Jinny – Keep Warm (Italian Style Production)

jinny-keep-warmDopo i successi internazionali di Black Box, 49ers, Sueño Latino, FPI Project e Double Dee, sono tanti(ssimi) gli italiani che, tra 1989 e 1990, si buttano a capofitto nella house. Tra le mura della bresciana Time Records, sino a quel momento dedita prevalentemente ad italo disco ed hi NRG, nasce l’etichetta Italian Style Production destinata a seguire un genere musicale “nuovo”, che palpita già da circa cinque anni ma che ora scuote il mercato discografico e la scena musicale europea in modo più evidente.

Proprio su Italian Style Production nasce Jinny, un nome di fantasia dietro cui si cela il lavoro orchestrato da un team composto da Valter Cremonini, Alex Gilardi e Claudio Varola. Un “ghost project” avrebbero detto una decina di anni prima, per indicare quei dischi che non prevedono la presenza di un artista fisso ma che fanno riferimento a cantanti turnisti e musicisti/compositori che si avvicendano a rotazione. Il debutto, “I Need Your Love” del 1990, sviluppato da Francesco Boscolo e col sample vocale preso da “It’s Too Late” di Nayobe, passa piuttosto inosservato ma la situazione viene letteralmente capovolta da “Keep Warm”, pubblicato nel 1991 ed ispirato dal quasi omonimo “Keep It Warm” di Voices In The Dark del 1987 (campionato nel medesimo periodo dai romani Groove Section nella loro “Keep It Warm” su Hot Trax).

«Il brano nacque a Padova negli studi della Prisma Records e venne realizzato da me, Valter Cremonini e Claudio Varola»
racconta oggi Alex Gilardi. «Essendo il musicista del team, mi occupai di tutte la parti suonate eccetto il sax, per cui convocammo un turnista. Tutto il resto invece venne fatto insieme. Ai tempi in Prisma Records usavamo voci madrelingua provenienti dalla vicina base NATO e quindi disponevamo di diverse acappellas originali, ma nel caso specifico di “Keep Warm” il ritornello che avevamo composto non ci convinceva e quindi decidemmo di attingere dal nostro archivio di dischi sino a trovare Voices In The Dark. Cedemmo il brano in licenza alla Time Records che ottenne velocemente il clearance dalla newyorkese Next Plateau, proprietaria del master di “Keep It Warm”. La stessa Next Plateau pubblicò “Keep Warm” di Jinny negli Stati Uniti perché lo considerava una potenziale hit. Nell’affare entrò anche la Virgin Records che si “accontentò” di gestire il prodotto per il resto del mondo. In Italia invece il disco uscì su Italian Style Production.

Per realizzarlo utilizzammo un mixer Soundcraft 600, un registratore Tascam a 24 piste, un campionatore Akai S1100, sintetizzatori Korg M1, Yamaha DX7, Yamaha TX802 e Roland D-550. Fu una hit internazionale, all’estero piacque subito e nel 1991 entrò sia nella top ten dance di Billboard sia nella hot 100 U.S.A., una classifica che raccoglieva tutti i generi musicali, stazionando per diverse settimane. Finì pure nella top 50 club del 1991. Restando negli States, fece ingresso nella top 40 radiostation (classifica che raccoglieva le quaranta radio più influenti del Paese) e fu programmata in tutti gli Stati Uniti per circa un mese insieme a colossi del pop/rock come Bryan Adams, Mariah Carey e Seal. Sempre nel 1991 figurò nella top ten dance in Inghilterra e in varie classifiche europee. È difficile quantificare le vendite ma senza ombra di dubbio è diventato un classico della old school internazionale».

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Le classifiche estere in cui finisce “Keep Warm”

Ai risultati eccezionali oltre i confini non risponde però un altrettanto vivo interesse in Italia, e tra l’altro l’Italian Style Production pubblica il mix su etichetta nera, colore con cui identifica i prodotti destinati all’estero. «Il mercato discografico interno dell’Italia purtroppo era ed è ancora poco significativo. “Keep Warm” inoltre giunse in Time prima ancora che la stessa esistesse come struttura reale, cosa che avvenne solo nel 1992, per cui il brano da noi non ebbe alcuna promozione. Peccato. Curiosamente oggi nei festival nostrani di dance anni Novanta si celebrano canzoni che hanno venduto un decimo di “Keep Warm”». La percezione italiana per il brano è quindi ben lontana dai risultati effettivi ottenuti sulla piazza internazionale. «In quel periodo stava nascendo il predominio di Radio DeeJay che avrebbe influenzato la scena dance italiana negli anni seguenti ma chi, nel mondo, determinava il successo internazionale era Pete Tong, dalle frequenze di Radio BBC».

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“Keep Warm” riappare nel 1995 attraverso nuovi remix tra cui quello degli Alex Party

L’Italia riscopre (o scopre, a seconda dei casi) “Keep Warm” nel 1995, quando l’inglese Multiply Records la ripubblica attraverso nuovi remix, quello dei T-Empo, di Blu Peter e dei veneti Alex Party. «Uscì sia il vinile che il CD ma la versione che funzionava era ancora l’originale. La Multiply aggiunse vari remix più adatti ai club ma l’original mix era ormai un crossover e in radio continuava a passare quella. Con nostro stupore il brano rientrò persino nella top ten britannica e venne richiesta la presenza di Jinny a Top Of The Pops UK. In quell’occasione fu eseguita la versione originale che aveva quattro anni ma la Multiply intendeva dare un’immagine visiva più definita al progetto e così propose Carryl Varley che già lavorava per la tv inglese e che fu scelta per girare il videoclip. Avrei dovuto accompagnarla io sul palco di Top Of The Pops ma la Time si accordò con la Multiply per una soluzione in loco, meno problematica e meno dispendiosa per evitare voli aerei ed alberghi. Accettammo ma, col senno di poi, sbagliammo».

Dopo il successo internazionale di “Keep Warm” il progetto Jinny prosegue con “Never Give Up” del 1992, cantato da Debbie French. Dal 1993 invece il team si rigenera stilisticamente abbracciando un suono più euro con “Feel The Rhythm”, e tra 1994 e 1995, in epoca italodance, escono “One More Time” e “Wanna Be With U” (quest’ultimo ispirato dal riff di “Turn Up The Power” degli N-Trance). Nel corso del biennio si aggiungono pure altri collaboratori come Michele Comis, Elisa Spreafichi alias Lisa Allison, Mauro Marcolin, Giordano Trivellato, Giuliano Sacchetto e Ricky Romanini. «Senza dubbio “Never Give Up” era un prodotto meno commerciale, ricordo con piacere le versioni di Philip Kelsey alias PKA e di Claudio Coccoluto. Quest’ultimo realizzò il remix proprio nel nostro studio. Nel frattempo in Europa esplose la nostra “Open Your Mind” (di U.S.U.R.A., altro progetto curato da Gilardi, Varola e Cremonini, “nascosti” anche dietro Infinity, Silvia Coleman, Trivial Voice e moltissimi altri, nda), e quel suono divenne ricercato un po’ da tutti. Per tale motivo lo sviluppammo in “Feel The Rhythm”, in piena autonomia artistica, senza alcuna pressione da parte dell’etichetta. “One More Time” era ancora più commerciale e divenne la sigla di Ciak, sulle reti Mediaset. Entrambi furono cantati dalla French ed ottennero ottimi risultati in Italia. L’ultimo invece, “Wanna Be With U”, lo cantò Sandy Chambers (anche se nel video appare ancora la Varley, nda)».

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L’advertising che annuncia il nuovo singolo di Jinny intitolato “Don’t Stop The Dance” che però non vedrà mai luce (fonte: Disk Jockey New Trend n. 5, maggio 1995)

In qualche occasione si parla di un follow-up per Jinny e filtra il titolo “Don’t Stop The Dance” che però non viene mai pubblicato, ma oggi Gilardi è perentorio: «Non c’era alcun follow-up, si trattò solo di una bufala!». In tempi recenti il marchio riappare con la cantante Lyv McQueen, interprete del repertorio nelle serate revival. «Lyv fece una serata-pilota per valutare la possibilità di un eventuale live ma i budget delle feste anni Novanta non coprivano neanche il costo del volo e dell’albergo, quindi il progetto venne presto accantonato» conclude il musicista. (Giosuè Impellizzeri)

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Due chiacchiere con Claudio Arillotta, ricordando la Flying Records

Claudio ArillottaUna veloce chiacchierata con Claudio Arillotta, che tra 1994 e 1997 ricopre ruolo di promoter per una delle etichette italiane più note degli anni Novanta, la napoletana Flying Records.

Come ricordi la tua esperienza nel mondo radiofonico, nella veste di direttore della programmazione di Radio Città Futura Campania?
A quei tempi, negli anni Ottanta, ci si divertiva a promozionare artisti e brani, ed inoltre c’era propositività da parte delle radio che rischiavano la programmazione su artisti sconosciuti.

Dal 1994 al 1997 lavori per la Flying Records: come arrivasti alla società di Flavio Rossi?
Fui chiamato dall’allora responsabile internazionale Alessandro Massara, ora presidente di Universal. Mi occupavo della promozione.

Che mondo era quello della Flying Records?
Molto familiare ma al 100% professionale.

Negli anni Novanta quali erano le strategie classiche di marketing per i prodotti riservati alla musica da discoteca?
Era tutto molto diverso da oggi. Il successo partiva dalle discoteche e dai DJ, solo in un secondo momento arrivava in radio.

Chi e cosa poteva decretare, in forma sensibile, la riuscita di un brano?
Sicuramente i DJ e successivamente le emittenti radiofoniche.

Come erano i rapporti con le radio e i magazine specializzati?
Ottimi, sicuramente meglio rispetto a quelli odierni.

Esisteva la payola in Italia?
No.

C’è qualche particolare o significativo aneddoto legato ad un brano?
Ce ne sarebbero tantissimi ma preferisco non parlarne.

Quanto funzionava il comparto delle compilation?
Le vendite delle compilation erano davvero importanti.

Tra le molteplici etichette di Flying Records c’era la Crime Squad, che nel 1992 apre la carriera discografica degli Articolo 31 (con “Nato Per Rappare”/“6 Quello Che 6”) e che viene ricordata anche per aver pubblicato “SXM” dei Sangue Misto, ora quotatissimo sul mercato dell’usato. Come era la scena rap italiana ai tempi? Incontravi “resistenze” da parte dei programmatori radio/tv?
Mah, più che le radio credo fossero le televisioni a concedere sempre troppo poco spazio al rap.

Con quali artisti si ebbe la definitiva consacrazione del rap in Italia?
Senza dubbio con Articolo 31, Sangue Misto, 99 Posse, Sottotono…e tanti altri ancora.

Nella scuderia Crime Squad c’era pure DJ Flash col brano “Un Lorenzo C’è Già”, oggetto di una vicenda giudiziaria che nel 1995 vide, tra gli indagati, anche Pippo Baudo. Come ricordi quello spiacevole episodio?
Cose che capitano e che lasciano il tempo che trovano.

Quale, tra le tante etichette della Flying Records, ricordi con maggior piacere?
Due su tutte, UMM e la citata Crime Squad.

Quali furono i pezzi dance prodotti da Flying Records che ebbero maggior successo?
Quelli di Alex Party e Blast, senza dubbio.

Quale invece il progetto in cui riponevate molte aspettative ma che non diede i risultati sperati?
Non saprei indicarne uno in particolare. Resto del parere che tutto ciò che si produceva fosse di un livello superiore alla media ma non sempre le cose vanno nel verso giusto.

Perché Flying Records, nonostante la fortissima operatività (vantava sedi a Milano, in Inghilterra e persino in America), finì nella peggiore delle maniere, ossia col fallimento?
Ho sempre pensato che ciò fu causato da una reale mancanza manageriale nella gestione dell’azienda.

Flying Records segnò uno dei periodi più fortunati, sia dal punto di vista economico che creativo, della musica prodotta in Italia. Chi, tra le altre realtà nostrane operative ai tempi, merita altrettanta stima?
Non ne vedo nessuna paragonabile alla Flying Records.

Come vedi il mercato attuale della musica dance internazionale?
Contraddistinto da un netto ritorno a ciò che successe negli anni Novanta.

Quello italiano invece? È così tanto disorganizzato come in molti sostengono?
Non saprei, ora sono abbastanza lontano.

Quali sono i tre brani-simbolo degli anni Novanta, non necessariamente dance, che preferisci in assoluto?
“Crayzy Man” dei Blast per la dance, 99 Posse ed Articolo 31 per il rap, ma non in riferimento a singoli bensì ai meravigliosi album.

(Giosuè Impellizzeri)

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