Ralf – DJ chart febbraio 1998

Ralf, Disco Mix, febbraio 1998
DJ: Ralf
Fonte: Disco Mix
Data: febbraio 1998

1) Barbara Tucker – ?
La voce di Barbara Tucker ha scandito inni house/garage passati alla storia, da “Beautiful People” ad “I Get Lifted” e “Stay Together” passando per “Deep Inside” degli Hardrive e “Most Precious Love” dei Blaze. Difficile, o forse impossibile, per qualsiasi DJ house sulla Terra che si rispetti non aver passato almeno uno dei suoi brani. Di questa “Romantic Song” menzionata da Ralf nella chart però non vi è traccia nella sua discografia. È ipotizzabile che si tratti di un errore e che il DJ umbro facesse invece riferimento ad “Everybody Dance (The Horn Song)”, riadattamento di “The Horn Song” che DJ Pierre firma come The Don proprio nel 1998.

Precisazione: dopo aver letto l’articolo, Ralf ci fa sapere che il brano in questione esisteva. Prodotto dai Pastaboys con la voce di Barbara Tucker, si intitolava “Romantic Dancer” ma, probabilmente a causa di un errore di trascrizione, divenne “Romantic Song” nella chart pubblicata da Disco Mix. Solcato su un acetato che ha suonato per anni durante le sue serate, il pezzo è, ad oggi, unreleased. «Possiedo ancora la traccia in formato WAV, ben custodita nel mio archivio digitale» aggiunge Ralf.
Contattato per l’occasione, Davide Santandrea alias Rame, membro dei citati Pastaboys, rammenta che quello in realtà era un remix: «sarebbe dovuto uscire su Strictly Rhythm ma credo che sorsero problemi tra la Tucker e l’editore e quindi non se ne fece più nulla. In seguito le proponemmo di stamparlo noi ma pare non l’avesse scritto lei, così il progetto si arenò. A procacciarci il remix fu Mauro Ferrucci».

2) Ziggy Marley And The Melody Makers – Everyone Wants To Be
Figlio dell’indimenticato Bob, Ziggy viene traghettato (insieme ai Melody Makers) nella house music a più riprese. Già nel 1991 Nellee Hooper ritocca “Good Time” in chiave ballabile ma è E-Smoove, quattro anni più tardi, a firmare il remix che trasforma “Power To Move Ya” in un successo dalle proporzioni mondiali. Non a caso alla Elektra pensano nuovamente a lui quando bisogna riadattare “Everyone Wants To Be”, uno dei singoli estratti dall’album “Fallen Is Babylon”. La versione di punta è la Generator Mix, costruita su un mosaico di suoni funk e jazz egregiamente stesi su un telaio ritmico che non lascia scampo. A completamento sul lato b la Edge Dub e la Beat Down, in cui le presenze vocali sono ridotte o rimosse del tutto. Sul 12″ figura pure una Radio Mix in battuta downtempo, ma in circolazione la Elektra mette pure un doppio mix su cui finiscono altre versioni come quelle di Midfield General e Gods Of Prophet.

3) Native Soul Featuring Trey Washington – A New Day
Singolo di debutto del progetto Native Soul, “A New Day” è un brano che alterna vocalità a soluzioni tipicamente dub. Gli autori, Dave Jarvis e Greg Belson, ricorrono ai vocalizzi di Trey Washington per incorniciare un magnifico pezzo rigato di funk e tribalismi ritmici. Il remix di Ashley Beedle e Black Science Orchestra livella tutto su scenari diversi, preservando la voce di Washington ma collocandola in un ambiente sonoro più ombroso e dominato dal ritmo. A pubblicare il disco è la Jus’ Trax, sublabel della Junior Boy’s Own che termina la corsa proprio nel 1998: dopo “A New Day” infatti escono appena altri due 12″ prima di tirare il sipario.

4) Eddie Amador – House Music
Negli anni Novanta accade spesso che brani destinati ad una ristretta cerchia di ascoltatori e frequentatori di locali specializzati finiscano, per varie ragioni, nelle classifiche radiofoniche e di vendita. È il caso di “House Music” di Eddie Amador, pubblicato inizialmente dalla Yoshitoshi Recordings dei Deep Dish e nell’arco di pochi mesi diffusosi praticamente in tutti i continenti (a prenderlo in licenza da noi ci pensa la Rise del gruppo Time Records). Diventato un inno remixato a più riprese nel corso degli anni, “House Music” gira su un breve spoken word ed un sample tratto da “Together Forever” degli Exodus, risalente al 1982 e già ripreso nel 1989 da Joey Negro nel brano “Forever Together” firmato come Raven Maize ma con meno fortuna rispetto ad Amador, sebbene più di qualcuno ipotizzi che quest’ultimo ne sia stato direttamente ispirato.

5) Joe Montana – Doctor Disco
Lasciandosi alle spalle “Black Theology”, Joe Montana ritorna sull’etichetta di un Joe più popolare per il grande pubblico, Joe T. Vannelli. Il DJ triestino incide il suo secondo Dream Beat accavallando canonici canovacci ritmici house a sinuosità funky e ondeggiamenti afrobeat. In circolazione c’è anche un doppio mix con sette tracce trainate da “La Movida”, scelta e mixata da DJ Pippi nella compilation “Pacha Ibiza 1998”. Montana inciderà altri singoli per la nota label vannelliana ma vale la pena ricordare pure la serie colorata firmata col compianto Robert Livesu (su Made In Hong Kong) e l’etichetta che egli stesso lancia nel 1996, la Disco 12 Records, sulla quale ospita, tra gli altri, un paio di 12″ di Vincenzo Viceversa (intervistato qui) tra cui l’indimenticato “Rebel Without A Mouse”.

6) Da Mob Featuring Jocelyn Brown – Fun
Debutto esplosivo per Da Mob, progetto messo su nel 1997 da DJ Sneak, Erick Morillo e Jose Nuñez supportati da un featuring vocale d’eccezione, quello di Jocelyn Brown. “Fun”, house/garage di pregevole fattura, non fatica a trovare supporto da parte dei DJ non solo innamorati di tool da usare esclusivamente in discoteca. Diversi i remix approntati per l’occasione tra cui spiccano quelli dei Basement Jaxx, M.A.S. Collective & Uovo e Todd Edwards, ma degne di menzione sono pure le reinterpretazioni di DJ Krust (inclusa nel doppio su Subliminal), Booker T e degli italiani T&F Vs. Walterino. A pubblicare il disco nel nostro Paese è proprio la Airplane! Records fondata da Frankie Tamburo e Mauro Ferrucci.

7) The Voices Of Life – The Word Is Love (Remix)
Gli ultimi mesi del 1997 vedono riemergere due granitici nomi della scena house di Chicago, Ralphi Rosario e Steve “Silk” Hurley, affiancati rispettivamente dalla compianta Donna Blakely, per “Take Me Up (Gotta Get Up)”, e da Sharon Pass per “The Word Is Love”. Hurley, per quest’ultima, conia un progetto ex novo chiamato The Voices Of Life, lanciato dalla sua Silk Entertainment e diventato un clamoroso successo mondiale che abbraccia il primo semestre del ’98. Diversi i remixer interpellati, da Mousse T. ai Mood II Swing e Kelly G ma purtroppo nella chart non è specificato a quale facesse riferimento Ralf. Quell’indovinato combo tra house e funk con basso simil ottavato diventa, prevedibilmente, il trademark con cui Hurley firma vari remix tra cui quelli di “Where You Are” di Rahsaan Patterson, “Special Love” dei Jestofunk Featuring Jocelyn Brown, “Dha Dha Tune” di Dhany, “Nobody Else” di Ce Ce Peniston, “Ready Or Not” di DJ Dado & Simone Jay ed “If We Try” di Karen Ramirez, artista di cui si parla dettagliatamente più sotto.

8) Department Of Soul – ?
Sebbene il titolo venga omesso, è presumibile che Ralf si riferisca al secondo (ed ultimo) singolo dei Department Of Soul, “Love Will Find You”, uscito intorno alla fine del 1997 sulla Narcotic fondata da Roger Sanchez e dal prematuramente scomparso Marts Andrups. A cantare il brano è sempre Toney Jones, già interprete del precedente “Stand Tall” di cui Eric Wikman e James Donaldson, meglio noti come Deep Swing, tendono a preservare le atmosfere. Sul 12″ è solcato anche un remix di Bernard Badie.

9) D. Funk Era – Spring
“Spring” è una piccola club hit messa in circolazione dalla Hole di Ivan Iacobucci a cui ai tempi in pochi, tra i DJ house specializzati, riescono a resistere. A cedere è anche Little Louie Vega che la incastra in un set a Miami, durante il Winter Music Conference. Nato da un campionamento di “Off Broadway” di George Benson, il brano reca la firma dei fratelli Danny e Diego Vitale che giocano coi filtri bilanciando house da un lato e funk/disco dall’altro, divertendosi a mixare il tutto in modo estemporaneo, senza seguire alcun disegno prestabilito. Probabilmente la magia di “Spring” risiede proprio in quella vivacità espressiva che permea i loop abilmente creati con un Akai S5000. Per approfondire si rimanda all’intervista con Danny Vitale disponibile qui.

10) Karen Ramirez – Troubled Girl (Remix)
“Troubled Girl” è il singolo d’esordio di Karen Ramirez, cantante britannica per cui ai tempi si prospetta una sfavillante carriera. La versione originale del pezzo è un delizioso gioiellino soul incorniciato da ritmi bossa nova ed atmosfere jazz. A scriverlo la stessa Ramirez affiancata da Alessandro Sommella, Domenico Canu e il compianto Sergio Della Monica, membri dei Souled Out da cui qualche anno dopo nascono i Planet Funk. Letteralmente strabiliante la parata di remixer a cui fa riferimento Ralf seppur non specificandone uno in particolare, e che la Bustin’ Loose Recordings coinvolge su più supporti e formati tra cui un mix quintuplo: dai Masters At Work alle coppie Boris Dlugosch/Michi Lange e Claudio Coccoluto/Savino Martinez, da Don Carlos ai Full Intention passando dai Way Out West. Le versioni di DJ Pierre e dei Mindspell restano invece confinate, per ragioni non chiarite, al CD promozionale destinato alle radio dalla Mercury. È proprio un’etichetta del gruppo Mercury, la Manifesto, a prendere in licenza il brano e i (fortunati) successivi singoli, “Looking For Love” (cover di “I Didn’t Know I Was Looking For Love” degli Everything But The Girl), “If We Try” e “Lies”, tutti estratti dall’album “Distant Dreams”.

(Giosuè Impellizzeri)

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Daniel Wang – The Look Ma No Drum Machine EP (Balihu Records)

Daniel Wang - The Look Ma No Drum Machine EPEsistono dischi che al momento dell’uscita non destano particolari interessi ma che dopo qualche decennio possono ricoprire ruoli tutt’altro che marginali. È il caso dell’EP di Daniel Wang pubblicato nel 1993 e destinato ad una ristretta cerchia di DJ che trovarono intrigante riassaporare la disco, il funk e il cosiddetto philly sound in salsa house. Oggi è banalissimo parlare di disco house visto il ripetuto ed abbondante recupero di quelle sonorità e la creazione di un filone appositamente dedicato come la nu disco, ma 23 anni fa quell’extended play suonava come una voce fuori dal coro. A Wang va quindi riconosciuto il merito di essere stato uno dei primissimi ad intuire le possibilità creative che si celavano dietro il funk e la disco degli anni Settanta ed Ottanta che nei primi anni Novanta, con l’invasione della house e della techno, suonavano irrimediabilmente vecchie quanto superate.

L’autore nasce in California, trascorre l’infanzia a Taiwan (i suoi genitori sono cinesi), poi torna negli States per gli studi universitari. Nel 1993 a Chicago, dove fissa la sua dimora prima di trasferirsi a New York l’anno dopo, inventa la Balihu Records autofinanziando la prima produzione, un EP pieno di sorprese. «Ero totalmente ingenuo quando fondai la Balihu. La musica house e la dance elettronica più in generale erano già diventate un fenomeno incredibilmente commerciale, senz’anima e poco interessante per le mie orecchie, così pensai di realizzare un disco divertente contraddistinto da un atteggiamento ironico ma che al tempo stesso mostrasse una conoscenza approfondita della vecchia disco, al fine di distinguermi da tutto quello che era in circolazione e magari ottenere qualche ingaggio nei club come DJ» racconta oggi Wang. «A New York feci ascoltare un demo a Roger Sanchez che qualche tempo prima incise per la Strictly Rhythm “Luv Dancin'” come Underground Solution. Ai tempi lo ammiravo moltissimo ma la traccia che sottoposi alla sua attenzione era praticamente un collage di vecchi sample messo su un floppy disk del campionatore Akai, neanche registrato su DAT. Non ero un musicista e non avevo mai inciso nulla prima di quel momento, non sapevo davvero niente di quel mondo».

Dopo i primi fibrillanti anni la scena di Chicago si arena ed etichette cardine come D.J. International o Trax Records finiscono con l’essere soppiantate e presto dimenticate dalle realtà europee, anche a causa del diffuso malaffare. Come descrive DJ Pierre in una recente intervista «si creò una frattura con gli artisti che, non avendo più fiducia, cominciarono a rivolgersi altrove per pubblicare la propria musica». A Daniel Wang però non interessa il fattore imprenditoriale e getta le basi della Balihu Records proprio nella città del vento. «Balihu è una parola che non ha un significato compiuto, è un termine burlesco che attinge dal vecchio idioma irlandese “ballyhoo” che indica una forte commozione o un senso di agitazione, tipo quello che si viene a creare dopo un incidente stradale. Ai tempi molte label di New York avevano nomi che rimarcavano la spiritualità ma volevo evitare di accodarmi ai luoghi comuni. Avere origini cinesi ed essere attratto dalle melodie europee era già qualcosa di atipico quindi optai per un “nonsense”, da perfetto nerd. Tengo inoltre a precisare che non era affatto mia intenzione creare un’etichetta, almeno non nei termini in cui viene definita una tipica casa discografica. Non esisteva nessun ufficio, nessun dipendente e soprattutto nessun budget. Ero semplicemente uno studente universitario con una carta di credito Visa, le grafiche del 12″ furono realizzate in totale economia con una banale macchina fotocopiatrice (sopra c’era anche un ironico messaggio che prima poneva tre quesiti per misurare le proprie conoscenze in materia e poi invitava a riconoscere i sample utilizzati per avere in regalo un viaggio a Parigi o il test pressing del disco seguente, nda). Avrei dovuto mandare il DAT in New Jersey via posta, dando le indicazioni alla stamperia attraverso il telefono e il fax, ma fui fortunato perché a New York incontrai Alexander Zayas che vendeva dischi per le strade della città nel baule della sua auto. Sapeva tutto su negozi e sui DJ e riuscì a far arrivare il mio primo EP a Tony Humphries che lo suonò nel suo programma su Kiss FM. Fu lui a rendere tutto possibile anche se il suo ufficio, la filiale americana della Dig It International italiana, non durò a lungo. La musica house era un business strano, spesso c’erano pochi contenuti e scarso talento artistico ma tanto hype e richiesta del mercato, un po’ come avviene oggi per l’EDM».

Bali hu

“We’ll Do What Ever We Want” è l’unico brano che Wang firma come Bali Hu, nel 1995

Nel 1995 Zayas pubblica il brano “We’ll Do What Ever We Want” che Wang firma come Bali Hu, ma solo in formato promozionale. «Quel pezzo fu un incidente di percorso. Credo di aver guadagnato appena trecento dollari per esso, fu appositamente pensato come un prodotto promo dell’etichetta, direi anche non particolarmente ispirato dal punto di vista creativo :)».

Ma torniamo al disco su Balihu: l’EP si apre con “Like Some Dream I Can’t Stop Dreaming” (presente in due versioni, la Break Mix e la No Break Mix), un sinuoso viaggio che risalta le curve del funk e dell’afro coi timbales a scandire il ritmo. Il vocal è tratto da “One For The Money” di Sleeque (1986) mentre il frammento ritmico da “Wake Up And Move “Funky”” di Eddy Rosemond (1979). “Warped” segue le traiettorie disco/soul ma rinforzandole con paratie proto acid. Questa volta all’interno si scova un ritaglio di chord preso da “You Don’t Know” di Serious Intention (1984) ed una più ampia porzione ritagliata da “Time Warp” di The Coach House Rhythm Section prodotta da Eddy Grant nel 1977. Seguono “Gotta Get Up”, ricolma di citazioni funk (con un fantastico assolo di clavinet) ma nel contempo house music oriented, e “Twitchy & Scratchy” che conclude con un’altra parata di sequenze disco inchiodate su un 4/4 con hi-hat rigorosamente in levare.

«Realizzai tutto con una drum machine Alesis SR-16, un campionatore Akai S950 ed una tastiera Korg 01/W con sequencer a 16 tracce attraverso cui innescai i vari sample raccolti da vecchi vinili house e disco che avevo comprato tra 1991 e 1993. Nient’altro. Per il mixaggio invece adoperai un mixer Mackie 1604 ma utilizzando appena tre o quattro canali, insomma, tutto in modo molto primitivo. Sono stupito dal grado di tecnologia raggiunto nel 2016, possiamo disporre di un’intera orchestra, di cinquanta sintetizzatori ed oltre cinquecento tracce nel nostro MacBook però al tempo stesso mi spiace che il 97% dei “produttori” odierni sia costituito da DJ che sanno davvero poco e niente sulla musica. Si limitano a fare copia-incolla su Ableton, realizzando bassline di due note che non cambiano mai per sette minuti. Di tanto in tanto silenziano la cassa per otto misure e poi di nuovo in loop. È davvero così assurdo e paradossale, rimango basito quando sento la maggior parte delle produzioni in circolazione anche se, ad onor del vero, avvertivo una sensazione simile già nel 1993».

strumenti Wang

Gli strumenti usati da Daniel Wang per il primo EP su Balihu Records

Wang è altamente critico, sia nei confronti dell’operato altrui, sia con se stesso. «Non so di preciso quanto abbia venduto quel disco. Se ben ricordo la prima tiratura fu di appena 500/600 copie, poi venne ristampato un paio di volte per soddisfare le richieste del distributore ma credo abbia venduto molto meno di quel che la gente potrebbe immaginare oggi. In tutta franchezza non sono neanche molto orgoglioso di averlo fatto perché non era altro che un mucchio di campioni, tutto monofonico e piuttosto grezzo. A posteriori però riconosco in quei brani un autentico e genuino feeling do it yourself di matrice punk. Ora per me ora è impossibile recuperare quell’ingenuità».

“The Look Ma No Drum Machine EP” è uno dei primi dischi in cui house e disco vengono incastrate l’una nell’altra, rivelando un ibrido che sarebbe stato apprezzato dal grande pubblico soltanto nella seconda metà degli anni Novanta. «Ho sempre pensato che la distinzione tra house e disco fosse errata o comunque non così radicale. Viaggiano entrambe su ritmi in 4/4 esplorando possibilità stilistiche simili. Vedrei più come ibridi le combinazioni tra bossanova e disco, o tra valzer ed afro. La house degli anni Ottanta non fu altro che l’evoluzione della disco dei Settanta ottenuta con le batterie elettroniche giapponesi. Tutti i brani di Moroder, Cowley o Grant usciti a fine anni Settanta gettarono le basi per i ritmi meccanici del decennio successivo»Probabilmente fu pure certa italo disco a rendere meno traumatico il passaggio dalla disco alla house. «Non sono un fan sfegatato dell’italo, al suono “cheap” degli Ottanta preferisco quelle produzioni italiane di tardi anni Settanta tipo Tantra di Celso Valli, anche se comunque dipende sempre dai brani. Anche in America circolava un sacco di disco music pacchiana e di poco valore, ma l’alto numero di produttori aumenta la possibilità di trovare pezzi ispirati come quelli di Klein & MBO o Gazebo».

Idealism

La copertina di “Idealism”, il primo (e sinora unico) album di Daniel Wang edito dalla Environ nel 2001

La storia di Daniel Wang e della sua Balihu Records prosegue a passi felpati. Nel 1998 viene “arruolato” dalla Environ di Morgan Geist dei Metro Area che tre anni dopo pubblica il suo primo (e sinora unico) album, “Idealism”. L’artista approda pure su altre etichette più o meno note, come l’inglese Monkey Fruit, la tedesca Playhouse, la francese Basenotic Records e le americane OMW e Ghostly International, adoperando vari pseudonimi tra cui Morning Kids e Danny Ultra Omni. Pur essendo stato uno dei primi ad aver ricongiunto house e disco, Wang si rifiuta di cavalcare l’onda sia quando il fenomeno si intensifica e i media iniziano a chiamarlo nu funk (con Faze Action, Leo Young, Dimitri From Paris, Tutto Matto, I:Cube, DJ Gilb’R, Cricco Castelli, Alex Gopher o Motorbass), sia quando si commercializza definitivamente con Bob Sinclar, Daft Punk, Etienne De Crécy, Stardust, Phats & Small, Richard Grey, Cassius ed Alan Braxe.

Nel ’99 l’uscita di “This Is The Final Balihu Release” fa pensare che i giochi si siano chiusi ma nel 2002 ci ripensa utilizzando Balihu anche come piattaforma per la musica di altri artisti come Brennan Green, i Block 16, Ilya Santana e l’italiano Massimiliano Pagliara. Nel 2007 ristampa proprio “The Look Ma No Drum Machine EP” e nel 2009 l’olandese Rush Hour setaccia il catalogo per la compilation “The Best Of Balihu 1993-2008”. L’ultimo atto si consuma nel 2010 con “Mysterious Yellow Sound From Germania” che Wang firma con lo pseudonimo Oto Gelb. «La missione di Balihu ormai è finita, adesso la mia vita attraversa una fase diversa. Vivo a Berlino, in una casa felice e con una storia sentimentale stabile accanto al mio fidanzato tedesco. Inoltre dispongo di strumenti più adeguati ed ovviamente molte più conoscenze. Ho aspettative più alte e complesse rispetto a quelle di un tempo e per questo motivo sono piuttosto discostante nella produzione discografica, ma chissà, forse tra 2016 e 2017 potrei tornare con qualcosa di interessante». (Giosuè Impellizzeri)

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