine” dei Guns N’ Roses che piace al “popolo della progressive” che balla con le zeppe della Buffalo e le tshirt della Magilla e BSA. Lo stile resta il medesimo per le pubblicazioni successive, con qualche intrusione nell’hard trance in stile Street Parade coi S.U.E.N. e la coppia Gianni Pellegrino/Battysta Parisi.

Sub GroundSub Ground
In scia al successo ottenuto da Serious Danger con “Deeper”, Attarantato fonda un marchio dedicato, almeno nella fase iniziale, alla speed garage. Nel 1997 nasce quindi la Sub Ground che parte con “Screen Test” di B.O. & F.L.N., sigla acronomizzata dietro cui si cela lo stesso Bob One e il fido collaboratore Filippo Lo Nardo. Il seguito, “We Can Make” di Labocca (Mauro Mbs ed Albino Barbero) è l’unico prodotto al di fuori del Dream Studio visto che i restanti due, “Burn Me Up Inside” di B.B.J. e “Triangle” di M’House-B, recano ancora la firma della coppia Attarantato-Lo Nardo. “Triangle”, nello specifico, è il brano con cui Max B si cimenta per la prima volta nella house, dichiarandolo anche attraverso l’alias rivelatore. La scelta di investire sulla speed garage non viene premiata giacché il genere, dopo un forte hype iniziale sbocciato nei club underground d’oltremanica, viene frettolosamente archiviato dal grande pubblico. Sub Ground diventa quindi il “tentacolo” con cui il gruppo modenese abbraccia la house music, sino a questo momento estromessa dal nuovo assetto organizzativo.

SilosSilos Records
Stilisticamente scollegata dalle altre etichette dell’American Records, la Silos Records parte nel 1995 con l’eurodance di Rayal ed è la label più pop del gruppo modenese che in tal modo riprende il discorso lasciato in sospeso dalla Projecto One, marchio varato nel ’92 e legato a deviazioni latine. Seguono altre produzioni nate per coprire il segmento italodance / eurodance come “Take Me To A Place So High” dei tedeschi Back To Back (preso in licenza dalla Prefix), “I Love You” di Six Sounds, “Lonely” di Power Master, i due 12″ della presunta interprete polacca Marzena Wisniewska che Attarantato produce come Robyerik, “Come On In My Way” di Two From Street e “Disco Bau” di Witty DJ e Dance Lab. Poi tocca al latino con “Pequeña Oración” di B.F.I. e con Antonio Da Costa che firma vari singoli (tra cui “Parranda”, un classico tra i balli di gruppo) ed anche un album, “Il Ginecologo Del Ritmo”, del 1998.

StartStart Records
Finanziata dal prematuramente scomparso Mauro Moroni e nata da un suggerimento del compositore Marco Angelici alias Mark Angel affiancato da due DJ capitolini, Luigi Di Filippo ed Emiliano Mosci alias D.Lewis & Emix, la Start Records viene distribuita e supportata editorialmente dall’American Records entrando ufficialmente a far parte del suo roster, così come attestano numerosi advertising dell’epoca. Il primo dei tre 12″ pubblicati, tutti nel 1997, è “Pulsar EP” di Mark Angel, coprodotto dai menzionati Di Filippo e Mosci ed oggi ben quotato sul mercato dell’usato perché particolarmente ambito dai collezionisti di progressive trance. Seguono due various: “Revolution EP” in cui viene coinvolto, oltre ai già citati Mark Angel, D.Lewis ed Emix, il toscano Sandro Vibot, e “Hallmark EP”, dove ai “soliti” Angelici, Di Filippo e Mosci si aggiungono Sandro De Leo e Vincenzo Viceversa. Il brano di quest’ultimo si intitola “Earthquake” e, come rivela lo stesso autore, viene inciso all’indomani del terremoto del 26 settembre 1997. «La grancassa che faceva da ritornello richiamava il boato che si sentì quando la terra iniziò a tremare, mentre il lamento vocale campionato simulava lo spavento provato per la scossa tellurica» spiega il DJ umbro.

StatusStatus Records
Anche la nascita della Status Records è legata al supporto economico di Mauro Moroni e per questo si può considerare come “sorella” della sopracitata Start Records. Stilisticamente imbocca un percorso più affine alla progressive techno che alla trance, presto rivelato dallo “Stypen EP” dei Model 2016, progetto di Luigi Di Filippo ed Emiliano Mosci apparso sul mercato nella primavera del 1997. Sono sempre loro gli autori del “Tin Plus EP” a cui ovviamente partecipa anche Mark Angel, in cui fanno sfoggio suoni iconici evergreen (TR-808, TB-303) con concessioni al bleepy. La ricetta non varia per gli ultimi due, “Polyhedric EP” di D.Lewis e “Double B EP” di Emix.

La testimonianza di Piero Zeta

Piero Zeta e Viceversa al Red Zone di Perugia, 1996

Piero Zeta e Vincenzo Viceversa al Red Zone di Perugia nel 1996

Come entri in contatto con Roberto Attarantato?
Lo conoscevo sin dai primi anni Ottanta, ero un cliente del suo negozio di dischi quando iniziai a lavorare per Le Cupole, un locale storico di Castel Bolognese, in provincia di Ravenna. Lì mi portò le prime volte Walter Malucelli di Bologna, gestore della discoteca.

A cosa si ispiravano Sushi, Tomahawk e Kyro?
Cercai di intraprendere un discorso più progressive trance/hardtrance con la Sushi, sulla linea che contraddistingueva le mie performance, ed una più tribal techno per la Tomahawk. A queste due etichette se ne aggiunse una terza, la Kyro, nata per seguire direzioni con bpm più bassi e sonorità electro, in riferimento a molte cose che si suonavano in occasione degli afterhour a Il Gatto E La Volpe di Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara, dove ero resident con Ricci, Cirillo, MC Hair e Luca Morris. Proprio lì raccolsi i giusti contatti per sviluppare progetti importanti come i due volumi di “DJ’s United Grooves”, allargando maggiormente il giro delle conoscenze e della distribuzione dei dischi promozionali. In quegli anni gestivo anche un negozio di dischi, il Mixopiù a Faenza, attraverso cui ho seguito personalmente e per lungo tempo i maggiori DJ del settore techno/progressive, e ciò mi diede la possibilità di entrare in contatto con un numero sempre maggiore di persone.

Quanto vendeva mediamente un disco delle etichette da te curate?
Solitamente stampavamo mille, duemila o tremila copie di ogni pubblicazione, a cui si aggiungevano i promo white label. La tiratura variava a seconda dell’artista e del progetto. Per alcuni numeri di catalogo (fra cui le mie produzioni) superammo le ottomila copie vendute. I brani dei cataloghi Sushi, Tomahawk e Kyro inoltre furono inseriti in varie compilation ed entrarono nelle top chart del settore, oltre ad essere suonati dai maggiori DJ, sia italiani che stranieri.

Dove venivano realizzati i brani? Tutto avveniva nel Dream Studio coordinato da Filippo Lo Nardo oppure c’è stato chi li abbozzava altrove per poi finalizzarli a Modena?
Io avevo uno studio di registrazione a Ravenna già da qualche anno in cui realizzai diversi dischi con MC Hair per altre label ma, a quanto ricordo, il 90% dei pezzi del repertorio American Records furono realizzati nel Dream Studio, a Modena, con Filippo Lo Nardo.

C’è qualche artista che avresti voluto annoverare ma che per varie ragioni non è stato possibile mettere sotto contratto?
Credo di essere riuscito a coinvolgere tutti coloro che avrei voluto in squadra e continuai a scegliere artisti anche quando abbandonai l’American Records, all’inizio del 1997, per dedicarmi alla direzione di un paio di etichette della Enterprise Records di Claudio Zennaro alias Einstein Doctor DJ, ossia la Delta City e la Hex Sound Technology Research, ai tempi marketizzate dalla Media Records. Inoltre, sempre nel 1997, iniziai a produrre e stampare anche sulla mia label, la Gothic Ltd, coinvolgendo ulteriormente nuovi artisti.

Creare una squadra di soli DJ voleva, in un certo senso, rappresentare un’alternativa alla BXR della Media Records (dove peraltro finiscono un paio di artisti di DJ’s United Grooves, Massimo Cominotto e Gabry Fasano) e alla Stik?
I primi progetti di gruppo nacquero diversi anni prima e in ogni caso la Media Records non aveva mai fatto dischi con quel concept. Inoltre io non amavo legare contrattualmente i DJ infatti ognuno di loro ha seguito la strada che riteneva fosse migliore. In seguito ho dato vita ad altri progetti “various” su Subway, Ipnotika, Activa e Stik.

Piero Zeta, Buba DJ e MC Hair da ReMix, Roma, 1996

Piero Zeta insieme a Buba DJ (a sinistra) ed MC Hair (a destra) immortalati da ReMix, a Roma, nel 1996

Chi curava l’aspetto grafico?
Tutte le copertine, adesivi ma pure tshirt e gadget vari nati in quegli anni furono frutto di scelte mie e di Bob One. Penso di avere dato la giusta spinta al gruppo American Records per sviluppare altre etichette che si aggiunsero dopo il mio abbandono.

Nel 1999 l’attività di tutte le label nate all’interno dell’American Records inizia a diradarsi sino a sparire del tutto: cosa avvenne?
Non saprei perché ai tempi non facevo più parte del team di Bob One. Però se ad una casa togli i mattoni da sotto è facile immaginare cosa possa accadere.

Sei rimasto in contatto con Attarantato?
Negli ultimi quindici anni l’ho visto e sentito solo una volta: passando da Modena decisi di fermarmi per salutarlo.

Credi che in futuro i cataloghi potrebbero essere riversati in digitale, come avvenuto per molte altre etichette operative ai tempi?
Sarebbe un’ottima idea quella di digitalizzare i cataloghi ma non spetta a me tirarli fuori.

advertising tra 1995 e 1998

Vari advertising dell’American Records risalenti al triennio 1995-1998

I ricordi di alcuni artisti

Buba DJ
«Negli anni Novanta tutto era perfetto per la musica, i locali, i DJ, la gente e il vinile. Conobbi innumerevoli persone e seguii tantissimi DJ, ero un PR con la musica nel cuore. Restai affascinato nel vedere suonare e mixare i dischi ed ho trascorso anni dietro le consolle cercando di imparare. Poi iniziai a fare le prime feste private proponendo musica tribale/progressive in set che duravano circa tre ore e con stupore mi resi conto che quell’attività soddisfaceva sia me, musicalmente, ma soprattutto il pubblico che in poche settimane crebbe notevolmente. Una mattina, ad un afterhour da me organizzato e a cui presero parte oltre cinquecento persone, si presentò Piero Zeta. Mi portò a suonare in un locale storico dell’Emilia-Romagna ossia Il Gatto E La Volpe dove divenni resident il venerdì sera. Fu sempre Piero a suggerirmi di produrre un disco e mi presentò Bob One. All’American Records entrai per la prima volta in uno studio di registrazione e conobbi Filippo Lo Nardo con cui mi misi subito al lavoro. Impostammo la Tomahawk di cui vado veramente fiero, soprattutto perché fui il prescelto per “battezzarla” col mio “Alternative Sound EP” del 1995. Fu un’esperienza fantastica che però, come tutte le cose belle, finì. Avrei preferito gestire un’etichetta per promuovere il mio genere musicale ma ciò non fu possibile, pur avendo ottimi rapporti col management. Le potenzialità di quel team non furono utilizzate male ma secondo il mio punto di vista potevano essere gestite meglio. Recentemente sono tornato a produrre musica, questa volta con la mia personale label. La prima uscita su vinile vedrà luce a maggio 2018».

Claudio Diva
«Conoscevo Roberto (per me sempre e solo Bob One) sin dalla metà degli anni Ottanta, ma i nostri rapporti si strinsero soprattutto ai tempi della Discomagic, nei primi Novanta. Settimanalmente veniva ad approvvigionarsi di dischi per il suo negozio ma anche per portare le proprie produzioni in distribuzione. In quel periodo il fenomeno techno/progressive stava espandendosi a macchia d’olio in tutta Italia e su alcune etichette dell’American Records, come Sushi, Kyro e Speed Zone, confluivano i suoni e le produzioni di molti DJ, in particolare quelli vicini alla costa est italiana. Erano dischi che venivano proposti da parecchi DJ in auge allora. Tra le varie label mi piaceva molto la Tomahawk, di stampo progressive ma caratterizzata da suoni e stesure “dritte” e tribali. Ho sempre amato proporre questo tipo di sonorità e in virtù di ciò nacque la collaborazione che mi permise di accostare il mio nome su tre uscite discografiche ed una traccia racchiusa in un EP. Il progetto non durò tanto e col senno di poi potrei dire che si sarebbe potuto fare meglio, ma bisogna tenere conto che parliamo di una realtà sorta oltre venti anni fa. La struttura ai tempi era ridotta a poche persone e soprattutto non c’era la possibilità di comunicazione e promozione digitale come ora. Credo quindi che ogni situazione abbia il suo “tempo” ed è sempre difficile rapportare il tutto ai giorni nostri. I miei ricordi più belli sono legati alle prime produzioni di Sinus sull’etichetta omonima: ricordo come se fosse ieri quando Bob One mi portò il primo 12″ promozionale, la classica white label stampata solo da un lato. Si innescò una ricerca spasmodica per quel disco, negozianti e DJ aspettarono l’uscita ufficiale strappandosi di mano le copie ancor prima che fossero scaricate dal furgone e portate in magazzino».

Luca Morris
«Avevo iniziato da pochi anni la carriera da DJ e lavoravo molto in Emilia-Romagna in locali come Il Gatto E La Volpe, Picchio Rosso e Marabù. Conobbi Roberto Attarantato nel 1995 tramite un amico comune, il mitico Silver che mi portava con lui nel suo magazzino a comprare dischi. Il mio primo 12″ su Kyro, “Hunting” di S.M. System, era infatti una coproduzione con Silver, a cui fece seguito nel 1996 un EP, questa volta tutto mio, “The Droid Experience”, e un paio di tracce per dei various. Credo che il progetto di Bob One avesse molte potenzialità che però rimasero un po’ inespresse, sia perché uscì troppo materiale a scapito della qualità, sia perché la distribuzione non era capillare. Però queste sono solo mie teorie, magari totalmente sbagliate. Roberto lo ricordo in termini molto positivi, è stato bellissimo lavorare con lui e col suo team. In studio era veramente un grande e non ha raccolto quanto meritava, almeno in riferimento a quel periodo storico visto che non ho sue notizie dal 1998. Parlare di lui e dell’American Records mi ha dato l’occasione di ripensare ad un bel periodo della mia vita lavorativa».

Mark Angel
«Negli anni Novanta frequentavo l’ambiente radiofonico e di conseguenza anche quello dei DJ e della cosiddetta “musica di tendenza”. Essendo un appassionato di musica elettronica (possiedo l’intera discografia di Kraftwerk, Tangerine Dream e Jean-Michel Jarre, giusto per citarne alcuni) la mia stanzetta era un tripudio di sintetizzatori e vocoder. Mi venne l’idea di creare un’etichetta indipendente e parlai di questo progetto ad un caro amico, Mauro Moroni, con cui mi allenavo da tempo nella stessa palestra. Sapendo che a lui piacevano le trovate innovative e sperimentali, gli proposi di finanziare l’idea e senza battere ciglio accettò. A quel punto mancava il tocco del DJ che avrebbe reso ballabili le tracce, quindi mi rivolsi a Luigi Di Filippo (D.Lewis), disc jockey e producer affermato nell’ambiente house/progressive della capitale. Con la sua partecipazione entrò automaticamente nel team anche Emiliano ‘Emix’ Mosci, anche lui DJ/producer attivo nel genere progressive/techno. Tra di noi si creò subito un bellissimo rapporto lavorativo e di amicizia fatto di duro lavoro in studio ed affiatamento. Non ricordo nemmeno un solo momento di tensione o invidia, uno aiutava l’altro per la riuscita di ciò che stavamo facendo. Di quei ragazzi rammento con molto piacere l’elevato grado di professionalità, la cordialità e la simpatia. Per quanto riguarda i nomi delle etichette decidemmo tutti insieme e alla fine optammo per Start Records e Status Records, cercando di dare ad entrambe una collocazione stilistica (brani più “morbidi” sulla prima e tracce più spinte sulla seconda). Per quanto riguarda la distribuzione, se ne occupò Luigi visto che aveva già maturato conoscenze in quell’ambito. Mauro Moroni, figlio di un imprenditore, purtroppo ci ha prematuramente lasciati una ventina di anni fa per problemi di salute. Era il classico ragazzo della porta accanto, ricordo con piacere i viaggi condivisi con lui per andare all’American Records da Roberto Attarantato. In quel periodo demmo il massimo in relazione a ciò che la tecnologia dell’epoca permetteva di fare, l’unico rammarico è che tutto durò per un tempo limitato. Il mio “Pulsar EP” rimase parecchie settimane nella classifica progressive di Mondo Radio, la Working Progress Elevator, Emix aveva prodotto un pezzo strepitoso. Grazie alla sua traccia ci garantimmo la permanenza prolungata alle prime posizioni di quella classifica particolarmente seguita ai tempi. Andò discretamente anche a livello di vendite, conservo ancora qualche copia promozionale. Quella della Start e Status fu una bellissima avventura con persone eccezionali, eravamo tutti appassionatissimi di musica e non ci pesava affatto trascorrere la notte in studio. Un’esperienza assolutamente positiva che mi ha arricchito ed insegnato tanto e che rifarei ancora. Questi ricordi li dedico alla memoria del grande Mauro Moroni senza il quale quella bellissima avventura non avrebbe mai avuto inizio».

Massimo Cominotto
«Roberto Attarantato è stato un riferimento importante. Disponeva di un enorme magazzino di vinili, Dio sa quante perle ho trovato da lui oltre a materiale di importazione legato ai producer sconosciuti per il periodo come Jeff Mills, Plastikman e Steve Stoll che dovrebbero pagarci le royalties visto che li abbiamo opposti al grande pubblico italiano nei primissimi anni Novanta, quando la “tendenza” era rappresentata da quattro dischetti con la cassa in quattro e un organetto sopra. Erano tempi pionieristici, Attarantato aveva un piccolo studio di registrazione e un tecnico che faceva pressoché tutto, dal musicista all’ingegnere del suono, eppure con quelle etichette collaboravano gran parte dei DJ di riferimento del periodo. Allora si procedeva a tentoni, alla cieca. I suoni erano molto grezzi anche per i tempi ma era la caratteristica della label e comunque un elemento distintivo rispetto alle altre. Aneddoti? Roberto sembrava un po’ Lino Banfi ma era una persona di gran cuore, generosa. Lavorava moltissimo. Ricordo le cene ai vari ristoranti e il sabato sera, se ci si trovava nei pressi di Modena era impossibile non fermarsi per salutarlo. Amava stare coi ragazzi ed era molto attento a tutto quello che si diceva, alle tendenze e alla musica. Una grande persona».

Max B
«Quelli trascorsi all’American Records sono stati anni magnifici che hanno segnato la mia vita e che mi fa piacere ricordare. Tutto cominciò durante un piovoso pomeriggio autunnale modenese in quel di Via Repubblica di San Marino che poi divenne la mia seconda casa. Bob mi aspettava per programmare l’uscita di un EP su Kyro ma non ci conoscevamo ancora. Le label erano nate da poco ma da quel giorno divenimmo amici inseparabili per anni. Era un tipo particolare, di origini pugliesi e permaloso ma di gran cuore e con una cultura musicale incredibile. Aveva un passato da musicista orchestrale e poi si mise a fare il DJ quando la figura di questo era un misto tra l’animatore e lo speaker ed era chiamato per intervallare le pause delle orchestre. Divenne presto un mito per me, conosceva tutti quelli che lavoravano presso le distribuzioni milanesi e a Modena era un assoluto punto di riferimento per i DJ che compravano dischi nel suo negozio. In quell’enorme capannone, che lui chiamava “la miniera”, erano stipati migliaia di dischi. All’ingresso c’erano la moglie e la figlia che lavoravano con lui, al piano superiore il tecnico del suono, Filippo Lo Nardo, un altro personaggio incredibile che sembrava un ragioniere ma in grado di usare le macchine come un diavolo. La mente di tutto e il re assoluto di quel mondo restava sempre lui, Roberto Attarantato alias Bob One. Dopo un periodo di reciproca conoscenza partì il nostro connubio vincente. Lui gestiva alcune delle etichette che andavano per la maggiore in Italia, io lavoravo per Tendence Europe, magazine mensile della famiglia milanese Martinenghi che trattava moda e nightlife per cui curavo recensioni e classifiche nazionali di locali, PR e DJ, quindi il gioco era fatto: discografia e pubblicità nazionale generavano visibilità, ed anche i nomi più importanti cominciavano ad accorgersi che a Modena stesse nascendo qualcosa di incredibile e chiedevano in continuazione di collaborare. Sulle tre label principali del gruppo, Sushi, Tomahawk e Kyro, approdarono artisti del calibro di Ricci, Gabry Fasano, Stefano Noferini e Claudio Diva e il progetto “DJ’s United Grooves” andò letteralmente a ruba. In questa escalation di successi le produzioni uscivano a raffica, una dietro l’altra, e le date a livello internazionale seguivano lo stesso ritmo. Avevamo spazi sulla carta stampata e cominciai a lavorare per il programma televisivo Crazy Dance. Come se non bastasse, un giorno si presentò Fabrizio Pareti con un nuovo progetto che Bob adottò subito. “Blob” fu l’apoteosi, divenne uno dei pezzi più suonati nelle discoteche e finì anche in radio. Seguirono le tournée all’estero e maxi feste in Italia. Tutto andò per il verso giusto, furono anni di ostriche e champagne insomma, ma poi iniziò il declino. Nella sua centralità e gestione patriarcale, Bob non riuscì a dare un’impronta manageriale al tutto e con la fine del fenomeno progressive ognuno cambiò pelle. Venne a mancare la coesione, il progetto condiviso naufragò e quella fu la fine di un sogno. Attarantato tornò ad occuparsi di distribuzione di dischi, Lo Nardo passò alla concorrenza, io cercavo di rimanere a galla iniziando un ping pong tra un club e l’altro, cominciando ad organizzare eventi. Ci allontanammo sempre più sino a limitare i contatti agli auguri di Natale mandati via internet. Finì tutto sebbene avessimo in mano un bazooka caricato a nitroglicerina. Ho provato ad analizzare più volte la situazione ma non sono mai riuscito a darmi una risposta certa. Probabilmente la causa fu l’inesperienza nel gestire in maniera aziendale ciò che ci stava capitando, forse non furono fatti investimenti adeguati per fare il classico salto di qualità, preferendo una gestione troppo casalinga. Gianfranco Bortolotti con molto meno fece molto di più con la sua Media Records. Al di là di ciò, comunque, sono stati anni di furore e rifarei tutto, nel bene e nel male».

Nevio M.
«Serbo un buon ricordo degli anni Novanta, in particolare il periodo che va dal 1993 al 1998 in cui ebbi modo di conoscere Bob Attarantato e la sua American Records. Nel 1993, insieme all’amico e socio Piero Zannoni, aprii un negozio di dischi a Faenza. Con pochi soldi ma tanto entusiasmo nacque il Mixopiù (di cui abbiamo dettagliatamente parlato in Decadance Extra, nda) e a rifornirci di vinili, CD, cassette e persino parte dell’arredamento fu proprio Bob. Qualche anno più tardi Piero e Bob lanciarono le nuove etichette discografiche orientate a techno, trance, tribal e progressive. A qualche progetto collaborai anche io. Ai tempi ero resident al Cellophane di Rimini ed avevo la fortuna di ricevere le copie promozionali in assoluta anteprima rispetto agli altri. Fui il primo, ad esempio, a suonare l’acetato di “Trumba Lumba” di Stefano Noferini, con diversi mesi d’anticipo rispetto alla pubblicazione ufficiale. Quando arrivò nei negozi ne vendemmo tantissimi visto che si era creata una spasmodica attesa. Devo ammettere che Bob era un ottimo imprenditore, su certe cose ci vedeva davvero lungo».

Cosa resta oggi dell’American Records?

AmericanRecords googlemaps

La vista dall’esterno dell’ultima sede dell’American Records (Google Maps, 2016)

Scomparsa dal mercato discografico con l’arrivo del Duemila, l’American Records ha lasciato ben poche tracce dietro di sé. L’ultima sede legale è al 115/A di Via Vincenzo Monti, a Modena. Google Maps aiuta a sbirciare all’esterno con una foto scattata a giugno 2016: l’insegna è ancora lì.

Sul versante internet, il sito legato al dominio http://www.americanrecords.it, nato il 13 aprile del 2000, viene creato mentre l’attività di produzione discografica cessa o comunque rallenta in modo significativo. Il sito web, lanciato quando la sede è ancora al 20 di Via Repubblica di San Marino, sempre a Modena, non ha subito praticamente alcuna modifica nel corso degli anni ad eccezione dell’area shop varata nel 2001, un negozio online che tratta svariati generi, dal rock al metal passando per la musica leggera, il che lascia supporre che l’American Records, dopo l’exploit nella seconda metà dei Novanta, sia tornata ad essere quello che era in origine, un negozio di dischi.

sitoweb 2001

Screenshot del sito dell’American Records (2001)

Voci di corridoio asseriscono che Attarantato abbia impiantato, in Via Repubblica di San Marino, una nuova società, la Bob Due Edizioni, che si occuperebbe di arredamento domestico ma è difficile stabilire se la notizia sia fondata. Certo è invece che dopo aver concluso la collaborazione con l’American Records, Filippo Lo Nardo ne inizia una nuova con un’altra etichetta modenese che si fa strada tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, la Stik, per cui produce “Pitfall” insieme a Ginger e qualche remix per Chicken Buns, Cosmic Commando e Wintermücke, quest’ultimo preso in licenza dalla Stik Trance curata per qualche tempo da Piero Zeta.

(Giosuè Impellizzeri)

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