20 Years Compost Records, il libro celebrativo

20 Years Compost RecordsCompost Records è tra le prime etichette tedesche a seguire un percorso fatto di ibridazioni tra House, Hip Hop, Jazz, Rare Groove, Funk, Soul, Fusion, Brazilian e Downtempo, sulla scia di realtà britanniche come Acid Jazz, Mo Wax, Talkin’ Loud e Ninja Tune. A fondarla nel 1994 è Michael Reinboth, DJ, giornalista, promoter, collezionista di dischi e redattore di articoli per libri, attivo sin dal 1980, anno in cui crea il magazine Elaste, nome riesumato nel 2006 per una serie di compilation. Compost si configura presto come crocevia di artisti non legati al ‘four to the floor’, seppur la maggior parte di essi siano DJ ma anche polistrumentisti con idee che rifuggono dal soddisfare unicamente le esigenze fisiche della gente che si accalca nelle discoteche. Tra i più rappresentativi Beanfield, Fauna Flash, Turntable Terranova e Trüby Trio. Il catalogo cresce di anno in anno, annettendo nuove sublabel tematiche (Angora Steel, Compost Black Label, Compost Disco, Drumpoet Community, Jazzanova Compost Records) e fibrillanti suggestioni sotto il segno di quello che verrà identificato in Future Jazz.

Per celebrare il ventennio di attività esce un libro (scritto in inglese e tedesco) che raccoglie praticamente tutto ciò che si possa dire su questa consolidata realtà discografica, fedelmente ancorata all’humus artistico che considera la musica una forma d’arte e non un mezzo per innescare affari. Per chi collega compost solo al fertilizzante non sarà proprio facile immergersi nel mondo di Reinboth & soci, vista l’assenza di una sezione analitica sulle tappe e sull’evoluzione dei progetti, ma in compenso c’è una lunga intervista allo stesso Reinboth (e al DJ/giornalista Michael Rütten) in cui il dna di Compost viene palesato in modo sorprendente.

Tra le prime risposte si legge: «Persone che consideravo artisti-chiave ed ammiravo da molto tempo iniziarono a suonare i nostri dischi nei club e nei programmi radiofonici, oltre a recensirli sui giornali, anche se non abbiamo mai avuto l’ambizione di finire nelle classifiche». E poi: «Trovo più affascinante pubblicare musica di emergenti piuttosto che quella di nomi già affermati, seppur questo rappresenti un grosso rischio perché non supportati dalla fama e popolarità che l’artista già noto si tira dietro». Reinboth coglie l’occasione per fare una importante rivelazione: «Nel momento di massimo sviluppo c’erano ben tredici persone al lavoro in ufficio mentre ora siamo appena in cinque. Dal 2002 c’è stata una flessione, e proprio quell’anno perdemmo moltissimi soldi a causa del fallimento del nostro distributore (presumibilmente la Studio Distribution, ndr). Senza mia moglie e il suo lavoro da medico che garantisce un buono stipendio, non sarei stato in grado di vivere solo coi proventi dell’etichetta». Trattasi di aspetti economici comuni a gran parte delle etichette indipendenti che, in questi frenetici anni di digitalizzazione culturale, hanno progressivamente visto svuotare le proprie casse a causa della dilagante pirateria ma anche per l’approccio che le nuove generazioni, non più avvezze ad investire denaro in dischi, riservano alla musica.

Reinboth ricorda anche i tempi in cui affiancava gli artisti in studio svolgendo ruolo di “guida spirituale”. Con l’evoluzione di internet e la possibilità di produrre musica con un semplice computer portatile è mutata la comunicazione con l’artista. «Non ho conosciuto di persona almeno il 30% degli artisti messi sotto contratto negli ultimi anni». Ci sono momenti in cui il tedesco appare particolarmente nostalgico, e da inguaribile collezionista di plastica circolare (il suo archivio consta di circa 60.000 vinili) ricorda quando «dovevi consultare pazientemente i cataloghi, scrivere lettere o inviare fax a quei pochi negozi che effettuavano vendita per corrispondenza, e poi pagare con assegno. Non esistevano Discogs, PayPal e Shazam. Poi impolverarsi le mani nei negozi di dischi usati e parlare col titolare dietro il bancone. Mi mancano quei giorni. Oggi lo stato della disponibilità è vicino alla perfezione. Tutto è istantaneo ma più asettico».

Insomma, il digging vinyl pare abbia perso passionalità e si sia freddamente meccanizzato, avvicinandosi più al concetto di fare la spesa in un grande centro commerciale, dove è possibile trovare ogni cosa girando da uno scaffale all’altro e col minimo sforzo, che alla più faticosa (ed avvincente) ricerca di possibili “tesori perduti o dimenticati”. Pro e contro, come sempre e in tutto. «Puoi avere un qualsiasi pezzo in pochi secondi ma il disco resta qualcosa di speciale ed impareggiabile, che accende l’amore per la musica. MP3 e WAV, per me, restano formati astratti».

In questo contesto non manca uno sguardo al clubbing moderno, contraddistinto dalla spiccata commercializzazione su scala industriale e l’idolatria del DJ, con opinioni sulla Boiler Room in un botta e risposta con Rütten che spinge alla riflessione. Gli ingaggi milionari di certi (superstar) DJ hanno banalizzato la club culture privandola di sorprese e livellandola inesorabilmente? Si punta solo sulla reazione di abnormi folle di giovanissimi, innescata e garantita da abili, persuasive e maliziose campagne di marketing? Insomma, quello che si vive oggi è solo un effimero trend di tipo consumistico?

Di questo e di altro si parla in un libro che vale davvero la pena avere nella propria biblioteca, anche perché corredato da oltre quattrocento foto d’archivio, copertine, memorabilia, dichiarazioni di artisti e pure un supplemento allegato intitolato “Bits And Bobs”, in cui vengono svelati segreti ed aneddoti (dall’incontro al batticuore con David Byrne ai cinque dollari scovati nell’album dei Chi-Lites, dal fax che si inceppa e che determina la creazione del logo alla causa tra la Yellow Productions e Jane Fonda per via del sample non autorizzato in “Gym Tonic” di Bob Sinclar – ma a raccontare è DJ Yellow).

C’è davvero di tutto nel volume curato graficamente da Andreas Gnass (con un’atipica rilegatura ed un’insolita copertina sostituita da una scatola in cartone che lascia intravedere la parte superiore) che però non dimentica la cosa più importante, la musica. All’interno infatti c’è il codice per scaricare una speciale compilation fatta di ben quaranta brani e che segna un importantissimo traguardo, la cinquecentesima uscita. Il tutto sotto il segno di uno stile unico che più di qualcuno ormai indica come “Compost Sound”. (Giosuè Impellizzeri)

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