Mauro Tannino – DJ chart gennaio 1997

DJ: Mauro Tannino
Fonte: DiscoiD
Data: gennaio 1997

1) The Arc – Vol. 3
Del misterioso progetto tedesco The Arc, formato nel 1995 da Bernd Hollinger ed Oliver Linge, la Rete non ci consegna molto a parte le coordinate basiche di Discogs. In soccorso viene Linge che, contattato per l’occasione, racconta: «Incontrai Bernd all’Università di Francoforte dove studiavamo entrambi alla facoltà di Economia. Un giorno scoprimmo di condividere la passione per la musica elettronica. Lui aveva iniziato da poco ad allestire uno studio di registrazione casalingo e così, tra un esame e l’altro, cominciammo a buttare giù le idee per i primi brani. Io avevo già maturato qualche piccola esperienza nel settore discografico visto che nel ’93, insieme all’amico Olaf Pozsgay, incisi prima “Universe” per la Dance Ecstasy 2001 (incluso in “4 Sale!” di Headshop, nda) e poi “The Tempodrom” di Tempodrom per la Frankfurt Beat Productions. Decidemmo di lanciarci in quell’avventura fondando persino una nostra etichetta, la Crystal. Ad aprire il catalogo furono “Visions Of Tomorrow / Fruitsalad” di Hybris, un progetto che creai col citato Pozsgay (a cui segue, poco dopo, “Drop Zone” di Susuki L.T.D., nda), e “Grey Matter / Adamus” di The Arc. Quest’ultimo fu il più fortunato: nonostante fossimo totalmente sconosciuti, vendemmo circa tremila copie. Il pezzo trainante era quello inciso sul lato a, “Grey Matter”, in cui inserimmo un lungo spoken word di William S. Burroughs abbinato ad un bassline dark ispirato dai set di DJ Dag che sentivamo ai tempi. La seconda uscita di The Arc, intitolata “Vol. 2”, purtroppo non eguagliò le vendite della prima ma ci fece guadagnare comunque il rispetto della scena e numerose recensioni positive su riviste musicali di settore soprattutto grazie alla traccia “Echo Beach”. Sul 12″ finirono due versioni: l’Original arrangiata con Cubase, e la Live Mix realizzata in modo estemporaneo in studio, attivando e silenziando i canali del mixer senza un disegno prestabilito. Poiché l’automazione MIDI non esisteva ancora, fummo costretti a girare manualmente le manopole dell’equalizzatore parametrico del mixer e registrare dal vivo tutti i movimenti dei filtri. Artificioso ma dannatamente divertente! Il “Vol. 3” non riscosse molti consensi ma rammento una entusiastica recensione in cui venne paragonato ad una hit del passato. Per incidere la nostra musica usavamo varie macchine Roland (TR-606, TR-808, TR-909, SH-101, Alpha Juno-1, Jupiter-8, TB-303), un Minimoog ed altro ancora che non ricordo più». Il “Vol. 3”, scelto da Tannino, contiene “Just What You Want” e “Facts Of Life” con cui i due tedeschi danno prova di essere bravi programmatori di beat quanto validi intagliatori di onde acide. I presupposti per proseguire ci sono ma il nome The Arc si dilegua misteriosamente dai radar. «Quando completammo gli studi universitari iniziammo a lavorare non riuscendo a trovare più il tempo necessario da dedicare alla composizione di musica» spiega Linge. «Nel ’96 Bernd incise, sempre per la Crystal, “Eonlux”, attraverso cui raccolse nuovi ed appaganti riscontri, specialmente dall’Italia come ci disse qualcuno allora. Purtroppo dopo poco tempo lo persi di vista». Il nome The Arc viene riesumato nel 2000 dalla britannica Pied Piper che ripropone “Echo Beach” attraverso un nuovo remix degli Yekuana. «Secondo i ragazzi della Pied Piper, quel pezzo era una specie di hit underground nei club d’oltremanica e in virtù di ciò lo ripubblicarono, a cinque anni di distanza dall’originale, aggiungendo una nuova versione» conclude Linge. A differenza di Hollinger che si defila del tutto dalla scena discografica, Linge prosegue per qualche altro anno affiancato da Pozsgay col quale darà avvio a nuovi progetti-tandem come Skinner e Daktari, quest’ultimo avvalorato da un remix di Chris Liebing.

2) Abe Duque – The Blunt EP
Questo EP è uno dei primi che Carlos Abraham Duque Alcivar firma come Abe Duque. Edito dalla Sonic Groove di Adam X, si muove su quattro tracce di techno spiccatamente circolare. Dai reticolati ritmici di “Dumb” all’ipnotico estremismo di “Stupid”, dalle patch liquefatte di “Toy” alle sponde distorte di “Boy”. Il tutto prodotto nel suo studio, il The Cave Super Studios a New York, da dove uscirà, in futuro, pure “NY Muscle” di DJ Hell.

3) Oracle 9000 – Running With The Devil
Oracle 9000 è uno degli svariati pseudonimi dietro cui si cela l’allora prolificissimo Alfredo Violante, italiano trapiantato nella capitale britannica ed intervistato qui. Il disco esce sulla sua Supernova Records, autentico crocevia di techno ed hard trance da cui giungono discrete club hit come “Numera Stellas” di Solaris e “Life Is So Realistic” di Moogability. Violante, che nel ’96 penetra anche nel mainstream italiano con “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000, è ancora attivo ed intento a riportare in vita il progetto Supernova. Recentemente si è impegnato nel digitalizzare parzialmente il catalogo della Supernova Records rendendolo disponibile su Bandcamp seppur al momento alcune pubblicazioni siano ancora irreperibili proprio come “Running With The Devil”.

4) Kinetico – Voltage
Come il sopramenzionato Violante, Pablo Gargano o Cricco Castelli, giusto per citarne alcuni, Massimo Vivona è uno degli italiani che negli anni Novanta trovano più fortuna all’estero che in patria. Di origini siciliane, si costruisce una solida reputazione incidendo dischi in primis sulla propria Headzone ma anche su altre, come la Fax +49-69/450464 del compianto Pete Namlook a cui destina vari progetti (Gorn, Gamma, Xenon, Elevator). L’attività produttiva è tale da necessitare una moltiplicazione dell’identità attraverso vari pseudonimi come Kulprit, Luke Cage e Kinetico, quest’ultimo sviluppatosi su un’etichetta parallela alla Headzone, la Ground Groove. “Voltage” è un rullo compressore che avanza su scambi melodici filo goa e dilatazioni acide, accoppiata che contraddistingue buona parte della produzione vivoniana di quel periodo.

5) Mauro Tannino – Psycho Bubble
Tannino è tra i primi a gettare le fondamenta del movimento poi identificato “Sound Of Rome”. Come scrive Andrea Benedetti in “Mondo Techno”, «dopo aver vissuto con Lory D l’esperienza di alcuni rave britannici, i due riportano lo stesso spirito a Roma coinvolgendo Chicco Furlotti, organizzatore della scena dance capitolina sin dagli anni Settanta (e fondatore della Male Productions/Male Records, che tiene a battesimo il progetto The True Underground Sound Of Rome, nda). Lory D e Mauro Tannino suonavano techno, electro, new beat, freestyle, breakbeat e quanto di più nuovo ci fosse in giro. La loro bravura non consistette solo nel far ascoltare nuove sonorità ma nel coinvolgere e convincere organizzatori, promoter ed altri operatori del settore musicale a seguire quella linea».

Le prime produzioni di Tannino
In alto i primi due dischi di The Underground Sound Of Rome, prodotti nel 1991 da Mauro Tannino, Stefano Di Carlo, Stefano Curti e Leo Young per la Male Productions (“Secret Doctrine” viene ripubblicato, su licenza, dalla UMM nello stesso anno); in basso “Night Passage” di 49th Floor, il 12″ con cui la Vibraphone Records debutta nel 1992

Un personaggio che, come Furlotti, è molto vicino a Tannino in quel periodo è Stefano Curti che, contattato pochi giorni fa, racconta: «Tornai a Roma nel 1988 dopo aver trascorso quattro anni a Londra. Venivo da esperienze immerse nel post-punk ed elettronica e stavo iniziando ad interessarmi al suono techno di Detroit. Andavo spesso al mitico Devotion dove conobbi il DJ resident, Paolo Di Nola (intervistato qui, nda) al quale chiesi se conoscesse qualcuno interessato a fare produzioni di house music ma non commerciali. Paolo mi parlò di Mauro Tannino e Stefano Di Carlo. Ci incontrammo trovandoci immediatamente d’accordo sul sound da sviluppare ovvero ritmi e suoni fortemente influenzati dallo stile di Detroit ma con melodie ed armonie mediterranee. Le prime cose che facemmo furono i due EP di The True Underground Sound Of Rome, “Clouds / Interface” e “Secret Doctrine”». Il nome di Tannino è legato a doppio filo alla label che Curti lancia nel 1992, la Vibraphone Records, diventata un’etichetta di culto nonostante le appena sette pubblicazioni uscite sino al ’93 e in cui Tannino è sempre presente. «Essendo l’unico DJ nel team di produzione della Vibraphone, Mauro divenne il nostro punto di riferimento per essere costantemente aggiornati sulle produzioni che contavano» prosegue Curti. «Il suo ruolo era farci sentire dischi che gli piacevano e fornire suoni e battute da campionare, anche da pezzi non necessariamente house. A ciò si aggiungeva il compito di controllare sempre che arrangiamenti e strutture dei brani fossero finalizzati alla scena club. Per tali ragioni in tutto il catalogo della Vibraphone sono presenti la sensibilità e lo spirito di Mauro ma la traccia che le sintetizza in modo più spiccato credo sia “Cyclops”, dal secondo disco di Minimal Vision del 1993, un brano con struttura minimale ciclica e molto spirituale. All’inizio vendevamo circa mille copie ad uscita. Solo a posteriori ci siamo accorti che l’apprezzamento per le nostre produzioni di allora stesse crescendo. Ciò conferma che un prodotto concepito con una certa purezza sia destinato ad essere valorizzato col passare del tempo. Ad ottenere i migliori riscontri fu probabilmente “Night Passage” di 49th Floor, il primo che pubblicammo. Calcolando anche le recenti ristampe direi che “The Bermuda Triangle” del progetto omonimo e Minimal Vision possano essere considerati i bestseller. Il meno fortunato invece resta “For The Love Of People” di The Elements. Trent’anni fa, ad incidere sulla riuscita di una produzione discografica era essenzialmente il supporto dei DJ di punta ma altrettanto determinanti potevano risultare i passaggi radiofonici su importanti emittenti, come ad esempio la londinese Kiss FM che programmò a raffica 49th Floor. Varie necessità, sia stilistiche che pratiche, mi convinsero però a sospendere l’attività della Vibraphone nel 1993. Si guadagnava davvero poco. Gli inediti rimasti nel cassetto sono stati utilizzati nelle recenti ristampe come bonus track». Nel 2015, dopo oltre un ventennio di assenza, prende avvio la “seconda vita” di Vibraphone Records, rivelatasi più costante e prolifica rispetto alla prima. Ad oggi si contano infatti ventuno uscite in cui si alternano ristampe ad inediti. Sarebbe bello poter far ascoltare a Tannino uno dei nuovi pezzi pubblicati. «Gli farei sentire almeno due brani» incalza Curti. «“Tanna”, scritto da Stefano Di Carlo e a lui dedicato, perché solare e sognante proprio come era il suo sound, e “Whispering Galleries”, scritto e prodotto da me, Di Carlo e Mauro Ruvolo, molto minimale e spirituale, una dimensione che lui apprezzava parecchio. Il primo lo abbiamo usato come bonus track nella ristampa di “The Bermuda Triangle” del 2015, il secondo invece figura nell’EP “Liquid Time” di The True Underground Sound Of Rome del 2016. Continuo a ricordare Mauro sempre carico al massimo, sorridente e scherzoso. Un vero raggio di luce».

Tannino @ Underground Club
In alto Mauro Tannino in consolle all’Underground Club di Roma, tra 1992 e 1993, in basso un flyer del locale ideato da Chicco Furlotti ed Enzo Iannuzzi

Tra il 1992 e il 1993 Tannino diventa il DJ dell’Underground Club, un locale ricavato nelle sale più interne del ristorante Le Grotte Di Costantino ed allestito in vere grotte naturali risalenti ai tempi dell’antica Roma. Ad idearlo sono il citato Chicco Furlotti ed Enzo Iannuzzi, proprietario del medesimo ristorante. Come si legge in un pubbliredazionale apparso sulla rivista Discotec a febbraio 1993, «il club sorge nelle viscere della terra e mette in evidenza la bellezza delle grotte, apprezzabile solo da un pubblico ristretto a causa della limitata capienza […]. Furlotti e il team della Male Productions sono alla continua ricerca di forme spettacolari di attrazione da proporre ad un pubblico sempre più esigente. I giovani sanno che qui possono capitare in avveniristiche serate-test utilizzate dal prolifico e qualitativo DJ Mauro Tannino per sondare sul campo l’efficacia delle sue frequenti nuove pubblicazioni». Discograficamente, le inclinazioni di Tannino sono piuttosto eterogenee ma accomunate da una vena melodica che acquista intensità e colori diversi a seconda dei team di produzione a cui prende parte. Se negli svariati progetti promossi tra 1992 e 1993 dalla Vibraphone Records di Stefano Curti punta a soluzioni tendenzialmente vicine alla deep house dalle tinte jazzistiche, attraverso la sinergia stretta con Stefano Di Carlo su Synthetic (si sentano tracce come “Vega”, “Terminal Velocity” – racchiuso in una copertina che evidenzia le sue acrobazie in cielo -, “Odissea”, “Domus” o “Nice Trip” – queste ultime due licenziate in Belgio dalla DiKi Records, quella di Age Of Love) si assiste alla formulazione di un suono più squadrato ed imparentato con la progressive trance / dream che in Italia vive un momento di eclatante popolarità tra 1995 e 1996. In solitaria le cose si evolvono ulteriormente. Abbandonando le sperimentazioni connesse al meticciato house/techno e le movenze romantiche e dolciastre della parentesi prog, Tannino imbocca un sentiero stilistico inchiodato ad una techno più rumorosa su cui insistono ossessivamente vortici acidi. È quanto avviene in “Psycho Bubble”, disco che nel 1996 apre il catalogo della sua Free Fly Record, etichetta che elabora musicalmente uno schema fisso a cui l’autore applica possibili varianti analogamente a quanto avviene nell’omonima disciplina del paracadutismo sportivo nata poco tempo prima e a cui Tannino aderisce con entusiasmo, il freefly per l’appunto. Le tre versioni del brano, codificate con un numero progressivo, derivano dalla medesima idea modulata di volta in volta con accortezze formali marginalmente differenti. “Free Fly” è pure il titolo di un suo brano che nel ’98 confluisce nell'”Overload EP”, sulla bergamasca Ipnotika, con tracce di colleghi come Massimo Cominotto, DJ Vortex ed Alberto Visi. Alla Free Fly Record, legata ad appena tre uscite, dal 1997 si affianca una seconda etichetta, la Killer Clown Records, che Tannino fonda insieme a Cristiano Balducci di cui parliamo qui. Sulle copertine dei tre 12″ editi da Free Fly Record (dopo “Psycho Bubble” tocca a “Zebresque” e “Sky Ball”) si rintraccia un indirizzo email, falsini@rdn.it. Chi, ai tempi, possiede un computer collegato in Rete attraverso un modem a 56k, avrebbe potuto usarlo per mandare un messaggio. A rispondere sarebbe stato Franco Falsini, intervistato qui, che oggi racconta: «Oltre all’indirizzo email, su quei dischi c’erano i numeri di telefono di Mauro e di Stefano Di Carlo che in quel periodo si era stabilito a Londra. Prima dell’avvento di internet, il telefono era il mezzo di comunicazione più veloce che si poteva disporre. Un giorno, proprio con una telefonata, Mauro mi fece i complimenti per una mia produzione di quel periodo al cui interno c’era la traccia “The Beginning Of An Idea” (si trattava del doppio “Open Space”, nda), uno degli ultimi dischi su Interactive Test ormai priva di logo. Attraverso quello stesso indirizzo email comprai i Kara Fonts pagandoli con carta di credito. Era l’unico modo per accaparrarsi font intriganti da usare sulle copertine dei dischi. I rapporti con Tannino iniziarono già diversi anni prima (tra i ringraziamenti su “Terminal Velocity”, ad esempio, c’è anche Open Space) ma faccio fatica a ricordare il momento esatto in cui le nostre strade si incrociarono. Mauro era molto amico sia di mio fratello, Riccardo, sia del gruppo Ashram guidato da Bettina Ciampolini. Pensare a lui mi riporta alla memoria le serate in cui abbiamo condiviso la consolle come quelle organizzate dalla Male Productions di Chicco Furlotti o quelle dei fratelli Serafini e di un altro personaggio di cui rammento solo il nome, Cesare. Lo 06, il Palladium e l’Arabesque erano i locali romani in cui ci siamo visti più volte, tutti posti in cui Mauro era davvero amatissimo. Ricordo anche il suo cane di taglia extralarge che portava ovunque utilizzando un box talmente grande da entrare a malapena nella Volvo Station Wagon. Era il suo compagno inseparabile, anche quando faceva i lanci col paracadute. Mi raccontò che a tutti gli atterraggi il cane arrivava sul posto esattamente nello stesso momento in cui metteva piede a terra. Mauro era un provetto paracadutista, aveva fatto corsi di lancio acrobatici con un gruppo molto accreditato di Skydive in Arizona, dove aveva soggiornato per un po’ di tempo. Mi diede anche un VHS che sto cercando di ritrovare in cui vennero immortalate varie imprese. Quel team nutriva una grande ammirazione nei suoi confronti al punto da chiamarlo The Wizard. Per capirne le ragioni bastava guardare qualche frame di quei video. Nei primi mesi del 2000 partecipò all’evento Skydive America organizzato a Palm Beach, in Florida. Come si legge qui, si piazzò settimo nella disciplina Atmosphere Dolphin Challenge. Era particolarmente spericolato e una volta venne a suonare al centro sociale L’Indiano, a Firenze, con un piede ingessato. Motivo? Si lanciò senza scarpe e l’impatto col terreno fu piuttosto violento. Tuttavia non mostrò alcun segno di sofferenza, mise sul piatto “The Age Of Love” e mi guardò sorridendo. Un giorno eravamo intenzionati a produrre qualcosa a quattro mani ed andammo nello studio in cui Mauro aveva realizzato molte delle sue produzioni. Una volta arrivati però trovammo il proprietario impegnato a riparare (invano) un hard disk difettoso. Adiratosi per gli scarsi risultati, lanciò quel pezzo di computer come un sasso sul muro. Visto il clima non proprio idilliaco, rimandammo la session che però il destino non ha più reso possibile. Quel maledetto 12 agosto del 2000 appresi della sua tragica scomparsa leggendo le pagine di Repubblica mentre mi trovavo a casa di Elisabetta che si occupava delle grafiche di Interactive Test».

Nessuno sa come si sarebbe evoluta la carriera e la musica di Tannino. Di lui restano decine di produzioni discografiche, alcune delle quali ristampate e rivalutate negli ultimi anni, ma pure infiniti ricordi di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. Come scriveva Dario Olivero sulle pagine di Repubblica all’indomani della sua dipartita, «è difficile stabilire cosa sia successo. Mauro era un esperto, aveva fatto migliaia di lanci di quel tipo, era famoso a livello internazionale, sapeva il fatto suo. I suoi amici possono solo fare ipotesi su quanto sia avvenuto in quei 4.500 metri di caduta. Un incidente, un imprevisto in quella terra di nessuno che sta tra le leggi della fisica e il fattore umano. Un rischio che corre chiunque decide di sfidare il cielo». Tannino amava il paracadutismo almeno quanto la musica. Il sole del 12 agosto 2000 però è fatale e scioglie le sue ali. È l’ultimo volo per il mago.

6) Aquaplex – System
Prolifico team tedesco, gli Aquaplex capeggiati da Andreas Krämer si ritagliano una discreta popolarità anche dalle nostre parti dove l’acid trance vive una fase particolarmente fortunata tra 1995 e 1997 circa. “System” riprende il discorso di “Instinct” uscito pochi mesi prima: sciabolate di TB-303 affettano serrati beat di estrazione techno/hard trance (“Atmosphere”), concedendosi break e ripartenze issate da rullate (“Spirit”, una specie di “Acid Phase” o “Spherique” di Emmanuel Top ma in chiave più pumpin’). La traccia scelta da Tannino però è quella incisa sul lato b, “Victim”, un crescendo metallurgico che limita gli interventi acidi a favore di una spinta ritmica edificata sugli incastri.

7) Spinning Atoms – Enhanced Velocity
“Enhanced Velocity” è l’ultimo disco inciso dai belgi Spinning Atoms dopo “FF-Wind” e “Sub-Set”, entrambi del ’94. Le tre tracce incise sul 12″ partono dalla lezione dei decani di Detroit (“Summer School”), pigiando progressivamente il pedale dell’acceleratore (“Your Flexible Friend”) sino ad una estremizzazione che tocca l’apice con “Bubble Memory”, dove il telaio ritmico è dopato e i suoni si trasformano in un autentico vortice aspiratutto. Il brano verrà poi minimalizzato nel remix dei britannici Creeper (Chris Liberator e D.A.V.E. The Drummer), inciso su un doppio finito nel catalogo Prolekult.

8) Jakyro – Joy Full Noise
Inclusa nel primo disco che Joy Kitikonti incide per la Media Records, come lui stesso racconta qui, “Joy Full Noise” è una traccia con atmosfere trancey avvitate su una spirale acida. Il break centrale di impostazione cinematografica serve a prendere fiato prima di continuare la corsa. Sul disco, pubblicato dalla Underground, trova spazio pure il rifacimento in chiave progressive trance di un classico di John Carpenter, “Assault On Precinct 13”, rivisto in tre versioni.

9) Lochi – London Acid City
Nel ’96 i Lochi (Chris Liberator e Lawrie Immersion, tra le eminenze dell’acid techno d’oltremanica) incidono un brano che suona come una spassionata dichiarazione di intenti. “London Acid City” fa pulsare pneumaticamente il cuore degli aficionados di un filone stilistico che sembra voler riportare in auge il clima dei rave party organizzati nelle periferie del Regno Unito ma con un piglio più agitato, come a volersi beffare delle severe restrizioni thatcheriane. Il pezzo trova spazio nel doppio mix che apre il catalogo della Routemaster Records e l’anno dopo, trainato da un remix di Jon The Dentist, gode di una diffusione più capillare grazie ad una manciata di importanti licenze messe a segno in Europa (in Germania e in Spagna, rispettivamente sulla Tetsuo di Talla 2XLC e sulla Made In DJ del gruppo Blanco Y Negro). Nuove versioni (Acid House Remix, Minimal Techno Mix, 2006 Remix) giungono nel 2006 per festeggiare il decennale.

10) Fred Fresh – Logical Grooves
Pubblicato dalla Hybrid, l’etichetta svedese di Cari Lekebusch costretta a cambiare nome in H. Productions a causa dell’omonimia col gruppo britannico di Mike e Charlotte Truman, “Logical Grooves” si sviluppa su tre pezzi privi di titolo. La A1 evoca atmosfere spettrali di una ipotetica Detroit abitata da zombie che prendono il sopravvento dopo la crisi del settore legato ai motori, la A2 tira dentro l’acid insieme a beat di quella che parrebbe una TR-909 programmata a braccio ed infine la B si incammina in un corridoio di ossessivo minimalismo. Fresh, nativo di Minneapolis, è un vero virtuoso del 303 style, filone a cui fornisce la propria prospettiva attraverso una moltitudine di pubblicazioni firmate con altrettanti pseudonimi e destinate a svariate etichette anche di sua stessa ideazione come Electric Music Foundation, Analog Records USA ed Howlin’ Records.

(Giosuè Impellizzeri)

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Alfredo Violante, sulle ali della trance degli anni Novanta

Alfredo ViolanteCirca venticinque anni fa Alfredo Violante lascia l’Italia e vola in Inghilterra, dove si inserisce nella scena discografica e fonda, con Guido Gaule, l’Europlan Music Network, azienda-contenitore di varie etichette come Data e Supernova, a cui si aggiungono Single Vision, Proxima, Kronos e Storm. Le ispirazioni derivano dalla trance, soprattutto quella teutonica, ma non mancano deviazioni techno: la combinazione tra ritmo marcato, epiche melodie e ghirigori acidi si rivela attraverso numerose produzioni firmate con altrettanti pseudonimi. Tra le più note “Numera Stellas” di Solaris, del 1994, “Life Is So Realistic” di Moogability, del 1995, e “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000, che nel 1996 diventa popolare pure in Italia. Nel 1998 è Joe T. Vannelli a pubblicare sulla sua DBX Records, celebre per aver accolto nel proprio catalogo i pluridecorati dischi di Robert Miles, la doppia a-side “From Here To Eternity 99/Loving The Alien 99” che tira il sipario sul progetto Barcelona 2000. Violante nel frattempo prosegue il suo percorso artistico, variandone ulteriormente le matrici sino a toccare l’electro house nel nuovo millennio.

Nei primi anni Novanta ti trasferisci a Londra in cerca di successo, eppure oggi in tanti dipingono l’Italia di quel periodo come una landa felice e rigogliosa per la musica dance. Cosa o chi ti spinse ad emigrare all’estero?
In realtà quando giunsi a Londra la Dance non mi interessava per niente, soprattutto la House che non mi ha mai appassionato. Ma quando arrivarono i primi dischi della scena Rave con quei ritmi serrati e quelle sequenze aggressive, esplose la mia passione per l’elettronica.

Il primo disco che realizzasti oltremanica fu “Too Many People” di You, su Hypermode Records?
Sì, e fu un disco calcolato. Avevo appena abbandonato la strumentazione tradizionale e decisi di appoggiarmi ad uno studio di Brixton, l’Hazardous Dub Company, che era un gioiello della scena underground.

Bengodia

La copertina del singolo di Bengodia, edito dalla Panarecord nel 1987. Il gruppo è composto da Alfredo Violante, Guido Gaule e Christian Gardoni

Il tuo primo brano in assoluto però fu “There Is A World In My Hands” dei Bengodia, pubblicato in Italia dalla Panarecord nel 1987. Cosa ricordi di quell’esperienza, più vicina alla new wave/synth pop che alla musica da discoteca?
Ricordo l’insoddisfazione di fare musica inglese in Italia, ma penso sia una sensazione piuttosto comune. Ho preferito buttare via tutto pur sapendo che a Londra sarebbe stata ancor più dura.

Dopo i primi anni in cui era svincolata dalle classiche trafile burocratiche delle major, nella musica dance cambia qualcosa: perché fu cannibalizzata dalle multinazionali?
Perché le vendite raggiunsero una quota di mercato importante, probabilmente il 2%. Lentamente le major occuparono la scena del vinile e abbassarono il prezzo del prodotto. I piccoli negozi faticarono a competere e pian piano sparirono, ma il mercanteggio tra le piccole etichette e i negozi indipendenti era vitale per l’ecosistema della Dance.

Un fenomeno tipico degli anni Novanta su cui tanti, in Italia, hanno costruito la propria fortuna era quello dei promo provenienti dall’estero, soprattutto Inghilterra ed America.
Ai tempi la promozione inglese era esclusivamente nazionale, non c’era ancora una strategia europea quindi in Italia non arrivava niente. Quando un oggetto è raro e quasi introvabile si crea grande richiesta, soprattutto in Italia dove l’esclusività era molto importante nel DJing. Per questo si scatenò una vera e propria “guerra del promo”.

Alfredo Violante e Guido Gaule, 1992

Alfredo Violante e Guido Gaule nel 1992. Foto gentilmente concessa da Alfredo Violante

In Decadance Extra abbiamo dedicato un’intera sezione ai negozi di dischi italiani attivi negli anni Novanta, intervistando i titolari da Nord a Sud Italia, eppure solo pochi di loro hanno ammesso di aver fatto parte dell’ambito business dei dischi promo, o comunque hanno minimizzato quel che invece era un vero e proprio mercato nel mercato.
Per portare ambite copie promozionali in Italia bisognava avere una rete di contatti molto complessa, quindi non tutti i negozi potevano permettersela.

E il fenomeno “bootleg”, in riferimento a quei dischi che si moltiplicavano misteriosamente ad insaputa delle case discografiche e dei rispettivi autori?
Una scena che non conoscevo finché non sono usciti miei brani stampati a mia insaputa.

Quali erano, negli anni Novanta, le condizioni che potevano decretare una maggiore visibilità per un DJ?
Il vinile aveva un limite: quando vendevi troppo un’etichetta più grande ti comprava il pezzo. E faceva bene, perché poteva sfruttarlo meglio. Poi c’erano le compilation che a livello di royalties non erano superiori al vinile ma quando particolarmente importanti facevano la differenza. A me capitò con la “Renaissance Worldwide: London” mixata da Robert Miles nel 1997, in cui presenziava un mio pezzo firmato Moogability (“Houston Remix”, nda).

Alfredo Violante, sulle ali della 90s Trance

L’ingresso nella DeeJay Parade di “Guitara Del Cielo”, Pagellina n. 35, 12 ottobre 1996

Credo che in Italia il tuo disco più popolare resti “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000. Cosa puoi raccontare in merito?
Scrivevo anche cinque pezzi alla settimana ma scartavo quelli che non mi convincevano. La UCMG (Under Cover Music Group) era un grosso network tedesco, ed alcuni A&R venivano a casa mia per sentire quello che facevo. Presero proprio uno di questi scarti, “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000 (anche se per frequenti errori tipografici il titolo diventa “Guitarra Del Cielo” e l’autore Barcellona 2000, nda). Quando si fa più di un disco al mese è importante cambiare spesso nome artistico per non stufare, ed io ero già Solaris, Eta Beta, Moogability, Oracle 9000, DJ Supernova, Space Art, Speedlite, Mazda (ed altri ancora come Borgia, Brama-Siva-Vishnu, House Music Syndicate e Radiations condivisi con amici, nda). Così la UCMG si prese Barcelona 2000 e lo stampò subito su una della sue etichette, la Tide, ai tempi curata artisticamente da Nils Hess. “Guitara Del Cielo” nacque da un arpeggio appartenente ad un’altra mia composizione ossia “Mandrake” di Borgia, uscito su Heidi Of Switzerland nel 1994. Quel pezzo aveva delle bellissime parti melodiche ma trovavo che l’arpeggio fosse piuttosto sprecato. Così lo riutilizzai in Barcelona 2000 ma modificandolo, prima a -100% e poi a +100% di pitch rispetto all’originale. Allargando la visione anche al nuovo millennio, un altro mio pezzo che ha funzionato in Italia risale al 2007, “Frangetta” de Il Deboscio, progetto molto particolare in cui la differenza la fece il testo scritto da mio cugino, Davide Colombo.

Barcelona 2000

Le due stampe italiane di “Guitara Del Cielo”. Su entrambe il nome dell’artista viene erroneamente riportato come Barcellona 2000

Come mai in Italia “Guitara Del Cielo” venne pubblicato contemporaneamente da due etichette diverse, ossia la Top Secret Records del gruppo Dig It International e la Moonlite del gruppo Time?
Un giorno la UCMG mi chiamò chiedendomi a chi volessi licenziarlo in Italia. Normalmente con questi dischi Trance senza particolari ambizioni era già tanto ricevere un’offerta, quindi risposi che, se avessi potuto scegliere, avrei optato per la Self. Però non ero a conoscenza del fatto che Albertino stesse suonando con entusiasmo il brano nel DeeJay Time (facendolo entrare anche nella DeeJay Parade il 12 ottobre, seppur rimanga in classifica per sole due settimane, nda). Di conseguenza tutte le distribuzioni italiane volevano il pezzo! Altra cosa che non sapevo è che la UCMG aveva già firmato un contratto con la Dig It International che si era fatta avanti per prima, ma poi, giacché continuavano a fioccare proposte via fax (il vero protagonista della comunicazione negli anni Novanta), avevano provato a rifirmarlo con la Self. Quindi esistevano due contratti validi con due case di distribuzione che litigavano e si denunciavano a vicenda, a cui se ne aggiunsero altre due che lo stamparono abusivamente. Risultato? Includendo la versione import, sul mercato giunsero ben cinque versioni di Barcelona 2000. Il pezzo entrò in molte compilation Progressive e in tanti mi chiamarono chiedendomi cosa stesse succedendo. La UCMG fece il comprensibile errore di firmare la prima offerta, non immaginando che da lì a breve ne sarebbero arrivate molte altre. Ne firmarono una seconda cercando (inutilmente) di disdire la prima, ma la frittata ormai era fatta. Ci vollero circa due anni per ottenere i miei compensi. Negli anni Novanta “Guitara Del Cielo” fu l’unico dei miei brani ad entrare nella programmazione di Albertino (ma a proporlo per primo su Radio DeeJay è Molella nel suo Molly 4 DeeJay, già a settembre, nda).

Esiste anche una terza versione del pezzo, edita dalla Discomagic di Severo Lombardoni ma firmata The Typhoon. Eri sempre tu sotto mentite spoglie?
No e ad essere sincero non l’ho mai vista, anche se me ne hanno parlato.

Nel 1994 inauguri il catalogo della Supernova Records con “Numera Stellas” di Solaris. Come mai quattro anni più tardi, quando uscirono due nuove versioni, quel pezzo divenne di Barcelona 2000?
È una melodia che funziona e vende, quando ho bisogno di soldi e voglio andare a colpo sicuro la ripropongo. L’ho rifatta ancora nel 2004 col titolo “Capricorn” e l’alias Polybeat.

Alfredo Violante in studio nel 1995

Alfredo Violante in studio nel 1995. Foto gentilmente concessa dallo stesso Violante

Con quali strumenti creavi la tua musica? Dove acquistavi le macchine? Nuove o di seconda mano?
Quando avevo quattordici anni avevo tutte le Roland originali ma le vendetti nel momento in cui sul mercato giunsero le tastiere digitali. Negli anni Novanta me le andai a cercare (e comprare) una ad una da privati. Allestimmo lo studio in un appartamento a Londra, in Gloucester Road, che in tanti conoscono benissimo, da Francesco Farfa ai fratelli D’Arcangelo, dal compianto Alex Silverfish ad etichette come Dig It International e Platipus. Davvero tutti passavano da noi. Avevamo persino una stanza per gli ospiti equipaggiata con la prima PlayStation. Un periodo davvero strepitoso.

Quali erano i tuoi riferimenti? A chi ti ispiravi?
Ho due dischi-chiave che rappresentano il mio gusto negli anni Novanta, “Airborn” di Mirage e “Symmetry” di Brainchild, entrambi editi dalla Eye Q Records di Sven Väth, Heinz Roth e Matthias Hoffmann.

Chi fu il personaggio-cardine della scena italiana negli anni Novanta?
Nella musica elettronica Francesco Farfa guidava il gruppo. La mia impressione è che il trend lo decretasse solo lui. I suoi set erano molto complessi e poliedrici, tipici di un periodo dove c’era ancora molta ricerca. Poi i sottogeneri si irrigidirono ed emersero le serate a tema dove il suono era sempre un po’ lo stesso. Farfa si impadronì della fase iniziale, la più affascinante ed avventurosa.

Qual è stato l’ultimo disco che ti ha positivamente colpito?
Per me il momento più interessante fu quando la drum n bass si liberò dei sample Hip Hop velocizzati ed incominciò ad usare le sonorità della Techno. Aphex Twin rielaborò il tutto creando suoni e ritmiche mai sentite prima. Poi il nulla. Adesso siamo in piena fase Roland TR-808, poi tornerà la TR-909 e via dicendo. Ma arriveranno anche cose nuove, quelle per fortuna non mancano mai.

(Giosuè Impellizzeri)

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Format HD – Nonoxynol-10 / Tedrasodium (Single Vision)

Format HDSono trascorsi esattamente venti anni da quando viene pubblicato il disco dei Format HD, ossia i fratelli Marco e Fabrizio D’Arcangelo, Marco Lenzi e Guido Gaule. Ma come scocca la scintilla tra di loro? Ci racconta tutto Marco D’Arcangelo: «Incontrai Lenzi da Silverfish, negozio di dischi in Charing Cross Road, durante i primi mesi della mia lunga permanenza in Inghilterra, nel 1994. Divenni un assiduo frequentatore di quel posto (diventato punto di ritrovo per scultori, musicisti, poeti e registi, ndr) tanto da cominciare ad eseguire qualche lavoro per loro. Durante quel periodo pensammo di creare un’etichetta Techno, la Molecular Recordings, e il progetto Intermolecular Forces. Io e mio fratello Fabrizio vivevamo un momento pieno di ispirazioni e quindi valutammo come muoverci a livello discografico. Tra i nostri amici c’erano (e ci sono ancora oggi) Alfredo Violante e Guido Gaule, che ai tempi gestivano Europlan Music Network, un pool di etichette (le due principali erano la Supernova e la Data, ndr) . Era l’occasione perfetta per creare una sinergia».

“Nonoxynol-10” è un macigno di serrato Techno groove che piange lacrime acide. Però non sembra essere una Roland TB-303 quella che striscia contro il ritmo, il suono è meno spesso, più vicino a certe cose Goa Trance che ai tempi uscivano con frequenza, ipotizzabile quindi che fosse una Roland MC-202. “Tedrasodium”, sul lato b, si posiziona tra Techno e 90s Hard Trance, di quella che fa leva sul marcato ipnotismo e non su cori da stadio o canzoni da intonare sotto la doccia.

Il disco rappresenta l’unica uscita su Single Vision (nome profetico quindi), «che creammo appositamente per questo progetto» rammenta D’Arcangelo. «Ci incontravamo tutti nello studio di Violante e Gaule, in Gloucester Road, scambiandoci pareri ed esperienze, oltre a confrontarci sulla produzione. Unimmo le forze per mettere sul mercato qualcosa che potesse unire le idee di tutti». Single Vision e Format HD, nonostante i buoni propositi, nascono e muoiono con questo 12″: «eravamo tutti molto impegnati in altri campi, inoltre la dimestichezza e i mezzi per poter stampare e distribuire materiale ci impedì di trovare accordi per dare un seguito all’etichetta – curata in primis da Gaule – e allo stesso progetto Format HD. Accadde lo stesso per la Sphere, su cui accomodammo solo due brani di Monomorph in salsa semi Techno, “Metoh” ed “Hyperlight”. Gli impegni con la Rephlex ci spinsero a fare altro».

I due pezzi dei Format HD comunque arrivano in Italia, attraverso la milanese Dig It International che lo licenzia sulla S.O.B. – Sound Of The Bomb ma trascrivendo male un titolo: “Nonoxynol-10” diventa “Monoxinol-10”. «La Dig It International era legata a filo doppio con noi, sia perché distribuiva in Italia i nostri prodotti (nel mondo invece eravamo distribuiti da Prime Distribution), sia perché io e Guido trattavamo la maggior parte del promozionale inglese, dalla House alla Progressive, quindi licenziavano molti dei nostri dischi. Tra 1995 e 1996 tutta la Progressive, dalle chart di DiscoiD e Tendence a quella selezionata da DJ come Francesco Farfa, la trattavamo solo noi. Però in soli sei mesi a Londra il fenomeno si affievolì lasciando spazio ad altre commistioni, mentre in Italia la Progressive resse per anni, perché era percepito come un container di altri generi. Il negozio di riferimento era Good Music di Genova» svela il citato Alfredo Violante. Che continua: «La strumentazione per Format HD era tutta analogica, chiaramente le classiche Roland (TR-909, TB-303, SH-101, MC-202), un Moog ed un campionatore Ensoniq, uno strumento incredibile, molto caldo rispetto al freddissimo Akai. Inoltre avevamo un Fostex D824 su cui registravamo le passate di synth dal vivo. Solo quella che suonava meglio veniva poi riversata sul DAT finale». (Giosuè Impellizzeri)

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