Humanize – Do You Know My Name (Italian Style Production)

Humanize - Do You Know My NameL’Italian Style Production, una delle svariate etichette nate sotto l’ombrello della Time Records di Giacomo Maiolini, conta centinaia di pubblicazioni. Tra le più fortunate quella di Humanize, team di produzione creato dal DJ Bruno Cardamone alias Bruno Le Kard insieme al DJ/compositore Gianluigi Piano e Giuseppe Devito, gli stessi che allora incidono l’houseggiante “Come To Me” nelle vesti di Calkar per la pugliese Marcon Music. Il primo singolo, “Do You Know My Name”, mette insieme riferimenti italodance ed eurodance, esce a fine 1993 e il suo successo copre i primi mesi del 1994, toccando anche molti Paesi esteri.

«Tutto iniziò a settembre del 1993: una sera, in un locale ligure, mi ritrovai con Gianluigi Piano che non vedevo da molto tempo e con cui parlai di molte cose. Avevamo già varie produzioni discografiche all’attivo ma ci rendemmo conto che una collaborazione avrebbe giovato ad entrambi. Io non disponevo di uno studio di registrazione mentre lui si, seppur piuttosto limitato, ma avevo i mezzi e le facoltà per renderlo più efficiente con nuove strumentazioni. In quegli anni Gianluigi era più musicista che un DJ (attività quest’ultima che porta avanti ottimamente ancora oggi), io invece vivevo un momento dorato visto che avevo almeno quattro serate fisse (e di punta) settimanali in altrettanti locali. Nella zona del ponente ligure, in inverno, era davvero un record assoluto. Così cominciammo a lavorare su quella che poi divenne “Do You Know My Name”. Gianluigi costruiva la base mentre io ascoltavo musica di tutti i generi alla ricerca continua di idee per arricchirla».

A raccontare è Cardamone, DJ particolarmente attivo in quel periodo e che da lì a breve fonda anche una sua etichetta discografica, la J.K.R. Records. “Do You Know My Name” però, come annunciato, finisce nelle mani di Maiolini. «Conoscevo Giacomo da tempo, come del resto quasi tutti i discografici italiani di quel periodo come Severo Lombardoni, Pippo Landro, Roberto Zanetti e Max Moroldo. Fu il primo a cui feci ascoltare il brano, era e rimane un grande professionista. Optammo per il nome Humanize ispirati dal programma che Gianluigi usava per comporre, il Notator, che tra le opzioni aveva il tasto Humanizer. Il brano fu, come anticipavo prima, il risultato dell’azione congiunta di entrambi. Lui era innamorato di alcuni prodotti della Media Records, in particolare di “We Need Freedom” di Antico (e chi non lo era ai tempi?) che ascoltava e riascoltava facendomi notare piccoli dettagli soprattutto relativi alle parti ritmiche che ad un orecchio non attento potevano sembrare insignificanti. Io invece mi preoccupai della parte vocale e del basso, rispettivamente ispirate da “Don’t You Want My Love” di Nicole J McCloud (di cui trovai la acapella su un promo) e da una versione di “I Was Made For Loving You” tratta da un doppio album live non ufficiale dei Kiss in cui Gene Simmons eseguiva la parte in modo diverso. Non ricordo il numero di copie vendute ma viaggiavamo intorno alle 30.000. “Do You Know My Name” presenziava inoltre in tutte le compilation più forti dell’epoca, dalla “DeeJay Parade” ad “Hit Mania” e senza dubbio la grossa spinta fu data da Albertino, visto che gli ascoltatori che seguivano DeeJay Time e DeeJay Parade erano milioni. Parte del merito fu anche della Time Records che sfornava successi in continuazione, attirando costantemente l’attenzione dell’estero. Credo comunque che, oltre a questioni legate alla promozione, a fare la fortuna del pezzo furono pure le qualità dello stesso che girava su elementi diversi dalla moltitudine della eurodance in circolazione, soprattutto il riff. Il successo toccò Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti, Giappone, Singapore, Brasile, Polonia, Israele, Russia ed altre nazioni ancora, e ciò ci emozionò tantissimo. A differenza di Gianluigi, io davo più rilievo proprio alle notizie che giungevano dall’estero, e fu tale divergenza di opinioni, insieme ad altre cose, che in seguito ruppe la collaborazione».

Mentre discoteche e radio programmano “Do You Know My Name”, Cardamone e soci firmano un altro brano dalle caratteristiche piuttosto simili, “Eyajalua”, pubblicato ancora dalla Italian Style Production ma firmato con un nome diverso, Rajah. «Il mix uscì a febbraio del 1994 e seppur avessimo scelto un alias differente, il sound à la Humanize era inconfondibile. Quando lo portammo a Brescia Giacomo non era in ufficio e nell’attesa che arrivasse lo facemmo ascoltare ad alcuni componenti della sua squadra come Diego Abaribi, Valerio Gaffurini e Mauro Marcolin. Erano tutti convinti che avrebbe fatto un altro “botto”. Piacque anche a Giacomo che però ci consigliò di non aggiungere nessun credito riconducibile a Humanize. Eravamo certi di aver tirato fuori un altro successo ma purtroppo non fu affatto così, anzi, il disco passò del tutto inosservato, sebbene le vendite non furono bassissime ed alcuni DJ da discoteca lo suonavano eccome, anche perché si mixava alla perfezione con “Do You Know My Name”. La delusione fu grande, particolarmente per Gianluigi (io in “Eyajalua” avevo fatto ben poco) tanto da diventare un cruccio. Cercava di individuare i motivi del flop e soprattutto della ragione per cui non fosse piaciuto a quelli di Radio DeeJay. Io non davo troppo peso alla cosa, anche perché non potevo pensare di produrre musica col solo obiettivo di soddisfare i gusti di chi lavorava in Via Massena. Certo, era un’emittente importantissima per la dance e la stessa Time, commercialmente parlando, seguiva una linea che aveva il fulcro proprio nella radio fondata da Cecchetto, ma da artisti non potevamo fare la stessa cosa. Il “dramma” per Gianluigi divenne ancora più grande quando “Do You Know My Name”, in costante ascesa nella DeeJay Parade, crollò perdendo dodici posizioni in appena due settimane, anche se ciò avvenne dopo oltre due mesi di permanenza. Io non la vedevo così nera, dopotutto il brano era ancora alto nelle classifiche di altri network come a Radio 105 dove conquistammo la seconda posizione. Inoltre continuavamo a fare serate e ciò dimostrava che gli Humanize non erano affatto scomparsi.

Personalmente vivevo un periodo decisamente positivo, il mio negozio di dischi, il Disco Trax aperto alla fine del 1991, divenne una tappa fissa per i DJ della zona, e il DJ On Club, una specie di associazione da me ideata che inviava mensilmente ai propri iscritti un pacco con giornali, gadget vari e quattro dischi di cui uno promozionale, toccò un numero incredibile di adesioni. Superammo i tremila iscritti quindi è facile capire quanti mix facesse girare il negozio. In virtù di ciò, sia etichette che distribuzioni mi tenevano in considerazione. Inoltre un’altra mia produzione intitolata “Slave Progress-Ive”, pubblicata dalla Subway Records, mi portò nell’ambiente degli afterhour e della musica techno/progressive. Questi risultati mi resero particolarmente felice ma iniziavo a far fatica a stare dietro a tutto visto che creai anche la mia label, la J.K.R. Records.

Intorno al 20 maggio del 1994 completammo il nuovo pezzo, “You Make Me Feel”, preventivato come secondo singolo degli Humanize. Questa volta un piccolo spunto per il riff proveniva dai Rondò Veneziano mentre il cantato era un taglia e cuci ottenuto da più acapella. Lo portammo in Time e in un primo momento Maiolini espresse giudizio positivo, tanto che iniziammo a prendere accordi sul testo che avrebbe cantato Debbie French, la turnista che interpretò pure “Do You Know My Name”. Dopo circa 24 ore però cambiò tutto, Giacomo mostrò più di qualche esitazione e disse che il pezzo non lo convinceva. Tornammo a Brescia per capire meglio cosa fosse successo e per noi fu una doccia fredda. La scelta di Maiolini era indiscutibile ma ci offrì comunque la possibilità di pubblicarlo, come Humanize, su un’altra etichetta come la mia J.K.R. Records che nel frattempo guadagnava consensi all’estero. Gianluigi però non voleva né che uscisse come Humanize, né tantomeno che fosse stampato sulla mia label. Per evitare problemi trovai una soluzione con l’appoggio di Severo Lombardoni: il disco fu pubblicato dalla Discomagic come Forward su licenza J.K.R. e senza alcuna connessione con Humanize. Nonostante l’assenza quasi totale di promozione, il 12″ (che su Discogs, dal 2008 ad oggi, ha raggiunto quotazioni ragguardevoli sino a sfiorare i duecento euro, nda) vendette oltre 7000 copie e conquistò quattro licenze con Polygram per il Nord America, BMG per alcuni Stati europei, Avex per l’Oriente, e Phonokol per Russia, Polonia ed altre nazioni dell’Est.

Le richieste di serate per gli Humanize non mancavano ma ad inizio luglio decisi comunque di mettere il progetto in stand-by perché, oltre ai miei innumerevoli impegni, Zuleika Dos Santos, l’immagine femminile del gruppo, abbandonò. In realtà era un’attrice e firmò un importante contratto come protagonista nel film di Giovanni Veronesi, “Il Barbiere Di Rio”, con Diego Abatantuono, Margaret Mazzantini, Rocco Papaleo, Ugo Conti, Nini Salerno ed altri. A fine agosto ricevetti una telefonata da Gianluigi che non vedevo e sentivo da mesi. Mi informò che avremmo dovuto partecipare come ospiti ad una manifestazione nel suo paese, e colsi l’occasione per proporgli un’idea per il nuovo Humanize. In entrambi si riaccese la voglia di fare e nell’arco di appena quindici giorni nacque “Take Me To Your Heart”. Rispetto al predecessore c’erano tre sostanziali differenze: era più incisivo nel cantato, la struttura era più vicina alla “canzone” e, importante, suonava molto meglio. Il mixaggio di “Do You Know My Name”, per la fretta di mandarlo a Fargetta affinché lo potesse inserire nel terzo volume della “DeeJay Parade”, non fu perfetto. Il disco uscì senza intoppi ma Maiolini mi riferì presto che non piacque ad Albertino. Decisi di non dirlo subito a Gianluigi visto che la nostra nuova agenzia di booking (dopo aver lasciato la Gig Promotion, legata a doppio filo con Radio DeeJay) aveva già organizzato molte serate nel sud Italia proprio per presentare il nuovo singolo. Quando gli rivelai che il pezzo non sarebbe passato nel DeeJay Time capii subito dal suo sguardo che per lui il discorso Humanize era un capitolo chiuso, e da quel momento la nostra separazione fu definitiva. Comunque, anche non potendo contare sul supporto di Albertino e di Radio DeeJay, “Take Me To Your Heart” entrò in molte classifiche e ciò tenne le richieste alte sino a febbraio del 1995. Il disco vendette circa 15.000 copie e venne licenziato in molti Paesi».

A questo punto si chiude un ciclo. Stilisticamente l’eurodance/italodance più classica viene messa in ombra da soluzioni che flirtano con suoni ed armonizzazioni di matrice techno, e le stesure strumentali hanno il sopravvento sul formato “canzone”. «Nel 1995, su richiesta di Nando Vannelli, fratello di Joe T., remixai “Feel It (In The Air)” di JT Company e credo che proprio con quella versione si chiuse l’era italodance degli Humanize, anche se con quel nome produssi in parallelo “Open Your Mind” di Anthea sulla Diva Records, distribuito da Discomagic. Tra 1995 e 1996 inoltre l’ambiente italiano della discografia dance fu stravolto, tra nascita di nuove distribuzioni (Self, Zac Music) e chiusure/fallimenti di altre tra cui proprio la Discomagic di Lombardoni. Credo che nemmeno la buonanima del grande Severo, da cui ho imparato molte cose, sapesse bene cosa stesse avvenendo in quegli anni di trambusto e transizione. Accettai la proposta di Emilio Lanotte, di cui ero e sono un grande amico, di entrare in Zac anche perché, seppur non ancora chiusa (cosa che avverrà nel 1997, nda), la Discomagic di fatto era bloccata e non si sapeva che fine avrebbe fatto. Nel frattempo avevo iniziato a collaborare con Paolo Colombo alias Strappy con cui realizzai diversi mix usciti sulla J.K.R. Records come “Move Your Body” e “Tell Me Why” di Play The Bass, che all’estero ottennero buon successo.

A maggio 1995 così, in collaborazione con la Zac, prese vita la Vertikal Records (che si fa notare col progetto X-Form di Fabietto Cataneo di cui abbiamo parlato qui, nda), e a gennaio 1996 fu la volta della Sound Records. Negli appena diciotto mesi di attività della Zac Music pubblicai oltre venti progetti ed almeno quattro di essi furono delle grandi hit come “Folletti” di Max Briant Presents Der Hammer, “Pleasure Voyage” di X-Form, “Divina Commedia” di Oblio, che realizzai insieme ad Andrea Belli e Flavio De Luca di Radio 105 con la voce del compianto Marco “Il Conte”, ed “Into The Sea” di Humanize, che confezionammo seguendo il sound che funzionava di più in Europa».

Il progetto di Cardamone dunque riappare (come Humanize Team) nel 1996 con un brano in cui si alternano stilemi italodance con sfumature dream progressive quell’anno premiate commercialmente. Cambia anche l’etichetta, non più l’Italian Style Production ma la citata Vertikal Records. È l’inizio di una nuova stagione musicale che per gli Humanize coincide con un rimpasto della formazione. «Al nuovo team, a parte me e Giuseppe Devito, si unì Bruno Paolinelli alias DJ One ed una nuova cantante che, incredibilmente, si chiamava ancora Zuleika (Zunino di cognome). Le vendite andarono piuttosto bene per quei tempi, superammo le 4000 copie, uscì in Giappone ed altri Stati orientali su Avex e, tra le altre licenze, quella della EMI francese e soprattutto della Epic Sony Music negli States. Chiudemmo il rapporto con la Time in maniera amichevole e pacifico, anche perché a fine ’94 Maiolini propose a Gianluigi di andare a lavorare negli studi bresciani e lui accettò (coproducendo dischi come “Frozen Luv” di Polaris, “Ride On A Meteorite” di Antares, “Up In The Sky” di Andromeda, “I Believe” di Copernico e “The Big Beat” di Nouvelle Frontiere, e remixando “Lick It” dei 20 Fingers, nda). Sapevo però che quella collaborazione non avrebbe avuto vita lunga ed infatti quando incontrai Giacomo in Discomagic, circa un mese dopo, gli dissi che Piano lo avrebbe abbandonato. Ci rise sopra ma un paio di mesi più tardi la mia previsione si avverò. Gianluigi non era pazzo, era più semplicemente un artista a cui non si poteva dire cosa fare. In quegli anni ebbi il piacere di lavorare al fianco di musicisti, cantanti, DJ e produttori, ho conosciuto quasi tutti e da molti di loro ho appreso tante cose, non solo tecniche. Un esempio? A settembre 1994 eravamo in Time, nello studio in cui lavoravano Cremonini e Gilardi degli U.S.U.R.A. e stavamo facendo il mixaggio di “Take Me To Your Heart”. Cremonini ci confidò che aveva l’abitudine di sentire alcuni brani col walkman in modo tale da correggere eventuali imprecisioni che potevano sfuggire ad alto volume. Aggiunse anche che molte volte a fare la differenza tra una produzione e l’altra erano proprio quei dettagli che non si sentono ma che ci sono. Non diedi molta importanza a questo concetto che però ho fortemente rivalutato nel corso del tempo».

La storia degli Humanize vede un altro tassello, “Save Me”, remake dell’omonimo delle Say When!, già abilmente rielaborato da Francesco Bontempi in “The Rhythm Of The Night” di Corona. «In realtà si trattò di un errore, doveva essere il nuovo singolo di Dhiadema. Ad oggi non so esattamente come andarono le cose ma di sicuro la confusione fu creata da Blafka alias Samuel Kimkò, un bravo ragazzo, simpatico e disponibile che però, almeno ai tempi, aveva un difetto: era un casinista e talvolta riusciva ad incasinare anche il lavoro degli altri. Ad ottobre 1998 mi presi un mese di ferie (dal gennaio di quell’anno lavoravo presso la Real Distribution di Milano dirigendo la ripartizione artistico/produttiva) e partii piuttosto tranquillo visto che le uscite erano già state programmate. Pare che Samuel, impaziente di veder pubblicato il suo disco su Akira Records, “Staying Together”, la cui uscita era prevista a gennaio 1999, fece pressione ai ragazzi del mio studio che si misero a cercare il DAT. Ne vennero fuori tre: quello di “Staying Together”, quello di “Save Me”, e quello su cui erano incise due versioni di una canzone di Taleesa per cui avremmo dovuto preparare dei remix. Non potendomi raggiungere telefonicamente, i ragazzi mandarono i master in stamperia facendone stampare 300 copie per ognuno, anche se avrebbero comunque atteso il mio ritorno per metterle in circolazione. A novembre, quando tornai dalle vacanze, mi resi conto sia dell’errore su “Save Me”, sia di un remix mai ufficializzato a nome Humanize su “Staying Together”, e così ritirai dal commercio entrambi. Per fortuna quello di Taleesa non andò in stampa perché sul DAT erano incise versioni non ancora terminate. Curiosità: non sono mai riuscito a capire chi fosse la Judy che, secondo i crediti stampati sul disco, avrebbe partecipato in veste di featuring all’ultimo episodio degli Humanize, nome che continuava a circolare come producer e remixer per Guesch Patti, Paul Bizz Featuring Cindy Ree, Anita Ward ed altri ancora».

Il progetto viene riesumato nel 2011 per “So High”, electro house (in scia ai successi di Nicola Fasano e Cristian Marchi) cantata da Vivian B. dei Da Blitz e remixata, tra gli altri, da Giuppy Black alias Giuseppe Tusa, il DJ che perde la vita nel 2013 nel tragico incidente nel porto di Genova che coinvolge la nave Jolly Nero. «Credo che la dance odierna debba tantissimo a quella degli anni Novanta, ma non mi riferisco solo alla cosiddetta “commerciale” ma anche a generi come progressive, trance, tribal e techno. In un prossimo futuro noi italiani potremmo tornare a ricoprire ruolo da protagonisti nella scena internazionale. Personalmente ho avuto ottimi riscontri su alcuni store digitali come iTunes in cui mi è capitato di avere anche tre album in classifica nello stesso momento. Non sono un musicista ma solo un DJ che nella sua lunga carriera ha suonato ed ascoltato tantissimi dischi. Non so come si suona la musica ma so come deve suonare». (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

Annunci

Jinny – Keep Warm (Italian Style Production)

jinny-keep-warmDopo i successi internazionali di Black Box, 49ers, Sueño Latino, FPI Project e Double Dee, sono tanti(ssimi) gli italiani che, tra 1989 e 1990, si buttano a capofitto nella house. Tra le mura della bresciana Time Records, sino a quel momento dedita prevalentemente ad italo disco ed hi NRG, nasce l’etichetta Italian Style Production destinata a seguire un genere musicale “nuovo”, che palpita già da circa cinque anni ma che ora scuote il mercato discografico e la scena musicale europea in modo più evidente.

Proprio su Italian Style Production nasce Jinny, un nome di fantasia dietro cui si cela il lavoro orchestrato da un team composto da Valter Cremonini, Alex Gilardi e Claudio Varola. Un “ghost project” avrebbero detto una decina di anni prima, per indicare quei dischi che non prevedono la presenza di un artista fisso ma che fanno riferimento a cantanti turnisti e musicisti/compositori che si avvicendano a rotazione. Il debutto, “I Need Your Love” del 1990, sviluppato da Francesco Boscolo e col sample vocale preso da “It’s Too Late” di Nayobe, passa piuttosto inosservato ma la situazione viene letteralmente capovolta da “Keep Warm”, pubblicato nel 1991 ed ispirato dal quasi omonimo “Keep It Warm” di Voices In The Dark del 1987 (campionato nel medesimo periodo dai romani Groove Section nella loro “Keep It Warm” su Hot Trax).

«Il brano nacque a Padova negli studi della Prisma Records e venne realizzato da me, Valter Cremonini e Claudio Varola»
racconta oggi Alex Gilardi. «Essendo il musicista del team, mi occupai di tutte la parti suonate eccetto il sax, per cui convocammo un turnista. Tutto il resto invece venne fatto insieme. Ai tempi in Prisma Records usavamo voci madrelingua provenienti dalla vicina base NATO e quindi disponevamo di diverse acappellas originali, ma nel caso specifico di “Keep Warm” il ritornello che avevamo composto non ci convinceva e quindi decidemmo di attingere dal nostro archivio di dischi sino a trovare Voices In The Dark. Cedemmo il brano in licenza alla Time Records che ottenne velocemente il clearance dalla newyorkese Next Plateau, proprietaria del master di “Keep It Warm”. La stessa Next Plateau pubblicò “Keep Warm” di Jinny negli Stati Uniti perché lo considerava una potenziale hit. Nell’affare entrò anche la Virgin Records che si “accontentò” di gestire il prodotto per il resto del mondo. In Italia invece il disco uscì su Italian Style Production.

Per realizzarlo utilizzammo un mixer Soundcraft 600, un registratore Tascam a 24 piste, un campionatore Akai S1100, sintetizzatori Korg M1, Yamaha DX7, Yamaha TX802 e Roland D-550. Fu una hit internazionale, all’estero piacque subito e nel 1991 entrò sia nella top ten dance di Billboard sia nella hot 100 U.S.A., una classifica che raccoglieva tutti i generi musicali, stazionando per diverse settimane. Finì pure nella top 50 club del 1991. Restando negli States, fece ingresso nella top 40 radiostation (classifica che raccoglieva le quaranta radio più influenti del Paese) e fu programmata in tutti gli Stati Uniti per circa un mese insieme a colossi del pop/rock come Bryan Adams, Mariah Carey e Seal. Sempre nel 1991 figurò nella top ten dance in Inghilterra e in varie classifiche europee. È difficile quantificare le vendite ma senza ombra di dubbio è diventato un classico della old school internazionale».

power-playlist-1991

Le classifiche estere in cui finisce “Keep Warm”

Ai risultati eccezionali oltre i confini non risponde però un altrettanto vivo interesse in Italia, e tra l’altro l’Italian Style Production pubblica il mix su etichetta nera, colore con cui identifica i prodotti destinati all’estero. «Il mercato discografico interno dell’Italia purtroppo era ed è ancora poco significativo. “Keep Warm” inoltre giunse in Time prima ancora che la stessa esistesse come struttura reale, cosa che avvenne solo nel 1992, per cui il brano da noi non ebbe alcuna promozione. Peccato. Curiosamente oggi nei festival nostrani di dance anni Novanta si celebrano canzoni che hanno venduto un decimo di “Keep Warm”». La percezione italiana per il brano è quindi ben lontana dai risultati effettivi ottenuti sulla piazza internazionale. «In quel periodo stava nascendo il predominio di Radio DeeJay che avrebbe influenzato la scena dance italiana negli anni seguenti ma chi, nel mondo, determinava il successo internazionale era Pete Tong, dalle frequenze di Radio BBC».

L’Italia riscopre (o scopre, a seconda dei casi) “Keep Warm” nel 1995, quando l’inglese Multiply Records la ripubblica attraverso nuovi remix, quello dei T-Empo, di Blu Peter e dei veneti Alex Party. «Uscì sia il vinile che il CD ma la versione che funzionava era ancora l’originale. La Multiply aggiunse vari remix più adatti ai club ma l’original mix era ormai un crossover e in radio continuava a passare quella. Con nostro stupore il brano rientrò persino nella top ten britannica e venne richiesta la presenza di Jinny a Top Of The Pops UK. In quell’occasione fu eseguita la versione originale che aveva quattro anni ma la Multiply intendeva dare un’immagine visiva più definita al progetto e così propose Carryl Varley che già lavorava per la tv inglese e che fu scelta per girare il videoclip. Avrei dovuto accompagnarla io sul palco di Top Of The Pops ma la Time si accordò con la Multiply per una soluzione in loco, meno problematica e meno dispendiosa per evitare voli aerei ed alberghi. Accettammo ma, col senno di poi, sbagliammo».

Dopo il successo internazionale di “Keep Warm” il progetto Jinny prosegue con “Never Give Up” del 1992, cantato da Debbie French. Dal 1993 invece il team si rigenera stilisticamente abbracciando un suono più euro con “Feel The Rhythm”, e tra 1994 e 1995, in epoca italodance, escono “One More Time” e “Wanna Be With U” (quest’ultimo ispirato dal riff di “Turn Up The Power” degli N-Trance). Nel corso del biennio si aggiungono pure altri collaboratori come Michele Comis, Elisa Spreafichi alias Lisa Allison, Mauro Marcolin, Giordano Trivellato, Giuliano Sacchetto e Ricky Romanini. «Senza dubbio “Never Give Up” era un prodotto meno commerciale, ricordo con piacere le versioni di Philip Kelsey alias PKA e di Claudio Coccoluto. Quest’ultimo realizzò il remix proprio nel nostro studio. Nel frattempo in Europa esplose la nostra “Open Your Mind” (di U.S.U.R.A., altro progetto curato da Gilardi, Varola e Cremonini, “nascosti” anche dietro Infinity, Silvia Coleman, Trivial Voice e moltissimi altri, nda), e quel suono divenne ricercato un po’ da tutti. Per tale motivo lo sviluppammo in “Feel The Rhythm”, in piena autonomia artistica, senza alcuna pressione da parte dell’etichetta. “One More Time” era ancora più commerciale e divenne la sigla di Ciak, sulle reti Mediaset. Entrambi furono cantati dalla French ed ottennero ottimi risultati in Italia. L’ultimo invece, “Wanna Be With U”, lo cantò Sandy Chambers (anche se nel video appare ancora la Varley, nda)».

In qualche occasione si parla di un follow-up per Jinny e filtra il titolo “Don’t Stop The Dance” che però non viene mai pubblicato, ma oggi Gilardi è perentorio: «Non c’era alcun follow-up, si trattò solo di una bufala!». In tempi recenti il marchio riappare con la cantante Lyv McQueen, interprete del repertorio nelle serate revival. «Lyv fece una serata-pilota per valutare la possibilità di un eventuale live ma i budget delle feste anni Novanta non coprivano neanche il costo del volo e dell’albergo, quindi il progetto venne presto accantonato» conclude il musicista. (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata