Claudio Coccoluto – DJ chart marzo 1996

Disco Mix marzo 1996
DJ: Claudio Coccoluto

Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1996

1) Rosie Gaines – Closer Than Close
È presumibile che Coccoluto facesse riferimento all’album della cantante californiana, pubblicato nel 1995 dalla Motown e costruito su itinerari funk, soul, hip hop ed r&b. In tracklist c’è pure un contributo di Prince (per “My Tender Heart”), artista con cui la Gaines collabora anni prima figurando nella formazione dei New Power Generation. Il brano che dà il titolo al disco, “Closer Than Close”, viene estratto come singolo solamente nel 1997 quando diventa una hit nel Regno Unito e vende, almeno stando a quanto si legge qui, oltre otto milioni di copie grazie al remix dei Mentor (Hippie Torrales e Mark Mendoza), a cui si aggiungono pure quelli dei Tuff Jam e di Frankie Knuckles. La versione house garage dei Mentor, in circolazione in formato white label sin dall’autunno del 1996, garantisce a Rosie Gaines una visibilità inaspettata nel mondo dei DJ e delle discoteche, tanto da finire pure nei circuiti generalisti ed essere ripresa più volte negli anni a seguire in svariati nuovi remix.

Precisazione: dopo aver letto l’articolo, Claudio Coccoluto ci fa sapere che suonava un acetato col remix realizzato dai Mentor per “Closer Than Close”, proponendolo pertanto con circa un anno di anticipo rispetto all’uscita ufficiale. «Sono orgoglioso di aver contribuito al successo del brano» scrive su Facebook il 19 aprile.

2) Century Falls Feat. Philip Ramirez – It’s Music
Erroneamente attribuita al solo Crispin J. Glover che comunque produce il tutto per la Sound Proof Recordings, “It’s Music” è la cover dell’omonimo di Damon Harris risalente al 1978. Il brano lascia rivivere suoni funk/disco all’interno della house/garage tipica di metà anni Novanta, non dimenticando neanche influssi jazz. Sul doppio vinile trovano spazio pure i remix di 95 North, Idjut Boys & Laj e Black Science Orchestra, che sviluppano ulteriori diramazioni tangenti la house e la disco.

3) Groove Collective – I Want You (She’s So Heavy)
I Groove Collective sono un ensemble di musica acid jazz/funk fondato nel 1992. Il brano della chart viene estratto dal secondo album, “We The People”, e dato in pasto a Jazz Moses ed Eric Kupper che lo rileggono in chiave deep house. Sul doppio mix edito dalla Giant Step Records c’è anche la versione originale in cui la band di musicisti mette ampiamente in mostra stile e capacità artistiche.

4) Yellow Sox – Flim Flam
Prodotto da Darren House per la Nuphonic di David Hill e Sav Remzi, “Flim Flam” mette insieme house e referenze disco in una modalità che sarà abilmente commercializzata qualche tempo dopo sotto forma di french touch ma che, è bene ricordarlo, viaggia nell’oscurità del clubbing (soprattutto britannico) già da diversi anni. A riverberare la componente funk in tre reinterpretazioni ci pensano i Faze Action (i fratelli Simon & Robin Lee, tra i primi a ricollegare disco ed house). Il brano viene ripresentato nel 2000 attraverso la Yoshitoshi Recordings dei Deep Dish che pubblica un doppio mix con nuove versioni di Christian Smith & John Selway, Olav Basoski ed David Alvarado alle quali si aggiunge pure l’inedita Unreleased Mix con sprazzi di philly sound, probabilmente esclusa dalla stampa su Nuphonic quattro anni prima.

5) Davidson Ospina – The Chronicles
È la newyorkese Henry Street Music di Johnny “D” De Mairo a pubblicare il progetto “The Chronicles”. L’EP consta di quattro brani, “Strings”, “Get On Up”, “Key Of D’s” e “Shadow” attraverso cui il DJ/remixer mostra deep house dai riflessi jazzati sino a toccare ritmi più marcati decorati con brevi campioni vocali tra cui uno forse tratto da “Reach Up” di Toney Lee. Nel corso del 1996 la Henry Street Music pubblica pure “Chronicles II” e “Chronicles III” con cui Ospina continua a battere percorsi sonori analoghi contraddistinti da una particolare predilezione per gli strumenti a fiato.

6) Lectroluv Feat. Stephanie McKay – Oo La La
Frederick Jorio alias Lectroluv, ai tempi impegnato su etichette di tutto rispetto come Tribal America ed Eightball Records, incide sulla britannica Produce Records un brano garage in formato “canzone” interpretato dalla vellutata voce della cantante newyorkese Stephanie McKay che dona al tutto un tocco r&b. House lontana anni luce dalle tante pacchianerie odierne a base di striminziti loop, suoni precotti e voci tratte da librerie da una manciata di euro.

Coccoluto su DJ Mag (1997)7) Lo-Tech – It’s Clear To Me
Quella di “It’s Clear To Me” è house riscaldata da una voce femminile, dotata di un groove “rotondo” e qualche frammento funk sullo sfondo. A produrre, per l’italiana D:vision, è lo stesso Coccoluto affiancato dall’amico Savino Martinez. I due collaborano già da tempo (senti “Bandit” di Mimi’ E Coco’ su UMM, 1995) e da lì a breve creano The Dub Duo approdando su NRK Sound Division e sulla Pronto Recordings di Leo Young ma soprattutto The Heartists che con “Belo Horizonti”, reinterpretazione di “Celebration Suite” di Airto Moreira, sbanca oltremanica dove viene licenziato dalla Virgin e remixato da David Morales e Basement Jaxx. Forte di questi risultati, nel 1997 Coccoluto conquista la copertina della rivista britannica DJ Mag e si piazza all’88esimo posto della Top 100 DJs. Nel frattempo la house latina à la The Heartists viene traghettata nel mainstream da brani come “2 The Night” di La Fuertezza, “Samba De Janeiro” dei tedeschi Bellini (che riprendono il medesimo pezzo di Moreira), “Spiller From Rio” di Laguna ed “Another Star” di Coimbra (remake dell’omonimo di Stevie Wonder) che consta peraltro di un remix a firma degli stessi Coccoluto e Martinez. La coppia è in azione pure su alcune versioni di “King Of Snake” degli Underworld pubblicate nel 1999 dalla Junior Boy’s Own e registrate presso l’HWW Studio di Cassino, omonimo del progetto HWW (House Without Windows) apparso sulla citata UMM nel 1993 con “Friend”. L’HWS riportato nella classifica è quindi da considerarsi un refuso.

8) The O’Jays – I Love Music (Disco-Tex Remix)
Il brano targato 1975 del gruppo americano di musica soul, r&b e disco viene trascinato nel mondo house attraverso un remix dei Disco-Tex, meglio noti come Full Intention. Preservando le atmosfere originali ma contestualizzandole in una nuova dimensione, emerge una versione perfettamente calata tra disco, funk ed house. Il brano è inciso sul doppio “Remix Culture 158″ edito dalla DMC insieme ad altri interessanti remix per Gusto, Babylon Zoo, Inner City e Deborah Cox ma viene inserito pure su un 12” della Disco-Tex Records, un altro di quei prodotti che testimoniano come la disco house non sia stata il frutto di un’intuizione esclusiva dei francesi seppur questi ultimi abbiano dato ad essa un’impronta personalizzata ed adatta(bile) al mercato mainstream.

9) Nu Colours – Desire
Estratto dall’album “Nu Colours” trainato dal singolo “Special Kind Of Lover”, “Desire” mette in forte evidenza inclinazioni soul, funk ed r&b. Seppur non sia scritto, è plausibile che Coccoluto suonasse uno dei ben quattro remix firmati dai Masters At Work, pubblicati in Italia dalla Impulse, etichetta della bresciana Media Records. Sul doppio mix c’è spazio per due ulteriori versioni, quella dei Mindspell e di Nutopia.

10) Daniel Wang – The Morning Kids
«La house è la rivincita della disco» diceva Frankie Knuckles nel 1990, e un parere molto simile è quello di Daniel Wang, californiano di origini cinesi che nel 1993 riavvicina la disco e il funk alla house attraverso la sua Balihu Records. “The Morning Kids” è il quarto 12″ di un catalogo cresciuto con netta discontinuità ma con altrettanta vitalità espressiva. Quattro i brani racchiusi al suo interno, “In A Golden Haze”, “Rooftop Boogie”, “Baby Powder Dementia” e “Free Lovin’ (Housedream)”, tutti straripanti di sample e citazioni che rimandano al repertorio Salsoul Records e alla disco anti nazionalpopolare. Wang e la sua Balihu Records, di cui abbiamo già parlato dettagliatamente qui, restano tra i primi nomi da menzionare quando si parla della genesi di un filone oggi fatto confluire nell’immenso calderone chiamato nu disco.

(Giosuè Impellizzeri)

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Daniel Wang – The Look Ma No Drum Machine EP (Balihu Records)

Daniel Wang - The Look Ma No Drum Machine EPEsistono dischi che al momento dell’uscita non destano particolari interessi ma che dopo qualche decennio possono ricoprire ruoli tutt’altro che marginali. È il caso dell’EP di Daniel Wang pubblicato nel 1993 e destinato ad una ristretta cerchia di DJ che trovarono intrigante riassaporare la disco, il funk e il cosiddetto philly sound in salsa house. Oggi è banalissimo parlare di disco house visto il ripetuto ed abbondante recupero di quelle sonorità e la creazione di un filone appositamente dedicato come la nu disco, ma 23 anni fa quell’extended play suonava come una voce fuori dal coro. A Wang va quindi riconosciuto il merito di essere stato uno dei primissimi ad intuire le possibilità creative che si celavano dietro il funk e la disco degli anni Settanta ed Ottanta che nei primi anni Novanta, con l’invasione della house e della techno, suonavano irrimediabilmente vecchie quanto superate.

L’autore nasce in California, trascorre l’infanzia a Taiwan (i suoi genitori sono cinesi), poi torna negli States per gli studi universitari. Nel 1993 a Chicago, dove fissa la sua dimora prima di trasferirsi a New York l’anno dopo, inventa la Balihu Records autofinanziando la prima produzione, un EP pieno di sorprese. «Ero totalmente ingenuo quando fondai la Balihu. La musica house e la dance elettronica più in generale erano già diventate un fenomeno incredibilmente commerciale, senz’anima e poco interessante per le mie orecchie, così pensai di realizzare un disco divertente contraddistinto da un atteggiamento ironico ma che al tempo stesso mostrasse una conoscenza approfondita della vecchia disco, al fine di distinguermi da tutto quello che era in circolazione e magari ottenere qualche ingaggio nei club come DJ» racconta oggi Wang. «A New York feci ascoltare un demo a Roger Sanchez che qualche tempo prima incise per la Strictly Rhythm “Luv Dancin'” come Underground Solution. Ai tempi lo ammiravo moltissimo ma la traccia che sottoposi alla sua attenzione era praticamente un collage di vecchi sample messo su un floppy disk del campionatore Akai, neanche registrato su DAT. Non ero un musicista e non avevo mai inciso nulla prima di quel momento, non sapevo davvero niente di quel mondo».

Dopo i primi fibrillanti anni la scena di Chicago si arena ed etichette cardine come D.J. International o Trax Records finiscono con l’essere soppiantate e presto dimenticate dalle realtà europee, anche a causa del diffuso malaffare. Come descrive DJ Pierre in una recente intervista «si creò una frattura con gli artisti che, non avendo più fiducia, cominciarono a rivolgersi altrove per pubblicare la propria musica». A Daniel Wang però non interessa il fattore imprenditoriale e getta le basi della Balihu Records proprio nella città del vento.

«Balihu è una parola che non ha un significato compiuto, è un termine burlesco che attinge dal vecchio idioma irlandese “ballyhoo” che indica una forte commozione o un senso di agitazione, tipo quello che si viene a creare dopo un incidente stradale. Ai tempi molte label di New York avevano nomi che rimarcavano la spiritualità ma volevo evitare di accodarmi ai luoghi comuni. Avere origini cinesi ed essere attratto dalle melodie europee era già qualcosa di atipico quindi optai per un “nonsense”, da perfetto nerd. Tengo inoltre a precisare che non era affatto mia intenzione creare un’etichetta, almeno non nei termini in cui viene definita una tipica casa discografica. Non esisteva nessun ufficio, nessun dipendente e soprattutto nessun budget. Ero semplicemente uno studente universitario con una carta di credito Visa, le grafiche del 12″ furono realizzate in totale economia con una banale macchina fotocopiatrice (sopra c’era anche un ironico messaggio che prima poneva tre quesiti per misurare le proprie conoscenze in materia e poi invitava a riconoscere i sample utilizzati per avere in regalo un viaggio a Parigi o il test pressing del disco seguente, nda). Avrei dovuto mandare il DAT in New Jersey via posta, dando le indicazioni alla stamperia attraverso il telefono e il fax, ma fui fortunato perché a New York incontrai Alexander Zayas che vendeva dischi per le strade della città nel baule della sua auto. Sapeva tutto su negozi e sui DJ e riuscì a far arrivare il mio primo EP a Tony Humphries che lo suonò nel suo programma su Kiss FM. Fu lui a rendere tutto possibile anche se il suo ufficio, la filiale americana della Dig It International italiana, non durò a lungo. La musica house era un business strano, spesso c’erano pochi contenuti e scarso talento artistico ma tanto hype e richiesta del mercato, un po’ come avviene oggi per l’EDM».

Nel 1995 Zayas pubblica il brano “We’ll Do What Ever We Want” che Wang firma come Bali Hu, ma solo in formato promozionale. «Quel pezzo fu un incidente di percorso. Credo di aver guadagnato appena trecento dollari per esso, fu appositamente pensato come un prodotto promo dell’etichetta, direi anche non particolarmente ispirato dal punto di vista creativo :)».

Ma torniamo al disco su Balihu: l’EP si apre con “Like Some Dream I Can’t Stop Dreaming” (presente in due versioni, la Break Mix e la No Break Mix), un sinuoso viaggio che risalta le curve del funk e dell’afro coi timbales a scandire il ritmo. Il vocal è tratto da “One For The Money” di Sleeque (1986) mentre il frammento ritmico da “Wake Up And Move “Funky”” di Eddy Rosemond (1979). “Warped” segue le traiettorie disco/soul ma rinforzandole con paratie proto acid. Questa volta all’interno si scova un ritaglio di chord preso da “You Don’t Know” di Serious Intention (1984) ed una più ampia porzione ritagliata da “Time Warp” di The Coach House Rhythm Section prodotta da Eddy Grant nel 1977. Seguono “Gotta Get Up”, ricolma di citazioni funk (con un fantastico assolo di clavinet) ma nel contempo house music oriented, e “Twitchy & Scratchy” che conclude con un’altra parata di sequenze disco inchiodate su un 4/4 con hi-hat rigorosamente in levare.

«Realizzai tutto con una drum machine Alesis SR-16, un campionatore Akai S950 ed una tastiera Korg 01/W con sequencer a 16 tracce attraverso cui innescai i vari sample raccolti da vecchi vinili house e disco che avevo comprato tra 1991 e 1993. Nient’altro. Per il mixaggio invece adoperai un mixer Mackie 1604 ma utilizzando appena tre o quattro canali, insomma, tutto in modo molto primitivo. Sono stupito dal grado di tecnologia raggiunto nel 2016, possiamo disporre di un’intera orchestra, di cinquanta sintetizzatori ed oltre cinquecento tracce nel nostro MacBook però al tempo stesso mi spiace che il 97% dei “produttori” odierni sia costituito da DJ che sanno davvero poco e niente sulla musica. Si limitano a fare copia-incolla su Ableton, realizzando bassline di due note che non cambiano mai per sette minuti. Di tanto in tanto silenziano la cassa per otto misure e poi di nuovo in loop. È davvero così assurdo e paradossale, rimango basito quando sento la maggior parte delle produzioni in circolazione anche se, ad onor del vero, avvertivo una sensazione simile già nel 1993».

Wang è altamente critico, sia nei confronti dell’operato altrui, sia con se stesso. «Non so di preciso quanto abbia venduto quel disco. Se ben ricordo la prima tiratura fu di appena 500/600 copie, poi venne ristampato un paio di volte per soddisfare le richieste del distributore ma credo abbia venduto molto meno di quel che la gente potrebbe immaginare oggi. In tutta franchezza non sono neanche molto orgoglioso di averlo fatto perché non era altro che un mucchio di campioni, tutto monofonico e piuttosto grezzo. A posteriori però riconosco in quei brani un autentico e genuino feeling do it yourself di matrice punk. Ora per me ora è impossibile recuperare quell’ingenuità».

“The Look Ma No Drum Machine EP” è uno dei primi dischi in cui house e disco vengono incastrate l’una nell’altra, rivelando un ibrido che sarebbe stato apprezzato dal grande pubblico soltanto nella seconda metà degli anni Novanta. «Ho sempre pensato che la distinzione tra house e disco fosse errata o comunque non così radicale. Viaggiano entrambe su ritmi in 4/4 esplorando possibilità stilistiche simili. Vedrei più come ibridi le combinazioni tra bossanova e disco, o tra valzer ed afro. La house degli anni Ottanta non fu altro che l’evoluzione della disco dei Settanta ottenuta con le batterie elettroniche giapponesi. Tutti i brani di Moroder, Cowley o Grant usciti a fine anni Settanta gettarono le basi per i ritmi meccanici del decennio successivo».

Probabilmente fu pure certa italo disco a rendere meno traumatico il passaggio dalla disco alla house. «Non sono un fan sfegatato dell’italo, al suono “cheap” degli Ottanta preferisco quelle produzioni italiane di tardi anni Settanta tipo Tantra di Celso Valli, anche se comunque dipende sempre dai brani. Anche in America circolava un sacco di disco music pacchiana e di poco valore, ma l’alto numero di produttori aumenta la possibilità di trovare pezzi ispirati come quelli di Klein & MBO o Gazebo».

La storia di Daniel Wang e della sua Balihu Records prosegue a passi felpati. Nel 1998 viene “arruolato” dalla Environ di Morgan Geist dei Metro Area che tre anni dopo pubblica il suo primo (e sinora unico) album, “Idealism”. L’artista approda pure su altre etichette più o meno note, come l’inglese Monkey Fruit, la tedesca Playhouse, la francese Basenotic Records e le americane OMW e Ghostly International, adoperando vari pseudonimi tra cui Morning Kids e Danny Ultra Omni. Pur essendo stato uno dei primi ad aver ricongiunto house e disco, Wang si rifiuta di cavalcare l’onda sia quando il fenomeno si intensifica e i media iniziano a chiamarlo nu funk (con Faze Action, Leo Young, Dimitri From Paris, Tutto Matto, I:Cube, DJ Gilb’R, Cricco Castelli, Alex Gopher o Motorbass), sia quando si commercializza definitivamente con Bob Sinclar, Daft Punk, Etienne De Crécy, Stardust, Phats & Small, Richard Grey, Cassius ed Alan Braxe.

Nel ’99 l’uscita di “This Is The Final Balihu Release” fa pensare che i giochi si siano chiusi ma nel 2002 ci ripensa utilizzando Balihu anche come piattaforma per la musica di altri artisti come Brennan Green, i Block 16, Ilya Santana e l’italiano Massimiliano Pagliara. Nel 2007 ristampa proprio “The Look Ma No Drum Machine EP” e nel 2009 l’olandese Rush Hour setaccia il catalogo per la compilation “The Best Of Balihu 1993-2008”. L’ultimo atto si consuma nel 2010 con “Mysterious Yellow Sound From Germania” che Wang firma con lo pseudonimo Oto Gelb.

«La missione di Balihu ormai è finita, adesso la mia vita attraversa una fase diversa. Vivo a Berlino, in una casa felice e con una storia sentimentale stabile accanto al mio fidanzato tedesco. Inoltre dispongo di strumenti più adeguati ed ovviamente molte più conoscenze. Ho aspettative più alte e complesse rispetto a quelle di un tempo e per questo motivo sono piuttosto discostante nella produzione discografica, ma chissà, forse tra 2016 e 2017 potrei tornare con qualcosa di interessante». (Giosuè Impellizzeri)

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Leo Young – From Russia With Funk (Pronto Recordings)

LeoYoungLeo Zagami alias Leo Young è uno dei prime mover della rave age romana nei primi anni Novanta: è tra gli organizzatori de L’Impero Dei Sensi, nel luglio 1989, ritenuto il primo rave in assoluto ad essersi svolto in Italia (il The Rose Rave che si tenne ad Aprilia, a cui solitamente si fa riferimento nelle ricostruzioni storiche, è datato giugno 1990, quasi un anno più tardi). Esaurita quella incredibile fase creativa Zagami inizia a prendere le distanze dall’Italia, flirtando prima con l’Inghilterra e poi con la Germania, ed allontanandosi dalla techno che marchiò i rave capitolini. Particolarmente emblematico risulta a tal proposito “From Russia With Funk”, un 12″ con cui l’artista inaugura il catalogo della sua etichetta, la Pronto Recordings, col quartier generale fissato a Londra.

«L’Italia non mi meritava, in ballo c’erano troppi compromessi che non avevano nulla da spartire con la musica ma solo con l’opportunismo ed interessi economici di gente che oggi sicuramente si ritrova lauti conti in banca ma che artisticamente non ha mai contato nulla, soprattutto a livello internazionale» spiega Zagami. «Ricordo bene le facce di certi DJ italiani che a metà degli anni Novanta mi davano per spacciato e fallito, ma dopo appena tre anni mi rividero in tutte le migliori discoteche del nord Europa. Alcuni di loro mettono ancora i dischi ma altri (la maggior parte) sono disoccupati o fanno gli elettricisti o i baristi, con tutto il rispetto per queste due categorie ovviamente. La Pronto Recordings nacque da un’idea condivisa con l’amico Toni Rossano degli Stryker, inizialmente impegnato con la Phuture Trax di Nicky Trax, che a metà degli anni Novanta curava la promozione del Tresor e di importanti artisti del panorama house e techno. Tutto fu molto naturale ed idealistico: andai in uno studio di amici e partimmo, senza fare troppi calcoli. Dopo il terzo disco però Toni abbandonò per via del suo nuovo lavoro con la Strut, ma siamo rimasti sempre grandi amici. La Pronto Recordings nacque in un momento per me particolarmente produttivo dal punto di vista musicale. Finalmente riuscii ad affermarmi in Inghilterra, dopo tre anni di sforzi e sacrifici per aprire le porte del difficilissimo mondo della musica. Farcela a Londra, allora più che mai al centro della scena musicale, significava farcela nel mondo. Ero andato via dall’Italia nel 1994, dopo essere stato sabotato in ogni modo possibile ed immaginabile sia dai miei colleghi DJ che dai vari PR delle discoteche con cui non andavo sempre d’accordo per via delle loro scellerate scelte musicali e non solo. Fui uno degli istigatori della scena rave romana, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, oltre ad essere uno dei primi resident all’Imperiale di Tirrenia ed uno dei promotori di quella scena underground romana che coi venerdì del Uonna lanciò un modo diverso di fare clubbing house in Italia, non più esclusiva della solita “lobby gay” capitolina e riccionese a cui si affidavano quelli che divennero i grandi nomi della scena nostrana. Ma, come già detto prima, i compromessi non facevano per me, soprattutto quelli di natura sessuale. Preferisco non dire altro per evitare di sputtanare più di qualcuno.

A Londra feci la gavetta e divenni il primo DJ della famosa chiesa sconsacrata di Brixton che prese il nome Mass. Le chiese sconsacrate sono la mia specialità: già a Roma organizzai un after hour presso una chiesa sconsacrata nella zona dei Castelli Romani (ma intervenne la polizia bloccandolo), e pure a Londra il mio primo after si tenne in una chiesa sconsacrata nelle Docklands. Giunsi al successo globale due anni dopo, grazie alla residenza al Tresor di Berlino, che iniziai nella notte tra sabato 22 e domenica 23 giugno 1996. Credo di essere stato uno dei pionieri italiani del clubbing berlinese, coi miei “set-maratona” di ben dodici ore che tenevo mentre Sven Väth suonava al piano interrato del mitico club. Il proprietario del locale, Dimitri Hegemann, che aveva anche un’importante etichetta discografica, la Interfisch Records (“mamma” della nota Tresor) investì molto nella promozione della mia figura e mi diede la possibilità di incidere un triplo album intitolato “Cosmic Land” sulla KTM, sublabel house gestita da sua figlia. Fui fortemente raccomandato ad Hegemann da uno dei fautori della house di Chicago, Marshall Jefferson, per cui avevo fatto precedentemente un disco. La figlia di Dimitri, tra l’altro, era fidanzata con un mio caro amico, il DJ Frankie Valentine. Dimitri amava portare i DJ di colore in Germania, come tutti quelli di Detroit ed anche Frankie, di cui si innamorò la figlia. Arrivai a Berlino in concomitanza della visita di Giovanni Paolo II e, finito il set, mi recai alla Porta di Brandeburgo dove il Papa stava facendo il suo discorso. Fu l’inizio di una grande avventura che negli anni successivi mi ha proiettato in Scandinavia e in Russia e che mi ha dato la possibilità di continuare il mio sogno, lavorare con la musica almeno fino a quando ho scelto di dedicarmi ad altro. A Londra però non me la passavo molto bene, in quegli anni riuscivo a stento a mettere insieme il pranzo con la cena se volevo comprare i dischi. I locali londinesi, è risaputo, pagano pochissimo e per arrivare con tutti quei dischi all’aeroporto per il mio primo “viaggio della speranza” in direzione Berlino nel lontano 1996 fui costretto a (s)vendere, per poche sterline, un campionatore al Music And Video Exchange di Notting Hill per potermi permettere un taxi. Però ne valse la pena e la mia vita cambiò per sempre quando DJ Mag, Mixmag e tutti gli altri giornali di settore cominciarono, da lì a poco, a parlare di me e della mia residenza al Tresor, oltre che delle mie produzioni discografiche».

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Tra i nomi presenti sulla copertina di DJ Mag c’è anche quello di Leo Young che approda al Tresor (aprile 1997)

“From Russia With Funk” è un fantastico mosaico di disco, funk ed house, ricco di percussioni afro e fiati “presi in prestito” dagli anni Settanta, oggi perfetto per una classica selezione nu disco ma ai tempi piuttosto anacronistico e quasi demodé (tra i primi a seguire tali commistioni ci fu Daniel Wang sulla sua Balihu Records, sin dal 1993). «Il 12″ vendette circa 1800 copie e forse avrebbe potuto raggiungere risultati migliori ma purtroppo il distributore, la Global Export, fallì improvvisamente e per questo motivo non vedemmo mai i soldi che ci spettavano. Era iniziata la crisi del vinile che negli anni successivi avrebbe decimato l’industria lasciando in piedi pochi fortunati. Comunque a supportare il disco furono Claudio Coccoluto e tutti quei DJ che avevo convertito al mio sound “cosmico” ispirato da Baldelli & co., come Faze Action, Idjut Boys ed ovviamente l’amico Harvey. Tra i locali italiani invece, solo il romano Goa ebbe il coraggio di promuovere la Pronto Recordings, ed infatti Giancarlino, in quel periodo, incise dei pezzi  finiti sul Pronto 005, “House In Motion Project EP”.

Lavorai con vari strumenti live incluse percussioni e basso, tutto rigorosamente vero, ma non posso aggiungere specifiche tecniche perché usai quello studio, lo Stonesthrow Recording Studio che si trovava nei pressi del vecchio Truman Brewery in Brick Lane, solo una volta, proprio in quella occasione. Ad affiancarmi nella produzione furono Richard WaterHouse e Steve “Bongo” Young, collaboratori occasionali che conobbi tramite un DJ londinese che si occupava di speed garage. Erano molto capaci ma non collaborai più con loro perché legati allo studio che non riuscii a pagare, visto il fallimento della distribuzione. A loro si aggiunse pure Giò Mari, chitarrista e bassista di grande talento, originario di Subiaco e trapiantato come me a Londra, molto amico di Cat Stevens. Purtroppo fu colto da un male improvviso e venne a mancare pochi anni dopo, lasciando moglie e figli. La sua musica però rimane immortale, come la chitarra nel Pronto 003, “The Subiaco Project”. Tornando a “From Russia With Funk”, all’interno del brano c’è un sample tratto da un rarissimo 33 giri di un’orchestra russa che suonava disco music ai tempi dell’Unione Sovietica. Me lo regalò l’amico Rhythm Doctor, che conosceva bene i miei gusti e la mia passione per la Russia».

Sul lato b c’è invece “Frozen Youghurt” che riprende ancora classici suoni funk, con wha wha ed un piano rhodes: «quel brano fu realizzato coi campioni afro/cosmic che mi portò l’amico Severino Panzetta degli Horse Meat Disco, che ai tempi lavorava con Fabio Carniel del Disco Inn di Modena. Non mi ispirai a nessuno ma feci affidamento solo alla mia vasta cultura musicale che mi rese una delle massime autorità del settore a Londra, in un momento in cui in Italia si facevano solo canzonette e musica banale sperando in un remix di Frankie Knuckles. Io invece volevo andare oltre la house o la techno, dirigermi nella sperimentazione più assoluta, e lo feci grazie alle cene conviviali in cui invitavo tutti i produttori musicali del momento facendo ascoltare cose dell’altro mondo in nome della cultura e non dello sballo o della noia. Nacque così il movimento nu funk che poi sfociò per alcuni in nu disco e successivamente in cosmic/afro ancora oggi in auge e in parte farina del mio sacco. Sfido chiunque a dire il contrario anche perché ci sono fior fiore di articoli scritti in merito, a partire dal ’95, il primo su The Face».

La Pronto Recordings pubblica musica sino al 2000 mettendo in circolazione undici uscite, talvolta in formato white label, sempre a cavallo tra house, funk e disco, stemperando, come fanno i Daft Punk rivolgendosi ad un pubblico immensamente più grande, la rigida separazione a cui techno ed house erano soggette negli anni Novanta. Nel 2001 Leo Young incide il secondo album realizzato tra Roma ed Oslo, dove si trasferisce per un periodo e dove getta le basi di una nuova scena. “The Magickal Childe” esce sulla Tummy Touch di Tim “Love” Lee ed è ricolmo di infinite citazioni funk, soul e disco (provate ad ascoltare il brano “A True American Hero”, estratto come singolo). Le intuizioni erano giuste ma dopo qualche anno, anche grazie a campagne promozionali più efficaci e persuasive, giungono i nordici (Lindstrøm & Prins Thomas in primis) per raccogliere le idee ed essere additati da certa stampa, abbastanza distratta, come primi motori della nu disco.

Flyer (31 agosto 2001)

Il flyer di una serata in Norvegia in cui viene presentato l’album “The Magickal Childe”. Tra i DJ supporter Prins Thomas (agosto 2001)

«Per anni Lindstrøm & Prins Thomas lavorarono come miei secondi nei migliori locali norvegesi quindi furono musicalmente ispirati da me, ma ormai faccio altro, non ho bisogno di lodarmi per promuovere la mia attuale attività. Faccio lo scrittore di successo da diverso tempo ed ho smesso di lavorare professionalmente con la musica nel 2005. Ho sempre fatto cultura musicale ed è per questo che ero e sarò sempre avanti a tutti, fare cultura purtroppo significa non scendere mai a compromessi di nessun tipo. Compromessi che mi avrebbero sicuramente reso più ricco ma senza fare la storia, cosa che per me è fondamentale in qualsiasi campo si stia lavorando. Spero che un giorno certi DJ che in Italia mi sono “debitori” dal punto di vista artistico, mi riconoscano almeno questo merito, come hanno già fatto alcuni ex colleghi stranieri. A breve potrei ritornare in studio e vi garantisco che sarei un innovatore, ma questo, se Dio vuole, lo dimostrerò coi fatti e non con le chiacchiere, come ho sempre fatto in tutta la vita». (Giosuè Impellizzeri)

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