Indiana – All I Need Is Love (Volumex)

Indiana - All I Need Is LoveL’eurodance degli anni Novanta consacra una sfilza interminabile di hit che marchiano con inchiostro indelebile la memoria di un’intera generazione. Successi inebrianti e galvanizzanti ma non sempre duraturi si rincorrono facendo la staffetta, diventano la colonna sonora di migliaia di giovani e fanno la fortuna di compositori ed imprenditori discografici che, di quella musica considerata “usa e getta” in ambienti accademici, riescono a venderne anche milioni di copie in tutto il mondo. A minare la stabilità degli act è una serie di variabili, dal gusto mutevole del pubblico al cambio repentino dei trend, ma anche problematiche legali proprio come nel caso di Indiana, progetto emerso durante l’autunno del 1994 e prodotto dal team dei Sonora inizialmente formato da Alessandro Bertagnini e Vito Mastroianni meglio noto come Vito Ulivi, ai quali si aggiungono poi Ciro Pisano e la cantante Danila Gimmi.

Vito Ulivi (tra 1994 e 1995)

Vito Ulivi in una foto scattata tra 1994 e 1995

«Iniziai a lavorare nella discografia nel 1987 attraverso “Killing For Love” di Scarface» racconta oggi Ulivi. «Non era facile, come oggi, entrare nel mondo della musica. Nel mio caso ad introdurmi nell’ambiente fu un produttore ligure, Pasquale Scarfì, che operava in quell’ambito già da parecchi anni. Mi coinvolse come cantante per il pezzo di Scarface pubblicato dalla Merak Music, etichetta molto in voga all’epoca e che in catalogo aveva i dischi di una giovanissima Alba Parietti (di cui abbiamo parlato qui, nda) ma soprattutto le hit di Valerie Dore come “Get Closer”, “The Night” e “Lancelot”. Nel 1988 uscì “Beauty’s Flash”, il follow-up di “Killing For Love”, ma passò pressoché inosservato. Seguì “Slave Of Passion” per la Many Records di Stefano Scalera. A cantare quella volta fu Markus ovvero Marco Guerzoni, che nel ’96 arrivò al Festival di Sanremo con “Soli Al Bar” insieme ad Aleandro Baldi. Il pezzo girava sul suono di un organo hammond, i cori furono curati da Betty Vittori e venne mixato da Mario Flores nel suo Heaven Studio a Rimini, ma nonostante tutto si rivelò un flop totale. Era un periodo piuttosto strano, l’italodisco, che aveva retto praticamente per tutti gli anni Ottanta, stava tramontando ed entrò in piena crisi. Si iniziò a sentire aria di cambiamento con la house music che giungeva d’oltreoceano».

 

team Sonora (tra 1994 e 1995) da sx a dx Danila, Vito, Alex, Ciro

Il team dei Sonora al completo a metà anni Novanta: da sinistra Danila Gimmi, Vito Ulivi, Alex Bertagnini e Ciro Pisano

Per Ulivi il riscatto arriva negli anni Novanta ma sarà tormentato da varie difficoltà. Nell’intervista raccolta anni fa per Decadance Appendix il compositore rivela di aver portato “All I Need Is Love” sulle scrivanie di molti A&R ma senza sortire riscontri positivi. Il pezzo continuava a non essere capito e quindi rifiutato. A cambiare le sorti sono Fabrizio Gatto e Claudio Ridolfi della Dancework, che credono nell’idea e lo pubblicano su una delle etichette più note del gruppo, la Volumex, reduce dallo straordinario successo estivo di “Gam Gam” di Mauro Pilato & Max Monti. «Nonostante fosse un periodo in cui i mix di musica dance vendessero ancora molto, c’era davvero scarsa propensione ad uscire dai trend del momento. Col DAT in tasca di “All I Need Is Love” io e Bertagnini girammo a lungo per Via Mecenate, a Milano, lì dove erano raggruppate moltissime etichette dance indipendenti, ma senza risultato. Se non ricordo male il primo ad ascoltarlo fu Claudio Diva che lavorava per la Discomagic di Severo Lombardoni. Non gli piaceva la cassa e lamentò l’assenza di effetti in voga in quel periodo. Non so se avesse prestato sufficiente attenzione alla melodia e alla voce, ma nel suo giudizio c’era comunque qualcosa di vero. Coi nostri scarsi mezzi (disponevamo di uno studio allestito da Bertagnini tra le mura domestiche) il pezzo non suonava in modo eccelso anzi, la cassa era proprio orrenda. Se la memoria non mi inganna, poi lo portammo alla Venus Distribuzione del citato Scalera dove lo ascoltò Domenico Gallotti alias Mimmo Mix, ma anche lui lo bocciò perché suonava davvero male. A quel punto decidemmo di provare con Fabrizio Gatto della Dancework che però non era in ufficio. Lasciammo il DAT al suo socio, Claudio Ridolfi, il quale ci garantì che glielo avrebbe fatto sentire al più presto. Qualche giorno dopo effettivamente giunse il verdetto, questa volta positivo. Finalmente qualcuno apprezzava la nostra idea».

“All I Need Is Love” nasce nel solco della eurodance rivista in chiave italo, di quella à la Corona per intenderci, in cui melodia e canzone sono i veri pilastri compositivi ed attorno a cui ruota il tutto. Ben cinque le versioni finite sul 12″: la Sing Mix, la Eurodance Mix e la Versilia Mix contengono tutti gli elementi classici del genere che da noi vive il suo apice tra 1993 e 1994. Nella Love Guitar Mix fa capolino il suono di chitarra, a strizzare l’occhio ai successi dei teutonici Jam & Spoon, ma a fare la differenza alla fine è la Cat Mix realizzata da Fabrizio Gatto, una vecchia conoscenza della dance nostrana sin dai tempi di Doctor’s Cat (“Feel The Drive”, “Watch Out!”), Raggio Di Luna (“Comancero”) e Martinelli (“Voice (In The Night)”, “O. Express”, “Revolution” e soprattutto “Cenerentola”). L’incalzante ritmo che sfora i 150 BPM (velocizzazione che proprio in quei mesi contagia gran parte della dance mainstream), abbinato ad un altrettanto incisivo fraseggio di synth che incornicia la parte cantata si rivelano determinanti per smarcare il brano dalla miriade di pezzi eurodance troppo simili uno all’altro.

 

Flyer Indiana

Mariarita Arcuci, immagine degli Indiana, su un manifesto promozionale del 1995. Il nome è già variato in Diana’s per ragioni legali.

«La versione iniziale di “All I Need Is Love” la realizzammo con pochissimi strumenti, un expander della Roland ed uno della Oberheim da cui prendemmo dei bellissimi violini, una Roland TR-909 per la ritmica ed un campionatore Akai S900 seppur non avessimo fatto uso di nessun sample. A cantare il testo, scritto da Nicoletta Merletti, fu Danila Gimmi ma per gli spettacoli dal vivo assoldammo una bella ragazza (l’allora ventunenne Mariarita Arcuci, che fornisce l’immagine pubblica al progetto così come si usa fare allora e come descriviamo in questo ampio reportage, nda). Il tutto venne assemblato mediante un computer Atari 1040ST sul quale girava il sequencer Notator della Emagic. Il mixaggio lo facemmo con un mixer Soundcraft e passammo i pezzi su un registratore a bobine Tascam a otto piste. Realizzammo ben sette versioni ma a spopolare fu quella a 155 BPM che fece Gatto. In seguito uscirono altri remix realizzati dagli Spherika (Maurizio Parafioriti e Paolo Galeazzi), Fabio Cozzi, Mauro Pilato e Max Monti e Two Cowboys (artefici della hit internazionale “Everybody Gonfi Gon” pure quella oggetto di una bega legale, nda). In Italia “All I Need Is Love” vendette, tra 12″ e CD singolo, trentamila copie e si mosse molto bene anche in Spagna e Regno Unito. La London Records era già pronta a mandare in giro i promo ma quando seppe dei problemi che stavamo avendo a causa del nome bloccò tutto».

Indiana - Una Scossa Al Cuore

La copertina del primo singolo che Giulia Del Buono firma come Indiana. A pubblicarlo, nel 1990, è la Ricordi

Il grattacapo a cui si riferisce Ulivi è innescato dalla cantante romana Giulia Del Buono, discograficamente attiva sin dai primi anni Ottanta e transitata attraverso varie case discografiche, dalla Ricordi alla Discomagic sino alla Drohm del gruppo Flying Records capitanato da Flavio Rossi. Pare che la Del Buono detenesse l’esclusiva del marchio Indiana, alias a cui lega la propria attività artistica dal 1990 col singolo “Una Scossa Al Cuore”, arrangiato e prodotto da Cristiano Malgioglio. Claudio Ridolfi, nella testimonianza raccolta anni fa per il primo volume di Decadance, spiega che, nonostante la causa non sia mai andata in giudizio, una transazione tra Dancework e Flying Records porta alla perdita definitiva del nome Indiana. Ulivi e soci ripiegano prima su Indiana Day, per il remix di “All I Need Is Love”, ma poi si vedono costretti a ricorrere allo pseudo anagramma Diana’s per il singolo “You Are My Angel” del 1996, annunciato come “Angel” durante l’estate del 1995 . Curiosamente in quegli anni in Italia si rinviene un terzo progetto di nome Indiana, quello che nel 1992 appare col brano omonimo sulla Strength Records, sublabel della Propio di Stefano Secchi. Lo scarso successo, probabilmente, lo rende invisibile al radar della cantante romana.

«Giulia Del Buono aveva effettivamente registrato il marchio Indiana e tramite il suo avvocato riuscì persino a bloccare una importante compilation in uscita della Dig It International, creando a noi e alla Dancework un danno non indifferente» spiega Ulivi. «Il cambio di nome imposto proprio mentre il nostro pezzo esplodeva generò molta confusione nel pubblico. La Del Buono sfruttò e cavalcò il successo di “All I Need Is Love” e tra ’95 e ’96 incise per la Drohm/Flying Records vari singoli» (“Tears On My Face (I Can See The Rain)”, “Together Again”, rispettivamente coi remix dei Da Blitz e dei Ti.Pi.Cal., e “I Wanna Be Loved”, nda).

Indiana adv DiscoiD luglio 1995

La pagina promozionale tratta dal magazine DiscoiD di luglio 1995 attraverso cui la Dancework informa del cambio di nome di Indiana

A poco servono gli advertising che la Dancework diffonde nel 1995 attraverso i magazine specializzati per chiarire che Diana’s fosse la nuova identità dell’Indiana di “All I Need Is Love”. Il follow-up, “You Are My Angel”, non riesce a bissare il successo. Difficile però stabilire se sia stato effettivamente solo il cambio di nome ad inficiare gli sforzi, ma senza dubbio l’identità, dopo un grande successo, risulta un elemento fondamentale. Basti pensare a quante etichette discografiche abbiano vincolato contrattualmente l’uso degli pseudonimi per impedire che gli stessi autori potessero sfruttarli stringendo nuovi accordi con aziende concorrenti. Ulivi e Bertagnini comunque continuano a produrre musica ma convogliandola su progetti nuovi di zecca come Jaya e No “Cindy” Joke, poco noti in Italia. «“Falling In Love With You” di Jaya ebbe un buon riscontro in Brasile, “Don’t Make Me Cry” di No “Cindy” Joke invece funzionò bene in Giappone. Nel ’97 incisi per la Joop Records, sempre del gruppo Dancework, “El Baile De Sanvito” di El Pube, un brano realizzato in un giorno appena sulla scia di “2 The Night”, il tormentone dei La Fuertezza tratto dal film “Il Ciclone” di Pieraccioni. In quel caso mischiai, con l’aiuto di un amico, percussioni vere e campionate. Nel ’98 invece uscì, su Dancework, “Lupi Cattivi” di Gianluigi Buffon, un singolo realizzato a supporto di una campagna del Telefono Azzurro. L’idea di far rappare il noto portiere insieme ad un gruppo di bambini ed un tenore fu proprio mia. Buffon, allora mio compaesano, fu entusiasta del pezzo, peccato che non sortì risultati degni di nota. Del mio passato ricordo anche “Walking In Paradise” di Suspiria, uscito prima di “All I Need Is Love”. Lo feci ascoltare a Roberto Zanetti della DWA che lo avrebbe visto bene per il progetto Corona, e a tal proposito mi consigliò di portarlo a Checco Bontempi. Noi però non eravamo convinti e preferimmo pubblicarlo per conto nostro commettendo un grosso errore. Dopo i primi tentativi del 1987 e 1988, tornai alla dance nel ’91 giocando in un piccolo studio casalingo. Mai avrei potuto immaginare di arrivare a prendermi così tante belle soddisfazioni» conclude Ulivi. (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

Annunci

Bit-Max – Dance (Just Dance For Me) (Beat Club Records)

Bit Max - Dance (Just Dance For Me)Come avvenuto a molti artisti che si sono affermati negli anni Novanta, anche per Maurizio Pavesi l’esperienza in ambito discografico inizia nel decennio precedente. Dal 1984 circa il suo nome inizia ad apparire con regolarità in progetti italo disco condivisi con Stefano Secchi (B. Blase, Ray Cooper, Larabell, Yanguru). È un periodo economicamente florido e rigoglioso per l’industria fonografica, i dischi sono ordinari prodotti di consumo e se ne vendono parecchi.

«Iniziai ad armeggiare in studio già nel 1982 insieme a Stefano Secchi che mi coinvolse nel progetto Mito edito dalla Zanza Records, una delle etichette appartenenti alla Gong Records di Salvatore Annunziata (che di lì a breve pubblica un disco epocale, “Dirty Talk” di Klein & M.B.O., nda)» racconta oggi Pavesi. «Il mio nome non comparve tra i crediti per un disguido, ma non me la sentii di fare polemica, non era mia intenzione fermare il buon lavoro portato avanti da Secchi. Il mio approccio a quel tipo di attività era disteso e rilassato, non ero ancora a conoscenza dei meccanismi della discografia, il mio interesse era dettato dalla passione per la musica e non da altro. Le preoccupazioni e i pensieri giunsero qualche anno dopo, quando iniziai a familiarizzare con contratti, royalty e tutta la burocrazia del settore. Ai tempi di “Droid” di Mito (cover dell’omonimo degli Automat – i musicisti Claudio Gizzi e Romano Musumarra – pubblicato dalla EMI nel ’78 e diventato un cult per i collezionisti, nda) non immaginavo ancora cosa ci fosse dietro le quinte del mondo della musica».

Pavesi e Max Baffa, 198x

Maurizio Pavesi e Max Baffa in una foto scattata negli anni Ottanta

Tra 1987 e 1988 l’italo disco viene scardinata dalla house, la grande novità proveniente dall’estero, Stati Uniti in primis seguiti dalla Gran Bretagna, dove molti DJ e produttori si rivelano particolarmente lungimiranti. La musica dance inizia a cambiare i suoi connotati in modo radicale. Pavesi si avvicina alla house (ricavata dalla commercialmente vantaggiosa sampledelia dei M.A.R.R.S.) con “Animal House” di DJ System, “Hey Fonzo !!” del ritrovato Mito, “Hold Up” di Michel Thiam e “Bad City” di J. D. Curl, che fanno da preludio al suo esordio come artista/interprete. È il 1989 quando la Media Records pubblica “Love System” e “In Case Of Love”, entrambi col featuring di Lisa Scott e in scia al successo internazionale della cosiddetta piano house sdoganata da Black Box, FPI Project e i 49ers proprio di Gianfranco Bortolotti. «La transizione dalla italo disco alla italo house fu del tutto naturale per me. Lavoravo come DJ e mi resi immediatamente conto che la musica stesse cambiando e mi adeguai, ritengo anche con discreto successo. Arrivai alla Media Records attraverso un amico, Stefano Scalera della Many Records, che organizzò l’incontro con Gianfranco Bortolotti dando inizio alla mia collaborazione con l’etichetta bresciana».

Dopo i due singoli editi dalla Media Records però la carriera di Pavesi prende una direzione diversa, a partire dalla sostituzione del nome anagrafico con un alias di fantasia, Bit-Max. Ma a mutare è anche lo stile musicale, che inizia ad abbracciare suoni derivati dalla techno che nel frattempo si diffonde in Europa, contestualmente all’affermazione della house. «Nel ’90 incisi “I’ll Never Lose” per una delle etichette di Bortolotti, la Inside, ancora nel solco house, ma volevo provare a fare cose nuove. Realizzai “Dig-It”, rivelatosi un successo di livello europeo, ma la Media Records lo rifiutò e quindi cercai una nuova etichetta interessata. Si fece avanti la Beat Club Records del gruppo Musicola con cui però vissi una pessima esperienza a causa del fallimento in corso della sua distribuzione, la Non Stop, che tra l’altro era legata ai soci della stessa label. Ho dovuto aspettare che la società fallisse per liberarmi dagli accordi sottoscritti con Fabrizio Gatto e Claudio Ridolfi, e ciò fece ritardare l’uscita di altri miei dischi e mi obbligò a rinegoziare la cessione dell’album “Galaxy” con la Dig It International diretta da Luigi Di Prisco. Per “Dig-It”, il primo disco completamente composto da me, volli usare anche un nuovo nickname. Visto che lo realizzai esclusivamente con un computer e i programmi dell’epoca, optai per Bit-Max, in riferimento al bit informatico che intendevo portare al massimo livello, Max per l’appunto».

Nel 1991, ancora su Beat Club Records, esce uno dei singoli più fortunati di Bit-Max, “Dance (Just Dance For Me)”, arricchito dal rap di Space 1 e contenuto nel sopramenzionato “Galaxy”, il primo (e sinora unico) album dell’artista. Ad affiancare Pavesi in studio sono Mauro Gallo e Maurizio Molella, che pare riutilizzare il riff principale del pezzo nella sua “Revolution!” l’anno seguente. «Con Gallo realizzai il sequencer portante della traccia, Molella lo corresse rendendolo più commerciale e ballabile, ed infine Space 1 scrisse la melodia e la parte rappata. Giusto recentemente Steve Angello ha realizzato una cover del brano intitolandola “Freedom” ed avvalendosi del supporto vocale del rapper Pusha T. Inizialmente fui entusiasta perché lo svedese ha riconosciuto i crediti originali ma poi è sparito senza più condividere né gloria né tantomeno i ricavi».

Jovanotti, Fargetta, Pavesi, 198x

Jovanotti, Fargetta e Maurizio Pavesi in uno scatto risalente alla fine degli anni Ottanta

I primi dischi di Bit-Max vengono promossi, da magazine, radio e case discografiche, come techno, e a tal proposito di vedano compilation tipo questa, questa, questa o questa. La techno che prende commercialmente piede in Italia nei primi anni Novanta però assomiglia più ad un rimpasto assai semplificato tra new beat, industrial ed EBM che alla techno originaria di Detroit presa a modello da alcuni europei, incrociata sovente al suono hoover/breakbeat/rave di matrice britannica ed olandese. Quella “techno” italiana, obiettivamente parlando, è una riformulazione e risultato di un suono derivativo (e speculativo) che schematizza certi elementi desunti da correnti estere per poterli offrire con più facilità ad una grande platea di pubblico, ignara di ciò che invece avviene nel mondo parallelo della techno a stelle e strisce. Pavesi concorda con tale visione: «Fu proprio così, la techno nostrana prese parecchi spunti dalla new beat, genere che in quel momento forse si prestava meglio ad essere reinterpretato da noi italiani. Per me fu comunque positivo seguire quelle sonorità, la new beat mi piaceva parecchio e non nascondo che, essendo un DJ, prendevo continuamente spunto da dischi di artisti molto più bravi di me, come Front 242, Tangerine Dream o Vangelis, che scopiazzavo, modificavo e reinterpretavo secondo il mio gusto rendendo il risultato più commerciale ed adatto al mio pubblico. In “Dig-It”, ad esempio, c’è un frammento della tastiera di “Our Darkness” di Anne Clark. Uno dei miei brani più recenti, “You Can Do It” (racchiuso in “Carpe Diem”), segue proprio quel filone».

Pavesi manifesto

Un manifesto pubblicitario di Bit-Max dei primi anni Novanta

Per Pavesi gli anni Novanta, specialmente i primi, sono prolificissimi. Incide svariati singoli come “Can You Feel It Babe”, del ’92, remixato tra gli altri dagli FPI Project e Francesco Zappalà, “Airport”, sempre del ’92, realizzato con Miki Chieregato, e “Security”, del ’93, con una versione di Marco ‘Polo’ Cecere e contraddistinto da una copertina dai contenuti animalisti. Come avviene di consueto allora, anche lui si vede costretto a moltiplicare le impersonificazioni artistiche. A Bit-Max e Pavesi Sound, rispettivamente proiezioni del suo ego nervoso e melodico come recentemente dichiara in un’intervista su Radio Crossover Disco, aggiunge svariate collaborazioni marchiate con altri nickname più o meno noti come Alphatek, Altaluna, Delphine, DJ Magnetico, Energy 747 e Time Factory. Menzione a parte merita il progetto The End, partito nel 1991 con “Extasy Express” e condiviso col citato Molella ed Albertino che interpreta un breve hook vocale a mo’ di rapper. L’esperienza va avanti con “You Drive Me Wild” (ispirato da un classico new beat, “Insomnia” dei belgi Casa Nostra) ma poi è Molella, affiancato da Filippo ‘Phil Jay’ Carmeni, a proseguire la storia dei The End incidendo diversi singoli dal successo alterno ed anche un album.

«C’è stato un periodo in cui praticamente tutto quello che facevo andava bene e garantiva successo. Una delle mie compilation, la “Pavesi Sound Dance Collection” del 1991, fu promossa da uno spot persino su Italia 1. Ricordo con piacere anche “Shake Your Love” di Fernando Proce, registrato al Gian Burrasca Studio di Marcello Catalano e pubblicato sulla mia etichetta, la Pavesi Sound Records, sulla quale uscirono altre mie cose sotto vari pseudonimi (Rhythm And Music, Queen Mary, Body Gym Music, Wayan, Nadine, nda). In merito al progetto con Albertino e i DJ della radio cecchettiana, gravi problemi personali mi allontanarono per mesi dalla vita sociale e al mio rientro purtroppo venni frainteso. In quel momento tutte le sinergie che avevo in cantiere, tra cui The End, terminarono. Tuttavia non ho remore e recriminazioni su ciò che ho fatto in passato con innumerevoli collaboratori e rifarei tutto in modo uguale, ma prestando più attenzione ai rapporti personali e tenendomi a distanza dalle svariate “sostanze” che mi crearono tanti problemi. Di questo sono veramente dispiaciuto e colgo l’occasione per scusarmi pubblicamente con chi, allora, lavorava con me». (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata