Alfredo Violante, sulle ali della 90s Trance

Alfredo ViolanteCirca venticinque anni fa Alfredo Violante lascia l’Italia e vola in Inghilterra, dove si inserisce nella scena discografica e fonda, con Guido Gaule, l’Europlan Music Network, azienda-contenitore di varie etichette come Data e Supernova, a cui si aggiungono Single Vision, Proxima, Kronos e Storm. Le ispirazioni derivano dalla Trance, soprattutto quella teutonica, ma non mancano deviazioni Techno: la combinazione tra ritmo marcato, epiche melodie e ghirigori acidi si rivela attraverso numerose produzioni firmate con altrettanti pseudonimi. Tra le più note “Numera Stellas” di Solaris, del 1994, “Life Is So Realistic” di Moogability, del 1995, e “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000, che nel 1996 diventa popolare pure in Italia. Nel 1998 è Joe T. Vannelli a pubblicare sulla sua DBX Records, celebre per aver accolto nel proprio catalogo i pluridecorati dischi di Robert Miles, la doppia a-side “From Here To Eternity 99/Loving The Alien 99” che tira il sipario sul progetto Barcelona 2000. Violante nel frattempo prosegue il suo percorso artistico, variandone ulteriormente le matrici sino a toccare l’Electro House nel nuovo millennio.

Nei primi anni Novanta ti trasferisci a Londra in cerca di successo, eppure oggi in tanti dipingono l’Italia di quel periodo come una landa felice e rigogliosa per la musica Dance. Cosa o chi ti spinse ad emigrare all’estero?
In realtà quando giunsi a Londra la Dance non mi interessava per niente, soprattutto la House che non mi ha mai appassionato. Ma quando arrivarono i primi dischi della scena Rave con quei ritmi serrati e quelle sequenze aggressive, esplose la mia passione per l’elettronica.

Il primo disco che realizzasti oltremanica fu “Too Many People” di You, su Hypermode Records?
Si, e fu un disco calcolato. Avevo appena abbandonato la strumentazione tradizionale e decisi di appoggiarmi ad uno studio di Brixton, l’Hazardous Dub Company, che era un gioiello della scena underground.

Il tuo primo brano in assoluto però fu “There Is A World In My Hands” di Bengodia, pubblicato in Italia dalla Panarecord nel 1987. Cosa ricordi di quell’esperienza, più vicina alla New Wave/Synth Pop che alla musica da discoteca?
Ricordo l’insoddisfazione di fare musica inglese in Italia, ma penso sia una sensazione piuttosto comune. Ho preferito buttare via tutto pur sapendo che a Londra sarebbe stata ancor più dura.

Dopo i primi anni in cui era svincolata dalle classiche trafile burocratiche delle major, nella musica Dance cambia qualcosa: perché fu cannibalizzata dalle multinazionali?
Perché le vendite raggiunsero una quota di mercato importante, probabilmente il 2%. Lentamente le major occuparono la scena del vinile e abbassarono il prezzo del prodotto. I piccoli negozi faticarono a competere e pian piano sparirono, ma il mercanteggio tra le piccole etichette e i negozi indipendenti era vitale per l’ecosistema della Dance.

Un fenomeno tipico degli anni Novanta su cui tanti, in Italia, hanno costruito la propria fortuna era quello dei promo provenienti dall’estero, soprattutto Inghilterra ed America.
Ai tempi la promozione inglese era esclusivamente nazionale, non c’era ancora una strategia europea quindi in Italia non arrivava niente. Quando un oggetto è raro e quasi introvabile si crea grande richiesta, soprattutto in Italia dove l’esclusività era molto importante nel DJing. Per questo si scatenò una vera e propria “guerra del promo”.

In Decadance Extra abbiamo dedicato un’intera sezione ai negozi di dischi italiani attivi negli anni Novanta, intervistando i titolari da Nord a Sud Italia, eppure solo pochi di loro hanno ammesso di aver fatto parte dell’ambito business dei dischi promo, o comunque hanno minimizzato quel che invece era un vero e proprio mercato nel mercato.
Per portare ambite copie promozionali in Italia bisognava avere una rete di contatti molto complessa, quindi non tutti i negozi potevano permettersela.

E il fenomeno “bootleg”, in riferimento a quei dischi che si moltiplicavano misteriosamente ad insaputa delle case discografiche e dei rispettivi autori?
Una scena che non conoscevo finché non sono usciti miei brani stampati a mia insaputa.

Quali erano, negli anni Novanta, le condizioni che potevano decretare una maggiore visibilità per un DJ?
Il vinile aveva un limite: quando vendevi troppo un’etichetta più grande ti comprava il pezzo. E faceva bene, perché poteva sfruttarlo meglio. Poi c’erano le compilation che a livello di royalties non erano superiori al vinile ma quando particolarmente importanti facevano la differenza. A me capitò con la “Renaissance Worldwide: London” mixata da Robert Miles nel 1997, in cui presenziava un mio pezzo firmato Moogability.

Credo che in Italia il tuo disco più popolare resti “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000. Ci racconti qualcosa in merito?
Scrivevo anche cinque pezzi alla settimana ma scartavo quelli che non mi convincevano. La UCMG (Under Cover Music Group) era un grosso network tedesco, ed alcuni A&R venivano a casa mia per sentire quello che facevo. Presero proprio uno di questi scarti, “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000 (anche se per frequenti errori tipografici il titolo diventa “Guitarra Del Cielo” e l’autore Barcellona 2000, ndr). Quando si fa più di un disco al mese è importante cambiare spesso nome artistico per non stufare, ed io ero già Solaris, Eta Beta, Moogability, Oracle 9000, DJ Supernova, Space Art, Speedlite, Mazda (ed altri ancora come Borgia, Brama-Siva-Vishnu, House Music Syndicate e Radiations condivisi con amici, ndr). Così la UCMG si prese Barcelona 2000 e lo stampò subito su una della sue etichette, la Tide, ai tempi curata artisticamente da Nils Hess. “Guitara Del Cielo” nacque da un arpeggio appartenente ad un’altra mia composizione ossia “Mandrake” di Borgia, uscito su Heidi Of Switzerland nel 1994. Quel pezzo aveva delle bellissime parti melodiche ma trovavo che l’arpeggio fosse piuttosto sprecato. Così lo riutilizzai in Barcelona 2000 ma modificandolo, prima a -100% e poi a +100% di pitch rispetto all’originale. Allargando la visione anche al nuovo millennio, un altro mio pezzo che ha funzionato in Italia risale al 2007, “Frangetta” de Il Deboscio, progetto molto particolare in cui la differenza la fece il testo scritto da mio cugino, Davide Colombo.

Come mai in Italia “Guitara Del Cielo” venne pubblicato contemporaneamente da due etichette diverse, ossia Top Secret Records (gruppo Dig It International) e Moonlite (gruppo Time)?
Un giorno la UCMG mi chiamò chiedendomi a chi volessi licenziarlo in Italia. Normalmente con questi dischi Trance senza particolari ambizioni era già tanto ricevere un’offerta, quindi risposi che, se avessi potuto scegliere, avrei optato per la Self. Però non ero a conoscenza del fatto che Albertino stesse suonando con entusiasmo il brano nel DeeJay Time (facendolo entrare anche nella DeeJay Parade il 12 ottobre, seppur sia rimasto in classifica per sole due settimane, ndr). Di conseguenza tutte le distribuzioni italiane volevano il pezzo! Altra cosa che non sapevo è che la UCMG aveva già firmato un contratto con la Dig It International che si era fatta avanti per prima, ma poi, giacché continuavano a fioccare proposte via fax (il vero protagonista della comunicazione negli anni Novanta), avevano provato a rifirmarlo con la Self. Quindi esistevano due contratti validi con due case di distribuzione che litigavano e si denunciavano a vicenda, a cui se ne aggiunsero altre due che lo stamparono abusivamente. Risultato? Includendo la versione import, sul mercato giunsero ben cinque versioni di Barcelona 2000. Il pezzo entrò in molte compilation Progressive e in tanti mi chiamarono chiedendomi cosa stesse succedendo. La UCMG fece il comprensibile errore di firmare la prima offerta, non immaginando che da lì a breve ne sarebbero arrivate molte altre. Ne firmarono una seconda cercando (inutilmente) di disdire la prima, ma la frittata ormai era fatta. Ci vollero circa due anni per ottenere i miei compensi. Negli anni Novanta “Guitara Del Cielo” fu l’unico dei miei brani ad entrare nella programmazione di Albertino (ma a proporlo per primo su Radio DeeJay fu Molella nel suo Molly 4 DeeJay, già a settembre, ndr).

Esiste anche una terza versione del pezzo, edita dalla Discomagic di Severo Lombardoni ma firmata The Typhoon. Eri sempre tu sotto mentite spoglie?
No e ad essere sincero non l’ho mai vista, anche se me ne hanno parlato.

Nel 1994 inauguri il catalogo della Supernova Records con “Numera Stellas” di Solaris. Come mai quattro anni più tardi, quando uscirono due nuove versioni, quel pezzo divenne di Barcelona 2000?
È una melodia che funziona e vende, quando ho bisogno di soldi e voglio andare a colpo sicuro la ripropongo. L’ho rifatta ancora nel 2004 col titolo “Capricorn” e l’alias Polybeat.

Con quali strumenti creavi la tua musica? Dove acquistavi le macchine? Nuove o di seconda mano?
Quando avevo quattordici anni avevo tutte le Roland originali ma le vendetti nel momento in cui sul mercato giunsero le tastiere digitali. Negli anni Novanta me le andai a cercare (e comprare) una ad una da privati. Allestimmo lo studio in un appartamento a Londra, in Gloucester Road, che in tanti conoscono benissimo, da Francesco Farfa ai fratelli D’Arcangelo, dal compianto Alex Silverfish ad etichette come Dig It International e Platipus. Davvero tutti passavano da noi. Avevamo persino una stanza per gli ospiti equipaggiata con la prima PlayStation. Un periodo davvero strepitoso.

Quali erano i tuoi riferimenti? A chi ti ispiravi?
Ho due dischi-chiave che rappresentano il mio gusto negli anni Novanta, “Airborn” di Mirage e “Symmetry” di Brainchild, entrambi editi dalla Eye Q Records di Sven Väth, Heinz Roth e Matthias Hoffmann.

Chi fu il personaggio-cardine della scena italiana negli anni Novanta?
Nella musica elettronica Francesco Farfa guidava il gruppo. La mia impressione è che il trend lo decretasse solo lui. I suoi set erano molto complessi e poliedrici, tipici di un periodo dove c’era ancora molta ricerca. Poi i sottogeneri si irrigidirono ed emersero le serate a tema dove il suono era sempre un po’ lo stesso. Farfa si impadronì della fase iniziale, la più affascinante ed avventurosa.

Qual è stato l’ultimo disco che ti ha positivamente colpito?
Per me il momento più interessante fu quando la Drum n Bass si liberò dei sample Hip Hop velocizzati ed incominciò ad usare le sonorità della Techno. Aphex Twin rielaborò il tutto creando suoni e ritmiche mai sentite prima. Poi il nulla. Adesso siamo in piena fase Roland TR-808, poi tornerà la TR-909 e via dicendo. Ma arriveranno anche cose nuove, quelle per fortuna non mancano mai.

(Giosuè Impellizzeri)

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