Ivan Iacobucci – DJ chart marzo 1998

ivan iacobucci, disco mix marzo 1998
DJ: Ivan Iacobucci
Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1998

1) D. Funk Era – Spring
Quella dei D. Funk Era (i fratelli pugliesi Daniele e Diego Vitale) è una delle tantissime vicende sommerse dell’underground italiano, dove ardente passione ed intraprendenza giovanile giocano un ruolo primario. Ritrovare nella chart di Iacobucci uno dei pezzi più noti e meglio riusciti della discografia dei brindisini offre la giusta occasione per gettare luce sulla loro storia: «L’interesse per la musica “non tradizionale” nasce negli anni Ottanta, quando in Italia arrivano i primi riflessi dell’hip hop attraverso film come “Beat Street” e “Footloose” in cui c’erano scene di breakdance di cui mi innamorai» racconta oggi Daniele ‘Danny’ Vitale. «In assenza di internet non era facile approfondire ma le cose cambiarono quando conobbi degli americani che vivevano nella base NATO a San Vito dei Normanni, vicino Brindisi. Lì, sia io che mio fratello, entrammo in contatto con la cultura statunitense, parlando l’americano e riuscendo a mettere le mani su qualche cassetta con pezzi hip hop. Ci venne spontaneo iniziare a fare degli esperimenti tentando di creare dei beat da cui sviluppare basi per ballare breakdance. Per fare ciò usavamo piastre di registrazione alternando i tasti pause e rec. In quello stesso periodo Diego iniziò a specializzarsi in una disciplina tipicamente hip hop, lo scratch. Entrare in possesso di dischi hip hop però era davvero difficile, era un genere relegato quasi al ghetto e scarsamente preso in considerazione nei canali ufficiali. Inoltre non avevamo budget a disposizione e mio fratello, piuttosto bravo a smanettare con l’elettronica, modificò un giradischi a cinghia dotandolo di un variatore di velocità per iniziare a fare i primi mixaggi. Solo in seguito riuscimmo a comprare i Technics SL-1200 ed allora ad averli nella nostra città eravamo solo noi, oltre alle radio. Facemmo un finanziamento per acquistarli, ognuno costava un milione e duecentomila lire, un vero sproposito per le nostre possibilità economiche. Cominciammo a fare i DJ nelle case quando la musica che funzionava di più era il pop rock degli U2, la “Lambada” dei Kaoma e cose simili, ma nei nostri programmi cercavamo di inserire qualche pezzo hip hop ed house, un genere che scoprimmo quando alcuni rapper iniziarono a fare freestyle sui 4/4, come i Jungle Brothers o il compianto Kool Rock Steady. Poi, col boom di S’Express, Bomb The Bass o Lil’ Louis, ci innamorammo completamente della house continuando a fare i DJ.

Incidemmo il primo disco nel ’92, una white label supportata da una nota radio locale, Ciccio Riccio. Il pezzo si intitolava “Let Me Live”, seguiva lo stile del remix di “Show Me Love” di Robin S. e fu programmatissimo dalle radio italiane. Per l’occasione ci chiamavamo Hyperground. Realizzammo quel brano nello studio di Nanni Surace (che anni dopo comprai rimontandolo a casa mia) con una tastiera/sampler Casio SK-8 che però offriva pochissimi secondi di campionamento. Salvavamo i suoni su floppy disc e il sequencer era installato su un computer Atari ST 1040. Niente di eccelso ma per noi rappresentò comunque un traguardo visto che incidere un disco con mezzi talmente scarsi (seppur all’avanguardia e costosi) era praticamente impossibile. Col tempo ci siamo evoluti acquistando altri strumenti che costavano un patrimonio, imparammo ad usare il MIDI e nuove tecniche di composizione ma con grande difficoltà perché non esistevano tutorial da scovare gratuitamente in Rete. Al massimo si poteva ricorrere ai guru degli studi di registrazione ai quali chiedere consigli e suggerimenti. Insomma, la nostra cultura è stata costruita pazientemente con tempo e dedizione.

Poi avvenne un episodio veramente singolare: poiché dalle nostre parti era difficile trovare certi dischi, un amico di New York appassionato di house e che lavorava alla base NATO, mi propose di ordinare un 12″ dagli States, presso un negozio che frequentava quando era a casa, credo fosse Downtown di New York. Mentre mi apprestavo a completare l’ordine fornendo il mio indirizzo mi sento chiamare: dall’altro capo della cornetta c’era Teddy Esposito. Una coincidenza assurda, fare una telefonata intercontinentale ad un negozio e sentirsi rispondere da un vecchio amico che viveva da tempo negli States e che, messo a conoscenza della nostra attività di produttori, volle ascoltare le tracce prodotte chiedendocene alcune per una delle sue label, la Groovin’ Records. Gli mandai “Follow Me To The Promised Land” cantato da Robert Crawford, un ragazzo americano che si trovava in Italia. Il brano venne pubblicato nel 1995 in un EP intitolato “The Gemini Project”. Teddy commissionò il remix a Iacobucci.

Da quel momento io e Diego iniziammo a produrre tantissimi brani come “Move That Body” di Hyperground e “Sex Or Love” per la UMD (Underground Music Department) che pochi anni dopo venne campionato illegalmente dai Tamperer per la nota “Feel It”. Quella volta riuscimmo a bloccare le vendite del disco (ripubblicato successivamente senza il sample vocale in questione, “is it sex or is it love”, nda) visto che non ci venne riconosciuto alcun diritto. Ad usare quel campione fu anche il bresciano Pierre Feroldi per “I Feel Love” ma includendomi tra gli autori. A plagiarci fu pure il tarantino DJ Flash, ricordato per “Un Lorenzo C’è Già”, che usò la Soul Mix di “Let Me Live” per “Nessuno T’Aiuta”.

d. funk era (londra, 1996)

I fratelli Danny e Diego Vitale in una foto scattata a Londra nel 1996

Poi giunse “Spring”, nato da un impulso creativo di mio fratello che provò a campionare “Off Broadway” di George Benson, artista che seguiva sin da piccolo. Avendo un background hip hop, per noi fu naturale usare i sample in quel modo, spezzettando il brano originale e ricostruirlo attraverso influenze house britanniche. Lo realizzammo con vari expander come il Roland U-110, Korg e Yamaha ma il fulcro principale era il campionatore, un Akai S5000, con cui prelevammo e trattammo diverse parti. Il sequencer invece era Cubase. Solitamente le idee nascevano di getto, poi serviva qualche giorno per perfezionarle e fare il mixaggio finale. Per “Spring” optammo per un mixing estemporaneo, con tutti i filtri che si aprivano e chiudevano registrati al momento. Essendo in due ci sincronizzammo a ruotare le varie manopole».

Quel modus operandi poi sarebbe diventato uno dei segni distintivi nel cosiddetto “french touch”, ma a tal proposito Vitale chiarisce: «ai tempi di “Spring” il french touch non era ancora riconosciuto come un fenomeno anzi, nel circuito che frequentavamo noi non se ne faceva proprio cenno. I francesi erano bravi ma non abbastanza da riuscire ad invadere il mercato. Riadoperare frammenti di pezzi del passato era un’espressione tipica dell’hip hop, si pensi ai Mantronix che facevano un uso smisurato del campionatore, e la nostra influenza derivava da artisti come Todd Terry o Mousse T. ma certamente non dai francesi. “Spring” fu uno dei brani che firmammo come D. Funk Era, dove la D stava per Danny e Diego. Foneticamente con quel nome volevamo ammiccare sia al p funk dei Funkadelic e Parliament, viste le componenti funk, sia al g funk, per sottolineare le nostre origini hip hop traslate nella house. Alcuni amici che erano a Miami per il Winter Music Conference ci raccontarono che “Spring” venne suonato da Little Louie Vega che fece letteralmente saltare il pubblico. Ottenemmo ottimi riscontri di vendita, oggi inimmaginabili, non tali da farci diventare ricchi ma quel giusto che abbiamo reinvestito in nuove strumentazioni. Vennero realizzati anche diversi remix da Pastaboys, Enrico ‘BSJ’ Ferrari, Spellband ed Half Tone. Una versione la facemmo pure noi aggiungendo un sample di “Got To Be Free” di Zoo Experience Feat. Bryan Chambers, rendendola più aggressiva e potente.

lo studio londinese di danny vitale (1995)

Lo studio allestito a Londra da Danny Vitale (1995)

Il disco venne pubblicato dalla Hole di Iacobucci e proprio a lui è legato un altro aneddoto dei tempi: dopo aver suonato per l’ultimo dell’anno in un locale sui monti di San Luca, vicino Bologna, Ivan mi propose di fare un salto a Londra grazie al piccolo gruzzoletto che avevo in tasca. Non ero mai stato nella capitale inglese, me la immaginavo punk così come era solitamente ritratta sui libri di scuola e non black. Quel viaggio mi fulminò al punto tale da farmi cambiare vita. Tornato in Italia infatti, vendetti l’auto ed altro per raggranellare denaro sufficiente e mi avventurai per due anni nella vita londinese. Lì conobbi Bobby & Steve che nel 1996 mi ospitarono nel loro programma radiofonico su Kiss Fm, Paul “Trouble” Anderson che purtroppo ci ha prematuramente lasciati poche settimane fa, Ricky Morrison e molti altri DJ. Per sbarcare il lunario lavoravo come “corrispondente” del Disco Inn di Modena di Fabietto Carniel, in un periodo in cui esisteva ancora la caccia ai white label.

Come D. Funk Era in quel periodo incidemmo diverse altre cose tra cui il “Da Tribute EP”, che seguiva ancora i percorsi funk e philly sound di “Spring”, e “The Roof Is On Fire” cantata da Stella Jones, con inserti jazzati, oltre a remixare “Dancin'” di Erick Morillo, cantato da Barbara Tucker. Tornai in Italia nel 1997 e continuai a fare il DJ in discoteca ma col passare degli anni mi resi conto che le cose stavano radicalmente cambiando. Abbandonai progressivamente i club, orfani delle atmosfere degli anni Novanta, a favore dei disco pub ma mi accorsi che l’interesse del pubblico per la musica scemava vistosamente e l’ambiente non era più lo stesso. Iniziai mettendo i dischi alle feste (ai tempi la qualifica di DJ nemmeno esisteva e la gente ti pregava per farlo), poi con l’era del “siamo tutti DJ” è mutato tutto. Assistere alla decadenza di qualcosa che avevo visto ai livelli massimi mi ha persuaso ad abbandonare il settore per dedicarmi ad un’altra passione che coltivavo sin da piccolo parallelamente alla musica, seppur emersa in percentuale differente, quella per l’archeologia e la paleontologia».

2) Green Fridge – You2nite (Duke’s Move)
Luke McCarty alias Green Fridge costruisce il suo brano intorno ad un sample vocale tratto da “I Want You (All Tonight)” di Curtis Hairston, prematuramente scomparso nel ’96 ad appena 34 anni. La versione selezionata da Iacobucci, la Duke’s Move, è dolciastra garage ma sul 12″ edito dalla londinese Estereo trova spazio pure l’amorevole deep house della Africa Sunset oltre a due remix, quello di Danny Jones e quello di Phil Asher, ulteriori sviluppi ad appannaggio di un suono che ha scandito la house music negli anni Novanta, quando il genere si ritrova in netta antitesi con la techno.

3) J.D. Braithwaite – Use Me
Giunto al successo intorno al 1985 insieme a Delroy Murray con cui forma il duo disco/boogie/soul dei Total Contrast (“Hit And Run”, “Takes A Little Time” e “The River” sono alcuni dei singoli di maggior fama), J.D. Braithwaite entra in contatto con la house attraverso i Tongue N Cheek (“Tomorrow” viene remixata da Frankie Knuckles). Corre il 1990 e l’artista è ancora ignaro che la sua sarebbe diventata una delle grandi voci maschili della house/garage di quel decennio, seppur mai troppo celebrata. Featuring per un personaggio d’eccezione come Marshall Jefferson che gli affida la sua “I Found You” nel ’94, Braithwaite trova la giusta dimensione grazie al supporto dell’etichetta tedesca Caus-N’-ff-ct che pubblica diversi singoli e che nel ’98 offre in licenza “Use Me” alla statunitense Strictly Rhythm. Oltre all’Original Mix trovano spazio due versioni di Byron Burke dei Ten City ed una del nostro Enrico Delaiti. I punti di contatto tra Braithwaite e l’Italia, in quel periodo, sono diversi: “Higher” viene pubblicata dalla Milanese Zac International, per Ciro Sasso alias Jackie Reverse interpreta “Let Yourself Go” e soprattutto scrive il testo e canta “Feel The Same” dei Triple X, uno dei tanti successi europei partito da Brescia.

4) Half Tone – My Love
Sono scarsissime le notizie relative ad Half Tone. A rivelare dettagli e retroscena inediti è uno degli artefici, Ivan Iacobucci, che contattato per l’occasione racconta: «Half Tone era un progetto creato con Daniele Vitale col quale, in quel periodo, collaborai a diverse produzioni. Non c’era nessuna motivazione particolare sull’uso di quel nome, foneticamente lo trovammo accattivante e decidemmo quindi di usarlo. Sono passati oltre venti anni ma credo che per “My Love” adoperammo un drum kit Alesis DM Pro, un sintetizzatore rack Orbit V2 e forse anche un E-mu Morpheus. Eravamo piuttosto veloci, in una settimana completammo il tutto. Oltre a curare la parte suonata, Marco Vallin ci diede una mano dal punto di vista tecnico. Vendemmo circa settecento copie che per quel periodo non erano molte. Vista la presenza di numerose versioni, decisi di stamparlo su doppio mix, formato sempre rischioso, ma quando le tracce sono valide per me ciò non dovrebbe impensierire più di tanto, ben venga anche un cofanetto».

iacobucci insieme ad ennio carusillo e sergio macciocu con cui firma submission su umm (1993)

Ivan Iacobucci in una foto del 1993. Insieme a lui Ennio Carusillo e Sergio Maccioccu coi quali realizza “Trouble” di Submission per la napoletana UMM

Gli Half Tone tornano nel ’99 per “Deep My Soul”, house rigata di funk e scandita ancora dalla voce di Stella Jones. «Il pezzo piacque molto nel circuito house ma le vendite erano sempre volutamente limitate» prosegue Iacobucci. «Fu l’ultimo disco inciso come Half Tone ma con Vitale realizzai molte altre cose tra cui “Understand Me” di I-D (le nostre iniziali), col pregevole featuring di Michael Watford. Non andammo avanti negli anni successivi perché non amo molto le collaborazioni a lungo termine». L’etichetta su cui finisce tutto questo materiale è ovviamente la Hole Records: «La fondai nel 1991 grazie al supporto della Flying Records con cui collaboravo (in particolare per una delle sue etichette, la UMM). Proposi un EP a mio parere molto interessante ma che risultò non facilmente vendibile per i loro standard. Decisi così di stamparlo autonomamente, poggiandomi a Flying Records solo come distributore. Il disco in questione era “Saxample” di Anxious, che vendette tremila copie ed ottenne recensioni positive ovunque. Ci presi gusto e continuai per la mia strada con Hole, nome ispirato da un party organizzato in un “buco” a Bologna, un anno prima. Tra i brani più apprezzati del catalogo sicuramente “It’s Gonna Be All Right” di The Loveground e il doppio “SP12”, che ho realizzato con la collaborazione di Nick Dragani» conclude Iacobucci.

5) Loleatta Holloway – ?
A causa di un errore il titolo del brano alla quarta posizione viene duplicato per la seguente, e ciò impedisce di stabilire a cosa si riferisse Iacobucci. La Holloway riappare comunque in nona piazza.

6) Black Connection – Give Me Rhythm
Inizialmente pubblicata come “Rhythm”, la traccia dei Black Connection (Corrado Rizza, Dom Scuteri e Gino Woody Bianchi) diventa “Give Me Rhythm” quando Alex Gold dell’Xtravaganza Recordings intende licenziarla nel Regno Unito e gli autori la fanno ricantare da Orlando Johnson «col fine di renderla più pop, inserendo una strofa e migliorando l’inciso» come racconta Rizza qui. Il brano, remixato dai Full Intention e Victor Simonelli e finito nell’orbita della VCI Recordings del gruppo Virgin, entra nelle grazie di Pete Tong e diventa un tormentone ibizenco nell’estate ’98 garantendo al team romano della Lemon Records ottimi riscontri economici oltre che grandi soddisfazioni in termini artistici.

7) Kronik Trilogy – Free

ivan iacobucci alla consolle del casbah, a foggia (1992)

Ivan Iacobucci impegnato alla consolle del Casbah (Foggia) nel 1992

“Free”, interpretato da Darryl D’Bonneau, è l’unico brano che Victor Sanchez firma come Kronik Trilogy, solcato dalla Kult Records di Lilla Vietri su un doppio 12″ con diversi remix tra cui quello di Ivan Iacobucci che spiega: «Ero letteralmente innamorato di quella traccia tanto da realizzare due versioni: la Ivan’s Dub destinata alla newyorkese Kult, la Ivan Iacobucci Mix finita invece sulla mia Hole Records». Quest’ultima, finalizzata con l’ausilio del tastierista Marco Vallin, è house striata di riferimenti funk e disco. Sul lato b trova spazio il remix, quasi del tutto strumentale, dei Pasta Boys. «Lo fecero in una sola giornata nel mio studio a Bologna» aggiunge Iacobucci.

8) Presence – Better Day
Charles Webster è un veterano della house d’oltremanica: nel 1987 realizza, con Mark Gamble e Delroy Joseph, “House Reaction” di T-Cut-F, che finisce sulla 10 Records col remix di Derrick May. Proprio con Joseph scrive “Better Day” firmata con uno dei suoi pseudonimi più noti, Presence. Il brano dondola dolcemente tra house e deep house e si avvale del sostegno vocale di un cantante che si farà ben notare negli anni a venire, Steve Edwards. La Pagan, diretta da Richard Breeden che matura esperienze manageriali con la Tribal United Kingdom, stamperà poi un secondo 12″ coi due remix dei Salt City Orchestra.

9) Fire Island Featuring Loleatta Holloway – Shout To The Top
Già noti come Roach Motel e reduci del successo ottenuto con “Ultra Flava” nel 1996, Terry Farley e Pete Heller portano avanti collateralmente il progetto Fire Island col prezioso supporto della Junior Boy’s Own. Ai featuring di spessore collezionati sino a quel momento (Ricardo Da Force, Junior Vasquez, Mark Anthoni degli Incognito) ne segue un altro, ancor più pregevole, con una delle dive mondiali della soul/disco, Loleatta Holloway. In “Shout To The Top” esplodono esattamente gli elementi che ci si aspetta di sentire sulla voce della cantante di Chicago legata a doppio filo col mondo della house a partire dai nostrani Black Box. La Fire Island Extended Mix è la versione “housizzata” dell’omonimo degli Style Council di Paul Weller, uscito nel 1984. Seppur si tratti di un pezzo made in UK, gli elementi della classica disco à la Salsoul, con rimandi al philly sound, ci sono davvero tutti. La Junior Boy’s Own, vista la caratura dell’ospite, affida i remix a due colonne granitiche della house accomunate dalla prematura scomparsa, Frankie Knuckles (affiancato da David Morales), e Peter Rauhofer alias Club 69. Ad onor del vero ne figura anche un terzo, con meno rimandi disco, realizzato dagli Industry Standard. Il brano conquista la prima posizione della classifica dance statunitense e viene accompagnato da un videoclip in cui appaiono per un cameo vari DJ della vecchia guardia di Chicago, Steve Silk Hurley, Maurice Joshua e Ralphi Rosario, oltre a Gary Wilkinson, partner di Farley ed Heller in 2 Stupid Dogz, e Thad Holloway, fratello di Loleatta, passata a miglior vita nel 2011. Nonostante il grande successo, “Shout To The Top” resta l’ultimo disco che il duo britannico incide come Fire Island.

10) Carinhoso Project – Baianihas / Hypnose
Doppia a-side per Carinhoso Project, collettivo francese durato giusto il tempo di questo 12″. “Baianihas” è un piacevole appetizer a base di house dal gusto funky/jazzy, “Hypnose” staziona sulle stesse latitudini ma tirandosi dietro percussioni più marcate. Tra gli artefici vale la pena sottolineare la presenza di DJ Gregory e dei Romatt. L’etichetta che pubblica il disco è invece la Yellow Productions di Alain ‘DJ Yellow’ Ho e Christophe ‘Bob Sinclar’ Le Friant in quegli anni uniti come The Mighty Bop.

(Giosuè Impellizzeri)

si ringrazia Marco Sapiens

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Black Connection – Rhythm (Lemon Records)

Black Connection - RhythmÈ vero che negli anni Novanta Roma è stata in primis il centro propulsore della techno (si vedano le recensioni di Automatic Sound Unlimited, Precious X Project, Mat101 e David X) ma è altrettanto vero che i DJ e produttori capitolini mostrarono nel contempo un forte interesse anche per la house. A dedicarsi alla produzione musicale già alla fine degli anni Ottanta è Corrado Rizza, DJ, produttore e scrittore (la sua ultima fatica editoriale è “Anni Vinilici – Io E Marco Trani – 2 DJ”, del 2016) che oggi racconta: «Dopo aver mixato come DJ per oltre un decennio tutte le notti, mi sentivo pronto ad intraprendere l’attività di produttore discografico e scelsi come partner i cugini Max e Frank Minoia (artefici di “Rockin’ Romance” di Joy Salinas nel 1990, nda) che conobbi all’Histeria, locale in cui lavoravo e dove loro avevano fatto dei concerti live insieme a vari guest come Karen Jones e il compianto Dr. Felix.

Nello studio casalingo allestito a casa di Max realizzammo, nell’arco di pochi mesi, quattro/cinque singoli che entrarono in classifica nel Regno Unito. Uno di questi venne remixato da un giovanissimo Paul Oakenfold e pubblicato dalla britannica Breakout, sussidiaria della A&M Records. Si trattava di “Nothing Has Been Proved” che firmammo come The Strings Of Love, cover dell’omonimo di Dusty Springfield scritto e prodotto dai Pet Shop Boys che un giorno mi ritrovai al Gilda dove mi fecero molti complimenti per come avevamo rivisitato il loro brano in chiave italo house. Insomma, credo di essere stato uno dei DJ che contribuirono all’avvento della house in Italia, fenomeno che vide come apripista i Black Box, i 49ers e gli FPI Project. Di quel periodo fantastico e super creativo voglio ricordare anche la X-Energy Records, etichetta che stampò il citato “Nothing Has Been Proved”, fondata e diretta da Alvaro Ugolini e Dario Raimondi, anche loro ex DJ che presi praticamente come modelli di vita».

Nel 1989 Rizza, sempre insieme ai Minoia, realizza pure “Everyday” di The Jam Machine (progetto messo in piedi un paio di anni prima dai citati Raimondi ed Ugolini e tra i primi, in Italia, a battere la strada house insieme ai Cappella di Gianfranco Bortolotti, con “Bauhaus”, DJ System – Stefano Secchi e Maurizio Pavesi – con “Animal House”, DJ Lelewel con “House Machine” e il team della DFC con “Jack The Beat” di P/P/G, “One O One” di Midas ed “Ali Baba” di Yagmur), e “Satisfy Your Dream” di Paradise Orchestra, entrambi su X-Energy Records e contraddistinti dai tipici connotati che rendono la cosiddetta “spaghetti house” unica ed inconfondibile. «Paradise Orchestra non entrò in classifica ma oggi è considerato un classico da molti DJ. Pochi anni fa Joey Negro, personaggio che stimo molto, lo ha inserito nella raccolta “Italo House” e mi hanno riferito che anche Larry Levan lo proponeva nelle sue serate al The Choice di New York, dopo la chiusura del Paradise Garage. A tal proposito svelo un piccolo segreto: le voci di “Everyday” e di “Satisfy Your Dream” vennero campionate da brani del grande Melvin Hudson prodotti qualche tempo prima dai cugini Minoia. Da DJ incallito consigliai loro di usarle in maniera più meccanica e ritmica in modo da adattarle ai bpm della house. Campionarono quindi quelle parti per poi risuonarle coi campionatori Akai dell’epoca. Hudson, scomparso da qualche anno, apprezzò molto e fu lui infatti ad esibirsi sul palco per alcune serate a Londra».

Black Connection 3

Corrado, Rizza, Gino “Woody” Bianchi e Domenico Scuteri nel primo studio della Wax Production allestito a casa di Scuteri. La foto fu scattata intorno al 1991

Nel 1991, con Gino “Woody” Bianchi e Domenico “Dom” Scuteri, Rizza incide “Colour Me”, il secondo singolo di Paradise Orchestra, licenziato in Francia, Regno Unito ma anche nella lontana Australia. «Dopo il periodo trascorso in compagnia dei Minoia, mi misi a lavorare con Bianchi che conoscevo sin da piccolo e col quale avevo cominciato a far girare i primi dischi sui piatti. Eravamo molto amici, vivevamo nello stesso quartiere, Monteverde, oltre a nutrire la stessa passione per la musica praticamente da sempre. Fu Gino poi a presentarmi Domenico Scuteri, preparatissimo musicista con basi jazz. Insieme a loro realizzai “Colour Me”, un altro piccolo successo oltremanica. A cantarlo fu Karen Jones, artista americana dalla voce incredibile. A seguire giunse “Tomorrow” di Daybreak, questa volta per la napoletana Flying Records, ancora cantato dalla Jones e remixato da DJ Herbie».

La collaborazione tra Rizza, Bianchi e Scuteri è destinata ad evolversi. Nel 1994 infatti i tre fondano la Wax Production al cui interno operano due etichette, la Lemon Records per la house e la Evidence per le produzioni di taglio italodance, trance e progressive. Dopo essersi affidati a terzi, insomma, provano a camminare con le proprie gambe. «Decidemmo di metterci in proprio perché le produzioni cominciavano ad essere tante e svariati DJ e producer ci ronzavano intorno. La soluzione naturale ci parve quella di creare un’etichetta a nostro uso e consumo ma anche per dare spazio ad amici e colleghi. Aprimmo pure uno studio dove arrivò in rinforzo e a tempo pieno un bravissimo musicista, Luca Leonori, vero talento e genio dei computer che all’epoca cominciavano ad entrare prepotentemente negli studi di registrazione sostituendo i vecchi sequencer, i costosi expander e i tanto amati Revox B77 con cui editavamo i master finali. La Lemon Records la usavamo molto per i nostri lavori, la Evidence invece era destinata a quelli dei colleghi più vicini alla trance progressive e non a caso affidammo la direzione artistica a Stefano Di Carlo, DJ e musicista esperto di quel genere musicale. Ai tempi aprire un’etichetta discografica non era semplicissimo. Bisognava disporre di costosissime edizioni musicali, capirci qualcosa in ambito contrattuale e prepararsi ad avere a che fare coi commercialisti, almeno se intendevi fare da te. In caso contrario eri costretto ad avvalerti di professionisti del settore ma noi non potevamo permettercelo e quindi facemmo di necessità virtù. Altrettanto complesso era mandare demo. Si usavano le cassette e si spendevano tanti soldi per poterle spedire in giro per il mondo. Ogni anno c’era il Midem, a Cannes, ed anche lì partiva qualche milione di lire. Oggi invece basta un click e sei già dall’altra parte del globo».

Black Connection 2

Gino “Woody” Bianchi, Orlando Johnson, Luca Leonori e Karen Jones, nello studio della Wax Production intorno al 1997

Proprio dalla Lemon Records, nel 1997, giunge “Rhythm” di Black Connection, l’ennesimo dei progetti di Rizza, Bianchi e Scuteri, senza dubbio tra quelli destinati a lasciare ricordi più piacevoli. «Usammo il nome Black Connection per sottolineare l’amore che nutrivamo per la musica black, il funky e il soul. Il ritmo era con noi da sempre. Concepimmo “Rhythm” per un 12″ destinato alla nostra Lemon Records. Nel brano c’erano vari campioni vocali e ritmici che il buon Gino attinse dal mondo del philly sound e di cui non abbiamo mai svelato la provenienza. Alex Gold dell’Xtravaganza Recordings entrò in possesso del disco e ci contattò per licenziare il brano nel Regno Unito. Fu allora che decidemmo di farlo ricantare da Orlando Johnson (voce di innumerevoli pezzi tra cui “I Say Yeah” e “Keep On Jammin'” di Stefano Secchi, nda) col fine di renderlo più pop, inserendo una strofa e migliorando l’inciso. Dopo queste variazioni lo reintitolammo “Give Me Rhythm”. Il primo a remixarlo fu Victor Simonelli, che collaborava spesso con noi dopo essersi trasferito a Roma, a cui seguirono i Full Intention che realizzarono una nuova versione commissionata da Alex Gold. Il pezzo entrò nella classifica britannica e fu suonato da tutte le radio. Pete Tong lo inserì nella sua raccolta annuale, “Essential Selection – Spring 1998” e finì in tante altre compilation come quella del tour australiano del Ministry Of Sound e quella dello Space di Ibiza. Nei club dell’isla blanca divenne una vera hit! Non ricordo quante copie vendette ma senza dubbio ci diede un po’ di ossigeno oltre ad una grande soddisfazione in termini artistici. In Italia lo cedemmo alla VCI Recordings, divisione dance della Virgin che si fece avanti dopo il clamore suscitato oltremanica».

La classifica di Billboard, 1998

La classifica di Billboard, dicembre 1998. Evidenziata in rosso la presenza dei Black Connection

Continuando a sguazzare tra disco, funk, soul e garage house, i Black Connection si ripresentano nel 1998 con “I’m Gonna Get Ya’ Baby”, anche questo remixato da Simonelli e dai Full Intention. La trilogia si chiude nel 2000 con “Keep Doin’ It” interpretato da Taka Boom (sorella di Chaka Khan) e remixato dai Stella Browne e dai Lisa Marie Experience. «Il più conosciuto dei tre resta sicuramente “Give Me Rhythm” anche se i restanti due stazionarono ai primi posti della dance chart di Billboard negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Internet era ancora per pochi e le notizie arrivavano con un certo ritardo tanto che scoprii quasi per caso che Black Connection finì tra i gruppi dance nella classifica di Billboard nel 1998: comprai la rivista in edicola a New York quando andai in vacanza a Natale con mia moglie. Del resto era incredibile anche il fatto di stare al venticinquesimo posto della chart insieme ad artisti del calibro di Madonna, Janet Jackson, Lisa Stansfield, Mariah Carey, Gloria Estefan ed addirittura Aretha Franklyn».

Quando i Black Connection conoscono il picco di popolarità ed iniziano a collaborare con la Virgin però l’attività della Wax Production si arresta. È lecito ipotizzare che le due cose fossero correlate in qualche modo ma Rizza spazza il campo da eventuali dubbi: «Fu solo un caso, la discografia era già in crisi e ci rendemmo conto che forse era meglio che ognuno di noi prendesse la propria strada. Siamo comunque rimasti grandi amici ed ancora oggi quando ci vediamo o ci sentiamo al telefono ricordiamo, con un pizzico di nostalgia, quei meravigliosi periodi che ci legheranno per sempre». Nel 2013 escono nuovi remix di “Give Me Rhythm” sulla “liquida” Lemon Cut Records, nata proprio per tenere in vita il ricordo della vecchia Lemon Records. «La creai dopo il mio trasferimento a Miami dove ormai vivo da circa sei anni. Ho usato la Lemon Cut come piattaforma per remixare vecchi brani come “Give Me Rhythm”, ritoccata da Jay Vegas e Samir Maslo, e “I Can’t Fight It” di Global Mind (altro progetto di Rizza, Bianchi e Scuteri, nda) affidata ad Eric Kupper. I remix realizzati da Miguel Migs per “In The Heat”, sempre di Global Mind, sono finiti invece sulla sua Salted Music. Altri pezzi tratti dal catalogo Lemon Records sono in uscita in esclusiva su Traxsource. Come regista invece (ruolo già ricoperto da Rizza nel 2014, si veda “sTRANI Ritmi” dedicato al compianto Marco Trani, nda) sto ultimando un documentario su Larry Levan e il Paradise Garage, “Larry’s Garage”, con materiale esclusivo ed inedito.

Black Connection 1

Lo studio della Wax Production in Via Dardanelli, Roma, 1997

Oggi è radicalmente cambiata ogni cosa, soprattutto l’approccio verso la hit. Negli anni Novanta era tutto nuovo, nessuno poteva prevedere quello che poi è accaduto. Adesso, secondo me, tutto viene concepito a tavolino e non esiste più improvvisazione. Non si vendono più dischi e gli introiti del mercato del download, a parte per pochi gruppi pop, è pari allo zero. Moltissimi DJ, incluso quelli più famosi, producono pezzi col solo fine di innescare le serate. E pensare che noi ci nascondevamo dietro alias di fantasia perché ritenevamo esagerato apporre il nostro nome davanti a quello di bravissimi cantanti che meritavano davvero di salire sul palco. Ora, al contrario, tanti DJ popstar forniscono solo il nome e spesso non entrano nemmeno in studio, lasciando il compito di confezionare le tracce ai ghost producer (a tal proposito si rimanda a questo reportage, nda). Non metto in dubbio che ci siano mezzi tecnici migliori ma resto del parere che prima ci fosse più soddisfazione nel tagliuzzare i nastri coi Revox, come del resto era bello, per noi DJ preistorici, trovare il tempo col pitch dei Technics o, prima ancora, col variatore dei Lenco L75 a puleggia. Il tasto sync non esisteva neanche nella nostra immaginazione». (Giosuè Impellizzeri)

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