Max Kelly – M.K.O.K. (Wicked & Wild Records)

Max Kelly - MKOKPrima partecipa alle gare del DMC (conquistando la terza posizione del podio italiano per tre anni consecutivi) e poi alla Walky Cup Competition che nel 1989 lo vede al secondo posto grazie ad una performance che mischia tecniche di turntablism ad inserti di sampling. Sarà proprio il campionatore a scandire le fasi cruciali della carriera di Massimo Mazzoli già ribattezzatosi Max Kelly omaggiando sua mamma che di cognome fa Rustichelli. Nel 1991 debutta col singolo “M.K.O.K.” pubblicato dalla Wicked & Wild Records (legata al noto negozio modenese Disco Inn) e prodotto da Fabio Carniel e Mr. Marvin.

«Fabio era il mio “fornitore di dischi”, quindi per me fu naturale proporre a lui le idee, frutto dell’istinto e della creatività che avevo accumulato negli anni del DMC, fatti di allenamenti in cameretta, eccitazione e mancanza di consapevolezza che quel periodo fosse l’inizio della mia avventura da DJ. Fu proprio Fabio a suggerirmi il titolo “M.K.O.K.” ossia Max Kelly Okay» racconta oggi Mazzoli.

Il brano cavalca la italo house tipica del periodo con ampie sezioni di pianoforte a scandire la stesura, ma presenta anche un elemento distintivo, la voce delle colonnine Viacard. «L’idea fu avanzata da Silvestro Puglia alias Silver, il DJ che vinse la prima edizione italiana del DMC (e che partecipa alla finale del 9 marzo 1987 alla Royal Albert Hall di Londra, nda) nonché resident del Picchio Rosso di Formigine. Fabio pensò che io fossi la persona più adatta per realizzarla. Per campionarla mi recai presso il casello dell’autostrada con un registratore multitraccia appeso al collo ed un microfono collegato ad esso (tutto viene immortalato con una foto finita in copertina, nda). Ai tempi il mio ABC Studio era ancora agli albori e ruotava intorno ai campionatori Akai e al computer Apple. Avevo un mixer Tascam poi sostituito con un fantastico Mackie, una serie di effetti come compressori, delay e riverberi Lexicon ed audio monitor della JBL. Un setup minimale se paragonato ai grandi studi dell’epoca, ma potevo vantare qualcosa che non aveva praticamente nessuno, il Sound Designer II, padre dell’attuale Pro Tools. In Italia ero davvero tra i pochissimi ad averlo, importato dagli Stati Uniti grazie al mio maestro, il musicista e programmatore Serse Mai, col quale realizzavo editing e mastering in digitale quando nel mondo tutti lo facevano ancora coi nastri a bobina. “M.K.O.K.” fu il frutto quasi esclusivo del campionatore Akai S1000 (immortalato sul retrocopertina insieme al registratore digitale Akai DD1000, nda) che possiedo ancora, insieme a quasi tutto l’armamentario di quegli anni. La parte melodica invece la curò il grande Alex Bagnoli nel suo studio».

Max Kelly e sampler (primi anni Novanta)

Max Kelly intento a programmare i suoi campionatori in una foto scattata nei primissimi anni Novanta

Nel 1993 Mazzoli realizza, proprio insieme a Bagnoli e Sabino Contartese (che qualche anno più tardi inciderà “Lararari…(Canzone Felice)” con Santos) il brano “Alphabet Mode” per il progetto Alphabet, che campiona “It Gets No Rougher” di LL Cool J e finisce nel catalogo della bresciana Italian Style Production (gruppo Time Records): «Maiolini volle quel pezzo perché molto simile allo stile U.S.U.R.A., ma la collaborazione finì lì. Andare alla Time e firmare un contratto con un’azienda così nota fu comunque una grande soddisfazione».

Per i dischi di Max Kelly invece l’etichetta di riferimento resta la Wicked & Wild, sulla quale finiscono “Everybody Up…” e “So Good”, entrambi del 1993 e gli ultimi firmati con quello pseudonimo. «Pubblicavo a mio nome solo i brani a cui tenevo di più e che quindi avrei voluto presentare in prima persona. Non davo molto peso ai nomi, mi bastava raggiungere il mercato e sentire il mio brano alla radio e suonato dai DJ in discoteca. Poi la Wicked & Wild svolgeva bene il suo lavoro e per questo non ebbi la necessità di guardarmi intorno alla ricerca di eventuali altre etichette interessate alla mia musica».

Max Kelly manifesto 1990

Il manifesto pubblicitario del 1990 in cui Max Kelly viene presentato come “primo DJ al mondo ad usare esclusivamente la tecnologia digitale”

Nel 1990 un manifesto pubblicitario presenta Max Kelly come “il primo DJ al mondo ad usare esclusivamente la tecnologia digitale”: ma come nasce la collaborazione con Akai, che in quegli anni rivoluziona radicalmente il settore della house music? «La mia sete di tecnologia per realizzare ciò che avevo in mente, ovvero un DJ set totalmente in digitale, senza vinili, alternato al remixaggio in diretta dei brani, mi portò a fare una ricerca a livello europeo attraverso riviste del settore, telefonate ai negozi di strumenti musicali e distributori. Spiegai a tutti le mie necessità ma non ottenni mai risposte soddisfacenti. Il campionatore era ancora uno strumento che permetteva pochissimi secondi di registrazione, perlopiù adatto a suoni percussivi e di batteria. Sapevo della sua esistenza ma non era sufficiente per ciò che volevo fare. Mi suggerirono il computer Atari col software AS Sound Sampler della G-Data in grado di registrare ben venti secondi di suono ma volevo di più e non lo presi neanche in considerazione in quanto monofonico e poco compatibile con le mie esigenze. Da qualche anno era in circolazione il campionatore Casio FZ-1 che espanso dava al massimo trenta secondi di registrazione, anche di buona qualità. Decisi di acquistarlo e campionai il mio primo brano, “Bad” di Michael Jackson. Col Casio mi feci le ossa ma divenne presto insufficiente. Nel frattempo Akai maturò con l’S1000 e fu lì che mi illuminai. Mi recai direttamente alla Grisby Music che distribuiva Akai in Italia, illustrai le mie esigenze come DJ ed avanzai la proposta di affidarmi le dimostrazioni nel loro stand presso il SIB di Rimini. Avremmo potuto trarre giovamento entrambi, io mi sarei fatto conoscere da un pubblico più vasto, loro avrebbero abbracciato il mondo dei DJ. Purtroppo non accettarono, ritenevano il campionatore uno strumento usato per fare musica e destinato solo ai musicisti. Comunque comprai l’S1000 e grazie ad alcuni amici che avevano lo stand al SIB, tra cui il Disco Inn, feci quelle esibizioni. La Grisby Music notò un certo interesse e mi propose di continuare le performance nel loro stand dall’anno successivo. Akai si aprì al mercato dei DJ ed io divenni il primo testimonial italiano».

Max Kelly - DJ DISK 1993

Trend Discotec annuncia in un trafiletto l’iniziativa DJ Disk nel 1993

Da lì a breve Mazzoli inventa i DJ Disk prodotti da Reference/Grisby Music, una libreria di floppy disk per campionatori Akai con sample di brani dance messi a disposizione dalle etichette discografiche che aderivano al progetto. «Arrivammo a quell’idea con sommo anticipo rispetto alla Native Instruments e il suo “Remix Pack”. Feci accordi con le etichette discografiche affinché mi spedissero i loro promo in modo da campionarli creando vari loop di intro, strofa, ritornello, riff ed outro. Confezionati in due floppy disk e caricabili in tutti i campionatori Akai, chi li acquistava aveva in anteprima il brano già campionato da poter usare in serata col sampler rendendo unico il proprio set. Naturalmente tutto ufficiale, con tanto di vidimazione SIAE». Un progetto ambizioso e lungimirante, tra quelli che resero l’Italia la culla per idee d’avanguardia.

Ai tempi la tecnologia digitale veniva vista con molta più ammirazione rispetto ad oggi, quasi denigrata in virtù del vintage analogico. «Era considerata simbolo del futuro, non era per tutti ma tutti l’avrebbero voluta. Oggi invece è alla portata di tutti, anche dei bambini, ecco perché ha perso così tanto appeal, contrariamente al vintage analogico che è diventato l’oggetto del desiderio, costoso e in alcuni casi molto raro, quindi per pochi ed ambito da molti». Con la tecnologia diffusa ai massimi livelli però, anche il sampling pare essersi arenato in una landa di banalità che rivela lo scarso spessore culturale di chi “saccheggia” brani altrui, limitandosi spesso a cose già campionate con successo da altri senza neanche conoscere le fonti originali. «Purtroppo è la realtà, ora manca la creatività e molti giovani produttori del nuovo millennio non fanno altro che riciclare quanto messo in circolo da noi nei decenni passati».

Nel corso degli anni Novanta Mazzoli incide altra musica, da solo e in sinergia con colleghi, marchiandola come Key eM, Amyna And The DJ’s e The Beat-Alls, ma il suo più importante successo resta senza dubbio “Smiling People” del progetto omonimo, prodotto nel 2002 in tandem con Jody e Mauro Corrini e in scia alla house pianistica post millennio di Gianni Coletti, Praise Cats, Tutto Matto ed Holy Ghost. (Giosuè Impellizzeri)

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DJ Panda – My Dimension (Outta Records)

DJPandaAttivo discograficamente dal 1993, Ermanno ‘DJ Panda’ Mainardi destina la sua musica alla Outta Records, etichetta del gruppo modenese Ala Bianca. Tra i suoi primi lavori si segnalano “It’s A Dream”, del 1994, che batte la strada della cosiddetta dream in stile Roland Brant, e “Dreaming Of Fantasy”, del 1995, che mantiene intatta la tipica impalcatura melodica eurotrance (Sunbeam, Rexanthony, RMB) ma si apre in modo più deciso al pop grazie al testo e alla voce di Annerley Gordon, la futura Ann Lee, seppur l’immagine fosse stata affidata alla misteriosa Aleexa, una cantante genovese. Entrambi i dischi vengono registrati all’Alby Studio di Alex Bagnoli, musicista che qualche anno più tardi ottiene successo producendo le hit di Neja. Per Mainardi invece il momento di gloria giunge nell’estate del 1996 quando “My Dimension” finisce col diventare un inno mainstream. Merito anche di Albertino che prima lo programma ripetutamente nel suo DeeJay Time e poi lo promuove nella DeeJay Parade dove resta per ben tre mesi (entra il 17 agosto, esce il 16 novembre e raggiunge la seconda posizione il 5 ottobre).

Come accade ai tempi, la popolarità si traduce attraverso le presenze nelle compilation e “My Dimension” ne macina parecchie, sia in Italia che all’estero. «Il brano nacque nel Road House Studio, ovvero tra le mura della mia camera da letto. Un pomeriggio un po’ uggioso di fine aprile mi misi a suonare la tastiera, la M1 della Korg, quando come per magia nacque tra le dita quel mitico giro di pianoforte. A quel punto registrai la melodia e dopo qualche giorno la portai in studio per dare il via alla nascita di “My Dimension”» racconta Mainardi, non lesinando su particolari, come quello riguardante l’autore citato tra i crediti, un tal Stefano Linari. «Non fu altro che un prestanome poiché in quel momento non ero ancora iscritto alla SIAE. Per la sequenza del bassline, ottenuta con una Roland TB-303, mi affidai ad MC Hair (Marco Capelli, noto in seguito come Andrea Doria, nda), conoscendolo sapevo già cosa sarebbe stato in grado di fare. La sequenza venne registrata live nel suo studio. Poi la assemblammo alla melodia della M1 e, a completamento, incisi la mia voce recitando ‘return in my dimension’. Tutto ciò avvenne nel Brainstorm Studio di Lorenzo Confetta e Riccardo Nanni, a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, in compagnia di un cucciolo di pastore tedesco che, nei momenti di pausa, ci faceva le feste».

DJ Panda (199x)

DJ Panda in consolle intorno alla metà degli anni Novanta

“My Dimension” è il pezzo di Mainardi più noto in Italia, probabilmente grazie al supporto di Albertino, cosa che invece manca ai precedenti singoli. «Il brano scalò le classifiche di quasi tutti i network nazionali che si occupavano di dance, raggiungendo in alcuni casi la vetta o dividendosi il podio con mostri sacri come Underworld, Tori Amos e B.B.E., oltre a piazzarsi terzo nella classifica ufficiale delle vendite AFI (Associazione Fonografici Italiani). Ignoro il motivo per cui Albertino non prese in considerazione i miei primi pezzi, forse li reputava troppo club e poco dance. Il follow-up di “My Dimension” intitolato “True Life”, cantato da Désirée Petrocchi alias Nadir, lo programmò per appena due settimane ma poi lo abbandonò definitivamente. Mi raccontarono che giunto all’Aquafan di Riccione per una delle prime serate dell’estate del 1996, Albertino ascoltò “My Dimension” nel set di un DJ che si esibì prima di lui ed incuriosito gli chiese il titolo. Persuaso anche dalla forte approvazione del pubblico, da quel momento iniziò a proporlo del DeeJay Time. In quello stesso periodo fui invitato da Mauro Miclini negli studi di via Massena per mixare la compilation “Ritmo Progressive” (pubblicata da S.O.B. – Sound Of The Bomb, nda), ma non ci fu occasione per conoscere personalmente Albertino. Comunque, nonostante tutto, le vendite in Italia non furono così rosee come invece facevano ipotizzare le classifiche. Il singolo in vinile vendette poco più di 12.000 copie mentre il picture disc coi remix raggiunse le 2500. Per fortuna “My Dimension” entrò in 18 compilation e fu licenziato in 10 Paesi. Tra i remix c’era anche quello di Molella, che invece conobbi di persona. La collaborazione nacque da un buon rapporto tra il mio discografico e Max Moroldo della Do It Yourself, ai tempi socio dello stesso Molella.

Pur non ispirandomi a nessuno in particolare, ero sempre molto attento alle tendenze musicali che influenzavano il mercato discografico di quegli anni, riuscendo a diventare un pioniere della progressive dance in Italia. Forse i ripetuti ascolti di Jean-Michel Jarre, Mike Oldfield o persino Renato Zero in chiave melodica mi hanno inconsapevolmente aiutato nella composizione dei riff. Tra le etichette a cui ero più affezionato, la belga Bonzai Records e la tedesca Suck Me Plasma, ma non da meno erano le tedesche Low Spirit, Dos Or Die ed Overdose su cui incideva il grande Scot Project che conobbi alla Street Parade di Zurigo. Mi sarebbe piaciuto incidere qualcosa con Yves Deruyter, Armin van Buuren o Paul van Dyk. Con Gary D. e DJ Dean invece sono riuscito a collaborare per vari remix, compilation e con la cover di “It’s A Dream” uscita nel 2004. Ho suonato con loro nel 2012 per il diciannovesimo compleanno del Tunnel Club di Amburgo.

La prima cosa che mi viene in mente ripensando ai miei anni Novanta comunque è la partecipazione alla Love Parade di Berlino, il 10 luglio del 1999: in tre giorni assaporai la città e capii cosa voleva dire vivere lì. Lo slogan di quella edizione fu Music Is The Key e si contarono ufficialmente oltre un milione e mezzo di persone, ma correva voce che le presenze fossero di ben 1.800.000 raver. Una folla oceanica di ragazzi così non l’ho più vista! Indimenticabile anche l’esperienza alla Street Parade di Zurigo che mi vide protagonista nelle edizioni 1997 e 1998. Altra parentesi meravigliosa fu quella di Italia Network. Ringrazio ancora Michele Menegon alias Michael Hammer che credette in me come nuova forza ed energia di Master Quick. In quel periodo arrivò anche “My Dimension” e il connubio con Italia Network mi portò una notorietà non indifferente. Feci il tour Swimming & Jumping, affiancando Andrea Pellizzari in molte spiagge italiane (Jesolo, Riccione, Lido delle Nazioni, Lignano Sabbiadoro) da dove veniva trasmesso Los Cuarenta. Io mi occupavo del Master Quick in formato live. Il 16 agosto del 1997, sul palco de Un Disco Per L’Estate, a Riccione, suonai “True Life”. La kermesse era presentata da Sabrina Salerno, con ospiti del calibro di Max Pezzali, Tullio De Piscopo, una giovanissima Serena Autieri, Claudio Cecchetto, Pitura Freska e molti altri. Fu un’esperienza fantastica. Nel 1995 invece partecipai al Rimini Festival, che si tenne all’Altromondo Studios e che fu presentato da Antonella Elia. In quell’occasione proposi la versione cantata di “Dreaming Of Fantasy”. Amavo alternare la techno/trance e progressive a cose più vicine alla classica dance, ed infatti “Nightmare” di Enface Feat. Kate Race, del 2002, era una mia produzione, ma lo sanno in pochi».

Gli anni Novanta di Mainardi proseguono con la rivisitazione di “It’s A Dream” e “Listen” (entrambi del 1998) e “Paradise Motel” (1999), rimasto ad oggi l’ultimo singolo della discografia di DJ Panda. (Giosuè Impellizzeri)

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