David Carretta – Nuit Panic (Blackstrobe Records)

David Carretta - Nuit PanicL’artista francese di origini italiane è un veterano della scena, tra coloro che nell’arco di un venticinquennio circa hanno seminato intuizioni ed esplorato alcune delle possibili combinazioni tra diversi generi, connettendo il prototipo dance degli anni Ottanta con quello più sfacciatamente ballabile dei Novanta, ottenendo nuove matrici dal retrogusto ibrido. Come descritto in Gigolography, “il suono di Carretta mette in risalto il rapporto tra electro, disco e techno accompagnate da spunti EBM. Il risultato finale è efficace per la pista ma non dimentica le accortezze formali”. L’artista ha fatto tesoro degli ascolti adolescenziali legati tanto all’industrial ed EBM quando al synth pop, new wave ed italodisco, reimpiantandone elementi e sfumature nella techno figlia di Detroit, della Berlino post Muro e della Francoforte in botta trance, e riuscendo nel difficile compito di edificare qualcosa che ne preservasse gli stimoli ma evitasse di suonare come un banale e prevedibile remake.

Carretta album

I primi tre album di David Carretta: “Le Catalogue Electronique” (1999), “Kill Your Radio” (2004) e “Rodeo Disco” (2008)

A differenza di altri che hanno cavalcato il momento più opportuno per capitalizzare al meglio gli introiti della discografia però, Carretta dosa le apparizioni, sebbene abbia la giusta credibilità ed anche una personale label ben avviata, la Space Factory, da cui prende il volo “Discoteca” di Exchpoptrue, e non corre mai il rischio di ingolfare la propria discografia con pezzi troppo simili l’uno all’altro che ne sviliscano in qualche modo gli intenti. Il nuovo album difatti, il quarto della carriera dopo “Le Catalogue Electronique”, “Kill Your Radio” e “Rodeo Disco”, arriva a più di dieci anni dal precedente, un lasso di tempo infinitamente lungo per il mercato discografico, specialmente quello odierno in cui tutto viene consumato all’istante. «Non ho mai pianificato nulla nella mia carriera da produttore» chiarisce l’artista. «Mi piace dedicarmi anche ad attività diverse da quella musicale, oltre a trascorrere del tempo con la mia famiglia.

“Nuit Panic” gravita intorno a tematiche ed eventi che potrebbero accadere durante le ore notturne: party, vita nelle discoteche, fine di relazioni romantiche, uso di droga, avventure alcoliche, senza dimenticare la dipendenza dai social network che ci spingono a diffondere quotidianamente immagini della nostra vita. Ho sempre cercato di individuare un filo conduttore in tutti i miei album, componendo i relativi brani come una sorta di storia sospesa tra sogno e realtà, con divagazioni sull’amore ed un pizzico di ironia. A convincermi ad incidere un nuovo LP è stato l’amico Arnaud Rebotini, quindi la scelta di affidarlo alla sua Blackstrobe Records è stata ovvia. Dal punto di vista tecnico invece, “Nuit Panic” è il risultato di un mix tra strumenti hardware e software. Ho adoperato alcuni vecchi sintetizzatori come Korg MS-20, Sequential Circuits Pro One, Roland MKS-30 e Korg Mono/Poly, per gli effetti invece un Roland DEP-5 ed infine un Korg DVP-1 per vocoder e processare le voci. Per quanto riguarda le parti ritmiche, ho usato un campionatore Akai con alcuni banchi suoni di batterie vintage che utilizzo anche con Battery su Cubase. Il mixaggio è stato effettuato in digitale, col computer. Per finalizzare il tutto ho impiegato sei mesi».

“Nuit Panic” è il punto di intersezione di tutte le principali influenze dell’artista, dall’industrial all’EBM, dalla new wave al synth pop sino ad italodisco ed eurodisco virate in chiave techno, come avviene in “Visage” che richiama a gran voce alcuni classici del repertorio carrettiano tipo “Vicious Game”, “Inside Out” o “Lovely Toy” e per cui è stato girato pure un videoclip realizzato da Barbara Balestas Kazazian. Le coordinate restano le medesime in “Dark Candies”, col featuring di Romance Disaster, “Come Here Come Down” ed “Accident Sentimental”. Un omaggio all’umanità sintetizzata moroderiana lo si apprezza in “Destination L’Amour”, con l’intro che pare davvero “Feel Love” di Donna Summer. Il resto è un serpeggiare di sintetizzatori rigogliosi ed esuberanti, indiscusso leitmotiv del suono di Carretta. Con “Le Prince De La Cuite” si torna sulla strada dell’italo con maggior nitidezza, ma dotando puntualmente l’impianto con quella verve energica e spigliata sorretta dalla battuta sostenuta ed atmosfere mai troppo mielose. Quando vuole il francese sa diventare più battagliero e ruvido: si sentano “En Cas D’Urgence”, dalla chiara impronta EBM, o “J’ai Peur De Mon Ombre”, reticolo di techno/electro e new beat. “Never Control Part 2” (il Part 1 risale al 2016) rivela il lato più scuro ed ombroso dell’artista ed infine tocca all’algida e meccanica “Vison Parallele”, con qualche palese rimando ai Kraftwerk di “Trans-Europe Express”. Nel complesso “Nuit Panic” è un disco che tiene alta l’attenzione dell’ascoltatore dall’inizio alla fine, e che rende felici i nostalgici dei primi fertili anni dell’electroclash, quando il suono di band come Telex, New Order o Yello incrociano arditamente architetture technoidi.

David Carretta (1)

Una recente fotografia di David Carretta

«La mia musica rappresenta da sempre il mix di tutti i generi che apprezzo. In questo modo ho cercato di ideare il mio personale stile che possa distinguermi dagli altri. Ero appassionato di EBM e new wave ma la musica che ascoltavo alla radio quando ero un teenager era principalmente disco ed italodisco. Entrambe entrarono inconsciamente nel mio cervello insieme ad una delle hit dei Kraftwerk, “Radioactivity”. Dalla fine degli anni Settanta e per buona parte degli Ottanta praticamente tutta la musica veniva composta attraverso i sintetizzatori, incluse le sigle dei cartoni animati e dei programmi televisivi. Per tale ragione mi innamorai profondamente della musica realizzata con le macchine. Successivamente, intorno alla fine degli anni Novanta, quando iniziò la storia dell’International Deejay Gigolo Records di Hell per la quale ho inciso per diverso tempo, ho riscoperto l’italodisco. A legarmi all’Italia sono anche le mie origini: il 90% della mia famiglia infatti proviene dal nord Italia e dalla Sardegna. Poi i miei parenti emigrarono a Marsiglia, tra la prima e la seconda Guerra Mondiale, per cercare lavoro. Purtroppo oggi nessuno tra noi parla l’italiano ma mangiamo spesso cibo dello Stivale tricolore e conserviamo sempre un piccolo pezzo di Italia nel nostro animo e cuore. So che alcuni membri della famiglia Carretta vivono ancora in Italia ma sfortunatamente non li conosco. Mi piacerebbe incontrarli un giorno».

Art Kinder Industrie - 1988 -1990

La copertina dell’album di Art Kinder Industrie, che raccoglie 14 brani realizzati tra il 1988 e il 1990 ma mai pubblicati

Come già descritto, se da un lato Carretta si riallaccia alle melodie/armonie new wave e synth pop, dall’altro centrifuga aspetti più muscolari derivati dall’incrocio vicendevole tra industrial ed EBM, filoni che esplora col compianto Xavier Vincent attraverso Art Kinder Industrie, un progetto risalente al 1988 ma portato alla luce solo recentemente dalla +Closer2 che ha pubblicato l’album coi brani rimasti nel cassetto per oltre trent’anni. «Art Kinder Industrie appartiene ad una fase molto eccitante della mia vita, quando scoprii i sintetizzatori ed iniziai a comporre musica» racconta. «Sia io che Xavier vivevamo in un piccolo paese nel sud della Francia dove non esisteva alcuna realtà discografica. Non riuscimmo a trovare un’etichetta interessata alla nostra musica e disposta a supportarci, e per questa ragione tutti i brani che realizzammo nei circa tre anni di attività di Art Kinder Industrie non furono mai pubblicati. Ai tempi era molto difficile al contrario di oggi. L’anno scorso Pedro della +Closer2 mi ha proposto di pubblicare tutto su CD, e chiaramente la cosa mi ha reso parecchio felice. Contemporaneamente si è fatta avanti la svizzera Lux Rec che invece ha riversato sei di quei brani su 12″».

David Carretta (2)

David Carretta in un recente scatto

Rispetto ai tempi degli Art Kinder Industrie è cambiato radicalmente tutto. Trovare una casa discografica, come giustamente rimarca Carretta, ora è facile come bere un bicchiere d’acqua e per farlo non occorre nemmeno uscire da casa. Anche comporre musica è diventata una cosa accessibile praticamente a chiunque, lo si può fare persino dal proprio smartphone e con costi irrisori. Esiste un rovescio della medaglia però. La facilità di accesso e la democratizzazione hanno generato un eccesso di offerta che ha fatto crollare l’economia del settore musicale. La smaterializzazione dei supporti fisici e l’avvento di nuove forme per l’ascolto hanno fatto il resto, rendendo di fatto utopico pensare di vivere ancora coi proventi derivati dalla vendita della propria musica. «La nostra vita è cambiata da quando sono apparsi internet (prima) e i social network (poi). Adesso possiamo accedere a qualsiasi cosa in appena un secondo ma, in modo altrettanto rapido, possiamo anche cestinarla. Questa, per me, è la ragione per cui tutto ha perso valore, inclusa la musica e il DJing. Per fuggire lontano dalla mediocrità dilagante c’è qualcuno che cerca di tenere in vita oggetti ritenuti ormai vintage, come i dischi in vinile o i vecchi sintetizzatori analogici, ma non è sufficiente. I DJ non sono più dei precursori come lo erano un tempo. Ormai quella del DJ è una figura talmente comune che persino mia nonna sa cosa sia un disc jockey! Il DJing stesso è diventato un mezzo per ottenere velocemente popolarità, soprattutto con l’aiuto del marketing sui social network, e ricavare un mucchio di soldi. Ho sempre svolto lavori differenti nella mia vita oltre alla musica, proprio perché non volevo finire con l’essere ossessionato dal guadagnare denaro solo ed esclusivamente da questa attività artistica che considero invece più una via di fuga che un lavoro. Sento ancora la necessità di avere contatti con persone in carne ed ossa ed incontrarle nella vita reale. Ho scelto di vivere in montagna anche perché ho bisogno di stare a contatto con la natura. Il 2019? Non ho niente di speciale da annunciare al momento, ma mi pongo l’obiettivo di non lasciar trascorrere troppo tempo da “Nuit Panic” al prossimo album». (Giosuè Impellizzeri)

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Luca Morris – DJ chart giugno 2000

Luca Morris, Jay Culture giugno 2000
DJ: Luca Morris
Fonte: Jay Culture
Data: giugno 2000

1) Sven Väth – Pathfinder (Hell Remix)
A remixare “Pathfinder” è uno dei guru della techno teutonica, DJ Hell, affiancato per l’occasione da Splank! che ormai ha preso le redini del progetto Zombie Nation dopo l’abbandono di Mooner. Della versione originale, assemblata con Anthony Rother (e il suo tocco è palese) resta davvero ben poco. L’electro si trasforma in techno, scura, nebbiosa, minacciosa, col gioco dei clap in evidenza che tornerà, un paio di anni più tardi, in un altro riuscito remix dello stesso Hell, quello per “Paranoid Dancer” di Johannes Heil. Sul lato B del 12″ trova spazio un altro brano, “Ein Waggon Voller Geschichten”, realizzato con gli Alter Ego e remixato da un promettente Terence Fixmer, supportato a lungo da Hell sulla propria International Deejay Gigolo. Entrambi i pezzi sono estratti da “Contact”, quarto album del popolare DJ nativo di Obertshausen in cui trova alloggio un altra traccia cardine della sua carriera, “Dein Schweiss”, che farà palpitare a lungo i cuori dei fan grazie al fortunato remix di Thomas P. Heckmann.

2) Terence Fixmer – Electric Vision
Citato poche righe più sopra, Terence Fixmer, da Lilla, in Francia, si candida a diventare il primattore della TBM (techno body music), versione aggiornata della EBM (electronic body music) di band come Front 242, Skinny Puppy, Liaisons Dangereuses, Crash Course In Science, Nitzer Ebb, Klinik, Neon Judgement, Cabaret Voltaire e No More. “Electric Vision” è il secondo disco inciso per la label di Hell e che, come spiegato in Gigolography, “lo aiuta ad imporre in tutta Europa i suoi energetici live act”. Oltre alla title track, sul disco presenzia la detonante “Rage” da cui grondano copiose gocce di sudore.

3) Casseopaya – Synstation
Attivi sin dal 1991, i tedeschi Casseopaya attraversano più fasi stilistiche della techno, da quella imparentata con l’hardcore/gabber a quella modulata su deviazioni trance/hard trance. Il disco in oggetto esce quando la techno inizia ad essere inondata da citazioni dell’elettronica degli 80s e “Synstation 1”, scelta da Morris nella chart, lo conferma col basso in ottava. Più ridente il suono di “Synstation 2”, sino a sfociare nelle astrazioni ambientali/IDM di “Synstation 3”.

4) Steve Bug – The Other Day
Tra gli alfieri della microhouse, antesignana del minimal che esploderà commercialmente a metà degli anni Zero, Steve Bug è tra i veterani del DJing teutonico. Il “less is more” pare essere il motto trainante della sua attività produttiva, portata avanti prima con la Raw Elements e poi con la più nota Poker Flat Recordings su cui esce proprio l’album in questione, il terzo della carriera. Con un piede nella deep house e l’altro nella minimal techno, il tedesco sfoggia l’abilità nel costruire un suono essenziale, fatto di pochi elementi ma congegnati in modo tale da non invocare altro. Si sentano “Electric Blue” e “White Times”, con melodie appena sbozzate, gli incastri di loop di “At The Front” e le atmosfere tenebrose di “Loverboy” per inquadrare lo stile di questo artista destinato a diventare un idolo della generazione che esulta per la minimal di Hawtin, artista con cui peraltro Bug realizza “Low Blow” nel 2002, prima che quel movimento diventasse un massificato trend europeo.

5) The Parallax Corporation – Cocadisco I
Il primo dei due atti di “Cocadisco” si consuma attraverso tre brani che contribuiscono a delineare la cifra espressiva del duo olandese. I-f ed Intergalactic Gary sono due DJ con un poderoso background culturale alle spalle e in cui un ruolo primario è ricoperto dall’italodisco, ma non quella da balera o da serata revival per attempati. La loro ricerca si muove entro le coordinate di oscure rarità (la cui reperibilità è scarsissima specialmente negli anni in cui non esiste ancora Discogs) dalle quali traggono spunti ed ispirazioni ma arricchendole di volta in volta con nuove e stimolanti suggestioni. “Cybernetic Lover” è space disco restaurata che omaggia nel titolo il quasi omonimo “Cybernetic Love” di Casco, “Human Engineering” ed “Anti Social Tendencies” aprono ampie parentesi protese verso groove più ballabili, rigati di funk e disco per androidi. “Cybernetic Lover”, diventata “(Searching For A) Cybernetic Lover”, ed “Antisocial Tendencies” si ritroveranno più avanti nell’album “Cocadisco”, ristampato nel 2002 dalla tedesca Disko B in cui i due olandesi si cimenteranno, tra le altre cose, nella cover di “Fear” degli Easy Going prodotti da Claudio Simonetti.

6) Ural 13 Diktators – Sound Of Helsinki EP
Questo EP, pubblicato dall’elvetica Mental Groove Records, è uno dei primi con cui la coppia finlandese inizia a fare breccia nel continente europeo. Con un mix tra hi nrg, techno, disco, electro e musica patriottica sovietica, Lauri Virtanen e Lauri Pitkänen edificano il loro particolarissimo stile che ribattezzano, per l’appunto, “sound of Helsinki”. L’ipnotismo di “Party Komerades” e l’incisività di “Down With Mental Groove” ed “High Energy All Stars” suggeriscono i lidi verso cui gli autori dirigeranno le proprie ricerche nel biennio 2000-2002, ottenendo clamorosi risultati sia in Germania, supportati da diverse etichette come la Forte Records del compianto Christian Morgenstern, sia in Giappone, dove Takkyu Ishino li vuole tra i guest al Wire.

7) MG2 – Wo Gehobelt Wird… / Mehlstaub
Esce sulla Staub, sublabel della leggendaria Overdrive di Andy Düx, questo disco di Marc Green al cui interno si consumano veloci intrecci tra techno ed electro. Il tutto assemblato nel suo Evergreen Studio, a Magonza.

8) Savas Pascalidis – Moon Patrol
Tedesco di origini elleniche, Pascalidis si fa le ossa con la techno negli anni Novanta ma trova la sua dimensione quando si dedica al recupero e ricomposizione di vecchi brani disco/funk proiettati nel suono del nuovo millennio. Il suo sound però non somiglia al french touch, è più rude e selvaggio, con rimandi alla house prima maniera di Chicago proprio come avviene in “Moon Patrol”, tratto da uno dei primi EP pubblicati sulla sua Lasergun. Ad onor del vero il brano è una sorta di mash-up tra “For Your Love” dei Chilly e “Love It Or (Beat The Bush)” di Slyck, metodologia di lavoro che contraddistingue gran parte dell’operatività di Pascalidis nei primi anni Duemila, quando milita tra le fila della International Deejay Gigolo di Hell e raccoglie ampi consensi sull’onda dell’electroclash.

9) Vanguard – Geisha Boys
Analogamente a quanto avvenuto nel disco dei Casseopaya descritto qualche riga più sopra, anche nell’EP intitolato “Shizo Disco” dei Vanguard (i tedeschi Axel Bartsch ed Asem Shama) si assiste ad una compenetrazione tra techno ed elementi electro lasciati in eredità dalla fenomenologia stilistica fiorita nei primi anni Ottanta. Il brano che lo rivela più apertamente è proprio quello per cui opta il DJ rodigino, “Geisha Boys”, sequenziato sulle battute sincopate dell’electro e su presenze vocali vocoderizzate. Il disco viene pubblicato dalla Frisbee Tracks di Claudia Schneider e del compianto Good Groove, la stessa che nel 2002 pubblicherà la hit dei Vanguard, “Flash”, col sample dell’omonimo dei Queen e finita nelle mani di Virgin/EMI.

10) Marcin Czubala – 21st January In Poland
Estratto dal “Funktion EP” edito dalla Automatic Records di Ibrahim Alfa, “21st January In Poland” è una traccia techno in cui l’artista polacco si diverte a spaginare matrici hardgroove dotandole di una serie di rumorismi. Particolare risulta la scelta di rallentare alcune misure dell’impianto ritmico per creare un curioso diversivo ai classici reverse, effetto riprodotto qualche mese dopo da Mauro Picotto nella 3 A.M. Mix di “Like This Like That”. Czubala produrrà molta altra techno ed electro di ottima fattura rintracciabile sulle sue Currently Processing e Carabinieri, ma tutto cambia nel 2007 quando aderisce alla corrente minimal ed entra nel roster della Mobilee di Anja Schneider e Ralf Kollmann, etichetta per cui incide diversi singoli (come “Berolina”) ed anche un album, “Chronicles Of Never”.

(Giosuè Impellizzeri)

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Steve Murphy – Mira Electronics (Lobster Theremin)

Steve Murphy - Mira ElectronicsQuello di Steve Murphy è un nome relativamente recente per la scena discografica. Il 12″ che apre la sua carriera da produttore è “Windy City EP”, edito da Chiwax nel 2011, e da quel momento in poi non si è più fermato. Nonostante l’alias anglofono però, dietro Steve Murphy c’è un italiano, Mattia Favaretto, veneto, appassionato di dischi e musica da ballo ovviamente. «Mi sono avvicinato alla dance elettronica, principalmente techno ed electro, intorno al 1998» racconta oggi l’artista. «Vivo nella provincia di Venezia e all’epoca in zona c’erano numerosi club di “tendenza” che proponevano quei generi, Aida, Area City, Movida, Teatro La Scala, Stargame, Alter Ego, giusto per fare i nomi dei più noti. Allora però ero troppo giovane per frequentarli il sabato sera ma fortunatamente esistevano gli after tea, le famose “domeniche pomeriggio”, che mi diedero la possibilità di scoprire meglio quel mondo. Vista l’abbondante quantità di DJ resident, in circolazione c’erano moltissime cassette con le registrazioni delle serate o semplicemente set mixati in studio o in casa. Nastri come quelli di Carlo Di Roma, tra 1998 e 2001, mi spinsero a frequentare i negozi di dischi e ad intraprendere la carriera da DJ. Deejay Studios a Mestre e l’Impero Del Disco a Noale sono stati i negozi che mi hanno aiutato maggiormente a crescere anche se, col passare degli anni, spostai le mie “ricerche” verso l’Emilia Romagna.

Steve Murphy in consolle

Steve Murphy intento a selezionare musica per il programma trasmesso da Rocket Radio

Nel 2001 iniziai a praticare il DJing col nome Mattia Effe ma senza pensare affatto all’eventuale ruolo di produttore. Solo quasi dieci anni più tardi, nel 2010, e dopo aver allargato i miei interessi a sonorità house, approcciai alla produzione componendo alcuni brani insieme a DJ Octopus, Sagats e Madi Grein. Con loro finalizzai il primo EP e mettemmo su il collettivo dei Die Roh. In seguito, grazie all’aiuto degli Analogue Cops (Domenico Cipriani alias Lucretio ed Alberto Marini alias Marieu, pure loro veneti, nda), che mi hanno permesso di accedere al loro studio dove ho carpito qualche utile “segreto”, ho via via migliorato lo standard delle produzioni. Nati in provincia di Padova ma ormai berlinesi d’adozione, Domenico ed Alberto stanno lavorando molto bene in ambito europeo, esibendosi in live e DJ set nei club più importanti della scena techno. Con Marco Zanin aka DJ Octopus invece condivido spesso la consolle nei club, lo studio, un’etichetta (la Metal Position) e un programma radiofonico (Metal Position Kicks) in onda sulla veronese Rocket Radio ogni primo venerdì del mese dalle 21:00 alle 23:00. Insieme ai già menzionati Sagats, Madi Grein, Octopus e Lucretio ho creato anche la Muscle Records che manteniamo in vita portando avanti il progetto nell’ambito di party nella provincia di Padova e Venezia col nome The Sound Of Brenta. Con la conferma di Robert Drewek della Rawax e di Giulio Montanaro della Vae Victis Records che avrebbero pubblicato i primi dischi, giunse l’esigenza di trovare un nuovo nome artistico che potesse identificarmi ed optai per Steve Murphy, pseudonimo che si sposava bene con lo stile delle tracce. DJ Octopus e Sagats continuarono ad usare Die Roh per altre produzioni mentre per me Steve Murphy ha rappresentato praticamente un nuovo inizio»

Dal 2011 ad oggi Favaretto incide molti dischi su altrettante etichette. Filo conduttore della sua vena creativa è un suono che tributa in modo chiaro riferimenti old school, soprattutto quelli della house chicagoana e della deep house newyorkese, in netta antitesi con costrutti modaioli e tendenzialmente legati a fenomenologie stilistiche contemporanee. «Come anticipavo prima, ho ridotto la distanza tra me e la house intorno al 2009. Sino a quel momento avevo proposto essenzialmente techno. Condividere spesso la consolle con DJ fossilizzati sulla tech house ha fatto crescere in me la voglia di cambiamento e di differenziarmi. Ciò mi ha portato a scoprire un genere che non avevo mai apprezzato realmente. Quella svolta mi ha fatto provare anche il desiderio di cimentarmi nella produzione, creare da zero qualcosa che riprendesse quelle sonorità ma che continuasse comunque a rappresentarmi».

Steve Murphy

Steve Murphy in una recente foto

Dopo tanti singoli per Steve Murphy è giunto tempo di un album, un passaggio importante nella carriera di ogni artista. “Mira Electronics” rompe però la tradizione filo house che l’autore ha tenuto in vita durante questi anni e che lo ha portato sulla londinese Lobster Theremin tempo fa (si sentano “Relax EP” del 2014 e “UK Treatment” del 2015). Il concentrato che qui salta fuori è a base di electro e techno, fuse e trattate così come si usava fare tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, quando la corrente electroclash ha la meglio e finisce col contagiare persino il pop e, non certamente a caso, pure quando scocca la scintilla tra Favaretto e il mondo dei DJ e la club culture. Riavvolgere il nastro e ripartire dal principio? «Sì, esattamente» afferma. «L’idea è proprio quella di ricominciare con questo album-tributo ispirato al genere che più mi ha contagiato e regalato emozioni, anche se nel corso del tempo è stato messo da parte o sottovalutato con l’avvento di altri filoni. Non credo che il mix tra electro e techno possa comunque riaffermarsi come avvenuto in precedenza, ma ritengo che nel suo piccolo abbia ancora qualcosa da dire».

Il disco è autenticamente intriso di quella pasta sonora che diede carattere ed unicità agli ultimi anni Novanta, quando iniziò ad affermarsi il ripescaggio di suoni, ritmiche e mood in bilico tra l’electro dei giorni migliori della breakdance, l’italo disco e il synth pop glitterato. Senza dimenticare frequenti richiami al retrogaming, sia grafici che sonori. “Connessione Europa” (un velato rimando fonetico al Netzwerk Europa di Max Durante ed Anthony Rother?) avanza con un basso in ottava ed una beat che pare veramente uscito dagli anni in cui cominciò la fissa della musica retroelettronica e della cultura retropop, “Disappointed”, “The Truth” ed “Android” proseguono con ritmi spezzati punteggiati da pad sinistri e trafitti da bassline arpeggiati così come tramanda la ricetta dell’electro post Drexciya o Aux 88, “Space Train” ed “Again” fotografano il momento in cui la new wave e il synth pop incrociano la techno con The Hacker, il primo Alek Stark e David Carretta presi come potenziali riferimenti. Poi è la volta dello scoppiettante electro beat di “Ray Gun (Bonus Beat)” in stile Miss Kittin & The Hacker pre hit, e della title track “Mira Electronics” ancora in botta EBM / new wave con lo sprint del Kiko su Hot Banana. Tra le meglio riuscite si segnala “Digital Fix Today” che concede spazio alla vocalità, un sorta di mix tra Fischerspooner, Hong Kong Counterfeit e la violenza di Tommie Sunshine.

Se da un lato Favaretto tributa un preciso passaggio stilistico (verso cui aveva già aperto spiragli attraverso recenti uscite su Domina Trxxx, Hot Haus Recs, Metal Position e Wilson Records), dall’altro si preoccupa di intrecciare il disco al luogo natio. «Mira è la città in provincia di Venezia in cui sono nato e dove è cresciuta la mia passione per la musica elettronica è cresciuta» spiega. «Ogni traccia dell’album è stata realizzata nello studio che ho creato e che condivido con DJ Octopus, Sagats e Madi Grein, a Fiesso d’Artico. Ho usato principalmente un campionatore Akai S3000, diversi sintetizzatori (tra cui Nord Rack 2 di Nordlead, MoPho di Dave Smith Instruments, Alpha Juno-1 di Roland), un vocoder MAM VF-11, batterie elettroniche Roland TR-707 e Novation Drum Station e vari effetti. Come sequencer invece mi sono avvalso esclusivamente della groovebox Roland MC-505. Il computer mi è tornato utile solo in fase di registrazione: visto il set-up, tutti i pezzi sono frutto di una modalità esecutiva live. Nell’arco di quattordici mesi ho realizzato circa diciassette brani, poi ho creato una playlist soddisfacente da mandare a Jimmy Asquith, il fondatore della Lobster Theremin che conobbi a Londra nel 2012 e con cui lavoro da tempo. Quando mi confermò di voler incidere un doppio 12″ con ben nove dei pezzi che gli avevo mandato fui entusiasta e allo stesso tempo piacevolmente sorpreso visto che l’etichetta tratta principalmente deep techno e non electroclash. Ringrazio quindi Asquith per la fiducia riposta nei miei confronti».

Steve Murphy in studio

Steve Murphy nel suo studio

Favaretto è tra coloro che crescono tra due epoche radicalmente diverse, sia dal punto di vista tecnologico che culturale. Il DJing, in questo passaggio, è mutato come non mai, guadagnando e perdendo qualcosa in virtù della democratizzazione tecnologica e della globalizzazione che, in certi casi, lo ha tristemente trasportato su sponde clownesche. «Con l’avvento della tecnologia a basso costo il DJing e la produzione di musica dance sono andati incontro ad un appiattimento e standardizzazione che hanno irrimediabilmente fatto perdere quell’alone di magia che c’era dietro queste due attività sino ai primi anni Duemila» dice. «Spezzo comunque una lancia a favore della tecnologia applicata nel campo della comunicazione. Chiunque, me compreso, oggi può sfruttare i moderni mezzi per farsi conoscere in tempi molto brevi, cosa quasi irrealizzabile quando internet non esisteva».

“Mira Electronics” si presenta come l’istantanea di una particolare transizione stilistica della dance contemporanea, forse l’ultimo grande guizzo creativo prima della definitiva consacrazione del DJing nello star system e delle semplificazioni poi rivelatesi sterili (la minimal hawtiniana, la fraintendibile EDM etc), “quell’input che coinvolse non solo i discotecomani più incalliti ma anche i rocker meno stereotipati e più open minded che apprezzavano chitarre elettriche, sintetizzatori e batterie elettroniche e che non disdegnavano l’idea di sentirsi ostaggio degli 80s, a patto che non fossero quelli rivangati dalle “One Shot” compilation” (da Gigolography). Una finestra che omaggia il lavoro e l’approccio selettivo fatto per anni da etichette come Viewlexx, Crème Organization, Pocketgame, Disko B, Memory Boy, Star Whores, Erkrankung Durch Musique ed ovviamente l’International Deejay Gigolo di Hell, che di quel movimento ha rappresentato il faro. «Uno dei personaggi che mi ha sempre ispirato è proprio DJ Hell grazie ai numerosissimi dischi della sua label che tengo sempre in borsa» conclude Favaretto.

L’album uscirà il prossimo 22 marzo e sarà racchiuso in una copertina con una foto di Martina Zilio, già coinvolta in passato dallo stesso autore. (Giosuè Impellizzeri)

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Marco Carola – DJ chart luglio 1997

Marco Carola, Tutto Dance, luglio 1997
DJ: Marco Carola

Fonte: Tutto Dance
Data: luglio 1997

1) Mugon – Untitled
Mugon è uno dei molteplici progetti messi in piedi nella seconda metà degli anni Novanta da Horst Malluck e Ronald Lardy. Questo 12″ privo di titolo finisce nel catalogo della tedesca Element Com e racchiude due brani, anch’essi senza titoli. Sul lato a si marcia sui binari del ritmo, in bilico tra monotonia ed ipnotismo con qualche brutale taglio in reverse, sul b il costrutto viene arricchito da una sorta di basso a serpentina che funge da guida e rammenta lo stile di Umek, il DJ sloveno che nel ’98 incide il “Catapresan EP” proprio sulla stessa etichetta.

2) ? – Kickin 159
È difficile stabilire a cosa si riferisse Carola con “Kickin 159”. Negli anni Novanta una Kickin Records esiste eccome, quella che supporta artisti come The Scientist, Messiah (artefici di un incredibile remake di “I Feel Love” di Donna Summer) o Wishdokta, ma nel ’97 conta ancora circa sessanta dischi in catalogo. Potrebbe essere plausibile pensare quindi ad un errore di battitura che aggiunse l’1 prima del 59. In tal caso si tratterebbe di una maxi raccolta intitolata “Techno Nations Boxed” che in quattro CD raduna una montagna di artisti, da Stacey Pullen a Ian Pooley, da Steve Poindexter a Regis, da DJ Skull a Funk D’Void passando per DJ Hell, Neil Landstrumm, Joey Beltram, Woody McBride, Octave One, Drexciya e Richard Bartz. Ma questa è solo una congettura che probabilmente non troverà mai conferma.

3) Marco Carola – ?
Vista la totale assenza di indicazioni, è impossibile risalire al (proprio) brano che Carola piazza al terzo posto della chart. Difficile fare anche supposizioni giacché il DJ napoletano, ai tempi ventiduenne, pubblica oltre una dozzina di dischi nel 1997, anno della classifica in questione. Dopo l’esordio (ampiamente descritto sulle pagine di Decadance Extra) attraverso la milanese Subway Records del gruppo Discomagic ed allora diretta da Claudio Diva, Carola emigra in Germania dove fonda la Design Music e la One Thousand Records sulle quali pubblica molti dei suoi brani prodotti nell’Eardrum Studio. Seguirà la Zenit con cui, nel 1998, darà alle stampe il primo album, “Fokus”, uno di quei dischi che, come scrive Christian Zingales in “Techno”, «prendono l’imprinting del Mills della Purpose Maker, ovvero loop percussivi girati in una sorta di hi-nrg minimale, e lavorano sul lato tecnico, la forma, la cadenza e la dinamica con nuove tecniche di compressione».

Marco Carola (1997)

Marco Carola in una foto scattata presumibilmente nel 1997

Intervistato dalla rivista Trend Discotec a marzo 1998, Carola afferma che «techno non significa cavalcare un’onda musicale legata ad un fenomeno di moda. Il messaggio di questo genere è sottile e nascosto, difficile da apprendere. Personalmente odio le melodie, i suoni acidi e le rullate così banali, ma in Italia c’è molta confusione a riguardo visto che quando si parla di techno si pensa subito ad un sound particolarmente violento». Il DJ coglie l’occasione per rimarcare le tare del mercato discografico domestico: «Per anni in Italia il potere è stato gestito da poche label e distribuzioni che hanno dettato leggi e musica solo per guadagnare. Poco spazio è stato dato alle novità e ai veri artisti. Per quanto riguarda la musica techno poi, la situazione è tragica. Funziona il prototipo meglio pubblicizzato o di facile messaggio perché non c’è cultura musicale in questo senso». Preme evidenziare un altro aspetto emerso da quell’intervista, ossia lo scarsissimo supporto ricevuto da Carola nel nostro Paese. «Suono in tutta Europa e recentemente sono stato negli Stati Uniti ma purtroppo non lavoro in Italia». E prosegue: «È stato difficile far conoscere i miei dischi all’estero, per il fatto di essere italiano sei bollato come produttore dance. Raccomando di creare musica che viene dal cuore, senza pensare a cosa possa piacere alla gente» conclude. Del tutto impronosticabile ai tempi la svolta che subirà la sua carriera grazie alle residenze ibizenche, alla minimalizzazione del suono ed alle uscite sulle label di Hawtin. Per popolarità Carola, che oggi conta oltre un milione di fan su Facebook, distacca nettamente gli amici e colleghi partenopei (Gaetano Parisio, Danilo Vigorito, Rino Cerrone, Markantonio, Davide Squillace), diventa un idolo di giovani e giovanissimi che lo descrivono in modo antinomico “superstar dell’underground”, e finisce persino nel testo di un brano di Guè Pequeno, “Trap Phone”.

4) The Advent – ?
Nel 1997 The Advent è ancora un duo formato da Colin McBean e Cisco Ferreira. Quell’anno la loro unica uscita è l’album “New Beginnings”, ma poiché non vi sono dati che rimandano con precisione al brano/disco, non è possibile appurare a cosa Carola faccia riferimento. Tra il 1998 e il 1999 McBean lascia The Advent nelle mani del solo Ferreira che fonda la Kombination Research e continua incessantemente a produrre techno ma anche ottima electro come quella raccolta nell’album/compilation “Time Trap Technik” voluto da Hell su International Deejay Gigolo nel 2000.

5) Adam Beyer – ?
Purtroppo anche in questo caso non è fattibile identificare il brano scelto da Carola. Adam Beyer inizia a produrre musica intorno al 1994 e ai tempi crea, con connazionali tipo Joel Mull, Peter Benisch, Thomas Krome, Jesper Dahlbäck, Henrik B, Samuel L Session, Christian Smith o Cari Lekebusch, un autentico plotone techno che batte bandiera svedese. Con alcuni di loro, come Jesper Dahlbäck, Henrik B e Peter Benisch, darà vita a numerosi dischi ma un’accoppiata vincente è quella stretta proprio con Carola, nel 1998. Insieme producono due 12″ sulla beyerana Drumcode e un EP sulla caroliana Zenit a cui si aggiunge “Fokus Re-works”, un remix-album intriso di marcato loopismo.

6) Jeff Mills – Confidentials 5-8
Editi come continuazione del “Confidentials 1-4” uscito su Axis nel ’94, questi quattro untitled vanno a completare una raccolta ai tempi venduta solo da Hardwax, storico negozio di dischi berlinese a cui abbiamo dedicato qui un episodio di “Dentro Le Chart”. Il 5 e il 6 corrono frenetici sugli ammalianti reticoli ritmici messi a punto da “The Wizard”, il 7 e l’8 aumentano la tensione usando un basso a percussione e suoni spaziali. Il tutto con la maestria indiscussa di Mills nel programmare i pattern sulla Roland TR-909 alla stregua di un vero direttore d’orchestra.

7) Erik Nore – Tempest
Nel 1997 Erik Nore, probabilmente di Chicago, approda alla Clashbackk Recordings di Felix Da Housecat con questo disco di cui sono riaffiorate alcune copie nuove (invendute ai tempi?) su store come Clone. “Help Me” agita ritmi percussivi e distorsioni facendo il verso a cose che uscivano su Dance Mania, “Martian Stomp” è una sorta di traslitterazione millsiana ma con beat meno taglienti, “Tempest” si avvicina ulteriormente al minimalismo di Detroit. Pochi anni più tardi Nore produce per DJ Pierre e i Phuture 303 nati da una costola dei Phuture, prima di uscire definitivamente di scena.

8) Oliver Ho – The First EP
Il titolo potrebbe trarre in inganno: non si tratta del primo EP di Ho, che debutta l’anno prima sulla Blueprint di James Ruskin e del compianto Richard Polson, bensì il primo disco del catalogo Surface, l’etichetta del citato Polson. Il DJ londinese intaglia la sua techno attingendo a piene mani dal substrato detroitiano, elaborando serrati loop (“The First”, “Trinity”), inserendo micro percussioni (“The Woods”) sino a spingere fuori un suono giuntato con ghirigori psichedelici (“The Hills”), caratteristiche che andranno a costituire i pilastri iniziali della Meta, l’etichetta fondata da Ho proprio nel ’97.

9) Plastikman – Pannikattack
Incisa sul lato b di “Sickness”, su Plus 8 Records, “Pannikattack” incarna lo spirito minimalista di Hawtin, già manifestato attraverso i primi album usciti tra ’93 e ’94, “Sheet One” e “Musik”. Così come avviene in “Spastik”, uno dei pezzi più noti del suo repertorio, in “Pannikattack” l’autore strapazza una TR-808 divertendosi ad agghindare i rintocchi del drum kit con percussioni lasciate ruotare in un magnetico arpeggio. A distanza di poco meno di dieci anni l’uomo di plastica riesce a trasformare quelli che erano esercizi stilistici in un vero e proprio trend internazionale, e ciò avviene quando trasferisce a Berlino il quartier generale della sua M_nus e lancia artisti come Marc Houle, Troy Pierce, Magda e Gaiser. Alla costante ricerca di nuove frontiere da raggiungere, il britannico cresciuto a Windsor, in Canada, supporta l’utilizzo di nuove tecnologie (contribuisce allo sviluppo di Final Scratch, collabora con Allen & Heath per la realizzazione di vari mixer, pare sia stato uno dei finanziatori iniziali di Beatport etc.) e diventa l’idolo di una generazione di giovanissimi che prendono a modello la sua musica, i suoi atteggiamenti e persino il suo taglio di capelli. Una metamorfosi, analoga a quella di Carola, non certamente indolore che gli fa perdere la stima e la credibilità negli ambienti puristi dove il ciuffo biondo è antitetico rispetto al cranio rasato sfoggiato qualche tempo prima e che, per coerenza, sarebbe apparso come un look più propriamente minimal.

10) Alter Ego – Absolute
Jörn Elling Wuttke e Roman Flügel debuttano come Alter Ego nel 1994 ma sono attivi sotto altre sembianze (Warp 69, Acid Jesus, The Primitive Painter) già un paio di anni prima. “Absolut” è figlio della techno di Detroit quanto di quella ricontestualizzata in Germania nel primo lustro dei Novanta, col ritmo protagonista montato sugli ingranaggi del loop. È uno degli ultimi brani che Wuttke e Flügel firmano per l’Harthouse di Heinz Roth, Matthias Hoffmann e Sven Väth, che proprio quell’anno, nel ’97, entra in stato d’insolvenza. Dal 2000 i due (ri)entrano nella scuderia Klang Elektronik che aveva supportato la loro avventura come Acid Jesus e che ora li porta al successo su larga scala, con “Betty Ford” del 2000 e soprattutto “Rocker” del 2004, quando il loro suono segue nuove traiettorie vicine all’electro house, corrente cavalcata trionfalmente da Flügel pure come solista con “Geht’s Noch?”. “Absolute” riappare nel 2003, come b side di “The Fridge”, e finisce in “The Lost Album” del 2012, una collection di tracce che i due tedeschi produssero dopo il declino della Harthouse ma rimasto nel cassetto per una serie di ragioni non meglio chiarite.

(Giosuè Impellizzeri)

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Adriano Canzian – Damned (Icon Series)

Adriano Canzian - DamnedSembra incredibile ma sono già trascorsi ben quindici anni dal debutto discografico di Adriano Canzian. È stato il primo italiano a pubblicare musica sulla label di DJ Hell, quando International Deejay Gigolo generava entusiasmi al diapason ed era una zattera in grado di traghettare, quasi con puntale regolarità, artisti dall’underground al mainstream (Zombie Nation, Fischerspooner, Tiga, Miss Kittin & The Hacker, Vitalic, giusto per citarne alcuni). Poi le strade di Canzian e la Gigolo si dividono (tutti i dettagli sono in Gigolography) ma per l’artista nativo di Pieve di Soligo quel “divorzio” non si rivela affatto infausto. Dopo “Pornography”, contrassegnato dall’artwork-parodia di “Slave To The Rhythm” di Grace Jones, la sua cifra stilistica è rimasta intatta e svariate pubblicazioni tra cui altri due album (“Metamorphosis” su Space Factory, 2008, e “Zombies” su I-Traxx Red Edition, 2015) dimostrano che il suo successo non fu affatto casuale o studiato a tavolino, come invece qualcuno asserì dopo l’uscita di “Macho Boy”.

“Damned” continua ad alimentare il filone della techno EBM ma non lo fa riproducendo su carta carbone gli schemi dei dischi precedenti. «Nei primi tre album, ma specialmente in “Pornography”, non mi interessava che i suoni fossero puliti, limpidi e perfettamente equalizzati, anzi optai volutamente per un approccio punk/industrial durante la produzione. Non seguii nessuna regola e non mi premeva il giudizio altrui, creavo ciò che piaceva a me senza minimamente seguire trend o mode del momento» racconta oggi Canzian. «”Damned” suona bene ed è più “pulito”. Ogni suono di ogni singolo pezzo è ben equalizzato e mixato, ho usato voci e suoni distorti che ho inserito qua e là per rendere il risultato un po’ più “malato” e darkeggiante. Sono molto contento per gli ottimi feedback ricevuti da parte di big della scena. Dave Clarke, ad esempio, per tre settimane di seguito ha suonato le mie tracce nel suo famoso radio show, “White Noise”. Vorrei che l’ascoltatore riuscisse a cogliere la mia capacità di armonizzare due stili musicali differenti mantenendo però la mia identità. Non è stato facile, ho dovuto dosare sapientemente gli “ingredienti” ma il risultato è qualcosa di cui vado fiero. Un esempio calzante è rappresentato da “The Ones”, realizzato con l’amica Yasmin Gate che ha scritto e prestato la voce. La definirei “new sexy EBM”, in cui la cattiveria dei suoni si sposa con una sensuale voce. Credo di essere riuscito ad equilibrare al meglio queste due forze».

“Damned” poggia su una particolarità essenziale: ognuno dei dodici pezzi inclusi al suo interno è stato realizzato insieme ad altri artisti. Una modalità non nuova per Canzian visto che in passato aveva già stretto alleanze con colleghi con cui condividere idee ed emozioni (Dirty Princess, Atomizer, Terence Fixmer, David Carretta, Gigi Succes, Anna Patrini, Equitant) ma in questo caso il featuring ripetuto per ogni brano offre maggiori spunti e fusioni esperienziali. Snodo nevralgico dell’intero lavoro è senza dubbio lo scambio, continuo, tra techno ed EBM. Insieme a Canzian ad irrorare di energia i beat ci sono Millimetric (“B To B”, con stab di memoria rave), Romance Disaster (“Schwebend”), Delectro (“I Wanna Kill You”), Furfriend (“Beasts”) e le citate Anna Patrini e Yasmin Gate, rispettivamente con “Wild Strawberries” e “The Ones”.

Adriano Canzian (foto di Noemi Pulvirenti)

Adriano Canzian in una foto di Noemi Pulvirenti

Tra le prove più convincenti si segnala “The Poison Key”, coi vocalizzi del (techno) punk newyorkese The Horrorist, “It’s My Shout”, insieme a David Carretta che riagguanta l’energia dei tempi di “Shocktreatment” o “Kill Your Radio”, “Inside Of Me”, coi Khan Of Finland, in cui riappare il suono spezzettato che intrigò Hell nel 2003, ed “80’s Bitch”, con Christian Lacroix, una sorta di nuova “Macho Boy” con testo scabroso e piglio electro iper battagliero. Da rimarcare anche la presenza di Al Ferox, co-produttore di “Come With Me” che pare davvero saltato fuori dal catalogo Dancefloor Killer o Kobayashi Recordings col suo carico di hardcore techno di taglio 90s (Manu Le Malin docet), e di Federico Leocata, un fan, menzionato tra i ringraziamenti sulla copertina di “Pornography”, che nel frattempo si è affermato con merito nel circuito electro, rivelandosi un più che valido discepolo di Gerald Donald. In “Fear Of Yourself” le due visioni si compensano a vicenda, ibridandosi tra atmosfere noir e pulsazioni techno.

«Sentivo l’esigenza di creare qualcosa di diverso rispetto ai precedenti album, di “contaminare” il mio stile con altri e così ho stilato una lista molto lunga di artisti che apprezzo e stimo ed ho scritto a tutti, immaginando che almeno la metà di essi non mi avrebbe neanche risposto» spiega Canzian. «Alcuni di loro mi hanno chiesto molti soldi per collaborare, ma ho ricevuto anche tante email, alcune assolutamente inaspettate, con risposte entusiasmanti. Da quel momento è iniziato un lavoro molto complesso durato circa un anno e mezzo. Non è stato affatto semplice fare un disco con dodici artisti differenti, tutti dotati di forti personalità e stili ben precisi, era una vera sfida che però, secondo me, sono riuscito a vincere. Il processo creativo è variato in base all’artista: ad alcuni ho mandato dei file con cui hanno cominciato ad impostare la traccia per poi rimandarmela coi suoni separati in modo da metterci il mio tocco sino alla conclusione, in altri casi è avvenuto l’esatto opposto. C’è anche chi ha contribuito solo con la voce o testi. Gli arrangiamenti e i mixaggi finali li ho fatti tutti io tranne per la traccia con Al Ferox, accompagnata da un videoclip dai contenuti piuttosto forti, in cui ho partecipato con testi e voce. Il resto lo ha fatto lui, master compreso. C’è anche un aneddoto che vorrei svelare: un artista molto noto aveva accettato la collaborazione ma una volta saputa l’identità degli altri che avrebbero preso parte al disco mi ha dato un ultimatum: per averlo nell’album avrei dovuto rinunciare ad altri due con cui non andava d’accordo e che non avrebbe voluto vedere accanto al suo nome. Alla fine ho preferito tagliare fuori lui.

Per quanto concerne invece il mio modus operandi compositivo, di solito lavoro contemporaneamente ad una ventina di arrangiamenti, e questo mi permette di non entrare mai in paranoia. Dopo aver lavorato per tante ore sulla stessa traccia non capisci più cosa tenere e cosa eliminare, quindi per ovviare a ciò dedico circa un’ora a pezzo, non di più. Talvolta mi capita di partire dal basso, altre da una voce, da un suono o da un effetto. In “80’s Bitch”, ad esempio, ho chiesto all’amico di vecchia data Christian Lacroix, che adoro, di mandarmi dei vocal con un testo a suo piacimento, dandogli completamente carta bianca. Una volta ricevuti li ho tagliati e messi a tempo con una cassa in sottofondo, pitchati, distorti ed equalizzati. Poi ho costruito intorno tutto il resto. Mi piaceva l’idea della musica electro dark con casse sincopate ed un testo hard/porno, scandito da una voce suadente ed ambigua. Avevo proprio bisogno di un pezzo che rappresentasse la naturale evoluzione di “Macho Boy”».

Come detto prima, il lavoro di Canzian presenta nuove prospettive ma nel contempo tutela dettagli in una sorta di trademark audio capace di identificare l’autore in mezzo ad altri artisti paragonabili per percorso stilistico. Non vi è alcuna voglia di allontanarsi dalle radici fatte di electronic body music, industrial, dark, techno, punk. Il range d’azione resta quello. Tuttavia il compositore rivela che nel corso degli anni ha lavorato con pittori e scultori creando, per le loro mostre, musica del tutto diversa da quella confluita nella discografia ufficiale. «Ho avuto anche il piacere di comporre per spettacoli teatrali sperimentali, e senza dubbio sono state esperienze interessanti ma economicamente non convenienti» afferma. «Sono stato e sono un artista underground. Non seguo mode, non ho software moderni, lavoro con poche cose e programmi vecchissimi. Credo che per fare buona musica non sia affatto necessario possedere tutte le macchine del mondo, specialmente le tanto decantate analogiche, anzi, spesso più ci sono strumenti analogici e più i brani suonano banali alle mie orecchie. In tutto quello che ho fatto e che continuo a fare c’è sempre un’influenza dark, a volte dirompente, in altre solo strisciante. Tutti noi abbiamo un lato oscuro ma spesso lo temiamo e ci spaventa. Per me non è così, anzi ne traggo beneficio per le mie composizioni, lo faccio vivere, sfogare, non posso impedirlo né tantomeno ignorarlo. Non è presente costantemente nella mia via ma decido io dove recintarlo, anche se questo non basta a renderlo mansueto. È una dannazione ma ormai ho imparato a conviverci. Penso che tutti gli artisti, compresi quelli coinvolti in “Damned”, talvolta provino sensazioni simili. Non posso smettere di trasformare il mio lato oscuro in qualcosa di creativo, per me è terapeutico e comunque non avrei altra scelta».

Adriano Canzian (foto di Matteo Colombo)

Adriano Canzian in uno scatto di Matteo Colombo

“Damned” è uscito da poche settimane sulla londinese Icon Series, ricordata per una serie di uscite in formato 7″ risalenti ai tempi dell’apice dell’electroclash, ovviamente in digitale ed anche in una edizione limitata su CD di quattrocento copie. Per il momento resta esclusa la stampa su vinile. «Di comune accordo con la casa discografica, abbiamo pensato di pubblicarlo in CD e digitale ed attendere qualche settimana per fare il punto della situazione e capire quali sono i cinque/sei pezzi maggiormente acquistati e quindi riversarli su vinile. Far uscire l’intero album su disco è molto costoso e poco redditizio, inoltre la label è piccola e sta investendo tanto su di me, prima con l’EP “Seeking Bad Boys” (su CD e digitale) ed adesso con l’album abbinato ad una t-shirt. Come succede ogni volta che esce un mio disco, mi sento svuotato, come se avessi partorito. Ora voglio godermi i frutti di quello che ho seminato ma so che ben presto la voglia di produrre tornerà più forte che mai. Sto già lavorando ad un nuovo EP estratto dall’album che includerà due brani e svariati remix realizzati da vari artisti». (Giosuè Impellizzeri)

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Sensoria – Run 4 Love (Dance Pollution)

Sensoria - Run 4 LoveNato dalla ceneri dei Marika Martyr, di cui si può leggere dettagliatamente la genesi in questo reportage, Sensoria è stato un team di produzione romagnolo formato da Alberto Frignani, Cristian Camporesi e Matteo Leoni. Il loro background culturale affonda le radici nella new wave, nel synth pop e nella cultura post punk ma una scintilla accende la voglia di dedicarsi a techno e trance.

«In Italia la techno iniziò a farsi sentire nei primi anni Novanta ma non riuscii a “digerirla” velocemente poiché venivo dalla new wave e in quell’ambiente tale genere era visto solo come “robetta che sanno fare tutti”. Inoltre la “techno” che arrivava dalle radio non mi convinceva affatto, le hit dei tempi (U.S.U.R.A., 2 Unlimited, Snap!) spacciate per techno mi sembravano solo delle “maranzate”» racconta oggi Camporesi. «Tuttavia, qualche anno prima, tracce come “Pump Up The Volume” dei M.A.R.R.S. piantarono in me un seme e l’ondata acid che ne seguì fu un terreno fertile. Così nel ’92 la curiosità musicale mi spinse a compiere uno “scalino evolutivo”, e poiché stufo delle solite feste rock alternative organizzate nelle salette di qualche locale o circolo, decisi di avvicinarmi all’onda “unz unz” ed entrai al Cellophane di Rimini. Di quel posto ricordo bene due cose, la musica meravigliosa con bassi sincopati ed atmosfere rarefatte, e la gente che arrivava con lo zaino in spalla e si cambiava in auto perché non aveva il coraggio di uscire di casa con zeppe esagerate, abiti dai colori fluo e trucchi colorati carnevaleschi. L’atmosfera era festosa e si percepiva empatia ed amore ma capii presto che molto di quell’amore era sintetico poiché derivato dall’ecstasy che viveva il suo boom. Quella musica fu di grande ispirazione per me e riuscii a coinvolgere anche Alberto e Matteo. I Marika Martyr si trasformarono gradualmente in M.K.A. per suonare un genere più techno al Link e al Casalone di Bologna. Avevamo già scritto qualche canzone che, alla lontana, poteva sembrare una sorta di EBM/techno ma il nostro era un approccio ancora piuttosto diffidente alla ripetitività e alla “vuotezza” della techno, eravamo ancora convinti che una canzone senza cantato non potesse essere definita tale».

Nel 1994 Camporesi, Frignani e Leoni individuano la nuova dimensione stilistica a cui sentono di appartenere ed iniziano a collaborare con Cirillo come produttori di molteplici suoi brani. Per identificarsi creano un nuovo alias, Sensoria, con cui remixano “Bomba” di Ramirez. «A partorire il nome fu Alberto che, da bravo collezionista di dischi dei Depeche Mode, lo prese dal remix di “Sea Of Sin” e non invece, come tanti hanno pensato, dal brano dei Cabaret Voltaire».

Per ascoltare il primo disco dei Sensoria bisogna però pazientare sino al 1995, anno in cui l’Arsenic Sound pubblica “Run 4 Love” che inaugura il catalogo della Dance Pollution. Quattro le versioni sul 12″, Nagoya, Mioshi, Kobe e Sendai. Le prime due sono pensate per coprire il segmento eurodance, le restanti spingono verso la trance e l’hard house. «Non amavamo particolarmente il genere “maranza” ma pensammo che il pezzo avesse tutte le caratteristiche per fare un successo mainstream e così approntammo un paio di versioni cantate destinate al mercato commerciale. Non nascondo che in quegli anni producemmo molti brani in quello stile perché credevamo che il successo e il denaro dovessero venire da lì poiché a noi non interessava minimamente fare i DJ, ci consideravamo dei musicisti che al massimo avrebbero potuto esibirsi in live performance, cosa che, seppur lentamente, iniziammo a fare. A posteriori riconosco l’errore di esserci sopravvalutati in più occasioni. Ripiegavamo su cantanti non professionisti e non avevamo né l’orecchio per constatarne la mediocrità, né tantomeno quello per mixare adeguatamente bene le tracce. Inoltre non credevamo seriamente nella techno nonostante ci piacessero molte cose appartenenti a quel genere, e continuavamo a considerarla “musichetta da lato b”».

“Run For Love” quindi, almeno per le prime due versioni, mostra spiccate connessioni con l’eurodance che impazza nel 1994, facendo leva su elementi che ammiccano a fortunati progetti esteri come Fun Factory, Masterboy, Bass Bumpers, Maxx o Centory. Discorso differente per la Kobe che apre l’info side, in cui gli autori si avvicinano all’hard trance con sovrapposizioni melodiche inchiodate su serrati bpm privi di interventi vocali tranne un paio di brevi hook. «L’arpeggio lo scrissi con una Korg 01/WFD e ricordo che l’amico Andrea ‘The Dam’ Castellini (autore della Sendai, nda) ironizzò perché gli sembrava rubacchiato. In parte aveva ragione, ad ispirarmi furono “Free Beach” di GoaHead (progetto di Cirillo e Pierluigi Melato) ed “El Sueño” dei Datura. Nonostante ciò a Cirillo il brano piacque molto e dopo qualche leggera modifica risultò proponibile. Non vedevamo l’ora che lo suonasse per testare la reazione sul pubblico! La sfortuna volle però che all’inizio dell’estate del 1994 il Cocoricò, discoteca numero uno della riviera adriatica, fu costretto a chiudere per l’intera stagione a causa di una rissa che terminò tragicamente. Per poter riaprire in autunno il locale fu costretto a cambiare direzione musicale e il capro espiatorio di quel che avvenne fu Cirillo e la sua “terribile musica techno”. Al suo posto subentrò Ricci che, evidentemente, proponeva techno “meno terribile”. Ogni sabato migliaia di persone si mettevano in coda, al gelo, per entrare nel nuovo tempio del divertimento, il Teatriz di Lugo, in provincia di Ravenna. Cirillo iniziava alle due, dopo Gianni Agrey, e per tutta la stagione propose “Run For Love” come primo pezzo. Fu un successo a tal punto che aspettò circa un anno per pubblicarla ufficialmente su vinile, in modo da essere l’unico a poterla suonare mentre tutti la cercavano inutilmente nei negozi di dischi».

i Sensoria nel loro studio (1995-1996)

I Sensoria nel loro studio, tra 1995 e 1996

Finalmente nella primavera del 1995 “Run For Love” è disponibile per tutti. Viene commercializzato con una copertina in stile manga, vecchia passione degli autori, e la stessa grafica, con variazioni cromatiche, contraddistingue il 12″ del remix pubblicato in autunno. Oltre allo Spaceline Remix e alla già nota Kobe, c’è pure Live At Teatriz, registrata live a settembre nel menzionato locale. «I cori del pubblico erano tali da essere paragonati a quelli dello stadio e decidemmo di usarli per il remix. In copertina finì anche il nome di Moka, che non c’entrava proprio niente ma voleva essere coinvolto in qualche modo per godere del successo. Quella stagione meravigliosa è impressa indelebilmente nella memoria di un’intera generazione. Conobbi tantissimi nuovi amici anche perché, per arrotondare le entrate, facevo il PR col nome Akira. Visto che potevo aggiungere omaggi nella lista di Cirillo, divenni il PR più “conveniente” e mi ritrovai centinaia di persone in lista, passando i sabato pomeriggio al telefono, quello fisso naturalmente».

Il seguito di “Run For Love” esce nel 1996 ancora su Dance Pollution e si intitola “Make It Real”. Stilisticamente si rifà allo stile dei tedeschi Legend B ma include anche un assolo dream (a rimarcare il made in Italy) à la Robert Miles. Camporesi, Frignani e Leoni sono veri fiumi in piena e, oltre a produrre musica per Cirillo e per il citato Moka (“Live On Stage”, cover di “Close Your Eyes” dei tedeschi Mega ‘Lo Mania, e “Warriors”, col riff del cinematografico “Theme From “The Warriors”” di Barry De Vorzon), coniano progetti paralleli tra cui Venusia, anche questo ispirato dai manga ed anime nipponici. “Dream Of You” apre il catalogo di un’altra celebre etichetta del gruppo Arsenic Sound, la Red Alert, e sembra perfetta per cavalcare il trend della musica happy hardcore, sdoganata in Italia grazie al programma di Molella, Molly 4 DeeJay, in onda su Radio DeeJay.

«Cirillo suonava spesso brani di Charly Lownoise & Mental Theo e ci raccontava dell’enorme successo che quelle canzonette con la voce alla Chipmunks riscuotevano in Germania e nel nord Europa. Centinaia di migliaia di copie, gig in tutti i rave, interviste televisive, copertine di magazine importanti…era abbastanza per lanciarci in quel genere che ci sembrava piuttosto divertente e alla portata delle nostre competenze. Non disponendo di un pitch shifter, Alberto cantò su una base rallentata e più bassa di sette toni con un microfono collegato direttamente all’Akai S950. Scrivemmo il testo piuttosto di fretta, attaccando quattro banalità da inglese delle scuole elementari: “Baby come back to me / I need your love and I dream of you / every time you go away” ma funzionò. Per non sbagliare realizzammo diverse versioni tra cui una maranza, la Meteor, una ambient/chill out, la Pulsar, e quella che ancora oggi viene considerata più “rave style”, la Interstella. A queste si aggiunse una quarta versione, la Quasar, firmata da Cirillo. Quest’ultimo intuì subito le potenzialità commerciali del brano e cominciò a proporlo ad alcune grosse major tedesche. Una sera tornò dalla Germania e ci invitò a cena in un fighissimo ristorante sulle colline riminesi. Non era mai successo prima di allora. Motivo? Gli avevano offerto duecento milioni di lire di anticipo per quella canzoncina. Avremmo dovuto dividere in tre un anticipo di cento milioni. Ci sembrò di sognare visto che sino a quel momento non avevamo quasi mai visto una lira, pensavamo di avercela fatta. Stappammo diverse bottiglie ma il lieto fine, purtroppo, spesso appartiene solo alle favole. Per sganciare quei duecento milioni la casa discografica aveva cucito attorno a Cirillo un contratto capestro che avrebbe finito col soffocarlo. Capimmo il problema (sperando che fosse quella la vera ragione) e fummo concordi nel declinare l’accordo perché sapevamo comunque di avere una bomba tra le mani. Io, eccitato da quella situazione, mollai l’università al terzo anno perché era diventata più un peso che un interesse. Avevamo diverse produzioni pronte per la stampa e sicuramente ciò influì sulla decisione di Cirillo nell’accettare la proposta di Paolino Nobile di fondare una nuova società discografica, l’Arsenic Sound. Considerando l’offerta che ci avevano fatto per “Dream Of You”, l’Arsenic Sound non poteva che metterci sotto contratto e ci anticipò dieci milioni di lire, niente in confronto ai duecento milioni tedeschi ma non ce la sentimmo proprio di rifiutare. Li spendemmo tutti e subito per equipaggiare meglio il nostro studio di registrazione. Con metà comprammo un campionatore usato Akai S1100 espanso al massimo della sua memoria, 32 mega (oggi vale appena trecento euro!), col resto prendemmo un mixer a 24 canali ed una coppia di Yamaha NS-10, le casse presenti in tutti gli studi seri. Finalmente avremmo potuto sostituire quelle dello stereo di Alberto. “Run For Love” e “Dream Of You” raccolsero un discreto successo ma non quello sperato. Messi insieme non arrivarono neanche a diecimila copie ma in compenso finirono in innumerevoli compilation estere (soprattutto Venusia) e il nostro anticipo fu ripagato in breve.

Neverland Studio (1994)

Il Neverland Studio nel 1994

Nel frattempo la techno divenne un genere di moda e i locali che la proponevano aumentarono come funghi ed erano sempre pieni. Le nostre esibizioni live cominciarono ad essere richieste e suonammo in numerose discoteche, soprattutto nel nord e centro Italia. Quasi tutti i guadagni venivano reinvestiti in attrezzature e verso la fine del ’95 in studio fece ingresso anche il primo computer, un Mac LCII. Fino a quel momento tutte le nostre produzioni erano state fatte col sequencer a 16 tracce della Korg 01/WFD. Poi giunse anche un regalo inaspettato, la mitica Roland TB-303 che ci portò Cirillo. In teoria fu solo un prestito ma non ce ne separammo più. Erano gli anni in cui il DeeJay Time di Albertino faceva la differenza e “controllava” il mercato discografico della musica commerciale, se eri nella sua classifica vendevi, in caso contrario eri destinato ad un quasi certo anonimato. Ricordo che nel programma finirono anche dei dischi proposti da Cirillo al Cocoricò, anche se con svariati mesi di ritardo».

Tra 1995 e 1996 su Radio DeeJay c’è anche Molella e il suo Molly 4 DeeJay che spinge parecchio quelle sonorità. Tra i dischi proposti dal programma, oltre al citato “Dream Of You” di Venusia, c’è anche “Extraordinary Experience” di Beverly’s Maniacs, prodotto proprio dai Sensoria e trainato da un remix firmato dallo stesso Molella. «Conobbi Molella all’Aquafan durante l’estate del 1996 ed iniziammo una collaborazione durata diversi anni. In realtà fu una mossa architettata da Cirillo per avere il popolare DJ di Radio DeeJay sulla Red Alert e quindi dare una spinta radiofonica all’etichetta ma, contrariamente a questo progetto, finì che fummo noi ad andarcene dall’Arsenic Sound per approdare alla Do It Yourself di Molella e Max Moroldo col progetto Countermove che, con “Myself Free” del 1999, divenne il mio più importante successo commerciale. Il brano entrò in tutte le classifiche radiofoniche e fu accompagnato da un video regolarmente trasmesso da Videomusic ed MTV che ci valse diverse comparsate televisive tra cui anche un’esibizione live ad Uno Mattina, ospiti di Cristiano Malgioglio, ma di questo non so se andarne fiero o vergognarmene. A Molella “Extraordinary Experience” piacque parecchio e scelse di apporre il “Molly Remix” su una delle due versioni che gli proponemmo, pur senza intervenire su nulla. Lo suonò parecchio in Molly 4 DeeJay ma ciò non fu sufficiente a trasformarlo in un vero successo, le vendite si fermarono a qualche migliaio di copie».

I Sensoria nel loro studio (1995-1996) 2

I Sensoria ancora nel Neverland Studio, tra 1995 e 1996

Come Sensoria invece Camporesi ed amici tornano nel 1998, su Red Alert, con “Who Is Who”, legato alla trance/hard trance d’oltralpe. L’anno dopo, sempre su Red Alert, esce “Stop The War” che, pur riportando il nome Sensoria, viene prodotto da compositori diversi, gli stessi che si occupano di “Sex Techno And Drugs” di Beverly’s Maniacs. «Dopo aver inciso dischi per diversi anni ed essere stato il gruppo di produzione più importante dell’Arsenic Sound ed aver contribuito, sin dall’inizio, alla sua ascesa, ce ne andammo sbattendo la porta perché eravamo stanchi di una situazione statica in cui i nostri meriti venivano quasi sempre riconosciuti ad altri. Purtroppo però i marchi erano di proprietà dell’etichetta quindi potevano incidere brani coi nomi da noi creati senza chiederci alcun permesso, cosa che effettivamente fecero. Erano legalmente tutelati ma dal punto di vista etico ci presero in giro rivelandosi per ciò che erano, ossia discografici incompetenti e senza alcun valore umano, e il fatto che “così facevano tutti” non può certo discolparli».

Nel 2000 il marchio Sensoria appare per l’ultima volta, su Red Alert, con “Hi-Nrg”, realizzato in collaborazione col DJ Alan Dexter e in cui si scorge qualche citazione di “Dream Universe” dei C.M., un classico trance di pochi anni prima. «Sabino alias Alan Dexter era un amico che organizzava eventi in stile rave in una grossa discoteca fuori Bologna, l’Elisir, dove ci esibimmo diverse volte come Sensoria. A differenza di quasi tutti i DJ con cui collaborammo, lui veniva in studio e sovraintendeva il lavoro sino alla fine. Nel 1998 sulla tedesca Fuse uscì il nostro primo disco realizzato insieme, “The Top” di Elisir, che riscosse un buon successo e venne inserito in importanti compilation europee. Con orgoglio posso affermare che alla Fuse ci arrivai da solo, mandando ad una decina di etichette straniere il demo su cassetta, e non fu nemmeno l’unica a farsi avanti per pubblicarlo. “Hi-Nrg” invece seguì un corso diverso. Sabino desiderava pubblicarlo assolutamente sulla nostra ex etichetta e pensò lui a tutto. Io, per i motivi già esposti, non volevo più avere a che fare con loro e sinceramente avevo perso qualsiasi interesse per il progetto Sensoria visto che in quel periodo stavamo lavorando assiduamente all’album dei Countermove con Molella. Coerenti con quanto avevano già fatto nel ’99, i miei vecchi discografici si appropriarono pure del marchio Elisir ed Alan Dexter pubblicando in seguito cose a mio avviso pessime».

Nel nuovo millennio Camporesi produce varie uscite in solitaria come ICN mentre con lo pseudonimo Shape lavora in team con Alex D’Elia, Andrea Doria e Dino Lenny. Il punto di svolta è l’incontro col DJ Francesco Spazzoli con cui darà vita al duo Franz & Shape che guarda in direzioni diverse e che raccoglie reaction da parte di un nuovo pubblico, del tutto differente da quello della techno trance ed eurohouse degli anni Novanta. «Senza dubbio Franz & Shape è il progetto che mi ha dato più soddisfazioni. Abbiamo suonato in giro per il mondo per quasi un decennio, abbiamo collaborato coi più grandi artisti internazionali della scena electro mondiale (da G.D. Luxxe a Dirk Da Davo dei Neon Judgement, da Perspects a Chelonis R. Jones passando per Tomas Barfod dei WhoMadeWho, Mount Sims e David Carretta, nda) e stampato su blasonate etichette (Relish, NovaMute, Turbo, Southern Fried, Citizen), ma prima o poi l’onda si infrange sulla spiaggia. Negli ultimi anni ho cominciato a lavorare nel campo dell’editoria seguendo l’invito di un caro amico e maestro, Giorgio Canepa alias MBG (il più importante DJ e produttore house italiano degli anni Novanta, diventato la punta di diamante degli editori indipendenti italiani) ma la voglia di tornare a suonare live mi ha spinto a rimettermi in gioco. Così, nella veste di Chris Shape, ho iniziato lì dove Franz & Shape avevano interrotto il loro percorso. A breve uscirà il mio “Eat The Bankers EP” sulla mitologica International DeeJay Gigolo di DJ Hell. La traccia principale, “Eat The Bankers”, vanta un featuring importante, quello dell’amico Bryan Black alias Black Asteroid (CLR, Electric Deluxe). Il disco conterrà tre tracce la cui formula si basa su una miscela tra techno, electro ed EBM». (Giosuè Impellizzeri)

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Andrea Gemolotto – DJ chart marzo 1999

Andrea Gemolotto chart marzo 1999
DJ: Andrea Gemolotto
Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1999

1) Tore – Battlestar XB-7
Il 10″ vede due protagonisti, Tore Andreas Kroknes alias Erot e l’amico Bjørn Torske. L’assonanza fonetica tra Tore e Torske manda comprensibilmente nel pallone più di qualcuno, compreso Gemolotto che sbaglia nell’attribuire a Torske, artefice del solo lavoro di editing, la paternità del brano. Forse al quartier generale della Svek pensarono intenzionalmente a questo gioco di lettere come burla. “Battlestar XB-7” di Erot è un incredibile mosaico fatto di tessere house, disco e funk, a tratti impazzite grazie ai filtri incrociati di cutoff/resonance e ai frenetici edit di Torske che non si esime dal mandare parti in reverse. Su un incalzante ritmo intriso di percussioni ed un vibe dal retrogusto caraibico, i norvegesi edificano la loro proto nu disco, la stessa da cui germoglieranno le carriere di altri connazionali come Lindstrøm & Prins Thomas, Rune Lindbæk, Blackbelt Andersen, Todd Terje, Ytre Rymden Dansskola, diskJokke e Magnus International. Il disco resta l’ultimo inciso da Kroknes: il promettente compositore (ma anche designer grafico, il logo della Tellé è opera sua) muore ad aprile del 2001 a soli 23 anni, stroncato da un problema congenito al cuore.

2) Kenny Lattimore – If I Lose My Woman
Estratto dall’album “From The Soul Of Man” del ’98, “If I Lose My Woman” è uno dei pezzi più noti di Kenny Lattimore, cantante statunitense che figura nella formazione dei Maniquin a fine anni Ottanta. Spalleggiato dalla Columbia, riesce ad affermarsi da solista come una delle voci r&b/soul più calde. Per l’occasione a traghettarlo verso la house sono i Masters At Work, autori di un remix dai riflessi jazz che probabilmente è quello a cui Gemolotto fa riferimento nella sua classifica.

3) Fini Dolo – Blow
“Blow” dei Fini Dolo è deep house per palati fini caratterizzata da uno spoken word femminile ed accenni soul/funk derivati dal sample preso da “Outstanding” di The Gap Band (1982). La versione principale è curata dai Restless Soul, team di produzione fondato da Phil Asher e Luke McCarty, e nella parte centrale vede lo sviluppo di una sezione di fiati che mandano in visibilio gli amanti della house garage.

4) Funk Essentials – Funking City
Pubblicazione confinata al totale anonimato questa dei Funk Essentials, sembra prodotta da Anthony R. White e Lorraine Lucantoni sull’onda di progetti paralleli come Funk ‘N’ Soul e 1st To Go. I due avrebbero meritato un trattamento decisamente diverso visti i trascorsi ma è risaputo, il mondo della musica può riservare anche sonore delusioni.

5) Turnstyle Orchestra – Latin Soul
Proviene dal catalogo dell’indimenticata Guidance Recordings l’unica apparizione che un quartetto di DJ/produttori firma come Turnstyle Orchestra. “Latin Soul” presenta un lungo e suggestivo intro ricavato da “Singing Winds, Crying Beasts”, brano d’apertura di “Abraxas” di Santana (1970). Più percussiva invece la … Not So Latin… Sonic Soul Mix.

6) Doodlebug – Loose In Your Mind
I Doodlebug (Andrew Blake e Dave Coker) alle prese con un tool house sollecitato da una voce femminile che recita il titolo. Il remix inciso sul lato B è di Silverlining alias Asad Rizvi, personaggio che conosce popolarità tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila quando il suo nome finisce su autorevoli magazine che lo mettono nella lista dei DJ da seguire con attenzione.

7) Incognito – Nights Over Egypt
Dalla tracklist dell’album “No Time Like The Future” pubblicato dalla Talkin’ Loud di Gilles Peterson e Norman Jay, “Nights Over Egypt” è la cover dell’omonimo delle Jones Girls (1981) ricantato da Jocelyn Brown. Ai DJ è destinato un doppio mix con ben cinque remix dei Masters At Work ed uno a firma MJ Cole. È presumibile che Gemolotto avesse scelto una di queste versioni, tutte in bilico tra house ed acid jazz.

8) Hell – Copa
“Copa”, come descritto in Gigolography, «è il secondo singolo estratto da “Munich Machine” ed è uno spassoso reprise disco/funk/house di “Copacabana” di Barry Manilow (1978), promosso da un video ironico immerso tra machismo e belle donne». A produrre insieme ad Hell è l’amico Filippo “Naughty” Moscatello, artefice di un impeccabile lavoro di “taglio e cucito” che trasforma la hit di Manilow (presunta nuova identità di Jim Morrison) da ballata a metà strada tra disco e musica latina in un irresistibile glamour track di house mutante. Ad impreziosire il 12″ sono i remix di Abe Duque e Ian Pooley ma per la versione destinata al Regno Unito la Disko B coinvolge pure Phats & Small, quell’anno nelle classifiche di vendita internazionali con “Feel Good”, “Tonite” e soprattutto “Turn Around”.

9) Irving Project – Pick Me Up
Irving Project era un progetto messo su dal compianto vocalist di Chicago Kevin Irving (quello di “Children Of The Night”, Trax Records 1987) e dal produttore/tastierista Spero Pagos. La Strictly Hype Recordings investe parecchie risorse in “Pick Me Up” commissionando svariati remix con cui riempie a dovere prima un doppio di taglio house su Afterhours e poi un singolo che corre su ritmi più agitati su Underground Construction. Comprensibilmente ad essere coinvolti sono artisti della “Windy City” come Mazi Namvar, Rick Garcia, Johnny Fiasco, DJ Bam Bam e DJ Trajic, interpellati per rileggere il pezzo secondo le proprie inclinazioni stilistiche. Purtroppo Gemolotto non chiarisce quale sia la versione da lui scelta.

10) Idjut Boys And Quakerman – Life The Shoeing You Deserve
Trattasi di un album che la Glasgow Underground pubblica nella primavera del 1999 con cui il duo degli Idjut Boys (Conrad McDonnell e Dan Tyler) torna a collaborare con Ben Applin alias Quakerman, all’insegna di quella che ai tempi viene etichettata come nu funk. Brano traino dell’intero lavoro è “Radio Rage”, si dice costruito sul basso carpito a “Spank” di Jimmy “Bo” Horne, che ondeggia per oltre sei minuti shakerando house sotto effetto del low-pass filter ed uno spoken word femminile. Il pezzo viene estratto in formato singolo durante l’autunno successivo e remixato da 16B che irrobustisce il ritmo e lo connette ad emozionali sequenze melodiche.

(Giosuè Impellizzeri)

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DJ Hell – DJ chart gennaio 1996

Hell chart (Frontpage, gennaio 1996)

DJ: Hell
Fonte: Frontpage
Data: gennaio 1996

1) Surgeon – Pet 2000
Pubblicato dalla Downwards di Regis e Female, “Pet 2000” è uno degli EP che Anthony Child incide ad inizio carriera. Tre i brani racchiusi al suo interno, “Badger Bite”, “Reptile Mess” ed “Electric Chicken”. Dura come granito, è techno che induce all’ipnosi, deumanizzata e paragonabile ai tool che lo sloveno Umek produce a raffica tra la seconda metà degli anni Novanta e i primissimi Duemila.

2) Neil Landstrumm – Brown By August
La musica che Landstrumm convoglia nel suo primo album su Peacefrog Records è abrasiva e brutale, pare una versione techno della ghetto house che ai tempi esce a ripetizione sulla Dance Mania di Chicago. I beat sono sghembi e saltellanti (“Shuttlecock”, “DX Serve”, “Custard Traxx”), i suoni messi sul saliscendi (“Shake The Hog”, “Finnish Deception”), e non manca nemmeno qualche occhiata all’acid più ruvida (“Home Delivery”, “Squeeze”). Il titolo che appare su Frontpage è “Bounty Hunter” ma, come chiarisce oggi lo stesso autore, fu quello provvisorio poi sostituito dal definitivo “Brown By August”. Qualche tempo dopo Landstrumm ed Hell avranno un battibecco i cui dettagli sono racchiusi in Gigolography.

3) DJ Rok – Fuck The Crowd
Un acetato con un brano mai pubblicato: potrebbe essere questa la spiegazione per cui nella discografia di Rok non si rintracci nessuna “Fuck The Crowd”. In alternativa potrebbe trattarsi di un pezzo edito ma con un titolo diverso. DJ Rok (il tedesco Jürgen Rokitta, particolarmente noto nelle discoteche della capitale tedesca tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila) approda all’International Deejay Gigolo di Hell incidendo il terzo 12″ del catalogo insieme ad un’altra vecchia conoscenza del clubbing berlinese, Jonzon. Poi passa dalla Low Spirit Recordings di WestBam alla Müller Records di Beroshima sino a fondare la propria Defender Records. Una decina di anni fa circa pone fine alla carriera musicale ma non prima di tornare su Gigolo con “Jack Your Ass”, questa volta insieme a Mijk Van Dijk.

4) Sluts’n’Strings & 909 – Carrera
In questo album Erdem Tunakan e Patrick Pulsinger generano un suono ai tempi incasellato dai media come “chemical beat”, fatto di forsennati campionamenti e cervellotici cut-up. Nella seconda metà dei Novanta, complice l’esplosione mediatica dei Chemical Brothers e di altri artisti ascrivibili al segmento breaks/big beat (Propellerheads, The Wiseguys, Fluke, Midfield General, Crystal Method, Fatboy Slim), il “beat chimico” conosce un momento dorato ma il successo però non bacia gli Sluts’n’Strings & 909, forse perché i loro pezzi sono privi di qualsiasi slancio pop adottabile dalle radio. Il disco centrifuga elementi funk ed hip hop (“Intro (Go Back In The Time With Your Mind)”, “Dig This?”, “It’s A Blast!”, “Crunchy Custom (Live Cut)”) ma è con le movenze big beat che i due della Cheap riescono a fulminare l’ascoltatore attratto da soluzioni alchemiche (“Put Me On!”, “Puta”, “Civilized”, “Dear Trevor…”). Nel menù c’è pure una portata condita da ritmiche technoidi, “Past The Gates”, che proprio Hell remixerà nel 1998. Nella classifica viene indicato sommariamente come do12″ (dove “do” sta per double”). Pulsinger, contattato pochi giorni fa, spiega: «Ai tempi stampammo un po’ di promo white label ed Hell fu tra i primissimi a ricevere il disco e supportarlo. Poiché completamente privo di ogni indicazione sui titoli, lo segnalò semplicemente come “doppio 12”. La pubblicazione ufficiale avvenne soltanto parecchi mesi più tardi».

5) Equinox – Pulzar (Jeff Mills Remix)
Pubblicato nel 1992 dalla newyorkese Vortex Records, “Pulzar” degli Equinox (Damon Wild e Peter ‘DJ Repete’ Demarco) è un violento uragano di rave techno, affidato l’anno successivo a Jeff Mills che ne realizza due remix, uno dei quali viene ristampato nel 1996 dalla Synewave del citato Wild. Mills tutela le selvaggerie dell’original mantenendo sostenuta la velocità di crociera. Vale la pena segnalare che la re-release su Synewave menzionata nella chart viene ulteriormente impreziosita da un nuovo remix firmato proprio da Hell, intento ad arroventare il beat con spazi ritmici pieni e vuoti (flangerati?) su cui insiste la linea pseudo acida.

6) Richard Bartz – ?
La chart è nuovamente poco chiara: in assenza del titolo non si capisce se Hell intendesse il secondo disco che Bartz incide sulla sua Kurbel, ovvero “The Endless Tales Of Saug 27”, oppure il secondo 12″ della stessa Kurbel che però Bartz firma con uno pseudonimo, Ghetto Blaster. Comunque sia andata, in entrambi i casi il produttore tedesco cavalca con perizia una techno solida, grintosa e che risente di dettami millsiani. La Kurbel continua a pubblicare musica intrigante (sia di Bartz, sia di altri artisti come Savas Pascalidis, Christian Morgenstern, Heiko Laux, Lab Insect e Mannix) sino al 2002, anno in cui è costretta a fermarsi per problemi legati alla distribuzione. Torna nel 2005 terminando in modo definitivo la sua corsa due anni più tardi.

7) Dave Clarke – The Storm (Surgeon Dub)
Il remix che il menzionato Anthony Child realizza per “The Storm” (l’originale è in “Red Three”) è un siluro a lunga gittata che lascia dietro una scia di hihat liquefatti. Impetuosa anche la stesura che scorre con pochi break. Il brano si trova su “Southside”, pubblicato in tandem da Deconstruction e Bush, che però è house-oriented con riferimenti filter disco ulteriormente enfatizzati dalla versione di DJ Sneak. Sia “The Storm” che “Southside” figurano nella tracklist del primo album di Clarke, “Archive One”, ricco di accortezze formali e in cui l’artista dimostra di avere le carte in regola per oltrepassare, in tempi non sospetti, i confini di techno ed house, ricavandone sviluppi incrociati tra downtempo, ambient e breakbeat (“Splendour”, “Rhapsody In Red”, “No One’s Driving”).

8) Electric Indigo – Work The Future
Così come avvenuto qualche riga più sopra per DJ Rok, nella discografia di Electric Indigo non si rinviene alcun brano con questo titolo. Contattata poche settimane fa, l’artista viennese, che tra 1995 e 1996 appare quasi del tutto inattiva sul fronte produzioni, dichiara di non sapere proprio a cosa potesse fare riferimento Hell nella classifica. Hell stesso, prevedibilmente, ammette di non ricordare. Il mistero resta insoluto. Per ora.

9) Naughty – Boing Bum Tschag
Inizialmente destinato alla Disko B, “Boing Bum Tschag” è un pezzo techno trainato da un giro circolare di basso ed un breve sample vocale preso da “Boing Boom Tschak” dei Kraftwerk. Ai tempi Hell lo propone attraverso una registrazione su DAT e se ne innamora al punto da sceglierlo per il debutto della sua International Deejay Gigolo, insieme ad “Innerwood” di David Carretta. Il 12″ arriva circa un anno più tardi ma sul disco non figura il nome di Tolis, artista con cui Filippo “Naughty” Moscatello incide un paio di EP sulla Ferox Records nel 1995 e col quale poi forma i Decksharks remixando “This Is For You” proprio di Hell.

10) Robert Armani – Blow That Shit Out
Nella tracklist di “Blow It Out”, il quinto album che Robert Armani pubblica sulla romana ACV, “Blow That Shit Out” esprime il suo potenziale attraverso un numero ridotto di elementi: una cassa quasi distorta, poche coloriture di hihat, un clap ed un breve frammento di suono che si ripete lungo la stesura. Più nota è la versione remix realizzata da Joey Beltram che, pur mantenendo intatta l’espressione minimalista, riesce ad ottenere un risultato più convincente.

(Giosuè Impellizzeri)

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Sons Of Ilsa – Pulsingers Nacht (Gsicht Wia Da Beidl Von An Oidn Maun Records)

sons-of-ilsa-pulsingers-nachtQuello dei Sons Of Ilsa è uno dei casi che dimostra come negli anni Novanta il mainstream abbia fagocitato qualsiasi cosa, anche le più impensabili e le meno adatte al pubblico generalista. Il progetto nasce nel 1993 dalla collaborazione tra Peter Votava e Christopher Just, che nello stesso anno mettono in piedi un act parallelo chiamato Ilsa Gold, destinato alle platee dei rave. «Avevamo voglia di creare un brano per far divertire i raver e nacque “Wat Soll Sein?” ma stilisticamente ci sembrò un po’ inadatto ad Ilsa Gold. Così inventammo così un nuovo nome ma parallelo e in qualche modo connesso, Sons Of Ilsa per l’appunto» racconta oggi Just. «Inizialmente, per confondere le idee, dichiarammo che i Sons Of Ilsa fossero altri produttori che stavano cercando popolarità copiando il sound degli Ilsa Gold e, attraverso i media, demmo persino avvio ad una “guerra” tra gli Ilsa Gold e i Sons Of Ilsa. Sons Of Ilsa alla fine era una sorta di gioco che ci serviva a capire che follie potevamo spingere e sino a che punto il pubblico ci avrebbe seguito».

L'”Ei-Kuh EP” (una burla fonetica nei confronti della Eye Q Records?) pubblicato nel 1993 dalla Hellrazor Records e in cui è racchiusa la citata “Wat Soll Sein?”, resta confinato ai raver ma tutto cambia in modo radicale due anni più tardi, quando gli austriaci incidono “Pulsingers Nacht”, ironica reinterpretazione di “Loser” di Beck. «Non volevamo canzonare l’autore della canzone ma i raver, perché in quel periodo la rave scene si popolarizzò tantissimo entrando nella cultura di massa e ciò non giovò affatto alla qualità della musica, dei party e dell’audience in generale. Lo stesso termine “raver” iniziò ad assumere un significato ben diverso e quindi, su tale concept, decidemmo di reinterpretare il testo di Beck sostituendo la parola “loser” con “raver”. Tecnicamente usammo macchine classiche per la musica prodotta ai tempi, Roland TR-909, Roland TB-303, Roland Alpha Juno 2 e un campionatore Casio. I primi brani dei Sons Of Ilsa li realizzammo a tempo di record, in sessioni di circa un paio d’ore, ed anche l’album non prese molto tempo, giusto qualche giorno. Le idee nascevano in corso d’opera, non avevamo pianificato nulla e volevamo solo divertirci. Non a caso, “cantai” il testo di “Pulsingers Nacht” solo per testare un delay ma il risultato sembrò divertente, così aggiunsi subito una cassa distorta ed era fatta. Rammento un aneddoto ancora più divertente: mentre lavoravamo ad una delle tracce, Peter si allontanò per andare in bagno. Quel mattino facemmo una ricca colazione! Dopo venti minuti non era ancora tornato e chiesi alla sua fidanzata se ci mettesse sempre così tanto tempo per stare seduto sul water. Mi rispose di si, ed aggiunse che era il re del gabinetto (“the king of scheisshaus”, dal dialetto viennese). Peter aveva sentito tutto e dal bagno iniziò a gridare “I’m the kiiiiiiiiing of Scheisshaus!”. Il microfono era aperto, campionai quell’urlo e lo inserimmo in “King Of Shizehouse”».

Chuckman - Sons Of Louis

I dischi di Chukman e Sons Of Louis, giunti sul mercato quando la distribuzione di “Pulsingers Nacht” viene temporaneamente sospesa

Inizialmente “Pulsingers Nacht” viene pubblicato dalla Gsicht Wia Da Beidl Von An Oidn Maun Records degli stessi autori, ma l’intervento di Beck interrompe il clima di festa. «Dopo aver venduto un bel po’ di 12″ ricevemmo un messaggio con cui il management di Beck ci imponeva di sospendere la vendita del disco. Motivo? Pare che l’artista non approvò il cambio del testo che stravolgeva il significato della canzone. Curiosamente però quando nel 2012 gli Scooter incisero la cover di “Pulsingers Nacht” intitolandola “I’m A Raver, Baby”, Beck e il suo management non mostrarono alcuna perplessità in merito al testo». Proprio quando il brano diventa popolare, i Sons Of Ilsa non possono più ristampare il disco per soddisfare le crescenti richieste e sul mercato appaiono copie bootleg e remake, come quello italiano di Chukman o quello olandese di Sons Of Louis sulla Mokum Records, pure speculazioni per lucrare su un’idea che avrebbe garantito introiti economici nell’immediato. «Ricordo di aver ascoltato una versione fin troppo commerciale e la cosa ovviamente non mi rese felice, ma cosa avremmo potuto fare? Non detenevamo alcun diritto su quel brano. Ufficialmente vendemmo circa 6000 copie ma credo che calcolando quelle illegali il totale salirebbe parecchio. Lo licenziammo alla Urban, division del gruppo Universal, e francamente non ricordo più se fu ciò a permettere l’accordo per continuare a vendere il mix e il CD singolo sino al termine della tiratura, oppure se fu proprio la presenza di una major a decretare l’inizio delle beghe legali col management di Beck».

Durante l’estate del 1995 “Pulsingers Nacht” diventa una piccola hit anche in Italia, supportata da Albertino nel DeeJay Time e nella DeeJay Parade (di cui conquista il vertice il 26 agosto 1995 restandoci per due settimane). I problemi legali con Beck non intimoriscono per nulla la Discomagic che, oltre a pubblicare la già citata versione “tarocca” di Chukman, manda in stampa quella trash di Tony Rucco, “Dammi Un Bacio Baby Maccarune”, e la compilation “I’m A Raver Baby Compilation”. «Eravamo all’oscuro di tutto ciò, gran parte dei nostri contatti erano sparsi tra Germania ed Olanda. Ricordo però una serata a Bologna in un club piuttosto elegante, dove la gente era abbigliata in modo molto chic ma si divertì ugualmente con la nostra musica».

Il 1995 è l’anno in cui i Sons Of Ilsa incidono anche un album intitolato “Die Zipfelmütze, Der Handwagen Und Die Gummimuschi”, in bilico tra techno ed hardcore ma sempre con un piglio ludico ed irriverente fatto di spoken word stralunati e vocine cartoonesche gonfiate con l’elio. «”Pulsingers Nacht” era solo uno dei tanti esperimenti giocosi che mettemmo in cantiere, quando divenne popolare decidemmo di estrarlo come singolo stampandolo su 12″. Noi ci aspettavamo reazioni del tutto diverse, temendo che quel sound potesse essere definito troppo primitivo o di cattivo gusto, ma invece avvenne l’esatto opposto e il successo di “Pulsingers Nacht” ci spinse anche a pubblicare un secondo (ed ultimo) singolo, “Jetzt Geht’s Los”». In Italia ci pensa Emanuele Asti a fornire un continuum a “Pulsingers Nacht” attraverso “Crisia” di U4EA, uscito a fine 1995 e trainato ancora da un sample tratto dall’universo rock, “Self Esteem” degli Offspring pubblicato un anno prima.

sonsofilsa su raveline febbraio 1996

L’articolo dedicato ai Sons Of Ilsa apparso sul magazine tedesco Raveline a febbraio 1996

Il sarcasmo e l’ironia sono dunque gli ingredienti principali della formula dei Sons Of Ilsa emersi anche da interviste strampalate (come avviene su Raveline a febbraio 1996) e dettagli grafici come le copertine di “Die Zipfelmütze, Der Handwagen Und Die Gummimuschi” e di “Pulsingers Nacht”, che rispettivamente canzonano una foto sull’artwork di “The Harlequin – The Robot And The Ballet-Dancer” di Sven Väth e il logo dei Public Enemy. Non da meno è il “tongue & lip” dei Rolling Stones ideato da John Pasche che gli austriaci modificano aggiungendo un fallo (i fan di Mick Jagger e soci probabilmente lo avrebbero arso sul rogo per vilipendio).

Archiviata l’esperienza Sons Of Ilsa i due proseguono le proprie carriere da solisti: Votava, dopo aver gestito la Loop Records, si dedica all’organizzazione di eventi mentre Just incide due album e molti singoli tra cui si ricordano in particolare “I’m A Disco Dancer (And A Sweet Romancer)”, una delle prime hit piazzate dalla International Deejay Gigolo, e “Popper” in compagnia del fratello Raphael. (Giosuè Impellizzeri)

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Billie Ray Martin – Your Loving Arms (Magnet)

billie-ray-martin-your-loving-armsBillie Ray Martin, nata ad Amburgo nel 1970, è nella formazione degli Electribe 101 dal 1988 al 1992. Nel 1990 incidono l’album “Electribal Memories” che contiene anche “Talking With Myself” remixato da Frankie Knuckles. Quando la band si scioglie, Nordhoff, Stevens, Fleming e Cimarosti creano i Groove Corporation mentre la Martin (che in precedenza interpreta alcuni pezzi del primo album degli S’Express di Mark Moore) prosegue da solista incidendo “Persuasion”, in coppia con Spooky per la Guerilla di William Orbit e Disc O’Del, e “4 Ambient Tales” sulla Apollo, “sorella” della R&S, entrambi del 1993. Quell’anno collabora anche coi Datura cantando diversi brani dell’album “Eternity”, “Devotion”, “Passion” e “Mystic Motion” («mi contattarono e registrammo i brani molto rapidamente nel loro studio di Bologna, fu una bella esperienza» dice in merito).

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La cassetta spedita da James Hardway col demo strumentale di “Your Loving Arms”

Di lei si torna a parlare insistentemente alla fine del 1994 quando in circolazione c’è “Your Loving Arms”, primo singolo estratto dal suo album di debutto, “Deadline For My Memories”, pubblicato nel 1995 e prodotto da Brian Transeau alias BT. Il brano inizia ad essere promosso nei club ma nell’arco di un paio di mesi conquista programmatori radiofonici e DJ mainstream. A produrre insieme alla Martin sono i Grid (quelli di “Texas Cowboys”) e il musicista David Harrow alias James Hardway. «Mi presentarono ad Harrow consigliandomi di stringere una collaborazione ma ebbi subito l’impressione che a lui la cosa non andasse molto a genio. Una volta si mostrò particolarmente seccato quando mi presentai a casa sua per una writing session. Letteralmente stupita, me ne andai» oggi racconta la Martin. «Dopo un po’ di tempo mi fece recapitare una cassetta, un “little techno demo” che aveva fatto, ed io scrissi il testo su quella base. Musicalmente non era una produzione completa ma aveva una bella atmosfera malinconica, seppur fosse un semplice demo di cinque minuti. Conservo ancora quella cassetta».

La versione più nota di “Your Loving Arms” però non è l’Original, con arrangiamenti tangenti l’eurodance, bensì la Soundfactory Vocal realizzata da Junior Vasquez, di cui si innamorano i DJ delle discoteche tendenzialmente legate alla house. Ai tempi i DJ/remixer possono capovolgere integralmente le sorti di un brano e in virtù di ciò personaggi come StoneBridge, David Morales o Todd Terry, tra i più prolifici, diventano richiestissimi e pagatissimi. «Non scelsi Vasquez personalmente ma fui entusiasta del suo lavoro. Non avrei potuto desiderare di meglio, sia per qualità del mix che per supporto offerto. Senza il suo intervento il disco non sarebbe diventato quello che è stato. La sua reinterpretazione lo ha reso una hit in tutto il mondo, riuscendo a vendere circa due milioni di copie».

In breve tempo “Your Loving Arms” (remixata da altri nomi più o meno famosi, come Brothers In Rhythm, Roger Sanchez, Diss-Cuss e Todd Terry) diventa un inno pop e l’autrice approda a Top Of The Pops. «Fu un successo totalmente inaspettato, doveva essere solo il singolo “test” dell’album. Inoltre in un primo momento non fu neanche programmato su BBC Radio 1 e il mio referente presso la East West, fortemente scoraggiato, perse ogni speranza. Poi un giorno ricevemmo un messaggio che parlava di 60.000 preordini del disco e ci riferirono che il brano era all’ottava posizione nella classifica britannica. In America la casa discografica non sapeva come comportarsi, se dare priorità e pubblicarlo o attendere ancora. Ciò dimostra quanto possano essere cieche le etichette! Passò molto tempo prima che l’album fosse commercializzato in modo definitivo (circa un anno dopo l’uscita del primo singolo, nda). Per quanto riguarda il successo invece, riuscii a gestirlo senza problemi, sapevo che poteva accadere ed ero preparata vista la precedente collaborazione con gli Electribe 101. Andò piuttosto bene anche al follow-up, “Running Around Town”, finito alla ventottesima posizione in Inghilterra e alla prima in Finlandia. Mi divertii un mondo a girare il video coi miei amici ballerini Suki e Noel».

Corre voce che la Magnet del gruppo Warner Music, casa discografica per cui Billie Ray Martin ai tempi lavora, non paga le spese per la registrazione del nuovo album e ciò manda in frantumi i rapporti. «Non rinnovarono il contratto per il disco successivo e quindi si rifiutarono di pubblicare i brani finiti in “18 Carat Garbage”. Per prendere decisioni le compagnie discografiche guardano cifre e numeri, solo sulla base di ciò investono sugli artisti».

Individual

“Sky High”, prodotto in Italia dai Souled Out, è cantato in incognito da Billie Ray Martin

Parallelamente al successo internazionale ottenuto con “Your Loving Arms”, la Martin presta la voce in incognito ad un progetto italiano curato dai Souled Out, Individual, che fa il giro del mondo con “Sky High”, aiutato successivamente dal remix di Digital Boy. «Ricoprivo ruolo di ghost singer e a dire la verità fu una mia esplicita richiesta perché i testi non erano interamente miei, pertanto chiesi di non essere menzionata anche se citare il mio nome fu la prima cosa che fecero in fase di promozione. Registrammo a Napoli in un luogo che mi lasciò un po’ perplessa e qualcosa fu assemblata in un incredibile studio a Capri. Fu un’esperienza piuttosto stressante e la gente che gravitava intorno al progetto mi sembrò abbastanza matta».

Archiviato l’hype di metà anni Novanta, Billie Ray Martin continua a scrivere e comporre incessantemente, fondando una personale etichetta, la Disco Activisto, e collaborando con tantissimi artisti, dagli Slam a Mikael Delta, dai Motor agli italiani Hard Ton passando per Aerea Negrot, Robert Solheim e DJ Hell con cui firma “Je Regrette Everything” finito nell’album “NY Muscle” su International Deejay Gigolo. «Ero già una fan della sua label, e praticamente ci siamo contattati vicendevolmente nello stesso momento. Hell è un grande e lo stimo moltissimo. Mi telefonò chiedendomi le parti di un brano composto precedentemente con Mikael Delta. Mantenne inalterata la stesura ed aggiunse vari dettagli. Abbiamo condiviso anche serate a Parigi e Berlino che ricordo con molto piacere, ed anni dopo abbiamo collaborato nuovamente per “Silver Machine” (remake dell’omonimo degli Hawkwind del 1972, nda), incluso nel suo album “Teufelswerk”, sempre su International Deejay Gigolo, ma la versione che ho cantato io è finita, per una serie di ragioni bizzarre, solo nell’edizione giapponese». (Giosuè Impellizzeri)

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