Storm – Storm (Jam!)

Storm - StormConiugare ciò che sembra inconiugabile, come la trance e il flamenco, porta Rolf ‘Jam El Mar’ Ellmer e Markus ‘Mark Spoon’ Löffel, meglio noti come Jam & Spoon, verso un successo non pronosticato, e la triade “Right In The Night (Fall In Love With Music)”, “Find Me (Odyssey To Anyoona)” ed “Angel (Ladadi O-Heyo)” apre loro le porte di un mondo rispetto a cui erano stilisticamente assai remoti, quello dell’eurodance. Quando la formula non produce più gli stessi risultati (“Kaleidoscope Skies” ed “El Baile”, da noi passati praticamente inosservati), i due tedeschi avvertono la necessità di reinventarsi, a partire dal nome. È in quel momento che nasce Storm.

«Nel corso degli anni Jam & Spoon si trasformò da un progetto underground destinato ai club in qualcosa di molto diverso che mischiò trance e pop» racconta oggi Ellmer. «La cosa non ci dispiacque affatto ma a lungo andare sentimmo l’esigenza di elaborare cose nuove e per farlo avevamo bisogno di un contesto inedito. Così Mark propose di creare un progetto chiamato Storm, che sarebbe stato strettamente connesso al mondo dei club, privo di compromessi per entrare nelle classifiche e vendere enormi quantità di dischi». La voglia di anonimato anima il duo che sul primo singolo uscito nell’estate del 1998, “Storm”, omette ogni riferimento ai nomi anagrafici che avrebbero rivelato la paternità del disco. L’operazione ricorda quanto fatto da Liam Howlett dei Prodigy nel 1993, quando si firma Earthbound per contrastare la cattiva propaganda, pare istigata da un giornalista di Mixmag, che lo accusa di aver ucciso i rave. Ellmer e Löffel tornano quindi a vestire i panni di Trancy Spacer & Spacy Trancer, due nomignoli che usano sin dal ’94 per Tokyo Ghetto Pussy, un act parallelo a Jam & Spoon ma stilisticamente assai distante dalla trance. Tenere celate le generalità, ai tempi in cui internet è abitato da pochissimi eletti e i social network non esistono ancora, è un’operazione a cui ricorrono in tanti con l’obiettivo di dare multiple direzioni alla propria attività produttiva.

Jam & Spoon (intorno al 1996)

Jam El Mar e Mark Spoon in una foto scattata intorno al 1996

Tutto questo però non basta a tenere lontano Storm dal pop. «Le cose andarono diversamente rispetto a quanto ci aspettassimo e “Storm” entrò eccome nelle chart. A quel punto non eravamo più underground, fortunatamente o sfortunatamente, a seconda dei punti di vista, e le cose non sarebbero cambiate neanche in futuro perché grazie ad altri singoli, come “Time To Burn”, finito per quattro settimane nella top ten britannica e per cui fummo ospiti a Top Of The Pops, Storm si sarebbe affermato a tutti gli effetti come un gruppo» prosegue l’artista. Se da un lato continuano ad arrancare come Jam & Spoon (il singolo “Don’t Call It Love”, ancora cantato da Plavka, ricicla le atmosfere dei brani più noti ma con scarsi risultati), dall’altro Ellmer e Löffel esplodono in tutta Europa come Storm col singolo omonimo, pubblicato dalla Jam! del gruppo Dance Pool/Sony e licenziato da colossi come Jive, V2 e Positiva.

«Inizialmente lo mettemmo in circolazione in formato white label single sided, per attirare l’attenzione degli addetti ai lavori e creare buzz. Sull’etichetta centrale c’era solo il nome Storm, sull’altro lato un bel punto interrogativo ad alimentare il mistero. Solo in seguito esce su Jam! e in territori stranieri grazie a diverse partnership strette con altre etichette. Insomma, non avevamo pianificato davvero nulla e non ci fu nessuno a favorire o meno il successo. Il brano stesso nacque in modo del tutto spontaneo, utilizzando un sintetizzatore che amavo e che secondo me continua ad adattarsi benissimo a qualsiasi genere, il Clavia Nord Lead in versione rack. Ero in studio intento a sperimentare suoni con quello strumento e giunse Mark. Gli feci sentire una specie di riff che stavo strimpellando e mi disse di smetterla perché era terribile. Seguii il suo consiglio e ci mettemmo a lavorare su altro ma dopo un po’, inaspettatamente, mi chiese di riascoltare ancora quel “suono terribile”. Per fortuna non avevo ancora modificato i parametri e partimmo da lì. Approntammo un arrangiamento e poco altro per ottenere la versione finale. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, l’idea non venne da “Meet Her At The Love Parade”, seppur l’atmosfera fosse simile. Proprio per questa casuale assonanza decidemmo di commissionare il remix a Da Hool, particolarmente attivo visto il successo ottenuto l’anno prima. Credo però che i suoi brani fossero più solari a differenza di quelli di Storm, più dark e spietati».

Clavia Nord Rack

Il sintetizzatore usato per il riff di “Storm”

“Storm”, suonatissimo alla Love Parade di Berlino, arriva anche in Italia dove si impone come successo autunnale. A trainarlo è anche un video finito nella programmazione delle tv musicali attive ai tempi, incluse quelle generaliste come Count Down Television fondata da Toni Verde (ACV, A&D Music And Vision). «La clip fu diretta da un nostro caro amico, Marcus Sternberg (che firma anche quella di “Stella 1999 – 1992” e circa un anno prima realizza quella di “It’s Like That” di Run-DMC Vs. Jason Nevins, nda). Reclutò alcuni ragazzi a Los Angeles e girò il video in un giardino botanico nella stessa città». Un frame di quella clip finisce sulla copertina destinata ad Italia, Spagna e Francia, a differenza di quella diffusa in Germania e Benelux sulla quale trova invece posto un dettaglio della fiancata di una Ferrari Testarossa.

Il follow-up di “Storm” esce nell’autunno inoltrato del ’98 e il titolo offre la connessione col precedente, “Huri-Khan”. Dopo la tempesta è tempo di un uragano. Usando un breve campione vocale tratto da “Vamp” di Outlander (R&S Records, 1991), i tedeschi costruiscono il loro brano facendo leva su suoni che ricordano un altro successo di poco tempo prima, “Sonic Empire” dei Members Of MayDay. Pure “Huri-Khan” viene diffuso inizialmente in formato white label single sided. Le scarsissime informazioni sull’etichetta centrale offrono il nome del gruppo, il titolo del pezzo e gli RPM. Al posto del punto interrogativo viene piazzato un punto esclamativo mentre il remix, questa volta, è firmato da un giovane ed ancora sconosciuto Chris Liebing. «Le reazioni furono buone ma non entusiastiche come avvenne per “Storm”. “Huri-Khan” riuscì comunque ad entrare nelle classifiche grazie ad uno stile intenzionalmente simile alla hit precedente. Decidemmo di affidare il remix a Liebing per il quale ai tempi nutrivamo forte rispetto per il suo lavoro e la sua musica. Inoltre è nativo di Francoforte, come noi, quindi fu piuttosto semplice trovare il modo per contattarlo».

Jam El Mar nel 1985

Un giovane Jam El Mar nel 1985

Il 1999 vede l’uscita di un terzo singolo, “Love Is Here To Stay”. A remixarlo sono Blank & Jones che quell’anno si affermano nel circuito euro trance con “After Love” e “Cream”, ma questo non basta a riportare al successo gli Storm che qualcuno, nell’ambiente, dà già per spacciati. I timori vengono scongiurati nel 2000 quando la Zeitgeist, del gruppo Polydor, pubblica il primo (ed unico) album del duo, “Stormjunkie”. I nomi anagrafici sono ancora celati ma alcune fotografie presenti nel booklet rivelano qualcosa in più sulla paternità autoriale, però a tal proposito Ellmer spiega che «già dopo l’uscita di “Storm” gli addetti ai lavori seppero chi ci fosse dietro il progetto, quindi inserimmo quelle fotografie certi che non ci fosse più nulla da nascondere». “Stormjunkie”, uscito anche in Italia dove la V2 conta sul supporto promozionale di Radio Italia Network ripartita come RIN, include i primi tre pezzi editi precedentemente ed una serie di brani nuovi di zecca tra cui “Time To Burn”, estratto come nuovo singolo. Campionando un frammento di un’altra traccia memorabile del ’91, “Sonic Destroyer” degli X-101, uscita su Underground Resistance, gli Storm tornano al successo un po’ in tutta Europa, Regno Unito incluso, facendo leva su suoni retrò della hoover techno in auge una decina di anni prima. Sono diversi i remixer interpellati, Pascal F.E.O.S., Nick Sentience e l’italiano Mauro Picotto che quell’anno completa la sua trilogia rettiliana con “Komodo” e diventa uno degli headliner di eventi sparsi in tutto il globo. «Con “Time To Burn” variammo stile andando in una direzione completamente differente rispetto ai brani usciti tra ’98 e ’99. Mauro Picotto era un ottimo amico di Mark ed allora pubblicava tracce-bomba (a dire il vero lo fa ancora!), quindi fu quasi naturale commissionargli quel lavoro. L’anno seguente saremmo stati noi a remixare un pezzo italiano, “La Musika Tremenda” di Ramirez, un team popolarissimo che in Germania, tempo prima, vendette una valanga di dischi. Continuo tuttora ad inserire le loro tracce nei miei set old school».

Tra la fine del 2000 e il 2001 gli Storm riappaiono ancora, prima con “Stormanimal” e poi con “We Love”, ancora venati di retrò techno analogamente a “Time To Burn”. Circola voce che entrambi siano tratti da un secondo album che però non vedrà mai la luce. «Storm era giunto a conclusione. Era diventato un brand affermato per il grande pubblico ma il concept originale ormai era irrimediabilmente perso. Non era il caso di andare avanti con quei presupposti, non aveva più senso ma se Mark fosse ancora qui sono sicuro che avremmo deciso di riprenderlo in qualche modo».

Mentre cala il sipario su Storm, Ellmer e Löffel tornano a vestire i panni di Jam & Spoon approdando sulla Vandit Records di Paul van Dyk con “Be. Angeled”, in coppia col cantante irlandese Rea Garvey, collaborando con Jim Kerr dei Simple Minds per “Cynical Heart” e tentando una nuova carta di nuovo insieme a Plavka con “Butterfly Sign”. Nel 2004 si aprono in modo definitivo al pop con “Set Me Free (Empty Rooms)”, interpretato ancora da Garvey, ma non sortendo gli stessi risultati di dieci anni prima. I tempi sono cambiati come del resto la musica e la generazione che in quel periodo viene svezzata con linee ADSL, peer-to-peer e file MP3. Il primo album sulla Logic Records degli Snap! (“Breaks Unit 1”, 1991), il successo di “Stella” (dal “Tales From A Danceographic Ocean”, R&S Records, 1992), l’epocale remix per “The Age Of Love” degli Age Of Love e per altri artisti di culto come Moby (“Go”), Cosmic Baby (“Loops Of Infinity”), New Order (“Blue Monday”) e Yello (“You Gotta Say Yes To Another Excess”) sono ormai lontanissimi.

RIP Mark Spoon (Groove n. 99, marzo 2006)

Una delle pagine con cui la rivista tedesca Groove rende omaggio a Mark Spoon (numero 99, marzo 2006)

Ellmer, che insieme a Dag Lerner crea i Dance 2 Trance (di cui abbiamo parlato qui), resta solo nel 2006 quando l’amico Mark si spegne improvvisamente ad appena trentanove anni. Giungono messaggi di cordoglio da ogni parte del mondo, la rivista tedesca Groove gli dedica due pagine chiedendo ad alcuni amici e colleghi, come Steffen Charles del Time Warp, Pauli Steinbach di Cocoon, Timo Maas e Tania Cappelluti, manager di Storm, di rivolgergli un ultimo saluto. «Ho così tanti bei ricordi legati a lui che non saprei indicare quale sia il migliore» prosegue Ellmer. «Sono felice di essere riuscito a creare, in coppia, musica che risulta ancora forte e motivo d’ispirazione per tanta gente, e per questo nutro un senso di profonda gratitudine nei confronti di Mark. In studio ci capivamo al volo e ciò favorì la nostra sinergia artistica dandoci la possibilità di vincere tanti premi e girare il mondo. Gli istanti più preziosi e divertenti che riappaiono nella mia memoria però non sono quelli che tutti possono vedere nei videoclip bensì ciò che avveniva tra di noi mentre giravamo quelle scene e che ora restano indelebilmente nel mio cuore». (Giosuè Impellizzeri)

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Marmion – Berlin EP (Superstition Records)

marmion-berlin-ep1993: la techno, dopo i primi anni di “rodaggio” ed europeizzazione, rivela tutta la sua carica dirompente. Rispetto a quella giunta dall’altra parte dell’Atlantico si contamina con nuovi suoni ed influenze e si trasforma nella colonna sonora dei giovani che cercano di rompere il più possibile col passato. La techno infatti è musica nuova, che non vuole assomigliare in modo diretto a qualcosa di già noto, perché intende indicare una “nuova via”, The Sound Of The Future come recitava il payoff di una delle più note case discografiche italiane di quegli anni, la bresciana Media Records. Dalla manipolazione della techno nasce una variante, la trance, che tira dentro dosi preponderanti di melodia ma non di quella che si fischietta sotto la doccia. La trance dei primissimi anni Novanta è musica dal forte impatto almeno quanto lo è la techno, e seduce l’ascoltatore con componenti che smussano le asperità dei groove più furiosi mediante vellutate presenze di lead e pad evocativi, che inducono allo stato di trance per l’appunto, dividendo l’ispirazione con l’ambient più intenso ed emozionale.

In questo quadro fatto di sovrapposizioni sonore si inseriscono a pieno titolo i Marmion (i DJ tedeschi Marcos Lopez e Mijk Van Dijk) che nella primavera del 1993 pubblicano l’EP di debutto sulla Superstition Records di Tobias Lampe. «Incontrai Marcos all’università. Studiavamo entrambi giornalismo a Berlino ed esplorammo insieme la prima scena acid house della città» racconta oggi Mijk Van Dijk, presente nella lista di DJ menzionati dagli Scooter in uno dei loro pezzi più popolari, “Hyper Hyper”. «A Marcos piaceva particolarmente un brano che avevo pubblicato per la MFS qualche mese prima, “High On Hope” di Microglobe, e mi propose di realizzare insieme un remix che poi prese il nome di MDML-Version (MDML è l’acronimo di Mijk Van Dijk Marcos Lopez, nda) e che fu la prima cosa che facemmo insieme in assoluto. Da lì decidemmo di continuare a collaborare per dare vita a brani inediti che videro luce attraverso il progetto Marmion.

In un primo momento avremmo voluto pubblicare il “Berlin EP” sulla Harthouse giacché Marcos era originario della zona di Francoforte e desiderava far uscire il disco su un’etichetta della sua regione. Inviammo “T-Dancer”, il primo che completammo, e si mostrarono abbastanza interessati ma il responso fu esattamente opposto quando ascoltarono “Schöneberg” e ci scaricarono in un baleno. Ai tempi Mark Spoon ricopriva ruolo di A&R tedesco per la R&S e ci offrì un contratto con l’etichetta belga di Renaat Vandepapeliere. Accettammo felicemente ma dopo qualche giorno ci rendemmo conto che Vandepapeliere avrebbe voluto pubblicare l’EP non sulla blasonata etichetta del cavallino bensì sulla sublabel ETC, assai meno nota. L’idea non ci piaceva per niente e rifiutammo ritrovandoci nuovamente senza contratto. Poche settimane dopo incontrammo Henry Stamerjohann (che nel 1993 pubblica un disco su Harthouse come Aurin, nda) il quale ci informò che un amico comune, Tobias Lampe, stava aprendo una nuova etichetta ad Amburgo, la Superstition Records. Pensammo quindi che offrire a lui la nostra prima produzione fosse la cosa giusta da fare perché essendo un amico ci faceva stare tranquilli. Il “Berlin EP” fu il quarto ad essere pubblicato su una label praticamente sconosciuta ma da lì a breve arrivarono Jens col “Glomb EP” (che includeva la nota “Loops & Tings”, nda), gli Azid Force (Oliver Lieb e Pascal F.E.O.S), i Paragliders (Oliver Lieb e Torsten Stenzel) e Kid Paul trasformandola in una delle etichette più hot della Germania».

Marmion (1996)

I Marmion immortalati in una foto scattata nel 1996

Curiosamente a trainare il “Berlin EP” è proprio il brano bocciato dalla Harthouse, “Schöneberg”, contraddistinto da un incalzante ritmo in cui figura qualcosa che rimanda a Lil Louis. A fare la differenza però non è tale citazione ma l’alchimia tra suoni techno e paradisiaci vortici melodici che prendono il sopravvento nel corso della stesura. «Qualche tempo prima feci una serata con Marcos al Bunker di Berlino e quando misi “Blackout” di Lil Louis il pubblico andò in visibilio. Il lunedì successivo in studio discutemmo su quel particolare momento e creammo un bassline molto simile attraverso un preset di una tastiera Yamaha, la stessa che usò Lil Louis per il suo brano. I sample provenivano da un campionatore Yamaha TX16W, il sequencer era Cubase installato su un computer Atari ST, gli accordi dei break invece furono generati con un Roland Jupiter-6 che un altro mio collaboratore aveva fortunatamente preso in prestito per poche settimane. Il tutto fu mixato su un banco Roland M24-E. Rimanemmo chiusi in studio a comporre per circa dodici ore e riversammo i pezzi su DAT a notte inoltrata. Il mattino seguente riascoltammo ogni brano a mente fresca ritrovandoci particolarmente delusi da alcuni suoni. Avremmo voluto rifare interamente il mixaggio ma purtroppo il banco era già impegnato per un altro progetto da quel collaboratore a cui facevo prima riferimento. Così (per fortuna direi) tutto rimase come lo si può ascoltare nell’EP. Il titolo invece subì una radicale modifica: inizialmente avremmo voluto chiamarlo “A Little Japanese Boy Having A Good Time While Sailing From A Sea Of Ecstacy Into The Peaceful Harbour Of Harmony” ma ci rendemmo conto che era troppo lungo e così optammo per “Schöneberg”, il quartiere dove si trovava lo studio. “T-Dancer” invece era un titolo ispirato dai Gay Teadance, party domenicali per omosessuali in cui Marcos suonava spesso come DJ. Ai tempi amavamo il progetto E-Dancer di Kevin Saunderson e un giorno Marcos ironizzò dicendo che l’inno per il Gay Teadance avrebbe dovuto chiamarsi “T-Dancer”. Così creammo il brano tenendo a mente proprio quegli eventi che si svolgevano la domenica a Berlino. “Marmions Island (Part 1: The Landing)” nacque con un preciso intento: avevo bisogno di un intro per cominciare i miei set in discoteca, quindi ne approntai uno dotandolo di una parte finale con un basso della Roland TB-303 che doveva servire come guida per inserire il beat del disco successivo e quindi facilitami il mixaggio. Infine “The Secret Plant”, ispirata dal crescente interesse che Marcos nutriva per i suoni tribali. Fu parzialmente programmata da lui su una drum machine Roland R-8, che poi era quella da cui estrapolavamo gran parte dei suoni per i beat dei Marmion. In seguito la completammo insieme nel mio studio e l’effetto finale era piuttosto diverso dalle altre tracce. A Jeff Mills piacque moltissimo quel pezzo».

Nel 1993 l’EP viene ripubblicato in Inghilterra dalla Solid Pleasure ma è nel 1994 che avviene qualcosa di grosso: la Urban, sublabel dance del gruppo Universal, mette le mani su “Schöneberg” che rilancia come singolo anche in CD, formato ai tempi usato pochissimo dai DJ (e quindi prevedendo un pubblico ben più ampio) aggiungendo il remix di Kid Paul a cui seguono, due anni più tardi, altre versioni ad opera di Man With No Name, Tony De Vit e Simon Parkes ed una nuova (ed importante) licenza, sulla Hooj Choons nota per aver lanciato Felix. Nel 1997 è tempo di ulteriori rivisitazioni, tra cui quella di John Acquaviva, e la ripubblicazione sulla FFRR, e ad inizio nuovo millennio ne giungono ancora altre tra cui quelle dei Technasia, di Thomas Schumacher e di Chris Carrier. Un tripudio insomma, a dispetto del giudizio giunto qualche anno prima dalla sede della Harthouse. «Quando la Urban rilevò il brano chiese nuovi remix ed uno lo realizzammo anche noi basandoci sui suoni che adoperammo maggiormente durante i rave a cui partecipammo nel 1994. A venirne fuori fu una versione più veloce ed energica, la Marmion Remix, che ottenne grandi riscontri nel Regno Unito dove era considerata una delle tracce-chiave di uno stile ribattezzato “nu energy”. Molti inglesi sono ancora convinti che il Marmion Remix sia l’originale! Credo comunque che la versione di partenza si sia scrollata di dosso gli anni e possa ancora essere suonata nei set contemporanei. Giusto qualche giorno fa un amico mi ha fatto notare che Armin van Buuren ha inserito, nell’episodio 790 di A State Of Trance, la versione originale di “Schöneberg” dichiarando che fu uno dei brani che lo spinsero a diventare un DJ trance. Non ho mai saputo quante copie abbia venduto esattamente né tantomeno in quante compilation sia stato inserito. I remix più recenti, tra cui quelli di Hell ed Abe Duque, risalgono al 2010: probabilmente è tempo di realizzarne di nuovi».

Scene magazine

I Marmion conquistano la copertina del magazine australiano Scene ad ottobre 1996

Dopo il primo fortunato EP, la storia dei Marmion prosegue attraverso altri tre dischi, “Three After Midnight”, “Five Years & Tomorrow” e “Best Regards” che nel 1999 saluta i fan in modo formale, così come si usa fare nelle comunicazioni scritte. «Nel corso degli anni Novanta abbiamo seguito individualmente direzioni diverse: Marcos si interessò alla psychedelic goa trance mentre io puntai alla techno. Questa “biforcazione” fu esternata già nel 1996 attraverso i remix di “The Spark, The Flame & The Fire”. Ero più vicino alla trance ad inizio decennio, quando fui coinvolto in alcune delle primissime registrazioni etichettate come “trance” dalla MFS, la casa discografica che ha pubblicato gli ultimi due 12″ dei Marmion. In particolare segnalo la compilation del 1992 “Tranceformed From Beyond” che mixai con l’amico Cosmic Baby, la prima di quel genere a quanto io sappia. Ai tempi l’idea di trance era fondata essenzialmente sulla forza e sulla ripetitività ossessiva del ritmo come motore per il corpo e sulla profondità dei suoni per illuminare la mente. Purtroppo il concetto fu stravolto e la trance divenne progressivamente un fenomeno pop già alla metà degli anni Novanta, trasformandosi in qualcosa di fin troppo prevedibile per i miei gusti. Il termine stesso “trance” è stato oggetto di ricollocazioni stigmatizzabili da parte di produttori, label e negozi come Beatport che preferiscono taggare brani con una parola piuttosto che con un’altra solo in base ad un interesse commerciale. Per tale ragione molti termini oggi sono puramente posticci e non rappresentano esattamente ciò per cui vennero coniati».

Al di fuori di Marmion, l’attività di Lopez appare discontinua al contrario di quella di Mijk Van Dijk che incide vari album e molti singoli tra cui “More”, portato in Italia nel 1997 dalla GFB della citata Media Records. La sua produttività si esterna anche mediante numerose collaborazioni con artisti come Tanith, Toby Izui, Namito, Hell, Robert Babicz, Florian Schirmacher e Takkyu Ishino a cui ora si somma quella con la cantante Jette von Roth, già vocalist per Kaycee e Schiller. Insieme creano il duo a glow, particolarmente vicino ad ambient/downtempo con qualche occhiata allo stile di Björk riscontrabile in “Perfect” uscito da pochissimi giorni. «Iniziammo a collaborare già nel 2010 per “The Ashes Of Our Dreams” che firmai come Plato sull’etichetta olandese Big & Dirty, e nello stesso periodo cantò due brani del primo EP pubblicato come Mijkfunk. Jette ha inciso pure due magnifici album sulla Roter Punkt, e in quelle occasioni ha collaborato con un amico comune, Harald Blüchel alias Cosmic Baby che recentemente ha ricominciato a comporre musica e ad esibirsi dal vivo. Nell’EP infatti c’è pure un suo fantastico remix. A gennaio usciranno ulteriori versioni di “Perfect” realizzate dagli amici della Liquid Sky Berlin (Dr. Walker, Omsk Information, ADSX e Sense) mentre a febbraio toccherà al secondo singolo accompagnato da uno spettacolare video diretto da Uli Sigg, visual artist di Colonia. L’album invece sarà pronto per l’autunno 2017». (Giosuè Impellizzeri)

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