Bruno Bolla, DJ dal vibe eclettico

Bruno BollaBruno Bolla vanta un ampio bagaglio culturale che attinge da un nugolo di generi musicali agli antipodi del mainstream. La sua prima passione è quella per il cosiddetto “afro”, un intricato filone-contenitore di materiale trasversale determinante per gli orientamenti stilistici futuri. Negli anni Novanta infatti si lascia conquistare dall’acid jazz che, analogamente a quanto avvenuto con l’afro, è simile ad un groviglio multisfaccettato di generi che collega il mondo degli strumenti acustici con quello degli elettronici. Tra i suoi interessi c’è anche la house, che interseca ecletticamente con disco, funk e soul. Attivo pure in ambito discografico ma prediligendo più intenti compilativi che produttivi, Bolla è oggi uno dei veterani italiani della consolle, con una passione quarantennale alle spalle che continua ad animarlo senza sosta.

Nell’intervista rilasciata qualche tempo fa ad Emanuele Treppiedi per Zero, racconti di aver frequentato i primi negozi di dischi d’importazione in Italia, come Goody Music di Jacques Fred Petrus o Il Bazaar di Pippo di Pippo Landro, ai quali abbiamo dedicato ampio spazio in Decadance Extra. Cosa significava, quarant’anni fa, comprare musica che conoscevano in pochi?
Alla fine degli anni Settanta i negozi in cui acquistare musica specializzata erano una marea. Ce n’erano moltissimi non legati alla dance music, dove trovavo jazz, funk, fusion, afro, brazil, new wave ed elettronica in genere. In realtà molti di questi erano librerie in cui vi era un reparto appositamente dedicato ai dischi. Se ripenso a cosa ho comprato in quei posti, peraltro a prezzi bassissimi, mi vengono i brividi! Adesso molti di quei dischi sono introvabili o disponibili, su internet, a prezzi incredibilmente alti. Nei primi anni Ottanta però, seppur i negozi fossero tantissimi, a suonare quelle cose a Milano eravamo davvero quattro gatti. Io compravo ovunque, da Pacha a Supporti Fonografici, da Mariposa a Tape Art, da Buscemi a Bonaparte Dischi passando per Stradivarius, Messaggerie Musicali, Iperdue in zona Brera e i magazzini sparsi in zona Mecenate dove era quasi impossibile accedere per un privato, senza dimenticare i minuscoli negozietti sparsi per la città con un ben di Dio incredibile.

Chi, come te, voleva intraprendere la carriera da DJ, era messo di fronte al bivio di scegliere se passare le musiche da hit parade o dedicarsi a cose più ricercate e quindi difficilmente proponibili al grande pubblico? Tale scelta implicava anche delle conseguenze a livello lavorativo?
In quegli anni, pur facendo il DJ ancora a livello hobbistico, desideravo prendere le distanze dai generi musicali mainstream che andavano per la maggiore a Milano. La musica commerciale più in voga era la disco, quella in stile Claudio Cecchetto che comunque era un “signor DJ”, tra i pochi che stimavo veramente in quel periodo in città. Io però stavo crescendo con altri gusti puntando ad un genere che non era popolarissimo nei club milanesi ma che palpitava nei cuori di molti “alternativi” e vantava migliaia di seguaci disposti a spostarsi persino in altre regioni, come il Veneto o l’Emilia Romagna, pur di seguirlo. Mi riferisco al filone “afro” nato in club come la Baia Degli Angeli, meno facile ed immediato rispetto alla disco proposta dai DJ importanti di Milano come Tony Carrasco, il menzionato Cecchetto o Moreno della discoteca Astrolabio (quest’ultimo, a mio avviso, una spanna sopra tutti), che erano la risposta italiana a David Mancuso, Nicky Siano o Larry Levan, e posso garantire che fossero tecnicamente persino migliori rispetto ai colleghi d’oltreoceano. Per il genere che piaceva a me però i modelli erano Moz-Art, Beppe Loda, Daniele Baldelli, TBC ed altri contraddistinti da scelte musicali coraggiose, cura nella selezione ed una certa apertura verso tutto quello che era meno scontato e scarsamente appetibile per il mondo radiofonico. Non certamente a caso questi DJ sono tuttora in attività e molti di loro stanno vivendo una seconda giovinezza, con un giusto tributo anche all’estero perché in quel periodo erano ben pochi i DJ in Europa a proporre musica simile. Nel Regno Unito, ad esempio, i DJ passavano bella musica ma il mixaggio non apparteneva alla loro cultura, davano priorità alla selezione più che alla tecnica. Io seguivo quindi gli input dei miei riferimenti ma avevo già una personalità e cercavo di metterci del mio. A causa della poca popolarità del genere però non fu facile approdare a consolle importanti e a livello lavorativo si faceva una grande fatica. C’era qualche party privato o serate tematiche nei circoli, che non erano molti e spesso legati troppo a livello politico. In linea di massima non si dedicava tempo ed attenzione al divertimento e al disimpegno. La discoteca poi non era ben vista, almeno tra le mie conoscenze. Io ero fortunato, mi capitava di finire dentro il locale trendy per qualche festa a tema organizzata da qualcuno che prediligeva i suoni strani ed affascinanti, e a tal proposito ricordo un bellissimo party dedicato ai fumetti che sonorizzai con musica afro/elettronica nel 1984. Il club si chiamava Primadonna e si trovava nei pressi di Via Monte Napoleone. Fu una festa fantastica, la gente ballava tutto ciò che mettevo e a Milano mi sembrò davvero un miracolo.

Bruno Bolla (1987)

Bruno Bolla in una foto risalente al 1987

Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta l’arrivo di strumenti elettronici dal costo contenuto, in primis quelli della Roland, decretano la nascita di nuovi generi come new wave e synth pop che offuscano la popolarità del funk, del soul e specialmente della disco. Da appassionato proprio di questi generi, come vivesti quella fase?
Vissi quel periodo con poca sofferenza perché curiosità ed eclettismo mi avevano già portato a mischiare quei filoni. Alcune cose synth pop, ad esempio, si sovrapponevano bene ai suoni disco funk. Comunque iniziai a comprare molta meno disco, ma seppur si stessero manifestando i primi segni di stanchezza, artisti provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna continuarono a partorire grandi cose, lasciando emergere le prime contaminazioni.

Nel corso degli anni non hai mai fatto mistero della tua stima e devozione per il cosiddetto movimento “afro”, nato e sviluppato in locali come Baia degli Angeli, Cosmic, Ciak, Typhoon o Melody Mecca. Secondo te quelle sovrapposizioni stilistiche effettuate con maestria da DJ preparati tanto in tecnica quanto in cultura e background, sono state storicamente impattanti come house e techno? L’impressione è che sulla mappa mondiale della dance music culture, l’afro, inteso sia come stile che come attitudine, non sia finito forse proprio per la scarsa considerazione degli italiani.
Come hai giustamente detto, il cosiddetto “afro” era più un’attitudine che un genere, un po’ come avvenne per l’acid jazz negli anni Novanta. Effettivamente quello che si vedeva nei club italiani di allora non esisteva in molti locali europei. Eravamo avanti ma non siamo stati capaci di capitalizzare le nostre stesse intuizioni e questo, per noi italiani, purtroppo è un classico. La risposta a quanto mi chiedi l’abbiamo davanti agli occhi: i giovani adesso comprano ristampe e sono alla costante ricerca degli originali. Importanti label indipendenti di tutto il mondo dedicano gran parte dei loro budget per ristampare autentiche pietre miliari di questa “dance music” non proprio convenzionale, facendo scoprire cose di quel periodo rimaste nell’ombra per decenni. Le ristampe afro, disco, funk e boogie oggi vanno a ruba, ma l’impatto rispetto ad house e techno è stato minore, e credo non potesse essere diversamente. House e techno rientrano infatti nella categoria dei generi musicali ed hanno già una vita molto lunga, pluritrentennale. La loro collocazione è radicalmente legata alle evoluzioni tecnologiche al contrario dell’afro, un’attitudine ed un mix tra post punk, electro, industrial, new age, ethno, new wave, dark, funk, disco, prog rock…

Un flyer del Matmos (1991-1992)

Un flyer del Matmos (1991-1992)

Nei primi anni Novanta sei tra i DJ che animano una delle one night più note di Milano, Matmos, ideata dal compianto Marco Tini. Potresti descriverla?
Matmos fu, molto semplicemente, la prima one night milanese completamente dedicata all’house music. L’esordio fu al Beau Geste, tra 1990 e 1991, con tre DJ resident, Luca Colombo, Giorgio Matè e Ralf. Tra 1991 e 1992 la location si spostò al Linea, in Piazza San Babila. Ralf si alternava come guest a Ricky Montanari e Flavio Vecchi portando il suono della Riviera, e a Colombo e Matè si aggiunsero Jackmaster Pez ed Andrea Gemolotto. Io entrai come guest fisso, una volta al mese, esibendomi dopo aver suonato al Lizard dove ero resident. Insomma, ogni trenta giorni avevo una “doppia” in città, una vera rarità perché erano entrambe serate e non after hour, ma la cosa non dava fastidio a nessuno. Ricordo che si facevano serate sporadiche pure il giovedì, negli ultimi anni al Tainos in zona Piazza della Repubblica, dove si testavano anche giovani talenti in una specie di laboratorio, affiancati alternativamente da uno di noi resident. A Marco Tini piaceva cambiare quindi prenotò il Carisma di Piazzale Cordusio per la stagione 1992-1993 e lo inaugurò con un progetto fighissimo basato su due sale. In una c’erano i resident Luca Colombo, Jackmaster Pez e Giorgio Matè che suonavano house, nell’altra invece io e Steve Dub, ai tempi resident del Plastic con Nicola Guiducci, che invece proponevamo sonorità black, acid jazz, r&b ed hip hop. Visto il mio eclettismo, apprezzato senza riserve da Tini, mi chiesero di curare anche il set di chiusura in decompressione della sala house, col mio downbeat cosmico strumentale. Insomma, un progetto in cui risiedeva tutta la visione di Marco Tini relativa ad un locale perfetto e definitivo. Purtroppo Marco ci lasciò ancor prima di iniziare in seguito ad un tragico incidente stradale, e portare avanti il Matmos senza di lui non funzionò. Con Isa e Lucia, le sue assistenti che presero in mano le redini del progetto, approdammo al Lizard dove, come annunciato prima, ero resident col mio gruppo Les Fous De L’Île. Si trattava di un club fashion dove suonavo cose underground pur avendo a che fare con un pubblico modaiolo ed internazionale. Il sogno di Marco Tini, far convivere l’anima raver ed underground del Matmos col pubblico del jet set, più “fighetto” ma ricettivo, si realizzò ma purtroppo senza di lui. Mi emoziono ancora quando ci penso. Tempo fa un nostro vecchio cliente ed ormai grande amico mi disse: «Bruno, hai fatto una bellissima carriera ma con Marco accanto avresti raggiunto molti più obiettivi, ti adorava e credeva in te come pochi altri». Credo avesse ragione.

C’era una ragione dietro il nome Matmos, adottato in seguito dal duo americano di San Francisco formato da Drew Daniel e Martin Schmidt?
Il Matmos nostrano non ha davvero nulla da spartire con la band da te menzionata. Marco prese quel nome dal film “Barbarella” del 1968, con Jane Fonda come protagonista. Nella pellicola lei è una viaggiatrice dello spazio che ha tante avventure, fantastiche ed erotiche, e il Matmos è una sostanza energetica di cui vivevano gli abitanti di Sogo, la città dove approda. Sul perché Tini abbia optato per questo nome esistono varie versioni, ormai diventate quasi delle leggende. Per quanto ricordo io, c’erano connessioni con l’uso di sostanze stupefacenti e con la perversione, ma essendo un fanatico di quel film ed amandolo visceralmente, è probabile che la ragione si debba ricercare altrove. La serata incarnava in toto la sua visione cinematica e sotto questo aspetto Marco Tini fu un assoluto precursore di ciò che si fa oggi in molte one night.

riviste Bruno Bolla (1994-1996-2001)

Le rubriche musicali curate da Bruno Bolla sui magazine di settore

Nel 1996 inizi a scrivere per DiscoiD, freepress di informazione discografica particolarmente noto tra gli addetti ai lavori. La tua rubrica rimasta in vita per ben dieci anni, Eclectic Jazz, sembra raccogliere l’eredità sia dell’Hot From The Box curato qualche tempo prima sulle stesse pagine da Philippe Renault Jr., sia di Jazzy Vibes di cui ti occupavi personalmente nel 1994 su Trend Discotec e Tutto Discoteca. Eclectic Jazz bazzicava nei territori acid jazz, rare grooves, r&b, easy listening e jazz house/soul, con qualche incursione nel drum n bass e nel breakbeat. Come nacque la collaborazione con quella testata ideata da Vincenzo Viceversa (intervistato qui) e guidata da Gianni Zuffa del Discopiù di Rimini?
Effettivamente una rubrica simile esisteva già ed era curata da Philippe, con cui ho condiviso tantissime consolle ed è tuttora tra i miei amici più cari. Lui era molto impegnato sia come DJ che come imprenditore e quindi non riusciva più a seguire tutto come avrebbe voluto. Credo fu proprio lui a suggerire il mio nome a Gianni Zuffa, che tra l’altro conoscevo già perché ero cliente del suo negozio. È stato straordinario collaborare con DiscoiD e con tutti coloro che, come me, curavano le rubriche fisse. Senza presunzione, posso ammettere che fosse una guida sincera, appassionata ed imparziale, come poche altre in Italia. Un fantastico contributo di non professionisti, perché a quanto ricordo non c’erano giornalisti o aspiranti tali ad interessarsi a quelle musiche, che diede vita ad un magazine altamente professionale, costruito con pochi mezzi ma tanto entusiasmo. Ricevo tuttora attestati di stima per il mio lavoro e di questi tempi fa veramente piacere.

Come ti tenevi aggiornato negli anni Novanta? Oltre a frequentare i negozi di dischi, leggevi riviste specializzate?
Avevo dei giornali di riferimento ma quasi tutti stranieri, da Straight No Chaser a Blues & Soul e Wire. In Italia invece mi piaceva Blow Up e non disdegnavo Il Mucchio.

Ritieni che la stampa italiana relativa alla dance elettronica abbia educato il pubblico o gran parte delle riviste, come alcuni sostengono, erano riempite con recensioni accomodanti ed interviste simili a panegirici?
Entriamo in un argomento piuttosto delicato. Anche io, qualche volta, sono stato criticato per il lavoro su DiscoiD, accusato di parlare maggiormente di una certa etichetta o di un certo artista. A differenza di altri però non mi occupavo di un solo genere e in poche righe dovevo selezionare materiale eterogeneo, house, funk, jazz, broken beat, afro, trip hop, breakbeat, e non era facile. Da parte mia c’era molta ricerca ma nel contempo tentavo di avere un occhio di riguardo per i prodotti di “casa nostra” che le label mi mandavano in formato promozionale. La stampa italiana che si occupava di dance elettronica e in generale di musica mi è sempre sembrata discretamente imparziale, a parte qualche giornale in voga negli anni Novanta che puntava più al gossip e metteva l’aspetto musicale in secondo piano. In quel caso figuravano interviste “a comando” con l’intervistato che dettava le domande, sullo sfondo di celebrazioni gratuite a nastro che si sprecavano. Operazioni sostanzialmente commerciali basate sul triste scambio del dare-avere, che non hanno fatto bene al movimento abbassando terribilmente il livello. Ora credo ci sia più equilibro anche se purtroppo mi capita ancora di imbattermi in qualche intervista di quel tipo. Su internet però scrive pure gente molto più attenta ed appassionata, e questo dovrebbe onorare chi opera oggi.

Programmi radiofonici (vari su Italia Network, il tuo Dancefloor Jazz su Rai Radio 2 seguito da Cool Dance su Radio Montecarlo), programmi televisivi (Match Music, Crazy Dance, TSD, Videomusic ed altri minori diffusi in syndication), riviste: in passato era possibile percorrere tante strade con obiettivi di divulgazione, oggi invece pare che quei canali siano propensi a tutto fuorché dare voce a movimenti subculturali. Internet, che in teoria potrebbe condurre a riscontri ancora più forti, non sembra generare fidelizzazione o comunque un interesse pari a quello che avevano i giovani di qualche decennio fa. Possibile che a quasi vent’anni dal Duemila, data ideale di accesso al futuro, i vecchi mass media abbiano deciso di non puntare più su contenuti didattici preferendo l’intrattenimento leggero e molto spesso privo di alcuno spessore culturale? Perché avviene ciò?
Perché la musica non è più un motivo dominante. Le cose sono profondamente cambiate, i media se ne fregano della cultura musicale e cercano soluzioni facili ed immediate. Un vero peccato. Ormai se si cercano contenuti culturali relativi ad argomenti di nicchia, è necessario fiondarsi su internet o al massimo sui canali tematici televisivi, anche se lì ho visto più cose brutte del resto. I vecchi media sono oppressi dalla necessità di fare audience, non che prima non lo fossero ma ora chi rischia a parlare di argomenti che interessano a pochi? Vuoi sentire musica di un certo spessore? Vai sul web e lascia perdere le stazioni radiofoniche che non hanno più voglia, coraggio e competenze per investire sulla qualità. Il loro lavoro è mettere in rotazione venti brani, spesso pessimi. A questo punto, per me, possono diventare tutte radio di informazione, sul modello Radio 24. Fa eccezione, con buoni risultati, la Rai, forte del canone, dove c’è ancora voglia di far sentire musica seria, di raccontare una storia con calma e senza fretta. Spero possa durare. Sentire programmi liberi, senza significativi paletti editoriali come i miei Dancefloor Jazz e Cool Dance da te citati prima, ma anche come B Side di Alessio Bertallot o i mixati di Italia Network, è diventata pura utopia. Mi viene sempre in mente l’affermazione di uno che le radio private le aveva iniziate e alla grande, il compianto Leonardo Re Cecconi alias Leopardo, un genio assoluto. Nei primi anni Duemila, quando si iniziò a sentire aria di smobilitazione per i programmi radiofonici specializzati, mi disse: «Le radio private italiane, e quindi anche i network, sono sempre state fatte da tanti mediocri e pochi bravi». Mai come oggi quel concetto risulta veritiero. Leopardo stava anticipando ciò che sarebbe successo. Io, che in fondo nelle radio ho lavorato poco, solo cinque anni circa, ed essendo più un DJ da club, rimasi particolarmente colpito da quelle parole. Per quanto concerne la televisione e gli altri canali, l’analisi è molto più semplice: nei primi anni Novanta c’era un fermento incredibile intorno alla house music, risultò quasi logico creare televisioni e programmi dedicati, ma si trattò solo di un fenomeno passeggero. Io non ho mai creduto sino in fondo a quella vampata d’interesse, infatti declinai qualche proposta che sembrava interessante. Non mi rappresentava, non serviva e soprattutto non mi sentivo adatto. È un po’ come quello che è avvenuto ai club. Chi investe ancora in questo settore? Oggi non esiste più neanche un terzo delle discoteche che c’erano in Italia nel 1995. A fine anni Novanta è iniziato il declino ed è cambiato il sistema. Rimane internet ma, come dici tu, a dispetto del suo enorme potenziale non possiede la stessa forza di allora perché le nuove generazioni non hanno lo stesso interesse e rivolgono la loro attenzione altrove. Inoltre non c’è un fenomeno musicale dirompente come lo è stata l’house music. La trap? Non credo affatto. Assistiamo ad un calo vistoso dell’attenzione da parte dei giovani per la musica e le sue storie, ma anche per il clubbing. Questo argomento mi ha convinto a creare, con una crew di amici DJ, sia veterani che non, Brotherhood, un concept che non ha la pretesa di creare nulla di nuovo e fantastico ma solo di riportare al centro il valore della musica, come le one night degli anni Novanta tipo Matmos di cui parlavamo qualche riga fa. Insomma, prima la musica e poi il resto. È dura portare avanti un progetto del genere oggi ma qualche piccola soddisfazione ce la stiamo prendendo, ed abbiamo solo un anno di vita.

Discografia Bruno Bolla

Le copertine di alcune produzioni discografiche di Bruno Bolla

Il decennio 1990-1999 è stato l’ultimo a poter contare su un mercato regolato dall’economia pre-internet in cui le case discografiche incassavano denaro dalla vendita dei loro prodotti fisici (dischi, CD e cassette). Dal 2000 in poi le cose non sarebbero più state le stesse, e in tanti ci hanno rimesso le penne. Stranamente tu, a differenza di gran parte dei tuoi colleghi, non hai mai puntato a sviluppare il ruolo di produttore, seppur i tempi fossero ancora propizi, limitandoti perlopiù alla selezione di varie compilation tematiche (“Influencia Do Jazz”, “Break N’ Bossa”) a cui se ne aggiunsero altre nel nuovo millennio come i due volumi di “BlackTronic” su Cool D:vision. Perché hai preferito focalizzare la tua attività solo sul DJing?
Ho sempre avuto un rapporto particolare con la produzione di musica e soprattutto con la definizione di “produttore”. Quando sento qualcuno che si considera tale rimango sempre perplesso. Associo il fare musica all’essere musicista, ed io non lo sono. Ma cosa vuol dire realmente essere “produttori musicali”? Attribuirsi la paternità di un disco? Una buona parte dei nomi internazionali del DJing si avvale di ghost producer, musicisti con grande abilità nell’uso delle macchine, pagati per realizzare brani che escono a nomi di altri (a tal proposito si rimanda a questo reportage, nda). A metterci la firma è il DJ che grazie a questi dischi diventa famoso facendo più gig. In realtà più che essere un DJ, quello credo sia un imprenditore, label manager o qualcosa di simile. Qualora mettesse l’idea portante è giusto che gli vengano riconosciuti i meriti, ma se non lo fa? Questo succede abbastanza spesso, soprattutto oggi dove il marketing ha preso il sopravvento sul resto. Io sono molto rispettoso della mia attività da DJ ed anche di quella dei musicisti. Nel 1997 ho “prodotto” il mio primo disco, “Indefinita Atmosfera” di Neos, con Gerardo Frisina e musicisti straordinariamente importanti nel panorama jazz italiano come il sassofonista Gianni Bedori, scomparso nel 2005, e il pianista Luigi Bonafede. Il compito mio e di Gerardo, che poi ha intrapreso una strepitosa carriera solista, era dare degli input nu jazz con un’attitudine da club a dei musicisti tradizionali che della dance non sapevano nulla o quasi. Ecco perché sul disco c’è scritto “produzione artistica” accanto ai nostri nomi. Mi sembra una definizione corretta. Comunque il mio è un discorso generale, ovviamente esistono DJ che nel contempo possono essere anche musicisti e bravi producer, ma sono una minoranza contrariamente a quanto si possa credere. Si tratta di rispetto dei ruoli insomma. Io ad esempio realizzo e suono re-edit nelle mie serate, ma non le ho mai pubblicate, lungi da me appropriarmi di un brano su cui sono intervenuto facendo qualche cut, allungando delle parti ed aggiungendo beat e groove piu freschi. Nutro comunque rispetto per chi pubblica cose del genere, e devo dire che ci sono personaggi abili in questo, inclusi tanti amici DJ-producer, ma io non riesco proprio, almeno per il momento. Mi rifaccio a quella che è la mission del DJ sin dai tempi dei grandi maestri, Mancuso, Levan, Grasso, Hardy… ovvero selezionare, assemblare e mixare musica di altri dando ad essa l’energia necessaria per essere utilizzata in un club. Questo è il DJ, le altre funzioni sono accessorie, meno importanti. Per tale ragione non sono mai stato un “producer” prolifico, ho sempre lavorato sulla selezione e sul DJing piuttosto che sulla creazione. Quando sento un bel disco non penso quasi mai al groove da carpire per ricavarne un nuovo prodotto, bensì a quale possa essere il brano da accostare in un set. Ho questa attitudine, non c’è nulla da fare. Tuttavia in passato è capitato di collaborare in un team in cui il mio compito era rappresentare l’archivio storico e quindi tirare fuori l’idea da un disco che non conosceva nessuno. Un produttore artistico quindi, e non escludo che ciò possa accadere ancora in futuro. Gran parte dei miei sforzi, comunque, sono stati assorbiti dalle compilation: i tre volumi di “Influencia Do Jazz” raggiunsero, a metà anni Novanta, soglie di vendita impensabili per un progetto così specializzato, per di più made in Italy. Si parlava di ottomila/novemila copie a volume, forse anche di più, non ricordo bene. Stesso dicasi per i due volumi di “BlackTronic” usciti tra 2003 e 2005, tuttora un mio format da club.

Nel 2006 metti su, insieme a vari amici/colleghi, il team Love Supreme che debutta sulla Tirk di Sav Remzi, erede della Nuphonic citata spesso nei tuoi articoli e recensioni. L’ultima uscita però credo risalga al 2012, vi siete fermati?
Cause di forza maggiore ci hanno divisi. Io mi sono trasferito in Piemonte nel 2008, Roberto Di Movi ha mollato l’Italia per andarsene ad Ibiza più o meno nello stesso periodo. Nic Sarno invece ha iniziato con progetti solisti interessanti ma diversi. Luca Saponaro infine, musicista e perno del tutto, ha stretto varie collaborazioni con altri artisti della scena milanese, oltre ad aver fondato una propria etichetta, la Mad On The Moon, con risultati egregi anche se i dischi in quel periodo (2006-2010) si vendevano davvero poco e la riesplosione del vinile era piuttosto lontana. Era rimasto solo e noi, a differenza di tanti altri, non riuscivamo a scambiarci idee a distanza con Skype, avevamo bisogno del contatto fisico, di respirare la stessa aria, marijuana compresa (loro, io no) – ride. Molte incisioni dei Love Supreme erano jam improvvisate con una strumentazione quasi interamente analogica, nel pieno stile dei nostri eroi ed ispiratori come Can, Tangerine Dream, Klaus Schulze, Popol Vuh ed altre eminenze del krautrock tedesco. La spontaneità era la qualità primaria del nostro lavoro e riascoltando oggi quei brani mi accorgo che a guidarci era una grande creatività. Chissà, magari un giorno torneremo insieme.

Il mercato della musica è radicalmente cambiato ma si può dire altrettanto del DJing, spettacolarizzato come non mai e portato a livelli di popolarità esagerata, agli antipodi rispetto a quello che era il DJing degli albori. Tu, che hai avuto la possibilità di vivere almeno tre decenni in questo settore, come giudichi tale evoluzione o, come sostengono in tanti, involuzione?
La spettacolarizzazione e l’eccessiva popolarità di alcuni, cosiddetti, DJ, hanno ben poco da spartire con la mission per cui la figura del DJ stesso è nata. Negli anni d’oro il DJ era considerato importante quanto il barman del locale o poco più. Doveva solo caratterizzare il club con la sua musica. L’importanza attribuita ai DJ oggi è davvero eccessiva e lo dico anche se sono parte in causa. Non so se sia da considerare un’involuzione ma sono del parere che il DJ superstar odierno sia una figura ben diversa rispetto a quello che deve essere un DJ. Io lo chiamerei persino diversamente anche se non saprei come. Un DJ americano un giorno mi disse: «Un disc jockey non può valere più di cinquemila dollari, chiunque esso sia, è una questione di ruolo. Il DJ deve rimanere underground, anche sotto il profilo economico, è un concetto etico». Poi, come nel mondo del calcio, c’è la relazione tra domanda ed offerta ed è proprio lì che tutto diventa distorto. D’altra parte è un fenomeno strettamente connesso alla realtà contemporanea dove regnano eccessi incontrollati.

Oggi in discoteca pare si preferisca fare video con lo smartphone anziché ballare, e in relazione a ciò piovono costantemente critiche sulle nuove generazioni, accusate di non sapersi divertire e di frequentare locali (ma specialmente i grandi festival) per il solo gusto di far sapere agli altri di esserci stati. Come era il pubblico di venti o trent’anni fa invece? È vero che gli avventori dei club erano più appassionati rispetto a quelli odierni o è solo un luogo comune?
Esiste un pubblico appassionato anche ora, non tutto è negativo ed io non sono affatto un nostalgico. Sono però cambiati i numeri. Nei club ci andava più gente, questo è un aspetto non trascurabile, ora ci sono altre distrazioni proprio come lo smartphone. A questo proposito vorrei raccontare un aneddoto divertente e significativo. Nel 2008 sonorizzai l’apertura di un negozio di un brand italiano importante a Tokyo. Sentendo per caso un amico giapponese, un addetto ai lavori noto a Milano, mi venne in mente di allungare la permanenza in Giappone con un paio di gig in piccoli club dove normalmente si tenevano serate rare grooves. A rendere fattibile l’idea furono le mie raccolte “Influencia Do Jazz”, pare che grazie ad esse il mio nome fosse discretamente popolare da quelle parti. Portai solo CD per la performance nel negozio ed una quarantina di dischi rare grooves di tipo funk, brazil e jazz. Nel primo club, a Tokyo, la serata andò egregiamente, ricevetti tanti complimenti ed un ottimo riscontro. Il giorno dopo andai in un’altra località, fuori dal centro cittadino, praticamente in periferia, e lì ebbi quasi uno shock. C’erano tanti addetti ai lavori ma dopo un’ora mi resi conto che non ci fosse grande entusiasmo, ballavano in pochi e molti erano distratti, guardavano il telefonino ed io non capivo la ragione. Chiamai quindi il mio amico chiedendogli se fosse possibile farmi parlare con l’organizzatore che era a pochi metri da me. Gli domandai cosa non andasse, se stessi sbagliando qualcosa in quello che facevo e lui, dopo un paio di classici inchini, mi disse: «No amico, tutt’altro. Stai mettendo cose bellissime che non conoscono e quindi stanno cercando di capire cosa siano con l’aiuto di un’app installata sul cellulare». Caddi dalle nuvole, non sapevo neanche cosa fosse ma è risaputo, i giapponesi sono sempre stati avanti nella tecnologia. Rimasi talmente basito che il mio interlocutore capì l’imbarazzo e qualche minuto dopo, credo in seguito ad un robusto passaparola, tutti iniziarono magicamente a ballare e terminai il mio set in gloria. In quel caso ho dovuto ricorrere a tutta la mia sfacciataggine ed esperienza per non perdere la calma. Oggi quando vedo smartphone e video, invito la gente a godersi il momento ma purtroppo non ho l’antidoto a questo atteggiamento, credo sia una questione di cultura. Per quanto riguarda i festival invece, penso che abbiano accelerato il declino del clubbing. Come dicevo prima, in Italia il “decesso” è avvenuto da tempo, ma in Europa, soprattutto al nord, un certo modo di identificarsi nel club “di fiducia” resiste ancora e i frequentatori non sono certamente solo attempati nostalgici ma pure giovanissimi. Gli appassionati e i cultori restano ma sono meno. Personalmente mi piacciono alcuni piccoli festival a programmazione mista tra live e DJ set con un mix tra acustica ed elettronica, con act nuovi abbinati a show di figure storiche. Di questo tipo ce ne sono anche in Italia. Non mi piacciono invece i festival monocorde, quelli con trenta DJ di nome che fanno più o meno la stessa cosa, o coi tantissimi DJ che richiedono set lunghi per suonare la stessa minestra (e questo succede anche nei club). Li trovo noiosi ed inutili.

Bruno Bolla @ Country Club (Siziano, 1994)

Bruno Bolla in compagnia di un’amica al Country Club di Siziano (Pavia), nel 1994

Perché si parla sempre entusiasticamente degli anni Novanta?
Perché rappresentano la golden age del clubbing e forse anche la mia stessa “età dorata” soprattutto per i trascorsi più underground. Credo però che anche negli anni Novanta ci siano stati dei momenti d’ombra. Nel mio caso, intorno al 1996, vissi un’impasse perché la house sembrava aver esaurito la sua spinta delle origini. Quella “stasi creativa” mi portò ad esplorare altri mondi musicali come trip hop, breakbeat e le prime cose del french touch, correnti che però non mi convinsero appieno. Nel frattempo la scena rare grooves, altro mio volto sonoro, stava entrando nella fase nel cosiddetto “nuovo jazz da club” poi chiamato nu jazz, ma i tempi non erano ancora maturi. Fu un periodo di piccola confusione perché erano generi non molto popolari e quindi non era affatto facile acquisire gig ed avere sfoghi radiofonici. Ritrovai la giusta energia alla fine del decennio quando l’house prese nuovamente una piega a me congeniale, tingendosi di afro e jazz con bellissime pubblicazioni di artisti come Masters At Work, Joe Claussell, François Kevorkian ed Osunlade, solo per citarne alcuni. Iniziai quindi gli anni Duemila col piede giusto e con le idee molto chiare, infatti credo che il periodo 2000-2006 sia quello in cui il mio nome abbia conosciuto maggiore popolarità, anche grazie a Cool Dance a cui facevamo prima cenno, un radio show dal concept assolutamente innovativo per i tempi e veramente eclettico, che andava oltre i mix show, pur pregevoli, orientati ad house e dance commerciale sentiti fino ad allora. Mettere insieme ben cinquemila persone nei primi cinque anni della mia residenza decennale al Cafè Solaire con quel suono poteva sembrare solo un sogno eppure era realtà.

Hai più vissuto momenti di stanca come quello del 1996?
Sì, circa una decina di anni più tardi. Nel 2007 entrai nuovamente in una fase un po’ strana, le cose stavano cambiando sia professionalmente che umanamente. Il matrimonio, la nascita di mia figlia, il trasferimento in Piemonte in una casa con bed & breakfast e studio annessi: tutti eventi non certamente indifferenti per chi, come me, non avrebbe scommesso un centesimo sul creare una famiglia. Invece è successo, con tutto il coinvolgimento emotivo del caso. La ristrutturazione della casa, la totale devozione al mio orto, la costruzione di una nuova, seppur piccola, attività sono diventate la mia quotidianità. A dirla tutta, iniziai ad avere un certo senso di nausea del mondo del clubbing perché a mio avviso la scena stava cambiando in peggio e nelle discoteche italiane si cominciò a respirare un’altra aria. Milano, in particolare, toccò forse il suo momento più basso (non ricordo periodi peggiori del lustro 2006-2011), almeno per musica, arte e spettacolo. Trovavo molto più interessanti città come Torino che costruivano una visione differente di club culture. Inoltre terminai l’esperienza radiofonica, visto che importanti cambiamenti travolsero pure quel settore, e i locali in cui avevo lavorato come resident iniziarono un declino fisiologico. Sino al 2009 circa ebbi l’opportunità di fare un po’ di serate all’estero, soprattutto in Oriente, grazie ad amici sparsi per il mondo e solo talvolta tramite qualche agenzia, anche perché non ho mai avuto una booking agency che si occupasse di me. Poi seguì un po’ di consapevole isolamento. C’è stato un periodo in cui ho pensato di mollare del tutto la musica, anche a causa di cose che mi hanno profondamente amareggiato e deluso. Riflettere sull’età che avanza però è un errore, basti guardare al momento strepitoso che vivono tanti DJ old school che mi hanno ispirato, tutti ovviamente più grandi di me. Così, grazie ad amici e persone vicine, ho deciso di continuare a mettere dischi sino a novant’anni. Non sono mica un mediano del calcio, posso resistere!

Qualche riga fa hai fatto cenno ad una crisi della scena milanese avvenuta tra la seconda metà degli anni Zero e i primi Dieci. Cosa avvenne di preciso?
Cambiò tutto profondamente. Tolte rarissime eccezioni, il clubbing divenne assolutamente mediocre e la musica non era più l’elemento trainante. Pure i generi si rivelarono solo rimpasti privi di quella forza necessaria per generare e fidelizzare nuovi adepti entusiasti, e la gestione dei locali fu stravolta. Un tempo a scegliere gli ospiti stranieri erano gli art director, al massimo con qualche suggerimento di chi lavorava in consolle, in quegli anni invece capitava molto spesso che le decisioni venissero prese dagli stessi DJ che ambivano a mettersi in mostra e magari ottenere una gig nel Paese di provenienza dell’ospite come contraccambio. Per non parlare poi della valanga di newcomer che si sono avvicinati a questo settore solo grazie alla tecnologia ma con background pari a zero. Risultato? Confusione totale, nei club e tra gli addetti ai lavori, col marketing che ha preso il sopravvento e l’apparire diventato più importante dell’essere. Non nego che questo approccio esistesse già negli anni Novanta, ma era diverso perché la musica riusciva ancora a primeggiare su tutto. Le cose fortunatamente, dopo il 2012 circa, sono migliorate ma faccio ancora fatica a raccapezzarmi e credo che tanti altri si trovino nella mia stessa condizione. L’unico modo per rimanere a galla è adeguarsi, io ci sono arrivato negli ultimi anni ma a modo mio, mantenendo sempre una certa distanza da cose che non riesco proprio a concepire e tollerare. Ora ho una nuova consapevolezza ma non voglio appartenere alla schiera dei nostalgici. Ho ritrovato l’entusiasmo e la voglia di “esplorare”, cerco quindi di fare bene le cose in cui credo così come le facevo un tempo, che ci siano cinquanta o cinquemila persone davanti per me non cambia nulla.

Se da un lato viviamo costantemente immersi nelle tecnologie di asimoviana memoria, dall’altro fronteggiamo col costante recupero di cose passate, facilitato anche da internet che in alcuni casi può trasformarsi in una sorta di “macchina del tempo”. Si veda, ad esempio, l’attenzione che riguarda l’italo house, genere che forse sta ottenendo più consensi ora rispetto alla sua collocazione storica originaria. Cosa ne pensi in merito? Si tratta di fogge passeggere istigate da qualcuno o qualcosa?
Assolutamente sì. Alla fine internet fa anche qualcosa di buono. L’italo house ha partorito grandi dischi ed un sacco di micro etichette interessantissime. Alcuni produttori e label poco popolari all’epoca stanno finalmente raccogliendo riconoscimenti inaspettati. Grazie alla voglia di retrospettiva che adesso sta contagiando un po’ tutti, in Europa si sta facendo giustizia. Meglio tardi che mai! A Brotherhood, ad esempio, abbiamo dedicato un’intera rassegna chiamata “The Italo House 90s Heroes”, dedicata ai produttori e label manager più oscuri ed underground di quegli anni. In tutto questo un merito indiretto lo ha il ritorno del vinile. Io ero tra i tantissimi che avevano cantato il De Profundis dopo il 2004-2005 e sono davvero contento di essermi sbagliato. Non credo che questo recupero del passato durerà poco perché indubbiamente, parlando di dance music, i pezzi che hanno smosso le acque ed hanno lasciato il segno sono quelli usciti dagli anni Settanta a fine anni Novanta. In seguito sono apparse ancora cose interessanti ma a mio avviso generi come disco, funk, boogie, house e techno prima maniera sono irripetibili. Tuttavia le gemme da riscoprire sono sempre meno, ormai stanno setacciando tutto di tutto.

Continui a comprare dischi e musica in generale?
Non mi sono mai fermato ma sicuramente acquisto meno di prima. Dopo quasi quarant’anni e pesanti rinunce, soprattutto da giovanissimo, le priorità cambiano. Per la cosiddetta “musica di consumo”, ovvero quella che suono durante le serate, uso principalmente i file ma il mio set up ideale in consolle è un ibrido tra analogico e digitale, quindi prevede anche la presenza dei giradischi. In vinile compro ristampe di rare grooves di generi come afro, funk e soul, oltre a qualcosa contemporanea, sia in 12″ che LP.

Quanti dischi possiedi?
Ne ho davvero tanti, circa quarantacinquemila, a cui vanno sommati i CD. Inizio ad avere seri problemi di spazio e da qualche tempo a questa parte ho iniziato a vendere le doppie copie ed alcune cose che non mi interessano più. Nel complesso sono tutti catalogati ma qualche volta divento matto a ricercare qualcosa che non è al suo posto.

Bolla Studio (2018)

Una parte della collezione di dischi di Bruno Bolla, 2018

Ci sono artisti ed etichette che ti hanno colpito recentemente?
Mi piacciono molto le cose della nuova scena afro e neo soul, etichette come Freestyle, Soundway, BBE ed pure quelle più house oriented tipo la MoBlack Records, la Philpot, la Lumberjacks In Hell o la Local Talk. Seguo inoltre label elettroniche che definisco “sempreverdi”, come Warp e Ninja Tune, oltre ad una moltitudine di etichette dedite ai re-edit disco e funk, tantissime da menzionare.

Quali invece i nomi più rivoluzionari degli anni Novanta?
Tra i DJ/produttori Carl Craig, Laurent Garnier, Larry Heard, Romanthony, Little Louie Vega, Kenny Dope Gonzalez e François Kevorkian, tra le etichette invece le già citate Warp e Ninja Tune, Nu Groove, F Communications, Soul Jazz Records ma l’elenco potrebbe andare avanti a lungo.

Solitamente i DJ hanno sempre nel flight case qualche “secret weapon” che usano in momenti particolari delle proprie serate. Quali sono i tuoi?
Ne ho tanti. In questo momento citerei “Renegade” di David Camacho, un caro amico DJ scomparso qualche anno fa, una delle anime più soulful che abbia mai conosciuto.

C’è almeno un disco che ti faceva impazzire ma che suonandolo in pubblico rischiava di svuotare la pista?
Solitamente non metto dischi che possano svuotare ma se succede dipende dal fatto di non aver indovinato la giusta sequenza, una qualità basilare per un disc jockey. Puoi passare anche un disco “difficile” ma se ci arrivi con la sequenza giusta lo fai diventare “facile”. In fin dei conti è proprio questa l’essenza dell’essere DJ.

(Giosuè Impellizzeri)

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Cirillo, dal Cocoricò ai memorabili rave degli anni Novanta

CirilloCarlo Andrea Raggi alias Cirillo è ricordato come una delle colonne portanti del Cocoricò, tra le discoteche più note in Italia. Con un mix selvaggio tra techno, hard trance ed hardcore, negli anni Novanta conquista pure il pubblico d’oltralpe figurando con una certa regolarità nelle lineup di eventi di rilevanza internazionale come MayDay, Energy e Love Parade. Basta girovagare un po’ su YouTube per imbattersi in una serie di clip relative alle sue numerose apparizioni: dall’intervista e il set al MayDay del 1994 alla performance tenuta alla Love Parade nello stesso anno, dal set all’Energy ’95 a quello della Love Parade ’97. Sul fronte discografico inanella una serie di collaborazioni con colleghi di tutto rispetto come Marc Trauner dei PCP e Lenny Dee, ma non si esime dal misurarsi in brani che generano l’interesse del pubblico meno settoriale. Dal 1991 al 1999 figura infatti nella formazione dei Datura, contribuendo alla realizzazione di una fortunatissima parata di pezzi (“Nu Style”, “Yerba Del Diablo”, “Devotion”, “Eternity”, “Fade To Grey”, “The 7th Hallucination”, “Infinity”, “Angeli Domini”, “Mantra”“Voo-Doo Believe?”, “The Sign”, “I Will Pray”, “I Love To Dance”) che contraddistinguono la carriera della formazione bolognese. Poi crea etichette discografiche come Steel Wheel, Red Alert, Spectra e Lisergica, firma altri brani come “Seaside”, “Compulsion”, “Across The Soundline” e “Sunnygirl”, sino a variare la propria proposta musicale nei primi Duemila, quando la distanza tra techno ed house si riduce sensibilmente.

Inizi a fare il DJ nel 1980: come approcci a questa professione e alla musica dance/elettronica? Ricordi quali furono i primi dischi che mettesti in sequenza mixata?
Tutto nacque dall’amore per la musica, cosa molto comune per i giovani di allora. Erano tempi in cui o ci si appassionava di calcio o di musica appunto. Riguardo il motivo per cui sono diventato un DJ, tutto deriva dal fatto di essere cresciuto in una zona, quella della riviera adriatica, che ha visto nascere questa professione. Credo che l’impatto che ha avuto la Baia Degli Angeli su tutto il panorama del clubbing nazionale sia stato molto forte. Il sound proposto da Claudio Rispoli, meglio conosciuto come Mozart, e Claudio Tosi Brandi alias TBC, ha letteralmente cambiato la vita sia a me che al mio amico Ricky Montanari. Credo che la causa scatenante sia stata quindi l’insieme di queste cose. Per quanto concerne i primi dischi da me mixati, credo siano stati “You Can Do It” di Al Hudson & The Partners e “Found A Cure” di Ashford & Simpson.

In che locali lavoravi negli anni Ottanta? Che tipo di selezione musicale facevi?
Uno dei primi posti in cui ho lavorato fu il Carnaby, un club per turisti nella zona mare di Rimini dove mettevo prevalentemente discomusic e funky. Poi, in seguito, passai in discoteche della zona di Riccione (anche se localizzate nel comune di Misano) come la Villa Delle Rose e il Peter Pan. Qui iniziai a suonare la prima house, dopo la metà degli anni Ottanta.

Come nasce l’alias Cirillo?
È un soprannome che mi porto dietro dall’età adolescenziale e che sostanzialmente deriva dal dialetto riminese. Mi abituai a sentirlo così pensai di tenerlo.

I tuoi anni Novanta invece sono legati a doppio filo al Cocoricò: cosa c’era di così unico nel club di Riccione di quegli anni?
Il Cocoricò ha aperto nel 1989, io arrivai lì nel 1990 grazie a Davide Nicolò, grande animatore delle notti della riviera e che allora ricopriva ruolo di direttore artistico. Sostanzialmente era unico per essere il primo grande locale della riviera a proporre techno. Quella zona era già al centro dell’attenzione generale e questa cosa ha indubbiamente aiutato il Cocco a diventare un vero riferimento, ma il successo deriva anche dal fatto che tra le sue mura vennero ospitati i migliori artisti techno europei.

Parte del merito spetta anche a Loris Riccardi? Siete ancora in contatto?
Loris arrivò dopo per cui non incise sull’impronta musicale principale del locale, anche se gli conferì una ulteriore dimensione artistica, mettendo in scena allestimenti unici e performance con artisti di grido provenienti dal teatro d’avanguardia. Grazie a lui, inoltre, il privé Morphine divenne qualcosa di unico, supportato da Nicoletta Magalotti, attrice e cantante riminese, e David Love Calò, DJ radiofonico fiorentino. Loris fu un genio in questo senso, anche un po’ folle, ma folli lo eravamo tutti al Cocco. Da quando ha lasciato il Cocoricò non ha più frequentato il mondo della notte e così ci siamo persi di vista. Ci tengo però a ricordare anche i primi proprietari del Cocoricò, Osvaldo Barbieri e Bruno Palazzi, che sono scomparsi. Il Cocoricò è nato e cresciuto grazie a loro che ci hanno sempre lasciato una grande libertà. Posso tranquillamente affermare che al Cocco ho sempre seguito il mio istinto e non ho mai concordato con nessuno la mia proposta musicale, ma probabilmente in quei periodi era una cosa comune e l’ho riscontrato parlando con vari colleghi. Eravamo veramente liberi di suonare ciò che volevamo.

Fatta eccezione per le fenomenologie musicali, quali sostanziali cambiamenti correvano tra il clubbing degli anni Ottanta e quello dei Novanta?
L’esplosione del fenomeno discoteca trasformò la dimensione artigianale in industriale. Tutto diventò più grande, dai club ai raduni rave, le realtà nazionali divennero internazionali e gli artisti iniziarono a viaggiare per l’Europa e per il mondo proponendo la loro musica. Le organizzazioni crebbero al punto da convertirsi in vere e proprie aziende. Ovviamente anche le nostre vite sono cambiate, da DJ che suonava in un contesto familiare mi ritrovai a confrontarmi con un palcoscenico del tutto differente.

Per il DJ invece, quali scenari si prospettarono dal 1990 in poi? Probabilmente il più importante fu quello della produzione discografica, che nel decennio precedente era praticamente in mano ai soli musicisti?
Sì, sostanzialmente fu così. Credo che faccia parte di una normale evoluzione. Allora eravamo poco più che ventenni e molto disposti a sperimentare sempre qualcosa di nuovo. Cimentarsi in produzioni nostre era lo sbocco normale per l’energia che avevamo addosso.

Nonostante, come da tua stessa ammissione, non sia stato particolarmente costante nell’attività da produttore, vanti una discografia ricca e multi sfaccettata. Quale fu la tua prima esperienza in studio di incisione?
Il mio primo lavoro fu Brother’s Brigade, un white label firmato con Leo Young, a cui seguì “Anjuna’s Dream” sulla Inter Dance, nel 1991.

Nel 1993 incidi “Free Beach” di GoaHead per la tedesca Eye Q Records: come arrivasti all’etichetta di Sven Väth, Matthias Hoffmann ed Heinz Roth?
Viaggiando ci si conosceva e si socializzava parecchio tra i vari DJ. Andavo a suonare spesso in Germania e poi invitavo loro al Cocoricò, quindi tutto nacque di conseguenza.

GoaHead era un progetto nato con Pierluigi ‘Tin Tin’ Melato, col quale hai continuato a collaborare creando altri dischi come Cyberia, Pro-Pulse ed Arkano: come ricordi il lavoro a quattro mani con lui?
Credo che in questi lavori riuscimmo a dare fondo alla nostra creatività, rimangono ancora molto vivi visto che qualche artista di grido li suona ancora oggi.

Trashman invece?
Fu un progetto nato nel 1992 con Ricci ed anche in questo caso ritengo che facemmo un gran lavoro.

A proposito di collaborazioni: vale davvero la pena ricordare anche le sinergie che stringesti con Marc Trauner (per Mentasm Mafia) e Lenny Dee (per “Wake Up Brooklyn”, che includeva una citazione dei Nitzer Ebb): sulla base di cosa nascevano questi tandem creativi?
Erano cooperazioni nate con la stessa modalità di cui parlavo prima. Ai tempi condividevo con queste persone una grande amicizia che ci portava a collaborare in studio. Con Lenny Dee sono ancora in contatto, tra noi c’è un bellissimo rapporto.

Per molti anni hai fatto parte dei Datura, inizialmente in modo esplicito figurando sulle copertine, in seguito in maniera defilata come autore. Come mai, insieme a Ricci, ti unisti a Mazzavillani e Pagano? Perché poi abbandonaste?
Iniziammo a collaborare per un remix, poi decidemmo di creare un progetto comune a cui io stesso diedi il nome Datura. In seguito le nostre strade si divisero come conseguenza dei diversi percorsi che stavamo facendo. Io e Ricci abbiamo preso altre vie come DJ, loro hanno continuato in linea con il loro lavoro di musicisti.

Nel 1994, insieme a Ricci, fondi la Steel Wheel, che in breve diventa un autentico crocevia di nomi di levatura internazionale in ambito techno, trance ed hardcore: da Marco Bailey ad Aurora Borealis, da Aqualite a The Prophet passando per Sunbeam, vari episodi dei Code e Yves Deruyter. Come avevate concepito quell’etichetta?
Fondamentalmente la creammo per licenziare tracce straniere in Italia. Eravamo sempre in giro per l’Europa e quindi si presentavano molte possibilità di relazionarci coi migliori artisti dell’epoca, così venne quasi naturale creare una piattaforma come Steel Wheel.

Dopo un paio di anni molli l’Expanded Music (a cui Steel Wheel era legata) per fondare, insieme a Paolino Nobile (intervistato qui), l’Arsenic Sound, ed “inventi” altre etichette destinate a lasciare il segno, Red Alert, Lisergica Records (ricordata tra le prime label italiane a dedicarsi alla goa trance) e Spectra Records. A cosa fu dovuto quel cambiamento?
Esclusivamente ad un percorso di crescita personale, sia a livello artistico che imprenditoriale. Non ci furono attriti con l’Expanded Music con cui ho lavorato sempre molto bene.

Nel 1996 la Save The Vinyl del compianto Mark Spoon pubblica il tuo “Kiss”: come mai l’Underground Mix rimane confinata al solo formato promozionale?
Fu una decisione del povero Mark, non so esattamente dovuta a cosa. Con lui avevo un rapporto straordinario, credo sia stato il più grande esponente della scena tedesca di quel periodo. La sua scomparsa è stata una grande perdita per me.

A quale dei dischi che hai inciso sei maggiormente legato?
Brother’s Brigade, perché fu il primo, e “Mr. Chill’s Back” di Cyberia perché credo sia il meglio riuscito, quello che quando lo suoni senti che fa ancora la differenza.

Sei stato tra i primi DJ italiani a partecipare ad importanti eventi esteri come MayDay, Energy e Love Parade. Che aria si respirava ai rave iconici degli anni Novanta?
Nonostante all’epoca fossero già definibili grandi eventi c’era un’atmosfera molto amichevole sia con gli organizzatori che tra noi artisti. Era un momento di incontro dove scambiarsi opinioni e molti promo, così non vedevamo l’ora di partecipare. Credo che l’evento che mi ha segnato maggiormente fu la Love Parade del 1993, un’esperienza unica anche per come vissi Berlino in quei giorni, qualcosa di veramente pazzesco.

In questa intervista di Luigi Grecola pubblicata da Soundwall nel 2013 riveli di aver frequentato la scena rave romana: chi e cosa ricordi di quella emozionante fase?
Un’atmosfera straordinaria. C’era una voglia incredibile di far festa e di ascoltare buona musica. Il livello era davvero molto alto. Poi ho scoperto che la scena rave romana era molto di più di ciò che avevo potuto vedere io. Quello che mi ricordo con piacere sono i vari personaggi di allora come Andrea Pelino, Chicco Furlotti, Leo Young e un DJ formidabile come Lory D.

Sabato 7 giugno del 1997 i Daft Punk furono guest al Cocoricò ma pare che qualcosa non andò per il verso giusto. In Decadance Extra abbiamo raccolto le testimonianze di David Love Calò e Luca Roccatagliati, presenti all’evento, ma mi piacerebbe conoscere anche la tua versione dei fatti. Cosa avvenne?
Nulla di particolare: il loro atteggiamento da superstar andò ad infrangersi col fatto che noi lì eravamo i padroni di casa. Ci mancarono di rispetto e finirono fuori dalla consolle, tutto qui.

Tornando a parlare di dischi, credo che tu sia stato tra i primi italiani ad approcciare alle realtà discografiche d’oltralpe (cosa non molto frequente negli anni Novanta) come le citate Eye Q Records e Save The Vinyl, la Dance Ecstasy 2001, la IST Records e la Vandit Records di Paul van Dyk a cui destini il singolo “Cristallo” nel 2001. C’erano radicali differenze nel modo di lavorare tra realtà discografiche italiane ed estere?
In Italia non si lavorava male, anzi, però all’estero riuscivano a garantire standard da major, cosa impossibile da noi. Questa era la differenza principale. Nel nostro Paese si pensava soltanto alla promozione di un disco.

Dove compravi i dischi negli anni Novanta? Quanti soldi spendevi mediamente al mese?
Acquistavo molto materiale a Londra e Francoforte ma principalmente al Disco Più di Rimini, uno dei negozi più forniti dei tempi. Sinceramente non ricordo quanto spendessi, ma erano cifre importanti.

I cosiddetti eventi “remembering” servono solo ai nostalgici oppure anche per far scoprire cose nuove ai più giovani che, per motivi anagrafici, non hanno vissuto certi periodi?
Possono servire per trasmettere una cultura musicale ai più giovani ma a patto che siano organizzati con criterio e curando tutti i particolari, che è quello che tentiamo di fare noi col Memorabilia.

Dal 2000 in poi la tua proposta musicale si è progressivamente “ammorbidita”. Lo si capiva già dai dischi recensiti in “Poison Dimension” su DiscoiD, ma anche da produzioni come Quasistereo, realizzata insieme a Ricky Montanari e Davide Ruberto. Cosa ti ha portato verso una direzione nuova? Voglia di esplorare territori inediti?
È stato il periodo in cui mi trasferii ad Ibiza e quando creammo il Circoloco. Avevo bisogno di qualcosa di nuovo e l’isola me lo stava fornendo. Poi mi mancava il fatto di non aver prodotto nulla con Ricky per cui tutto è venuto di conseguenza.

Con chi ti sarebbe piaciuto collaborare, tra DJ/compositori o etichette, negli anni Novanta?
Molti di quel periodo ma credo che quelli con cui ho lavorato siano già sufficienti.

Chi invece, tra i DJ con cui hai diviso la consolle nel corso degli anni, ti ha lasciato un ricordo migliore?
Agli inizi sicuramente Ricky Montanari. In quegli anni condividevamo tutto e suonare insieme per noi era un fatto naturale. Non posso fare a meno di ricordare Ricci e Mark Spoon, due che se ne sono andati troppo presto ma che avevano ancora molto da dire. Poi tutti coloro a cui mi ha legato una grande amicizia e molte affinità professionali come Carl Cox, Lenny Dee, PCP, Paul van Dyk, Sasha e Timo Maas, ma anche i ragazzi che ho conosciuto al DC10 come Loco Dice, Jamie Jones, Seth Troxler, The Martinez Brothers e Dan Ghenacia.

Quali sono i tre dischi del passato che continui ad inserire nei tuoi set con massima approvazione del pubblico?
Il citato “Mr. Chill’s Back” di Cyberia, “Mystic Force” di Mystic Force ed “Altered States” di Ron Trent.

(Giosuè Impellizzeri)

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Marco Dionigi, il suono indefinibile dell’Alter Ego e del Mazoom

marco-dionigiPer alcuni DJ degli anni Novanta il successo è strettamente relazionato alla scelta musicale. Ai tempi la fidelizzazione non passa dal numero dei fan e follower sui social network ancora inesistenti ma da qualità intrinseche all’attività, come tecnica e stile. Chi vuole distinguersi punta alla personalizzazione e per farlo ricorre in primis a selezioni accurate come elemento identificativo. Tale atteggiamento giova contemporaneamente alle stesse discoteche che non sono più i classici luoghi di ritrovo e svago di qualche tempo prima. In Italia, soprattutto nel settentrione, si sviluppano autentiche “mecche di pellegrinaggio” dove ogni settimana si riversano migliaia di giovani provenienti da tutta la nazione per ascoltare “quella” musica messa da “quel” DJ. Ne deriva una forte settorializzazione: i seguaci dell’Insomnia o dell’Area City non sono gli stessi dell’Ultimo Impero, del Duplè, del Jaiss o del Teatriz, giusto per citare alcuni club di successo dell’epoca. Tra i DJ divenuti popolari per uno stile ben preciso (ma paradossalmente poco identificabile con un termine) c’è Marco Dionigi: il suo è un sound-trademark che lo caratterizza in un periodo in cui techno ed house sono ancora distanti come il diavolo e l’acqua santa. La musica che propone per anni all’Alter Ego e al Mazoom mette in crisi chi intende dare ad essa una precisa collocazione stilistica. Nel 1995 una delle sue compilation mixate recita come titolo “Elettronico Tribale” e così da quel momento quello è il nome che viene appioppato al suo flusso sonoro. Ma non è tutto: Dionigi dimostra di voler andare oltre la selezione e il mixaggio di musica altrui e per questo nei suoi set diffonde decine di brani inediti autoprodotti, scontrandosi coi limiti della tecnologia che allora non rende agevole la riproduzione di supporti diversi dal vinile. E i fan, anzi i proseliti vista la devozione, vanno in visibilio.

Come DJ esplodi negli anni Novanta ma la tua passione musicale comincia diversi anni prima. Ci fu qualcuno o un evento in particolare a spingerti verso certe direzioni stilistiche?
La passione per la musica iniziò il giorno della prima comunione: i miei zii mi regalarono una piccola radio con cui iniziai ad ascoltare i suoni della dance di fine anni Settanta. Quei ritmi in 4/4 mi piacevano e mi divertivano ma non ero del tutto convinto. Inconsciamente ero già alla ricerca di qualcosa più particolare. Il mio papà aveva un giradischi ed era un grande amante in primis della musica classica (che io non sopportavo), di Fausto Papetti, di James Last e di vari artisti della scena jazz e fusion, a cui mi interessai anche io poiché diversi dalla solita “commerciale” che si sentiva ai tempi. Intorno alla fine degli anni Settanta investivo in dischi la mancia che mi offriva generosamente mio padre. Il primo fu “On The Road Again” dei Rockets, del 1978, e poi “The Robots” dei Kraftwerk. A seguire “Da Da Da” dei Trio, “Doot-Doot” dei Freur, “Rockit” di Herbie Hancock e “19” di Paul Hardcastle. Parallelamente portavo avanti la passione per il rock e il country, amavo i Jethro Tull, JJ. Cale, Phil Manzanera, i Pink Floyd ed impazzivo per Mike Oldfield e i ritmi tropicali di Eddy Grant e King Sunny Ade. Fu proprio un disco di quest’ultimo a farmi scoprire la psichedelia che mi mise in moto qualcosa dentro. Ebbi la sensazione che quella fosse la strada da seguire, ossia ricreare atmosfere sognanti e rilassanti, ma tutto svanì ben presto. Intorno alla metà degli anni Ottanta ascoltavo una piccola emittente, Radio Antenna 3 di Peschiera del Garda. Dalle 20:00 alle 8:00 del mattino successivo on air c’erano mixati di vari DJ per me totalmente anonimi, però la musica che suonavano fu come un fulmine a ciel sereno. Non sapevo neppure come si chiamasse quel genere ma era talmente nuovo ed incredibile da farmi innamorare all’istante. Finalmente avevo trovato ciò che stavo cercando, quella musica sembrava giunta direttamente dallo spazio profondo a bordo di un UFO. I nastri che mandava in onda Radio Antenna 3 erano quelli del Cosmic e di altri locali in auge nel periodo chiamato erroneamente “afro”. Vidi Daniele Baldelli in una trasmissione televisiva locale di Verona, Match Music, nata da poco. Diede sfoggio della sua bravura mixando trenta vinili in appena cinque minuti, accompagnato da una base ritmica importata da una drum machine, una Roland TR-808 se ben ricordo. Mi colpì al punto da convincermi a prendere in considerazione il ruolo del DJ e di quella “musica strana”. Verso la fine degli anni Ottanta mia sorella, una hippie convinta che amava più l’hard rock che la dance, comprò la sua prima auto, una due cavalli ultra scassata ricoperta di adesivi classici di quel periodo, come la foglia della marijuana, l’adesivo del Cosmic, Jim Morrison e i nativi americani. Fu lei a portarmi ai primi “afroraduni” della zona. La macchina non passava inosservata e bastava mettere piede fuori di casa per essere fermati dai carabinieri. Ci guardavano con curiosità, facevano quattro chiacchiere con mia sorella e poi ci lasciavano andare. Il venerdì sera frequentavamo il Bisbi, un locale a Pavone Mella in provincia di Brescia, il sabato invece toccava al Melamara a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Mentre mia sorella si scatenava in pista, io mi piazzavo davanti alla consolle per osservare e studiare il DJ. Proprio al Melamara conobbi Adrian Morrison e diventammo subito amici perché aspiravamo a fare lo stesso lavoro. Lui però già suonava in qualche localino mentre io facevo il DJ solo alle feste private nelle ville. Gli amici (ricchi) mettevano a disposizione i piatti mentre io facevo il mettidischi con la piccola (ma buona) collezione di vinili raccolta nel corso degli anni. Mi divertivo come un matto ed una volta un amico mi pagò ben 50.000 lire, che ai tempi erano davvero una lauta mancia. In quel periodo abbandonai gli studi scolastici (frequentavo il liceo artistico), non ero bravo ma soprattutto non avevo voglia. Mi buttai nel mondo del lavoro e il primo impiego lo trovai in una fabbrica di scarpe. Metà dello stipendio lo davo ai miei genitori, col resto riuscii a comprare i Technics SL-1200, il mixer e tanti, tantissimi vinili. All’orizzonte c’erano gli anni Novanta e la scena musicale cambiò bruscamente con l’arrivo della house music.

Come ti trasformasti da DJ da feste private in DJ da discoteca?
Presto mi resi conto che non era affatto facile trovare lavoro come DJ. Avevo l’impressione che per entrare “nel giro” bisognasse essere raccomandati o perlomeno aver fatto i portadischi per qualcuno che era già nell’ambiente. La domenica, unico giorno in cui non lavoravo, andavo in tutti i locali a Brescia, a Mantova e Verona portandomi dietro i miei set mixati su cassette TDK da 90 minuti. Chiedevo del proprietario e gli lasciavo i nastri, ma il telefono (quello di casa, non il cellulare) non squillava mai. Nel 1989 Adrian Morrison, che lavorava all’Eclisse di Verona, mi disse che stavano organizzando una grande gara per DJ e che un tizio di nome Andrea Oliva cercava nuove facce e nuovi suoni perché presto avrebbe assunto la direzione artistica di uno storico locale sulle colline veronesi, l’Alter Ego. Mi presentai, suonai e svuotai completamente la pista. La musica che avevo selezionato era troppo “difficile”. Fortemente scoraggiato tornai a casa con la coda tra le gambe sperando in un’altra occasione. Ma il destino aveva in serbo qualcosa di diverso per me. Pochi giorni dopo mi chiamò Oliva invitandomi a partecipare ad un’altra festa, studentesca, proprio all’Alter Ego. Anche quella volta non andò bene, il mio genere risultava troppo strano per il pubblico. Tuttavia ad Oliva quella musica piaceva. Mi confidò che voleva portare musica e cultura nuova a Verona, e che potevo fare al caso suo. Inutile sottolinearlo: avevo il morale alle stelle! Mi ero illuso di entrare subito in consolle e “spaccare” tutto ma purtroppo non fu affatto così. Dovevo armarmi di pazienza, fare gavetta ed imparare, e ai tempi bisognava apprendere in fretta altrimenti tornavi a casa. A settembre 1990 iniziai a fare il cassiere all’Alter Ego, e solo ad un’ora dalla fine della serata andavo in consolle per dare il cambio a Piero Fidelfatti, personaggio molto famoso in quel periodo. Con me si comportò sempre come un signore, spiegandomi come avrei dovuto impostare l’ultima fatidica ora e dandomi consigli che prendevo come oro colato. La sua gentilezza era esemplare, lo considero un grande DJ ed una persona eccezionale. Da lì a breve iniziai a suonare durante le domeniche pomeriggio insieme a Morrison. La domenica era il giorno giusto per fare pratica perché c’era gente più giovane rispetto al sabato e quindi con meno pretese. Stavo imparando cosa fosse quello che oggi viene detto warm up, ma tante volte sbagliavo e finivo in ufficio a prendere un cazziatone da Andrea Oliva che non esitava neppure a “castigarmi” allontanandomi per una settimana dalla consolle, una vera tortura per un DJ. A questi livelli “militarizzati” imparai in fretta, e dalla domenica passai al venerdì e poi al sabato. Non facevo più il cassiere ma il DJ ed ero persino pagato. Mi sentivo una specie di supereroe dotato di super poteri, ma la responsabilità si faceva sempre più grande. L’Alter Ego registrava pienoni per tutto il weekend, ma il sabato fu il giorno che marchiammo con quel genere musicale alternativo. Nel 1992 ero abbastanza affermato ma mancava ancora qualcosa. Nacque un nuovo locale, il Mazoom, a cui giunsi qualche mese dopo l’apertura. Insieme a Morrison e guidati da Andrea Oliva e Sergio Buio, creammo un’altra one night di successo.

Come ricordi l’Alter Ego di Verona e il Mazoom di Desenzano? Perché sono rimasti scolpiti così bene nella memoria di un’intera generazione di clubber?
Erano due posti molti diversi. L’Alter Ego più colorato e caldo, il Mazoom quello che oggi verrebbe definito il classico locale in stile berlinese. Al Mazoom suonavamo il venerdì, partivo in “slow motion” con dischi in stile leftfield, a metà serata subentrava Morrison e poi chiudevo io spaziando tra elettronica, disco sperimentale e colpi di techno ed acid. All’Alter Ego invece creammo un privée rimasto nella storia dove proponevamo tutte le cose più strane che arrivavano sul mercato musicale. La parola d’ordine era creare follia e puro disordine nella musica, era un periodo veramente eccitante. Probabilmente quelle due discoteche sono rimaste così impresse perché erano le uniche della zona a proporre musica tanto particolare. Se volevi sentire quel genere c’era una sola cosa da fare: prendere la macchina e venirci ad ascoltare. Chi non era automunito rimediava coi pullman che partivano da Torino, Milano e Roma, e alle 22:00 nel parcheggio c’erano già i bus pieni di gente ansiosa di entrare. La vera protagonista era la musica, noi DJ eravamo solo dei tramite.

Anni fa lessi qualcosa a proposito di una collaborazione nata a fine anni Novanta tra l’Alter Ego e l’E-Werk, tra i posti seminali del clubbing berlinese. In cosa consistette tale sinergia?
Non ne ho idea, dovresti chiedere ad Andrea Oliva per saperne di più.

Il tuo stile era tanto inconfondibile quanto indefinibile. A posteriori mi verrebbe da pensare a qualcosa riallacciata, più o meno chiaramente, al cosiddetto “afro” germogliato negli anni Settanta in locali-icone come Baia Degli Angeli, Cosmic e Typhoon, un filone unico quanto indefinibile, perché nato dalla sovrapposizione di molte correnti. Che ne pensi?
Ai tempi la domanda peggiore che potessero farmi era proprio quella di definire la mia musica. Non sapevo mai cosa rispondere. Ho sempre proposto solo ciò che mi piaceva, dal funk al darkwave, dal dub all’ethno, dipendeva anche da cosa stessi producendo in studio o dai dischi che uscivano. Nei primi anni Novanta c’era ancora qualche colpo di coda degli Ottanta, quindi ci si imbatteva in rimembranze funk o sperimentazioni in stile Orb, Drum Club, Orbital o cose di taglio ethno in stile Black Star Liner, Loop Guru o Fundamental. Concordo con la tua idea, poteva essere una continuazione della cosiddetta afro anche se per stile, comprensibilmente, eravamo su un altro pianeta.

Dove compravi i dischi? Quanto denaro spendevi?
Inizialmente andavo al Disco Inn di Modena e poi al Dee Jay Studios a Verona ma compravo poco perché prevalentemente autoproducevo la musica che suonavo nelle mie serate. Investivo più denaro in tastiere che in vinili, desideravo crearmi da solo il suono che doveva contraddistinguermi. In un primo momento l’Alter Ego metteva a disposizione un milione di lire al mese da spendere il dischi. Superata quella cifra, il restante era a carico del DJ.

Nel 1995 diventi produttore incidendo “I’m Very Cross With You” che sintetizza i tuoi percorsi da selezionatore. Perché decidesti di entrare in studio di registrazione?
In realtà iniziai ad autoprodurmi già nel 1992: componevo tantissimi brani che poi suonavo regolarmente in discoteca con un lettore Tascam a cassetta col pitch +/-10. Nelle prime quattro battute inserivo il suono del metronomo di Cubase, poi mettevo in pausa e lo lanciavo a ritmo sul brano che stava andando. Incisi i vinili qualche anno dopo quando disponevo di un vero studio che mi poteva permettere di realizzare prodotti curati dalla a alla z.

Con quali strumenti era equipaggiato il tuo studio?
Ne avevo tantissimi: Korg Triton, Korg MS-20, E-mu Vintage Keys, E-mu Procussion, E-mu Morpheus, Roland TR-909 e TR-808, Roland JV-1080 e JV-2080, Moog Minimoog, Akai S3000 e vari aggeggi per mastering ed editing. Come computer invece iniziai con l’Atari, poi Mac G3, G4 e G5. Il sequencer invece era Cubase.

Il 1995 segna anche la nascita della tua etichetta, la Tube, legata alla veronese Union. Con quali finalità la creasti?
Tube nacque per rispecchiare discograficamente la musica che suonavo in discoteca. Non pensavamo potesse raccogliere successo in breve tempo ma la cosa ovviamente ci fece molto piacere. Il marchio fu ideato da Roby Arduini, uno dei fondatori della Union. Il logo e il nome erano un rimando/tributo alla copertina di “Tubular Bells” di Mike Oldfield, artista che a me piaceva tantissimo.

La Tube rimane in attività sino al 2001 con 35 produzioni all’attivo. Perché interrompesti?
In realtà io mollai già intorno al 1997, quello che avvenne negli ultimi anni non recava più la mia firma. Non ricordo bene perché finì il sodalizio con la Union, forse perché avevo altre mire ed iniziavo a cercare più l’estero che l’Italia. Inoltre a “distogliermi” da Tube furono le collaborazioni con Daniele Baldelli, concretizzate su varie etichette indipendenti.

Continuasti però attraverso la Ursa Major Records, attiva tra 1997 e 1998 ed editorialmente legata alla Ocean Trax, ma con appena quattro uscite in catalogo.
L’amico Paolo Martini mi chiese di continuare a produrre quella musica alternativa attraverso la Ocean Trax ma dopo quelle quattro pubblicazioni decidemmo insieme che tale genere non fosse proprio adatto alla sua label, tendenzialmente più vicina al mondo della house.

Erano tempi propizi per la discografia? Quanto vendeva mediamente un tuo mix? Ricordi anche quale fu il bestseller?
Per me era tutto molto semplice: producevo in studio, passavo il DAT alla Union, mi confrontavo col grafico per la copertina e dopo un mese il vinile era pronto per raggiungere i negozi. Mediamente Tube vendeva circa 2000 copie a mix nell’immediato ma nel corso del tempo i più richiesti potevano essere ristampati e quindi continuavano a vendere, seppur più lentamente. Per quel tipo di musica era ottimo perché oltre a coprire le spese potevi anche guadagnare qualcosa. I titoli che vendettero di più? “Serengeti” e “Le Serpent”, entrambi del 1997.

Nel nuovo millennio continui a produrre musica tra cui “Alien Pic-Nic” per la Streetlab Records, a mio avviso sbadatamente sottovalutato da DJ e critica. Come vivesti quegli anni di stravolgimenti, sia musicali che tecnologici?
Dal 2000 in poi sono successe un sacco di cose. La diffusione in consolle del CDJ semplificò non poco l’attività di chi, come me, si batteva da anni per avere un genere personalizzato. Tutto quello che producevo in studio durante la settimana finiva su CD e nel weekend lo proponevo in discoteca. La gente iniziò a chiedersi dove diavolo comprassi quella roba ignorando che fossero mie produzioni e che non fossero affatto acquistabili. Mi impegnai a produrre musica che serviva per contraddistinguere le mie serate e che non finiva nei negozi. Non mi interessava più produrre dischi o CD ma mi divertiva tantissimo il fatto che il pubblico cercasse disperatamente quei brani non trovandoli da nessuna parte. Li tenevo in “cassaforte”, era il modo con cui potevo rendere uniche le mie performance. Di “Alien Pic-Nic” ero particolarmente fiero perché rappresentava un album per intenditori con musica che ancora oggi considero eccezionale. So di essere di parte ma lì dentro ci sono brani che hanno segnato la storia dell’Alter Ego nella sua seconda era. Forse ancor più bello fu “Those Lights”, del 2005, ma era troppo distante dal mondo della discoteca e quindi la gente che mi seguiva come DJ non si mostrò particolarmente interessata. Inoltre alcuni giornalisti musicali lo stroncarono bocciandolo come “molto commerciale”. Eppure io non sapevo neanche dove fosse di casa la musica commerciale! Sia “Alien Pic-Nic” che “Those Lights” vendettero meglio anni dopo la loro pubblicazione, diventando una specie di cult anche all’estero. Mi presi così una piccola rivincita.

Nel 2009 hai creato la Quantistic Division (alla quale recentemente si è affiancata QND Philosophy Records) attraverso cui immetti in circolazione moltissima musica a cadenza regolare: quanto tempo dedichi oggi alla produzione? Crei ancora con le macchine del vecchio studio oppure hai rinnovato parzialmente/totalmente il setup?
Considero Quantistic Division il mio fiore più bello in assoluto. Da un po’ di anni avevo abbandonato la produzione di musica su vinile o CD e pubblicare in digitale mi infastidiva molto. Poi, pian piano, mi sono accorto che tanti si stavano spostando proprio in quella direzione e quindi alzai le mani in segno di resa. Contattai un amico, Simon Faz, che aveva appena aperto una piccola net label, la PrismatikOne, e gli chiesi se fosse interessato a produrmi su una sublabel. Di materiale inedito ne avevo veramente tanto. Simon si mostrò subito entusiasta ed iniziammo a pubblicare le prime uscite. Non avevo nessuna pretesa e pensavamo che Quantistic Division sarebbe rimasta una piccola etichetta, nascosta in mezzo ad altre migliaia, ma ci sbagliavamo di grosso. Risultati importanti iniziarono a giungere da iTunes e Juno Download, tanto che i negozi realizzavano banner e recensioni praticamente per ogni release. Ad oggi abbiamo pubblicato circa 1400 brani e top DJ come Maceo Plex, Danny Daze, Flashmob e tantissimi altri ci supportano ogni mese. Il trucco è molto semplice: continuare a produrre e dare musica con cadenza regolare ai nostri fan che diventano sempre di più. I negozi digitali apprezzano molto questo metodo di lavoro quindi aiutano ad emergere perché gli spetta una bella fetta della torta. Di solito dedico almeno quattro/cinque ore giornaliere alla produzione ma capita di non accendere le macchine oppure restare chiuso in studio per nove o dieci ore consecutivamente, dipende se la musa ispiratrice è in modalità on. Non ho quasi più nulla dei vecchi sintetizzatori analogici del passato, ora lavoro con un iMac di nuova generazione e potenziato al massimo per l’audio. I synth virtuali che uso di più sono Kontakt, di cui possiedo moltissime librerie, e Reaktor perché ha potenzialità illimitate. Mi piacciono anche Icarus e Saurus della Tone2 perché assomigliano molto ai vecchi analogici.

Quasi ogni pubblicazione su Quantistic Division ruota intorno ad un tema, ad un concept ben preciso, abitudine che è andata sparendo soprattutto nel mondo della musica liquida in cui ogni cosa sembra superflua, inclusa la copertina. Dove trovi le giuste ispirazioni e le motivazioni per andare avanti?
Quantistic Division lavora su una storia ed ogni release ha un filo conduttore, un’atmosfera, in un certo senso deve sconvolgere le carte di volta in volta. Le ispirazioni giungono da film, libri e soprattutto dalla natura. Vivendo in campagna trovo che questa sia la più grande musa esistente. Le copertine sono opera mia, create secondo il messaggio che voglio trasmettere o basate sul tema della pubblicazione. Di solito affronto aspetti relativi ad ufologia (sono un vero appassionato di UFO!), astronomia, cosmologia, scienza e natura in generale.

Il settore è ormai saturo, bloccato da un eccesso di ripetizioni e di incapacità di fare innovazione: cosa prevedi possa accadere nel prossimo futuro? Assisteremo ancora a rivoluzioni musicali epocali?
Non riesco a vedere il futuro ma è chiaro che adesso stiamo iniziando a fare passi indietro. Ci siamo persi per strada, abbiamo smarrito la logica del produrre musica, ci siamo dimenticati che deve dare sensazioni e che deve essere una storia raccontata come la classica fiaba della buonanotte. La musica dovrebbe essere il linguaggio dell’anima e non un futile rumore che per moda viene fatto passare come opera d’arte.

Alla facilità (tecnica) di comporre musica si contrappone l’assoluta difficoltà di farsi notare in un mare magnum di novità quotidiane: chi sono i DJ che a tuo avviso meriterebbero maggiore visibilità?
È una domanda a cui è davvero difficile rispondere. Cerco qualcuno che col suo set mi coinvolga e mi dia emozioni ma non è affatto facile. Sinora la mia ricerca è stata vana.

Da molti anni collabori con Daniele Baldelli: come e quando vi siete conosciuti?
La nostra amicizia nasce intorno al 1993: io suonavo all’after hour del Mazoom e lui venne per dare un’occhiata ed un’ascoltatina. Oliva mi disse che c’era il mio idolo e così, appena finii di suonare, lo presi sottobraccio e parlammo di musica per ore. La settimana dopo era già a casa mia per organizzarci su produzioni da realizzare a quattro mani. Sono trascorsi 24 anni e praticamente tutti i lunedì Baldelli entra a casa mia per lavorare in studio o per ascoltare vecchi vinili degli anni Settanta ed Ottanta che solo lui può avere. Da 24 anni mi porta per cena sempre una bottiglia di vino rosso, ma lo cambia ogni volta, non sceglie mai lo stesso. Dice di non ricordarsi quale abbia preso la settimana precedente.

Pensando al passato invece, non può non tornare in mente Adrian Morrison con cui hai spartito per molti anni la consolle all’Alter Ego e al Mazoom. Sei ancora in contatto con lui? Non hai mai pensato di coinvolgerlo in progetti discografici per riaprire la sua breve parentesi da produttore?
Con Morrison continuo ad avere uno splendido rapporto. Ora si occupa di informatica e, a quanto ne sappia, non è assolutamente interessato a produrre musica. Al massimo ascolta la mia mentre realizza siti web.

In un’intervista del marzo 1999 Adrian Morrison annuncia il suo nuovo singolo sulla citata Ursa Major Records ma del disco non vi è traccia, e tra l’altro quell’anno Ursa Major Records sparisce dai radar. Cosa accadde?
Niente di così strano come si potrebbe pensare. Come anticipato prima, Ursa Major Records chiuse perché io e Paolo Martini eravamo interessati a fare altre cose, lui più attinenti al mondo house, io vicine a quelle della futura nu disco.

Quali sono i tre dischi che ti ricordano altrettanti momenti felici degli anni Novanta?
“Hypnosis” di Psychotropic, del 1990, perché era uno dei primi che proposi all’Alter Ego, “Follow The Sun” di Drum Club perché rappresenta perfettamente il privée dell’Alter Ego durante gli anni Novanta, con la gente che lo popolava e l’atmosfera che si viveva all’interno, e “Live From The Opium Den” di Justin Warfield del 1994, perché fu il “disco furore” della slow motion che mettevo: mani in alto e cielo rosso per l’alba che arrivava. Ricordi incredibili.

(Giosuè Impellizzeri)

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Diego Leoni, dalla Baia Degli Angeli alla Media Records

Diego LeoniDi solito le interviste sul mondo della musica da discoteca riguardano DJ e produttori ma spesso dietro il successo degli artisti si cela il lavoro congiunto di più figure professionali che vengono ignorate dal grande pubblico perché non finiscono col proprio volto in copertina o nelle consolle dei locali. Diego Leoni è tra queste. Un manager che negli anni Settanta si occupa di una discoteca epocale per la scena nostrana, la Baia Degli Angeli, e che nel decennio successivo affianca Gianfranco Bortolotti nella Media Records. Il suo è un racconto appassionato, che non lesina sui particolari e che aiuta ad aggiungere altri tasselli per comprendere meglio come era organizzata la scena musicale italiana nel passato.


Quali brani ed artisti ascoltavi con più piacere da ragazzo?

Da adolescente ho vissuto i migliori anni della musica italiana, Battisti e Mina erano tra i miei preferiti, oltre naturalmente alle band Inglesi emergenti di quel periodo. L’approccio con la musica da discoteca avvenne solo in un secondo momento.

Come diventasti il direttore della Baia Degli Angeli?
Nel 1976 gestivo un piccolo locale di un amico che mi propose di acquistare, insieme a lui ed altri soci, la Baia Degli Angeli. Poi mi chiesero di assumermi l’onere della gestione ed io raccolsi l’invito con grande entusiasmo e, ahimè, spensieratezza.

Che tipo di locale era la Baia Degli Angeli? È vero che, così come scrive Stephen Titmus in questo articolo del dicembre 2013, era una sorta di Studio 54 italiano? Perché ancora oggi se ne parla in termini così lusinghieri?
Era sicuramente il locale più all’avanguardia che io conoscessi. Era bellissimo, ancora poco conosciuto ma dalle possibilità enormi, molto più grande dello Studio 54, con due piscine (una interna ed una esterna) e ben tre piste da ballo. La cabina del DJ con la consolle era posizionata dentro un ascensore di vetro perché avevamo una pista al piano terra ed una sul terrazzo al primo piano. Se ne parla ancora oggi perché è diventata un mito, frequentata da ragazzi che venivano da tutta l’Italia. Era interamente bianca, con lettini al posto delle poltrone, due sale interne oltre al mega terrazzo estivo. C’era persino un negozio, la boutique Happy Fashion nella quale vendevamo capi d’abbigliamento della ditta Ball, adesivi ed oggettistica varia del locale. Dalla precedente gestione tenemmo i disc jockey, Claudio ‘Mozart’ Rispoli e Daniele Baldelli. Fummo noi a portare per primi nelle discoteche italiane l’effetto laser, adoperato a mo’ di stella cometa, e le cubiste. La musica era all’avanguardia così come l’impianto luci. La clientela era giovanissima e molto aperta alle innovazioni che furono parecchie durante la mia gestione.

In quell’articolo di Titmus si racconta anche della tua disavventura che ti costò quindici giorni di carcere. A quanto pare la Baia Degli Angeli fu massacrata dai giornali che la dipinsero solo come luogo dove si consumavano stupefacenti.
Il nostro era l’unico locale che si riempiva ma venivamo da fuori ed eravamo politicamente inesperti, senza santi in paradiso. Gabicce Mare è una località turistica piena di alberghi, praticamente tutti (dal sindaco all’ultimo consigliere comunale) gestivano un hotel o una pensione, e noi davamo chiaramente fastidio. Il locale chiudeva alle tre del mattino e migliaia di ragazzi dopo quell’ora andavano a fare casino sulla spiaggia o attraversavano il paese disturbando i clienti di quegli hotel. Così iniziarono a farci la guerra con campagne denigratorie (ricordo articoli in grassetto in prima pagina, magari per uno spinello). Chiedemmo più volte una collaborazione sia col Comune che con le forze di polizia ma i “papaveri” volevano solo una cosa, la chiusura del locale. Infatti alla fine della terza stagione ci revocarono la licenza. La cosa sarebbe finita lì se nel frattempo un mio nuovo socio di Torino non mi avesse convinto a riaprire sotto forma di club privato. Fu proprio durante la prima serata di apertura come club privato che intervennero le forze dell’ordine imponendoci la chiusura del locale. Ovviamente, non potendo più operare in regime amministrativo, agirono penalmente. L’accusa non fu, come si pensa, quella di aver trovato droga nel locale ma che la gestione non avesse operato a sufficienza per evitare l’uso degli stupefacenti. La mia colpa fu quella di essere il titolare di licenza e l’unica persona penalmente perseguibile. Non mi è stata mai addossata nessuna accusa personale, i quindici giorni di detenzione furono necessari da un punto di vista tecnico, la condanna fu di due anni con concessione della condizionale. Non interessavo io ma la chiusura del locale e quella fu la loro unica possibilità. Se avessimo accettato la sospensione della licenza tutto il seguito non ci sarebbe mai stato.

Da quel 21 ottobre 1978, giorno in cui la Baia Degli Angeli chiude definitivamente i battenti, sono trascorsi quasi quarant’anni ma la situazione italiana dei club non sembra essere cambiata molto (vedi recente caso del Cocoricò, chiuso per ragioni analoghe). Cosa pensi in merito al clubbing nostrano? Necessiterebbe di regolamentazioni diverse?
La droga non esiste perché esistono i locali. Certo, all’epoca faceva scalpore il ragazzo che si fumava lo spinello o peggio che facesse uso di droghe pesanti, ma a Rimini girava molta più droga che alla Baia Degli Angeli, però culturalmente la autorità lì erano molto più aperte che a Pesaro. Rimane comunque un fatto al di là di tutte le argomentazioni. È più facile colpire un gestore di locali piuttosto che una scuola, una caserma, un ospedale o i grandi spacciatori. Molte delle nostre leggi sono da tempo obsolete, occorrerebbe cambiarle insieme alla mentalità di alcuni tra i nostri legiferatori.

Dalla Baia Degli Angeli alla Media Records: come e quando iniziò l’avventura al fianco di Gianfranco Bortolotti?
Alla Baia Degli Angeli veniva a trovarmi un grande imprenditore che aveva due locali nel bresciano. Quando seppe della chiusura mi offrì di lavorare per lui come direttore al Number One, e un anno dopo mi propose di aprire un nuovo locale, il Paradiso di San Polo. Lì conobbi Gianfranco, veniva a “testare” i suoi dischi.

Com’era lavorare in veste di manager discografico negli anni Novanta? Quali erano le mete che ci si prefissava di raggiungere? Come si lavorava (soprattutto con l’estero) quando internet non c’era ancora?
È stata un’avventura entusiasmante. In Italia avevamo ben pochi concorrenti e di produttori esecutivi al livello di Bortolotti non c’era nessuno. Gli obiettivi erano Inghilterra ed America. Sin dall’inizio Gianfranco volle dare un taglio internazionale alla struttura, interpellando cantanti madrelingua e producendo sound europeo. Credo di essere stato un buon venditore, sempre consapevole di viaggiare per il mondo con brani di grande spessore.

Tra le innumerevoli sublabel della Media Records c’era anche la Baia Degli Angeli, partita nel 1990 con “Sucker DJ” di Dimples D ma diventata nota soprattutto per “We Need Freedom” di Antico. Come nacque l’idea di riprendere il nome e il logo del club che avevi diretto oltre dieci anni prima?
Ai tempi avevamo circa dodici studi di registrazione ed ogni etichetta rappresentava un sound specifico. Proposi a Gianfranco l’uso di quel marchio che aveva già una sua popolarità. Lui inventò un sound adatto.

Il tuo nome figura nei crediti di molte produzioni discografiche, dai 49ers (“Don’t You Love Me” – riadattamento di “You Make Me Funky” di MC Magic Max pubblicata su Underground nel 1989 – , “I Need You”, “How Longer”, “Move Your Feet”, “Rockin’ My Body”, “Baby, I’m Yours”) a Club House (“Deep In My Heart”, “I’m Falling Too”), da Sharada House Gang (“Passion”, “It’s Gonna Be Alright”, “Real Love”) a Cappella (“Everybody”, “Move It Up”, “U & Me”, “Move On Baby”, “Tell Me The Way”, “I Need Your Love”) passando per Fargetta (“The Music Is Movin'”), Mars Plastic (“Find The Way”, “Wonderland”, “Model With Me”), Anticappella (“Move Your Body”, “Express Your Freedom”), Mario Più (“All I Need”, “Runaway”), Prezioso Feat. Marvin (“Tell Me Why”, “Let Me Stay”), Gigi D’Agostino (“Elisir”, “L’Amour Toujours”, “Another Way”) ma la lista potrebbe andare avanti a lungo. Di cosa ti occupavi precisamente?
Ero l’autore dei testi. Mia moglie è inglese e mi ha aiutato moltissimo: io pensavo alle “licenze poetiche” e lei correggeva gli errori grammaticali. Abbiamo trascorso diverse notti con le cuffie in testa a discutere sull’utilizzo di una parola anziché un’altra meno adatta. Bortolotti mi spiegò che le caratteristiche di un testo dance sono un riff orecchiabile, un ponte facile da canticchiare e le strofe con certe dinamiche. Sull’onda di tali indicazioni scrissi oltre 150 testi tra cui, fortunatamente, quasi tutti i migliori successi della Media Records.

Cosa ricordi con più piacere dell’avventura nella Media Records? Cosa vi rese così forti in ambito internazionale? Forse essere costantemente più avanti rispetto ai competitor? (a tal proposito mi torna in mente l’avveniristico stand “La Donna In Scatola” con le fibre ottiche presentato al Primo Salone della Musica di Torino ad ottobre 1996).
I ricordi piacevoli sono veramente innumerevoli. Ero nuovo dell’ambiente, non ero un musicista ed entrai in un mondo che mi era praticamente sconosciuto, ma fu una scoperta entusiasmante. Ricordo, forse per affetto, il primo contratto di una certa rilevanza che firmai con Gianfranco a Benidorm, in Spagna. La cifra era notevole per quel periodo, brindammo e ci augurammo un buon Natale. Fu un brindisi premonitore e fortunato visto che di Natali buoni ne abbiamo festeggiati davvero molti altri.

Da qualche tempo la Media Records è resuscitata: che pensi del ritorno in musica di Bortolotti?
Gianfranco vede avanti come pochi e per questo trova difficoltà nel reperire collaboratori di un certo livello, ma se vuole fa la differenza anche nel mondo digitale.

Torneresti ad affiancarlo come nella decadi trascorse?
No, in primis per ragioni anagrafiche ma anche perché non penso di potergli essergli utile come credo di esserlo stato in passato.

Restiamo proprio nel passato: c’è qualcosa di spiacevole, accaduto nella sfera discografica in quegli anni, che vorresti raccontare? Insomma, vuoi toglierti un sassolino dalla scarpa?
Non amo sputare nel piatto dove ho mangiato ma se ho un rimpianto è la fine del mio/nostro rapporto con Gigi D’Agostino. Una cocente delusione sia umana che artistica.

Chi stimavi particolarmente?
Su tutti Gianfranco Bortolotti perché mi ha insegnato molto della vita e mi auguro che anche lui serbi buoni ricordi di me. Poi Gigi D’Agostino per la sua unicità dei suoni.

Credi ci fossero sostanziali differenze tra scena italiana ed estera? Non intendo solo in termini creativi ma anche (e soprattutto) organizzativi e manageriali.
C’era un abisso, soprattutto nel settore manageriale. Le etichette italiane non si confrontavano, non c’era collaborazione ma solo invidia per il successo altrui. Insomma, non esisteva la volontà di guardare fuori dal proprio guscio. Bortolotti, da sempre contraddistinto da una mentalità europea e non italiana, spesso non veniva capito e persino ostacolato.

Perché ad un certo punto (nei primi anni Duemila) la discografia italiana legata alla dance è implosa? Incapacità di confrontarsi su una piazza infinitamente più ampia e complessa?
Nel caso della Media Records avvenne per l’ego artistico di alcuni nostri produttori che dopo un grande successo si consideravano dei padreterni non riconoscendo più il ruolo di leader a chi li aveva portati al successo. L’esempio più evidente riguarda Gigi D’Agostino che dopo il grande exploit ottenuto con “L’Amour Toujours” non volle più la supervisione di Bortolotti. I risultati si sono visti. Purtroppo è un fenomeno comune ed oggi ne paghiamo le conseguenze.

La democratizzazione tecnologica ha innescato la proliferazione incontrollata di presunti artisti ma anche di presunti manager discografici. Quali sono le qualità che dovrebbe avere oggi un buon manager che opera nel settore musicale?
La prima è quella di essere appunto un buon manager. Oggi il mercato è in mano ai DJ che sono tutto tranne che manager, ma hanno la presunzione di esserlo.

La mitizzazione/divinizzazione del DJ e la spettacolarizzazione della sua attività hanno favorito l’industria discografica oppure per certi versi ne stanno decretando il tramonto?
Prima hanno aiutato l’industria, ora la stanno affossando.

Serve ancora partecipare ad eventi tipo Winter Music Conference o Midem?
Può essere utile per consolidare i rapporti o per mantenere vive le amicizie ma non certo per far conoscere i propri prodotti.

Segui ancora la scena discografica e musicale? Credi ci sia ancora spazio per un exploit italiano come quello della piano house di fine anni Ottanta?
Non seguo molto la scena discografica ma come in tutte le cose ogni periodo porta qualità e difetti. Lo spazio c’è sicuramente, se accompagnato da un po’ di umiltà.

C’è qualcosa che ti sei pentito di aver (o di non aver) fatto? Una licenza scappata, un successo cestinato per sbaglio…
Per fortuna le licenze non licenziate o i successi cestinati per sbaglio non erano di mia competenza, quello era un peso che sosteneva in toto Bortolotti. Col senno di poi avrei potuto sicuramente siglare qualche contratto migliore.

Qual è il primo brano che ti viene in mente pensando agli anni trascorsi in Media Records?
“Bauhaus” di Cappella, perché fu il primo brano che vendemmo agli inglesi. A seguire “L’Amour Toujours” di Gigi D’Agostino perché è stato il nostro più grande successo.

Se potessi rivivere un anno tra il 1990 e il 1999 per quale opteresti?
Non saprei davvero scegliere, vorrei riviverli tutti.

(Giosuè Impellizzeri)

* si ringrazia Daniele Baldelli per aver fornito le foto della Baia Degli Angeli

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