La house e l’italodisco a Chicago: i ricordi di Benji Espinoza della D.J. International

Benji EspinozaLa house music nata negli States è una sorta di disco music realizzata con strumenti contrassegnati da numeri palindromi in larga parte ignorati dai musicisti perché considerati alla stregua di giocattoli o poco più. All’inizio quel filone interessa solo ristrette comunità ma nell’arco di un paio di anni cambia tutto. Da essere un sound edificato con mezzi di fortuna e in modo pressoché amatoriale, la house si trasforma in un affare colossale che da un lato macina creatività e rilevanti intuizioni e dall’altro genera fiumi di denaro. A spingerla, sin dall’inizio, verso le classifiche di vendita enfatizzandone le potenzialità crossover è la D.J. International Records, etichetta indipendente fondata a Chicago da Rocky Jones e dal braccio destro Benji Espinoza. Dalla prima sede, al 1158 W in Chicago Ave, vengono messi in circolazione brani diventati punti cardine del movimento, da “Music Is The Key” dei J.M. Silk a “Love Can’t Turn Around” di Farley “Jackmaster” Funk & Jesse Saunders, da “Move Your Body” di Marshall Jefferson a “Jack Your Body” di Steve “Silk” Hurley passando per “Promised Land” di Joe Smooth e l’hip house di Fast Eddie e Tyree Cooper. Da esperto e navigato venditore di dischi, Espinoza ripercorre l’esperienza nella D.J. International Records, sette anni decisamente pregni di storia.

Quando e come ti sei avventurato nel mondo della musica?
Nell’inverno del 1983 iniziai a lavorare come commesso da Babyo’s, un negozio nella zona nord-ovest di Chicago. Babyo’s era uno dei reporting store di Billboard, quindi ogni settimana le principali case discografiche ci mandavano il materiale promozionale dei loro artisti, come Madonna o Prince. Lì maturai le prime esperienze in marketing e promozione, attività che mi tornarono particolarmente utili un paio di anni più tardi quando uscirono i primi dischi house. Proprio tra le mura del Babyo’s incontrai Julian “Jumpin” Perez che ai tempi curava un programma radiofonico su WRRG. Sponsorizzammo il suo show e diventammo buoni amici. Fu lui a convincermi ad incontrare Rocky Jones anche perché vivevo, da circa un anno e mezzo, un rapporto particolarmente conflittuale col mio capo. A qualche mese da quel meeting, io e Rocky lanciammo la D.J. International Records e da quel momento in poi la house music avrebbe cominciato la sua ascesa. Il primo disco che pubblicammo, “Music Is The Key” dei J.M. Silk, raggiunse la nona posizione nella classifica di Billboard: era la prima volta che il mondo conosceva la musica house.

JM Silk

“Music Is The Key” dei J.M. Silk, primo disco pubblicato dalla D.J. International Records nel 1985 e, secondo Espinoza, anche il primo brano house della storia

A proposito dei primordi discografici della house: nel corso degli anni tantissimi hanno espresso la propria opinione circa il primo disco house pubblicato. C’è chi indica “Music Is The Answer” o “You Got Me Running” del compianto Colonel Abrams, chi “On And On” di Jesse Saunders ed anche chi, invece, opta per “The Music Got Me” dei Visual prodotti da Boyd Jarvis, passato a miglior vita nel 2018. Tu invece?
Non credo si possa parlare di house music in riferimento a pezzi editi prima del 1985, non c’è alcuna documentazione che attesti la nascita del genere prima di quell’anno. Le opinioni che si sono susseguite nel tempo, inoltre, non aiutano ad individuare niente di nuovo perché a parlare sono solo i fatti. “On And On” di Jesse Saunders, “Music Is The Answer” di Colonel Abrams e “The Music Got Me” dei Visual erano tutti brani dance. Il primo disco house invece fu “Music Is The Key” dei J.M. Silk, ed affermo ciò perché venne promosso e marketizzato come disco house sin dall’inizio, riuscendo ad entrare nella classifica di Billboard come dicevo prima. Qualche anno fa domandai a Boyd Jarvis dei Visual se nel 1983 avesse proposto “The Music Got Me” alla Prelude Records come brano house ma mi rispose di no, anche per lui quella era più gergalmente dance music. Jarvis fu gentile con me, sebbene un anno dopo quella domanda mi rimosse dagli amici su Facebook ma non prima di ricevere un suo like su un commento che chiariva proprio l’appartenenza del pezzo dei Visual alla dance e non alla house. La house music nel 1983 non esisteva ancora.

Come ricordi l’avvento della house music a Chicago?
Fu un periodo assolutamente eccitante sotto ogni aspetto. I party, i negozi di dischi, i DJ, gli artisti …davvero tutti furono rapiti da quel nuovo genere musicale che supportarono amorevolmente.

www.marioboncaldo.com

Lo screenshot del sito di Mario Boncaldo in cui il produttore afferma che la house music sia stato “un ennesimo prodotto made in Italy”

Diversi anni fa Mario Boncaldo scrisse sul suo sito: «Nel 1985 da “Dirty Talk” di Klein & MBO Rocky Jones, patron della celebre etichetta D.J. International Records, prese spunto e continuò il trend chiamandolo impropriamente The House Of Chicago. “La Casa di Forlì” sarebbe andata certamente poco lontano! Rifiutai, diverse volte, proposte accorate e suppliche di Rocky che mi voleva con lui a Chicago. Non sempre nella vita si fanno le cose giuste e lo si capisce purtroppo col senno di poi». Nel 2011 però, quando intervistai per la prima volta Jones, mi disse di non aver mai sentito parlare di Boncaldo a Chicago e che a fargli conoscere “Dirty Talk” fosti propri tu. Cosa ricordi di questa vicenda?
Io e Rocky incontrammo per la prima volta Mario Boncaldo al Midem di Cannes, in Francia, nel gennaio del 1987. Venne al nostro stand con l’intento di chiudere qualche accordo e venderci la sua musica, così come ai tempi si usava fare alle fiere di quel tipo. Ci propose diversi brani ma era solo dance/italodisco. Francamente non credo sapesse ancora nulla sulla house music in quel periodo. Gli intenti sono estremamente importanti. Se non c’è niente e nessuno che possa attestare a favore di ciò che, a posteriori, si sostiene di aver fatto, si sta bluffando. “Dirty Talk”, nello specifico, era un pezzo italodisco o dance, Boncaldo non aveva la benché minima intenzione di produrre house music nel 1982 perché la stessa house non era stata ancora inventata.

Molti produttori house di Chicago però, è bene rammentarlo, hanno ripetutamente dichiarato che tra le loro fonti primarie d’ispirazione ci fu anche l’italodisco, ovvero la dance prodotta in Italia sin dai primi anni Ottanta come risposta alla new wave e al synth pop del nord Europa, dopo il declino della disco music. Perché questo genere, piuttosto bistrattato in Italia soprattutto dalla critica, risultò invece seminale sia per la house che per la techno?
Amo l’italodisco! Ascoltai il primo pezzo italo tra la fine del 1980 e l’inizio del 1981, si trattava di “I’m Ready” dei Kano, un autentico successo sia a Chicago che negli States. L’italodisco era un genere molto popolare a Chicago tra il 1982 e il 1986, sia i DJ che i pionieri della house non potevano certamente ignorarla e ne rimasero influenzati. “MB Dance” di Chip E., ad esempio, era una sorta di remix/cover di “MBO Theme” di Klein & MBO.

New York (1986)

Da sinistra: Rob Manley e Mike Sefton della A&M Records insieme a Benji Espinoza e Rocky Jones (New York, 1986)

Quali sono i dieci brani italodisco che, a tuo avviso, hanno inciso maggiormente sui gusti e sull’istinto di coloro che a Chicago si dedicarono alla house dal 1985?
“I’m Ready” dei Kano, “Dirty Talk” ed “MBO Theme” di Klein & MBO, “I Need Love” di Capricorn, “Love-N-Music” di Ris, “Dance Forever” di Gaucho, “Problèmes D’Amour” di Alexander Robotnick (a cui abbiamo dedicato un articolo qui, nda), “Feel The Drive” di Doctor’s Cat, “Hypnotic Tango” di My Mine ed “I’m Hungry” di Stopp.

Come dettagliatamente descritto in questo reportage, a partire dal 1987 anche gli italiani iniziano a produrre house music. Alcuni DJ qui, a dire il vero, cominciano a proporla già tra 1985 e 1986 ma i primi dischi house o filo-house made in Italy giungono sul mercato solo dopo il successo europeo di “Pump Up The Volume” dei britannici M.A.R.R.S. che già apportano sensibili variazioni allo schema della house statunitense. Come consideri la prima ondata italo house, che tocca l’apice tra 1989 e 1990 con le hit internazionali di 49ers, Sueño Latino, FPI Project, Black Box e Double Dee?
L’italo house, analogamente all’italodisco, ebbe un fortissimo successo qui a Chicago. Nel 1989 Julian “Jumpin” Perez e Bad Boy Bill programmavano tantissima house prodotta in Italia su B96, un’emittente radiofonica pop di Chicago, e personalmente ho venduto centinaia di copie di quei dischi nel mio negozio, il D.J. Store. 49ers, Black Box e Double Dee erano tra i più richiesti. Tra le etichette invece ricordo la Irma Records, una delle più amate dai DJ alla ricerca di deep house underground. Brani di Sueño Latino, Jestofunk o Don Carlos sono ancora suonabilissimi, li amo.

Sbirciando le fotografie postate sul tuo profilo Facebook si scorgono anche altri dischi made in Italy, influenzati più dalla euro techno che dalla house, come “The Music Is Movin'” di Fargetta, “We Gonna Get” di R.A.F e il remix di “Thunder” di Mato Grosso realizzato da Digital Boy. Hai apprezzato quindi anche altre diramazioni stilistiche fiorite in Italia?
Certo: R.A.F., Mato Grosso, Fargetta, Lee Marrow e davvero tanti altri vendettero migliaia di copie a Chicago, grazie soprattutto ai citati Julian “Jumpin” Perez e Bad Boy Bill che passavano quei pezzi nei loro programmi su B96, una radio parecchio influente visto che ai tempi aveva circa due milioni di ascoltatori quotidiani. Gran parte di quelle tracce sono considerate a tutti gli effetti dei classici qui a Chicago.

Hip House

I primi album di Fast Eddie e Tyree Cooper editi dalla D.J. International Records tra 1988 e 1989

Alla fine degli anni Ottanta da Chicago prende avvio un altro trend musicale, quello dell’hip house, che conquisterà anche l’Europa (Italia inclusa), specialmente nel primo lustro dei Novanta con 2 In A Room, KC Flightt e gli Outhere Brothers, questi ultimi provenienti proprio dalla “città del vento”. Secondo quanto riportato in un articolo di Frank Owen sul numero di Spin del dicembre 1989, a coniare il termine “hip house” fu Fast Eddie, artista che seguivi in qualità di manager. Come ricordi quella particolare fusione di generi?
Tra la fine del 1987 e il 1988 ero il manager di Fast Eddie e di un altro artista iconico di quel movimento, Tyree Cooper. All’inizio entrambi producevano solo house ed acid (si sentano “The Whop”, “Acid Over” o “Jack The House”, nda). Eddie, in particolare, risultava particolarmente prolifico e così, per creare un diversivo al fine di dare più carattere alle sue tracce, io e Rocky gli suggerimmo di provare ad aggiungere ad esse una parte vocale. Seguì il consiglio e dopo poco tempo ci portò dei brani inediti che copiai su una cassetta per l’amico Julian Perez. Lui apprezzò immediatamente ed inserì quattro di quei pezzi in un set andato in onda su WBMX, che aveva milioni di ascoltatori. Credo che in quel momento si stesse sancendo la nascita dell’hip house a Chicago. Da lì a breve anche Tyree Cooper, incuriosito, iniziò a produrre hip house.

DJ International (around 1989)

Una foto scattata presumibilmente nel 1989 nella seconda sede della D.J. International Records, al 727 della Randolph Street. Il primo a sinistra è Fast Eddie mentre a destra, con la t-shirt bianca, c’è Martin Luna dei Mix Masters

Quali furono le migliori annate per la house music sotto il profilo creativo ed economico?
Non ho dubbi a proposito, i primi due anni di vita, quindi 1985 e 1986, sono stati memorabili. La nostra hit più importante fu “Jack Your Body” di Steve “Silk” Hurley, che nel 1986 vendette tra le 150.000 e le 200.000 copie, solo negli States. Nel 1985 invece di “Music Is The Key” dei J.M. Silk, il primo disco house della storia, ne piazzammo oltre 100.000. È importante però ricordare anche il ruolo centrale della scena newyorkese che avanzava insieme a quella di Chicago. Il mercato discografico di New York era il più rilevante degli Stati Uniti ed aveva già un suo sound, e per questo molti pensarono che la house lì avrebbe difficilmente attecchito ma non fu affatto così, la house music conquistò immediatamente i club della Grande Mela.

Rocky e Benji

Rocky Jones e Benji Espinoza in un recente scatto

Nella seconda metà degli anni Ottanta a Chicago sorsero dozzine di piccole etichette devote alla house, ma le più note ed influenti furono la D.J. International Records e la Trax Records. Come ricordi il dualismo con la struttura di Larry Sherman?
A Chicago si produceva tantissima musica house ma, per ovvi motivi, sia D.J. International Records che Trax Records non avrebbero potuto pubblicarla tutta, quindi sorsero come funghi micro etichette create per dare libero sfogo alla creatività dei produttori. Riguardo l’antagonismo a cui ti riferisci, l’etichetta di Sherman era più orientata ad un sound underground destinato ai club, fatto di house minimale realizzata con pochi elementi, mentre la nostra cercò un approccio maggiormente radiofonico attraverso un suono che potesse diventare globale e quindi abbracciare un pubblico più vasto.

Nonostante entrambe abbiano ricoperto un ruolo centrale nella genesi della house music, sia D.J. International Records che Trax Records collassano pochi anni dopo, quando il business si trasferisce principalmente in Europa, dove è il Regno Unito a fare da traino. A New York resistono solide realtà come Strictly Rhythm, Nu Groove o Nervous Records, ma a Chicago pare che quasi tutto finisca in cenere, fatta eccezione per poche etichette come Dance Mania o House Jam Records. Come mai?
La D.J. International Records si distinse dal 1985 al 1991. Nel corso di quel periodo la house music assunse nuove forme e diramazioni generando sottogeneri come l’acid house, la deep house o l’hip house, ma gli anni Novanta videro la netta ascesa della techno che tolse inesorabilmente spazio e terreno alla house, soprattutto nelle classifiche di vendita. Nel 1991, dopo circa sei anni, iniziai a pensare di lasciare la D.J. International Records, cosa che effettivamente feci tra il 1992 e il 1993, quando non ero più soddisfatto di cosa stessimo facendo. La techno divenne un fenomeno imponente e la house music tornò nell’underground. Fortunatamente non mancò chi, come la Cajual Records di Green Velvet, si adoperò attivamente per riportare la scena di Chicago agli antichi splendori.

Ritieni ci sia stato un artista o un brano in particolare ad aver reso la house music un fenomeno internazionale?
No, penso che la house sia diventata globale in virtù della sua intensità come genere musicale e non grazie ad un artista nello specifico. Certo, ci furono produttori come Farley “Jackmaster” Funk o “Steve “Silk” Hurley che raggiunsero i vertici delle classifiche di vendita europee e questo senza dubbio aiutò non poco la house a consolidarsi a livello planetario, ma resto del parere che ad affermarsi fu il genere piuttosto che un brano o un interprete.

Benji e Maurice Joshua (2013)

Benji Espinoza insieme a Maurice Joshua, altro decano della scena house chicagoana

Riguardo il DJing invece, oggi chi potrebbe rappresentare meglio la figura chiave di questa professione?
È difficile stabilirlo perché esistono migliaia di DJ rappresentativi nel proprio filone. Ralphi Rosario nel tribal, Derrick Carter o Roy Davis Jr. nel suono più underground, Green Velvet nella techno … probabilmente il posto d’onore spetterebbe a Frankie Knuckles, se fosse ancora vivo.

Ci sono anche tanti DJ sottovalutati. Chi meriterebbe di più?
Oggi un DJ deve essere necessariamente anche un produttore ed incidere il pezzo giusto per far valere le proprie qualità. Di talenti sparsi nel mondo e purtroppo ignorati ne esistono tantissimi.

DMC London (1987)

Espinoza (al centro) e Rocky Jones (il primo da sinistra) presso la Royal Albert Hall di Londra dove sono in giuria per i campionati DMC (1987)

Come giudichi il panorama odierno?
Da quando le regole del gioco sono cambiate penso sia nato una sorta di divario tra la house music e i DJ. Mi spiego meglio: prima della nascita della house, il DJ era solo un DJ, ovvero selezionava e mixava musica altrui. Poi divenne anche produttore, creando i propri brani. Adesso invece il DJ è un artista in senso lato più vicino alla figura del performer, e a portarlo verso questo nuovo ruolo credo siano stati i rave dei primi anni Novanta. Nel 1999 Bad Boy Bill mi disse che avrebbe smesso per un po’ di tempo di esibirsi come DJ per concentrarsi maggiormente sulla produzione, attività che avrebbe portato benefici alla sua carriera. Fece la cosa giusta.

Cosa vedi negli anni che verranno?
Già da qualche tempo assistiamo alla rinascita del vinile che sostituirà le vendite dei file digitali perché il disco assicura un margine di guadagno più alto all’artista. Personalmente auspico il ritorno dell’underground che potrebbe aiutare a far riemergere la scena house di Chicago. Le solide basi della house music furono gettate proprio nell’underground, è da lì che bisogna ripartire.

(Giosuè Impellizzeri)

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Adamski – Killer (MCA Records)

Adamski - KillerAdamski è uno di quegli artisti che tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta emergono dal mondo dei rave d’oltremanica, vituperato e contestato ad alta voce tanto da scatenare una vera e propria azione dell’allora primo ministro Margaret Thatcher. Come ricordano Bill Brewster e Frank Broughton nel libro “Last Night A DJ Saved My Life”, il governo avvia la crociata contro la terribile minaccia dei rave non solo perché in quei posti poco raccomandabili si abusa di droghe ma anche per la totale illegalità che regna nell’organizzazione degli stessi. “La musica pop di una cultura giovanile veniva specificamente vietata, techno ed house, descritte nel Criminal Justice Bill come sonorità interamente o prevalentemente caratterizzate dall’emissione di ritmi ripetitivi in rapida successione, dimostrava quanto seriamente il governo prendesse la minaccia della cultura dance con la sua combinazione di musica, droghe e masse di giovani carichi di energia”.

La lotta ai rave, all’acid house e alla techno però non è sufficiente per arginare la vivacità e la creatività di moltissimi “adepti degli smile” tra cui un certo Adam Tinley che a poco più di vent’anni diventa Adamski, ispirato dall’ufologo polacco George Adamski. Il britannico ha già qualche esperienza discografica alle spalle: nel 1979, undicenne ed insieme al fratello minore Dominic che di anni ne ha appena cinque, registra un paio di canzoni (come “Baby Sitters”) e le manda alla Fast Product di Bob Last, il manager degli Human League. L’etichetta le inserisce nella compilation “Earcom 3” ed ottiene clamorosamente giudizi positivi da magazine come Smash Hits e Melody Maker e da personaggi del calibro di John Peel che i pezzi dei due marmocchi li suona persino nel suo programma su BBC Radio 1. Nel 1988 invece incide “Identity” di Diskord Datkord, questa volta col fratello maggiore Mark e Johnny Melton (quello degli Specimen e poi in Atomizer) e nel 1989 prende parte a “Better Days” di Jimi Polo. «Non fui coinvolto nella produzione di “Better Days”, mi limitai a suonare l’assolo di pianoforte ma ero lì mentre Jimi registrava i vocal e probabilmente imparai qualcosa» racconta oggi Tinley. «A Jimi Polo devo tantissimo, fu lui a farmi conoscere alcuni nomi leggendari della house di Chicago come Robert Owens e Marshall Jefferson. Un giorno, nella mia cameretta, Adonis si mise a suonare una tastiera ed io rimasi davanti a lui impalato, completamente stupefatto per ciò a cui stavo assistendo. Quei ragazzi erano una specie di semidei e per me fu come avere Gesù o Krishna ospiti a cena».

A mostrare interesse per la musica di Adamski è una major, la MCA Records, che fa incetta di varie registrazioni live effettuate nei club e nei rave per dare corpo a “Liveandirect” del 1989. Ad aprire la tracklist è “N-R-G”, estratto come singolo e per cui, pare, la MCA abbia sborsato 2500 sterline per l’utilizzo senza autorizzazione sulla copertina della bottiglia del soft drink Lucozade. «Prima della MCA si fece avanti la KLF Communications avanzando una proposta che stupidamente rifiutai. Bill Drummond mi pregò di non firmare il contratto con una major ma non seguii il suo consiglio. Paul Oakenfold invece, con cui ai tempi suonai spesso ad Ibiza, mi voleva su Profile Records. Probabilmente avrei vissuto un periodo migliore con entrambe, artisticamente e spiritualmente, ma forse non sarebbero state in grado di generare l’hype che invece creò la MCA».

Il secondo singolo di Adamski, pubblicato a marzo del 1990, è “Killer”, di cui sono già stati svelati molti dettagli e retroscena (come sulle pagine del The Guardian). È il brano che porta Tinley ad un nuovo livello, non più relegato alla sola sfera delle discoteche e dei rave, e come un grimaldello apre le porte del pop ed ovviamente anche quelle di Top Of The Pops. «Scrissi le parti e le programmai in circa quindici minuti o almeno così ricordo, talvolta il tempo impiegato per creare musica scorre più velocemente rispetto a quello reale. Usai un sintetizzatore Ensoniq SQ-80 (che possiedo ancora oggi) per realizzare le sezioni musicali, la Roland TR-909 per gran parte della ritmica e una Yamaha (o qualcosa di simile) per quegli accenni tribali che seguono il basso. “Killer” nacque in modo piuttosto fortuito visto che quando collegai gli strumenti solo i suoni della Oberheim DMX risposero alle note MIDI del bassline ma il risultato, sebbene non fosse quello che immaginavo, mi piacque, era qualcosa piuttosto dark e trionfale. Correva il 1989, fine estate. Suonai la prima versione al closing party dell’Amnesia, ad Ibiza».

Uno dei punti-chiave del brano è senza dubbio il disegno di basso, concetto che viene sottolineato, forse involontariamente, dal titolo della prima traccia incisa sul lato b, “Bass Line Changed My Life”. Ad un ascolto attento il basso in questione potrebbe rammentare quello di “Faces” di Clio, italo disco del 1985. «Wow, è veramente simile, ma mi stupisce che nessuno me lo abbia fatto notare in quasi trent’anni. Ignoravo l’esistenza di Clio e soprattutto non sapevo veramente nulla sulla disco italiana nel 1985. In quel periodo ero letteralmente innamorato del basso di “Bassline” di Mantronix e di quello di “No GDM” di Gina X, forse questi due ispirarono nel mio subconscio la bassline di “Killer”».

Adamski, Seal ed MC Daddy Chester, intorno al 1990

Seal, MC Daddy Chester ed Adamski in una foto scattata presumibilmente nel 1990

Il brano nasce in versione strumentale e viene completato qualche mese più tardi con una parte vocale eseguita dal cantante Seal, emerso come solista alla fine del 1990 col singolo “Crazy”. A fare da tramite tra i due è l’MC che affianca Adamksi nei live, Daddy Chester. Nel menzionato articolo sul The Guardian si legge infatti che dopo l’esibizione al rave Sunrise 5000, nella contea del Northamptonshire, Seal consegnò a Chester un demo che a sua volta diede a Tinley raccomandandosi di ascoltarlo perché quel tizio aveva una voce straordinaria. Poi si incontrano in un club londinese, il Solaris, dove si confrontano e salta fuori il testo per il brano. L’instrumental mix però, che l’artista porta spesso nei suoi live tra 1989 e 1990 e che qualcuno ha caricato su YouTube rimane nel cassetto. «Quella versione non è mai stata pubblicata ma non so la ragione. In tanti sostengono che sia persino migliore rispetto a quella cantata da Seal (che reincide il brano nel 1991, con l’ausilio di William Orbit e Trevor Horn, nda). Credo che la casa discografica fosse interessata solo alla versione suonabile dalle radio ma francamente non ricordo nel dettaglio perché sono trascorsi troppi anni. Su YouTube c’è anche un filmato girato nel 1989 all’Underground Club di Liverpool in cui eseguo “Killer” in versione strumentale, e pure quello in cui suono all’Haçienda di Manchester proprio la sera prima di incontrare Seal. Conservo ancora tutte le parti di “Killer” sul mio laptop, potrei ricavare facilmente l’instrumental mix ma sarebbe veramente noioso farlo ventinove anni più tardi. Mixai “Killer” nello stesso giorno in cui, a Trafalgar Square, a due passi dal mio studio, si tenne il Freedom To Party, la manifestazione contro il governo che vietava l’organizzazione dei rave. Facevo la spola tra il mio studio e le strade invase dai manifestanti e ciò mi energizzò in modo incredibile. Ero davvero convinto che avremmo potuto cambiare il mondo ballando ed assumendo un mucchio di droghe. Rispetto ad allora credo che le cose siano cambiate abbastanza, culturalmente e socialmente».

“Killer” si impone in tutta Europa e conquista il vertice della classifica britannica dei singoli restandoci per quattro settimane tra maggio e giugno. La MCA lo licenzia anche negli States e nel lontano Giappone ma incredibilmente non in Italia. «Non so il motivo e ad essere sincero non ho mai chiesto ragguagli in merito a ciò neanche quando ho vissuto in Italia. Non saprei neanche quantificare il numero di copie vendute ma ricordo con molto piacere quando alcuni ragazzi che vivevano a Berlino Est mi dissero che per molti giovani dei tempi “Killer” fu la traccia che fece da colonna sonora alla caduta della cortina di ferro, e considero ciò molto lusinghiero».

Adamski e Seal, intorno al 1990

Un’altra foto che ritrae Seal ed Adamski durante il successo di “Killer”

“Killer”, ricantato da George Michael alla Wembley Arena nel 1991 e nella tracklist dell’album “Doctor Adamski’s Musical Pharmacy” da cui vengono estratti un paio di singoli come “The Space Jungle” e “Flashback Jack”, glorifica Tinley che vede crescere la sua popolarità in modo esponenziale tanto da remixare un brano per Elton John, “Medicine Man”. Col nuovo materiale la MCA assembla poi l’album “Naughty” del ’91 in cui l’artista collabora con Nina Hagen (“Get Your Body”) e con l’amico Jimi Polo (“Never Goin’ Down!”). L’Italia non sta a guardare e nel 1992 la bolognese DFC stampa “Hell Below” che Adamski firma insieme ad Afrika Bambaataa. L’anno seguente è la stessa etichetta sia a licenziare “Sleeping With An Angel”, realizzato coi Transformer 2, sia a pubblicare “Bastardo”, questa volta in coppia con Pizarro.

Poi l’artista sparisce quasi del tutto dalle scene. Ritorna ufficialmente nel 1998, spalleggiato dalla ZTT che anni prima lancia l’amico Seal e col nome ritoccato in Adamski’s Thing, omonimo dell’album da cui vengono estratti “Intravenous Venus” e il più fortunato “One Of The People” che si impone anche da noi con un sound che flirta col big beat sdoganato da Fatboy Slim. Nel 1999 Tinley cambia ancora e si trasforma in Adamski Products Inc. per incidere un nuovo LP, “Mutant Pop” trainato dal singolo “In The City”. Questa volta a supportarlo è un’etichetta italiana, la Do It Yourself. «Come accennato prima, ho vissuto a Bologna per qualche tempo, precisamente dal 1999 al 2002, periodo in cui ho suonato come DJ in svariate città italiane divertendomi tantissimo, in particolar modo al Goa, a Roma, con Claudio Coccoluto, e a Milano a cui è legata una delle mie serate migliori. Era il 2001 e facevo il DJ ad un party organizzato durante la Fashion Week. L’evento si tenne in una vecchia fabbrica di armi costruita ai tempi di Mussolini e ad un certo punto Missy Elliot piombò al centro della pista guidando la sua limousine. Il suo assistente personale venne in consolle e mi consegnò un CD contenente un nuovo brano appena terminato dall’artista chiedendomi di testarlo. Si trattava di “Get Ur Freak On” e credo di essere stato il primo DJ a suonarla in pubblico.

Adamski (16-02-1991)

Adamski si esibisce per la prima volta in Italia in occasione dell’evento Stop The Racism – Rave Vision, tenutosi a Monterotondo (in provincia di Roma) il 16 febbraio 1991. La foto dell’artista e il flyer sono gentilmente concessi rispettivamente da Walter Quagliotti ed Alessio Riggi

Ma all’Italia sono legati anche altri ricordi. Nel 1991 ad esempio, tenni un live in occasione di quello che mi dissero fosse il primo rave italiano in assoluto. Molti anni più tardi ho conosciuto Asia Argento la quale mi ha rivelato che a quel rave c’era pure lei, appena quindicenne. Mi chiamava “techno maestro” e non posso nascondere che la cosa mi abbia fatto molto piacere. In merito a progetti futuri invece, probabilmente la prossima estate si concretizzerà la collaborazione con Gaudi. Non sono aggiornato su quanto stia accadendo adesso alla dance italiana, ma storicamente credo ci sia stato un periodo in cui, con cadenza biennale, giungessero grandiosi dischi dall’Italia, seminali direi come “Ride On Time” dei Black Box ad esempio. Tra i miei preferiti cito “Hell’s Party” dei Glam e il più recente “I’m So Crazy” di Par-T-One».

Tinley torna a produrre con più regolarità nei primi anni Duemila attraverso l’ennesimo degli alias, Adam Sky, ma rispolverando di tanto in tanto il vecchio Adamski come avviene nel 2015 per l’album “Revolt”. (Giosuè Impellizzeri)

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