Double Dee Featuring Dany – Found Love (Onizom Music)

Double Dee Featuring Dany - Found Love“Settembre 1990, gli scaffali dei negozi di dischi di tutta Europa sono invasi da una copertina, un vinile in 12” pubblicato dall’etichetta bolognese Irma Records, un disco mix, come si diceva allora, che ritrae un Marlon Brando inguainato in un completo da rigoroso “ribelle senza causa”: pantaloni in pelle, stivali, passo spedito ed oltraggioso (si vede solo quello, la foto è dalla vita in giù). Un’icona della prima autentica “rivolta dello stile” per celebrare la nuovissima ondata destinata a ridefinire, per sempre, i confini instabili, in movimento, del suono elettronico internazionale. […]. Il brano si chiama “Found Love” ed è la tappa decisiva dell’esplosione dell’italo sound ovvero l’Italia profonda della riviera e delle discoteche che non ama le chitarre elettriche del rock e cerca di conciliare la vibrante tradizione afroamericana del soul e del funk con la pista da ballo, con il consumo, muovendosi all’interno di piccole living room che diventano studi di registrazione immediatamente connessi col resto del pianeta”.

Inizia così l’appendice dell’edizione italiana di “Last Night A DJ Saved My Life” di Brewster e Broughton, scritta da Pierfrancesco Pacoda. Per raccontare quella emozionante fase creativa nostrana il giornalista rimanda ad uno dei pezzi che mettono l’Italia sulla mappa della house music internazionale insieme ad altri usciti nel 1989 come “Rich In Paradise” degli FPI Project, “Ride On Time” dei Black Box, “Touch Me” dei 49ers e “Sueño Latino” del progetto omonimo. Se il 1987/1988 è stato il biennio della scoperta e dell’avvicinamento attraverso banale spirito di emulazione (a tal proposito si rimanda a questo reportage), il periodo 1989/1990 viene ricordato come quello dell’affermazione, seppur ottenuta ancora con un approccio naïf e tradendo una certa approssimazione pure dal punto di vista organizzativo e manageriale. Quello dei Double Dee è uno dei nomi che fanno letteralmente il giro del mondo dimostrando che gli italiani non sono più solo quelli delle “canzonette” italodisco cantate in un inglese maccheronico e portate in scena da modelli ingaggiati come mimi. La “doppia D” deriva dai nomi degli autori, Davide Domenella, DJ, e Donato Losito, cantante, e non divide nulla con l’omonimo Double Dee statunitense emerso qualche anno prima (Douglas Di Franco, ricordato per i suoi collage sampledelici proto hip hop realizzati in coppia con Steve Stein alias Steinski).

Double Dee (1990)

Davide Domenella e Dany Losito nel 1990

«Il mio approccio alla composizione e alla produzione di musica nasce dal bisogno di modificare e fare mie versioni di brani che proponevo in discoteca come disc jockey» racconta oggi Domenella. «Non parlo di remix ma piuttosto di re-edit di pezzi che, a mio avviso, presentavano errori di struttura tali da renderli difficili da proporre al popolo che frequentava le discoteche in quegli anni. Iniziai quindi con l’amico e collega Giampi Malvatani col quale incisi il primo disco, nel 1988, il remix di una hit dei primi anni Ottanta, “Chinese Revenge” di Koto, destinato alla Memory Records. Questo precedette di poco l’uscita di “Watching Me” di Flexus Brothers, per la Technology del gruppo Discomagic di Severo Lombardoni, un disco hip house realizzato con uno dei primi campionatori Akai, l’X7000. Pochi mesi più tardi tornammo in studio per realizzare la cover di uno dei brani che amavo di più, “Aqua Marine” dei Santana (dall’album “Marathon” del 1979, nda). Nacque così “Aqua Marina” che firmammo come The Countach e che uscì sulla New Music International di Pippo Landro nel 1990».

Il 1990 è anche l’anno di debutto per i Double Dee, supportati della Irma Records che pubblica “Found Love” sulla neonata sublabel Onizom Music. «Il passo dai Flexus Brothers ai Double Dee fu piuttosto breve» prosegue Domenella. «Io e Losito lavoravamo rispettivamente come DJ e vocalist in uno dei più importanti club del centro Italia e ci esibivamo in consolle proponendo, durante la serata, anche nostre creazioni. Tra quelle c’erano “Found Love” e “Don’t You Feel”. Giungemmo alla Irma Records grazie a Claudio ‘Moz-Art’ Rispoli (prossimo ad unirsi ai Jestofunk, nda) ed Angelino Albanese che già collaboravano con l’etichetta bolognese di Massimo Benini ed Umbi Damiani, ma colgo l’occasione per precisare che entrambi non furono né produttori artistici né tantomeno esecutivi, contrariamente a quanto citato in modo erroneo sulla copertina del disco. Erano semplicemente intermediari e solo in seguito Rispoli entrò a far parte del team dei Double Dee.

disco di platino e disco d'oro

In alto il disco di platino di “Found Love” (500.000 copie), in basso invece il disco d’oro di “People Get Up!” (100.000 copie)

“Found Love” germogliò nel 1989 da un’idea nata nel mio home studio. La prima versione venne progettata con un campionatore Akai S900, gli expander Roland U-110, Yamaha TX802 e Roland D-550, una tastiera Roland D-10 ed un computer Atari col programma Steinberg Pro 24. Poi il tutto venne ultimato al Vallemania Recording Studios di Genga, in provincia di Ancona, con l’ausilio di superlativi musicisti come il compianto Giancarlo Ragni, Michele Chiavarini e il fonico Fabio Morbidelli. I risultati furono entusiasmanti ma non saprei quantificare con precisione. Di “Found Love” conservo il disco di platino per le prime 500.000 copie vendute mentre di “People Get Up!”, del ’92, ho il disco d’oro per la soglia raggiunta delle 100.000 copie. E pensare che non realizzammo neppure un video, quello in circolazione non ha supportato le vendite non essendo prodotto in modo professionale. Il primo videoclip ufficiale fu invece quello di “Don’t You Feel?” girato in pellicola».

Forti per il successo raccolto con “Found Love”, pubblicato anche negli States dove entra nelle ambite classifiche di Billboard (conquistando la vetta della Club Play a novembre del 1990) e dove viene remixato da due giovani ed ancora poco conosciuti Danny Tenaglia e Ralph Falcon su etichetta Epic, i Double Dee incidono un album, l’unico della loro discografia, seppur ai tempi le etichette indipendenti del settore dance preferissero puntare quasi esclusivamente sui singoli, per ragioni pratiche ed economiche. “Double Dee”, del 1991, da cui verranno estratti “Hey You” e “Don’t You Feel?”, è un percorso fatto di house, soul, funk, jazz e downtempo, ed offre i giusti appigli per stringere collaborazioni con vari musicisti (Gabriele Comeglio, Cico Cicognani, Marco Tamburini, Alberto Borsari), oltre al rapper Master Freez e al DJ/turntablist Cesare ‘DJ Trip’ Tripodo.

Album e Don't You Feel

Sopra la copertina dell’album dei Double Dee con l’inseparabile cappello di Losito, sotto quella del singolo “Don’t You Feel” in cui, oltre all’immancabile cappello, figura pure un cartello stradale di Via Rocchetta, lì dove si trova lo studio di registrazione in cui il team lavora. Rocchetta diventa anche il nome delle versioni di diversi singoli dei Double Dee

«L’LP ottenne riscontri positivi dalla critica ma non vendette molto» rammenta Domenella. «Fu un progetto interessante ma secondo me un po’ troppo ardito per i tempi. I fan che ci conobbero attraverso “Found Love” si aspettavano sicuramente qualcosa di più pop e commerciale. Impossibile non ricordare DJ Trip che stava collaborando con noi nella realizzazione di un brano, “Walden”, poco prima di morire tragicamente in un incidente stradale» (per approfondire si rimanda al documentario recensito qui, nda). Nel 1992 è tempo di un altro successo, “People Get Up!”, l’ultimo ascrivibile ad un quadro mainstream. Nessuno dei singoli che i Double Dee incideranno negli anni a seguire (“The More I Get, The More I Want”, cover dell’omonimo di Teddy Pendergrass del ’77 scritto da Gene McFadden e John Whitehead, “Body Music”, “Love Nobody”, “Come Into My Life” ed “I’m In Love”), riesce più ad incuriosire il pubblico generalista. Le tendenze pop si spostano su suoni totalmente scollegati dal soul, dal funk e dal jazz che rimangono invece gli stili di riferimento di Domenella e Losito (a cui si aggiunge, nel frattempo, Claudio Rispoli), per nulla disposti ed intenzionati a sacrificare le proprie inclinazioni per assecondare il gusto e le esigenze del mercato, delle radio e delle grandi masse. «Le produzioni che uscirono sino al 1996 non furono altrettanto fortunate e ciò derivò in primis dalla decisione di mantenere integro il nostro sound, nonostante le mode fossero repentinamente cambiate (ma a dirla tutta abbiamo sempre prodotto senza porci troppi riferimenti). Ad un certo punto inoltre ci accorgemmo di avere idee diverse e questo portò ad uno stop necessario quanto inevitabile».

Nel 1996 infatti Losito fonda, con Gianluca Mosole, i Kaigo, un duo pop/soul ricordato soprattutto per “Dove Sei”. Poi affianca i Datura nella loro deviazione house cantando “Voo-Doo Believe?”, “The Sign” ed “I Will Pray”, e collabora coi Sottotono per “Solo Lei Ha Quel Che Voglio”. Domenella invece si prende una pausa, lasciandosi alle spalle la citata esperienza The Countach con Giampiero Malvatani, replicata con “My Oasis” nel solco della dream house à la Sueño Latino e proseguita con “Dreamer” di The Real Countach sulla piccola City Sleeps Records. A questi si somma Asia Dee che con “Jingle Baby”, del 1991, coinvolge i bambini in una sorta di hip house prima che arrivasse, dalla Francia, il ciclone Jordy con “Dur Dur D’être Bébé!”. I Double Dee ritornano nel 2000 attraverso la Airplane! Records che pubblica il singolo “You”, oggetto di consensi in tutta Europa. Poi è tempo di “Can You Feel It” e del più fortunato “Shining”, tutti a base di una house che, sull’onda del cosiddetto french touch, preserva l’anima soul ed adopera elementi intrecciati al funk e alla disco. «”You” e “Shining” ottennero buoni risultati ma non paragonabili minimamente a quanto avvenne negli anni Novanta» ammette Domenella. «Da lì a breve Dany tornò alla musica in italiano, sbarcando al Festival di Sanremo col brano “Single”, nel 2004. Io invece ho proseguito prima con Andrea Tonici e Maurizio Alfieri, coi quali ho creato i Dam Sweet (quelli di “I Don’t Know” e “Say It Again”, nda) e poi con Samuele Sartini collaborando a singoli piuttosto fortunati come “Love Shine”“Love U Seek”, quest’ultimo ripreso da Tim Berg meglio noto come Avicii in “Seek Bromance”

Found Love in Billboard

Le classifiche di Billboard (novembre 1990): “Found Love” è in vetta alla Club Play mentre nella 12-Inch Singles Sales si piazza alla sedicesima posizione

Il mondo musicale e discografico stava cambiando in fretta e si avvertivano già i sintomi di una possibile crisi artistica ed economica che poi è giunta, pesantemente. L’arrivo del digitale è stato gestito molto male dai discografici e dagli addetti ai lavori, e la situazione è velocemente precipitata con cause note a tutti. Sia ben chiaro, sono un amante della tecnologia, mi piacciono le novità, non ho paura dei cambiamenti e la democratizzazione che ha dato a tutti la possibilità di esprimersi non la considero affatto negativa. Per me le colpe della musica orribile che ci accompagna in questi anni e della mancanza di idee vanno cercate altrove. I responsabili sono sempre gli stessi, etichette, radio e media, che creano e danno spazio a personaggi privi di talento e a produzioni scadenti. Non mi porto dietro particolari rimpianti ma la consapevolezza degli errori commessi dovuti a molteplici fattori. Sono felice di essere stato parte attiva nel momento in cui l’arrivo della house music rappresentò una vera boccata di ossigeno nel periodo buio della dance nostrana di fine anni Ottanta. “Found Love”, in fin dei conti, fu proprio uno dei brani che aprì la strada a quel genere musicale in Italia». (Giosuè Impellizzeri)

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Onirico – Stolen Moments (UMM)

Onirico - Stolen MomentsIl catalogo UMM è una sorta di pozzo senza fondo: setacciando le oltre quattrocento pubblicazioni si possono tirare fuori sia successi ben noti dal grande pubblico, come “Move Me Up” degli X-Static o “Crayzy Man” dei Blast, di cui abbiamo parlato rispettivamente qui e qui, sia gemme sconosciute ai più, passate inosservate ai tempi della pubblicazione e rivalutate a distanza di qualche decennio, come “Racing Tracks” dei Visnadi o “Blow” di Ricky Soul Machine & Jackmaster Pez, a cui abbiamo dedicato un articolo qui e qui.

È anche il caso di “Stolen Moments”, un 12″ che la label campana pubblica durante il suo primo anno di attività, il 1991, quando l’italo house trova una sua dimensione lasciando da parte le pianate in stile “spaghetti” del periodo ’89-’90 a favore di evoluzioni in ambito deep/garage. Autore è Emanuele Luzzi, romano, che oggi racconta: «A spingermi verso il DJing furono sicuramente le feste tra amici d’infanzia che organizzavamo affittando locali abbastanza grandi o semplici garage, ma anche mio padre che tra le altre cose conduceva trasmissioni radiofoniche su Roma 103, Radio Hanna, Rai ed altre. Si chiamava Mario Luzzi ed era un giornalista e critico musicale specializzato nel jazz.

Mario Luzzi nel suo studio, Roma circa 1982

Mario Luzzi al lavoro nel suo studio (Roma, 1982)

Negli anni Settanta ed Ottanta casa mia era un viavai di musicisti provenienti da tutto il mondo, alcuni dei quali restavano nostri ospiti per alcuni giorni. Tra quelli che mi sono rimasti più impressi e che mi hanno ispirato con la loro personalità umile e geniale allo stesso tempo, ricordo con affetto Ornette Coleman, Don Pullen, Muhal Richard Abrams, Max Roach, Noah Howard, Giovanni Tommaso dei Perigeo, Paul Bley, Dexter Gordon e Byard Lancaster. Capitava spesso che mio padre mi portasse con sé a sentire dei concerti, a realizzare interviste o a partecipare a presentazioni discografiche. Ero abituato a fare molto tardi la notte e quotidianamente scoprivo qualcosa in più su mondi che fino a quel momento non pensavo nemmeno potessero esistere. Mio padre era una persona molto curiosa a cui piaceva scoprire sonorità sempre differenti. All’epoca le sue interviste (da Sun Ra a Miles Davis, passando per Herbie Hancock) e le tante discografie da lui curate, erano un punto di riferimento per tutto il settore musicale. Sin da giovane iniziò una significativa collezione di vinili che tuttora porto avanti dopo la sua prematura scomparsa avvenuta ad appena cinquantadue anni, mentre stavo per ultimare “A Tone Colour Of Onirico”.

Un’altra figura di riferimento è stata senz’altro quella di mio zio, barman di professione. Quando lui già lavorava da qualche anno presso la discoteca Papillon, a due passi dal Pantheon, cominciai a frequentare quel luogo ed iniziai a stare accanto al DJ che di volta in volta trovavo in consolle, osservandolo al lavoro. Mi piaceva vedere come metteva i dischi, come usava le mani, come decelerava i piatti e in che modo utilizzava i cursori del mixer. Guardavo solamente, non toccavo nulla, cercavo di carpire i suoi segreti in silenzio, con un occhio verso la pista. Era il 1977. Poi, in quella stessa discoteca, nei primi anni Ottanta fu aperta una seconda sala, molto più piccola, e io mi feci avanti per gestirla il sabato sera e la domenica pomeriggio. Mettevo un po’ di tutto, dalla new wave alla black music. Non prendevo una lira ma mi divertivo tantissimo mentre imparavo un mestiere ed avevo l’opportunità di conoscere tanta gente il cui unico obiettivo era ballare e divertirsi. La mia vita da DJ è andata avanti per alcuni anni e sono felice di aver fatto ballare migliaia di persone in locali come il Black Out, il Supersonic e Le Gambit, a Roma e in tante altre località».

Come avviene per moltissimi DJ di quel periodo, invogliati dalla tecnologia che rende meno oneroso incidere dischi rispetto a qualche anno prima, anche Luzzi approccia alla produzione discografica e pure in quel caso si rivela determinante un evento avvenuto durante la sua infanzia: «all’età di undici anni accompagnai mio padre in uno studio di registrazione» ricorda. «Lì mi trovai di fronte a Gil Evans, George Adams, Sun Ra, Irio De Paula ed altri impegnati in session di registrazione per la Horo Records, etichetta del produttore Aldo Sinesio. Durante qualche pausa capitava che mi mettessi a strimpellare il pianoforte oppure un organo ed anche un piano elettrico Fender Rhodes. In breve tempo per Sinesio diventai quasi un figlio. Mi prese talmente in simpatia da regalarmi un piccolo organo Antonelli. Da allora la mia vita si è incamminata verso la ricerca di suoni, con una buona base di teoria. Ho studiato pianoforte per lunghi anni seguito da maestri come Enrico Pieranunzi e Martin Joseph, ed inoltre ho studiato armonia, arrangiamento e musica elettronica. Per tutto il resto mi sono affidato al mio orecchio. A livello discografico, nel 1985 composi, arrangiai e suonai una traccia per la colonna sonora del film “A Me Mi Piace” di Enrico Montesano. Poi, nel ’90, mi proposero di realizzare una demo per il remix di “Dolce Vita” di Ryan Paris. Una volta ricevuto l’ok dall’etichetta olandese Arcade iniziai il lavoro su Atari che completai in Olanda e che prese il nome di Downtown Version».

Luzzi nel suo studio (intorno alla metà dei Novanta)

Emanuele Luzzi nel suo studio, in una foto scattata intorno alla metà degli anni Novanta

Da lì a breve Luzzi si trasforma in Onirico ed incide un singolo, l’unico con quel nome, per la citata UMM, tra le etichette house italiane più acclamate e ai tempi curata artisticamente da Angelo Tardio. Nella title track, “Stolen Moments”, i leggiadri lead tipici della deep house vengono increspati da lampi acidi, “Tribal Echo” elabora il senso del ritmo avvicinandosi al loopismo techno detroitiano, “Onirico” è sulla linea di mezzeria tra house e techno, con qualche rimando allo stile dei pionieri britannici come LFO ed 808 State, ed infine “Echo” tira il sipario flirtando ancora con house, techno ed acid. Un disco policromo insomma, non ascrivibile ad un genere ben preciso, con un baricentro in continuo movimento che lo rende assai più intrigante rispetto allo standard delle produzioni deep house dei tempi, ben fatte ma monotematiche dal punto di vista strutturale.

«Inviai a UMM una demo con le quattro tracce e successivamente il DAT col mix definitivo» prosegue Luzzi. «Lo pseudonimo Onirico mi venne in mente pensando a come la mia musica mi ricordasse l’atmosfera di certi sogni in cui riuscivo a corredare le immagini tipiche della fase onirica con la musica stessa. Per i pezzi usai molte macchine Roland (D-70, MKS-50, TB-303, TR-909, TR-808, TR-606, DEP-5, S-550, Jupiter-6) oltre ad un Korg KMS-30, un Alesis MidiVerb II ed un Oberheim Matrix 1000. Il computer era un Atari 1040 STF mentre il mixer un Fostex 1840, a cui si aggiunsero una centralina Simmons SDS8, diffusori Tannoy TP-1 ed altri coassiali autocostruiti. Non venne usato nessun compressore e tutto fu mixato live in diretta su un DAT Tascam DA-30. Questa tecnica di live recording l’ho sempre adottata in tutti i miei dischi perché la sento più umana. Ci misi quasi cinque mesi per finalizzare le tracce, lentezza dovuta soprattutto alla necessità di essere preciso e maniacale. I pezzi però iniziai a comporli molto tempo prima. “Stolen Moments”, ad esempio, nacque nel ’90, quando registrai la bozza col pianoforte su cassetta. Il resto lo cominciai a programmare verso la metà del 1991. Mi ispirai a Ryuichi Sakamoto, Yellow Magic Orchestra e New Musik. In particolare i venti secondi finali di “Tell Me A Bedtime Story” di Herbie Hancock hanno influenzato in qualche modo “Stolen Moments”. Non saprei dire quante copie vennero vendute ma so che ne furono stampate 1040, particolare che ricordo bene perché lessi un rendiconto della Flying Records in cui figurava questo numero che, guarda caso, era lo stesso del mio computer, il citato Atari 1040 STF. Rammento anche che quando ascoltai il disco, appena uscito, rimasi malissimo: rispetto al mio master su DAT, realizzato con tanta fatica e che suonava tremendamente bene, la stampa sul vinile aveva un suono terribile. Il risultato era senza dinamica, il bassline saturava sulle frequenze alte… insomma una tragedia e un vero disastro. Purtroppo non potei fare nulla, tutte le copie erano già state stampate e a tal proposito sconsiglio vivamente di acquistare il 12″ originale su UMM non solo per questo motivo ma anche per il prezzo, frutto unicamente di bieche speculazioni. Al contrario la ristampa su Flash Forward è pressoché perfetta ed infatti ha avuto la mia totale approvazione».

Oneiric

“A Tone Colour Of Onirico” che Luzzi firma come Oneiric nel 1992

Nel 1992 esce quello che pare il naturale seguito di “Stolen Moments” ovvero il menzionato “A Tone Colour Of Onirico”. A cambiare però è sia l’etichetta, la romana Mystic Records, che lo pseudonimo adottato da Luzzi, Oneiric, seppur foneticamente simile al precedente. «”A Tone Colour Of Onirico” andò esattamente come “Stolen Moments”, non ho mai avuto molti riscontri diretti. In quel periodo, musicalmente parlando, Roma era una piazza molto strana e difficile. C’era chi mi diceva di aver fatto un buon disco ma troppo difficile, un DJ italiano molto noto ed ancora oggi in attività sostenne invece che fossi troppo avanti. Da un lato questo mi suonò come un segno di grande stima, dall’altro avvertii un senso di colpa perché mi fece dubitare dell’utilità di aver pubblicato il mio lavoro in Italia. Per quanto riguarda il mercato estero, all’epoca non potevo avere idea di come stesse andando. Grazie a Facebook sono venuto a sapere, ma decenni dopo, che c’erano tante persone che possedevano i miei dischi e tante altre che li cercavano disperatamente. I miei lavori erano diventati oggetti di culto, molto considerati anche da DJ e musicisti del calibro di Aphex Twin, Derrick May, Luke Vibert, Speedy J, Steve Rachmad, JD Twitch e tanti altri. Le mie tracce venivano suonate nei rave più importanti di quel periodo e la stessa cosa accadeva in Italia ma lontano da Roma, al Matmos o al Club dei Nove Nove per esempio. Io però ignoravo tutto questo, non ne ero proprio al corrente. Grazie ad internet sono riuscito a ricostruire molte cose belle ed interessanti, quindi è stata una gran sorpresa entrare su Facebook ed incontrare persone che mi conoscevano bene.

Ad “A Tone Colour Of Onirico” sono legate due curiosità: la prima è che il disco doveva uscire su UMM ma alla Flying Records, dopo aver ascoltato il master finito, mi dissero che andava tutto bene tranne il suono di synth principale di “Emphasis” talmente fastidioso da essere cambiato o persino eliminato. Risposi che non avevo intenzione di modificare nulla. Peccato, perché molti anni dopo venni a sapere che invece Aphex Twin apprezzò molto; la seconda è che durante la registrazione di “Emphasis”, Sting, il gatto che viveva in casa con me (citato tra i ringraziamenti sul disco, nda), saltava da un synth all’altro, passando attraverso il mixer. Una volta, non so come, riuscì a creare il suono di synth principale della traccia, spostando con le zampette alcuni cursori del Roland Jupiter-8. Salvai immediatamente quel suono, senza modificarlo di una virgola. Ogni volta che ascolto quella traccia penso a lui. Per quanto riguarda l’alias di “A Tone Colour Of Onirico” invece, scelsi una variante dello stesso nome semplicemente per diversificare un lavoro dall’altro».

Nelle vesti di Oneiric Luzzi realizza anche “Gemini” con Vortex, sulla Synthetic nel ’95, tra progressive trance e più convincente rivitalizzazione del suono ambient house di fine anni Ottanta. Anche in quel caso però è un toccata e fuga e l’esperienza non viene replicata se non molti anni dopo e per un progetto che nulla divide coi tuoi trascorsi house, Gregory Tech. Pare inoltre che l’artista dosi con parsimonia la propria attività discografica anche negli anni in cui incidere musica può essere particolarmente remunerativo e redditizio. «Molti progetti preventivati ai tempi non sono neanche nati oppure sono stati stroncati sul nascere. Il destino ha voluto così. Tante demo furono bocciate, altre completamente ignorate. Quelle stesse demo che ben ventisei anni dopo la Flash Forward ha stampato e distribuito con grande entusiasmo. A pochi giorni dall’uscita di ogni disco è stato registrato un clamoroso sold out. I motivi della mia operatività discografica intermittente sono tanti e molti personali. Ce n’è uno però che posso dire: lo spirito critico. Sono stato consulente musicale, ho scritto di musica e l’ho recensita per molti anni su riviste specializzate come Stereoplay, Suono e Digital Audio. C’è chi pensa che io possieda una profonda conoscenza musicale e forse non ha tutti i torti, ma è anche vero che oltre alla consapevolezza serve l’umiltà di capire che se vuoi fare in modo che quello che hai da dire musicalmente resti nel tempo non devi per forza continuare a dirlo per sempre nella stessa maniera. La musica è un linguaggio e pertanto se hai da dire qualcosa è giusto che tu la dica, ma se non hai da dire nulla o se quello che hai da dire l’hai già detto è inutile parlare ancora. Fare musica non è un lavoro ma una forma d’arte, fatta di sperimentazione ed innovazione. L’arte innanzitutto è una condizione dell’anima ed è in questo che la musica si distingue da qualsiasi altro tipo di lavoro. Il lavoro ti dà la possibilità di sopravvivere più o meno dignitosamente mentre la musica ti eleva e ti porta lontano, dove vuoi. A questo punto una domanda mi sorge spontanea: se la musica è un lavoro, perché molti si definiscono artisti?».

Studio di Luzzi (metà anni Novanta)

Emanuele Luzzi ancora nel suo studio intorno alla metà degli anni Novanta

Come anticipato poche righe fa, sia “Stolen Moments” che “A Tone Colour Of Onirico” sono stati recentemente ripubblicati da Flash Forward. Nel 2017 è giunta sul mercato, sulla stessa label, anche “Aurora”, un pezzo rimasto nel cassetto per lunghissimo tempo. «Era in uno dei pochi DAT scampati ad un incendio che purtroppo ha investito il mio studio anni fa» precisa Luzzi. «Ci tengo molto a quella traccia che realizzai nel ’92, nello stesso periodo di “A Tone Colour Of Onirico”. Anche “Aurora” fu bocciata e scartata ma nel 2017, dopo la sua uscita su Flash Forward, è andata sold out in pochissimi giorni».

A proposito di ristampe di brani del passato: oggi viviamo anni di continui ripescaggi, specialmente sonori. Le nuove generazioni, fatte ovviamente le solite eccezioni, sembrano essere attratte più dall’esercizio di replicare le gesta dei grandi del passato, anche attraverso strumentazioni vintage spesso pagate a caro prezzo, piuttosto che ideare cose autenticamente nuove. Questo atteggiamento “tributativo” non è forse controproducente per l’evoluzione della musica stessa? È paradossale che con la tecnologia del 2019 si tentino di fare pezzi quanto più vicini possibili a quelli di almeno venticinque anni prima. «Secondo me la musica è arrivata al suo apice evolutivo» ammette risolutamente Luzzi. «Le ragioni sono diverse e dipendono anche da chi la fa, da chi la produce e da chi l’ascolta. Lo ripeto sempre: non c’è arte senza sperimentazione. Se replichi il passato la musica non potrà andare avanti. Bisogna sperimentare, sempre. L’atteggiamento “tributativo” purtroppo esiste anche in altri generi come nel jazz. In Italia va avanti il tributo verso tutti gli artisti del passato, con rivisitazioni di dubbio gusto e spesso raffazzonate. È un problema generale che credo non si possa risolvere. La musica secondo me, e parlo di musica in generale non solo della dance, è totalmente ferma al passato. Ci sono artisti che hanno veramente qualcosa da dire ma sono completamente oscurati dalla mediocrità. Mettiamoci pure che la buona musica si sta estinguendo proprio perché non si sperimenta più. Sono troppo pessimista quando dico che siamo arrivati al capolinea? Questo non vuol dire però che non bisogna più suonare perché è già stato detto tutto. Suonare fa bene allo spirito, ascoltare musica anche, ma la creatività è ferma. Comporre non è facile come non lo è arrangiare. Serve studio, costanza e molto tempo e a me sembra che molti abbiano troppa fretta. Basta dare un’occhiata a Discogs per rendersi conto che ci sono musicisti o DJ che hanno realizzato una quantità incredibile di dischi in poco tempo, considerando anche i remix e le collaborazioni. In mezzo a tutte queste produzioni i capolavori si contano sulle dita di una mano».

Si auspica comunque l’esistenza di nuove possibilità “esplorative” in ambito techno/house, che diano facoltà di evolvere generi musicali con alle spalle una storia ormai pluritrentennale, anche se Luzzi appare totalmente scettico in merito. «Credo che ormai non ci siano più speranze. Ovviamente la musica è un fatto di gusti personali sui quali alla fine c’è poco da dire, conta solo quello che sente l’orecchio. Gli artisti veri però sono pochi e sarà davvero molto difficile che possano dare una spinta significativa. Ritengo che le possibilità esplorative siano teoricamente infinite ma quando vedo certi live set con quei tavoli lunghi pieni zeppi di synth modulari, centinaia di cavetti ingarbugliati e tutte quelle lucine colorate che non ho mai visto lampeggiare neanche nei flipper degli anni Cinquanta, mi devo ricredere. Prima della tecnica c’è il pensiero. Avere un sacco di roba costosa per fare un set non ha senso se non riesci a comunicare la tua personalità, a stabilire quella elettricità, quel contatto col pubblico che fa vibrare, che fa sognare ed amare la musica. Se la musica è sincera e originale allora può, secondo me, toccare veramente l’anima, anche con pochissimi strumenti. Se riesci a toccare l’anima, le persone conserveranno un ricordo indelebile di quella serata. Ci vuole tempo poi, non smetterò mai di ripeterlo. È il modus operandi che è sbagliato. Per questa ragione non vedo un ricambio, non c’è un avanzamento musicale di qualità. Anzi, è il brutto ad avanzare. Faccio molta fatica ad ascoltare le novità discografiche, su cento dischi se ne salvano pochissimi. Sento solo un tentativo di rinfrescare il già sentito. Non lo dico da musicista ma soprattutto da ascoltatore e da appassionato che compra dischi, tanti, e che ascolta molta musica durante la giornata, dalle fonti più disparate. Gli artisti che hanno fornito una sensibile spinta in avanti sono quelli che ancora oggi influenzano house e techno con le loro tracce del passato». (Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Marco Sapiens

Marco Sapiens (2)Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Il 7″ di “Wordy Rappinghood” dei Tom Tom Club. Come già raccontato in diverse occasioni nonché sulle pagine di Decadance Extra, da ragazzino mi imbucavo nei party americani della base NATO del mio paese natale, San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi. Lì, in una delle prime feste a cui partecipai, sentii questo pezzo uscito da un annetto circa. Lo comprai in un negozietto di piccoli elettrodomestici che vendeva anche dischi e musicassette.

L’ultimo invece?
La ristampa di “A Tribute To Muhammad Ali (We Crown The King)” di Le Stim. Lo cercavo da circa venti anni, da quando lo sentii a Londra in un set di Norman Jay. Finalmente qualcuno ha pensato di resuscitare questo raro gioiello del 1980, un plauso quindi alla Melodies International.

Discollezione Marco Sapiens (1)

Uno scorcio della collezione di Marco Sapiens

Quanti dischi conta la tua collezione? Riusciresti a quantificare il denaro hai speso per essa?
Intorno ai 6000 dischi che sto rimettendo insieme proprio in questo periodo dopo oltre un ventennio di dolorosa diaspora. A causa di ripetuti traslochi, parte dei miei dischi è sparpagliata tra cantine e garage dei vari appartamenti nei quali ho vissuto, oltre ad una parte rimasta in Puglia, nella casa dei miei genitori. Adesso finalmente dispongo di uno spazio dove raccogliere la mia collezione in modo integrale. Non riesco però ad indicare quanti soldi abbia investito in questa passione, ma parliamo comunque di decine di migliaia di euro.

Come è organizzata la tua raccolta? Usi un metodo preciso per ordinarla?
Dopo anni trascorsi coi dischi attaccati al letto ho imparato che la cosa migliore, per me, è catalogarli secondo la memoria visiva. Il “dramma” però è sorto quando mi serviva un disco che sapevo esattamente dove si trovasse ma era distante mille chilometri! Comunque, in linea di massima, il metodo adottato per indicizzarla è quello dei generi/annata.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Naturalmente cerco di tenere i dischi sempre ben protetti, facendo comunque un netto distinguo tra quelli da “battaglia” che uso per le serate, e quelli puramente da ascolto. I primi, ad esempio, li privo della copertina originale se particolarmente curata, sostituendola con una sleeve generica in modo da evitare usure. I secondi invece vengono sempre liberati dal cellophane di fabbrica ed inseriti in apposite buste trasparenti che conservano intatta la cover. Tutti, indistintamente, vengono controllati e lavati periodicamente con acqua demineralizzata ed un panno in microfibra. Conservarli in un ambiente asciutto, comunque, resta la priorità.

Discollezione Marco Sapiens (2)

Un’altra parte della collezione di Marco Sapiens

Ti hanno mai rubato un disco?
Qui apro un dolorosissimo capitolo. Fondamentalmente ho subito due grossi furti nella mia carriera. Uno risale ai primi anni Novanta, nel parcheggio di un noto locale. Arrivai lì dopo aver suonato in un altro club, lasciai nel bagagliaio della macchina un flight case con circa un centinaio di dischi nuovi (il più datato avrà avuto al massimo tre mesi). Era un periodo in cui ricevevo settimanalmente tre/quattro pacchi di promo da tutte le etichette poiché lavoravo come advisor per una compagnia discografica, quindi quella valigetta conteneva davvero di tutto. Una volta arrivato a casa, aprii il portabagagli e lo trovai totalmente vuoto. La seconda doccia fredda risale invece al 2010. Una mattina, dopo essere rientrato da un viaggio in macchina, controllai la cantina in cui avevo depositato un migliaio di 12″. Trovai la porta divelta: avevano rubato 250 dischi ed anche un giradischi Technics SL-1200. Fortunatamente nulla di raro o di particolare valore. Piccola nota che ha dell’incredibile: un paio di anni fa, ad un mercatino nel cremonese, spulciavo nelle ceste dei dischi e mi saltò all’occhio un 12″ che recava il mio timbro. Ero incredulo, era proprio uno di quelli contenuti nel case che mi rubarono in macchina 26 anni prima. Continuai a rovistare e ne vennero fuori altri due, sempre col mio timbro. Insomma, in qualche modo i miei dischi erano arrivati lì dalla Puglia, chissà come e dopo essere passati in quali mani. Sommessamente ed anche con un po’ di emozione, li misi insieme agli altri che avevo scelto e li acquistai.

C’è un disco a cui tieni di più?
Non ne ho uno preferito, è come chiedermi se volessi più bene a mamma o a papà. Però posso tranquillamente dire che se mi chiedessero di suonare un disco un attimo prima della fine del mondo, metterei su senza esitazione “Masterblaster (Jammin’)” di Stevie Wonder, fuoco per qualsiasi sound system.

Discollezione Marco Sapiens (3)

I dischi ordinatamente raccolti da Marco Sapiens

Quello di cui ti sei pentito di aver comprato?
Sfido chiunque a non ammettere di aver acquistato dischi schifosi, di quelli che quando torni a casa e li riascolti pensi “ma ero ubriaco o sotto ipnosi?” Faccio comunque un nome, “Survival Of The Freshest” dei Boogie Boys, comprato ai tempi della sua uscita, nel 1986, d’importazione, coi soldi messi via dalla paghetta settimanale. Un album che dopo un secondo ascolto ho riposto nella parte più alta dell’archivio e per cui, a distanza di ormai 33 anni, chiederei ancora il rimborso.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Uno su tutti, “Let’s Dream Together” di The New Age Orchestra. Lo ascoltai per la prima volta credo su un nastro di Charlie Hall, nel 1989, anno della sua uscita. Pensavo fosse una produzione italiana ma dopo averlo fatto ascoltare a qualche negoziante ben fornito seppi che a produrlo fu un danese, chiaramente ispirato dal nostro sound “paradise” di quel periodo. Nessuno riuscì a reperirmene una copia e negli ultimi anni il suo valore ha raggiunto soglie ragguardevoli sul mercato dei collezionisti. Spero lo ristampino prima o poi.

Quello di cui potresti disfarti senza troppe remore?
Ho un “purgatorio” di 300/400 dischi fuori dalla collezione che pian piano sto smaltendo. Roba ricevuta in promo nel corso degli anni e non esattamente in linea coi miei gusti.

Quello con la copertina più bella?
“Kiss This World Goodbye” dei Mtume, un LP che adoro in tutti i suoi aspetti, inclusa la grafica.

Discollezione Marco Sapiens (4)

Un’ultima sbirciata alla raccolta di Sapiens

Estrai dalla tua collezione dei dischi a cui sei particolarmente legato, specificandone le ragioni.

Sine - Happy Is The Only WaySine – Happy Is The Only Way
Un album del ’77 che mi regalò il papà di un caro amico americano quando seppe della mia passione per il DJing, credo intorno al 1986. Lo estrasse dalla sua collezione e me lo donò generosamente dicendomi che un DJ non avrebbe potuto essere tale senza apprezzare Patrick Adams. Aveva ragione.

Plaid - Mbuki MvukiPlaid – Mbuki Mvuki
Nel ’91, quando ascoltai in negozio questo LP, rimasi letteralmente fulminato. Era di una semplicità impressionante ma al tempo stesso geniale nel concepimento, ricco di innovazioni ritmiche e con un sampling stilosissimo. Uno dei brani racchiusi al suo interno, “Link”, resta uno dei miei pezzi preferiti di sempre.

Barry Beam - Radio HeadBarry Beam – Radio Head
Uno dei primi 12″ con cui sono entrato in contatto e che ho mixato. Non ricordo da dove saltò fuori ma rammento che insieme a “You Make Me Feel” di Sylvester fu uno strumento di allenamento per imparare a portare a ritmo due dischi diversi. Saprei riconoscerlo tuttora, solco per solco, per quante volte ho appoggiato sopra la puntina. Piccola curiosità: dalla grafica della label che lo pubblicò, l’americana Aim Records, ha palesemente attinto Ron Morelli per quella della sua L.I.E.S., nata nel 2010.

Simonetti - Pignatelli - Morante - Tenebre (Extended Version)Simonetti / Pignatelli / Morante – Tenebre (Extended Version)
Una bomba. Questo disco, acquistato un paio d’anni dopo la sua uscita nel 1982, rappresenta tutt’oggi un esempio di amalgama ed impatto sonoro/emotivo unico e difficilmente eguagliabile. Entrambe le tracce, “Tenebre” e “Flashing”, sono impeccabili sia nel mix che nel mastering. Qui c’è maestria pura, che va al di là della mera narrazione sonora cinematografica alla quale erano destinate, ma del resto stiamo parlando del cuore dei Goblin. L’ho usato decine di volte per chiudere i miei set.

Deep Blue - Deep BlueDeep Blue – Deep Blue
Sono davvero legatissimo a questo 12″, mi ricorda i miei amati warm up nelle serate della mitica radio Ciccio Riccio dei primi anni Novanta, in Puglia. Quei warm up erano importanti e sentiti, tanto quanto il cuore delle serate. Non a caso si riuscivano a tenere le persone incollate alla pista da mezzanotte alle sei del mattino.

Moodymann - Dem Young Sconies - BosconiMoodymann – Dem Young Sconies / Bosconi
Con questo disco ho seminato il panico appena uscito, nel ’97. Quando cominciai a proporlo in un locale di cui ero resident, in tanti non avevano ancora capito cosa fosse e chi fosse. Avuto con qualche mese in anticipo, lo strasuonai quando questa roba era davvero outsider. Non mi sono mai considerato un DJ alternativo, anzi, ma i dischi di “rottura”, come questo, li ho sempre adorati.

Don Carlos - MediterraneoDon Carlos – Mediterraneo
Chi mi conosce sa quanto il suono house made in Italy di un certo periodo mi abbia caratterizzato. I miei programmi radiofonici, le mie serate, le mie proposte nelle tracklist hanno sempre pullulato di house nostrana per mille ragioni, non campanilistiche ma puramente per merito. Nel corso degli anni abbiamo vantato eccellenti musicisti, chi per devozione, chi per caso, che si sono prestati alla causa. Ciò che hanno creato è qualcosa di unico che attraversa il tempo, le mode ed ogni disquisizione filosofica, insomma è magia da tutelare come mille altre bontà italiane che ci distinguono nel mondo. La scelta di questo EP è simbolica e racchiude una miriade di artisti e prodotti che non smetterò mai di supportare.

Michael Ferragosto - Private Acid Traxs Vol. 1Michael Ferragosto – Private Acid Traxs Vol. 1
Genialità e genuinità allo stato puro. Questo 12″ realizzato da Marcello Napoletano per me rappresenta un insieme di concetti che racchiuderei in due parole, urgenza espressiva. Si parla tanto di omologazione culturale, piattezza, pensiero unico…nel mio immenso piccolo mi emoziono a pensare che un sottobosco di “resistenza artistica” esista ancora, esprimendosi con strumenti non pretenziosi, in questo caso una drum machine ed una Novation Bass Station. Come detto qualche riga fa, non mi reputo un DJ alternativo ma cerco di divulgare, per quello che è nelle mie possibilità, di proporre e promuovere genuinità proprio come questo progetto salentino.

Public Enemy - It Takes A Nation Of Millions To Hold Us BackPublic Enemy – It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back
Un autentico manifesto. Credo che nessuno dei dischi che possiedo mi dia la carica come questo pezzo di plastica. Sempre attuale e costantemente due spanne sopra tutto ciò venuto fuori dal mondo hip hop in trent’anni.

MG² - My House Is Bigger Than Your HouseMG² – My House Is Bigger Than Your House
Il primissimo disco house di cui sono venuto in possesso. Lo ascoltai su un nastro degli Hot Mix 5 che aveva uno dei miei amici americani della base NATO, e a quel punto gli chiesi subito di comprarmi qualche 12″ di quel genere. Ed eccolo arrivare, insieme ad una manciata di altri, direttamente da Chicago. Una reliquia per me.

(Giosuè Impellizzeri)

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Heartbeat, la house che fa palpitare il cuore

I primissimi anni Novanta sono propizi per lanciare etichette discografiche indipendenti legate alle cosiddette “musiche nuove” ovvero house, techno e derivati, sia sotto l’aspetto artistico perché quelli sono generi in continua evoluzione e lasciano prospettare scenari dinamici, diversi ed intriganti, sia sotto il profilo economico visto che il mercato permette di fare investimenti più o meno rilevanti contrariamente a quanto avviene alla fine del decennio, quando il comparto del mix in vinile, fonte primaria di sostentamento per queste realtà, accusa una prima, piuttosto preoccupante, flessione. La Media Records, fondata a dicembre del 1987 da Gianfranco Bortolotti, si è già fatta ampiamente notare nell’exploit dell’italo house che mette il nostro Paese sulla mappa della dance mondiale, in primis con Cappella e 49ers. Sull’onda dell’affermazione commerciale di quel genere, l’imprenditore bresciano lancia due etichette apposite, la Whole Records, che porta in Italia la versione originale di “Show Me Love” di Robin S., ai tempi Robin Stone e ben lontana dal successo garantito dal remix di StoneBridge, e la Inside, inaugurata con “What You’re Gonna Do” di DJ Fopp, intervistato qui. Ad esse vengono poi affiancati altrettanti brand di estrazione house, Signal ed Heartbeat, ma quest’ultimo tende a differenziarsi dagli altri marchi per varie ragioni.

classifica tuttodisco (1992)

La classifica de “I D.J. di Tendenza” sulla rivista TuttoDisco (1992): ben sette su dieci appartengono alla scuderia Heartbeat

Whole Records, Inside e Signal seguono la tipica operatività della (mega) casa discografica di Roncadelle e vengono alimentate dalla musica prodotta in prevalenza negli studi bortolottiani da team di arrangiatori e compositori “in house”, secondo una nota locuzione tecnica. Heartbeat invece nasce con l’obiettivo di dare voce a soluzioni messe a punto da un nutrito gruppo di DJ esterni, sette per la precisione, coordinati da Alex Serafini e tra i top nel nostro Paese come testimoniano varie classifiche dell’epoca, che però non lavorano quotidianamente per la Media Records secondo il modus operandi toyotisticamente organizzato dallo stesso Bortolotti. Il fatto stesso di far rappresentare un’etichetta esclusivamente da DJ è una scelta alquanto singolare e lungimirante giacché ai tempi la figura del disc jockey è ancora piuttosto lontana dall’affermazione e popolarità sociale a cui siamo oggi abituati e che diamo per scontata. Con un nome ispirato dal brano omonimo di Taana Gardner del 1981, un classico strasuonato da Larry Levan al Paradise Garage di New York, ed un logo semplice ma efficace, realizzato da Ralf con una vecchia macchina da scrivere Olivetti ed un pennarello rosso, Heartbeat si muove con una concezione estetica diversa dagli altri marchi della Media Records, meno propensa a penetrare nelle classifiche di vendita bensì a soddisfare le esigenze dei DJ e dei frequentatori delle discoteche specializzate. La sua progettualità mira quindi a trascinare un certo tipo di clubbing nell’attività discografica, tralasciando gli aspetti consumistici e le tendenze effimere del momento.

1991-1993, i primi anni di attività
Heartbeat debutta alla fine del ’91 e mette subito in chiaro la strada che intende percorrere. Uniti come Shafty, Andrea Gemolotto e Ralf incidono “Deep Inside (Of You)”, costruendo una sensualissima deep house intorno ad un breve sample vocale di “Let Me Love You For Tonight” di Kariya, un successo del 1988 proveniente dalla Sleeping Bag Records i cui remix usciranno anche in Italia attraverso l’American Records di Modena di cui abbiamo parlato qui. Particolarmente curiosa risulta la scelta di adottare il -001 come numero di catalogo che sembra una sorta di conto alla rovescia. «Fu un modo per rimarcare la nostra “unicità” rispetto agli altri» rammenta Bortolotti, non nuovo a questo tipo di espedienti creativi. Scelte analoghe infatti riguardano pure Inside, Pirate Records, Signal, Whole e, in futuro, Sacrifice. «Quello di Shafty fu il primo disco che produssi» ricorda oggi Ralf. «Lo realizzammo nello studio di Gemolotto, a Udine, un posto a dir poco fotonico, tra i migliori in Italia nello scenario house. Nella fase di mixaggio ci dividemmo il banco, un SSL: ognuno di noi apriva e chiudeva le piste e credo che quell’istintività manuale sia andata persa rispetto al fare digitale di oggi. Con enorme soddisfazione ritrovammo “Deep Inside (Of You)” nelle playlist di illustri DJ del calibro di Frankie Knuckles, Larry Levan e David Mancuso. Di quest’ultimo, in particolare, conservo una classifica che mi diede l’amico Ricky L. Della Heartbeat rammento pure il logo che realizzai personalmente utilizzando il font originale di una vecchia Olivetti ingrandito mediante le fotocopie, una tecnica adoperata per le fanzine allora in circolazione. A quello aggiunsi un cuoricino rosso, simbolo che ai tempi ero solito apporre con un pennarello indelebile sulle custodie in plastica delle cassette che registravo, dopo averle private della copertina interna di carta. Il risultato finale lo mandai alla Media Records via fax e divenne il marchio dell’etichetta».
Ad inizio ’92 esce lo 000, “Kiss Me (Don’t Be Afraid)” dei Love Quartet. Questa volta al banco mixer ci sono Flavio Vecchi e Ricky Montanari coadiuvati dai musicisti Enrico Serotti e Marco Bertoni, provenienti dai Confusional Quartet che esordiscono nel 1980 sull’Italian Records di Oderso Rubini. Il titolo del brano, a cui abbiamo già dedicato un’accurata analisi qui, è ispirato dal film in cui viene utilizzato, insieme a Shafty, come colonna sonora, “Un Bacio Non Uccide” di Max Semprebene, girato nel 1991 ma diffuso, sembra, solo nel 1994. Nel 2014 sia “Deep Inside” che “Kiss Me (Don’t Be Afraid)” vengono inserite da Joey Negro nella compilation tematica “Italo House” sulla sua Z Records. La numerazione canonica del catalogo, 001, prende avvio col doppio mix di Andrea Gemolotto e Leo Mas (a cui si aggiunge l’arrangiatore Sergio Portaluri del team udinese De Point), come Night Communication. Il loro EP, prodotto nel Palace Recording Studio di Gemolotto e recentemente ristampato dalla Groovin Recordings, conta su tre brani, “Lose Control” (rivisto in due versioni, Disco Underground Version e In Dub We Trust Mix), “Night Clerk” ed “African Night Life”, tutti permeati di quell’aurea mistica tipica dell’italo (deep) house che ai tempi creano con dimestichezza i produttori nostrani. Sul mix c’è anche “Nocturne Seduction”, nel 2017 finita nel primo volume di “Welcome To Paradise” sull’olandese Safe Trip di Young Marco, da cui emerge una spettacolarità che, nei primi tre minuti circa, oltrepassa la soglia della classica musica da ballo e sfila in un estatico trip ambientale dalla tensione quasi erotica, tra una voce scomposta e fiati che, come pennellate, fanno risaltare l’atmosfera sospesa di pacata meditazione. Il tutto riporta alla bidimensionalità compositiva di cui, un paio di anni prima, si è fatto promotore proprio Gemolotto e il team dei Sueño Latino col misticheggiante brano omonimo con cui nasce la cosiddetta “dream house”.
Proviene ancora dal Palace Recording Studio lo 002, “I Know” di Night Flowers ossia lo stesso Gemolotto e il citato Portaluri, qui presi dalla voglia di intrecciare vocalità, i tipici suoni ovattati della house di allora ed assoli di pianoforte diventati segno distintivo dell’italian house sin dai tempi di FPI Project, Black Box o 49ers. Lo 003 è di U-N-I (You And I), progetto messo in piedi da Claudio Coccoluto ed Ernest ‘Kipper’ Britton che prende il posto del prematuramente scomparso Cesare ‘DJ Trip’ Tripodo, a cui viene dedicata “Don’t Hold Back The Feeling”. Come spiega lo stesso Coccoluto nel documentario “Road To Trip” (analizzato qui), si tratta di un disco che avrebbe dovuto realizzare con Cesare dopo aver isolato dei campioni a casa sua, tra cui quello di “Bad Girls” di Donna Summer, ma che purtroppo fu costretto a finire da solo. Trip sarebbe stato l’ottavo membro del team Heartbeat. Ad affiancare il DJ in uno dei tanti studi della Media Records è il veronese Antonio Puntillo. Per far fronte alle tante richieste, l’etichetta di Bortolotti lo ristampa qualche tempo dopo, si presume tra 1996 e 1997, con le grafiche rinnovate. Una delle versioni del brano inoltre, la Key Trip Dub, viene recentemente inserita dallo svedese Mad Mats nel primo volume della raccolta “Digging Beyond The Crates” sulla prestigiosa BBE. Anche il successivo, “The Free Life” dei Virtual Reality, è dedicato alla memoria di un amico volato via troppo presto in seguito ad un incidente stradale, analogamente a Tripodo. Trattasi di Marco Tini, ideatore del Matmos, a cui Roberto Piccinelli ha dedicato un articolo qualche tempo fa. Prodotto nei T.O.T.T. Studios di Novara di Jackmaster Pez, il brano è frutto della creatività di Luca Colombo e di due membri del team 50% ovvero Ricky Soul Machine e Simon Master W, che coinvolgono anche il trombettista Gabriele Bolla e la vocalist Roberta Jannone. Lo 005 e lo 006 tornano ad essere prodotti a Roncadelle sull’asse italo-americano composto da Benji Candelario, Martin ‘Monster’ Aurelio e Costantino ‘Mixmaster’ Padovano che acronimizzano la sinergia nella sigla B.M.C. tenuta in vita coi due volumi di “A Night At The M”. L’ispirazione del primo viene, come spesso accade per i DJ di allora, dalla musica disco/funk/soul degli anni Settanta, in particolare da “Let’s Go Down To The Disco” degli Undisputed Truth. Figlio delle sonorità dub tribaleggianti dei primi Novanta è invece la Ram 2.2 Mix.

Il 1993 si apre con un nuovo doppio mix che connette Heartbeat al mondo pop della Media Records e dei suoi artisti noti al grande pubblico internazionale. Con questo intento viene affidato a DJ Professor, tandem project diventato noto per “We Gotta Do It” con Francesco Zappalà e in cui allora lavorano Luca Cittadini, noto come Luca Lauri, e Cristian Piccinelli, il compito di declinare in chiave house recenti successi messi a segno dalla label di Bortolotti, da “Everything” e “Got To Be Free” dei 49ers ad “I Say A Little Prayer” di David Michael Johnson e “I’m Falling Too” dei Club House, passando per “U Got 2 Know” dei Cappella, “You’re My Everything” degli East Side Beat, “The Music Is Movin'” e “Music” di Fargetta e “Don’t You Want Me” di Felix, la super hit britannica licenziata in Italia dalla label di Bortolotti e di cui abbiamo parlato qui. C’è spazio anche per la rivisitazione di “Basic Instinct”, probabilmente dedicato al film omonimo che spopola in quei mesi, uscita qualche tempo prima su Baia Degli Angeli e che Lauri e Piccinelli firmano come Funky People. Lo 008 è “Room 4 Love” di Inner Souls, progetto londinese degli Underground Mass (Booker T e Trevor Rose, attivi già su Azuli Records), testimonianza di come la label cominci ad oltrepassare i confini patri.

heartbeat foto di gruppo

La scuderia artistica dei primi anni di attività della Heartbeat: da sinistra Leo Mas, Andrea Gemolotto, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Ricky Montanari, Ralf e Flavio Vecchi. Insieme a loro Gianfranco Bortolotti

Sebbene non sia indicato con regolarità su tutte le etichette centrali dei 12″, ad occuparsi del coordinamento artistico di Heartbeat è sempre Alex Serafini, ma ancora per poco. Lo 009 segna il ritorno di Ralf, questa volta affiancato da Davide Sabadin e Massimo Zennaro che si fanno ben notare come Fishbone Beat (e di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui). Registrato nell’Oval Studio di Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, “Higher Than The Clouds” dei Deep Sky è leggiadra house intarsiata dal suono di strumenti acustici ricostruita in ben sette versioni. L’idea di rivisitare le hit mainstream di casa Media Records in salsa house prende nuovamente corpo col secondo volume curato da(i) DJ Professor, questa volta all’opera su brani di Mars Plastic, Simone Angel, 49ers, Lance Ellington, Club House e Cappella. Sono sempre le mani di Lauri e Piccinelli ad ideare “I Just Can’t Go” di X-Project, con tendenze garage. È il disco che chiude il primo biennio di attività della Heartbeat.

1994-1996, tra retaggi passati e consolidamento d’immagine
La Heartbeat post Serafini si mostra come una via di mezzo tra la label che sino a quel momento scommette sul suono house/dub destinato ai club e quella che invece punta a numeri e visibilità più consistenti attraverso brani di nomi nazionalpopolari della scuderia Media Records, seppur rivisti, corretti e riadattati allo scopo. È il caso dei Cappella con le versioni remix di “U & Me” realizzate dal quartetto formato da B. McCarthy, DJ Digit, DJ EFX e DJ Rasoul, o di quelle di “Move It Up” firmate da Ivan Iacobucci ed Argentino Mazzarulli, ai tempi militanti in UMM. Su “Rockin’ My Body” dei 49ers, “Keep It Up” di Sharada House Gang Feat. Zeitia Massiah, “Love Me” di Patric Osborne e “Move Your Body” di Anticappella invece mette le mani DJ Professor, team in cui ora si avvicendano Luca Lauri, Massimo ‘Paramour’ Braghieri e Cristian Piccinelli, e che nel 1994 torna con “Rockin’ Me” incapace però di rinverdire i fasti di “We Gotta Do It” e “Rock Me Steady” risalenti a tre anni prima, quando l’immagine è legata ad un misterioso uomo col volto coperto e con una tuba in testa. Con l’uscita di scena di Alex Serafini la maggior parte dei DJ da lui radunati e con cui Heartbeat è nata prendono altre strade. I nomi di alcuni progetti però restano sotto la gestione della Media Records che li affida, come molte etichette fanno allora in circostanze analoghe, ad altri produttori. Ciò avviene per Night Communication e Shafty, adesso sotto la direzione di Lauri, Piccinelli e Braghieri che realizzano rispettivamente “Tribe Trip” e “Ohm”. I brand sono gli stessi ma non il suono, più rude, scandito da casse marcate e suoni vicini alla house/hard house che si balla al Trade di Londra. Non mancano alias nuovi di zecca come B.I.A.S., Jungle Junction, Freelance Workers ed Hot Drum portati avanti dagli stessi Lauri e Braghieri con l’ausilio di produttori che intervengono saltuariamente tra cui Marco Giolo, Luca Piccoli, il DJ Steve Mantovani e Fabio Nicola Bonassi noto come Bacci a cui, da lì a breve, Bortolotti affida il ruolo di A&R, incarico che copre per un paio di anni circa. A fine ’94 esce la compilation “Heartbeat – The Collection Vol. 1” che raccoglie alcune uscite di quell’anno insieme ad altre prese da etichette differenti come “Can We Live” dei Jestofunk, “I’m Standing” degli X-Static, “I’m A Real Sex Maniac” di Dick, “Can You Feel It” dei Reel 2 Real, “La Luna” di The Ethics e la mega hit dei 20 Fingers, “Short Dick Man”. Da rimarcare la presenza di “Let Me Be Your Fantasy” dei Baby D, un brano in circolazione sin dal 1992 ma che si afferma solo due anni più tardi e di cui la Media Records si aggiudica la licenza in Italia, pubblicandolo proprio su Heartbeat. La raccolta esce, come avviene di consueto ai tempi, su vinile, CD e cassetta e resta l’unica compilation edita dalla label del cuore.

heartbeat yatch (1995)

Heartbeat è anche lo yacht di Gianfranco Bortolotti (1995)

Il 1995 vede il consolidamento del brand attraverso un lavoro più consistente sia della produzione interna, sia sul fronte delle collaborazioni con l’estero. Heartbeat diventa il nome dello yacht personale di Bortolotti mentre Lauri e Braghieri sono iperattivi e sfornano senza sosta parecchi brani adoperando altrettanti nuovi alias di fantasia. Da Rosedub con “Turn The Volume High”, coi remix di Ivan Iacobucci e dello statuario Ralphi Rosario, ad Anita K con “Reach Me (At The Top)” e “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator prodotti insieme a Ricky Montanari, sino a Freelance Workers con “Give Me More” e Mothballs con “Instinct Of Self Preservation”, in cui riappare il nome di Steve Mantovani e fa capolino quello di Stefano Bernardelli alias Walter S. Escono anche “A Fire Tone” di Warisan Party e “Try Hard” di Househeads, rispettivamente prodotti da Marco ‘Polo’ Cecere e Stefano Fontana.

Il Paese principe della house, a metà anni Novanta, è il Regno Unito, dove la Media Records ha una filiale ed anche diversi studi di registrazione. Proprio sull’asse Italia-Gran Bretagna nasce “Housematic” che Lauri e Braghieri realizzano con un noto DJ d’oltremanica, Ashley Beedle, e che firmano come Father And The Professor. Il disco viene licenziato sia nel territorio inglese dalla Urban Hero, che rileva altri titoli dal catalogo – B.I.A.S., Night Communication, Anita K, Freelance Workers – e che a sua volta, come si vedrà più avanti, concede quello di The Voice Of Q, sia in quello statunitense dalla Smack Trax che commissiona dei remix a Major Healey e ad Eddie Perez. Un’altra sinergia viene stretta col DJ londinese Chris Coco, attivo nei warehouse party ai tempi dell’esplosione acid house alla fine degli anni Ottanta, e collaboratore di DJ Mag e BBC Radio 1. Insieme realizzano “(Yoo Hoo It’s) Picture Time” di Sounds Of Slackness, possibile parodia fonetica dei Sounds Of Blackness. Come anticipato prima, Heartbeat pubblica in Italia “I Can’t Have Him Now” di The Voice Of Q, tra i side project meno noti di Jon Pearn e Michael Gray alias Full Intention, ed offre una corposa serie di remix di “Oye Como Va”, il classico di Tito Puente riportato al successo dal figlio Tito Puente Jr. insieme ai Latin Rhythm. Coinvolti nell’operazione che si concretizza attraverso tre 12″ sono Ricky Montanari, Claudio Coccoluto e Joey Musaphia, oltre naturalmente ai soliti Lauri e Braghieri. Visti i buoni riscontri, Heartbeat licenzia anche “Everybody Salsa” di Tito Puente Jr. & The Latin Rhythm che tra i remix annovera la versione del newyorkese Frankie Bones. In quel momento la vocazione internazionale della label si fa viva e l’attenzione è rivolta a diversi artisti americani tra cui Spencer Kincy alias Gemini, da Chicago, che per Heartbeat incide pezzi come “Life With A Track”, “Shadows” e “Life With Music”, e Glenn Underground, pure lui dalla “città del vento”, con un mash-up/remix tra “I Feel Love” di Donna Summer e “Chase” di Giorgio Moroder. Arrivano da New York invece Roc & Kato, ovvero i DJ Ramon ‘Roc’ Checo e Juan ‘Kato’ Lemus che ad Heartbeat destinano “Heart – Throb (Get On Up)”, affidata alle sapienti mani di Claudio ‘Cocodance’ Coccoluto che realizza la Sound Of Naples Dub. Il duo della Grande Mela remixa la citata “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator e troverà fortuna anche nel mainstream italiano col remix di “Alright” firmato da Mario ‘Get Far’ Fargetta e pubblicato dalla Reform del gruppo Discomagic nell’autunno del 1995. Appare poi una single sided su cui trovano spazio due brani, “Burnin'” e “Saturday Nite Reprise”, presi in licenza dalla RMI Records di New York ed edificati su noti sample funk/disco del passato. A firmarli come Another Saturday Nite è Isaac ‘Ize 1’ Santiago. L’affiatata coppia Cittadini-Braghieri produce anche “Good Enough” di B.B. Feat. Angie Brown, remixata su due dischi da un grosso parterre che include i menzionati Ray Roc (dei Roc & Kato) e Spencer Kincy, Fire Island (Terry Farley e Pete Heller, noti anche come Roach Motel ed Heller & Farley Project) e A Man Called Adam. Il disco intriga anche l’estero, entra nelle grazie di Satoshi Tomiie e viene ripubblicato in territorio britannico dalla S3 del gruppo Dance Pool. Calandosi nuovamente nei panni di DJ Professor, Lauri e Braghieri approntano due dub di “Tell Me The Way”, la hit estiva dei Cappella. Altrettante versioni vengono curate da Ricky Montanari.

Il 1996 vede in Italia l’affermazione commerciale della musica progressive, “la sorellina della techno” come la definisce Mauro Picotto in un’intervista del novembre di quell’anno. Per l’occasione la Media Records riabilita un’etichetta nata nel 1992 ma limitata a pochissime pubblicazioni poco note, la BXR a cui aggiunge per qualche tempo il payoff Noise Maker. La house è parzialmente messa in disparte dal mercato nostrano e l’andamento della Heartbeat lo testimonia. Mantenendo comunque un regime operativo di un’uscita al mese, la label ospita nuovamente Gemini (che nel contempo approda su etichette del calibro di Planet E, Cajual Records e Peacefrog Records) con “An Eclipse” e ripropone “Reach Me (At The Top)” di Anita K con nuovi remix tra cui quello degli Uno Clio. Sul versante licenze esce “Brooklyn Beats” di Scotti Deep, fratello di Marc ‘MK’ Kinchen, quello lanciato dalla KMS di Kevin Sauderson e passato alla storia per aver portato al successo, col suo remix, “Push The Feeling On” dei Nightcrawlers. A dare manforte arrivano pure nuovi artisti italiani: Adrian Morrison, dalla consolle del veronese Alter Ego, propone “How To Love” col remix annesso di Crispin J. Glover, Franco Moiraghi, che ai tempi spopola con la moroderiana “Feel My Body”, incide “Gitano” ma firmandolo Frankie Jay, mentre il compianto Alex Martini realizza “My Heart”. Nel frattempo Luca Lauri, come DJ ProfXor – prima e non ultima variazione americanizzata di Professor – coverizza “Walkin’ On Music” della Peter Jacques Band che così diventa “Walkin’ On Up” e guadagna diverse licenze all’estero, MCA Records inclusa. La Media Records lo pubblica anche su Signal, etichetta che in quel periodo ritrova lo smalto grazie alle fortunate hit degli N-Trance, in particolare la tripletta “Stayin’ Alive”, “Electronic Pleasure” e “Da Ya Think I’m Sexy?”, rilevate dalla britannica AATW. Annunciata in Italia ma poi destinata al solo mercato estero è “Stronger” di Ann-Marie Smith remixata da Joey Musaphia e dagli M Dubs. Il 12″ esce su Nukleuz, etichetta guidata da Peter Pritchard e sussidiaria della branch britannica del gruppo Media Records. Nell’autunno del 1996 l’immagine di Heartbeat viene rinnovata. Il cuore resta, seppur ristilizzato, ma viene mandato in soffitta il payoff “The Global House” rimpiazzato da “The Underground Label” e “The Real House”. A subire un restyling è anche il brand DJ Professor contratto e sintetizzato ulteriormente in X-Or per “In Search Of…E.P.” in cui c’è “Get Down”, licenziato come singolo dall’olandese Aspro di Eddy De Clercq. Col nuovo logo esce “The Spirit” di Intergrated Society (alias Johan Strandkvist), un disco garage pubblicato inizialmente dalla Sweat e remixato da Ricky Montanari. La novità più importante però riguarda il nuovo A&R che prende le redini della Heartbeat, il DJ Mario Scalambrin, resident al Kama Kama di Capezzano Pianore (Camaiore, Lucca). Prima incide il funkeggiante “Body 2 Body” e poi remixa “Baby, I’m Yours” riportando al successo un nome storico della Media Records che ai tempi rischia seriamente di finire nel dimenticatoio, 49ers, nonostante i gloriosi trascorsi tra cui si ricordano i remix di “The Message” messi a punto dai Masters At Work nel ’92. Il 12″, scandito dalla potente voce di Ann-Marie Smith, esce a dicembre e si impone, anche all’estero, nei primi mesi del ’97 vendendo quasi 50.000 copie.

La testimonianza di Massimo ‘Paramour’ Braghieri

Quando e come arrivi alla Media Records?
Giunsi alla label di Roncadelle nel 1994. Preparai un provino con un amico DJ, Marco Giolo, e andammo lì con l’intento di farlo sentire e magari riuscire a pubblicarlo. Il verdetto purtroppo fu negativo ma Bortolotti chiese ragguagli su chi avesse suonato le tastiere in quella traccia. Era opera mia e a quel punto mi propose di lavorare per loro, visto che cercavano nuovi musicisti. Le condizioni erano davvero buone ed accettai. Dopo qualche mese riuscii a far assumere anche Marco. Il mio primo intervento in assoluto in Media Records fu per un remix di “Whatta Man” delle Salt ‘N’ Pepa, pagato ma mai pubblicato, cosa che allora avveniva abbastanza spesso con le major. Poi giunse “Rockin’ Me” di DJ Professor, “Express Your Freedom” di Anticappella, “Living In The Sunshine” di Club House, “Keep It Up di Sharada House Gang Feat. Zeitia Massiah, “Move It Up” dei Cappella e tutto il resto. Piccola curiosità: quel demo rifiutato dalla Media Records venne pubblicato da un’altra etichetta bresciana, la Wicked Rhythm del gruppo DJ Movement: trattasi di “Celebrate” di Jay Sex.

In che modo invece ti ritrovasti a lavorare per la Heartbeat?
Ai tempi ero praticamente l’unico musicista degli otto studi della Media Records a possedere un background musicale alquanto insolito. Mi ero appena diplomato al Conservatorio in organo e composizione ma ascoltavo tanta musica elettronica ed avevo una forte passione per new wave ed industrial. Per queste ragioni dopo i primi mesi, Luca (Lauri) pensò che avremmo potuto fare grandi cose in Heartbeat, senza però abbandonare completamente le produzioni destinate alle etichette pop della Media Records.

In quel periodo le caratteristiche stilistiche di Heartbeat si evolvono toccando sonorità più “dure” e lasciando da parte la deep house delle prime uscite. Avevate dei riferimenti a cui vi ispiravate?
Sì, assolutamente. In studio ascoltavamo centinaia di dischi, soprattutto durante le prime ore della mattina. Io e Luca nutrivamo una forte ammirazione per Johnny Vicious e David Morales, ma alla fine sentivamo davvero di tutto, dall’acid house alla techno, quindi fu anche per questa ragione che il sound di Heartbeat cambiò.

massimo braghieri e ricky montanari (1994)

Massimo “Paramour” Braghieri e Ricky Montanari in studio (1995)

Dal 1994 al 1996 il tuo nome ricorre in modo praticamente continuo su ogni uscita Heartbeat. C’è un progetto, tra i tanti, che ricordi con maggior piacere?
Le idee arrivavano sempre in modo diverso, ascoltando vecchi dischi di generi lontani dalla house, come world music o bossanova, e talvolta attraverso fonti non propriamente musicali come ad esempio una musicassetta su cui vi era inciso un corso di yoga che campionammo ed usammo per “Ohm” di Shafty. Un simpatico aneddoto è legato a “Reach Me (At The Top)” di Anita K: mentre ero con Ricky Montanari intento ad incidere delle parti per un altro disco, ci portarono un DAT da uno studio adiacente contenente decine di frasi melodiche registrate senza alcun ordine. Bortolotti disse che erano scarti e quindi eravamo liberi di sperimentare usando ciò che ci piaceva ed incuriosiva di più. Provai a campionare ogni singola frase per poi piazzarla sui diversi tasti della tastiera e giocare un po’ (allora non esisteva ancora la possibilità di registrare audio direttamente sul computer). In meno di due ore riuscimmo a costruire qualcosa che avesse un senso strutturale e devo ammettere che fu abbastanza divertente. L’arrangiamento nacque facilmente e in modo spontaneo, improvvisando degli accordi al pianoforte. Finimmo il pezzo in giornata ed ancora oggi mi meraviglio per i feedback incredibili che ricevemmo dopo la pubblicazione.

laura martini (fidanzata di bacci), bacci e braghieri, 1994

Fabio Nicola Bonassi alias Bacci (al centro) e Massimo “Paramour” Braghieri in una foto del 1994. Bonassi diventa A&R della Heartbeat tra 1995 e 1996. A sinistra Laura Martini, ai tempi fidanzata dello stesso Bonassi

A partire dal 1995 Heartbeat cerca nuovi lidi a cui attraccare, in primis il Regno Unito che allora è una cartina tornasole per la house. C’era un preciso progetto in cantiere, ossia inanellare una rete di contatti internazionali?
Le collaborazioni con artisti come Ashley Beedle, Fire Island, Spencer Kincy e Roc & Kato furono il frutto di una brillante idea di Fabio Nicola Bonassi alias Bacci, che tra 1995 e 1996 divenne l’A&R della Heartbeat (e che in seguito cura per il magazine DiscoiD la rubrica “Style” e si occupa di “Underground Nation” su Tele+, nda). Ogni volta che un DJ/produttore internazionale veniva in Italia per un tour o qualche serata, gli veniva offerto di trascorrere un giorno in studio con me. Furono anni incredibili, non capita mica tutti i giorni di poter collaborare con artisti del genere, per giunta senza neanche uscire dal proprio studio. L’esperienza più interessante la feci con Spencer Kincy alias Gemini: aveva un modo unico di creare e comporre, non avevo mai visto fare quelle cose a nessun’altro. Registrava decine di parti diverse, ognuna su un canale del mixer, per poi ideare la stesura totalmente live, aprendo e chiudendo i canali ed attivando effetti in maniera estemporanea. Alla fine la struttura del brano risultava particolarmente spontanea ed imprevedibile.

Quanto vendeva, mediamente, ogni uscita Heartbeat del biennio ’94-’96?
Non ricordo tanto i numeri, era una cosa che non mi riguardava ed inoltre vendere dischi non era una priorità in Heartbeat. Il nostro scopo primario era riuscire ad ottenere recensioni positive sui magazine di spessore ed entrare nei flight case dei DJ che ritenevamo “cool”. Comunque, per sommi capi, ogni 12″ vendeva all’incirca dalle 1500 alle 3000 copie, se la memoria non mi inganna.

ritaglio di giornale (braghieri, ralphi rosario, luca lauri) 1994

Un ritaglio di giornale del 1994

Quando e perché lasciasti la Media Records?
Mollai a fine ’96. Bacci mi propose di lavorare con lui come freelance, lasciando la Media Records ed aprire uno studio a Londra. La cosa era troppo eccitante per non essere presa in considerazione. Tuttavia mi dispiacque molto andarmene ma avevo bisogno di stimoli musicali diversi e Londra sarebbe stata, senza dubbio, la città perfetta. Quindi divenni socio di Fabio e collaborammo sino al 2002, anno in cui purtroppo è venuto a mancare per un tumore al cervello.

Hai continuato a seguire la Heartbeat nel corso degli anni?
No, affatto. Smisi quando la lasciai, in modo definitivo, e vivendo nel Regno Unito non ebbi modo di ascoltare le nuove uscite con regolarità, salvo in casi rari.

Ci sono brani/remix prodotti ai tempi e mai pubblicati?
Ricordo almeno un paio di tracce registrate con Angie Brown che non vennero mai pubblicate, ma erano ad uno stadio ancora embrionale. Esistono inoltre due brani realizzati con Gemini che prima o poi vorrei far uscire perché suonano ancora attuali. Sul fronte remix invece, c’è una marea di roba che feci ma che non venne scelta. In genere in Media Records si preparavano tre o quattro remix per ogni brano e poi veniva selezionato il migliore da destinare alla stampa, tranne in alcuni casi in cui se ne pubblicavano di più.

1997-1999, nuovo logo, nuovi obiettivi
Nel primo semestre del 1997 il fenomeno generalista della progressive si esaurisce. La BXR, che cavalca il trend e personalizza il filone in mediterranean progressive, abbandonerà quelle formule puntando al combo techno trance che, dal 1998 in poi, chiama supertechno. La house torna quindi a farsi sentire e il momento è propizio per rilanciare Heartbeat, aggiornata da pochissimi mesi nell’aspetto grafico. Il successo di “Baby, I’m Yours” dei 49ers funge da traino ed aiuta il riposizionamento del brand dopo un’annata non troppo esaltante. L’uomo-chiave del ’97 è senza dubbio Mario Scalambrin, artefice della Van S Hard Mix di “Baby, I’m Yours” dei 49ers (a cui si aggiunge la Van S Hard Mix 2 incisa su un 12″ single sided), e scelto come nuovo A&R da Gianfranco Bortolotti. È proprio Scalambrin a realizzare “Wake Up” di Satori, versione house/garage di “Wake Up Everybody” di Harold Melvin And The Blue Notes. Ad aiutarlo nel ricostruire le giuste tessiture funk/soul sono vari musicisti, Luca Campaner alla chitarra, Stefano Olivato al basso e Gabriele Castellani alle percussioni. Il resto lo fanno Roberto Guiotto, Sandy Dian e naturalmente le voci di Satori ed Emanuel (in background). Purtroppo gli sforzi non sono ripagati in termini di visibilità. Chiari rimandi funk si ritrovano anche in “4 Illuminations EP” di DJ Professor ormai diventato X-OR, al cui interno si ritrova la citata “Walkin’ On Up”. Scalambrin mixa inoltre i brani della “Heartbeat Compilation” finita sulla RTI Music di Silvio Berlusconi e che in tracklist conta, tra gli altri, sulla presenza di Funky Green Dogs, Gisele Jackson, Gusto, Raven Maize e Tony Humphries. Il DJ viene prevedibilmente scelto per produrre il nuovo singolo dei 49ers, “I Got It”, incapace però di eguagliare i risultati del precedente nonostante gli ottimi spunti, specialmente nella Miracle Mix. Scalambrin e Bortolotti si consolano comunque con gli ottimi riscontri ottenuti in estate da “Gipsy Boy” di Sharada House Gang, edita su GFB e di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui. Un paio di licenze (“What Is Your Problem?” degli Afrowax e “Can You Feel It” di Highlight, una sorta di mashup tra “Plastic Dreams” di Jaydee e “I Got The Feeling” delle Two Tons O’ Fun – già abilmente ripresa dagli FPI Project in “Feel It” – condito da un sample probabilmente estrapolato da “Something About The Music” di Wigan Express) ed altrettanti dischi prodotti a Roncadelle (“As Yet Untitled” di D.D.T. e “Jeopardy” di Aria, cover rispettivamente degli omonimi di Terence Trent D’Arby e Greg Kihn Band) completano l’annata, senza dimenticare “Wait A Minute” di Abduction, un brano house/funk imperniato su un sample tratto da “The Magnificent Seven” dei Clash, che Scalambrin realizza con due colleghi DJ della Media Records ai tempi legati alla musica progressive trance/techno, Mario Più e Mauro Picotto.

Nel 1998 le cose cambiano. Scalambrin lascia la Media Records a causa di alcune divergenze ma non prima di aver pubblicato “Only 4 DJs” di Love Groove, in coppia con Guiotto, che segue la tendenza esplosa quell’anno, il cosiddetto french touch. I due realizzano anche una versione di “Let The Sunshine In” dei 49ers, cover dell’omonimo dei Fifth Dimension, e “Raindrops”, ultimo singolo che il DJ del Kama Kama incide per Heartbeat/Media Records. Ideale follow-up di “Wake Up” ed interpretato ancora da Satori, il brano ha un forte potenziale ma non sortisce grandi risultati. Va un po’ meglio invece a “Big Bug”, un maxi-frullato tra i vocal di “Sock It 2 Me” di Missy Elliott Feat. Da Brat, la ritmica di “Lady Bug” dei Bumblebee Unlimited e il riff di “New Year’s Day” degli U2. A firmarlo sono i Flowers’ Deejays, team in cui oltre a Scalambrin e Guiotto figura Gigi D’Agostino, che in quei mesi abbandona le stesure strumentali della mediterranean progressive a favore di costrutti italodance. Rimasta sguarnita di un A&R, Heartbeat prosegue comunque il suo cammino con alcuni dei produttori e musicisti interni della label bresciana. Mauro Picotto e Paolo Sandrini compongono “I Wanna Know” giocando con un sample di “I Got My Mind Made Up” degli Instant Funk. Per l’occasione si firmano Shibuya, nome riutilizzato un paio di anni più tardi sia per una discoteca polifunzionale a Rezzato ideata da Bortolotti, che all’interno annovera un ristorante giapponese con due cuochi nipponici, sia per una nuova etichetta, la Shibuya Records, su cui trovano spazio, tra gli altri, brani di Bob Sinclar e Celeda. Insieme a Raf Marchesini invece Guiotto crea Blue Connection con “Touch The Sky” e riporta in vita Anita K col brano “Love Affair”. Una delle versioni è curata da Babayaga, DJ originaria del biellese diventata nota nei primi anni Novanta attraverso l’after hour Syncopate. È lei a produrre, in coppia con Steven Zucchini, “I Need Your Pain” di Sound System.
Il suono di Heartbeat ormai appare radicalmente diverso e lontano da quello degli inizi. L’italo (deep) house lascia il posto ad una formula dichiaratamente più commerciale, sia nelle costruzioni ritmiche che nella scelta dei suoni, come testimonia “So Nice”, sfortunato singolo dei Club House prodotto da Picotto ed Andrea Remondini. Più intriganti risultano le (quattro) licenze edite quell’anno, “Move On Up” dei Trickster, coi remix dei Lisa Marie Experience, Z Factor alias Joey Negro e The Footclub, “Open The Door” dell’elvetico Djaimin (noto per “Give You”, “Fever” e soprattutto “Hindu Lover” di cui abbiamo parlato qui), “We Are Love” di DJ Eric (col sample di “I Can’t Go For That (No Can Do)” di Daryl Hall & John Oates – lo stesso usato dai Simply Red in “Sunrise” nel 2003) ed infine “EQ” di Sheila Brody, un brano tratto dal catalogo Kult Records ed interpretato dalla cantante statunitense che nel ’98 rimpiazza Taborah Adams nel progetto Blackwood.

Nel 1999 la Media Records, ribattezzatasi già da un paio di anni “la casa discografica dei deejays”, raccoglie nuovamente successo internazionale. Ciò avviene grazie ad artisti come Mario Più, che si afferma nel Regno Unito con “Communication (Somebody Answer The Phone)”, Mauro Picotto, che trionfa in Germania con “Lizard” ed “Iguana” (e a cui seguirà “Komodo” nel 2000), e Gigi D’Agostino, che spopola ovunque, Stati Uniti inclusi, con l’album “L’Amour Toujours”. Pochi mesi prima Bortolotti, dopo il fallimento della napoletana Flying Records, rileva i diritti del marchio UMM e lo rilancia discograficamente attraverso “Proud Mary” degli Abduction, costruito sul sample del brano omonimo dei Creedence Clearwater Revival scritto da John Fogerty. In questo quadro di iperattività Heartbeat viene messa in disparte. Sono poche infatti le uscite del ’99, passate praticamente inosservate, come “Winner” di Gius T, che Zucchini, Pucci, Marchesini e Picotto compongono ispirandosi ad “Exalt – Exalt” di Azoto, “Donna Donna” di Ann-Marie Absolut e “1,2,3,4, Gimme Some More” di La Rouge Un Peu Mèchée, cover degli omonimi dei Number One Ensemble e dei D.D. Sound. Heartbeat continua ad allontanarsi da quell’imprinting che la caratterizza in modo esemplare tra 1991 e 1992. Altri 12″ dai risultati commercialmente sfavorevoli e stilisticamente inclini ad una house ai confini con l’italodance sono “Get On” dei Full Experience, team composto da ben sei componenti, tra cui Andrea Belli di Radio 105 e il DJ bresciano Simone Pagliari, e “It’s So Easy” degli Uncle Sally, un progetto siculo di breve durata messo su da 2/3 dei Ti.Pi.Cal. (Daniele Tignino e Riccardo Piparo) e Domenico Nicosia. Piparo e Davide Miracolini firmano anche “Ever Try” di Double Impact, poggiandosi sul sample di un classico italodisco del 1983, “Lunatic” di Gazebo. Ispirata da un brano del passato, il tema principale del film “Charlie’s Angels” composto da Allyn Ferguson e Jack Elliott, è pure Karin De Ponti che per la sua “Charlie Is Back” scomoda altresì un loop ritmico di “The Bomb! (These Sounds Fall Into My Mind)” di The Bucketheads. Infine si fa risentire Babayaga, a cui pare venga temporaneamente affidata la direzione dell’etichetta ma mai in modo ufficiale, con “Hot Shudder”.

2000-2003, una lenta narcosi
Allo scoccare del nuovo millennio le priorità della Media Records restano legate alla BXR, etichetta che colleziona un’infinità di premi e riconoscimenti. Il folto gruppo di DJ capitanato da Mauro Picotto, A&R ed artista che va affermandosi su scala planetaria, continua ad espandersi ed annovera anche personaggi esteri come Marco Zaffarano e il compianto Tillmann Uhrmacher. Heartbeat perde ulteriormente terreno, rallentando la frequenza di pubblicazioni che nel 2000 sono appena un paio: “Latin Soul Thing” degli House 2 House, tratto dal catalogo Strictly Rhythm, e “Cada Vez”, la hit dei Negrocan presa in licenza dalla Swing City Records. Per l’occasione viene pubblicato un secondo 12″ con due remix made in Italy realizzati da Intrallazzi & Fratty e Gigi D’Agostino. Heartbeat diventa essenzialmente una label-piattaforma per ripubblicare in Italia brani provenienti dall’estero. Nel 2001, dopo ulteriori piccoli ritocchi grafici, tocca a “Be With You” dei Pound Boys, a “Partypeople” di James Cooper, ai remix di “I Know A Place” di Bob Marley & The Wailers, a “Tudo Que Voce Podia Ser” di Búzios e a “Shining Star” di AT, tutto materiale ricordato da pochi. Passa inosservato anche “Flashlight” di Hydraulic Funk Feat. Afrika Bambaataa, licenziato dalla storica Trax Records di Chicago. Unica nota italiana è rappresentata da “Show Me The Way” di Karin De Ponti, prodotto nel solco della pop house in voga quell’anno.

umm al concerto dei lunapop

La popolarità di UMM, acquisita dalla Media Records dopo il fallimento della Flying Records ed affiancata ad Heartbeat, cresce al punto da finire ad un concerto dei Lùnapop

Il 2002 inizia coi discreti risultati di “Supersonic” di Billyweb Featuring Chris Willis, l’ennesimo dei brani figli della massificazione post french touch (l’arcinoto sample è quello di “You And I” dei Delegation). Con “Stand Up (Viva La Noche)” degli sloveni Sound Attack e “When I Close My Eyes” di Búzios ci si avvicina persino ai confini latini. Ormai c’è scarsissima voglia di andare avanti, Heartbeat è a tutti gli effetti un’etichetta secondaria. Alberto Casella (quello dei B.A.R. Feat. Roxy di cui abbiamo parlato qui) e Fabio Maccario incidono, come Tooth-Paste, “Enjoy It” (con un campione vocale preso da “Moonraker” di Foremost Poets) e “Cikuta”. Entrambi trovano spazio su un 12″ intitolato “Vol. 1” ma a cui non c’è alcun seguito. Con “Dark Lady” Stefano Raffaini alias Furilla (che in quel periodo inizia ad incidere con frequenza su UMM) e Luca Liviero resuscitano uno dei marchi più vecchi della Media Records, Risen From The Rank, nel corso degli anni acronimizzato in R.F.T.R. ed inattivo sin dal lontano 1993. Ai tempi viene diramata la notizia relativa alla fusione delle tre etichette house gestite dal gruppo discografico di Bortolotti, Shibuya, UMM (marchio talmente noto da finire persino ad un concerto dei Lùnapop), ed Heartbeat che sarebbero confluite nel nuovo nome Shumm. A&R prescelto è il citato Casella che si occupa già di Shibuya, ma l’operazione non va in porto. Nel 2003 “It’s Crazy” di Dubbing (alias Alberto Casella) e “Crazy Paris (Paris Latino)” di Horny United, rivisitazione di “Paris Latino” di Bandolero, sono gli ultimi ad uscire su Heartbeat e a chiudere una storia durata dodici anni e poco più di cento pubblicazioni.

evoluzione del logo

Le variazioni grafiche del logo di Heartbeat, dal primo, realizzato da Ralf nel 1991, all’ultimo lanciato nel 2016

2016, il risveglio “liquido”
Nel 2004 Bortolotti abbandona il settore musicale dedicandosi all’attività di architetto ed interior designer. La Media Records resta attiva sotto la guida di Filippo Pardini ma pochi anni più tardi il catalogo editoriale viene venduto alla Warner Bros. mentre quello discografico alla tedesca ZYX che provvede a riversare gran parte dei titoli sui portali che vendono musica in formato digitale. Nel 2015 il ritorno di Bortolotti nel settore musicale segna il “risveglio” di alcune delle etichette più note raccolte sotto l’ombrello della Media Records tra cui Heartbeat, che riparte ufficialmente il 18 gennaio 2016. A dirigerla come A&R, questa volta, è Carlo Cavalli, da Crema, che in un’intervista rilasciata a Riccardo Sada ad aprile di quell’anno spiega che «Heartbeat deve catturare l’attenzione dell’ascoltatore e del consumatore musicale, stando sempre attenta alle nuove proposte di mercato e selezionando scrupolosamente le numerose demo che riceve quotidianamente. La house music si sta prendendo una bella rivincita sugli altri generi ed è in costante risalita, anno dopo anno». Il primo EP da lui scelto per inaugurare il nuovo corso è “Fck That Bass EP” di Dany Cohiba & Blush, composto da due brani che vengono solcati, insieme a “The Bells” di Luca Debonaire & Robert Feelgood e “Is This The Way” di Benny Camaro, su un poco fortunato 12″ intitolato “Heart House Vol. 1”. Cavalli va avanti selezionando, sia per club che mondo radiofonico come afferma nell’intervista sopracitata, house, tech house e tropical house sino al luglio 2017. Dopo ventitré uscite “liquide” Heartbeat (e la sublabel Heartbeat Black, varata nel 2016) si ferma nuovamente. Ora corre voce che il cuore possa battere di nuovo con un nuovo A&R, Mario Scalambrin, che tornerebbe a ricoprire tale ruolo poco dopo più di venti anni. (Giosuè Impellizzeri)

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The Fog – Been A Long Time (Miami Soul)

The Fog - Been A Long TimeMolti di quelli che producono house music nei primissimi anni Novanta hanno già maturato qualche esperienza in studio di registrazione. È il caso di Ralph Falcon, nato nel Bronx, a New York, ma cresciuto a Miami, in Florida, che approda al mondo della musica nel 1988, quando è poco più di un teenager, con “I Wanna Know” di Alé, un brano freestyle che ricorda “Let The Music Play” di Shannon del 1983 e che forse voleva cavalcare il successo di “Tell It To My Heart” di Taylor Dayne (1987) o “Conga!” dei Miami Sound Machine (1985). A pubblicarlo è una delle division della A&M Records, la Vendetta Records, che affida il lavoro di editing al compianto Chep Nuñez (proprio quello di “Do It Properly” dei 2 Puerto Ricans, A Blackman And A Dominican) e il remix ad un altro personaggio destinato ad entrare nella storia della house, Little Louie Vega.

«”I Wanna Know” fu il brano che diede avvio alla mia attività discografica» racconta oggi Falcon. «Ero ancora un adolescente e tutto quello che facevo e vedevo era completamente nuovo per me. Gli anni Ottanta furono strepitosi e la house nacque proprio in quel decennio. La house di allora era musica piuttosto grezza, realizzata perlopiù in scantinati, sottoscala o al massimo in piccoli studi e ciò rappresentò la grande “frattura” rispetto alla dance music tradizionale degli anni precedenti, che invece richiedeva enormi budget economici ed elaborate fasi produttive. Nonostante la sua spiccata semplicità però, la house dei primordi rappresentò un sound avvincente e futuristico». Per Falcon la strada da seguire è proprio quella della house e nel 1990 mette su, con Aldo Hernandez, co-produttore del disco di Alé, il progetto Mission Control che con “Outta Limits”, pare diventato un inno allo Shelter di New York, riesce a conquistare il supporto della Atlantic grazie all’A&R di allora, Jerome Sydenham, che lo ristampa nel ’92. La versione principale, non a caso, si chiama Shelter Mix. Inizialmente il brano esce sulla Deep South Recordings, nata nel 1989 e pare finanziata dal padre dello stesso Hernandez, Diego Araceli. Attraverso quella piccola piattaforma indipendente i due mettono sul mercato vari brani che finiscono con l’incuriosire la britannica Warp che nel ’92 raggruppa quattro tracce nell’EP “Miami”.

La locandina del film

La locandina del film di John Carpenter del 1980 da cui Ralph Falcon trae il nome per il suo progetto

Alla fine di quell’anno per Falcon è tempo di una nuova avventura: con Frank Gonzalez, un altro produttore che bazzica il mondo della musica dal 1986 circa, fonda la Miami Soul inaugurata con la sua “Every Now And Then”. Segue un secondo 12″ che caratterizza in modo sensibile la carriera del DJ, “Been A Long Time” firmato con lo pseudonimo The Fog. Alcuni elementi rimandano alla citata “Outta Limits” ma qui la voce campionata da “Turn On, Tune In, Drop Out”, il monologo di Timothy Leary, viene sostituita da quella della cantante Dorothy Mann che fa la differenza su inarrestabili sequenze ritmiche. «Era un periodo in cui producevo molta musica, niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Avevo un mucchio di tracce pronte e creai la Miami Soul proprio con l’intento di dare libero sfogo a quell’energia. Chiaramente non potevo firmarle tutte col mio nome, avrei finito con l’inflazionarlo, e quindi inventai nuovi pseudonimi tra cui The Fog, ispirato da un vecchio film horror (“The Fog” del 1980, diretto da John Carpenter, nda) in cui la nebbia inghiottiva le proprie vittime. Per realizzare “Been A Long Time” usai il campionatore Roland S-50 con cui elaborai i vocal di Dorothy Mann sulla traccia strumentale. Per le ritmiche invece usai una drum machine E-mu SP 1200. Feci tutto in pochi giorni, registrando il brano presso gli HN Studios a Hialeah, in Florida».

Gli strumenti

I due strumenti usati da Ralph Falcon per “Been A Long Time”: sopra il campionatore Roland S-50, sotto la drum machine E-mu SP 1200

Da essere un pezzo essenzialmente usato dai DJ, quello di The Fog si trasforma nell’arco di pochi mesi in qualcosa di ben diverso. Così anche Ralph Falcon passa dalle tenebre rotte dai lampi di strobo delle discoteche specializzate alle accecanti luci delle classifiche di vendita generaliste. “Been A Long Time” viene licenziato in molti Paesi europei tra cui l’Italia dove a spuntarla è la Time Records di Giacomo Maiolini che lo pubblica su Downtown, proprio nello stesso periodo in cui si aggiudica altri due inni che seguono un iter analogo, “Problem No. 13” di Johnny Dangerous e “Plastic Dreams” di Jaydee di cui abbiamo parlato rispettivamente qui e qui. Downtown inoltre commissiona vari remix di “Been A Long Time” (Unity 3, Claudio Coccoluto, Mr. Marvin, Disco Mix Crew) finiti su un doppio mix, a suggellare il successo.

La licenza su Downtown

Il brano di The Fog pubblicato in Italia dalla Downtown (gruppo Time Records)

«Quello di The Fog fu un risultato strepitoso. Solo con la pubblicazione su Miami Soul vendemmo circa venticinquemila copie ma con l’interesse di svariate case discografiche sparse per il globo, inclusa la Columbia (che affida nuove versioni del brano ad altri due italiani, Davide Ruberto e Gio Brembilla che allora si fanno chiamare Trance Form, nda) il totale crebbe ulteriormente di molte altre migliaia di copie. Il supporto dell’Italia fu determinante e ricordo con molto piacere tutte le interazioni che nel corso degli anni si sono succedute con grandi talenti dell’epoca. Ho apprezzato inoltre le tante versioni remix che diedero a “Been A Long Time” una maggiore esposizione, allungandone la vita. Pensare all’Italia mi riporta alla memoria brani bellissimi diventati ormai dei classici che adoro ancora oggi, come ad esempio “Alone” di Don Carlos (a cui abbiamo dedicato un articolo qui) e “Calypso Of House” dei Key Tronics Ensemble».

“Been A Long Time” è un successo dalle dimensioni importanti, non colossali ma senza dubbio ben diverse rispetto a quelle che un’etichetta come la Miami Soul ed un artista come Ralph Falcon possono generare ai tempi. Nonostante ciò l’autore non si mostra affatto interessato a sfruttare quel momento dorato innescando i classici “giochi” della discografia mainstream ed infatti non realizzerà mai un follow-up, archiviando il progetto The Fog e riducendolo all’effetto one shot. A tal proposito chiarisce: «l’idea era quella di produrre musica senza badare troppo alle reazioni del mercato, e a me inoltre piaceva più l’idea di creare un alone di mistero piuttosto che un progetto dinastico. In tutto ciò il nome era un elemento secondario, non pensai mai a fare un nuovo The Fog. Tuttavia nel 1994 collaborai ancora con Dorothy Mann per “That Sound” che firmai, sempre su Miami Soul, col mio nome anagrafico ma questo avvenne perché amavo la sua voce e non per capitalizzare la popolarità ottenuta nei mesi precedenti. Infatti non ho mai considerato “That Sound” il follow-up di “Been A Long Time”, seppur tra i due qualcuno possa vedere qualche analogia. Purtroppo la prematura scomparsa di Dorothy ha impedito che la nostra sinergia andasse avanti ma in studio conservo ancora alcuni suoi vocal mai usati che potrei utilizzare per un brano in futuro».

Ralph Falcon si è meritatamente conquistato lo spazio negli anni Novanta anche per l’attività incessante condivisa con l’amico d’infanzia Oscar Gaetan col quale crea il duo Murk e l’etichetta omonima. Centinaia i remix che realizzano, pure per popstar come Madonna, Pet Shop Boys, Donna Summer, Spice Girls, RuPaul, Dannii Minogue, Röyksopp, Jennifer Lopez, Yoko Ono, Moby, Depeche Mode, Moloko, Seal ed East 17, e in quella moltitudine si rinviene anche qualcosa su cui sventola il tricolore italiano (“Tumbe” di Tito Valdez alias Cesare Collina, “Give You Myself” di Sima, “You Are My Everything” degli East Side Beat, “Tight Up” dei 50%, “Can We Live” dei Jestofunk, “Say Yes” di Bini & Martini). Sempre loro gli artefici di Funky Green Dogs che con “Fired Up!” del 1996, cantato da Pamela Williams e spalleggiato dalla Twisted America, conquistano l’airplay radiofonico segnando uno dei picchi massimi raggiunti dalla house music, sia in termini creativi che di popolarità.

Non paghi del successo, nel 2002 incidono come Oscar G & Ralph Falcon, ancora per la Twisted America, “Dark Beat” che li consacra anche nella generazione del nuovo millennio. «Spero di poter assistere ad un “rinascimento” della house prima di passare a miglior vita» dice Falcon. «Apprezzo l’attuale nostalgia provata per tutti i classici prodotti negli anni Novanta ma il mio desiderio è sentire musica nuova che possa separare in modo netto le varie ere che si sono succedute. Per me è importante guardare avanti e credo che, da artista, sia fondamentale offrire al proprio pubblico un’idea fondata sul futuro e su ciò che questo possa portare. Giudico positivamente il fatto che il DJing sia esploso come non mai, tale affermazione sociale ha dato “validità” a tutto il duro lavoro svolto da chi faceva questa professione nei decenni passati oltre ad aprire le porte ad artisti che, in un’altra epoca, non sarebbero stati in grado di esprimersi. Però nel contempo questo sistema apre le porte anche ad un mucchio di persone che fanno solo finta di essere dei DJ e sfruttano la cultura dietro questa professione per vanità personale e profitto economico. Ecco, ritengo che queste cose stiano seriamente mettendo in pericolo la scena dance e la sua credibilità». (Giosuè Impellizzeri)

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Bruno Bolla, DJ dal vibe eclettico

Bruno BollaBruno Bolla vanta un ampio bagaglio culturale che attinge da un nugolo di generi musicali agli antipodi del mainstream. La sua prima passione è quella per il cosiddetto “afro”, un intricato filone-contenitore di materiale trasversale determinante per gli orientamenti stilistici futuri. Negli anni Novanta infatti si lascia conquistare dall’acid jazz che, analogamente a quanto avvenuto con l’afro, è simile ad un groviglio multisfaccettato di generi che collega il mondo degli strumenti acustici con quello degli elettronici. Tra i suoi interessi c’è anche la house, che interseca ecletticamente con disco, funk e soul. Attivo pure in ambito discografico ma prediligendo più intenti compilativi che produttivi, Bolla è oggi uno dei veterani italiani della consolle, con una passione quarantennale alle spalle che continua ad animarlo senza sosta.

Nell’intervista rilasciata qualche tempo fa ad Emanuele Treppiedi per Zero, racconti di aver frequentato i primi negozi di dischi d’importazione in Italia, come Goody Music di Jacques Fred Petrus o Il Bazaar di Pippo di Pippo Landro, ai quali abbiamo dedicato ampio spazio in Decadance Extra. Cosa significava, quarant’anni fa, comprare musica che conoscevano in pochi?
Alla fine degli anni Settanta i negozi in cui acquistare musica specializzata erano una marea. Ce n’erano moltissimi non legati alla dance music, dove trovavo jazz, funk, fusion, afro, brazil, new wave ed elettronica in genere. In realtà molti di questi erano librerie in cui vi era un reparto appositamente dedicato ai dischi. Se ripenso a cosa ho comprato in quei posti, peraltro a prezzi bassissimi, mi vengono i brividi! Adesso molti di quei dischi sono introvabili o disponibili, su internet, a prezzi incredibilmente alti. Nei primi anni Ottanta però, seppur i negozi fossero tantissimi, a suonare quelle cose a Milano eravamo davvero quattro gatti. Io compravo ovunque, da Pacha a Supporti Fonografici, da Mariposa a Tape Art, da Buscemi a Bonaparte Dischi passando per Stradivarius, Messaggerie Musicali, Iperdue in zona Brera e i magazzini sparsi in zona Mecenate dove era quasi impossibile accedere per un privato, senza dimenticare i minuscoli negozietti sparsi per la città con un ben di Dio incredibile.

Chi, come te, voleva intraprendere la carriera da DJ, era messo di fronte al bivio di scegliere se passare le musiche da hit parade o dedicarsi a cose più ricercate e quindi difficilmente proponibili al grande pubblico? Tale scelta implicava anche delle conseguenze a livello lavorativo?
In quegli anni, pur facendo il DJ ancora a livello hobbistico, desideravo prendere le distanze dai generi musicali mainstream che andavano per la maggiore a Milano. La musica commerciale più in voga era la disco, quella in stile Claudio Cecchetto che comunque era un “signor DJ”, tra i pochi che stimavo veramente in quel periodo in città. Io però stavo crescendo con altri gusti puntando ad un genere che non era popolarissimo nei club milanesi ma che palpitava nei cuori di molti “alternativi” e vantava migliaia di seguaci disposti a spostarsi persino in altre regioni, come il Veneto o l’Emilia Romagna, pur di seguirlo. Mi riferisco al filone “afro” nato in club come la Baia Degli Angeli, meno facile ed immediato rispetto alla disco proposta dai DJ importanti di Milano come Tony Carrasco, il menzionato Cecchetto o Moreno della discoteca Astrolabio (quest’ultimo, a mio avviso, una spanna sopra tutti), che erano la risposta italiana a David Mancuso, Nicky Siano o Larry Levan, e posso garantire che fossero tecnicamente persino migliori rispetto ai colleghi d’oltreoceano. Per il genere che piaceva a me però i modelli erano Moz-Art, Beppe Loda, Daniele Baldelli, TBC ed altri contraddistinti da scelte musicali coraggiose, cura nella selezione ed una certa apertura verso tutto quello che era meno scontato e scarsamente appetibile per il mondo radiofonico. Non certamente a caso questi DJ sono tuttora in attività e molti di loro stanno vivendo una seconda giovinezza, con un giusto tributo anche all’estero perché in quel periodo erano ben pochi i DJ in Europa a proporre musica simile. Nel Regno Unito, ad esempio, i DJ passavano bella musica ma il mixaggio non apparteneva alla loro cultura, davano priorità alla selezione più che alla tecnica. Io seguivo quindi gli input dei miei riferimenti ma avevo già una personalità e cercavo di metterci del mio. A causa della poca popolarità del genere però non fu facile approdare a consolle importanti e a livello lavorativo si faceva una grande fatica. C’era qualche party privato o serate tematiche nei circoli, che non erano molti e spesso legati troppo a livello politico. In linea di massima non si dedicava tempo ed attenzione al divertimento e al disimpegno. La discoteca poi non era ben vista, almeno tra le mie conoscenze. Io ero fortunato, mi capitava di finire dentro il locale trendy per qualche festa a tema organizzata da qualcuno che prediligeva i suoni strani ed affascinanti, e a tal proposito ricordo un bellissimo party dedicato ai fumetti che sonorizzai con musica afro/elettronica nel 1984. Il club si chiamava Primadonna e si trovava nei pressi di Via Monte Napoleone. Fu una festa fantastica, la gente ballava tutto ciò che mettevo e a Milano mi sembrò davvero un miracolo.

Bruno Bolla (1987)

Bruno Bolla in una foto risalente al 1987

Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta l’arrivo di strumenti elettronici dal costo contenuto, in primis quelli della Roland, decretano la nascita di nuovi generi come new wave e synth pop che offuscano la popolarità del funk, del soul e specialmente della disco. Da appassionato proprio di questi generi, come vivesti quella fase?
Vissi quel periodo con poca sofferenza perché curiosità ed eclettismo mi avevano già portato a mischiare quei filoni. Alcune cose synth pop, ad esempio, si sovrapponevano bene ai suoni disco funk. Comunque iniziai a comprare molta meno disco, ma seppur si stessero manifestando i primi segni di stanchezza, artisti provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna continuarono a partorire grandi cose, lasciando emergere le prime contaminazioni.

Nel corso degli anni non hai mai fatto mistero della tua stima e devozione per il cosiddetto movimento “afro”, nato e sviluppato in locali come Baia degli Angeli, Cosmic, Ciak, Typhoon o Melody Mecca. Secondo te quelle sovrapposizioni stilistiche effettuate con maestria da DJ preparati tanto in tecnica quanto in cultura e background, sono state storicamente impattanti come house e techno? L’impressione è che sulla mappa mondiale della dance music culture, l’afro, inteso sia come stile che come attitudine, non sia finito forse proprio per la scarsa considerazione degli italiani.
Come hai giustamente detto, il cosiddetto “afro” era più un’attitudine che un genere, un po’ come avvenne per l’acid jazz negli anni Novanta. Effettivamente quello che si vedeva nei club italiani di allora non esisteva in molti locali europei. Eravamo avanti ma non siamo stati capaci di capitalizzare le nostre stesse intuizioni e questo, per noi italiani, purtroppo è un classico. La risposta a quanto mi chiedi l’abbiamo davanti agli occhi: i giovani adesso comprano ristampe e sono alla costante ricerca degli originali. Importanti label indipendenti di tutto il mondo dedicano gran parte dei loro budget per ristampare autentiche pietre miliari di questa “dance music” non proprio convenzionale, facendo scoprire cose di quel periodo rimaste nell’ombra per decenni. Le ristampe afro, disco, funk e boogie oggi vanno a ruba, ma l’impatto rispetto ad house e techno è stato minore, e credo non potesse essere diversamente. House e techno rientrano infatti nella categoria dei generi musicali ed hanno già una vita molto lunga, pluritrentennale. La loro collocazione è radicalmente legata alle evoluzioni tecnologiche al contrario dell’afro, un’attitudine ed un mix tra post punk, electro, industrial, new age, ethno, new wave, dark, funk, disco, prog rock…

Un flyer del Matmos (1991-1992)

Un flyer del Matmos (1991-1992)

Nei primi anni Novanta sei tra i DJ che animano una delle one night più note di Milano, Matmos, ideata dal compianto Marco Tini. Potresti descriverla?
Matmos fu, molto semplicemente, la prima one night milanese completamente dedicata all’house music. L’esordio fu al Beau Geste, tra 1990 e 1991, con tre DJ resident, Luca Colombo, Giorgio Matè e Ralf. Tra 1991 e 1992 la location si spostò al Linea, in Piazza San Babila. Ralf si alternava come guest a Ricky Montanari e Flavio Vecchi portando il suono della Riviera, e a Colombo e Matè si aggiunsero Jackmaster Pez ed Andrea Gemolotto. Io entrai come guest fisso, una volta al mese, esibendomi dopo aver suonato al Lizard dove ero resident. Insomma, ogni trenta giorni avevo una “doppia” in città, una vera rarità perché erano entrambe serate e non after hour, ma la cosa non dava fastidio a nessuno. Ricordo che si facevano serate sporadiche pure il giovedì, negli ultimi anni al Tainos in zona Piazza della Repubblica, dove si testavano anche giovani talenti in una specie di laboratorio, affiancati alternativamente da uno di noi resident. A Marco Tini piaceva cambiare quindi prenotò il Carisma di Piazzale Cordusio per la stagione 1992-1993 e lo inaugurò con un progetto fighissimo basato su due sale. In una c’erano i resident Luca Colombo, Jackmaster Pez e Giorgio Matè che suonavano house, nell’altra invece io e Steve Dub, ai tempi resident del Plastic con Nicola Guiducci, che invece proponevamo sonorità black, acid jazz, r&b ed hip hop. Visto il mio eclettismo, apprezzato senza riserve da Tini, mi chiesero di curare anche il set di chiusura in decompressione della sala house, col mio downbeat cosmico strumentale. Insomma, un progetto in cui risiedeva tutta la visione di Marco Tini relativa ad un locale perfetto e definitivo. Purtroppo Marco ci lasciò ancor prima di iniziare in seguito ad un tragico incidente stradale, e portare avanti il Matmos senza di lui non funzionò. Con Isa e Lucia, le sue assistenti che presero in mano le redini del progetto, approdammo al Lizard dove, come annunciato prima, ero resident col mio gruppo Les Fous De L’Île. Si trattava di un club fashion dove suonavo cose underground pur avendo a che fare con un pubblico modaiolo ed internazionale. Il sogno di Marco Tini, far convivere l’anima raver ed underground del Matmos col pubblico del jet set, più “fighetto” ma ricettivo, si realizzò ma purtroppo senza di lui. Mi emoziono ancora quando ci penso. Tempo fa un nostro vecchio cliente ed ormai grande amico mi disse: «Bruno, hai fatto una bellissima carriera ma con Marco accanto avresti raggiunto molti più obiettivi, ti adorava e credeva in te come pochi altri». Credo avesse ragione.

C’era una ragione dietro il nome Matmos, adottato in seguito dal duo americano di San Francisco formato da Drew Daniel e Martin Schmidt?
Il Matmos nostrano non ha davvero nulla da spartire con la band da te menzionata. Marco prese quel nome dal film “Barbarella” del 1968, con Jane Fonda come protagonista. Nella pellicola lei è una viaggiatrice dello spazio che ha tante avventure, fantastiche ed erotiche, e il Matmos è una sostanza energetica di cui vivevano gli abitanti di Sogo, la città dove approda. Sul perché Tini abbia optato per questo nome esistono varie versioni, ormai diventate quasi delle leggende. Per quanto ricordo io, c’erano connessioni con l’uso di sostanze stupefacenti e con la perversione, ma essendo un fanatico di quel film ed amandolo visceralmente, è probabile che la ragione si debba ricercare altrove. La serata incarnava in toto la sua visione cinematica e sotto questo aspetto Marco Tini fu un assoluto precursore di ciò che si fa oggi in molte one night.

riviste Bruno Bolla (1994-1996-2001)

Le rubriche musicali curate da Bruno Bolla sui magazine di settore

Nel 1996 inizi a scrivere per DiscoiD, freepress di informazione discografica particolarmente noto tra gli addetti ai lavori. La tua rubrica rimasta in vita per ben dieci anni, Eclectic Jazz, sembra raccogliere l’eredità sia dell’Hot From The Box curato qualche tempo prima sulle stesse pagine da Philippe Renault Jr., sia di Jazzy Vibes di cui ti occupavi personalmente nel 1994 su Trend Discotec e Tutto Discoteca. Eclectic Jazz bazzicava nei territori acid jazz, rare grooves, r&b, easy listening e jazz house/soul, con qualche incursione nel drum n bass e nel breakbeat. Come nacque la collaborazione con quella testata ideata da Vincenzo Viceversa (intervistato qui) e guidata da Gianni Zuffa del Discopiù di Rimini?
Effettivamente una rubrica simile esisteva già ed era curata da Philippe, con cui ho condiviso tantissime consolle ed è tuttora tra i miei amici più cari. Lui era molto impegnato sia come DJ che come imprenditore e quindi non riusciva più a seguire tutto come avrebbe voluto. Credo fu proprio lui a suggerire il mio nome a Gianni Zuffa, che tra l’altro conoscevo già perché ero cliente del suo negozio. È stato straordinario collaborare con DiscoiD e con tutti coloro che, come me, curavano le rubriche fisse. Senza presunzione, posso ammettere che fosse una guida sincera, appassionata ed imparziale, come poche altre in Italia. Un fantastico contributo di non professionisti, perché a quanto ricordo non c’erano giornalisti o aspiranti tali ad interessarsi a quelle musiche, che diede vita ad un magazine altamente professionale, costruito con pochi mezzi ma tanto entusiasmo. Ricevo tuttora attestati di stima per il mio lavoro e di questi tempi fa veramente piacere.

Come ti tenevi aggiornato negli anni Novanta? Oltre a frequentare i negozi di dischi, leggevi riviste specializzate?
Avevo dei giornali di riferimento ma quasi tutti stranieri, da Straight No Chaser a Blues & Soul e Wire. In Italia invece mi piaceva Blow Up e non disdegnavo Il Mucchio.

Ritieni che la stampa italiana relativa alla dance elettronica abbia educato il pubblico o gran parte delle riviste, come alcuni sostengono, erano riempite con recensioni accomodanti ed interviste simili a panegirici?
Entriamo in un argomento piuttosto delicato. Anche io, qualche volta, sono stato criticato per il lavoro su DiscoiD, accusato di parlare maggiormente di una certa etichetta o di un certo artista. A differenza di altri però non mi occupavo di un solo genere e in poche righe dovevo selezionare materiale eterogeneo, house, funk, jazz, broken beat, afro, trip hop, breakbeat, e non era facile. Da parte mia c’era molta ricerca ma nel contempo tentavo di avere un occhio di riguardo per i prodotti di “casa nostra” che le label mi mandavano in formato promozionale. La stampa italiana che si occupava di dance elettronica e in generale di musica mi è sempre sembrata discretamente imparziale, a parte qualche giornale in voga negli anni Novanta che puntava più al gossip e metteva l’aspetto musicale in secondo piano. In quel caso figuravano interviste “a comando” con l’intervistato che dettava le domande, sullo sfondo di celebrazioni gratuite a nastro che si sprecavano. Operazioni sostanzialmente commerciali basate sul triste scambio del dare-avere, che non hanno fatto bene al movimento abbassando terribilmente il livello. Ora credo ci sia più equilibro anche se purtroppo mi capita ancora di imbattermi in qualche intervista di quel tipo. Su internet però scrive pure gente molto più attenta ed appassionata, e questo dovrebbe onorare chi opera oggi.

Programmi radiofonici (vari su Italia Network, il tuo Dancefloor Jazz su Rai Radio 2 seguito da Cool Dance su Radio Montecarlo), programmi televisivi (Match Music, Crazy Dance, TSD, Videomusic ed altri minori diffusi in syndication), riviste: in passato era possibile percorrere tante strade con obiettivi di divulgazione, oggi invece pare che quei canali siano propensi a tutto fuorché dare voce a movimenti subculturali. Internet, che in teoria potrebbe condurre a riscontri ancora più forti, non sembra generare fidelizzazione o comunque un interesse pari a quello che avevano i giovani di qualche decennio fa. Possibile che a quasi vent’anni dal Duemila, data ideale di accesso al futuro, i vecchi mass media abbiano deciso di non puntare più su contenuti didattici preferendo l’intrattenimento leggero e molto spesso privo di alcuno spessore culturale? Perché avviene ciò?
Perché la musica non è più un motivo dominante. Le cose sono profondamente cambiate, i media se ne fregano della cultura musicale e cercano soluzioni facili ed immediate. Un vero peccato. Ormai se si cercano contenuti culturali relativi ad argomenti di nicchia, è necessario fiondarsi su internet o al massimo sui canali tematici televisivi, anche se lì ho visto più cose brutte del resto. I vecchi media sono oppressi dalla necessità di fare audience, non che prima non lo fossero ma ora chi rischia a parlare di argomenti che interessano a pochi? Vuoi sentire musica di un certo spessore? Vai sul web e lascia perdere le stazioni radiofoniche che non hanno più voglia, coraggio e competenze per investire sulla qualità. Il loro lavoro è mettere in rotazione venti brani, spesso pessimi. A questo punto, per me, possono diventare tutte radio di informazione, sul modello Radio 24. Fa eccezione, con buoni risultati, la Rai, forte del canone, dove c’è ancora voglia di far sentire musica seria, di raccontare una storia con calma e senza fretta. Spero possa durare. Sentire programmi liberi, senza significativi paletti editoriali come i miei Dancefloor Jazz e Cool Dance da te citati prima, ma anche come B Side di Alessio Bertallot o i mixati di Italia Network, è diventata pura utopia. Mi viene sempre in mente l’affermazione di uno che le radio private le aveva iniziate e alla grande, il compianto Leonardo Re Cecconi alias Leopardo, un genio assoluto. Nei primi anni Duemila, quando si iniziò a sentire aria di smobilitazione per i programmi radiofonici specializzati, mi disse: «Le radio private italiane, e quindi anche i network, sono sempre state fatte da tanti mediocri e pochi bravi». Mai come oggi quel concetto risulta veritiero. Leopardo stava anticipando ciò che sarebbe successo. Io, che in fondo nelle radio ho lavorato poco, solo cinque anni circa, ed essendo più un DJ da club, rimasi particolarmente colpito da quelle parole. Per quanto concerne la televisione e gli altri canali, l’analisi è molto più semplice: nei primi anni Novanta c’era un fermento incredibile intorno alla house music, risultò quasi logico creare televisioni e programmi dedicati, ma si trattò solo di un fenomeno passeggero. Io non ho mai creduto sino in fondo a quella vampata d’interesse, infatti declinai qualche proposta che sembrava interessante. Non mi rappresentava, non serviva e soprattutto non mi sentivo adatto. È un po’ come quello che è avvenuto ai club. Chi investe ancora in questo settore? Oggi non esiste più neanche un terzo delle discoteche che c’erano in Italia nel 1995. A fine anni Novanta è iniziato il declino ed è cambiato il sistema. Rimane internet ma, come dici tu, a dispetto del suo enorme potenziale non possiede la stessa forza di allora perché le nuove generazioni non hanno lo stesso interesse e rivolgono la loro attenzione altrove. Inoltre non c’è un fenomeno musicale dirompente come lo è stata l’house music. La trap? Non credo affatto. Assistiamo ad un calo vistoso dell’attenzione da parte dei giovani per la musica e le sue storie, ma anche per il clubbing. Questo argomento mi ha convinto a creare, con una crew di amici DJ, sia veterani che non, Brotherhood, un concept che non ha la pretesa di creare nulla di nuovo e fantastico ma solo di riportare al centro il valore della musica, come le one night degli anni Novanta tipo Matmos di cui parlavamo qualche riga fa. Insomma, prima la musica e poi il resto. È dura portare avanti un progetto del genere oggi ma qualche piccola soddisfazione ce la stiamo prendendo, ed abbiamo solo un anno di vita.

Discografia Bruno Bolla

Le copertine di alcune produzioni discografiche di Bruno Bolla

Il decennio 1990-1999 è stato l’ultimo a poter contare su un mercato regolato dall’economia pre-internet in cui le case discografiche incassavano denaro dalla vendita dei loro prodotti fisici (dischi, CD e cassette). Dal 2000 in poi le cose non sarebbero più state le stesse, e in tanti ci hanno rimesso le penne. Stranamente tu, a differenza di gran parte dei tuoi colleghi, non hai mai puntato a sviluppare il ruolo di produttore, seppur i tempi fossero ancora propizi, limitandoti perlopiù alla selezione di varie compilation tematiche (“Influencia Do Jazz”, “Break N’ Bossa”) a cui se ne aggiunsero altre nel nuovo millennio come i due volumi di “BlackTronic” su Cool D:vision. Perché hai preferito focalizzare la tua attività solo sul DJing?
Ho sempre avuto un rapporto particolare con la produzione di musica e soprattutto con la definizione di “produttore”. Quando sento qualcuno che si considera tale rimango sempre perplesso. Associo il fare musica all’essere musicista, ed io non lo sono. Ma cosa vuol dire realmente essere “produttori musicali”? Attribuirsi la paternità di un disco? Una buona parte dei nomi internazionali del DJing si avvale di ghost producer, musicisti con grande abilità nell’uso delle macchine, pagati per realizzare brani che escono a nomi di altri (a tal proposito si rimanda a questo reportage, nda). A metterci la firma è il DJ che grazie a questi dischi diventa famoso facendo più gig. In realtà più che essere un DJ, quello credo sia un imprenditore, label manager o qualcosa di simile. Qualora mettesse l’idea portante è giusto che gli vengano riconosciuti i meriti, ma se non lo fa? Questo succede abbastanza spesso, soprattutto oggi dove il marketing ha preso il sopravvento sul resto. Io sono molto rispettoso della mia attività da DJ ed anche di quella dei musicisti. Nel 1997 ho “prodotto” il mio primo disco, “Indefinita Atmosfera” di Neos, con Gerardo Frisina e musicisti straordinariamente importanti nel panorama jazz italiano come il sassofonista Gianni Bedori, scomparso nel 2005, e il pianista Luigi Bonafede. Il compito mio e di Gerardo, che poi ha intrapreso una strepitosa carriera solista, era dare degli input nu jazz con un’attitudine da club a dei musicisti tradizionali che della dance non sapevano nulla o quasi. Ecco perché sul disco c’è scritto “produzione artistica” accanto ai nostri nomi. Mi sembra una definizione corretta. Comunque il mio è un discorso generale, ovviamente esistono DJ che nel contempo possono essere anche musicisti e bravi producer, ma sono una minoranza contrariamente a quanto si possa credere. Si tratta di rispetto dei ruoli insomma. Io ad esempio realizzo e suono re-edit nelle mie serate, ma non le ho mai pubblicate, lungi da me appropriarmi di un brano su cui sono intervenuto facendo qualche cut, allungando delle parti ed aggiungendo beat e groove piu freschi. Nutro comunque rispetto per chi pubblica cose del genere, e devo dire che ci sono personaggi abili in questo, inclusi tanti amici DJ-producer, ma io non riesco proprio, almeno per il momento. Mi rifaccio a quella che è la mission del DJ sin dai tempi dei grandi maestri, Mancuso, Levan, Grasso, Hardy… ovvero selezionare, assemblare e mixare musica di altri dando ad essa l’energia necessaria per essere utilizzata in un club. Questo è il DJ, le altre funzioni sono accessorie, meno importanti. Per tale ragione non sono mai stato un “producer” prolifico, ho sempre lavorato sulla selezione e sul DJing piuttosto che sulla creazione. Quando sento un bel disco non penso quasi mai al groove da carpire per ricavarne un nuovo prodotto, bensì a quale possa essere il brano da accostare in un set. Ho questa attitudine, non c’è nulla da fare. Tuttavia in passato è capitato di collaborare in un team in cui il mio compito era rappresentare l’archivio storico e quindi tirare fuori l’idea da un disco che non conosceva nessuno. Un produttore artistico quindi, e non escludo che ciò possa accadere ancora in futuro. Gran parte dei miei sforzi, comunque, sono stati assorbiti dalle compilation: i tre volumi di “Influencia Do Jazz” raggiunsero, a metà anni Novanta, soglie di vendita impensabili per un progetto così specializzato, per di più made in Italy. Si parlava di ottomila/novemila copie a volume, forse anche di più, non ricordo bene. Stesso dicasi per i due volumi di “BlackTronic” usciti tra 2003 e 2005, tuttora un mio format da club.

Nel 2006 metti su, insieme a vari amici/colleghi, il team Love Supreme che debutta sulla Tirk di Sav Remzi, erede della Nuphonic citata spesso nei tuoi articoli e recensioni. L’ultima uscita però credo risalga al 2012, vi siete fermati?
Cause di forza maggiore ci hanno divisi. Io mi sono trasferito in Piemonte nel 2008, Roberto Di Movi ha mollato l’Italia per andarsene ad Ibiza più o meno nello stesso periodo. Nic Sarno invece ha iniziato con progetti solisti interessanti ma diversi. Luca Saponaro infine, musicista e perno del tutto, ha stretto varie collaborazioni con altri artisti della scena milanese, oltre ad aver fondato una propria etichetta, la Mad On The Moon, con risultati egregi anche se i dischi in quel periodo (2006-2010) si vendevano davvero poco e la riesplosione del vinile era piuttosto lontana. Era rimasto solo e noi, a differenza di tanti altri, non riuscivamo a scambiarci idee a distanza con Skype, avevamo bisogno del contatto fisico, di respirare la stessa aria, marijuana compresa (loro, io no) – ride. Molte incisioni dei Love Supreme erano jam improvvisate con una strumentazione quasi interamente analogica, nel pieno stile dei nostri eroi ed ispiratori come Can, Tangerine Dream, Klaus Schulze, Popol Vuh ed altre eminenze del krautrock tedesco. La spontaneità era la qualità primaria del nostro lavoro e riascoltando oggi quei brani mi accorgo che a guidarci era una grande creatività. Chissà, magari un giorno torneremo insieme.

Il mercato della musica è radicalmente cambiato ma si può dire altrettanto del DJing, spettacolarizzato come non mai e portato a livelli di popolarità esagerata, agli antipodi rispetto a quello che era il DJing degli albori. Tu, che hai avuto la possibilità di vivere almeno tre decenni in questo settore, come giudichi tale evoluzione o, come sostengono in tanti, involuzione?
La spettacolarizzazione e l’eccessiva popolarità di alcuni, cosiddetti, DJ, hanno ben poco da spartire con la mission per cui la figura del DJ stesso è nata. Negli anni d’oro il DJ era considerato importante quanto il barman del locale o poco più. Doveva solo caratterizzare il club con la sua musica. L’importanza attribuita ai DJ oggi è davvero eccessiva e lo dico anche se sono parte in causa. Non so se sia da considerare un’involuzione ma sono del parere che il DJ superstar odierno sia una figura ben diversa rispetto a quello che deve essere un DJ. Io lo chiamerei persino diversamente anche se non saprei come. Un DJ americano un giorno mi disse: «Un disc jockey non può valere più di cinquemila dollari, chiunque esso sia, è una questione di ruolo. Il DJ deve rimanere underground, anche sotto il profilo economico, è un concetto etico». Poi, come nel mondo del calcio, c’è la relazione tra domanda ed offerta ed è proprio lì che tutto diventa distorto. D’altra parte è un fenomeno strettamente connesso alla realtà contemporanea dove regnano eccessi incontrollati.

Oggi in discoteca pare si preferisca fare video con lo smartphone anziché ballare, e in relazione a ciò piovono costantemente critiche sulle nuove generazioni, accusate di non sapersi divertire e di frequentare locali (ma specialmente i grandi festival) per il solo gusto di far sapere agli altri di esserci stati. Come era il pubblico di venti o trent’anni fa invece? È vero che gli avventori dei club erano più appassionati rispetto a quelli odierni o è solo un luogo comune?
Esiste un pubblico appassionato anche ora, non tutto è negativo ed io non sono affatto un nostalgico. Sono però cambiati i numeri. Nei club ci andava più gente, questo è un aspetto non trascurabile, ora ci sono altre distrazioni proprio come lo smartphone. A questo proposito vorrei raccontare un aneddoto divertente e significativo. Nel 2008 sonorizzai l’apertura di un negozio di un brand italiano importante a Tokyo. Sentendo per caso un amico giapponese, un addetto ai lavori noto a Milano, mi venne in mente di allungare la permanenza in Giappone con un paio di gig in piccoli club dove normalmente si tenevano serate rare grooves. A rendere fattibile l’idea furono le mie raccolte “Influencia Do Jazz”, pare che grazie ad esse il mio nome fosse discretamente popolare da quelle parti. Portai solo CD per la performance nel negozio ed una quarantina di dischi rare grooves di tipo funk, brazil e jazz. Nel primo club, a Tokyo, la serata andò egregiamente, ricevetti tanti complimenti ed un ottimo riscontro. Il giorno dopo andai in un’altra località, fuori dal centro cittadino, praticamente in periferia, e lì ebbi quasi uno shock. C’erano tanti addetti ai lavori ma dopo un’ora mi resi conto che non ci fosse grande entusiasmo, ballavano in pochi e molti erano distratti, guardavano il telefonino ed io non capivo la ragione. Chiamai quindi il mio amico chiedendogli se fosse possibile farmi parlare con l’organizzatore che era a pochi metri da me. Gli domandai cosa non andasse, se stessi sbagliando qualcosa in quello che facevo e lui, dopo un paio di classici inchini, mi disse: «No amico, tutt’altro. Stai mettendo cose bellissime che non conoscono e quindi stanno cercando di capire cosa siano con l’aiuto di un’app installata sul cellulare». Caddi dalle nuvole, non sapevo neanche cosa fosse ma è risaputo, i giapponesi sono sempre stati avanti nella tecnologia. Rimasi talmente basito che il mio interlocutore capì l’imbarazzo e qualche minuto dopo, credo in seguito ad un robusto passaparola, tutti iniziarono magicamente a ballare e terminai il mio set in gloria. In quel caso ho dovuto ricorrere a tutta la mia sfacciataggine ed esperienza per non perdere la calma. Oggi quando vedo smartphone e video, invito la gente a godersi il momento ma purtroppo non ho l’antidoto a questo atteggiamento, credo sia una questione di cultura. Per quanto riguarda i festival invece, penso che abbiano accelerato il declino del clubbing. Come dicevo prima, in Italia il “decesso” è avvenuto da tempo, ma in Europa, soprattutto al nord, un certo modo di identificarsi nel club “di fiducia” resiste ancora e i frequentatori non sono certamente solo attempati nostalgici ma pure giovanissimi. Gli appassionati e i cultori restano ma sono meno. Personalmente mi piacciono alcuni piccoli festival a programmazione mista tra live e DJ set con un mix tra acustica ed elettronica, con act nuovi abbinati a show di figure storiche. Di questo tipo ce ne sono anche in Italia. Non mi piacciono invece i festival monocorde, quelli con trenta DJ di nome che fanno più o meno la stessa cosa, o coi tantissimi DJ che richiedono set lunghi per suonare la stessa minestra (e questo succede anche nei club). Li trovo noiosi ed inutili.

Bruno Bolla @ Country Club (Siziano, 1994)

Bruno Bolla in compagnia di un’amica al Country Club di Siziano (Pavia), nel 1994

Perché si parla sempre entusiasticamente degli anni Novanta?
Perché rappresentano la golden age del clubbing e forse anche la mia stessa “età dorata” soprattutto per i trascorsi più underground. Credo però che anche negli anni Novanta ci siano stati dei momenti d’ombra. Nel mio caso, intorno al 1996, vissi un’impasse perché la house sembrava aver esaurito la sua spinta delle origini. Quella “stasi creativa” mi portò ad esplorare altri mondi musicali come trip hop, breakbeat e le prime cose del french touch, correnti che però non mi convinsero appieno. Nel frattempo la scena rare grooves, altro mio volto sonoro, stava entrando nella fase nel cosiddetto “nuovo jazz da club” poi chiamato nu jazz, ma i tempi non erano ancora maturi. Fu un periodo di piccola confusione perché erano generi non molto popolari e quindi non era affatto facile acquisire gig ed avere sfoghi radiofonici. Ritrovai la giusta energia alla fine del decennio quando l’house prese nuovamente una piega a me congeniale, tingendosi di afro e jazz con bellissime pubblicazioni di artisti come Masters At Work, Joe Claussell, François Kevorkian ed Osunlade, solo per citarne alcuni. Iniziai quindi gli anni Duemila col piede giusto e con le idee molto chiare, infatti credo che il periodo 2000-2006 sia quello in cui il mio nome abbia conosciuto maggiore popolarità, anche grazie a Cool Dance a cui facevamo prima cenno, un radio show dal concept assolutamente innovativo per i tempi e veramente eclettico, che andava oltre i mix show, pur pregevoli, orientati ad house e dance commerciale sentiti fino ad allora. Mettere insieme ben cinquemila persone nei primi cinque anni della mia residenza decennale al Cafè Solaire con quel suono poteva sembrare solo un sogno eppure era realtà.

Hai più vissuto momenti di stanca come quello del 1996?
Sì, circa una decina di anni più tardi. Nel 2007 entrai nuovamente in una fase un po’ strana, le cose stavano cambiando sia professionalmente che umanamente. Il matrimonio, la nascita di mia figlia, il trasferimento in Piemonte in una casa con bed & breakfast e studio annessi: tutti eventi non certamente indifferenti per chi, come me, non avrebbe scommesso un centesimo sul creare una famiglia. Invece è successo, con tutto il coinvolgimento emotivo del caso. La ristrutturazione della casa, la totale devozione al mio orto, la costruzione di una nuova, seppur piccola, attività sono diventate la mia quotidianità. A dirla tutta, iniziai ad avere un certo senso di nausea del mondo del clubbing perché a mio avviso la scena stava cambiando in peggio e nelle discoteche italiane si cominciò a respirare un’altra aria. Milano, in particolare, toccò forse il suo momento più basso (non ricordo periodi peggiori del lustro 2006-2011), almeno per musica, arte e spettacolo. Trovavo molto più interessanti città come Torino che costruivano una visione differente di club culture. Inoltre terminai l’esperienza radiofonica, visto che importanti cambiamenti travolsero pure quel settore, e i locali in cui avevo lavorato come resident iniziarono un declino fisiologico. Sino al 2009 circa ebbi l’opportunità di fare un po’ di serate all’estero, soprattutto in Oriente, grazie ad amici sparsi per il mondo e solo talvolta tramite qualche agenzia, anche perché non ho mai avuto una booking agency che si occupasse di me. Poi seguì un po’ di consapevole isolamento. C’è stato un periodo in cui ho pensato di mollare del tutto la musica, anche a causa di cose che mi hanno profondamente amareggiato e deluso. Riflettere sull’età che avanza però è un errore, basti guardare al momento strepitoso che vivono tanti DJ old school che mi hanno ispirato, tutti ovviamente più grandi di me. Così, grazie ad amici e persone vicine, ho deciso di continuare a mettere dischi sino a novant’anni. Non sono mica un mediano del calcio, posso resistere!

Qualche riga fa hai fatto cenno ad una crisi della scena milanese avvenuta tra la seconda metà degli anni Zero e i primi Dieci. Cosa avvenne di preciso?
Cambiò tutto profondamente. Tolte rarissime eccezioni, il clubbing divenne assolutamente mediocre e la musica non era più l’elemento trainante. Pure i generi si rivelarono solo rimpasti privi di quella forza necessaria per generare e fidelizzare nuovi adepti entusiasti, e la gestione dei locali fu stravolta. Un tempo a scegliere gli ospiti stranieri erano gli art director, al massimo con qualche suggerimento di chi lavorava in consolle, in quegli anni invece capitava molto spesso che le decisioni venissero prese dagli stessi DJ che ambivano a mettersi in mostra e magari ottenere una gig nel Paese di provenienza dell’ospite come contraccambio. Per non parlare poi della valanga di newcomer che si sono avvicinati a questo settore solo grazie alla tecnologia ma con background pari a zero. Risultato? Confusione totale, nei club e tra gli addetti ai lavori, col marketing che ha preso il sopravvento e l’apparire diventato più importante dell’essere. Non nego che questo approccio esistesse già negli anni Novanta, ma era diverso perché la musica riusciva ancora a primeggiare su tutto. Le cose fortunatamente, dopo il 2012 circa, sono migliorate ma faccio ancora fatica a raccapezzarmi e credo che tanti altri si trovino nella mia stessa condizione. L’unico modo per rimanere a galla è adeguarsi, io ci sono arrivato negli ultimi anni ma a modo mio, mantenendo sempre una certa distanza da cose che non riesco proprio a concepire e tollerare. Ora ho una nuova consapevolezza ma non voglio appartenere alla schiera dei nostalgici. Ho ritrovato l’entusiasmo e la voglia di “esplorare”, cerco quindi di fare bene le cose in cui credo così come le facevo un tempo, che ci siano cinquanta o cinquemila persone davanti per me non cambia nulla.

Se da un lato viviamo costantemente immersi nelle tecnologie di asimoviana memoria, dall’altro fronteggiamo col costante recupero di cose passate, facilitato anche da internet che in alcuni casi può trasformarsi in una sorta di “macchina del tempo”. Si veda, ad esempio, l’attenzione che riguarda l’italo house, genere che forse sta ottenendo più consensi ora rispetto alla sua collocazione storica originaria. Cosa ne pensi in merito? Si tratta di fogge passeggere istigate da qualcuno o qualcosa?
Assolutamente sì. Alla fine internet fa anche qualcosa di buono. L’italo house ha partorito grandi dischi ed un sacco di micro etichette interessantissime. Alcuni produttori e label poco popolari all’epoca stanno finalmente raccogliendo riconoscimenti inaspettati. Grazie alla voglia di retrospettiva che adesso sta contagiando un po’ tutti, in Europa si sta facendo giustizia. Meglio tardi che mai! A Brotherhood, ad esempio, abbiamo dedicato un’intera rassegna chiamata “The Italo House 90s Heroes”, dedicata ai produttori e label manager più oscuri ed underground di quegli anni. In tutto questo un merito indiretto lo ha il ritorno del vinile. Io ero tra i tantissimi che avevano cantato il De Profundis dopo il 2004-2005 e sono davvero contento di essermi sbagliato. Non credo che questo recupero del passato durerà poco perché indubbiamente, parlando di dance music, i pezzi che hanno smosso le acque ed hanno lasciato il segno sono quelli usciti dagli anni Settanta a fine anni Novanta. In seguito sono apparse ancora cose interessanti ma a mio avviso generi come disco, funk, boogie, house e techno prima maniera sono irripetibili. Tuttavia le gemme da riscoprire sono sempre meno, ormai stanno setacciando tutto di tutto.

Continui a comprare dischi e musica in generale?
Non mi sono mai fermato ma sicuramente acquisto meno di prima. Dopo quasi quarant’anni e pesanti rinunce, soprattutto da giovanissimo, le priorità cambiano. Per la cosiddetta “musica di consumo”, ovvero quella che suono durante le serate, uso principalmente i file ma il mio set up ideale in consolle è un ibrido tra analogico e digitale, quindi prevede anche la presenza dei giradischi. In vinile compro ristampe di rare grooves di generi come afro, funk e soul, oltre a qualcosa contemporanea, sia in 12″ che LP.

Quanti dischi possiedi?
Ne ho davvero tanti, circa quarantacinquemila, a cui vanno sommati i CD. Inizio ad avere seri problemi di spazio e da qualche tempo a questa parte ho iniziato a vendere le doppie copie ed alcune cose che non mi interessano più. Nel complesso sono tutti catalogati ma qualche volta divento matto a ricercare qualcosa che non è al suo posto.

Bolla Studio (2018)

Una parte della collezione di dischi di Bruno Bolla, 2018

Ci sono artisti ed etichette che ti hanno colpito recentemente?
Mi piacciono molto le cose della nuova scena afro e neo soul, etichette come Freestyle, Soundway, BBE ed pure quelle più house oriented tipo la MoBlack Records, la Philpot, la Lumberjacks In Hell o la Local Talk. Seguo inoltre label elettroniche che definisco “sempreverdi”, come Warp e Ninja Tune, oltre ad una moltitudine di etichette dedite ai re-edit disco e funk, tantissime da menzionare.

Quali invece i nomi più rivoluzionari degli anni Novanta?
Tra i DJ/produttori Carl Craig, Laurent Garnier, Larry Heard, Romanthony, Little Louie Vega, Kenny Dope Gonzalez e François Kevorkian, tra le etichette invece le già citate Warp e Ninja Tune, Nu Groove, F Communications, Soul Jazz Records ma l’elenco potrebbe andare avanti a lungo.

Solitamente i DJ hanno sempre nel flight case qualche “secret weapon” che usano in momenti particolari delle proprie serate. Quali sono i tuoi?
Ne ho tanti. In questo momento citerei “Renegade” di David Camacho, un caro amico DJ scomparso qualche anno fa, una delle anime più soulful che abbia mai conosciuto.

C’è almeno un disco che ti faceva impazzire ma che suonandolo in pubblico rischiava di svuotare la pista?
Solitamente non metto dischi che possano svuotare ma se succede dipende dal fatto di non aver indovinato la giusta sequenza, una qualità basilare per un disc jockey. Puoi passare anche un disco “difficile” ma se ci arrivi con la sequenza giusta lo fai diventare “facile”. In fin dei conti è proprio questa l’essenza dell’essere DJ.

(Giosuè Impellizzeri)

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Marco Trani – DJ chart marzo 1997

Marco Trani, DiscoiD marzo 1997
DJ: Marco Trani
Fonte: DiscoiD
Data: marzo 1997

1) Solar Band – Brazilian House
Quello della fittizia Solar Band è un brano mai dato alle stampe, e non è neppure accertato che ai tempi fosse stato realmente inciso su acetato, come invece questa chart lascerebbe supporre. Si presume fosse un pezzo prodotto dallo stesso Trani, testato durante le sue serate.

2) DJ Disciple – The Sidebar EP
David Banks alias DJ Disciple, inizialmente devoto al gospel e che nel 1994 fa ingresso nella classifica britannica dei singoli con “On The Dancefloor”, è tra i produttori house più attivi degli anni Novanta con pubblicazioni sparse su label di tutto rispetto tra cui la nostra D:Vision Records. Nel 1997, col supporto della Soundmen On Wax, fonda la sua etichetta, la Catch 22 Recordings, inaugurandola proprio con l’Extended Play in questione. Dentro ci sono quattro brani di cui tre da lui stesso prodotti: “Steal Away” di Dawn Tallman, “Burning Up” di Brown Girl e la sua “Tribal Confusion”, a cui si aggiunge “Down Packed Evolution” di One Cool Cuban, meglio noto come DJ Dove. Le matrici sono garage, venate di inserti jazzistici e potenti voci soul, così come tramanda la house della Grande Mela. Le prime white label promozionali distribuite agli addetti ai lavori annoverano un brano diverso rispetto al disco messo in commercio, “Funky Stuff” di Speedy, mai pubblicato ufficialmente e sostituito per ragioni ignote dal citato “Tribal Confusion”.

3) Cookle Scott – Believe In Me
Analogamente a “Brazilian House” di Solar Band (in prima posizione), anche “Believe In Me” di Cookle Scott non vede mai ufficialmente luce. A fugare qualche dubbio a tal proposito è Pierangelo Scognamiglio alias Peter Kharma, da Bologna, che con Marco Trani condivide una collaborazione durata diversi anni: «Di Solar Band e Cookle Scott ho un ricordo molto vago. Facevano sicuramente parte di una serie di brani che realizzammo nel periodo in cui io, Marco e mio fratello Emiliano Ramirez mettemmo su una società discografica, la Sure Shot Division. Marco aveva tantissimo materiale a disposizione tra cui acappellas ufficiali o parti suonate che alcuni discografici gli affidarono dandogli carta bianca sulla realizzazione. Ai tempi Marco era il numero uno e chiunque avrebbe fatto carte false per poterlo avere nella propria scuderia. Conservo, su DAT, oltre una decina di brani prodotti allora, mai dati alle stampe. Sure Shot era un nome creato alcuni anni prima proprio da Marco ed adoperato per i remix di “Funky Guitar” dei TC 1992 (di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui). Il progetto iniziale prevedeva la presenza dell’etichetta principale, Sure Shot Division per l’appunto, affiancata da due sublabel, la Warm Up Records e la Golden Globe ma quest’ultima, pensata per produzioni soul, purtroppo non fu mai realizzata. Conobbi Marco ad una serata in cui lui era special guest. Per me era già un mito e colsi l’occasione per avvicinarlo quando suonò un disco di mio fratello, pubblicato dalla MBG International Records di Giorgio Canepa. A serata conclusa mi chiese di vederci l’indomani nel mio X-File Studio che avevo allestito da poco. Tra noi scattò subito un grande feeling tanto da prendere la decisione di acquistare strumenti di livello più alto e diventare soci a tutti gli effetti, seppur non fu mai steso un atto notarile bensì una scrittura privata e soprattutto una bella stretta di mano. Da quel momento io e mio fratello diventammo la sua ombra, lo seguimmo in tutte le serate e ci inserì in diversi eventi come al Pascià di Riccione, dove quell’anno era resident. Il primo brano che incidemmo fu “Disco Connection” di Peter K, nel 1995. Gli feci sentire una mia bozza sviluppata usando un sample dei T-Connection (“Do What You Wanna Do” del 1977, nda) e lui si entusiasmò a tal punto da volerlo finalizzare ma tenendo il mio nome. Nonostante fosse un veterano pluriconosciuto ed io solo un ragazzino alle prime armi, non volle attribuirsi la paternità del disco perché l’idea era partita da me. Questo fu un gesto di grande correttezza oltre che di grande umiltà».

La collaborazione tra Marco Trani e i fratelli Scognamiglio prosegue con “Hypno Party” di Miguel Rayes sulla citata Warm Up Records e col remix di “Love Has Changed My Mind” di Vicki Shepard sulla Reform del gruppo Discomagic, entrambi del 1995. L’anno seguente invece Kharma e Trani producono “Set You Free” di Low Noise per la Dance Pollution del gruppo Arsenic Sound, ai confini con la dream trance/progressive, a testimoniare l’assenza di “paletti” che potessero delimitare l’operatività in stili musicali diversi. «Il sound delle nostre produzioni era orientato tendenzialmente alla house e alla cosiddetta “underground”» prosegue Scognamiglio. «Per una compilation del Disco Inn di Modena realizzammo il brano “Trani’s Santa Tribe”, nato da un giochino che Marco faceva spesso durante le serate. Tamburellava col dito il centrino del vinile imitando una percussione e il pubblico rispondeva battendo le mani, e così in un locale ci venne in mente di adoperare quel “botta e risposta” sincronizzandolo col groove di “Don’t Let Me Be Misunderstood” dei Santa Esmeralda. In quel periodo Marco notò la mia predisposizione verso trance e progressive, generi che si stavano imponendo anche a livello commerciale, e mi incitò a cimentarmi in ogni tipo di produzione che mi venisse in mente. Il suo mood era soul ma si emozionava tantissimo quando suonavo qualsiasi tipo di melodia. Essendo più giovane, credo che da quel punto di vista fossi io a dargli qualcosa. Con estrema umiltà mi ascoltava e cercava di capire meglio quel mondo per lui sconosciuto come la trance o addirittura la jungle, mettendoci del suo a seconda delle sensazioni percepite durante la realizzazione del brano. Nessuna casa discografica ha mai interferito nel nostro lavoro, ed è stato proprio questo il motivo per cui andavamo in studio sentendoci liberi di fare tutto quello che volevamo. Talvolta trascorrevamo lì dentro ore ed ore al punto da chiamare ironicamente quella stanza “la miniera”.

Marco inoltre era sempre attivo nel cercare nuove collaborazioni. Un giorno ci propose di realizzare una traccia per un noto brand di abbigliamento, El Charro. Realizzai una base lenta, in stile r&b, che lui portò in uno studio romano dove fu scritto il testo e dove venne cantato da Toma Man dei Papasun Style. Avute le voci, realizzammo altre tre versioni (house, dub e jungle) che formarono il CD singolo, dato in omaggio come gadget nei negozi che vendevano El Charro. Se la memoria non mi inganna, di quel CD ne vennero stampate circa 80.000 copie. Dopo quell’esperienza però ci dividemmo. Avevo intenzione di proseguire sulla linea trance/progressive e cominciai a produrre per l’Arsenic Sound di Paolino Nobile (intervistato qui, nda) rimanendo comunque in buoni rapporti con Marco, tanto che negli ultimi tempi ipotizzammo di ricominciare a fare qualcosa insieme.

Peter Kharma studio

Uno scorcio dello studio di Peter Kharma. Al muro è appesa una foto-poster in ricordo dell’amico

Lo ricordo come un fratello. Abbiamo vissuto alcuni anni totalmente in simbiosi e il rapporto andava oltre il lavoro. Mi ha insegnato tantissime cose, sia umanamente che professionalmente e per questo sto realizzando un singolo accompagnato da un videoclip dedicato proprio a lui. Di Marco rammento soprattutto l’incredibile carisma e quello che riusciva a trasmettere alle persone. Tecnicamente resta il più grande DJ che abbia mai sentito suonare, e il termine “suonare” è intenzionale perché il modo in cui selezionava i dischi e li mixava era unico. Cercava voci che si intonassero col basso del brano precedente e l’evoluzione che dava al suo set portava puntualmente la pista al delirio. Queste cose per me sono state fondamentali. Mi ha trasmesso la sensibilità di sentire il mood del pubblico che porta a capire come e quando mettere un determinato pezzo. Ecco perché lo considero, oltre che un grande professionista, un autentico artista della consolle. Non meno importante l’umiltà che riservava alle persone alle quali era affezionato. Quando parlava di affari invece, mi ripeteva: “fatte rispettà perché sennò te se magnano pure er core!”. Una volta presi i suoi flight case nel parcheggio di un locale e mi incamminai verso l’ingresso, ma mi bloccò e disse: “aó, ma che stai a fa’? Tu sei Peter Kharma e me porti e valiggette a me?” Durante un’altra serata invece ci trovavamo davanti ad una discoteca di Roma, la sua città. Un ragazzo gli si inchinò davanti dicendo: “massimo rispetto a te grande Marco, sei n’imperatore!”. Ecco, Marco Trani era davvero l’imperatore della consolle».

4) Big Moses Feat. Kenny Bobien – Brighter Days (Remix)
Tre i remix pubblicati dalla King Street Sounds di quello che potrebbe essere considerato uno dei brani più noti di Big Moses. La calda voce di Kenny Bobien viene reimpiantata da Stephan Mandrax (affiancato dal tastierista Scott Wozniak) in due rivisitazioni, la fascinosa Liquid Club Mix e l’altrettanto intensa Liquid Dub, che non è proprio una riproposizione strumentale della stessa. L’edit di Matthias Heilbronn, tedesco trapiantato negli States, continua a muoversi nelle stesse latitudini stilistiche, tra deep house e soul garage di fattura spiccatamente newyorkese. A completare è l’Instrumental approntata dallo stesso Big Moses che in futuro vedrà ritoccare ancora il suo brano da artisti come Mousse T., Pound Boys, Groovylizer e, più recentemente, Crazibiza.

5) Karen Jones – Aquarius (Trani’s Hard Dub)
Karen Ann Jones, americana trasferitasi in Italia, è una delle vocalist che aiuta l’italo house a trovare una collocazione sul mercato internazionale, dopo maldestri tentativi di italo disco memoria che spinsero diversi produttori italiani ad avvalersi di acappellas anziché affidarsi a cantanti nostrane dall’imbarazzante pronuncia inglese. Da “To The Rock Groove” del 1989 a “Come Together” del 1990, passando dai featuring per i Bit Machine (uno dei progetti che Daniele Davoli, Mirko Limoni e Valerio Semplici varano in parallelo a Black Box), Daybreak e Paradise Orchestra (con Corrado Rizza, Dom Scuteri e Gino “Woody” Bianchi, artefici di Black Connection di cui abbiamo parlato qui), la Jones si afferma con merito nel circuito house. “Aquarius”, edito dalla Deep del gruppo Dance Pool, è la cover dell’omonimo dei The Fifth Dimension e mette in risalto le qualità vocali della cantante su tessiture downbeat. Svariate le versioni approntate tra cui le due di Trani, la Love Message e la Hard Dub: dalla prima emerge la solarità del funk e del soul, dalla seconda una più marcata enfasi del beat in cui le voci vengono scomposte in moduli ed adoperate a mo’ di elementi di raccordo ritmico. Degne di menzione anche la Industry Mix di Intrallazzi e Fratty e la Drum N Bass Version, ulteriori sviluppi creativi di un brano passato piuttosto inosservato.

6) Moodlife Feat. Sonya Rogers – Movin’ On
“Movin On'” è il brano con cui Sandro Russo ed Andrea Arcangeli duplicano la vena creativa creando Moodlife, progetto parallelo al più noto M.A.S. Collective. Pubblicato dalla Suntune diretta da Angelo Tardio nel post UMM vissuto tra le mura della bresciana Time Records, il pezzo è coscienziosamente allineato allo stile garage house statunitense a cui i due DJ nostrani accedono lasciandosi affiancare da alcuni musicisti (il tastierista Maurizio Somma, il trombettista Stefano Serafini, il bassista Cico Cicognani) e vari vocalist tra cui Ce Ce Rogers, Sonya Rogers e il rapper Master Freez. I due remix (Club Mix, Dub Mix) sono di Tommy Musto, stella del clubbing newyorkese, a cui pochi mesi più tardi si aggiungono quelli di Stephan Mandrax e Fathers Of Sound.

7) Nuyorican Soul Featuring India – Runaway
Nuyorican Soul è il prestigioso side project che Little Louie Vega e Kenny Dope Gonzalez affiancano dal 1993 al più noto Masters At Work. La prima apparizione avviene sulla Nervous Records col “The Nervous Track” ristampato nel 2014, poi le collaborazioni strette con George Benson e Jocelyn Brown (rispettivamente per “You Can Do It (Baby)” e “I Am The Black Gold Of The Sun”) forniscono quel quid che fa di Nuyorican Soul un eccelso punto di unione e scambio tra musica latina, soul, funk, r&b, jazz ed house. Nel ’96 incidono il primo (ed unico) album per la blasonata Talkin’ Loud in cui figurano nuove sinergie con eminenti musicisti e cantanti (il percussionista Vincent Montana Jr., la vocalist Lisa Fischer, i pianisti Terry Burrus ed Eddie Palmieri, il vibrafonista Roy Ayers) e dal quale vengono estratti vari singoli tra cui “It’s Alright, I Feel It!” e “Runaway”, quest’ultimo cover della quasi omonima “Run Away” della Salsoul Orchestra del 1977. La voce di Loleatta Holloway viene sostituita da quella di India, unita in nozze col citato Vega per alcuni anni. Il doppio mix che Marco Trani inserisce nella chart annovera, oltre all’Original Flava 12″, autentico tributo al philly soul, tre remix: il Jazz Funk Experience e il Soul Dub di Mousse T. sono trainati da un impianto ritmico molto simile a quello che il DJ turco/tedesco adopera per affermarsi in modo definitivo nel grande pubblico sin dall’anno seguente (“Horny ’98”, i fortunati remix per “Sex Bomb” di Tom Jones e “Saturday” di Cunnie Williams Feat. Monie Love), mentre il Mongoloids In Space di Armand Van Helden riformula tutto sullo schema dell’epocale versione di “Professional Widow” di Tori Amos, riducendo al minimo le parti vocali sovrastate da tessere funky sequencerate in un velenoso groove speed garage. Spazio anche alla Ronnie’s Guitar Instrumental, versione strumentale su cui troneggia la chitarra di Ronnie James della Salsoul Orchestra, il tool Philly Beats e l’India’s Ambient Dream, celestiale chiusura di quello che probabilmente può essere ricordato come il disco più rappresentativo della breve parentesi che Vega e Gonzalez siglano come Nuyorican Soul. A pubblicarlo in Italia è la Zac Records, che mette le mani pure sul seguente “It’s Alright, I Feel It!” remixato, tra gli altri, dai Mood II Swing e Roni Size.

8) The Sun Project – Wear Yourself Out (Remix)
Nato nel 1995 da un’idea di Pagany e Fabio Slaider (oggi Slider), The Sun Project parte con una house ravvivata da ispirazioni 70s (tra i sample presenti in “The Sound”, su Molotov Records, c’è quello di “Bim Sala Bim” degli Hudson County edito nel 1975 dalla RCA) per poi svilupparsi su territori garage attraverso “Wear Yourself Out” interpretata vocalmente da Yvonne Shelton. Marco Trani sceglie il 12″ coi remix realizzati dai M.A.S. Collective (ancora affiancati dai musicisti Maurizio Somma e Gabriele ‘Cico’ Cicognani, si veda posizione 6), Franz e Deep Bros. Russo ed Arcangeli, nella loro Philly Club, saldano due mondi ai tempi particolarmente comunicanti, quello del soul e quello della house. La Kolo Mix di Franz distilla elementi deep e funk e in scia si inseriscono le due versioni dei Deep Bros, No Doubt e Fusion Mix, spiccatamente garage la prima, più sensuale ed avvolgente la seconda. Figura infine la Simply Sound Dub, in cui prende il sopravvento la carica ritmica. The Sun Project riappare qualche anno più tardi ma la produzione passa nelle mani di Simone Farina (figlio di Mauro Farina, boss della Saifam) che si lascia affiancare da Gianni Bova in “Brazilian’s Affairs” del 2001 e da Nicola Fasoli in “My Fire” del 2004.

9) Various – It’s A DJ Thing 4
“It’s A DJ Thing” è la raccolta ideata nel 1996 dalla britannica Defender Music, andata avanti per ben tredici volumi, tutti in formato doppio, sino al 2002. Il quarto, preso in esame per l’occasione, ingloba “Make Me Feel” dei 95 North e “Doo Wop” dei Room Zero, stampati come singoli solamente l’anno dopo. Poi ci si imbatte in “Hit The Conga” dei nipponici Paradise Yamamoto & Tokyo Latin Mood Deluxe, remixata da Eric Kupper e François Kevorkian, e due esclusive, “Dee’s Groove” di TC Project alias Felix Hopkins, e “Future” di Javen Souls, prodotto a quattro mani da Jan Cooley e Maurice Fulton. L’occasione è giusta per inserire pure una gemma del passato, “Hiroshi’s Dub” dei giapponesi Tiny Panx Organization, meglio noti con l’acronimo TPO, risalente al 1989 e riproposta nel ’98 dalla Nite Grooves. La versione scelta è la Savanna Mix realizzata da un giovane con gli occhi a mandorla destinato a lasciare il segno, Satoshi Tomiie.

10) Bruce Wayne Vs. H.A.N.Z.- In The Dog House
Il brano in questione occupa il lato b di un 12″ edito dalla tedesca Plastic City, etichetta che allora flirta sia con la house (Terry Lee Brown Jr., The Timewriter) che con la techno (Tesox, , AWeX, di cui abbiamo parlato qui, Kriss Dior). “In The Dog House” gira su uno schema più meccanico rispetto a quello delle produzioni house statunitensi o britanniche, con una parte vocale incastrata geometricamente nella gabbia ritmica montata a sua volta su una serie di suoni tenuti in vita dal loop. A firmare il tutto sono il prolificissimo Jürgen Driessen, per l’occasione nascosto dietro il nomignolo Bruce Wayne ispirato dall’omonimo personaggio dei fumetti della DC Comics, Batman, e Hans Centen che in quel periodo mette su il progetto Decadance con René Runge alias Jaspa Jones del noto duo Blank & Jones. Il 12″ esce anche negli States attraverso la Twisted America Records. In Italia invece la licenza è messa a segno dall’iperattiva Zac Records nata da una joint venture tra Emilio Lanotte e il gruppo Sugar presieduto da Filippo Sugar, figlio di Caterina Caselli.

(Giosuè Impellizzeri)

(si ringrazia per il prezioso supporto Corrado Rizza, autore di vari libri tra cui “Anni Vinilici. Io e Marco Trani 2 DJ” e del docufilm “STrani Ritmi – La Storia Del DJ Marco Trani” di cui si consiglia lettura e visione)

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Don Carlos – Alone (Calypso Records)

Don Carlos - AloneTra il 1989 e i primissimi anni Novanta, dopo il boom dell’italo house ribattezzata piano house per la sua caratteristica intrinseca probabilmente debitrice a “Move Your Body” di Marshall Jefferson del 1986 (“il primo pezzo house con una linea melodica di pianoforte”, come scrivono Bill Brewster e Frank Broughton in “Last Night A DJ Saved My Life”), i compositori e produttori italiani si attivano per generare una variante di quel suono. Occorre sia prendere le distanze da un filone ormai commercializzato a livello internazionale (e quindi sulla via dell’inflazione), sia accontentare gli avventori dei locali considerati “di tendenza” nonché i DJ attratti dal materiale d’importazione. La deep house che fiorisce da noi non certamente a caso attinge spunti dal suono proposto dalle etichette di New York e di Londra, le due città che prendono le redini del controllo della scena house dopo il (veloce) declino di Chicago dove comunque affondano le radici, i seminali esperimenti e il luogo da cui partono le prime hit transatlantiche come “Love Can’t Turn Around” di Farley ‘Jackmaster’ Funk & Jesse Saunders, “Jack Your Body” di Steve ‘Silk’ Hurley e “Promised Land” di Joe Smooth.

A cavallo tra Ottanta e Novanta quindi in Italia avviene qualcosa che era già accaduto in modo analogo circa dieci anni prima con l’italo disco: la rivisitazione di stilemi ed espressioni estere crea i presupposti e le basi di un neo genere prevalentemente strumentale, oggi in gran spolvero specialmente sulla piazza internazionale. Tra i primi a dedicarsi con dedizione a quel suono, che al suo interno ingloba riferimenti jazzistici ed ambient, è Carlo Troja, da Varese, meglio noto come Don Carlos. DJ sin dalla fine degli anni Settanta, incide il primo 12″ nel 1986 con la Discomagic di Severo Lombardoni, “Disco Halloween” di Forbidden Fruits, arrangiato con Manlio Cangelli ed interpretato vocalmente da Jimmy Mc Foy. Il mancato successo lo trasforma in un cult ottimamente quotato sul mercato collezionistico e ristampato proprio poche settimane addietro dalla finlandese Wishing Well Records. «Quella di Forbidden Fruits fu la mia prima esperienza discografica che condivisi con un altro DJ, l’amico Massimo Scarpati» racconta oggi Troja. «Lo realizzammo in un grosso studio sui navigli milanesi, il Regson Studio, affidandoci a chi ai tempi faceva italo disco».

Tra 1987 e 1988 lo scenario musicale e discografico italiano vede una radicale trasformazione. Al declino inesorabile dell’italo disco, ai tempi gergalmente chiamata “disco dance”, si sostituisce progressivamente la house, specialmente grazie alla decisiva spinta dei britannici, tra i primi a fare “da ponte” con le realtà d’oltreoceano. È una fase entusiasmante sotto il profilo creativo ed imprenditoriale ma Troja ricorda pure un risvolto diverso della faccenda: «La musica viveva un periodo nero, c’era voglia di suonare bei dischi nei locali ma le produzioni lasciavano un po’ di amaro in bocca. Iniziai così a proporre solo classici del passato ma mai finendo nel revival più banale. Poi cominciai a comprare i primi mix provenienti d’oltreoceano ed oltremanica che cambiarono radicalmente la mia visione delle cose. In quei brani sentivo pulsare un sound che mi appagava sia ritmicamente che per i suoni». Nel 1991, a cinque anni da quel timido tentativo non andato molto bene, il DJ ci riprova presentandosi al pubblico con un nuovo pseudonimo, Don Carlos, con cui firma “Alone”, un paradisiaco ed estatico trip che rappresenta bene la scuola deep house italiana, con inflessioni ambient e qualche immancabile rimando al suono imperante del pianoforte, iconico per quello che alcuni giornalisti, specialmente anglosassoni, definiscono sprezzantemente “spaghetti house”.

mentre suona ad un rave a Zurigo nel 1992. Si esibisce come Don Carlo

Don Carlos si esibisce ad un rave a Zurigo nel 1992

«Facevo il DJ da anni ma il mio sogno restava quello di produrre musica mia, specialmente dopo l’arrivo sulla scena dei grandi DJ statunitensi, artefici dei remix che mettevo nei set sin dalla fine degli Ottanta. Cercai quindi un musicista che mi assistesse ed accompagnasse la mia voglia di produrre musica house e trovai Luca Martegani, ancora oggi al mio fianco in studio. Le cose che iniziammo a fare erano discrete ma prive di quella marcia in più che invece aveva “Alone”. Impiegammo circa un anno prima di ottenere un prodotto degno di essere pubblicato! Ricordo ancora quel pomeriggio in cui, dopo una bella lite con Luca, dal pianoforte emerse la melodia del brano. Poi creammo la linea armonica e a quel punto capii che si trattava del pezzo giusto su cui insistere. Mettemmo altri suoni insieme usando una Yamaha DX7, una Roland TR-808, un Moog ed alcuni effetti. Lo registrammo e nell’arco di pochi giorni lo mixammo. Quando aggiungemmo il sax parve crearsi un alone intorno al tutto e quindi optai per “Alone” come titolo, da leggere però con pronuncia inglese. “Solo” perché quel disco rappresentava la mia anima, quello che avrei voluto suonare nei club da quel momento in poi. Per iniziare l’avventura scelsi un nuovo nome ed optai per Don Carlos, volevo che le mie origini italiane fossero chiare a chiunque».

Sono tre le versioni di “Alone”: la Paradise, la Flute House e la Sax Ambient, derivate pressoché dalla stessa idea. A pubblicare il 12″ è la Calypso Records del gruppo bolognese Irma di Umbi Damiani e Massimo Benini. «Feci ascoltare il demo di “Alone” a molte etichette milanesi ma la risposta era sempre la stessa. I vari A&R lo apprezzarono per i suoni ma lamentavano l’assenza del cantato e mi consigliavano puntualmente di aggiungere alla stesura un inserto vocale, un rap o un campione preso da qualche vecchio disco, come fecero i Black Box. A me però quelle modifiche non convincevano affatto e quindi chiamai Damiani della Irma e presi un appuntamento. Ascoltammo insieme il pezzo e poco dopo Umbi mi disse che gli piaceva e che lo avrebbe voluto pubblicare sulla Calypso Records. Qualche mese più tardi mi telefonò annunciandomi che “Alone” stava scalando le club chart e che DJ del calibro di Frankie Knuckles e Tony Humphries lo stessero inserendo regolarmente nei loro set».

Don Carlos con un'amica al Paradiso di Rimini nel 1993

Don Carlos in compagnia di un’amica, al Paradiso di Rimini nel 1993

I galvanizzanti risultati irrorano di energia la vena creativa di Don Carlos che nel 1992 firma, sempre per la Calypso, il mini album “Mediterraneo” (recentemente ristampato dalla Flash Forward) contenente brani rimasti impressi nella memoria di una generazione come la title track, “Paranoia” o “Play It Again”. Seguono l’album “Aqua”, vari EP e svariatissimi remix (tra cui quelli per Gazzara, Adolfo, Argentino, Blacknuss, Byron Stingily, Karen Ramirez e persino Alex Britti col tormentone estivo del 1998 “Solo Una Volta (O Tutta La Vita)” ) che mettono in chiaro le sue inclinazioni stilistiche localizzate su un canovaccio di soluzioni deep house, jazz ed ambient. Da progetti paralleli condivisi con Stefano Tirone, come Antigua Managua e Montego Bay, emerge inoltre una vena funky che rende quelle annate pregne di una creatività imbattuta e forse imbattibile. «Era difficile creare qualcosa uguale ad “Alone” ed io non volevo affatto rovinare quel pezzo, così prese vita “Mediterraneo” per palesare a tutti da dove venivo e soprattutto che noi italiani eravamo perfettamente in grado di scrivere ancora belle melodie e che possedevamo eccome un’anima musicale. Per quel disco cercai sfumature più jazz, fondendo percussioni funk unite a parti elettroniche, insomma, la “spaghetti fusion” che tanti continuano ad invidiarci. Montego Bay invece nacque da un’idea di Umbi Damiani che mi presentò Stefano Tirone, già coinvolto in altri progetti della Irma. Cercammo un punto di contatto che non fu difficile trovare giacché lui aveva un’anima più funky ed io facevo il DJ sin dalla fine degli anni Settanta. Venne fuori un mix tra house, disco e funk che si concretizzò prima in “Everything…” del 1992 e poi si sviluppò in “Saturday Night EP” del 1993».

Qualche anno più tardi, nel 1996 per la precisione, Don Carlos approda alla statunitense Guidance Recordings per cui firma una trilogia come The Aquanauts che sottolinea ulteriormente il poderoso background con cui l’artista realizza opere di ampio spessore. Al netto di banale nostalgia, probabilmente alla maggior parte dei produttori odierni mancano proprio le radici solide da cui attingere la linfa vitale per creare il proprio stile ed evitare di uniformarsi passivamente a quello più in voga al momento. «La Guidance Recordings che stava nascendo era in cerca del meglio della deep house mondiale. Mi chiesero un EP e quindi inventai il progetto The Aquanauts che avanzò in modo parallelo alla mia attività come Don Carlos. In quei brani cercai di mettermi in gioco con suoni adesso ben rodati ma allora pure innovazioni, oltre a tanti sample che giravano in loop sopra le melodie. Era la trasposizione discografica di quello che facevo in consolle, ovvero mixare due brani saldandoli con una acappella ed ottenerne uno nuovo».

Nel 2001 è tempo del terzo album dal titolo esplicativo, “The Music In My Mind”, in cui Troja ha modo di collaborare con cantanti d’eccezione come Kym Mazelle, Michelle Weeks e Taka Boom. L’italo house dei primi anni Novanta è ormai lontana, i tempi iniziano a cambiare tecnologicamente e culturalmente e il DJing, da lì a breve, non sarebbe più stato lo stesso. «In quel periodo ero alla ricerca di suoni nuovi, latini, afro e brasiliani. Oltre a Martegani e Stefano Lucato (quest’ultimo giunto per “Love & Devotion” di Don Carlos Unlimited, sulla Subliminal Soul, in cui figura anche la chitarra di Beppe Pini), al team si unì Ricky D.T., un “mostro” alle tastiere, tecnicamente spaventoso e con un gusto comune a pochi altri. Intendevo uscire dalle solite cose che proponeva la house music, specialmente quelle con la ritmica ossessiva, così volli a tutti i costi vocalist del calibro di Kym Mazelle, che personalmente metto allo stesso livello di Chaka Khan, Michelle Weeks e Kevin Bryant. Desideravo incidere un album da cui emergesse in modo più evidente la mia artisticità, cercando prima il sound e il soul rispetto al classico tool da ballare in discoteca. In particolar modo fu il pubblico giapponese ad apprezzare quel disco. La Mazelle poi mi disse che Knuckles se ne era letteralmente innamorato ed avrebbe voluto realizzare il remix di “Someone Gotta Found Love” ma, un po’ per il budget della Irma, insufficiente a coprire la sua richiesta, e un po’ per la tempistica di realizzazione, purtroppo restò un sogno irrealizzato di cui comunque vado orgoglioso».

Don Carlos a Miami nel 1999

Don Carlos a Miami nel 1999, seduto sul suo flight case

Gli anni trascorrono e la deep house battente tricolore italiano, così come accaduto ad altri generi rivalutati nel corso del tempo, si ritrova a vivere di luce nuova. “Alone” viene recentemente ricommercializzato dalla milanese Groovin Recordings e sul mercato piomba una vera e propria invasione di ristampe, forse un campanello d’allarme che indica una fase inventiva stagnante. Anche molte produzioni nuove, peraltro, vengono create sulla falsariga di quelle di venti/venticinque anni or sono, decretando una non evoluzione connessa ad una voglia di emulazione forte e radicata specialmente nelle nuove generazioni che anagraficamente non hanno nemmeno vissuto gli anni per cui provano una strana forma di nostalgia. Fatto sta che italo house e deep (italo) house vivono un ritorno di fiamma dopo l’oblio che pareva infinito. Nel 2014 Joey Negro assembla la compilation “Italo House” sulla sua Z Records (aperta proprio da “Alone”), nel 2017 Young Marco e Christiaan Macdonald di Rush Hour creano la serie “Welcome To Paradise” dedicata alla cosiddetta dream house. Tenere il conto dei repress però, ufficiali e non, è veramente impossibile. «La italo house generò alcuni talenti ancora presenti sul mercato. Era un filone stilistico dalla spiccata “freschezza”, destinato ad una nicchia di ascoltatori seppur ci fu un periodo in cui divenne particolarmente popolare. Adesso la tecnologia aiuta ma limita il talento. Quasi chiunque può produrre musica a casa, con strumentazione dal costo irrisorio. Può essere un vantaggio ma anche l’esatto opposto. Noi realizzammo “Alone” in uno studio professionale. Tutte le tracce furono suonate e mixate manualmente. La versione Paradise la tagliai dal nastro, è un collage di pezzettini uniti che avevo pre-registrato su un 24 piste. Il computer difficilmente riesce a preservare quel suono caldo. Insomma, i limiti che sussistevano all’epoca si sono rivelati la nostra forza. Era necessario ingegnarsi per ottenere particolari risultati, adesso invece il mercato si limita a cercare cose che suonano ancora attuali. A testimonianza di ciò, il prossimo 20 ottobre sarò ad Amsterdam per una serata nell’ambito dell’ADE dedicata proprio alla italo house. Insieme a me artisti come Elbee Bad, System Of Survival ed Akira».

Giusto un paio di mesi fa è uscita la compilation “Paradise House” che Don Carlos ha curato per la Irma, praticamente una summa di tutto quel periodo realizzata setacciando i cataloghi della label bolognese che quest’anno taglia il trentennale d’attività. «”Paradise House” è nata da una mia idea poi condivisa con Umbi. Volevo scavare a fondo negli archivi di quella storica etichetta di cui orgogliosamente faccio parte, inserendo cose che a mio parere sono ancora proponibili. È come quando ti imbatti nelle b side di vecchi 7″ occupate da pezzi bellissimi ma sconosciuti. Ecco, secondo me c’è ancora tanto da scoprire nell’enorme catalogo della Irma. Prossimamente uscirà su vinile “The Cool Deep”, il mio quarto album del 2010 ai tempi edito solo su CD, a cui seguirà la ristampa di “Aqua” del 1993. In cantiere c’è anche un nuovo album, il quinto della mia carriera, che racchiuderà tracce inedite prodotte ai tempi, l’Original Version di “Alone” e due Extended di “Paranoia”. Insomma, un LP nuovo ma vecchio, che conterrà ciò che ero, che sono e che vorrò essere in futuro». (Giosuè Impellizzeri)

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Marvin Gardens – My Body And Soul (Ninja Records)

Marvin Gardens - My Body And SoulAd elencare le cover o i remix diventati più noti degli originali si potrebbe riempire un libro intero. Alla lista infinita va doverosamente aggiunto “My Body And Soul” di Marvin Gardens, progetto tedesco che nel 1992 si impone anche in Italia. Così come vuole la moda dei tempi, la pop dance si appropria di brani del passato traducendoli in chiave moderna per offrirli ad una generazione che non conosce le versioni originali per semplici motivi anagrafici. I Marvin Gardens ripescano quindi “My Body And Soul” degli americani Delicious, pubblicato nel 1986 ma non particolarmente fortunato dal punto di vista commerciale.

Per Rainer Streubel, il “regista” che dirige i lavori dietro le quinte di Marvin Gardens, è stato pressoché naturale attingere dalla musica del decennio precedente, periodo in cui muove i primi passi nell’ambito discografico. «Nel 1984 iniziai a lavorare come rappresentante per la Bellaphon Records, azienda col quartier generale a Francoforte sul Meno, partecipando ogni lunedì sera alle riunioni relative ai prodotti da commercializzare» racconta oggi il tedesco. «Mi occupavo prevalentemente di musica dance come funk (importata dalla Motown di Detroit), electro e la cosiddetta techno pop e i miei suggerimenti erano spesso apprezzati dai manager. Ero un giovanotto che amava viaggiare ed infatti mi recavo regolarmente in discoteche come l’Area e lo Studio 54 a New York, al Ku (oggi Privilege) e al Pacha di Ibiza e al Dorian Gray di Francoforte. In questo modo acquisii grandi competenze e conoscenze nell’ambito della musica elettronica. Vendere musica e suonare la chitarra sono praticamente le due cose che ho imparato a fare meglio nella mia vita. Sin dall’infanzia mostrai doti creative: ero soltanto un ragazzino quando creai un suono speciale abbastanza psichedelico, ispirato dai Pink Floyd, suonando la chitarra elettrica poggiata sul pavimento e connettendola ad un distorsore a pedale Big Muff. Ma ero solo un autodidatta!».

CCCP

La copertina di “American-Soviets”, primo singolo dei C.C.C.P. pubblicato nel 1986 e prodotto da Rainer Streubel sulla sua Clockwork Records. La grafica ammicca alla cosiddetta “linea rossa” tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, rappresentati rispettivamente da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov ironicamente fumettizzati da Fred Schomberg.

Nella seconda metà degli anni Ottanta Streubel inizia la carriera da produttore con la band dei C.C.C.P., in scia alle vicende politiche della Guerra Fredda quasi al termine, ma anche con altri progetti come Beat-A-Max, R.L.F. ed Area (un probabile rimando alla citata discoteca newyorkese). È il periodo della new beat e dell’invasione europea di house e techno. «Il mio primo approccio all’EBM, industrial e a quella che veniva chiamata in gergo techno pop avvenne nel 1986 quando produssi “American-Soviets” dei C.C.C.P., ispirato da un brano dell’anno prima, “Generator 7/8” dei Moskwa TV (progetto in cui figura un giovane Andreas Tomalla, successivamente noto come Talla 2XLC, nda), dal film “Rocky 3”, dalla mia propensione per la musica araba e per quel genere musicale di tendenza che ai tempi si poteva ascoltare e ballare in posti come il Dorian Gray, una discoteca situata nell’aeroporto di Francoforte. Lì dentro i DJ passavano molti brani di band come Front 242, Nitzer Ebb e Laibach, oltre naturalmente alle primissime tracce house che giungevano dagli States».

Pochi anni più tardi nasce Marvin Gardens che si pone sul crocevia tra due decenni fondamentali per la musica dance, probabilmente impareggiabili per intuizioni. Un remake che, come detto prima, diventa più popolare della canzone originale. «Nel 1986 licenziai in Germania il pezzo dei Delicious (ovvero Teddy Riley, anni dopo nei Blackstreet e tra i collaboratori di Michael Jackson, e Gregory Marius) attraverso la mia etichetta, la Clockwork Records, diventando anche il loro editore europeo. L’idea di farne un remix mi venne nel 1991 insieme ad Armin Kupfer alias A-Ninja, un DJ molto bravo che raccoglieva successo qui in Germania ma solo a livello locale. Ad interpretare vocalmente il brano fu una cantante che scovai io stesso, Andrea Zanaboni meglio nota come Anna Boni, che mi colpì subito per la sua voce particolarmente sensuale. Il giorno in cui venne per la prima volta nel mio ufficio a Francoforte era in compagnia di un’altra cantante che aveva precedentemente firmato un contratto con la CBS e in virtù di ciò era convinta di essere migliore, ma io preferii ugualmente l’esordiente Anna. Ai tempi non sapevo granché sui computer (ad eccezione del Commodore 64!), quindi non ero tecnicamente in grado di lavorare con Hybrid Arts (un software che girava su computer Atari, nda) o con altri programmi in uso negli studi di registrazione. Mi limitavo alla scelta dei suoni da adoperare e a svolgere ruolo di produttore esecutivo. A curare gli arrangiamenti in “My Body And Soul” fu un musicista che mi presentò un caro amico, Achim Szepanski, fondatore della Force Inc. Music Works e Mille Plateaux, affiancato da Georgious Poulkaris, già nel team della Clockwork Records e della CMV Records, dai Noizmakers (Ralph Diehl e Ric Damm) e Data Soul. Impiegammo una settimana per completare il lavoro in studio ma ci vollero circa tre mesi prima che il disco arrivasse nei negozi.

Poi purtroppo avvenne qualcosa di spiacevole. Sul mercato giunse una seconda cover del brano dei Delicious pubblicata dalla MCI di Frank Farian, prodotta per giunta dagli stessi Noizmakers con i medesimi sample ma interpretata da Lori Glori. Una nuova versione seguì nel 1994 su BMG col titolo “Body-N-Soul”. Decisi di denunciare Farian ma alla fine dieci bugiardi ebbero la meglio su cinque onesti. Tuttavia non mi importò più di tanto perché, in qualità di editore europeo, avrebbero dovuto comunque corrispondere delle quote anche a me per entrambi i prodotti. La nostra versione vendette dalle 4700 alle 5300 copie. La Ninja Records era una piccola label indipendente che creai con Armin Kupfer, e persino la distribuzione avvenne in modo autonomo attraverso la CMV Cooperation Medien Vertrieb. Dopo le beghe legali sorte coi Noizmakers e Frank Farian però decidemmo di non produrre più nulla su Ninja Records».

Il brano dei Marvin Gardens circola anche attraverso un videoclip in cui la scena è dominata interamente dalla cantante. «La protagonista era Anna Boni, voce ufficiale dei Marvin Gardens e di molte altre canzoni di quel periodo. Alle sue spalle c’era Berry, un ballerino professionista che entrò a far parte del team. A realizzare la clip fu un certo Lekkebusch, un regista/videomaker che aveva anche uno studio. Credo che quel lavoro costò circa 10.000 euro pagati però dalla BMG di Monaco».

Marvin Gardens fakes

Alcuni dei remake pubblicati dopo il successo di Marvin Gardens. Il mercato discografico era talmente grande da assimilare cover delle cover uscite anche a distanza di poche settimane.

“My Body And Soul” diventa un successo estivo in Italia dove viene licenziato dalla G.P. Records del gruppo Dancework che commissiona alcuni remix a Fabio Cozzi, El Zigeuner, Gianni Bini & Stefano D’Andrea e ai Korda (Alex Neri e Marco Baroni). Nel contempo la Discomagic di Severo Lombardoni pubblica, come è solita fare allora, la cover firmata con un nomignolo ironico che assomiglia foneticamente a Marvin Gardens, Martin Gardner, pare ricantata da Maria Capri. Pochi anni dopo, nel 1997, il brano viene rispolverato ancora attraverso nuove versioni (tra cui quella progressive di Space Frog) giunte da noi mediante l’Italian Style Production della Time Records di Giacomo Maiolini. L’ennesimo remake esce nel 2008 (quello dei The Soundlovers) e giusto recentemente un altro a firma Gianluca Motta ed Antonio Viceversa. «L’Italia ha ricoperto un grande ruolo nella scena musicale e nel business discografico di quel periodo. Ennio Morricone resta uno dei miei compositori preferiti in assoluto. La prima volta che ebbi contatti con l’Italia fu nel 1991, giravano un mucchio di licenze ed accordi con aziende bresciane come ad esempio la Time Records a cui mi interfacciavo attraverso Monica Paganini. L’Italia rappresentava un mercato fantastico ed era particolarmente rapida nell’acquisire le licenze estere. Claudio Ridolfi della Dancework è stato uno dei referenti italiani che ho incontrato personalmente quando feci affari col produttore Siro Gallotti. Ricordo pure che Marvin Gardens venne ospitato da una tv milanese nel 1992: Anna era lì da sola, anche perché rappresentava l’immagine della band, e purtroppo non ho mai avuto modo di vedere la registrazione di quello spettacolo. Incontrai invece Raffaela Travisano a Colonia, durante una delle edizioni del Popkomm, e tempo dopo avemmo modo di collaborare. Ritengo che l’Italia, insieme alla Spagna, ai Paesi Bassi e agli Stati Uniti, abbia rappresentato uno dei più grossi epicentri per la scena dance tra gli anni Ottanta e Novanta. Col passare del tempo altre nazioni hanno visto crescere la propria presenza in quel segmento di mercato, come la Francia, la Germania, i Paesi dell’Europa dell’Est e molti altri ancora. Tante cose sono cambiate e credo sia un bene. Ormai ci sono musicisti praticamente in ogni nazione del mondo. La musica, insieme allo sport, è una delle due forme di comunicazione che possono essere capite da chiunque a prescindere dal colore della pelle, dalla religione o dagli schieramenti politici».  Nel 1997, quando escono i citati remix di “My Body And Soul”, alcune case discografiche, tra cui la Dance Pool, mettono in circolazione 12″ e CD con un nome marginalmente variato in Marvine G., ma Streubel pare essere all’oscuro di ciò: «Non abbiamo mai cambiato nome e non ho la più pallida idea per cui su quei supporti sia apparso Marvine G. anziché Marvin Gardens, ma non mi stupirei se fosse l’ennesimo dei tiri mancini giocato da Ralph Diehl, Ric Damm e Data Soul».

Peripezie legali a parte, i Marvin Gardens tornano nel 1993 con “Take Time”, pubblicato in un’edizione limitata simile ad una white label priva di indicazioni, a cui segue nello stesso anno “Got (God !?) Expressed” ma entrambi non riescono a raccogliere il successo di “My Body And Soul”. «Purtroppo non funzionarono ed io, a causa dello stress accumulato in quel periodo, decisi di prendermi una pausa di riflessione. Mi dedicai quasi esclusivamente al lavoro di editore rivoluzionando la mia vita al punto da trasferirmi in Catalogna, in Spagna, dove nel 2003 scrissi la canzone “Yolanda” di Sebastian Gomez. Nel corso degli anni ho prodotto altre cose come ad esempio “Summernation” di N 678 nel 1995 e “3rd Millennium” dei C.C.C.P. nel 1999. Poi con Achim Szepanski ho fondato la Mille Plateaux Media e lanciato la Supralinear con Nicole Neumann. Nel 2008 fu la volta della Rhizomatique, ancora condivisa con l’amico Szepanski. Nel 2014 pensai di riportare in vita Marvin Gardens producendo l’album “Body & Rhythm” con un nuovo team ma avvalendomi ancora della voce di Anna Boni. Avendo ceduto nel 2009 la mia Clockwork Records insieme allo studio e a tutto il resto, mi misi alla ricerca di un’etichetta interessata ma senza risultato. Dal 2010 al 2013 ho fatto il manager per alcune band nu metal (visto che nel 1988 collaborai con la ZYX Metallic), e nel 2017 ho trovato la A45 Music, diretta da Reinhard Piel (ex manager della Zyx) che ha pubblicato un best of della mia discografia e il nuovo singolo di Marvin Gardens, “Walking On The Street”.

Cosa dire sul music business contemporaneo? Una piccola percentuale proviene dallo streaming, per i compositori è davvero dura. Molti si sono dedicati alle colonne sonore perché fare dischi ormai è ben poco remunerativo. Non credo all’hype sul ritorno del vinile, forse è più redditizio il mercato dell’usato perché il nuovo è ridotto a quantità assai limitate e i puristi del suono continuano a comprare solo ristampe di classici in 180 grammi. A fare la differenza spesso sono i PR o l’intelligenza artificiale delle app, visto che per raggiungere le grandi masse oggi è necessario affidarsi al marketing online. Ho preferito chiudere la mia Streubel Entertainment alla fine del 2014. Dal 2009 il nuovo proprietario è mio figlio Norman che probabilmente è intenzionato a vendere alcune parti o l’intera azienda. Oltre al citato album di Marvin Gardens, tra 2014 e 2016 ho prodotto anche “Decadance Club” dei C.C.C.P. che è stato il mio ultimo lavoro. Non riceverò alcuna royalties da queste uscite però, eventuali guadagni verranno devoluti a giovani artisti. Con questo ho chiuso in modo definitivo la mia carriera professionale nel music business dopo 33 anni e quella da musicista dopo ben 45». (Giosuè Impellizzeri)

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TC 1992 – Funky Guitar (Paradise Project Records)

TC 1992 - Funky GuitarMarco Fratty, Corrado Presti e Roberto Intrallazzi saranno sempre ricordati per essere stati tra i primi ad aver traghettato la house italiana nelle classifiche di vendita di tutto il mondo. Il successo raccolto come FPI Project dal 1989 è memorabile e sprona un numero indefinito di DJ a cimentarsi nella produzione discografica armandosi del minimo indispensabile (una batteria elettronica, qualche sintetizzatore ma soprattutto un campionatore).

Ai tempi la prolificità creativa viene opportunamente convogliata attraverso diversi pseudonimi per non saturare troppo velocemente quello legato ad un grosso successo commerciale, proprio come avviene col team bergamasco che nel 1991 lancia il progetto parallelo TC, sigla di volta in volta affiancata dall’anno di pubblicazione. «Lo inventammo perché volevamo battere uno stile completamente diverso rispetto ad FPI Project e quindi sperimentare di conseguenza cose dissimili da quelle che invece ci richiedeva il mercato commerciale» racconta oggi Corrado Presti. «Inizialmente TC indicava le iniziali di Tina Chris, la cantante che interpretò i nostri primi singoli, ma poi cambiammo ed optammo per Total Control. Nonostante il nome differente, devo ammettere che in TC c’era comunque molto degli FPI Project. Non era possibile tenere a freno gli elementi di matrice funky e soul, culture dalle quali proveniva ognuno di noi».

TC 1992 (1)

Fratty, Presti ed Intrallazzi immortalati in una foto scattata tra 1989 e 1990

Il primo TC si intitola “1991” e viene licenziato dalla belga R&S Records, particolarmente attenta ai prodotti provenienti dall’Italia (l’anno prima è la volta di “Lot To Learn” di Lee Marrow, “Hazme Soñar” di Morenas e “No Problem” di Arkanoid, tutti battenti bandiera tricolore). «Non fummo noi ad arrivare all’etichetta del cavallino ma l’esatto contrario. Era un periodo particolarmente felice per le nostre produzioni, credo furono determinanti le classifiche di Billboard in cui stazionavamo da tempo alle prime posizioni» spiega Presti. L’interesse di Renaat Vandepapeliere e Sabine Maes si rinnova nel 1992 quando i tre incidono il secondo TC, “Funky Guitar”, più incisivo rispetto al precedente e decisamente più fortunato sotto il profilo delle vendite. Il brano lascia esplodere al suo interno un frammento di chitarra tratto da “What It Is” degli Undisputed Truth (ricampionata più volte negli anni a seguire) e le percussioni di “Hum Along And Dance” dei Temptations, in seguito coverizzata dai Jackson 5. Il risultato profuma di house quanto di funk e manda in solluchero i DJ di tutto il vecchio continente tra cui i britannici Sasha e Graeme Park a cui si accodano i Lionrock di Justin Robertson che lo remixano. La R&S inoltre inserisce “Funky Guitar” nel quarto volume della raccolta “In Order To Dance”: insieme ai TC ci sono, tra gli altri, Aphex Twin, DJ Hell, The Future Sound Of London, Jam & Spoon, Jaydee (di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui), CJ Bolland, Dave Angel, 3 Phase Feat. Dr. Motte, Phuture e Mundo Muzique. La compilation passa alla storia anche per una confezione particolarmente intrigante, un cofanetto su cui è incastonato un pulsante che aziona la voce sintetica di un chip.

TC 1992 (2)

Fratty, Presti ed Intrallazzi con la cantante Sharon Dee Clarke (1989)

«Assemblammo il tutto con l’aiuto del Casio FZ-1, un campionatore del 1987 che ci accompagnò in parecchie produzioni. Visto che all’epoca i DJ nostrani non avevano molta considerazione dei dischi made in Italy ideammo un piccolo stratagemma: spedivamo alcune copie nel Regno Unito per poi farle reimportare come se fossero produzioni straniere. In alcuni casi funzionò e solo quando si creò il giusto interesse scoprivamo le carte rivelando chi ci fosse dietro il disco. L’ironica citazione sulla copertina, “hey papà guarda ….un pollo!” (che rimandava allo spot del Dado Knorr di qualche anno prima, nda) si riferiva esattamente a ciò. Con quel “giochetto” riuscimmo ad ingannare molti addetti ai lavori. “Funky Guitar” vendette all’incirca 300.000 copie e trattandosi di una produzione rivolta esclusivamente ai club poteva essere considerato un grande successo seppur i numeri fossero ben diversi da quelli ottenuti coi dischi degli FPI Project».

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Fratty, Presti ed Intrallazzi nel 1991 negli studi torinesi della Rai per una trasmissione televisiva presentata da Valerio Merola ed abbinata alla lotteria del Gran Premio di Monza. Insieme a loro c’è la cantante Tina Chris.

Sul 12″, pubblicato dalla Paradise Project Records, figurano anche tre remix (Sure Shot Club Mix, Sure Shot Groove Mix, Sure Shot Deep Mix) firmati dal compianto Marco Trani che effettua un ottimo lavoro di reimpostazione sonora non limitandosi a banali interventi ritmici. «Il grande Marco fu l’unico DJ italiano a cui mandammo il promo strappandogli però la promessa di non renderne nota la provenienza. Lo avrebbe proposto per tutta la stagione estiva al Pascià di Riccione» ricorda ancora Presti. Ai tempi gran parte dei DJ attivi in ambito discografico (Trani incluso) si rivelano particolarmente restii ad usare il proprio nome sulle copertine dei dischi, esattamente l’opposto di quanto avviene ora con la voglia di protagonismo che prende il sopravvento. «La musica si produceva per davvero ma, in assenza dei social network, non sussisteva affatto la necessità di apparire a tutti i costi. A giudicare dai compensi percepiti dai DJ di grido di oggi però si avverte un po’ di pentimento».

TC 1992 (4)

Fratty, Presti ed Intrallazzi nel loro studio con le Sister Sledge nel 1992. A presenziare, tra gli altri, il discografico Pippo Landro della New Music International e il musicista Roberto Frattini che si occupò di risuonare le parti di pianoforte nei loro dischi.

Alla crescita esponenziale della smania protagonistica corrisponde un’inversamente proporzionale carica creativa. Il sampling, ad esempio, è finito con l’arenarsi. Pare che alle nuove leve non interessi ricercare nuove fonti campionabili preferendo invece riprendere le idee da successi già ampiamente rodati, limitandosi a riconfezionarle usando suoni nuovi. Si profila paradossalmente una deludente fase di stallo in un’epoca in cui tutto è tecnologicamente possibile, in netto contrasto con quanto avviene invece nelle decadi passate, con potenzialità tecniche di gran lunga limitate. Forse la troppa libertà e facilità odierna è diventata un limite? «Credo che la pecca delle produzioni attuali risieda nella troppa semplicità con cui realizzarle. Con un banale computer in casa, tutti o quasi producono “musica” ma è proprio questa facilità ed immediatezza a determinare l’assenza di cultura musicale, di quella voglia di ricerca e sperimentazione che invece animava noi» prosegue Presti.

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Una foto di gruppo scattata nel 1993: gli FPI Project sono in compagnia di vari personaggi del mondo della notte tra cui Enrico Acerbi alias DJ Herbie, Marco Bongiovanni alias Easy B e Stefania Bacchelli alias Stefy (trio impegnato ai tempi in DJ H Feat. Stefy). Poi anche Joy Salinas e gli impresari Francesco Monteleone e Carmelo Legato.

Dopo l’exploit di “Funky Guitar”, tra 1993 e 1995 il trio lombardo incide altri tre dischi come TC, “Harmony” (rifacimento di “Friendship Train” dei citati Temptations), “Psychedelic Colours” e “Just Get Up And Dance”. «Harmony” ebbe un fortissimo impatto oltremanica balzando in testa a tutte le classifiche dei club ma a causa di problemi legali sorti per l’uso del sample fummo costretti a ricantare e risuonare la parte e quindi a ritardarne l’uscita. Una volta pronti purtroppo ci ritrovammo con l’entusiasmo del pubblico un po’ afflosciato. Considero invece “Psychedelic Colours” la produzione più particolare e psichedelica del progetto TC, interamente basata su un sample tratto degli Earth, Wind & Fire. Chiudemmo con “Just Get Up And Dance” ma non fummo noi a decidere sulla fine dei TC bensì le tendenze del mercato che nel frattempo si spostarono verso la techno lasciando scemare l’interesse per la house. A rimpiangere gli anni Novanta non siamo solo noi DJ ma anche le discoteche che, grazie all’avvento della musica house, videro le proprie sale piene come non mai a differenza di ciò che avviene ora, coi club (nel vero senso del termine) destinati a tramontare. Basti pensare che nessun locale oggi dà importanza alla Musica (con la M maiuscola), preferendo tutto quello che gira intorno, banale esibizionismo insomma. Noi restiamo felici ed orgogliosi di aver contributo a rendere unico e speciale quel decennio memorabile. Non nascondo che mi piacerebbe vedere maggior interesse verso ciò che fu da parte delle nuove leve augurando loro di vivere momenti altrettanto emozionanti. Respect!». (Giosuè Impellizzeri)

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