Techno Bert – Neue Dimensionen (Doremix Records)

Techno Bert - Neue DimensionenMentre impazza la piano house che l’Italia riesce ad esportare con indiscusso successo in tutto il mondo (Stati Uniti compresi), nel 1990 si registra anche una forte spinta della techno che comincia a mutare pelle attraverso i compositori europei. Rispetto alle matrici di Detroit risalenti a qualche anno prima, molta della techno(logic) music nata e pensata nel Vecchio Continente è costruita in modo differente, sia per impostazione ritmica e melodica, sia per intenti, più fisici che mentali. Per certi versi gran parte della euro techno proviene da strascichi new beat e non dalle riflessioni utopiche della Motor City, come nel caso di “Neue Dimensionen”, un titolo che (forse) vuole celebrare proprio la nuova dimensione in cui ci si appresta ad entrare con l’arrivo del nuovo decennio.

Dietro Techno Bert armeggiano i compositori italiani Roberto Passera e il compianto Stefano Cundari, passato a miglior vita il 29 dicembre del 1993. Passera oggi racconta: «Stefano e il socio Alessandro Zanni erano reduci di una decade di successi, avendo prodotto brani ed artisti in ambito italo disco sulla Memory Records (uno su tutti, Koto), ed avevano appena ceduto il catalogo editoriale all’etichetta tedesca ZYX per formare una nuova società che avrebbe iniziato a produrre dance con le sonorità più attuali richieste dal mercato. Era il 1990, si parlava di house, techno e downbeat. Stefano, che era un ex DJ, cercava idee da trasformare in dischi e contattò alcuni giovani disc jockey emiliani interessati alle produzioni a cui poi affidò la direzione artistica delle etichette del gruppo M.C.E., la nuova società fondata con Zanni. In pratica ognuno aveva un marchio da lui ideato su cui far uscire le proprie creazioni: Ivan Iacobucci sulla Unlimited Records, Frank K sulla Unknown, Cisky sulla Action 4 Action ed io sulla Doremix. Naturalmente tutto era realizzato insieme allo stesso Cundari.

Il primo dei miei due lavori fu “Neue Dimensionen” che si doveva sviluppare sul noto riff chitarristico di “Happy House” di Siouxsie & The Banshees in un crescendo techno, in cui ci saremmo divertiti ad inserire quanti più sample possibili fermandoci solo quando la capacità di memoria del campionatore Akai S1000 sarebbe stata piena. Mentre Cundari curava i suoni dal banco analogico a 48 canali ed assegnava effetti modulari alle tracce, in studio con me c’era il musicista Stefano Carrara che pilotava le tastiere e il Notator installato sul computer Atari. Iniziammo la giornata di lavoro campionando il groove di “Being Boiled” degli Human League che avevo voglia di utilizzare da tanto tempo, e costruimmo sopra armonia e melodia ispirate a Siouxsie & The Banshees con un synth Jupiter a cui aggiungemmo un basso di rinforzo ottenuto con un Bassline Roland TB-303. Poi fu la volta di un groove derivato da una batteria Roland TR-909, cassa, rullante, charleston, crash e clap. A metà mattinata tutto ruotava già piuttosto bene.

Sequential Circuits - Prophet-5

Uno degli strumenti usati per “Neue Dimensionen”, il sintetizzatore Prophet-5 di Sequential Circuits

Avevamo bisogno di creare un giro di basso e ci divertimmo a cercare suoni grassi ed inconsueti sul synth Prophet-5 a cui far eseguire le note più bizzarre possibili sotto il riff ispirato ad “Happy House”. Apprezzavamo molto i sintetizzatori delle produzioni provenienti dallo studio udinese di Fulvio Zafret e più in generale lo stile della DFC, l’etichetta con cui lavorava, così tentammo di avvicinarci a quegli standard. All’ora di pranzo avevamo creato il riff principale di Techno Bert. Nel pomeriggio lo facemmo suonare bene dal banco e funzionava. Avevamo ancora memoria a disposizione nell’Akai e pensammo a qualche slogan parlato per incalzare il ritmo. Proposi un break vocale preso da “Herrmann Hiess Er di Nina Hagen ma Stefano rimase basito, lo trovava troppo azzardato e propose di campionare brani dai dialoghi di Laurel & Hardy (Stanlio e Ollio) da un suo LP, meno aggressivi e di dominio pubblico sotto il profilo della proprietà, quindi più sicuri. Passammo l’intero pomeriggio a scegliere, campionare e tentare di montare questi frammenti ma il risultato non fu dei migliori. Verso sera tornammo a lavorare sulle voci della Hagen che si sposarono benissimo col brano, e da quelle prendemmo in prestito anche il titolo. Montammo i frammenti vocali secondo la loro musicalità senza curare l’eventuale senso che avrebbero avuto le frasi, anche perché non parlavamo il tedesco. In seguito ho scoperto che, fortunatamente, un senso lo avevano. Nonostante avessimo spezzettato e scombinato l’ordine, il risultato finale non era così distante da quello originale della Hagen. Il nostro collage era terminato. Impiegammo altri due giorni per i suoni, per il mixaggio (che a dispetto dei credit non fu realizzato da Alex Orlowski, il mio migliore amico dei tempi citato in segno di ringraziamento) e per finalizzare le versioni. Alla fine dell’estate iniziarono a circolare le prime white label».

Da quella estate, che molti ricordano per i Mondiali di Calcio in Italia, la mascotte Ciao e il tormentone di Edoardo Bennato e Gianna Nannini prodotto da Giorgio Moroder, sono ormai trascorsi oltre venticinque anni ma il brano continua incredibilmente a suonare “fresco”, senza tradire influenze retrò legate ad una stagione stilistica troppo specifica. Paradossalmente questa caratteristica lo rende poco appetibile almeno per il pubblico italiano, visto che all’estero viene adocchiato da molti DJ tra cui Sasha e Tanith che lo inseriscono nelle loro compilation mixate. «Nonostante fosse distribuito dalla Flying Records, solo i club più attenti puntarono su Techno Bert apparso su Doremix. Moltissimi lo scoprirono l’anno seguente attraverso la stampa belga sulla Target che circolò in quasi tutta l’Europa, o mediante la versione spagnola su Spitfire. Credo che della tiratura su Doremix ne siano state vendute circa 1500 copie, circa il triplo invece quelle su Target. Andò bene anche a quella in Spagna. Pur senza fare grossi numeri di vendita e senza alcun passaggio radiofonico, il brano sopravvive in virtù di una connotazione prettamente underground».

Il riff di “Happy House” viene sfruttato con più successo dalla Media Records di Gianfranco Bortolotti che con quella melodia, nel 1993, realizza una autentica hit internazionale, “U Got 2 Know” di Cappella. Anni dopo (nel 2000) anche il sample degli Human League viene riciclato dall’etichetta di Roncadelle attraverso “Humantek” di Mario Più. Radicalmente diverso lo scenario che si prospetta col secondo (ed ultimo) disco su Doremix, “Dreaming Away” di W.L.D. Feat. Jenny G, legato alla più canonica house che funziona ai tempi. «Techno Bert aveva dato buone soddisfazioni attraverso le due licenze ma con Cundari decidemmo di produrre un secondo esperimento diverso, dando una veste dance ad una canzone del musicista Mirco Prandi che conobbi nel negozio di dischi dove lavoravo. La cantante, appena sedicenne, sarebbe diventata molto nota in seguito prestando la voce a brani di Corona e Playahitty e vincendo anche il Festival di Sanremo: mi riferisco a Giovanna Bersola in arte Jenny B ma che sul nostro disco si firmò Jenny G. Rispetto a “Neue Dimensionen”, “Dreaming Away” ci diede maggiori soddisfazioni nell’immediato entrando nella playlist di Rete 105 ma a cui non seguirono altri riscontri rilevanti».

Quella di Techno Bert è una fugace apparizione visto che Passera non ricorre più a questo pseudonimo per i propri progetti discografici. «A segnare la fine della collaborazione con Cundari fu uno stile poco chiaro nei rendiconti, ma a non rendere più concretizzabile la sinergia fu anche la sua triste e prematura scomparsa. Nel frattempo riuscii ad allestire il mio primo home studio insieme ad Emanuele Asti con cui realizzai, sino al 1992, altri dischi sotto vari nomi come Centurion e Goga Magoga»Techno Bert, riapparso nel 1996 sulla Dangerous del gruppo Dig It International in occasione dei remix a firma Michael Wolf e Yale, continua ad essere ricercatissimo sul mercato dell’usato e per questo, nel 2008, la spagnola Blanco Y Negro lo ristampa in un sampler insieme a Front 242 e The Fuzztones. «Sono contento che Techno Bert continui ad essere apprezzato. Lo ho ritrovato nel 2012 all’evento Back To Basics a Berlino e nel documentario Wendeklang sulla caduta del Muro e sulla nascita della scena techno elettronica. È finito anche in svariate compilation pubblicate in diversi Paesi del mondo, ed ho scoperto l’esistenza persino di alcuni remix, più o meno regolari. Mi farebbe molto piacere se quello che è diventato un piccolo classico underground potesse circolare di nuovo nei negozi e girare sui piatti dei DJ».

Per Passera il successo su ampia scala giunge nel nuovo millennio quando è nel team di produzione dei Doing Time per “I Was A Ye-Ye Girl”, jazzdance in cui figura il sax di Chicco Montefiori dei Montefiori Cocktail e che viene scelta per lo spot del Maxibon Motta. (Giosuè Impellizzeri)

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Max Kelly – M.K.O.K. (Wicked & Wild Records)

Max Kelly - MKOKPrima partecipa alle gare del DMC (conquistando la terza posizione del podio italiano per tre anni consecutivi) e poi alla Walky Cup Competition che nel 1989 lo vede al secondo posto grazie ad una performance che mischia tecniche di turntablism ad inserti di sampling. Sarà proprio il campionatore a scandire le fasi cruciali della carriera di Massimo Mazzoli già ribattezzatosi Max Kelly omaggiando sua mamma che di cognome fa Rustichelli. Nel 1991 debutta col singolo “M.K.O.K.” pubblicato dalla Wicked & Wild Records (legata al noto negozio modenese Disco Inn) e prodotto da Fabio Carniel e Mr. Marvin.

«Fabio era il mio “fornitore di dischi”, quindi per me fu naturale proporre a lui le idee, frutto dell’istinto e della creatività che avevo accumulato negli anni del DMC, fatti di allenamenti in cameretta, eccitazione e mancanza di consapevolezza che quel periodo fosse l’inizio della mia avventura da DJ. Fu proprio Fabio a suggerirmi il titolo “M.K.O.K.” ossia Max Kelly Okay» racconta oggi Mazzoli.

Il brano cavalca la italo house tipica del periodo con ampie sezioni di pianoforte a scandire la stesura, ma presenta anche un elemento distintivo, la voce delle colonnine Viacard. «L’idea fu avanzata da Silvestro Puglia alias Silver, il DJ che vinse la prima edizione italiana del DMC (e che partecipa alla finale del 9 marzo 1987 alla Royal Albert Hall di Londra, nda) nonché resident del Picchio Rosso di Formigine. Fabio pensò che io fossi la persona più adatta per realizzarla. Per campionarla mi recai presso il casello dell’autostrada con un registratore multitraccia appeso al collo ed un microfono collegato ad esso (tutto viene immortalato con una foto finita in copertina, nda). Ai tempi il mio ABC Studio era ancora agli albori e ruotava intorno ai campionatori Akai e al computer Apple. Avevo un mixer Tascam poi sostituito con un fantastico Mackie, una serie di effetti come compressori, delay e riverberi Lexicon ed audio monitor della JBL. Un setup minimale se paragonato ai grandi studi dell’epoca, ma potevo vantare qualcosa che non aveva praticamente nessuno, il Sound Designer II, padre dell’attuale Pro Tools. In Italia ero davvero tra i pochissimi ad averlo, importato dagli Stati Uniti grazie al mio maestro, il musicista e programmatore Serse Mai, col quale realizzavo editing e mastering in digitale quando nel mondo tutti lo facevano ancora coi nastri a bobina. “M.K.O.K.” fu il frutto quasi esclusivo del campionatore Akai S1000 (immortalato sul retrocopertina insieme al registratore digitale Akai DD1000, nda) che possiedo ancora, insieme a quasi tutto l’armamentario di quegli anni. La parte melodica invece la curò il grande Alex Bagnoli nel suo studio».

Max Kelly e sampler (primi anni Novanta)

Max Kelly intento a programmare i suoi campionatori in una foto scattata nei primissimi anni Novanta

Nel 1993 Mazzoli realizza, proprio insieme a Bagnoli e Sabino Contartese (che qualche anno più tardi inciderà “Lararari…(Canzone Felice)” con Santos) il brano “Alphabet Mode” per il progetto Alphabet, che campiona “It Gets No Rougher” di LL Cool J e finisce nel catalogo della bresciana Italian Style Production (gruppo Time Records): «Maiolini volle quel pezzo perché molto simile allo stile U.S.U.R.A., ma la collaborazione finì lì. Andare alla Time e firmare un contratto con un’azienda così nota fu comunque una grande soddisfazione».

Per i dischi di Max Kelly invece l’etichetta di riferimento resta la Wicked & Wild, sulla quale finiscono “Everybody Up…” e “So Good”, entrambi del 1993 e gli ultimi firmati con quello pseudonimo. «Pubblicavo a mio nome solo i brani a cui tenevo di più e che quindi avrei voluto presentare in prima persona. Non davo molto peso ai nomi, mi bastava raggiungere il mercato e sentire il mio brano alla radio e suonato dai DJ in discoteca. Poi la Wicked & Wild svolgeva bene il suo lavoro e per questo non ebbi la necessità di guardarmi intorno alla ricerca di eventuali altre etichette interessate alla mia musica».

Max Kelly manifesto 1990

Il manifesto pubblicitario del 1990 in cui Max Kelly viene presentato come “primo DJ al mondo ad usare esclusivamente la tecnologia digitale”

Nel 1990 un manifesto pubblicitario presenta Max Kelly come “il primo DJ al mondo ad usare esclusivamente la tecnologia digitale”: ma come nasce la collaborazione con Akai, che in quegli anni rivoluziona radicalmente il settore della house music? «La mia sete di tecnologia per realizzare ciò che avevo in mente, ovvero un DJ set totalmente in digitale, senza vinili, alternato al remixaggio in diretta dei brani, mi portò a fare una ricerca a livello europeo attraverso riviste del settore, telefonate ai negozi di strumenti musicali e distributori. Spiegai a tutti le mie necessità ma non ottenni mai risposte soddisfacenti. Il campionatore era ancora uno strumento che permetteva pochissimi secondi di registrazione, perlopiù adatto a suoni percussivi e di batteria. Sapevo della sua esistenza ma non era sufficiente per ciò che volevo fare. Mi suggerirono il computer Atari col software AS Sound Sampler della G-Data in grado di registrare ben venti secondi di suono ma volevo di più e non lo presi neanche in considerazione in quanto monofonico e poco compatibile con le mie esigenze. Da qualche anno era in circolazione il campionatore Casio FZ-1 che espanso dava al massimo trenta secondi di registrazione, anche di buona qualità. Decisi di acquistarlo e campionai il mio primo brano, “Bad” di Michael Jackson. Col Casio mi feci le ossa ma divenne presto insufficiente. Nel frattempo Akai maturò con l’S1000 e fu lì che mi illuminai. Mi recai direttamente alla Grisby Music che distribuiva Akai in Italia, illustrai le mie esigenze come DJ ed avanzai la proposta di affidarmi le dimostrazioni nel loro stand presso il SIB di Rimini. Avremmo potuto trarre giovamento entrambi, io mi sarei fatto conoscere da un pubblico più vasto, loro avrebbero abbracciato il mondo dei DJ. Purtroppo non accettarono, ritenevano il campionatore uno strumento usato per fare musica e destinato solo ai musicisti. Comunque comprai l’S1000 e grazie ad alcuni amici che avevano lo stand al SIB, tra cui il Disco Inn, feci quelle esibizioni. La Grisby Music notò un certo interesse e mi propose di continuare le performance nel loro stand dall’anno successivo. Akai si aprì al mercato dei DJ ed io divenni il primo testimonial italiano».

Max Kelly - DJ DISK 1993

Trend Discotec annuncia in un trafiletto l’iniziativa DJ Disk nel 1993

Da lì a breve Mazzoli inventa i DJ Disk prodotti da Reference/Grisby Music, una libreria di floppy disk per campionatori Akai con sample di brani dance messi a disposizione dalle etichette discografiche che aderivano al progetto. «Arrivammo a quell’idea con sommo anticipo rispetto alla Native Instruments e il suo “Remix Pack”. Feci accordi con le etichette discografiche affinché mi spedissero i loro promo in modo da campionarli creando vari loop di intro, strofa, ritornello, riff ed outro. Confezionati in due floppy disk e caricabili in tutti i campionatori Akai, chi li acquistava aveva in anteprima il brano già campionato da poter usare in serata col sampler rendendo unico il proprio set. Naturalmente tutto ufficiale, con tanto di vidimazione SIAE». Un progetto ambizioso e lungimirante, tra quelli che resero l’Italia la culla per idee d’avanguardia.

Ai tempi la tecnologia digitale veniva vista con molta più ammirazione rispetto ad oggi, quasi denigrata in virtù del vintage analogico. «Era considerata simbolo del futuro, non era per tutti ma tutti l’avrebbero voluta. Oggi invece è alla portata di tutti, anche dei bambini, ecco perché ha perso così tanto appeal, contrariamente al vintage analogico che è diventato l’oggetto del desiderio, costoso e in alcuni casi molto raro, quindi per pochi ed ambito da molti». Con la tecnologia diffusa ai massimi livelli però, anche il sampling pare essersi arenato in una landa di banalità che rivela lo scarso spessore culturale di chi “saccheggia” brani altrui, limitandosi spesso a cose già campionate con successo da altri senza neanche conoscere le fonti originali. «Purtroppo è la realtà, ora manca la creatività e molti giovani produttori del nuovo millennio non fanno altro che riciclare quanto messo in circolo da noi nei decenni passati».

Nel corso degli anni Novanta Mazzoli incide altra musica, da solo e in sinergia con colleghi, marchiandola come Key eM, Amyna And The DJ’s e The Beat-Alls, ma il suo più importante successo resta senza dubbio “Smiling People” del progetto omonimo, prodotto nel 2002 in tandem con Jody e Mauro Corrini e in scia alla house pianistica post millennio di Gianni Coletti, Praise Cats, Tutto Matto ed Holy Ghost. (Giosuè Impellizzeri)

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