CPR – Lymbic Resonance (Closing The Circle)

CPR - Lymbic ResonanceDietro la sigla CPR, acronimo di Cyber Punk Romance, opera un duo di cui si conosce poco e nulla. Si sa che vivono a Berlino, si chiamano Tobias Lisius ed Alexandra Ismalone e pare siano compagni non solo artisticamente ma pure nella vita reale. Nient’altro. Qualche decennio fa sarebbe stata ordinaria routine parlare di un disco di sconosciuti ma oggi, nell’epoca dei social network, della sovraesposizione mediatica e dell’apparire che sembra valga molto di più dell’essere, risulta veramente strano non poter fare affidamento su nulla tranne che la musica. Nessuna nota biografica, nessun rimando a qualche diretta mandata in onda durante i mesi di lockdown causato dall’emergenza coronavirus, nessuna foto promozionale. Niente. Anche la loro pagina Soundcloud testimonia appieno la quasi totale anonimia e persino i crediti sulla copertina del disco sono ridotti all’osso. Il loro è un approccio totalmente libero da ogni costrizione e svincolato da divagazioni non connesse alla musica.

«Non abbiamo creato i CPR con l’ambizione di diventare una band mainstream o far parte del mondo dei social network bensì per esprimere le nostre emozioni e i nostri sentimenti che sarebbe difficile veicolare in modo diverso» spiega Alexandra Ismalone. «La musica può essere usata per sviscerare le parti più profonde del proprio ego artistico di cui si potrebbe persino ignorare la stessa esistenza. Nel momento in cui si dà vita ad un certo sound, attraverso la voce o mediante la miscela dei giusti elementi, la musica diventa terapica. Quando esco dallo studio mi sento rigenerata, con la mente libera e senza più tensioni, e per me quella è una grande soddisfazione. Non avendo uno stile preciso da seguire e non ricercando il successo con la conseguente pressione tipica dell’industria discografica dei grandi numeri, riteniamo di poter fare a meno dei post su Instagram o Facebook per raccogliere consensi. La “terapia” di cui parlavo prima diventa ancora più potente ed efficace se il suono ottenuto viene trasmesso direttamente dal proprio animo, senza interferenze di sorta. La chiave di tutto, insomma, è essere se stessi. Io e mio marito Tobias abbiamo cominciato a comporre poco dopo esserci incontrati, nove anni fa. Sin dal primo momento intendevamo simboleggiare attraverso la musica il nostro romanticismo e la passione per un certo stile di vita, l’attrazione per la nightlife e la sua decadenza. Fondendo questi elementi siamo giunti al nome Cyber Punk Romance che abbiamo ridotto all’acronimo CPR dopo la prima performance pubblica in un festival».

CPR

I CPR (Alexandra Ismalone e Tobias Lisius) in uno dei pochi scatti fotografici disponibili

“Lymbic Resonance” attraversa luoghi onirici (“To Dare”), spettrali (“Nocturnal”), lande desolate (“Methamorphose”) e trasfigurazioni astrali (“Spectrum”), sino ad infilarsi negli inferi danteschi (“Seek”, “Lust”) e far ritrovare l’ascoltatore nell’oltretomba (“Athe”). Dark ambient, drone, krautrock: queste le coordinate di un album che nel formato digitale, disponibile qui, conta tre bonus track, “A Moment”, “Piano In Danger” ed “Organic”, pronte ad alimentare ulteriormente una direzione quasi orrorifica. «La maggior parte dei brani qui raccolti è stata generata dalla parte più intima del nostro animo artistico» prosegue la Ismalone. «Non cerchiamo la perfetta combinazione melodica, il vocal meraviglioso o l’estetica nerdistica della composizione bensì quello stato mentale che possa liberare tanto i lati luminosi quanto gli oscuri del proprio io. Le migliori session di registrazione sono quelle in cui suoni, ritmi e voci esprimono fedelmente tutto ciò che è stato dettato dall’animo. Dal punto di vista tecnico abbiamo usato un Moog, un Microkorg, una chitarra, una batteria ed altri piccoli strumenti acustici. La maggior parte dei suoni proviene da rumori registrati in presa diretta da me e Tobias, successivamente trasformati in una sorta di strumenti virtuali. Le ispirazioni variano a seconda dell’indirizzo musicale che intendiamo seguire. I nostri gruppi di riferimento sono i Nocturnal Emissions, Zoviet France o i Barn Owl ma a suggerirci un itinerario da percorrere di volta in volta è anche una particolare sensazione opportunamente tradotta in musica».

Ogni traccia dell’album equivale ad un viaggio in una dimensione diversa per chi ascolta, lontano dalla routine musicale quotidiana. Ecco perché “Lymbic Resonance” potrebbe essere l’ideale colonna sonora da usare in una pinacoteca o in una galleria d’arte, per aiutare la mente del visitatore a calarsi in modo totale in un’esperienza nuova. «Ogni pezzo deriva da una precisa idea e proietta un diverso messaggio che, effettivamente, trova origine in una dimensione parallela» dichiara ancora Alexandra Ismalone. «L’idea iniziale era proprio quella di realizzare l’album in esclusiva per una gallery e proiettare specifiche immagini sincronizzate su ogni traccia. A mio avviso molte fotografie di Jan Saudek sarebbero perfette. Abbiamo impiegato sette anni per completare “Lymbic Resonance” che non è stato studiato a tavolino e quindi non è frutto di un piano prestabilito. È successo e basta, e non sappiamo cosa avverrà in futuro. Non facciamo progetti ma al momento siamo particolarmente attivi in studio» conclude l’artista.

dettaglio copertina CPR

Un dettaglio della copertina di “Lymbic Resonance” che rivela l’effetto similpelle

A pubblicare il disco, limitato alle 300 copie ed infilato in una copertina che richiama le grinze di un contenitore in pelle, è la Closing The Circle di cui abbiamo già parlato qui qualche tempo fa, divisione della Private Records destinata alla pubblicazione di prodotti “nuovi”, dove per “nuovo” si intende ciò che risiede al polo opposto della ristampe et similia come nel caso di “Lolita Am Scheideweg” di Gerhard Heinz e “Final Alley” di Alex Cima, usciti praticamente in contemporanea. «”Lymbic Resonance” è destinato a diventare un oggetto da collezione per i fan del Berghain» aggiunge Janis Nowacki, proprietario della Private Records. «Il duo si è già esibito nella Halle, la sala del noto locale berlinese aperta solo poche volte all’anno in occasione di eventi speciali» chiosa il discografico tedesco. (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

RSF – RSF (Closing The Circle)

RSF - RSFRoland Sebastian Faber è un veterano della scena discografica. Attivo da quasi trent’anni e stretto collaboratore di Boy George dei Culture Club, ha prodotto decine di dischi adoperando una moltitudine di pseudonimi (Kinky Roland è tra i più noti) ed aderendo a più correnti musicali, dalla techno alla house, dalla trance all’acid sino all’electroclash a cui si accosta nei primi Duemila come Replicant attuando sinergie con Princess Julia per la cover di “The Passenger” di Iggy Pop, con Glenn Gregory degli Heaven 17 per “X-Posed”, e con Marc Almond dei Soft Cell che invece ricanta “Self Control” del nostro Raf.

Dopo il collasso dell’electroclash, Faber non molla la presa da quel periodo storico e prende parte a nuovi act dall’impeto revivalista (Alba, Starcluster, entrambi col berlinese Keen K) ed inizia ad usare il nome anagrafico come artista, supportato dalla Aube. La sua produzione va arricchendosi sempre più di riferimenti retrò e citazioni ad opere e strumenti vintage. L’album in questione, pubblicato da una delle etichette sussidiarie della Private Records di Janis Nowacki, non si sposta di un millimetro da tali coordinate e rafforza la convinzione che per un corposissimo numero di compositori sparsi per il mondo il futuro della musica elettronica risieda (ancora) nel passato.

Roland Sebastian Faber e Marc Almond

Roland Sebastian Faber insieme a Marc Almond dei Soft Cell

«Ritengo che creatività ed originalità fossero molto più spiccate e forti negli anni Settanta, Ottanta e in buona parte dei Novanta» dice Faber. «È anche vero però che oggi risulta particolarmente difficile creare qualcosa di mai sentito prima, pertanto non me la sento di biasimare e giudicare gli artisti contemporanei. Alla fine è anche una questione di gusti. L’obiettivo del mio disco comunque, realizzato in circa due anni, era tornare ai tempi della prog synth music berlinese e al primo synth pop, e per rendere quanto più autentico possibile questo viaggio a ritroso nel tempo ho adoperato esclusivamente drum machine e sintetizzatori hardware di aziende come Moog, Roland, Korg, Yamaha, Solton, Waldorf, Ensoniq, Sequential Circuits, Linn, Farfisa, Solina e forse altri ancora che sto dimenticando. Le mie radici affondano a Berlino, la città dove sono nato e cresciuto e che mi ha fortemente influenzato a livello musicale, prima del trasferimento a Londra. I miei eroi restano Kraftwerk, Tangerine Dream, Vangelis, Jean-Michel Jarre, Pink Floyd, John Carpenter, Isao Tomita, Vince Clarke e Wendy Carlos, tuttavia non disdegno altri generi musicali, come electro ed italo disco».

È sufficiente ascoltare brani come “Valentino” o “Gegenstrom” (già incrociato nel “Gegen Den Strom EP” del 2011, tra i più apprezzati e quindi ora ricollocato nell’album) per rendersi conto di quanto Faber voglia tributare la synth disco in voga tra fine degli anni Settanta ed inizio Ottanta, genere battuto e sdoganato, anche con un certo successo, da artisti e band come Droids, Charlie Mike Sierra, Space, Arpadys, Milkways, Ganymed, Grand Prix, Frederic Mercier, Nova o dai più popolari Rockets, tutti ossessionati dallo spazio, dai viaggi interstellari e più in generale dal mondo del futuro. La filigrana che ne deriva è proprio quella, con melodie diligentemente punteggiate su suoni di sintetizzatori analogici ed armonie melanconiche, a tratti struggenti. Operativo anche come compositore di colonne sonore nel mondo cinematografico, Faber sfodera un paio di pezzi particolarmente adatti alle sonorizzazioni: “Michael”, coi suoi poco più di quattro minuti di synthmania orgasmica in modalità beatless, e “Beduine” con qualche sconfinamento ritmico a fare da cornice ad una ouverture jarriana. A mo’ di b-side strumentali di qualche (ipotetica) hit single di trentacinque anni fa sono invece “Chez Konrad”, con divagazioni eurodisco, e “Urban Frost”, più connessa a memorie italo disco. Non mancano conturbanti pieghe funky (nella cosmica “Loeffelkinder”, con la chitarra di Andy Marlow e tratta dal “Gropiusstadt EP” del 2010), ed un sontuoso epilogo moroderiano, “Midnight Runner”. Su Bandcamp viene messa a disposizione pure una bonus track, il remix di “Molecular” a firma del citato Keen K.

Roland Sebastian Faber

Roland Sebastian Faber in una recente fotografia

Roland Sebastian Faber, per l’occasione celato dietro la sigla acronomizzata di tre lettere, presta estrema attenzione a particolari e dettagli e partorisce un disco poco ballabile ma intensamente emozionale, più mentale che fisico. Un album, a cui ne seguirà presto un altro «contraddistinto da un concept leggermente diverso», anticipa l’artista, che scatta una foto ai primordi del suono post kraut da cui germogliarono synth pop, new wave, italo disco, hi NRG e tutto il resto a venire. Un vero omaggio alla synth culture immerso nella space age. A curare la copertina, come ormai avviene puntualmente dal 2007 per Faber, è Emil Schult, collaboratore dei Kraftwerk sin dai tempi di “Ralf & Florian” ed “Autobahn”. (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata