Pablo Gargano, oltremanica per amore della musica

Pablo Gargano

Attratto dalla dance e dai suoni elettronici, nella seconda metà degli anni Ottanta Pablo Gargano si appassiona al DJing, analogamente a tanti coetanei. Nei Novanta comincia ad esibirsi in pubblico in una discoteca dell’hinterland milanese, l’Immaginazione di Pantigliate, dove divide la consolle con Maurizio Braccagni e Fabio Locati. Un avvio di carriera simile a quello di tanti altri DJ insomma, ma quando si trasferisce a Belfast per Gargano cambia tutto. Lavora presso un negozio di dischi specializzato, suona agli eventi Hell Raiser e comincia a dedicarsi alle produzioni discografiche, prima inclini all’acid e poi via via sempre più vicine alla trance frammista ad energetiche spinte techno e goa. Nel 1995 fonda la Eve Records sulla quale convoglia gran parte della sua attività produttiva fatta di una moltitudine di singoli e due album, “Senza Volto” del ’97 e “Girotondo” del ’98. Incidere dischi è un autentico volano che gli permette di affermarsi come DJ sulla piazza internazionale, macinando gig in tutti i continenti e conquistando la stima di blasonati colleghi come Sasha, Tiësto, Paul Oakenfold e Pete Tong. La fiamma si spegne ad inizio del nuovo millennio, periodo in cui l’artista perde le energie necessarie per proseguire in una scena che muta radicalmente il proprio DNA contestualmente alla globalizzazione e alla diffusione di internet. Nella primavera del 2020 però il nome di Gargano torna inaspettatamente a farsi sentire con nuove produzioni, proprio quando il mondo entra in lockdown a causa della pandemia di coronavirus.

Con quali artisti e musiche trascorri infanzia ed adolescenza?
Per quello che posso ricordare, il primo contatto “fisico” con la musica avvenne alla tenera età di quattro anni, quando facevo a pezzi graziose lastre circolari di plastica nera per farne una sorta di puzzle. Si trattava dei dischi dei miei genitori su cui era incisa musica classica. Da adolescente cominciai a prendere lezioni di chitarra acustica e ad ascoltare la radio accontentandomi di quello che, come si suol dire, “passava il convento”, da Francesco Guccini a Vasco Rossi, dagli U2 a Madonna. Rammento nitidamente però che fossi attratto dai suoni elettronici provando fastidio per le voci che li coprivano.

Quando scopri il DJing invece?
Intorno al 1986 mixando, con due registratori a cassetta, brani disco e pop del periodo. Successivamente, frequentando due cari amici, Fabiano e Saro, appresi meglio quell’arte. Passavamo le serate imparando la tecnica di mixaggio con giradischi a cinghia, aiutandoci con le dita per sincronizzare i BPM e cercando di memorizzare gli arrangiamenti dei brani.

flyer Immaginazione (1992)
Un paio di flyer dell’Immaginazione di Pantigliate risalenti al 1992: su entrambi, tra gli altri, presenzia Pablo (Atomic Sound), uno dei due alias con cui Gargano inizia la carriera da DJ

Qualche mese fa, su Facebook, hai ricordato le tue prime esperienze in discoteca come DJ rimandando a questo set registrato nel 1992 presso l’Immaginazione di Pantigliate, a pochi chilometri da Milano. Come descriveresti il Pablo Gargano che armeggiava dietro la consolle, riascoltando oggi quel set di quasi trent’anni fa?
Ero un ragazzo spontaneo e semplice. Avevo persino scelto due nomignoli per iniziare quell’avventura, Pablo (Atomic Sound) e Pablo T.T.J. (risate). Pietro e Manuel Zucca mi concessero di suonare nel loro locale insieme ai grandi Maurizio Braccagni e Fabio Locati. Per me fu una tappa particolarmente importante che mi diede la possibilità di creare il primo contatto col pubblico e quindi fare esperienza su come capirlo e controllarlo. Non mancò ovviamente il divertimento e ricordo come se fosse ieri le risate che mi feci con Braccagni quelle sere.

Sabato 25 luglio 1992 sei tra i DJ dell’Insanity Rage, un evento capitolino che in consolle vede, tra gli altri, il compianto Mauro Tannino a cui abbiamo dedicato un articolo qui, Lory D e Max Durante, oltre ai live di Automatic Sound Unlimited (di cui parliamo qui), The Order e Stefano Di Carlo. Come ricordi quella data?
Conobbi e vidi per la prima volta Lory D rimanendo totalmente impressionato. In quell’occasione appresi che in romano la frase “quanto sei ignorante” fosse un complimento in relazione al sound particolarmente “duro”.

flyer Insanity Rage
Il flyer dell’Insanity Rage, svoltosi il 25 luglio 1992. In quell’occasione Gargano si esibisce come Pablo T.T. Jay

Com’era la scena house/techno italiana dei primi anni Novanta?
La maggiore distinzione correva tra musica commerciale e musica underground. Prima le discoteche e poi i grandi eventi come i rave, costituivano le principali forme di divertimento nonché i luoghi in cui ci si sfogava e si socializzava. La scena era ancora ingenua, spontanea ed inesplorata. A prevalere era la vera passione per la musica e, purtroppo, per le droghe, che contribuirono all’evasione da schemi preimpostati dando vita ad una nuova realtà.

In quel periodo un amico, Stefano Lo Presti, ti invita ad andare a trovarlo a Belfast, in Irlanda, e la tua vita cambia. Inizi a lavorare per un negozio di dischi, Underground Records a cui era collegata l’omonima etichetta, suoni agli eventi Hell Raiser presso la Ulster Hall e nel 1993 incidi il tuo primo EP, “Liquid Brain”, sulla Mindpower Records nata sotto l’ala della stessa Underground Records. Come vivesti quella prima fase all’estero?
È il ricordo più nitido che ho del passato, un’esperienza incisiva della mia vita. Lì ho imparato la lingua inglese, a lavorare full time nella musica e ad esibirmi di fronte ad un pubblico più ampio rispetto a quello italiano. Restano indimenticabili le giornate trascorse tra le mura di Underground Records a fare ordini, ad ascoltare le novità e a vendere dischi. Ho ancora viva l’immagine dei giovedì sera passati in un negozio letteralmente pieno, con gente che si accalcava all’esterno mettendosi in fila per ascoltare i nuovi arrivi e poi acquistarli. I set dei DJ durante gli eventi Hell Raiser, tenuti nella magnifica sala concerti Ulster Hall, creavano un’atmosfera paragonabile a quella delle esibizioni delle rockstar. Poi arrivò la prima pubblicazione ufficiale su vinile, le interviste, gli autografi… fortunatamente è durato poco altrimenti avrei finito con l’abituarmi.

Agli eventi Hell Raiser si esibiscono pure diversi artisti italiani, dagli SPQR a Ricci DJ, da Maurizio Braccagni a Francesco Zappalà: c’era il tuo zampino dietro quelle ospitate?
Cercammo, sempre insieme a Stefano Lo Presti, di promuovere gli italiani che conoscevamo. Una delle due serate con Zappalà (quella risalente al 4 giugno 1993, ascoltabile qui, nda) credo sia stata la più riuscita.

flyer Hell Raiser
Una serie di flyer degli eventi Hell Raiser presso la Ulster Hall di Belfast. Tra i vari nomi si scorgono anche quelli di alcuni DJ italiani

Quanto era complesso, ai tempi, comporre un disco come i tuoi? In che modo ci si procurava gli strumenti e si imparava ad usarli quando non c’erano internet e i tutorial gratuiti su YouTube?
Era persino difficile trovare i manuali di utilizzo visto che molti sintetizzatori erano di seconda mano e prodotti anni prima. Il metodo era soltanto uno, il classico “trial & error” ossia sbagliando si impara. L’acquisto di strumenti? Si ricorreva ad amici di amici oppure si effettuava la ricerca attraverso giornali di annunci di compravendita di oggetti di seconda mano come Loot, oppure riviste di strumenti come Sound On Sound o Future Music. Qualora si disponesse di finanze più sostanziose e si avesse meno voglia di ricercare l’affare invece, si optava per i classici negozi di strumenti musicali. Il mio primo brano pubblicato su 12″ si intitolava “Bombass Confusion” e fu stampato in soli ottanta test pressing promozionali. Lo realizzai con una tastiera Roland S-50 ed un registratore multitraccia Fostex X-26 campionando suoni da “Dukkha” di Precious X Project (di cui parliamo qui, nda) e frammenti di ritmiche da pezzi dei cataloghi Edge Records e Rabbit City Records. Suonavo tutto dal vivo riversando il contenuto su cassetta, se ben ricordo una TDK da quindici minuti. In seguito al mio trasferimento a Belfast implementai l’equipaggiamento acquistando varie macchine Roland ossia una TB-303, un SH-101 ed una TR-808, ideali per la realizzazione di pezzi acid. Con quell’equipment realizzai il mio primo remix per “Killer Filler” dei Tri-Core, un duo di Belfast.

Ad un certo punto ti trasferisci a Londra: com’era la metropoli inglese a metà degli anni Novanta? Quali erano le sostanziali differenze con l’Italia?
Tra 1993 e 1994 lasciai Belfast per spostarmi nella capitale britannica dove si respirava il vero odore dell’underground. Negozi come Black Market Records, Chochi’s Chewns, Groove Records, Catch A Groove, Zoom Records, Plastic Fantastic ed altri ancora erano assoluti punti di ritrovo dove approvvigionarsi di novità discografiche, fare promozione dei party ed incontrare colleghi DJ. Erano posti originalissimi e a volte tetri, immersi in atmosfere in stile Mad Max. Correvano indubbiamente gli anni d’oro della scena, mi sembrò di vivere in un film di John Carpenter. I primi pezzi che realizzai a Londra confluirono nel “Mental Pabvlvm EP” pubblicato dalla Rabbit City Records di Colin Faver e Gordon Matthewman (di cui parliamo qui, nda) a cui seguì “Planet LH. 45” su Metropolitan Music. Avendo lasciato l’Italia nel 1992, non posso fare paragoni con la scena britannica, non so come si sviluppò il mondo delle discoteche nello Stivale dopo la mia partenza.

Eve Records 001
Il primo 12″ pubblicato nel 1995 dalla Eve Records

Dal 1995 inizi ad incidere musica con regolarità per la Eve Records: come ricordi l’inizio di quell’esperienza?
La Eve Records, a dispetto di quanto riportato su Discogs, non fu affatto fondata da Simon Eve. La coincidenza ha preso il sopravvento sulla conoscenza. Eve Records nacque invece nel 1995 da un’idea condivisa tra me e Stefano Lo Presti, foraggiati da un accordo di P&D stretto con Angelo Bernardo e Doug Osborne della Flying Records UK. Simon Eve lavorò con noi soltanto dopo il Duemila. In principio era un’etichetta che pubblicava esclusivamente mie produzioni. Le prime uscite recavano solo il logo, il numero di catalogo e poche altre informazioni ma non il nome dell’autore. Il primo “esterno” ad apparire su Eve Records fu, di fatto, David Craig, con cui iniziai a collaborare nel 1995 mediante “Eternal NRG”, una delle tracce incluse nel citato “Planet L.H. 45” su Metropolitan Music. Solo a partire dal 1998 l’etichetta cominciò ad aprire le porte ad altri artisti come Atmos, i Mara, Steve Gibbs, Markus Schulz, Michael Thomas, gli Sleepwalker e David Forbes, gettando le basi per l’Eve Records Group che sotto il suo ombrello raccolse altre label come Telica, Eve Nova, Discover e Recover.

Tra i tanti dischi realizzati in quegli anni, qual è quello a cui sei maggiormente legato?
Un brano su tutti? “The Secret Spice” incluso nell'”Eve 3″ del ’96. Appena masterizzato pensai che avrebbe riscosso più attenzione rispetto alle precedenti due uscite e così fu, aprendomi le porte di un mercato più ampio.

Quale invece quello che ti ha dato maggiori soddisfazioni, sia artistiche che economiche?
Dal punto di vista artistico, oltre al già citato “The Secret Spice” dell'”Eve 3″, direi “Blow Your Mind” ed “Everyone’s Future”, tratti rispettivamente dall'”Eve 8″ e dall'”Eve 12″, ma sono sicuro che potrebbero essercene altri più interessanti. Sotto il profilo economico invece, non mi sono mai arricchito con la musica anzi, non sono mai diventato ricco (risate).

Molti anni fa lessi che dietro David Craig ci fossi tu. Confermi o smentisci?
Smentisco assolutamente. David Craig è un caro amico che sento spesso tuttora. Continua a darmi consigli informandomi su come si è evoluta la scena e sui trend nel settore. Lo conobbi a Belfast e da allora siamo rimasti sempre in contatto. Oltre ad essere una persona integra, ha sempre avuto un orecchio critico ed attento e proprio per tale ragione lo coinvolsi nelle produzioni su Eve Records. Lo aiutavo solo nella parte tecnica però, dirigeva autonomamente arrangiamenti e scelte sonore. Chissà, magari in futuro potremo collaborare ancora.

David Craig e Pablo Gargano su Lisergica (1997)
In alto “Acid Indulgence EP” e “Lord Of The Universe” di David Craig, co-prodotti con Gargano e pubblicati anche in Italia, sotto l’EP di Gargano edito dalla Lisergica

Un paio di dischi di David Craig, “Acid Indulgence EP” e “Lord Of The Universe”, escono anche in Italia, rispettivamente licenziati da Sonica Records e Sativa. Nello stesso periodo, tra 1996 e 1997, “My World” di Bismark, originariamente su BXR, finisce nel catalogo Telica con l’aggiunta di un tuo remix. Nel 1999 invece la Lisergica Records del gruppo Arsenic Sound (di cui parliamo qui) assembla un EP prendendo tre tuoi brani dal catalogo Eve Records e Metropolitan Music. A quanto pare, seppur vivessi oltremanica, mantenesti qualche rapporto con l’Italia. Qui c’erano DJ, produttori, etichette e club che a tuo avviso avevano le carte in regola per reggere il confronto con le più consolidate realtà estere?
I produttori italiani non avevano davvero nulla da invidiare a quelli d’oltralpe, basti pensare ad Elvio Moratto, Dino Lenny, Joe T. Vannelli, Mario Più, Jose Amnesia… senza dimenticare tutti quelli dell’italian house ovviamente. Forse, per quanto riguarda trance e techno, il sound italiano era più vicino al modello tedesco piuttosto che a quello britannico. In merito ai club invece, come dicevo prima, da quando mi trasferii in Irlanda non ho più suonato o frequentato locali italiani quindi non posso esprimermi.

Nei primi anni Duemila inventi nuovi alias (Bitcrusher, Francisco Savier, Wavestorm) ed abbracci nuove soluzioni stilistiche ma diradi progressivamente l’attività produttiva. L’ultima uscita su 12″ infatti è del 2003, “Arcana / Osho”. Perché mollasti?
Furono anni stressanti. La monotonia finì col prendere il posto della creatività ed iniziò ad essere difficile sopravvivere di sola musica. Crebbero le paure e seppur le idee fossero ancora tante, a mancare furono le energie per realizzarle e così decisi di abbandonare tutto.

Phronesis Digital (2020)
Il logo della Phronesis Digital, l’etichetta che Pablo Gargano vara nei primi mesi del 2020

Sei tornato alla composizione giusto di recente attraverso la tua nuova label, la Phronesis Digital, sulla quale hai pubblicato diversi brani di matrice progressive house in cui comunque è nitida l’impronta trance. Ti aspetti qualcosa da questo nuovo corso della tua carriera da produttore?
La Phronesis Digital è un po’ come la Eve Records degli inizi, più che un’etichetta è una piattaforma showcase sulla quale, pian piano, cercherò di ritrovare un sound che possa identificarmi. L’arrangiamento trance è un modo di percepire la musica che, per me, resta sempre un viaggio ed un racconto. L’importante ora è mantenere vive le emozioni e i ricordi. Non so cosa succederà e a dire la verità, a differenza di quanto avvenne circa trent’anni fa, non ho aspettative o pretese.

Hai vissuto gli anni più floridi e rigogliosi per la discografia della club culture. Quanto è difficile per uno come te rimettersi in gioco adesso, con visualizzazioni e follower sui social network che hanno preso (incredibilmente) il posto delle vendite dei dischi?
Rimettersi in gioco è semplice quando non si hanno aspettative e non si dipende dall’opinione degli altri. Fai ciò che credi e quello ti basta. I mezzi sono cambiati ma il fine rimane sempre lo stesso, trovare più persone possibili che ascoltino e si interessino al tuo modo di interpretare la musica. Forse la grande problematica odierna è che la musica non venga più ascoltata. I tempi sono veloci e difficilmente permettono di memorizzare o vivere appieno ciò che si ascolta.

Al netto della nostalgia, credi che la nuova fruizione della musica possa garantire un impegno da parte degli artisti (ed anche delle etichette, in riferimento alle piccole indipendenti) pari a quello di un tempo? Mi spiego meglio: la musica potrà continuare ad essere alimentata da professionisti in assenza di un pubblico disposto a sostenerla economicamente?
Parlando della nostra scena, penso che le piccole label riusciranno a rimanere in vita come nicchie di realtà più grandi. Stiamo progressivamente ritornando al punto di partenza, quello della pre-dance intendo, e il periodo che viviamo non è altro che un punto nell’onda sinusoidale che continuerà a propagarsi sempre, ma forse per dare vita ad un altro vero periodo dance occorreranno decenni.

Oggi pare non sia più fattibile poter ambire a comporre musica senza essere nel contempo un performer. Credi in questo binomio? Non sempre chi è abile in studio lo è altrettanto sul palco, e viceversa.
Anche ai vecchi tempi c’era chi produceva in studio ma poi veniva sostituito nelle performance dal vivo da altre persone (in merito a tale tematica rimandiamo a questo reportage, nda). Adesso il contatto è più immediato e diretto ma la tecnologia ha creato strumenti utili per affrontare ogni situazione in maniera decente. Per fortuna esistono ancora artisti in grado di eccellere in entrambe le arti.

Hai suonato in tutti i continenti: come ricordi l’attività frenetica nei club? Ti manca quella vita?
A mancarmi più di tutto è l’atmosfera, i viaggi, le location, le persone incontrate, i personaggi più strambi, chi lavorava nei backstage e gli imprevisti. Il club era paragonabile ad un “forum” moderno ma non vorrei tornare indietro, sono vecchio ed ho già dato (risate).

Sei sempre stato fedele ad un’estrazione underground, sia come DJ che produttore, non cedendo mai a tentazioni pop contrariamente a tanti tuoi colleghi. A posteriori rifaresti le stesse scelte?
Non ho nulla in contrario alle tentazioni pop, per me alla fine resta sempre una scelta musicale o economica. Poi non è semplice realizzare brani pop, tecnicamente la qualità sonora dello standard è sempre più elevata e trovare il motivo “catchy” non è così scontato come potrebbe sembrare. Fatta questa premessa, confesso che mi hanno sempre affascinato l’originalità e la spontaneità dell’underground, fattori che nel pop sono molto rari visto che il mainstream ruota su quello che viene inventato proprio nell’underground.

Ritieni che i cosiddetti DJ-star abbiano portato più vantaggi o svantaggi alla scena?
Secondo me i “DJ-star” esistevano già dall’inizio ma forse inconsapevolmente. I vari Lory D, Claudio Coccoluto, Marco Trani, Carl Cox, Sasha, Paul Oakenfold, Joey Beltram, Jeff Mills, Richie Hawtin, Tony Humphries, David Morales e tanti altri non erano (e sono) delle star? Preferisco più le DJ-star però, guardo tutte le loro foto. Peccato non esistessero un paio di decenni fa!

Da essere un genere sperimentale nato sull’asse ambient/techno ad inizio anni Novanta, la trance è diventata piuttosto monotona e si è svuotata di guizzi creativi. C’è qualcuno che in tempi recenti è riuscito a fornire qualche slancio inedito?
Al momento non so rispondere perché è solo un anno che ho ripreso ad ascoltarla ed internet è molto dispersivo. Seguo David Forbes e John Askew, che originariamente erano artisti delle mie etichette, ma a dirla tutta non mi ritrovo nella trance moderna, è un sound troppo canalizzato e specifico e manca di imprevedibilità: sai come inizia e sai come finisce.

La tua carriera sarebbe stata la stessa se non ti fossi trasferito oltremanica?
Ogni tanto ci penso ma finisco sempre col ripetermi il detto popolare “se mio padre avesse avuto tre palle…”. Senza dubbio la carriera non sarebbe stata la stessa ma diversa nelle esperienze vissute. Sono stato sempre pienamente convinto della scelta fatta, oltremanica sentivo che la musica fosse più vicina alle mie idee.

Quali sono i tre aggettivi con cui vorresti fosse ricordata la tua musica?
Sarei già contento se fosse ricordata ma, per rispondere alla domanda, direi spontanea, imprevedibile e, perché no, interessante.

(Giosuè Impellizzeri)

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Cristiano Balducci – 20 Minutes Of Fear (Killer Clown Records)

Cristiano Balducci - 20 Minutes Of FearCorre il 1998 quando esce questo 12″ sulla Killer Clown Records, etichetta creata l’anno prima dallo stesso Balducci e dal compianto Mauro Tannino. In realtà Killer Clown non si occupava solo di musica ma anche di video professionali e paracadutismo estremo, ma la prematura scomparsa di Tannino, avvenuta il 12 agosto 2000 in seguito ad un incidente paracadutistico, rese impossibile dare un seguito al progetto, discograficamente attivo per appena cinque pubblicazioni.

Il disco di Balducci, il secondo del catalogo (è marchiato KC 001 ma esiste il KC 000 del ’97, ossia “Link” del citato Tannino) è intriso di suoni analogici. «In prevalenza usai Roland TB-303 e TR-909 ma anche sintetizzatori come Roland JD-800, Roland Juno-106 e il Sequential Circuits Prophet 5» rivela oggi l’autore. «Pilotavamo tutto attraverso un Atari ST-1040 su cui era installato Cubase, il mixaggio era effettuato con un Soundcraft con due canali Neve esterni per ripassare il master, e poi compressori Tube Tech e Focusrite, riverberi Urei a molla… insomma, non stavamo affatto messi male».

Tre i pezzi incisi: “Mannequin” si apre con un sample vocale (tratto da “Plastiphilia” di Dopplereffekt, 1995) montato su un telaio ritmico minimalista, a cui si somma un imperturbabile bassline ed un frammento melodico (che pare un ritaglio di un arpeggio), “Fear”, interamente su battuta spezzata con lampi acidi sullo sfondo, simili a fulmini che si stagliano nel cielo quando si avvicina un violento temporale, e “Don’t Stop” (pronta già dal 1995 ma obbligata a rimanere nel cassetto per mancate offerte di pubblicazione), la più intrigante di tutte. Una spirale acida avvolge un classico ritmo binario ed una parte vocale erotica.

Il brano entra a far parte della colonna sonora del film postumo di Claudio Caligari “Non Essere Cattivo”, uscito da pochissimi giorni e presentato fuori concorso alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. «Oltre a “Don’t Stop” nel film ci sono altri miei pezzi prodotti tra 1994 e 1995 ma usciti in vinile solo tra 2003 e 2004 su H*Plus, ossia “Snatch”, “Robot’s War” e “Rave On!”, oltre all’inedito “Subliminal 3”. Sono amico di vecchia data di Valerio Mastandrea, mi ha parlato del film molto tempo prima di iniziare le riprese e così gli ho messo a disposizione circa settanta/ottanta brani dell’epoca. Lui ne ha scelti cinque. Ho partecipato emotivamente al film per tutta la durata delle riprese, recandomi spesso sul set dove c’era anche il maestro Caligari, nonostante le precarie condizioni di salute. Si è arreso alla malattia soltanto alla fine delle riprese. I sette premi vinti a Venezia sono tutti per lui».

“20 Minutes Of Fear”, stampato in 2500 copie (la tiratura minima dei tempi) fu suonato, come ricorda Balducci, anche da DJ di fama internazionale come Hell, Colin Faver, Joey Beltram e Miss Djax. A supportarlo in Italia invece furono Freddy K, in Virus sulla laziale Mondo Radio, e Tony H, nel suo programma From Disco To Disco in onda su Radio DeeJay e con una recensione su Trend di settembre ’98 («un sogno erotico per niente scontato diverso dalla solita “trombata da spiaggia”, un technorgasmo consigliato a tutti i porno-ascoltatori d’Italia»). Sarà proprio Tony H, qualche anno più tardi, a pubblicare tre 12″ di Balducci sulla propria H*Plus. (Giosuè Impellizzeri)

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Razor Boy & Mirror Man – Cutter Mix / Beyond Control (Rabbit City Records)

Razor Boy & Mirror Man - Cutter Mix - Beyond Control Esauritosi il movimento dei rave illegali, a partire dal 1990 in Inghilterra si assiste alla nascita di un nuovo ceppo stilistico, non più ispirato direttamente dalle scuole di Detroit e Chicago. L’arrivo sul mercato di strumenti a basso costo e di software come Cubase (e successivamente Notator) permette a molti di allestire studi di fortuna in cui cimentarsi nell’attività produttiva. I più intraprendenti mettono su etichette indipendenti concepite in modalità do it yourself, senza preoccuparsi del marketing per ottenere risultati economici in tempi brevi. Tra queste label c’è la Rabbit City Records, fondata nel 1991 da Colin Faver e Gordon Matthewman.

Ad inaugurare il catalogo sono loro stessi, nascosti dietro l’alias Razor Boy & Mirror Man, con una doppia a side che, a primo ascolto, pare solo un miscuglio di materiale eterogeneo. A rendere ancor più acuto il senso di straniamento è l’incredibile successione di ritagli, di campionamenti e di cut-up sonori che mandano in crisi chi ascolta, rendendolo incapace di classificare quel tipo di musica.

È proprio il caso di “Cutter Mix” e “Beyond Control”, due calderoni in cui i DJ versano e mischiano un mucchio di roba. Nel primo si riconoscono frammenti di “Planet Rock” (Afrika Bambaataa & Soulsonic Force), di “I Like It” (Landlord Featuring Dex Danclair) e di “Golden Dreams” (CJ Bolland) ma è nel secondo che Faver e Matthewman fanno convergere scariche ancor più elettrizzanti. Con un puzzle creato dalla fusione di elementi tratti da “Free” (E-Type Remix) di X-Static, “Laura Palmer’s Theme” di Angelo Badalamenti (già in “Go” di Moby ma c’è chi sostiene che tutto sia partito nel 1981 da “Ludus” di Doris Norton), “Mentasm” di Second Phase, “Other Side Of Life” di Vision, “Dream Girl” di Pierre’s Pfantasy Club ed altri ancora, ottengono un incredibile distillato che manda in solluchero i DJ. Per far fronte alle continue richieste il disco viene ristampato più volte ma sempre in formato white label/stamped. Dopo quasi quindici anni è diventato un cult dell’hardcore techno / breakbeat inglese, ancora in grado di incendiare i set dei più audaci.

La Rabbit City Records resta attiva sino alla fine degli anni Novanta, annoverando nel catalogo Force Mass Motion, Black Acid, Spiral Tribe e il secondo volume di “Analog Bubblebath” di Aphex Twin. Colin Faver invece, che ricoprì principalmente ruolo di A&R e che è considerato a ragion veduta uno dei pionieri della club culture britannica, non è più tra di noi da qualche giorno. Avrebbe compiuto 64 anni il prossimo 24 dicembre. (Giosuè Impellizzeri)

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