Felix – Don’t You Want Me (Hooj Choons)

Felix - Don't You Want MeNato a Chelmsford, nell’Essex, ma ora di stanza a Los Angeles, Francis Wright alias Felix è uno di quei nomi che fanno pensare subito ad un periodo ben preciso. Corre il 1992 quando la Hooj Choons di Jeremy Dickens alias Red Jerry ed Alex Simons pubblica “Don’t You Want Me” ma non destando particolari consensi. Pare che a mutare le sorti del brano fu l’interesse mostrato dalla Deconstruction acquisita dal gruppo BMG nel 1993: nell’arco di pochi mesi si ritrova in cima alle classifiche di mezzo mondo e per Felix cambia tutto.

«Non ricordo bene le reazioni iniziali ottenute da Hooj Choons ma senza dubbio il vero buzz iniziò con la Deconstruction. Red Jerry, A&R della Hooj Choons, non riponeva molta fiducia ed era scettico a tal punto da aver voluto solo un pezzo quando solitamente l’etichetta ne richiedeva all’artista almeno due (sul lato B del disco finisce comunque il derivativo “Yes You Do”, che ricicla parte dei suoni dell’Original Mix di “Don’t You Want Me”, ma che sparisce dalle successive ristampe, nda). La spinta decisiva si ebbe a luglio del 1992 quando i Pet Shop Boys condussero un programma su BBC Radio 1 per una settimana e programmarono “Don’t You Want Me” ogni giorno. Fu allora che capimmo le potenzialità. La Deconstruction era un’etichetta molto più grossa della Hooj Choons e poteva contare su una distribuzione assai più capillare che avrebbe portato il pezzo ad un pubblico estremamente più vasto» oggi racconta Felix.

Ma c’è un altro dettaglio su cui vale la pena indagare: la versione più nota, la Hooj Mix, reca la firma di Red Jerry e Rollo, fratello della cantante Dido e futuro membro dei Faithless. L’Original Mix invece rivela punti di connessione con la house statunitense, con un solista di pianoforte ben in evidenza. «Avevo diciotto anni e mi dilettavo a creare musica nello studio allestito nella camera da letto spedendo poi i demo a varie etichette che seguivo con costanza. Gli strumenti li presi tutti in prestito da mio zio e mio fratello maggiore che gestivano una società di noleggio strumentazioni. Non avevo molto, un campionatore Akai S950 e qualche sintetizzatore come Korg MS-20, Roland JX-1 ed Oberheim Matrix 1000. Suonavo live sfruttando l’interfaccia MIDI con un Atari ST su cui era installato il sequencer Notator. Un giorno ricevetti la telefonata di Red Jerry: alcuni dei brani che gli avevo mandato lo avevano colpito, in particolar modo “Don’t You Want Me”, nella versione originale. Era un pezzo che realizzai ispirandomi allo stile di Steve “Silk” Hurley, al cui interno piazzai un sample vocale di “Don’t You Want My Love” delle Jomanda. A Jerry quella roba piaceva ma voleva che provassi a svilupparla in modo alternativo. Così cambiai i suoni, e al posto del pianoforte misi l’organo, creando la base di quella che poi sarebbe diventata la Hooj Mix. Mandai il nastro a Jerry, approvò e mi invitò a Londra per registrare due versioni. Lo studio era nella Essex Road, nel quartiere di Islington, allestito in una stanza ricavata nel giardino nella parte retrostante di una casa. Il proprietario era Rollo. I compiti erano così suddivisi: Jerry era l’A&R, Rollo l’ingegnere del suono, io l’artista. Registrammo le due tracce aggiungendo ulteriori elementi percussivi per completare la Hooj Mix. L’Original Mix invece rimase praticamente la stessa del demo. Purtroppo fu fatta confusione coi crediti sul disco che attribuiscono la paternità della Hooj Mix ai soli Red Jerry e Rollo, cosa che, come ho spiegato, non è esatta al 100% visto che fu un lavoro interamente sinergico. La Hooj Mix si rivelò più intensa e le ispirazioni giunsero dai suoni della progressive house che in quel periodo usciva sulla Guerilla di William Orbit e Disc O’Dell ed ovviamente sulla stessa Hooj Choons. Adoravo l’arpeggio presente in “Make You Whole” di Andronicus, quel brano esercitò senza dubbio una certa influenza nella realizzazione della Hooj Mix».

Il successo di “Don’t You Want Me” è stellare e conquista la prima posizione delle classifiche in Finlandia, Italia, Spagna, Svizzera e persino Stati Uniti. Da noi il brano viene licenziato dalla GFB, etichetta della Media Records, che si occupa sia dei remix, sia di pubblicare i due singoli successivi, “It Will Make Me Crazy” e “Stars”, quest’ultimo remixato da CJ Bolland e con un campione vocale tratto dall’omonimo di Sylvester. «È estremamente difficile stabilire con esattezza quante copie siano state vendute in quanto alcune case discografiche preferiscono nascondere i numeri reali, soprattutto quando consistenti. Nel 1993 la Deconstruction diffuse un comunicato stampa in cui dichiarava di aver venduto, sino a quel momento, tre milioni di copie, ma chi può garantire che corrispondesse al vero? Qualche tempo dopo la Hooj Choons intentò causa contro BMG/Deconstruction proprio a causa di presunti rendiconti falsati. Vinsero in tribunale ma spesero gran parte del denaro per sostenere le spese legali.

In merito all’Italia invece, sono sempre stato un grande fan dell’italian disco e del soul italiano sin da quando ero bambino. La mia band preferita in assoluto è quella dei Change, progetto italoamericano creato nel 1980 da Jacques Fred Petrus. Alcuni brani dei Change restano tra i migliori in assoluto del panorama soul/disco, e Mauro Malavasi e Davide Romani sono ovviamente due dei miei eroi. Credo che registrassero e mixassero molti brani dei Change a Bologna, uno dei miei desideri è poter visitare quegli studi un giorno. Inoltre la dance italiana ha sempre avuto una grande influenza sulla mia musica, in quanto comprende molti elementi melodici caratteristici. Considero l’italo disco e la house italiana l’evoluzione naturale della disco, e mi è parso che le produzioni made in Italy fossero molto più sofisticate rispetto alla house piuttosto grezza che invece si produceva nel Regno Unito. In qualche modo l’italian sound riusciva a distinguersi bene dal resto, appariva più “pulito” soprattutto se paragonato ai pezzi provenienti da Chicago. Se la memoria non mi inganna, uno dei primi dischi italiani che mi capitò tra le mani fu uno della Media Records, 49ers o Cappella. Parve subito chiaro che il loro obiettivo fosse quello di realizzare quante più hit possibili, cosa in cui riuscirono. Ricordo anche i grandiosi remix realizzati dal team della Media Records per “Don’t You Want Me”, Mars Plastic Remix, Pagany Remix e R.A.F. Remix. Il DJ Professor Remix lo usammo anche nel mio album, “#1″».

In questa clip “Don’t You Want Me” approda a Top Of The Pops. L’etichetta fu obbligata ad ingaggiare una cantante per dare un’immagine al progetto, anche se si vede qualcuno armeggiare e ballare dietro la consolle, in secondo piano. «La cantante era Sam Brown aka Steele, che successivamente interpretò “It Will Make Me Crazy” comparendo nel relativo video. La sorella, Nataska, era una delle ballerine nel tour. Io però non sono mai andato a Top Of The Pops, quello che si vede nel video era un mio amico che fingeva di essere me! Ai tempi non era raro che si dovesse trovare un volto o una cantante da dare in prestito ai DJ e ai musicisti elettronici quando catapultati negli spettacoli televisivi. Io invece mi sono esibito molte volte mascherato da leone, come quella volta ai DMC Awards, quando vinsi il premio per il “disco house dell’anno”. Stare sotto quel costume però era durissimo, faceva un caldo infernale».

Dopo l’uscita dell’album ed alcuni singoli, il progetto Felix viene sospeso, anche se Wright continua a produrre musica insieme a Kenny C sotto lo pseudonimo Party Crashers. «Non fu una mia decisione, tentai più volte di pubblicare nuovi brani come Felix ma la Deconstruction li bocciò puntualmente. Purtroppo era un vincolo contrattuale e non mi rimaneva che continuare con un nome diverso. Fortunatamente ebbi l’occasione di lavorare con l’amico Kenny con cui ho realizzato incredibili tracce. Quegli anni comunque restano indimenticabili, per la musica, i viaggi intorno al mondo e tutta la gente che ho avuto occasione di conoscere».

“Don’t You Want Me” nel frattempo diventa un classico a tutti gli effetti, e viene campionato o ripreso in varie occasioni. Tra i casi più celebri, “Feels Like Home” di Meck Feat. Dino (2007) e “Sweat” di David Guetta vs. Snoop Dogg (2011). Per il ritorno di Felix invece bisogna attendere il 2015, attraverso la sua Dance FX. «Ho creato Dance FX per pubblicare la mia musica ed eventualmente quella di altri artisti che reputo adatta. Non voglio però far uscire fiumi di roba come avviene nel business musicale odierno, l’intento è pubblicare un nuovo brano con cadenza trimestrale. Ho sfruttato l’uscita di “Don’t You Want Me” avvenuta su Armada nel 2015 (per i remix di Dimitri Vegas & Like Mike, Atjazz e Brodanse, nda) per ufficializzare il mio ritorno. Finalmente posso adoperare il nome che mi porto dietro dall’età di tredici anni quando, a casa di amici, qualcuno mi chiamò involontariamente Felix e non Francis. Divenne il mio nick da DJ ma anche quello che uso ogni giorno, persino mia mamma ora mi chiama Felix.

Sono già usciti i singoli “Reaching For The Top”, “Give You My Heart” e “Golden”. La gente mi ha accolto calorosamente e per me è bello poter tornare a pubblicare musica dopo tanto tempo. Naturalmente il mio sound si è sviluppato ed evoluto nel corso degli anni, adesso credo sia più vicino alla house londinese ma non mancano influenze plurime. Da due anni vivo a Los Angeles ed ho avuto modo di assistere allo sviluppo della scena elettronica negli States. Ammetto che è molto eccitante, soprattutto quando a mandare avanti le cose sono ragazzi giovanissimi. Dal mio punto di vista, la dance vive un momento decisamente positivo. Non posso che essere felice di essere rientrato a far parte di questo mondo. Voglio diffondere la gioia della musica e dimostrare quanta energia sia possibile creare».

Si preannuncia dunque una eventuale seconda primavera per Felix, desideroso di lasciare nuovamente il segno. (Giosuè Impellizzeri)

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