Heartbeat, la house che fa palpitare il cuore

I primissimi anni Novanta sono propizi per lanciare etichette discografiche indipendenti legate alle cosiddette “musiche nuove” ovvero house, techno e derivati, sia sotto l’aspetto artistico perché quelli sono generi in continua evoluzione e lasciano prospettare scenari dinamici, diversi ed intriganti, sia sotto il profilo economico visto che il mercato permette di fare investimenti più o meno rilevanti contrariamente a quanto avviene alla fine del decennio, quando il comparto del mix in vinile, fonte primaria di sostentamento per queste realtà, accusa una prima, piuttosto preoccupante, flessione. La Media Records, fondata a dicembre del 1987 da Gianfranco Bortolotti, si è già fatta ampiamente notare nell’exploit dell’italo house che mette il nostro Paese sulla mappa della dance mondiale, in primis con Cappella e 49ers. Sull’onda dell’affermazione commerciale di quel genere, l’imprenditore bresciano lancia due etichette apposite, la Whole Records, che porta in Italia la versione originale di “Show Me Love” di Robin S., ai tempi Robin Stone e ben lontana dal successo garantito dal remix di StoneBridge, e la Inside, inaugurata con “What You’re Gonna Do” di DJ Fopp, intervistato qui. Ad esse vengono poi affiancati altrettanti brand di estrazione house, Signal ed Heartbeat, ma quest’ultimo tende a differenziarsi dagli altri marchi per varie ragioni.

classifica tuttodisco (1992)

La classifica de “I D.J. di Tendenza” sulla rivista TuttoDisco (1992): ben sette su dieci appartengono alla scuderia Heartbeat

Whole Records, Inside e Signal seguono la tipica operatività della (mega) casa discografica di Roncadelle e vengono alimentate dalla musica prodotta in prevalenza negli studi bortolottiani da team di arrangiatori e compositori “in house”, secondo una nota locuzione tecnica. Heartbeat invece nasce con l’obiettivo di dare voce a soluzioni messe a punto da un nutrito gruppo di DJ esterni, sette per la precisione, coordinati da Alex Serafini e tra i top nel nostro Paese come testimoniano varie classifiche dell’epoca, che però non lavorano quotidianamente per la Media Records secondo il modus operandi toyotisticamente organizzato dallo stesso Bortolotti. Il fatto stesso di far rappresentare un’etichetta esclusivamente da DJ è una scelta alquanto singolare e lungimirante giacché ai tempi la figura del disc jockey è ancora piuttosto lontana dall’affermazione e popolarità sociale a cui siamo oggi abituati e che diamo per scontata. Con un nome ispirato dal brano omonimo di Taana Gardner del 1981, un classico strasuonato da Larry Levan al Paradise Garage di New York, ed un logo semplice ma efficace, realizzato da Ralf con una vecchia macchina da scrivere Olivetti ed un pennarello rosso, Heartbeat si muove con una concezione estetica diversa dagli altri marchi della Media Records, meno propensa a penetrare nelle classifiche di vendita bensì a soddisfare le esigenze dei DJ e dei frequentatori delle discoteche specializzate. La sua progettualità mira quindi a trascinare un certo tipo di clubbing nell’attività discografica, tralasciando gli aspetti consumistici e le tendenze effimere del momento.

1991-1993, i primi anni di attività
Heartbeat debutta alla fine del ’91 e mette subito in chiaro la strada che intende percorrere. Uniti come Shafty, Andrea Gemolotto e Ralf incidono “Deep Inside (Of You)”, costruendo una sensualissima deep house intorno ad un breve sample vocale di “Let Me Love You For Tonight” di Kariya, un successo del 1988 proveniente dalla Sleeping Bag Records i cui remix usciranno anche in Italia attraverso l’American Records di Modena di cui abbiamo parlato qui. Particolarmente curiosa risulta la scelta di adottare il -001 come numero di catalogo che sembra una sorta di conto alla rovescia. «Fu un modo per rimarcare la nostra “unicità” rispetto agli altri» rammenta Bortolotti, non nuovo a questo tipo di espedienti creativi. Scelte analoghe infatti riguardano pure Inside, Pirate Records, Signal, Whole e, in futuro, Sacrifice. «Quello di Shafty fu il primo disco che produssi» ricorda oggi Ralf. «Lo realizzammo nello studio di Gemolotto, a Udine, un posto a dir poco fotonico, tra i migliori in Italia nello scenario house. Nella fase di mixaggio ci dividemmo il banco, un SSL: ognuno di noi apriva e chiudeva le piste e credo che quell’istintività manuale sia andata persa rispetto al fare digitale di oggi. Con enorme soddisfazione ritrovammo “Deep Inside (Of You)” nelle playlist di illustri DJ del calibro di Frankie Knuckles, Larry Levan e David Mancuso. Di quest’ultimo, in particolare, conservo una classifica che mi diede l’amico Ricky L. Della Heartbeat rammento pure il logo che realizzai personalmente utilizzando il font originale di una vecchia Olivetti ingrandito mediante le fotocopie, una tecnica adoperata per le fanzine allora in circolazione. A quello aggiunsi un cuoricino rosso, simbolo che ai tempi ero solito apporre con un pennarello indelebile sulle custodie in plastica delle cassette che registravo, dopo averle private della copertina interna di carta. Il risultato finale lo mandai alla Media Records via fax e divenne il marchio dell’etichetta».
Ad inizio ’92 esce lo 000, “Kiss Me (Don’t Be Afraid)” dei Love Quartet. Questa volta al banco mixer ci sono Flavio Vecchi e Ricky Montanari coadiuvati dai musicisti Enrico Serotti e Marco Bertoni, provenienti dai Confusional Quartet che esordiscono nel 1980 sull’Italian Records di Oderso Rubini. Il titolo del brano, a cui abbiamo già dedicato un’accurata analisi qui, è ispirato dal film in cui viene utilizzato, insieme a Shafty, come colonna sonora, “Un Bacio Non Uccide” di Max Semprebene, girato nel 1991 ma diffuso, sembra, solo nel 1994. Nel 2014 sia “Deep Inside” che “Kiss Me (Don’t Be Afraid)” vengono inserite da Joey Negro nella compilation tematica “Italo House” sulla sua Z Records. La numerazione canonica del catalogo, 001, prende avvio col doppio mix di Andrea Gemolotto e Leo Mas (a cui si aggiunge l’arrangiatore Sergio Portaluri del team udinese De Point), come Night Communication. Il loro EP, prodotto nel Palace Recording Studio di Gemolotto e recentemente ristampato dalla Groovin Recordings, conta su tre brani, “Lose Control” (rivisto in due versioni, Disco Underground Version e In Dub We Trust Mix), “Night Clerk” ed “African Night Life”, tutti permeati di quell’aurea mistica tipica dell’italo (deep) house che ai tempi creano con dimestichezza i produttori nostrani. Sul mix c’è anche “Nocturne Seduction”, nel 2017 finita nel primo volume di “Welcome To Paradise” sull’olandese Safe Trip di Young Marco, da cui emerge una spettacolarità che, nei primi tre minuti circa, oltrepassa la soglia della classica musica da ballo e sfila in un estatico trip ambientale dalla tensione quasi erotica, tra una voce scomposta e fiati che, come pennellate, fanno risaltare l’atmosfera sospesa di pacata meditazione. Il tutto riporta alla bidimensionalità compositiva di cui, un paio di anni prima, si è fatto promotore proprio Gemolotto e il team dei Sueño Latino col misticheggiante brano omonimo con cui nasce la cosiddetta “dream house”.
Proviene ancora dal Palace Recording Studio lo 002, “I Know” di Night Flowers ossia lo stesso Gemolotto e il citato Portaluri, qui presi dalla voglia di intrecciare vocalità, i tipici suoni ovattati della house di allora ed assoli di pianoforte diventati segno distintivo dell’italian house sin dai tempi di FPI Project, Black Box o 49ers. Lo 003 è di U-N-I (You And I), progetto messo in piedi da Claudio Coccoluto ed Ernest ‘Kipper’ Britton che prende il posto del prematuramente scomparso Cesare ‘DJ Trip’ Tripodo, a cui viene dedicata “Don’t Hold Back The Feeling”. Come spiega lo stesso Coccoluto nel documentario “Road To Trip” (analizzato qui), si tratta di un disco che avrebbe dovuto realizzare con Cesare dopo aver isolato dei campioni a casa sua, tra cui quello di “Bad Girls” di Donna Summer, ma che purtroppo fu costretto a finire da solo. Trip sarebbe stato l’ottavo membro del team Heartbeat. Ad affiancare il DJ in uno dei tanti studi della Media Records è il veronese Antonio Puntillo. Per far fronte alle tante richieste, l’etichetta di Bortolotti lo ristampa qualche tempo dopo, si presume tra 1996 e 1997, con le grafiche rinnovate. Una delle versioni del brano inoltre, la Key Trip Dub, viene recentemente inserita dallo svedese Mad Mats nel primo volume della raccolta “Digging Beyond The Crates” sulla prestigiosa BBE. Anche il successivo, “The Free Life” dei Virtual Reality, è dedicato alla memoria di un amico volato via troppo presto in seguito ad un incidente stradale, analogamente a Tripodo. Trattasi di Marco Tini, ideatore del Matmos, a cui Roberto Piccinelli ha dedicato un articolo qualche tempo fa. Prodotto nei T.O.T.T. Studios di Novara di Jackmaster Pez, il brano è frutto della creatività di Luca Colombo e di due membri del team 50% ovvero Ricky Soul Machine e Simon Master W, che coinvolgono anche il trombettista Gabriele Bolla e la vocalist Roberta Jannone. Lo 005 e lo 006 tornano ad essere prodotti a Roncadelle sull’asse italo-americano composto da Benji Candelario, Martin ‘Monster’ Aurelio e Costantino ‘Mixmaster’ Padovano che acronimizzano la sinergia nella sigla B.M.C. tenuta in vita coi due volumi di “A Night At The M”. L’ispirazione del primo viene, come spesso accade per i DJ di allora, dalla musica disco/funk/soul degli anni Settanta, in particolare da “Let’s Go Down To The Disco” degli Undisputed Truth. Figlio delle sonorità dub tribaleggianti dei primi Novanta è invece la Ram 2.2 Mix.

Il 1993 si apre con un nuovo doppio mix che connette Heartbeat al mondo pop della Media Records e dei suoi artisti noti al grande pubblico internazionale. Con questo intento viene affidato a DJ Professor, tandem project diventato noto per “We Gotta Do It” con Francesco Zappalà e in cui allora lavorano Luca Cittadini, noto come Luca Lauri, e Cristian Piccinelli, il compito di declinare in chiave house recenti successi messi a segno dalla label di Bortolotti, da “Everything” e “Got To Be Free” dei 49ers ad “I Say A Little Prayer” di David Michael Johnson e “I’m Falling Too” dei Club House, passando per “U Got 2 Know” dei Cappella, “You’re My Everything” degli East Side Beat, “The Music Is Movin'” e “Music” di Fargetta e “Don’t You Want Me” di Felix, la super hit britannica licenziata in Italia dalla label di Bortolotti e di cui abbiamo parlato qui. C’è spazio anche per la rivisitazione di “Basic Instinct”, probabilmente dedicato al film omonimo che spopola in quei mesi, uscita qualche tempo prima su Baia Degli Angeli e che Lauri e Piccinelli firmano come Funky People. Lo 008 è “Room 4 Love” di Inner Souls, progetto londinese degli Underground Mass (Booker T e Trevor Rose, attivi già su Azuli Records), testimonianza di come la label cominci ad oltrepassare i confini patri.

heartbeat foto di gruppo

La scuderia artistica dei primi anni di attività della Heartbeat: da sinistra Leo Mas, Andrea Gemolotto, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Ricky Montanari, Ralf e Flavio Vecchi. Insieme a loro Gianfranco Bortolotti

Sebbene non sia indicato con regolarità su tutte le etichette centrali dei 12″, ad occuparsi del coordinamento artistico di Heartbeat è sempre Alex Serafini, ma ancora per poco. Lo 009 segna il ritorno di Ralf, questa volta affiancato da Davide Sabadin e Massimo Zennaro che si fanno ben notare come Fishbone Beat (e di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui). Registrato nell’Oval Studio di Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, “Higher Than The Clouds” dei Deep Sky è leggiadra house intarsiata dal suono di strumenti acustici ricostruita in ben sette versioni. L’idea di rivisitare le hit mainstream di casa Media Records in salsa house prende nuovamente corpo col secondo volume curato da(i) DJ Professor, questa volta all’opera su brani di Mars Plastic, Simone Angel, 49ers, Lance Ellington, Club House e Cappella. Sono sempre le mani di Lauri e Piccinelli ad ideare “I Just Can’t Go” di X-Project, con tendenze garage. È il disco che chiude il primo biennio di attività della Heartbeat.

1994-1996, tra retaggi passati e consolidamento d’immagine
La Heartbeat post Serafini si mostra come una via di mezzo tra la label che sino a quel momento scommette sul suono house/dub destinato ai club e quella che invece punta a numeri e visibilità più consistenti attraverso brani di nomi nazionalpopolari della scuderia Media Records, seppur rivisti, corretti e riadattati allo scopo. È il caso dei Cappella con le versioni remix di “U & Me” realizzate dal quartetto formato da B. McCarthy, DJ Digit, DJ EFX e DJ Rasoul, o di quelle di “Move It Up” firmate da Ivan Iacobucci ed Argentino Mazzarulli, ai tempi militanti in UMM. Su “Rockin’ My Body” dei 49ers, “Keep It Up” di Sharada House Gang Feat. Zeitia Massiah, “Love Me” di Patric Osborne e “Move Your Body” di Anticappella invece mette le mani DJ Professor, team in cui ora si avvicendano Luca Lauri, Massimo ‘Paramour’ Braghieri e Cristian Piccinelli, e che nel 1994 torna con “Rockin’ Me” incapace però di rinverdire i fasti di “We Gotta Do It” e “Rock Me Steady” risalenti a tre anni prima, quando l’immagine è legata ad un misterioso uomo col volto coperto e con una tuba in testa. Con l’uscita di scena di Alex Serafini la maggior parte dei DJ da lui radunati e con cui Heartbeat è nata prendono altre strade. I nomi di alcuni progetti però restano sotto la gestione della Media Records che li affida, come molte etichette fanno allora in circostanze analoghe, ad altri produttori. Ciò avviene per Night Communication e Shafty, adesso sotto la direzione di Lauri, Piccinelli e Braghieri che realizzano rispettivamente “Tribe Trip” e “Ohm”. I brand sono gli stessi ma non il suono, più rude, scandito da casse marcate e suoni vicini alla house/hard house che si balla al Trade di Londra. Non mancano alias nuovi di zecca come B.I.A.S., Jungle Junction, Freelance Workers ed Hot Drum portati avanti dagli stessi Lauri e Braghieri con l’ausilio di produttori che intervengono saltuariamente tra cui Marco Giolo, Luca Piccoli, il DJ Steve Mantovani e Fabio Nicola Bonassi noto come Bacci a cui, da lì a breve, Bortolotti affida il ruolo di A&R, incarico che copre per un paio di anni circa. A fine ’94 esce la compilation “Heartbeat – The Collection Vol. 1” che raccoglie alcune uscite di quell’anno insieme ad altre prese da etichette differenti come “Can We Live” dei Jestofunk, “I’m Standing” degli X-Static, “I’m A Real Sex Maniac” di Dick, “Can You Feel It” dei Reel 2 Real, “La Luna” di The Ethics e la mega hit dei 20 Fingers, “Short Dick Man”. Da rimarcare la presenza di “Let Me Be Your Fantasy” dei Baby D, un brano in circolazione sin dal 1992 ma che si afferma solo due anni più tardi e di cui la Media Records si aggiudica la licenza in Italia, pubblicandolo proprio su Heartbeat. La raccolta esce, come avviene di consueto ai tempi, su vinile, CD e cassetta e resta l’unica compilation edita dalla label del cuore.

heartbeat yatch (1995)

Heartbeat è anche lo yacht di Gianfranco Bortolotti (1995)

Il 1995 vede il consolidamento del brand attraverso un lavoro più consistente sia della produzione interna, sia sul fronte delle collaborazioni con l’estero. Heartbeat diventa il nome dello yacht personale di Bortolotti mentre Lauri e Braghieri sono iperattivi e sfornano senza sosta parecchi brani adoperando altrettanti nuovi alias di fantasia. Da Rosedub con “Turn The Volume High”, coi remix di Ivan Iacobucci e dello statuario Ralphi Rosario, ad Anita K con “Reach Me (At The Top)” e “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator prodotti insieme a Ricky Montanari, sino a Freelance Workers con “Give Me More” e Mothballs con “Instinct Of Self Preservation”, in cui riappare il nome di Steve Mantovani e fa capolino quello di Stefano Bernardelli alias Walter S. Escono anche “A Fire Tone” di Warisan Party e “Try Hard” di Househeads, rispettivamente prodotti da Marco ‘Polo’ Cecere e Stefano Fontana.

Il Paese principe della house, a metà anni Novanta, è il Regno Unito, dove la Media Records ha una filiale ed anche diversi studi di registrazione. Proprio sull’asse Italia-Gran Bretagna nasce “Housematic” che Lauri e Braghieri realizzano con un noto DJ d’oltremanica, Ashley Beedle, e che firmano come Father And The Professor. Il disco viene licenziato sia nel territorio inglese dalla Urban Hero, che rileva altri titoli dal catalogo – B.I.A.S., Night Communication, Anita K, Freelance Workers – e che a sua volta, come si vedrà più avanti, concede quello di The Voice Of Q, sia in quello statunitense dalla Smack Trax che commissiona dei remix a Major Healey e ad Eddie Perez. Un’altra sinergia viene stretta col DJ londinese Chris Coco, attivo nei warehouse party ai tempi dell’esplosione acid house alla fine degli anni Ottanta, e collaboratore di DJ Mag e BBC Radio 1. Insieme realizzano “(Yoo Hoo It’s) Picture Time” di Sounds Of Slackness, possibile parodia fonetica dei Sounds Of Blackness. Come anticipato prima, Heartbeat pubblica in Italia “I Can’t Have Him Now” di The Voice Of Q, tra i side project meno noti di Jon Pearn e Michael Gray alias Full Intention, ed offre una corposa serie di remix di “Oye Como Va”, il classico di Tito Puente riportato al successo dal figlio Tito Puente Jr. insieme ai Latin Rhythm. Coinvolti nell’operazione che si concretizza attraverso tre 12″ sono Ricky Montanari, Claudio Coccoluto e Joey Musaphia, oltre naturalmente ai soliti Lauri e Braghieri. Visti i buoni riscontri, Heartbeat licenzia anche “Everybody Salsa” di Tito Puente Jr. & The Latin Rhythm che tra i remix annovera la versione del newyorkese Frankie Bones. In quel momento la vocazione internazionale della label si fa viva e l’attenzione è rivolta a diversi artisti americani tra cui Spencer Kincy alias Gemini, da Chicago, che per Heartbeat incide pezzi come “Life With A Track”, “Shadows” e “Life With Music”, e Glenn Underground, pure lui dalla “città del vento”, con un mash-up/remix tra “I Feel Love” di Donna Summer e “Chase” di Giorgio Moroder. Arrivano da New York invece Roc & Kato, ovvero i DJ Ramon ‘Roc’ Checo e Juan ‘Kato’ Lemus che ad Heartbeat destinano “Heart – Throb (Get On Up)”, affidata alle sapienti mani di Claudio ‘Cocodance’ Coccoluto che realizza la Sound Of Naples Dub. Il duo della Grande Mela remixa la citata “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator e troverà fortuna anche nel mainstream italiano col remix di “Alright” firmato da Mario ‘Get Far’ Fargetta e pubblicato dalla Reform del gruppo Discomagic nell’autunno del 1995. Appare poi una single sided su cui trovano spazio due brani, “Burnin'” e “Saturday Nite Reprise”, presi in licenza dalla RMI Records di New York ed edificati su noti sample funk/disco del passato. A firmarli come Another Saturday Nite è Isaac ‘Ize 1’ Santiago. L’affiatata coppia Cittadini-Braghieri produce anche “Good Enough” di B.B. Feat. Angie Brown, remixata su due dischi da un grosso parterre che include i menzionati Ray Roc (dei Roc & Kato) e Spencer Kincy, Fire Island (Terry Farley e Pete Heller, noti anche come Roach Motel ed Heller & Farley Project) e A Man Called Adam. Il disco intriga anche l’estero, entra nelle grazie di Satoshi Tomiie e viene ripubblicato in territorio britannico dalla S3 del gruppo Dance Pool. Calandosi nuovamente nei panni di DJ Professor, Lauri e Braghieri approntano due dub di “Tell Me The Way”, la hit estiva dei Cappella. Altrettante versioni vengono curate da Ricky Montanari.

Il 1996 vede in Italia l’affermazione commerciale della musica progressive, “la sorellina della techno” come la definisce Mauro Picotto in un’intervista del novembre di quell’anno. Per l’occasione la Media Records riabilita un’etichetta nata nel 1992 ma limitata a pochissime pubblicazioni poco note, la BXR a cui aggiunge per qualche tempo il payoff Noise Maker. La house è parzialmente messa in disparte dal mercato nostrano e l’andamento della Heartbeat lo testimonia. Mantenendo comunque un regime operativo di un’uscita al mese, la label ospita nuovamente Gemini (che nel contempo approda su etichette del calibro di Planet E, Cajual Records e Peacefrog Records) con “An Eclipse” e ripropone “Reach Me (At The Top)” di Anita K con nuovi remix tra cui quello degli Uno Clio. Sul versante licenze esce “Brooklyn Beats” di Scotti Deep, fratello di Marc ‘MK’ Kinchen, quello lanciato dalla KMS di Kevin Sauderson e passato alla storia per aver portato al successo, col suo remix, “Push The Feeling On” dei Nightcrawlers. A dare manforte arrivano pure nuovi artisti italiani: Adrian Morrison, dalla consolle del veronese Alter Ego, propone “How To Love” col remix annesso di Crispin J. Glover, Franco Moiraghi, che ai tempi spopola con la moroderiana “Feel My Body”, incide “Gitano” ma firmandolo Frankie Jay, mentre il compianto Alex Martini realizza “My Heart”. Nel frattempo Luca Lauri, come DJ ProfXor – prima e non ultima variazione americanizzata di Professor – coverizza “Walkin’ On Music” della Peter Jacques Band che così diventa “Walkin’ On Up” e guadagna diverse licenze all’estero, MCA Records inclusa. La Media Records lo pubblica anche su Signal, etichetta che in quel periodo ritrova lo smalto grazie alle fortunate hit degli N-Trance, in particolare la tripletta “Stayin’ Alive”, “Electronic Pleasure” e “Da Ya Think I’m Sexy?”, rilevate dalla britannica AATW. Annunciata in Italia ma poi destinata al solo mercato estero è “Stronger” di Ann-Marie Smith remixata da Joey Musaphia e dagli M Dubs. Il 12″ esce su Nukleuz, etichetta guidata da Peter Pritchard e sussidiaria della branch britannica del gruppo Media Records. Nell’autunno del 1996 l’immagine di Heartbeat viene rinnovata. Il cuore resta, seppur ristilizzato, ma viene mandato in soffitta il payoff “The Global House” rimpiazzato da “The Underground Label” e “The Real House”. A subire un restyling è anche il brand DJ Professor contratto e sintetizzato ulteriormente in X-Or per “In Search Of…E.P.” in cui c’è “Get Down”, licenziato come singolo dall’olandese Aspro di Eddy De Clercq. Col nuovo logo esce “The Spirit” di Intergrated Society (alias Johan Strandkvist), un disco garage pubblicato inizialmente dalla Sweat e remixato da Ricky Montanari. La novità più importante però riguarda il nuovo A&R che prende le redini della Heartbeat, il DJ Mario Scalambrin, resident al Kama Kama di Capezzano Pianore (Camaiore, Lucca). Prima incide il funkeggiante “Body 2 Body” e poi remixa “Baby, I’m Yours” riportando al successo un nome storico della Media Records che ai tempi rischia seriamente di finire nel dimenticatoio, 49ers, nonostante i gloriosi trascorsi tra cui si ricordano i remix di “The Message” messi a punto dai Masters At Work nel ’92. Il 12″, scandito dalla potente voce di Ann-Marie Smith, esce a dicembre e si impone, anche all’estero, nei primi mesi del ’97 vendendo quasi 50.000 copie.

La testimonianza di Massimo ‘Paramour’ Braghieri

Quando e come arrivi alla Media Records?
Giunsi alla label di Roncadelle nel 1994. Preparai un provino con un amico DJ, Marco Giolo, e andammo lì con l’intento di farlo sentire e magari riuscire a pubblicarlo. Il verdetto purtroppo fu negativo ma Bortolotti chiese ragguagli su chi avesse suonato le tastiere in quella traccia. Era opera mia e a quel punto mi propose di lavorare per loro, visto che cercavano nuovi musicisti. Le condizioni erano davvero buone ed accettai. Dopo qualche mese riuscii a far assumere anche Marco. Il mio primo intervento in assoluto in Media Records fu per un remix di “Whatta Man” delle Salt ‘N’ Pepa, pagato ma mai pubblicato, cosa che allora avveniva abbastanza spesso con le major. Poi giunse “Rockin’ Me” di DJ Professor, “Express Your Freedom” di Anticappella, “Living In The Sunshine” di Club House, “Keep It Up di Sharada House Gang Feat. Zeitia Massiah, “Move It Up” dei Cappella e tutto il resto. Piccola curiosità: quel demo rifiutato dalla Media Records venne pubblicato da un’altra etichetta bresciana, la Wicked Rhythm del gruppo DJ Movement: trattasi di “Celebrate” di Jay Sex.

In che modo invece ti ritrovasti a lavorare per la Heartbeat?
Ai tempi ero praticamente l’unico musicista degli otto studi della Media Records a possedere un background musicale alquanto insolito. Mi ero appena diplomato al Conservatorio in organo e composizione ma ascoltavo tanta musica elettronica ed avevo una forte passione per new wave ed industrial. Per queste ragioni dopo i primi mesi, Luca (Lauri) pensò che avremmo potuto fare grandi cose in Heartbeat, senza però abbandonare completamente le produzioni destinate alle etichette pop della Media Records.

In quel periodo le caratteristiche stilistiche di Heartbeat si evolvono toccando sonorità più “dure” e lasciando da parte la deep house delle prime uscite. Avevate dei riferimenti a cui vi ispiravate?
Sì, assolutamente. In studio ascoltavamo centinaia di dischi, soprattutto durante le prime ore della mattina. Io e Luca nutrivamo una forte ammirazione per Johnny Vicious e David Morales, ma alla fine sentivamo davvero di tutto, dall’acid house alla techno, quindi fu anche per questa ragione che il sound di Heartbeat cambiò.

massimo braghieri e ricky montanari (1994)

Massimo “Paramour” Braghieri e Ricky Montanari in studio (1995)

Dal 1994 al 1996 il tuo nome ricorre in modo praticamente continuo su ogni uscita Heartbeat. C’è un progetto, tra i tanti, che ricordi con maggior piacere?
Le idee arrivavano sempre in modo diverso, ascoltando vecchi dischi di generi lontani dalla house, come world music o bossanova, e talvolta attraverso fonti non propriamente musicali come ad esempio una musicassetta su cui vi era inciso un corso di yoga che campionammo ed usammo per “Ohm” di Shafty. Un simpatico aneddoto è legato a “Reach Me (At The Top)” di Anita K: mentre ero con Ricky Montanari intento ad incidere delle parti per un altro disco, ci portarono un DAT da uno studio adiacente contenente decine di frasi melodiche registrate senza alcun ordine. Bortolotti disse che erano scarti e quindi eravamo liberi di sperimentare usando ciò che ci piaceva ed incuriosiva di più. Provai a campionare ogni singola frase per poi piazzarla sui diversi tasti della tastiera e giocare un po’ (allora non esisteva ancora la possibilità di registrare audio direttamente sul computer). In meno di due ore riuscimmo a costruire qualcosa che avesse un senso strutturale e devo ammettere che fu abbastanza divertente. L’arrangiamento nacque facilmente e in modo spontaneo, improvvisando degli accordi al pianoforte. Finimmo il pezzo in giornata ed ancora oggi mi meraviglio per i feedback incredibili che ricevemmo dopo la pubblicazione.

laura martini (fidanzata di bacci), bacci e braghieri, 1994

Fabio Nicola Bonassi alias Bacci (al centro) e Massimo “Paramour” Braghieri in una foto del 1994. Bonassi diventa A&R della Heartbeat tra 1995 e 1996. A sinistra Laura Martini, ai tempi fidanzata dello stesso Bonassi

A partire dal 1995 Heartbeat cerca nuovi lidi a cui attraccare, in primis il Regno Unito che allora è una cartina tornasole per la house. C’era un preciso progetto in cantiere, ossia inanellare una rete di contatti internazionali?
Le collaborazioni con artisti come Ashley Beedle, Fire Island, Spencer Kincy e Roc & Kato furono il frutto di una brillante idea di Fabio Nicola Bonassi alias Bacci, che tra 1995 e 1996 divenne l’A&R della Heartbeat (e che in seguito cura per il magazine DiscoiD la rubrica “Style” e si occupa di “Underground Nation” su Tele+, nda). Ogni volta che un DJ/produttore internazionale veniva in Italia per un tour o qualche serata, gli veniva offerto di trascorrere un giorno in studio con me. Furono anni incredibili, non capita mica tutti i giorni di poter collaborare con artisti del genere, per giunta senza neanche uscire dal proprio studio. L’esperienza più interessante la feci con Spencer Kincy alias Gemini: aveva un modo unico di creare e comporre, non avevo mai visto fare quelle cose a nessun’altro. Registrava decine di parti diverse, ognuna su un canale del mixer, per poi ideare la stesura totalmente live, aprendo e chiudendo i canali ed attivando effetti in maniera estemporanea. Alla fine la struttura del brano risultava particolarmente spontanea ed imprevedibile.

Quanto vendeva, mediamente, ogni uscita Heartbeat del biennio ’94-’96?
Non ricordo tanto i numeri, era una cosa che non mi riguardava ed inoltre vendere dischi non era una priorità in Heartbeat. Il nostro scopo primario era riuscire ad ottenere recensioni positive sui magazine di spessore ed entrare nei flight case dei DJ che ritenevamo “cool”. Comunque, per sommi capi, ogni 12″ vendeva all’incirca dalle 1500 alle 3000 copie, se la memoria non mi inganna.

ritaglio di giornale (braghieri, ralphi rosario, luca lauri) 1994

Un ritaglio di giornale del 1994

Quando e perché lasciasti la Media Records?
Mollai a fine ’96. Bacci mi propose di lavorare con lui come freelance, lasciando la Media Records ed aprire uno studio a Londra. La cosa era troppo eccitante per non essere presa in considerazione. Tuttavia mi dispiacque molto andarmene ma avevo bisogno di stimoli musicali diversi e Londra sarebbe stata, senza dubbio, la città perfetta. Quindi divenni socio di Fabio e collaborammo sino al 2002, anno in cui purtroppo è venuto a mancare per un tumore al cervello.

Hai continuato a seguire la Heartbeat nel corso degli anni?
No, affatto. Smisi quando la lasciai, in modo definitivo, e vivendo nel Regno Unito non ebbi modo di ascoltare le nuove uscite con regolarità, salvo in casi rari.

Ci sono brani/remix prodotti ai tempi e mai pubblicati?
Ricordo almeno un paio di tracce registrate con Angie Brown che non vennero mai pubblicate, ma erano ad uno stadio ancora embrionale. Esistono inoltre due brani realizzati con Gemini che prima o poi vorrei far uscire perché suonano ancora attuali. Sul fronte remix invece, c’è una marea di roba che feci ma che non venne scelta. In genere in Media Records si preparavano tre o quattro remix per ogni brano e poi veniva selezionato il migliore da destinare alla stampa, tranne in alcuni casi in cui se ne pubblicavano di più.

1997-1999, nuovo logo, nuovi obiettivi
Nel primo semestre del 1997 il fenomeno generalista della progressive si esaurisce. La BXR, che cavalca il trend e personalizza il filone in mediterranean progressive, abbandonerà quelle formule puntando al combo techno trance che, dal 1998 in poi, chiama supertechno. La house torna quindi a farsi sentire e il momento è propizio per rilanciare Heartbeat, aggiornata da pochissimi mesi nell’aspetto grafico. Il successo di “Baby, I’m Yours” dei 49ers funge da traino ed aiuta il riposizionamento del brand dopo un’annata non troppo esaltante. L’uomo-chiave del ’97 è senza dubbio Mario Scalambrin, artefice della Van S Hard Mix di “Baby, I’m Yours” dei 49ers (a cui si aggiunge la Van S Hard Mix 2 incisa su un 12″ single sided), e scelto come nuovo A&R da Gianfranco Bortolotti. È proprio Scalambrin a realizzare “Wake Up” di Satori, versione house/garage di “Wake Up Everybody” di Harold Melvin And The Blue Notes. Ad aiutarlo nel ricostruire le giuste tessiture funk/soul sono vari musicisti, Luca Campaner alla chitarra, Stefano Olivato al basso e Gabriele Castellani alle percussioni. Il resto lo fanno Roberto Guiotto, Sandy Dian e naturalmente le voci di Satori ed Emanuel (in background). Purtroppo gli sforzi non sono ripagati in termini di visibilità. Chiari rimandi funk si ritrovano anche in “4 Illuminations EP” di DJ Professor ormai diventato X-OR, al cui interno si ritrova la citata “Walkin’ On Up”. Scalambrin mixa inoltre i brani della “Heartbeat Compilation” finita sulla RTI Music di Silvio Berlusconi e che in tracklist conta, tra gli altri, sulla presenza di Funky Green Dogs, Gisele Jackson, Gusto, Raven Maize e Tony Humphries. Il DJ viene prevedibilmente scelto per produrre il nuovo singolo dei 49ers, “I Got It”, incapace però di eguagliare i risultati del precedente nonostante gli ottimi spunti, specialmente nella Miracle Mix. Scalambrin e Bortolotti si consolano comunque con gli ottimi riscontri ottenuti in estate da “Gipsy Boy” di Sharada House Gang, edita su GFB e di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui. Un paio di licenze (“What Is Your Problem?” degli Afrowax e “Can You Feel It” di Highlight, una sorta di mashup tra “Plastic Dreams” di Jaydee e “I Got The Feeling” delle Two Tons O’ Fun – già abilmente ripresa dagli FPI Project in “Feel It” – condito da un sample probabilmente estrapolato da “Something About The Music” di Wigan Express) ed altrettanti dischi prodotti a Roncadelle (“As Yet Untitled” di D.D.T. e “Jeopardy” di Aria, cover rispettivamente degli omonimi di Terence Trent D’Arby e Greg Kihn Band) completano l’annata, senza dimenticare “Wait A Minute” di Abduction, un brano house/funk imperniato su un sample tratto da “The Magnificent Seven” dei Clash, che Scalambrin realizza con due colleghi DJ della Media Records ai tempi legati alla musica progressive trance/techno, Mario Più e Mauro Picotto.

Nel 1998 le cose cambiano. Scalambrin lascia la Media Records a causa di alcune divergenze ma non prima di aver pubblicato “Only 4 DJs” di Love Groove, in coppia con Guiotto, che segue la tendenza esplosa quell’anno, il cosiddetto french touch. I due realizzano anche una versione di “Let The Sunshine In” dei 49ers, cover dell’omonimo dei Fifth Dimension, e “Raindrops”, ultimo singolo che il DJ del Kama Kama incide per Heartbeat/Media Records. Ideale follow-up di “Wake Up” ed interpretato ancora da Satori, il brano ha un forte potenziale ma non sortisce grandi risultati. Va un po’ meglio invece a “Big Bug”, un maxi-frullato tra i vocal di “Sock It 2 Me” di Missy Elliott Feat. Da Brat, la ritmica di “Lady Bug” dei Bumblebee Unlimited e il riff di “New Year’s Day” degli U2. A firmarlo sono i Flowers’ Deejays, team in cui oltre a Scalambrin e Guiotto figura Gigi D’Agostino, che in quei mesi abbandona le stesure strumentali della mediterranean progressive a favore di costrutti italodance. Rimasta sguarnita di un A&R, Heartbeat prosegue comunque il suo cammino con alcuni dei produttori e musicisti interni della label bresciana. Mauro Picotto e Paolo Sandrini compongono “I Wanna Know” giocando con un sample di “I Got My Mind Made Up” degli Instant Funk. Per l’occasione si firmano Shibuya, nome riutilizzato un paio di anni più tardi sia per una discoteca polifunzionale a Rezzato ideata da Bortolotti, che all’interno annovera un ristorante giapponese con due cuochi nipponici, sia per una nuova etichetta, la Shibuya Records, su cui trovano spazio, tra gli altri, brani di Bob Sinclar e Celeda. Insieme a Raf Marchesini invece Guiotto crea Blue Connection con “Touch The Sky” e riporta in vita Anita K col brano “Love Affair”. Una delle versioni è curata da Babayaga, DJ originaria del biellese diventata nota nei primi anni Novanta attraverso l’after hour Syncopate. È lei a produrre, in coppia con Steven Zucchini, “I Need Your Pain” di Sound System.
Il suono di Heartbeat ormai appare radicalmente diverso e lontano da quello degli inizi. L’italo (deep) house lascia il posto ad una formula dichiaratamente più commerciale, sia nelle costruzioni ritmiche che nella scelta dei suoni, come testimonia “So Nice”, sfortunato singolo dei Club House prodotto da Picotto ed Andrea Remondini. Più intriganti risultano le (quattro) licenze edite quell’anno, “Move On Up” dei Trickster, coi remix dei Lisa Marie Experience, Z Factor alias Joey Negro e The Footclub, “Open The Door” dell’elvetico Djaimin (noto per “Give You”, “Fever” e soprattutto “Hindu Lover” di cui abbiamo parlato qui), “We Are Love” di DJ Eric (col sample di “I Can’t Go For That (No Can Do)” di Daryl Hall & John Oates – lo stesso usato dai Simply Red in “Sunrise” nel 2003) ed infine “EQ” di Sheila Brody, un brano tratto dal catalogo Kult Records ed interpretato dalla cantante statunitense che nel ’98 rimpiazza Taborah Adams nel progetto Blackwood.

Nel 1999 la Media Records, ribattezzatasi già da un paio di anni “la casa discografica dei deejays”, raccoglie nuovamente successo internazionale. Ciò avviene grazie ad artisti come Mario Più, che si afferma nel Regno Unito con “Communication (Somebody Answer The Phone)”, Mauro Picotto, che trionfa in Germania con “Lizard” ed “Iguana” (e a cui seguirà “Komodo” nel 2000), e Gigi D’Agostino, che spopola ovunque, Stati Uniti inclusi, con l’album “L’Amour Toujours”. Pochi mesi prima Bortolotti, dopo il fallimento della napoletana Flying Records, rileva i diritti del marchio UMM e lo rilancia discograficamente attraverso “Proud Mary” degli Abduction, costruito sul sample del brano omonimo dei Creedence Clearwater Revival scritto da John Fogerty. In questo quadro di iperattività Heartbeat viene messa in disparte. Sono poche infatti le uscite del ’99, passate praticamente inosservate, come “Winner” di Gius T, che Zucchini, Pucci, Marchesini e Picotto compongono ispirandosi ad “Exalt – Exalt” di Azoto, “Donna Donna” di Ann-Marie Absolut e “1,2,3,4, Gimme Some More” di La Rouge Un Peu Mèchée, cover degli omonimi dei Number One Ensemble e dei D.D. Sound. Heartbeat continua ad allontanarsi da quell’imprinting che la caratterizza in modo esemplare tra 1991 e 1992. Altri 12″ dai risultati commercialmente sfavorevoli e stilisticamente inclini ad una house ai confini con l’italodance sono “Get On” dei Full Experience, team composto da ben sei componenti, tra cui Andrea Belli di Radio 105 e il DJ bresciano Simone Pagliari, e “It’s So Easy” degli Uncle Sally, un progetto siculo di breve durata messo su da 2/3 dei Ti.Pi.Cal. (Daniele Tignino e Riccardo Piparo) e Domenico Nicosia. Piparo e Davide Miracolini firmano anche “Ever Try” di Double Impact, poggiandosi sul sample di un classico italodisco del 1983, “Lunatic” di Gazebo. Ispirata da un brano del passato, il tema principale del film “Charlie’s Angels” composto da Allyn Ferguson e Jack Elliott, è pure Karin De Ponti che per la sua “Charlie Is Back” scomoda altresì un loop ritmico di “The Bomb! (These Sounds Fall Into My Mind)” di The Bucketheads. Infine si fa risentire Babayaga, a cui pare venga temporaneamente affidata la direzione dell’etichetta ma mai in modo ufficiale, con “Hot Shudder”.

2000-2003, una lenta narcosi
Allo scoccare del nuovo millennio le priorità della Media Records restano legate alla BXR, etichetta che colleziona un’infinità di premi e riconoscimenti. Il folto gruppo di DJ capitanato da Mauro Picotto, A&R ed artista che va affermandosi su scala planetaria, continua ad espandersi ed annovera anche personaggi esteri come Marco Zaffarano e il compianto Tillmann Uhrmacher. Heartbeat perde ulteriormente terreno, rallentando la frequenza di pubblicazioni che nel 2000 sono appena un paio: “Latin Soul Thing” degli House 2 House, tratto dal catalogo Strictly Rhythm, e “Cada Vez”, la hit dei Negrocan presa in licenza dalla Swing City Records. Per l’occasione viene pubblicato un secondo 12″ con due remix made in Italy realizzati da Intrallazzi & Fratty e Gigi D’Agostino. Heartbeat diventa essenzialmente una label-piattaforma per ripubblicare in Italia brani provenienti dall’estero. Nel 2001, dopo ulteriori piccoli ritocchi grafici, tocca a “Be With You” dei Pound Boys, a “Partypeople” di James Cooper, ai remix di “I Know A Place” di Bob Marley & The Wailers, a “Tudo Que Voce Podia Ser” di Búzios e a “Shining Star” di AT, tutto materiale ricordato da pochi. Passa inosservato anche “Flashlight” di Hydraulic Funk Feat. Afrika Bambaataa, licenziato dalla storica Trax Records di Chicago. Unica nota italiana è rappresentata da “Show Me The Way” di Karin De Ponti, prodotto nel solco della pop house in voga quell’anno.

umm al concerto dei lunapop

La popolarità di UMM, acquisita dalla Media Records dopo il fallimento della Flying Records ed affiancata ad Heartbeat, cresce al punto da finire ad un concerto dei Lùnapop

Il 2002 inizia coi discreti risultati di “Supersonic” di Billyweb Featuring Chris Willis, l’ennesimo dei brani figli della massificazione post french touch (l’arcinoto sample è quello di “You And I” dei Delegation). Con “Stand Up (Viva La Noche)” degli sloveni Sound Attack e “When I Close My Eyes” di Búzios ci si avvicina persino ai confini latini. Ormai c’è scarsissima voglia di andare avanti, Heartbeat è a tutti gli effetti un’etichetta secondaria. Alberto Casella (quello dei B.A.R. Feat. Roxy di cui abbiamo parlato qui) e Fabio Maccario incidono, come Tooth-Paste, “Enjoy It” (con un campione vocale preso da “Moonraker” di Foremost Poets) e “Cikuta”. Entrambi trovano spazio su un 12″ intitolato “Vol. 1” ma a cui non c’è alcun seguito. Con “Dark Lady” Stefano Raffaini alias Furilla (che in quel periodo inizia ad incidere con frequenza su UMM) e Luca Liviero resuscitano uno dei marchi più vecchi della Media Records, Risen From The Rank, nel corso degli anni acronimizzato in R.F.T.R. ed inattivo sin dal lontano 1993. Ai tempi viene diramata la notizia relativa alla fusione delle tre etichette house gestite dal gruppo discografico di Bortolotti, Shibuya, UMM (marchio talmente noto da finire persino ad un concerto dei Lùnapop), ed Heartbeat che sarebbero confluite nel nuovo nome Shumm. A&R prescelto è il citato Casella che si occupa già di Shibuya, ma l’operazione non va in porto. Nel 2003 “It’s Crazy” di Dubbing (alias Alberto Casella) e “Crazy Paris (Paris Latino)” di Horny United, rivisitazione di “Paris Latino” di Bandolero, sono gli ultimi ad uscire su Heartbeat e a chiudere una storia durata dodici anni e poco più di cento pubblicazioni.

evoluzione del logo

Le variazioni grafiche del logo di Heartbeat, dal primo, realizzato da Ralf nel 1991, all’ultimo lanciato nel 2016

2016, il risveglio “liquido”
Nel 2004 Bortolotti abbandona il settore musicale dedicandosi all’attività di architetto ed interior designer. La Media Records resta attiva sotto la guida di Filippo Pardini ma pochi anni più tardi il catalogo editoriale viene venduto alla Warner Bros. mentre quello discografico alla tedesca ZYX che provvede a riversare gran parte dei titoli sui portali che vendono musica in formato digitale. Nel 2015 il ritorno di Bortolotti nel settore musicale segna il “risveglio” di alcune delle etichette più note raccolte sotto l’ombrello della Media Records tra cui Heartbeat, che riparte ufficialmente il 18 gennaio 2016. A dirigerla come A&R, questa volta, è Carlo Cavalli, da Crema, che in un’intervista rilasciata a Riccardo Sada ad aprile di quell’anno spiega che «Heartbeat deve catturare l’attenzione dell’ascoltatore e del consumatore musicale, stando sempre attenta alle nuove proposte di mercato e selezionando scrupolosamente le numerose demo che riceve quotidianamente. La house music si sta prendendo una bella rivincita sugli altri generi ed è in costante risalita, anno dopo anno». Il primo EP da lui scelto per inaugurare il nuovo corso è “Fck That Bass EP” di Dany Cohiba & Blush, composto da due brani che vengono solcati, insieme a “The Bells” di Luca Debonaire & Robert Feelgood e “Is This The Way” di Benny Camaro, su un poco fortunato 12″ intitolato “Heart House Vol. 1”. Cavalli va avanti selezionando, sia per club che mondo radiofonico come afferma nell’intervista sopracitata, house, tech house e tropical house sino al luglio 2017. Dopo ventitré uscite “liquide” Heartbeat (e la sublabel Heartbeat Black, varata nel 2016) si ferma nuovamente. Ora corre voce che il cuore possa battere di nuovo con un nuovo A&R, Mario Scalambrin, che tornerebbe a ricoprire tale ruolo poco dopo più di venti anni. (Giosuè Impellizzeri)

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Virtualmismo – Mismoplastico (PRG)

Virtualmismo - MismoplasticoTra 1991 e 1992 l’Europa conosce il boom della techno. Riconvertita e rielaborata rispetto alle matrici di Detroit, conquista il Vecchio Continente imponendosi come genere che rompe con la tradizione, trainato da suoni inediti per le grandi masse. Nascono decine di sfumature e derivazioni, alcune riuscite, altre un po’ meno, che per un biennio segnano un autentico trend. In questo quadro si inseriscono Christian Hornbostel e Sasha Marvin, entrambi nella squadra di Italia Network, artefici del progetto Virtualmismo ai tempi incasellato sotto le voci techno ed house ma con un suono piuttosto diverso da quello imperante proveniente dal mondo dei rave.

«Virtualmismo è stato il primo vero progetto ufficiale del binomio Mr. Marvin & Hornbostel. Dopo la prima esperienza insieme in studio, per i remix di “Entity” di Mr. Marvin uscito su DFC, inaugurammo un periodo di lavoro estremamente creativo e fecondo per entrambi» racconta oggi Hornbostel. «Gli inglesi usano asserire “the chemistry has to be right” e posso confermare con certezza che per noi la chimica in studio fu perfetta sin dall’inizio. Abbiamo lavorato costantemente attraverso uno scambio di intese non solo ultrademocratico ma così simbiotico e sinergico da sembrare, oserei dire, metafisico. Le scelte riguardanti idee e progetti, ma anche nomi e marchi, sono sempre state estremamente naturali oltre che divertenti e piacevoli. Il nome Virtualmismo fu il frutto di una serata trascorsa ad ispirarci e divertirci nel provare a mettere insieme suffissi dal significato improbabile ma dal suono interessante, e questo vale anche per una parola come “mismoplastico”. Poi purtroppo Virtualmismo fu deformato in Virtualismo, come del resto avvenne mille volte al mio cognome».

“Mismoplastico” è una sorta di ibrido tra techno ed house: la versione principale, la Virtual Mix, dalla quale poi derivano le altre, gira su pochi elementi bilanciati e fusi in modo perfetto. Collante di tutto è una voce femminile che recita il nome del “gruppo” e il titolo. «Il brano fu il risultato di una delle nostre usuali e quasi quotidiane sperimentazioni. Non decidevamo mai in anticipo ciò che avremmo prodotto in studio, al massimo durante la cena ci scambiavamo un paio di feedback sulle serate del weekend appena trascorso per orientarci su dettagli e particolari, alcuni legati alla stesura di tracce che in discoteca avevano funzionato particolarmente bene, altri relativi ai test delle nostre produzioni per capire se e dove dovevamo apportare delle modifiche e, in quel caso, quali fossero davvero necessarie. Passavamo ore davanti agli strumenti e al computer, il più delle volte fino a notte fonda, a cercare suoni e sperimentare. La chimica perfetta del nostro connubio, a cui facevo prima riferimento, era dettata in primis dall’essere esattamente complementari. In più non esistevano mai tracce di ego e rivalità, era piuttosto un continuo integrarsi a vicenda. Io ero più incline alle sezioni ritmiche, forse grazie alla mia precedente esperienza di batterista in studio, Sasha invece era affascinato dalla ricerca dei bassi e dei synth. L’intercambiabilità era comunque costante, senza gerarchie imposte, e quando scattava la scintilla schiacciavamo davvero sul pedale dell’acceleratore. La base di “Mismoplastico” infatti la finimmo in pochi giorni, poi contattammo la brava Deborah Davies che interpretò le parole chiave in modo, a mio avviso, più che ottimale. Grazie a quel valore aggiunto avemmo la certezza che il termine mismoplastico suonasse davvero interessante. Non ricordo con esattezza ma credo che il mix abbia venduto ben oltre le 10.000 copie. Il feedback degli ascoltatori di Italia Network fu immediatamente così buono da lasciar ipotizzare un esito favorevole delle vendite ma nessuno prevedeva che Sasha & John Digweed avrebbero supportato la traccia in quella maniera, suonandola di continuo nelle loro serate ed inserendola nella compilation “Renaissance”».

Il disco viene pubblicato nel 1992 dalla debuttante PRG del gruppo Expanded Music che nella primavera dell’anno successivo manda in stampa “Perversiva”, meno fortunato rispetto al predecessore forse per una differenza troppo evidente dei suoni adoperati. Va molto meglio a “Cosmonautica”, uscito a novembre del ’93, che a conti fatti è il vero follow-up di “Mismoplastico”. «La tempistica giocava un ruolo fondamentale. Per pianificare e studiare un brano come “Cosmonautica”, che funzionò ottimamente, necessitammo di maggior lavoro rispetto a “Perversiva” che invece fu realizzato in fretta per esigenze discografiche. Era la cosiddetta “sindrome del follow-up”, della quale ai tempi soffriva la maggior parte di produttori e compositori. È molto più difficile infatti bissare un successo che costruirlo dal nulla, senza particolari pressioni, aspettative estreme e confronti implacabili. “Cosmonautica” arrivò al settimo posto della classifica di vendita austriaca, lasciando dietro artisti pop e rock ben più famosi di noi. Impensabile per un brano rivolto ad un target apparentemente ben poco nazionalpopolare».

Tra 1993 e 1994 l’ispirazione di Hornbostel e Marvin è alle stelle e coniano nuovi progetti in scia a Virtualmismo come Sacro Cosmico, col brano omonimo, e V.F.R. con “Tranceillusion” e “Liturgia”. «Non volevamo inflazionare la produzione con un solo “marchio di servizio” e cercammo pertanto di dare un’identità definita ai vari artisti-pseudonimi. Allora non esisteva la concorrenza spietata (e a volte poco leale) fatta di gente che non sa né suonare né produrre ma riesce comunque a fare il “produttore” mettendo insieme due librerie di suoni da venti euro. Dietro ogni produzione c’era davvero un investimento importante alle spalle e si andava incontro, enfatizzando un po’ il concetto, ad un vero e proprio rischio di impresa. Basti pensare ai prezzi dell’hardware in quegli anni. D’altra parte, forse anche per questo motivo, ogni prodotto era estremamente ricercato e curato nei minimi particolari. Noi poi badavamo anche all’involucro diversificando i marchi, anche se alcuni di essi ricalcavano musicalmente lo stile di Virtualmismo. Altri però, come Tales From Underground, Coral Tribe, The Night Shadow o The X Factor, erano completamente diversi, quasi antitetici. V.F.R. era l’acronimo di Visual Flight Rules, ossia le “regole del volo a vista”, l’insieme delle norme e procedure a cui un pilota deve attenersi per condurre in sicurezza un volo utilizzando principalmente la propria vista, senza la necessità di affidarsi a radioassistenze per la navigazione. Probabilmente fu un messaggio premonitore del subconscio di Sasha, visto che oggi professionalmente è un pilota acrobatico di alianti».

Virtualmismo prosegue la corsa con altri singoli, “Cibernetica” (1994), “Ludwigs Generation” (1995) e “Last Train To Universe” (1996), titolo quest’ultimo forse intenzionalmente profetico. Licenziato nel Regno Unito dalla celebre Platipus, è proprio quello che tira il sipario sul progetto, fatta eccezione per i remix di “Cosmonautica” usciti nel 1997. «In quel periodo Sasha entrò in una profonda crisi di rigetto. Da una parte la quantità di lavoro, sia come produttore che come DJ, era arrivata ad un grado di saturazione alquanto pesante e pericoloso, dall’altra la qualità del settore stava iniziando a dare preoccupanti segnali di scricchiolio, di cui oggi possiamo vederne tutti le evidenti conseguenze. Gli stimoli cominciarono a scemare in modo esponenziale anche a causa di circostanze nuove e di certo non piacevoli, come lo spostamento di Italia Network da Udine a Bologna, cosa che a mio avviso contribuì moltissimo a rompere l’incantesimo in modo irreversibile. Sasha decise così di uscire dal mondo musicale. Fu una scelta coraggiosa, drastica e coerente, senza mezzi termini, che mi confidò in anticipo ad una stazione di servizio sull’autostrada, dove ci incontrammo un tardo pomeriggio. Per me quella decisione si rivelò destabilizzante e dolorosa ma la accettai in rispetto alla persona ancor prima che al partner lavorativo. Senza di lui la Shadow Production, come avevamo chiamato la nostra casa di produzione, non aveva più ragione di esistere».

Nel 2000, quando ormai Virtualmismo appartiene ad un passato piuttosto lontano, la PRG pubblica “I Try To Find (The Distance)” prodotto dai misteriosi DJ Drexx e DJ Trexx. Distante dai dischi precedenti appare anche lo stile, eurotrance trainata da un sample preso dal propizio remix che Nalin & Kane realizzano tre anni prima per “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool. «Si trattò di un’operazione isolata, più “politica” che artistica. Durante un contatto con l’Expanded Music si manifestò l’intenzione di uscire con un singolo. Se la “sindrome del follow-up” a cui facevo prima riferimento è un fattore stressante per i produttori, per le etichette può diventare quasi un’oppressione dettata dalla necessità, in certi casi perfino plausibile, di essere costantemente presenti sul mercato con lo stesso progetto artistico. Conoscevo molto bene questi meccanismi alquanto delicati così mi adoperai come “interfaccia” per girare l’incarico ad un team austriaco che frequentavo, non solo perché uno dei produttori aveva espresso il desiderio di collaborare al progetto (forse ricordando il grande successo in patria di “Cosmonautica”), ma anche perché volevo evitare che il marchio finisse in mani totalmente sconosciute ed estranee come spesso capita nell’industria musicale».

Nel corso del tempo “Mismoplastico”, voluta nel 1994 da Sasha & John Digweed nella loro “Renaissance: The Mix Collection” insieme a “Tranceillusion” di V.F.R. e ad altri pezzi italiani come “State Of Mind” di Mephisto, “Blade Runner” dei Remake, “Trance Wave 1” di MBG, “Trust” di Corrado, “The Age Of Love Suite” di Unity 3, “Let’s Get This Party Started” dei Funk Machine ed “Always” dei Fishbone Beat, viene riletta a più riprese da artisti come Corvin Dalek, Lee Coombs, Andrea Doria, Michal Ho e Serge Santiágo, oltre a finire nella compilation annuale mixata da Sven Väth, “The Sound Of The Ninth Season” del 2008. Qualcosa lo rende magico di fronte all’inesorabile incedere del tempo. «Non saprei dare una spiegazione oggettiva a ciò. Bisognerebbe chiedere ai nomi prestigiosi che negli anni hanno voluto regalare al brano una contemporaneità sempre nuova. Se lo hanno fatto un motivo ci deve essere, e per me conta già abbastanza sapere che lo abbiano fatto. Una cosa è certa: alcuni pezzi sono in grado di lasciare davvero un segno particolare, trasmettendo qualcosa di comunicativo-emotivo molto singolare, direi unico. Qualcosa che non si può spiegare razionalmente, né creare a priori in modo artificiale in studio (chiaramente non se parliamo di prodotti commerciali studiati a tavolino), qualcosa che avviene per alchimia o per magia. Il binomio Mr. Marvin – Hornbostel è stato senza dubbio, al di là di una straordinaria esperienza musicale di successo, anche un connubio alchemico estremamente intenso che si è trasformato nel tempo (fedele al suo significato e valore di trasmutabilità) in una lunga e profonda amicizia che dura tutt’oggi». (Giosuè Impellizzeri)

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Mephisto – State Of Mind (Palmares Records)

mephisto-state-of-mindL’alter ego Mephisto nasce con “Euphemia”, un brano del 1991 che si riallaccia alla techno / breakbeat inglese e alla new beat belga. A produrlo è Maurizio D’Ambrosio, DJ nativo di Verbania che oggi racconta: «Nel ’91 ero a Gorlago, in provincia di Bergamo, in uno studio allestito dietro il negozio di strumenti musicali Music Store. Lavoravo con David Zambelli, che negli anni Ottanta aveva partorito i grandi successi di P. Lion e degli Scotch, ad un brano in stile techno, e alla fine del mixaggio ci mettemmo a parlare di come chiamare la produzione e quali crediti inserire. La mia fidanzata di allora (attuale moglie) aveva sempre con sé un vocabolario di lingua inglese in cui c’era una sezione di nomi, e ne cerchiammo insieme un po’ a caso. Uno era Mephistopheles e David disse che gli piaceva ma che era troppo lungo. Stavo scrivendo il classico “prodotto, arrangiato e mixato da Maurizio D’Ambrosio” ma lui mi fece notare che quell’anno avevo già prodotto cinque/sei mix con gli stessi crediti. Incidendo tanti dischi che non andavano in classifica avrei rischiato di passare per uno sfigato. Così mi consigliò di utilizzare Mephisto: laddove fosse diventata una hit tutti avrebbero saputo che c’ero io dietro, in caso contrario il mio nome anagrafico era salvo. In quello stesso periodo il caso volle che avessi i capelli lunghi, il pizzetto e le basette a punta, così un po’ tutti cominciarono a chiamarmi Mephisto, proprio come il Mefisto bonelliano. Seguii il suggerimento e produssi “Euphemia”, famoso sia per contenere i sample di “(You Gotta) Fight For Your Right (To Party!)” dei Beastie Boys, sia per l’inizio medievale (della Perceval Mix) col banditore campionato dalla favola di Cenerentola, che poi usavo come intro nelle mie serate al Kursaal di Verbania. Fu sempre Zambelli a segnalarmi a Stefano Scalera della Many come produttore da tenere sotto controllo perché, a suo avviso, l’unico col potenziale per fare successo in mezzo a tutti quelli con cui aveva lavorato. Scalera mi chiamò e mi offrì dieci milioni di lire per cedergli cinque produzioni nell’arco di dodici mesi. Di natura sono un fedele e visto che mi diede la possibilità di arrivare in vetta alle classifiche non ebbi mai motivo di cambiare etichetta. Non nascondo però che mi cercarono in molti ma non cedetti mai alle lusinghe dietro cui potevano celarsi successoni o megaflop».

“Euphemia” vende circa diecimila copie, che ai tempi non sono poche ma neanche tante, tenendo conto delle dimensioni del mercato discografico. D’Ambrosio però scocca presto un’altra freccia, questa volta più incisiva, “State Of Mind”. «Il brano nacque nell’estate del 1992. Avevo appena chiuso la collaborazione col Kursaal di Verbania e mi ero costruito da solo uno studio sotto la casa dei miei genitori. Non era esattamente una cantina bensì una camera al piano terra. Imparai da solo a saldare i cavi e a fare i collegamenti e, progressivamente, a curare le accortezze tecniche. Un amico dell’epoca mi prestò un vecchio mixer della Cabotron a 32 canali, con bassi, medio bassi, medio alti ed alti ma non parametrici, due mandate ausiliarie coi ritorni mono. Come monitor avevo le casse dello stereo, due Technics SB-CS9. Produssi tutto con un Atari Mega1, un campionatore Casio FZ-1 ed un campionatore Roland S-550 con cui prelevai e trattai le voci, i sintetizzatori Roland Juno-106 e Juno-1, una batteria Roland TR-909, un modulo Yamaha TX802 e il multitimbrico Roland SC-55. Con questo equipment molto elementare e di livello base scrissi, produssi, arrangiai e mixai in una semi cantina con grande passione ed estremo piacere “State Of Mind” (solo omonimo di un pezzo di Energy 52 che poco tempo prima gira nei club del Nord Europa, nda). Il titolo lo scelsi per rispecchiare il mio stato di mente di allora, in bilico tra calma ed ansia (concetto rimarcato anche dai nomi delle versioni, Anxious Mix, Arrhythmy Mix, Quiet Mix, Nervous Mix, nda). Una volta finito portai il master inciso su DAT alla Palmares Records ma Scalera non volle neanche ascoltarlo. Mi disse di andare subito a fare il transfer da Marco Inzadi ai Logic Studios in modo da stamparlo direttamente. Gli feci presente che non fosse un master finale e che sarebbe stato necessario recarsi in uno studio vero per farlo, ma lui insistette dandomi grande fiducia. Seppur non proprio convinto, perché sapevo come e dove avevo prodotto il tutto, andai a fare il transfer e lì successe un’altra cosa strana: non c’era nessuno. Solitamente, quando non avevi preso appuntamento, bisognava attendere ore per stampare un master eppure quel giorno non c’era anima viva. Chiesi ad Inzadi il motivo e me lo spiegò in un baleno. Era venerdì 13 (del novembre 1992) e visto che, secondo la leggenda, è un giorno sfortunato, nessuno avrebbe stampato. Per me invece era fantastico, il 13 novembre è il mio compleanno ed avrei potuto avere subito il master del disco. Secondo Inzadi, con grande sorpresa, il mio master suonava già molto bene, lo comprimemmo leggermente aprendolo sulle alte frequenze, una cosa piuttosto normale. Così prese ufficialmente corpo “State Of Mind”, forte per 32.000 singoli venduti, numero uno su Radio DeeJay ed Italia Network per il bimestre febbraio-marzo 1993, disco più venduto in Italia ad aprile. Come per magia “State Of Mind”, a differenza di “Euphemia” entrato nelle grazie dei DJ techno ma non dei network, mise d’accordo un po’ tutti: la Quiet Mix la suonavano nelle serate di tendenza mentre la Anxious Mix passava nei locali “commerciali” visto che era uno dei dischi più trasmessi dalle radio. Aver conquistato i vertici delle classifiche dei network più importanti era una cosa davvero atipica visto che Italia Network era molto underground, al polo opposto di Radio DeeJay e Radio 105. Probabilmente una spinta decisiva la diede Albertino: se un brano che suonava nel DeeJay Time aveva le gambe, da quel momento in poi cominciava a correre»“State Of Mind”, con le sue ambientazioni un po’ sinistre ed una non evidente appartenenza ad un filone ben preciso, si pone dunque sulla linea di mezzeria tra la musica da club e quella da programmazione radiofonica, e finisce in innumerevoli compilation tra cui l’ambita “Renaissance: The Mix Collection” di Sasha & John Digweed insieme ad altre produzioni italiane come Remake, MBG, Virtualmismo, Unity 3 e Fishbone Beat. In Italia però lo si continua a considerare solo cheesy dance. «Noi vediamo le cose sempre in modo diverso. All’estero ad esempio “Euphemia” viene suonato ancora oggi nei vari remix ed è presente in prestigiose compilation. Inutile chiedersi il motivo per cui l’Italia preferisca ghettizzare certa musica».

Sino al 1995 la carriera di Mephisto prosegue sulla Palmares Records ma in quegli anni D’Ambrosio registra veloci comparsate anche su altre etichette: per la Media Records incide “My Heart” di S.S.R. e “Soul Power” di The Soul Power, con la DJ Movement “At Maiora” di Kymera e, qualche tempo prima sulla mitica Casablanca, “Paradise Express” di Good Bye FBI. «”My Heart” di S.S.R. fu l’ultimo pezzo che produssi prima di “State Of Mind”. Una volta incontrai Gianfranco Bortolotti in aeroporto e mi disse, ironicamente, che avrei potuto offrirgli “State Of Mind” anziché “My Heart”. “Soul Power” invece nacque con Francesco Zappalà: fu ospite al Kursaal e gli feci ascoltare il demo. Lo propose alla Media Records e lo producemmo insieme. Un’altra bella esperienza. Proprio negli studi della Media Records conobbi Pieradis Rossini, autore di decine di hit. In accordo con la Palmares produssi con lui il disco di Kymera, ma ero ancora un solitario ed incapace di completare un disco in appena due giorni. Quando sei al numero uno in classifica per la prima volta scopri una serie di cose nuove, comincia lo stress del follow-up, i discografici, le radio, i manager che vendono le date in cui presenterai il nuovo singolo che ancora non hai scritto. Tra serate, richieste di remix (ne ho rifiutate a decine, fatta eccezione per quello di “The Rhythm Of The Night” di Corona), collaborazioni ed altro, capii che da solo non potevo assolutamente farcela. Se non hai una squadra dietro che ti aiuta non vai da nessuna parte. Da quel momento cominciai a sentire la necessità di avere in studio un musicista con cui confrontarmi e collaborare, cosa che successe qualche anno più tardi con la nascita della Sisma Records. Anche “Paradise Express” di Good Bye FBI ha una sua storia, nota a pochissimi. Il vocal che si sente nel brano è di Albertino, sono stato il primo ad incidere la sua voce su vinile, nel 1990. Ai tempi collaboravo con Massimo Carpani, braccio destro di Claudio Cecchetto a Radio DeeJay. Vedere una propria produzione sulla Casablanca mi fece un effetto indescrivibile, e ripensarci oggi mi porta le stesse emozioni di allora».

Mephisto - Shunza

La copertina di “You Got Me Burnin’ Up”, il disco del 1994 con cui Mephisto sembra poter tornare ai fasti di “State Of Mind”

Nel 1994, dopo il poco fortunato “Keep On (Groovin’)”, Mephisto si ripresenta con “You Got Me Burnin’ Up” che sembra avere tutte le carte in regola per tornare ai fasti di “State Of Mind”. Annunciata dai magazine come una potenziale hit, in Italia qualcosa non va per il verso giusto. «Da noi il disco non superò la nona posizione della classifica di vendita. Nei club funzionava ma in radio lo passarono poco. Accetto consigli ma al momento delle decisioni seguo solo il mio istinto e forse questo mio atteggiamento non piacque a qualcuno. All’estero infatti il disco andò molto bene, approdando nelle classifiche inglesi dove pareva dovesse succedere qualcosa di grosso. Gli addetti ai lavori lo preannunciarono come una futura numero uno, avevo già richieste di serate a Londra ma poi si fermò alla decima posizione, risultato di tutto rispetto ma che mi lasciò comunque un po’ di amaro in bocca. Chi, tra i DJ italiani, non sognava (e sogna) di conquistare la cima della classifica inglese? Ad interpretare il pezzo fu Shunza, una ragazza americana di origini cinesi che ai tempi studiava musica a Ginevra. Era un vero talento, suonava anche il contrabbasso. Nel 1995, dopo aver trascorso insieme il capodanno al Titanic di Lugano dove ricoprivo ruolo di art director, decise di trasferirsi a Taiwan. Lì ha avuto un grande successo, vincendo dei grammy award sulla MTV locale. Alcuni suoi brani sono giunti anche in Europa come basi di spot famosi. Purtroppo non l’ho più sentita ma credo sia stata la cantante più brava tra quelle con cui ho lavorato»Nel 1996 Mephisto, che diventa un nome più noto all’estero che in Italia, fonda la Sisma Records ma non allontanandosi dal gruppo Many. «Quella della Sisma Records fu un’idea di Scalera. Ai tempi si diceva che fosse preferibile produrre massimo due dischi all’anno con lo stesso nome, cercando di dare un’impronta, un suono, qualcosa di riconoscibile che recasse un proprio timbro. Così, nella primavera del 1996, nacque la Sisma Records, proprio mentre inauguravo il mio nuovo studio di registrazione, il Sisma Sound Studio, non più nella “cantina” nella casa dei miei genitori a Cannobio ma nel centro di Verbania. La prima produzione ad uscire da lì fu “Voices”».

Elgar

“Sweetie Pie” di Elgar riporta il nome di Maurizio D’Ambrosio all’attenzione generale

Sino al 2000 seguono altri singoli che assicurano a Mephisto risultati di tutto rispetto oltre le Alpi. Nel 2002, in pieno recupero dei suoni 80s (complice l’esplosione dell’electroclash), D’Ambrosio incide “Sweetie Pie” di Elgar con cui torna al grande successo, anche in Italia. Un sample preso da “How Am I To Know?” di Billie Holiday ed un basso ottavato di memoria italo disco tornato in grande spolvero grazie ad I-F, Fischerspooner o Felix Da Housecat, fanno la magia. «Era l’inizio del 2001. Andai a trovare mio fratello che conservava parecchi vinili ma ne avevo in testa uno che ricordavo da quando ero piccolo, non tanto per le sonorità quanto per la copertina su cui c’era un cane con le corna da cervo. I dischi erano in soffitta e gli chiesi se potessi prenderli perché potevano tornarmi utili mentre lì facevano solo da base per la polvere. Nel prendere gli scatoloni mi cadde un disco in testa. Era un Live In New York del 1944 di Billie Holiday, che avevo sentito nominare ma non avevo mai visto in foto. Caricai i dischi in auto dirigendomi verso lo studio, ansioso di ascoltare quel vinile che continuava a ronzarmi in mente. Finalmente lo trovai, sollevai la copertina ma un disco rimase appiccicato dietro e cadde. Non credevo ai miei occhi, era ancora il live di Billie Holiday. Prima ascoltai quello che cercavo ma era veramente osceno, probabilmente mio fratello l’aveva comprato solo per la copertina. Poi toccò a quello della Holiday che continuava a perseguitarmi. Appena misi su la puntina fui catapultato in un caffè fumoso di New York nel 1944, e la sua voce piena di sofferenza mi fece fluttuare nell’aria. Confidai questa strana sensazione a mia moglie che mi chiese se qualcuno avesse già fatto un pezzo con una voce del genere. Lo riascoltai dall’inizio alla fine, un sogno. Decisi di fare una prova mettendo sull’altro piatto un groove, uno qualsiasi, un po’ lento, sui 100 BPM, e poi feci andare il disco della Holiday a 45 giri ma col traspose a meno sei semitoni (è la differenza di tonalità tra 33 e 45 giri). In quel modo avrebbe cantato nella sua tonalità originale a 45 giri. Pigiai start ma il tasto dell’effetto del mixer (un Pioneer DJM-500) non funzionò. Billie Holiday partì a 45 giri con la voce pitchata di sei semitoni in su. Fu un errore ma mi innamorai follemente di quella voce non riuscendo più a staccarmi. Continuavo ad ascoltarla senza sosta, registrai tutto, la tagliuzzai e ne feci una mini stesura solo con voce e beat standard. Una notte di lavoro. Il giorno dopo dovevo curare la sonorizzazione di una sfilata per una persona che non ho più rivisto o sentito: feci tutto di corsa perché non vedevo l’ora di continuare a lavorare su quell’idea. Quando finii la sonorizzazione feci sentire la bozza a quel tizio che mi invitò a continuare a lavorarci su perché si considerava un portafortuna, e l’avergli fatto ascoltare il test era un segno del destino. Chiamai il mio collaboratore Luca Martegani alias Xelius. Gli dissi che avevo fatto una cosa strana, ma forse poteva essere forte. In quel momento storico la dance italiana era praticamente fatta di soli dischi col basso in levare, hat a levare corto e cassa in quattro, fin troppo standard per le mie aspettative. Optai per 120 BPM (ai tempi bassissimi), suoni di batteria anni Ottanta, synth con onde semplici e primordiali. Feci sentire a Luca un giro di piano che mi faceva impazzire ma che non era in tonalità. Lo risuonammo e dopo aver aggiunto il basso in ottave nacque la base di “Sweetie Pie”, non lontana dal mix finale. Ero completamente ipnotizzato, lo ascoltavo e riascoltavo, senza sosta. Ero follemente innamorato del mio pezzo ma non sapevo a chi farlo ascoltare, temevo che mi avrebbero riso dietro.

Una sera andai a trovare un amico DJ, uno famoso. Eravamo nel camerino di un locale e parlavo di produzioni e sperimentazioni. Gli dissi che avevo fatto una cosa fuori dagli schemi e ci accordammo per vederci a Brescia una notte e fare un po’ di ascolti insieme. L’appuntamento era fissato a mercoledì, in studio da lui. Era Gigi D’Agostino, un grande (anzi, il più grande) ed un amico. Ascoltammo parecchi demo e ad un certo punto mi chiese di quella “cosa strana” di cui gli parlai qualche giorno prima. Avevo un po’ di timore, quasi vergogna, ma poi presi coraggio e gliela feci ascoltare. Ero veramente emozionato, era la prima volta che qualcuno sentiva quella “cosa” di cui ero pazzamente innamorato. Ascoltò dall’inizio alla fine e mi disse che non avrei potuto rinunciare alla pubblicazione, perché era unico, fortissimo, sia nei suoni che nella voce. E mi fece una marea di complimenti. Quella notte Gigi mi diede il coraggio necessario per affrontare le case discografiche con orgoglio e consapevolezza di aver creato un pezzo fortissimo. Volevo però che la voce di Billie Holiday fosse “chiarita” nei crediti e che il disco non finisse con l’essere trattato come uno dei casi di sampling selvaggio. Insomma, aspiravo ad una major, ad un video in stile cartone animato e che solo dopo l’uscita sarebbe stato reso noto il mio nome come autore e produttore, facendo credere in un primo momento che fosse una licenza presa dall’estero. Andò proprio così: la EMI di New York autorizzò il sample di Billie Holiday e il disco fu pubblicato dalla Universal che credette molto nel progetto, finanziando un video in stile cartoon. Un anno prima, mentre guardavo la tv di notte, vedevo ovunque video di D’Agostino e gli mandavo degli sms tipo “sei su MTV” o “sei su Viva”. Quando “Sweetie Pie” raggiunse le vette delle classifiche curiosamente fu lui, costretto ad uno stop artistico per un problema fisico alla schiena, a scrivermi gli stessi sms. Nel 2002 stavano organizzando la festa annuale di Radio DeeJay al Peter Pan di Riccione in occasione del SIB, alla quale solitamente ero invitato ma quella volta fu diverso: mi chiamarono come ospite. Due settimane prima ero in auto e sento che in radio parlano della festa. Mi prese una morsa allo stomaco, non so il perché ma l’emozione era a mille. Andai in studio per capire come preparare il set di quella serata ma l’emozione non passava e quasi mi impediva di essere lucido. Staccai un attimo, mi collegai ad internet per vedere come procedeva la promozione della festa ed accadde un’altra magia. La data dell’evento era segnata 25 marzo 2oo2, coi 2 più grandi degli zeri. Guardai il disco della Holiday da cui tutto era nato, ed era stato registrato a New York il 25 marzo del 1944. Insomma lo stesso giorno ma esattamente di 58 anni prima. In quel momento mi calmai completamente e tutto mi fu più chiaro. Quella sera al Peter Pan suonai la versione originale del pezzo (per circa un minuto) in omaggio a Billie Holiday, poi la misi a 45 giri e tutti capirono cosa stesse succedendo, a seguire un remix realizzato appositamente. Non credo ci siano molti DJ ad aver avuto il coraggio di suonare un disco originale degli anni Quaranta, anche se per un solo minuto appena. Quando si parla di “Sweetie Pie”, comunque, non so se ad aver composto il pezzo sono stato io oppure se sia accaduto qualcosa che me lo ha fatto fare. In ogni caso per me è stato un sogno fantastico».

Negli anni Zero D’Ambrosio rivitalizza pure il progetto Mephisto, anche se a conti fatti “State Of Mind” resta il vero caposaldo della discografia, remixato dai Phunk Investigation e campionato da Ottomix & DJ Groovy in “Tiko Tiko”. «Ho piacere a sentire le rielaborazioni di chiunque lo faccia con amore e non solo per il gusto di farlo. La versione dei Phunk Investigation, che autorizzai, mi piaceva davvero tanto, loro hanno “sentito” le vibrazioni di “State Of Mind” rileggendole, altri invece si sono limitati al ripescaggio del sample vocale infilandoci sotto un “martello” ma perdendo tutta la magia. Non era solo “eluielaela” (ottenuto “cucendo” due voci presenti in un disco afro) anzi, forse l’anima del brano risiedeva proprio nella sua musica». (Giosuè Impellizzeri)

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Fishbone Beat – Always (Next Records)

FishboneBeatIl primo disco dei Fishbone Beat esce nel 1992, si intitola “Always” e viene pubblicato dalla Next Records del gruppo Energy Production, ai tempi ben attiva sul fronte licenze (SL2, Terrorize, General Base, Waxattack, Cajmere). Le influenze primarie provengono dalla house, in particolare dalla corrente progressive (da non confondere con la progressive trance di qualche anno più tardi) che inizia a propagarsi dall’Inghilterra. La Oval Mix (Oval è il nome del loro studio, a Venezia) mette insieme urgenze tipiche del dancefloor con sensibilità prog/ambient, arricchite da voci ed un arpeggio che si rivela trainante e vincente.

La Martini Beat Mix realizzata in collaborazione col DJ Paolo Martini gioca sugli stessi elementi non rivelando sostanziali differenze. A dispetto del nome che lascerebbe ipotizzare un lavoro più improntato sul ritmo, questa versione lascia spazio a presenze vocali più estese e corali. Dietro le quinte del progetto operano Davide Sabadin, Giuliano Disarò e Massimo Zennaro, ai tempi impegnati con numerosi alias per gestire collaborazioni con case discografiche diverse tra cui UMM, Heartbeat e DFC (per quest’ultima producono i singoli di Paraje insieme ad Alex Quiroz Buelvas, frontman di Ramirez, tra cui la fortunata “Animalaction”).

È Zennaro a svelare che «il nome Fishbone Beat nacque ispirandoci al noto gruppo rock americano Fishbone. Aggiungemmo il termine ‘beat’ considerando l’entità dance del risultato, e fummo confortati dal fatto che Fishbone Beat suonasse piuttosto bene. “Always” nacque come brano sperimentale: ai tempi fondemmo due filoni musicali che stavano prendendo piede nelle classifiche europee, la cosiddetta underground e la trance tedesca. Il cuore del pezzo fu realizzato piuttosto velocemente, l’idea di base era trovare un timbro elettronico originale che potesse dare un carattere specifico al brano. Riuscimmo nell’intento grazie al Waldorf Microwave, un sintetizzatore analogico-digitale costruito sulle ceneri del glorioso PPG, utilizzato negli anni Ottanta da molti artisti tra cui i Depeche Mode. In quel periodo peraltro ero il dimostratore ufficiale della Waldorf per l’Italia. Utilizzammo anche un campionatore Akai S1000 per parte delle ritmiche, un campionatore E-mu Systems Emax II per timbriche più elaborate ed una drum machine Roland TR-909. Il tutto fu mixato in un banco analogico Soundcraft Series 2400. Non ci ispirammo a nessun artista in particolare, volevamo escogitare una formula di composizione semplice ma originale e credo che ci riuscimmo. Il mix di “Always” vendette circa 16.000 copie ed entrò in una ventina di compilation. In totale, se la memoria non mi inganna, totalizzammo all’incirca 300.000 copie. Alla Next Records ci consigliarono di far partecipare anche un DJ alla produzione, così coinvolgemmo Paolo Martini che, entusiasta del brano, lavorò con noi in studio per editare la sua versione».

La fortunata formula che riverbera elementi progressive house/trance si ritrova pure nel seguente “Feel It”, dove compaiono vari vocal sample tra cui quello preso da “Something About The Music” di Wigan Express che viene contemporaneamente usato in “I Can Feel It” di Coconut Groove (su Pirate, gruppo Media Records). Come remixer invece mettono le mani prima su “The Traxx” di Miss Jones e poi su “Saturday Night” di Whigfield. Nell’autunno 1993, con l’uscita di “Je Le Fais Express (Satisfy)” cantato dalla francese Gladys Dartril, e col seguente “Save The Planet” dell’estate 1994, lo stile dei Fishbone Beat muta ed appare più pensato per il mercato italiano.

«Non ci fu nessuna forzatura esterna, entrambi i brani derivarono da scelte determinate dalla nostra volontà anticonformista che si schierava contro il sistema di editori e case discografiche che invece, una volta ottenuto il successo, desideravano solo follow-up fotocopia. Mi sono sempre sistematicamente rifiutato di clonare i miei brani, preferivo comporre cose nuove pur mantenendo uno stile che in qualche modo potesse contraddistinguere il marchio Fishbone Beat. In “Je Le Fais Express (Satisfy)” cercammo una formula più vicina alla canzone non ricorrendo a sample come fatto precedentemente, sviluppando nel contempo una melodia e ricercando una struttura armonica e timbrica che potesse ricordare il mondo degli anni Ottanta. Ricordo bene la faccia dei discografici e degli addetti ai lavori quando lo ascoltarono per la prima volta. Ci diedero indicazioni per modificare (non marginalmente!) la struttura del brano e facemmo finta di accettare. In realtà non apportammo alcuna variazione e, a dispetto di quei commenti, “Je Le Fais Express (Satisfy)” fu il singolo dei Fishbone Beat che vendette di più. Dopo “Save The Planet” decidemmo di fare un passo importante, coinvolgere una corista dei Pink Floyd, Carol Kenyon, e mettemmo in cantiere il singolo “We Will Fly”. Anche in quell’occasione ci fu una ricerca mirata su sonorità inedite ma purtroppo subimmo parecchie pressioni perché lo stile risultò troppo particolare, tanto che le radio non lo passarono. Nonostante tutto il singolo vendette oltre 6000 copie».

Massimo Zennaro dei Fishbone Beat (199x)

Massimo Zennaro in un live nei primi anni Novanta, mentre imbraccia una tastiera Yamaha KX5 collegata ad un campionatore E-mu Emulator III

Un trattamento simile viene riservato a “Goza Goza”, uscito nell’autunno del 1995: l’interesse per i Fishbone Beat da parte dei grandi network pare affievolirsi. «Per resistenze interne al team, decisi di sciogliere il gruppo di produzione lasciando ad uno dei componenti, Davide Sabadin, la libertà di continuare a produrre col marchio Fishbone Beat. Io infatti non partecipai a “Goza Goza”, né come musicista né come produttore (il disco fu firmato, come il successivo ed ultimo della serie “Do I Believe” del 1996, da Sabadin e Colinsky alias Claudio Collino, quello di Sueño Latino, Steam System ed Atahualpa, nda). Sono comunque felice per aver portato il mio contributo nella dance degli anni Novanta. Credo che Fishbone Beat fosse uno dei pochi gruppi di quel periodo a suonare rigorosamente live e non in playback nelle esibizioni dal vivo. Sono musicista, compositore e ricercatore nel campo del suono attraverso l’utilizzo di dispositivi elettronici, e in quegli anni Fishbone Beat mi diede la possibilità di misurare le mie capacità e continuare a vivere nella musica. Attualmente mi occupo di pop e colonne sonore ma non escludo a priori un possibile ritorno alla dance» conclude Zennaro.

Vale davvero la pena segnalare l’inserimento di “Always” nella compilation “Renaissance” curata da Sasha e John Digweed nel 1994: insieme a Fishbone Beat c’erano Leftfield, Sunscreem, Inner City, M-People, Fluke, Moby, Kym Mazelle, Spooky, Age Of Love ma pure altri italiani come Mephisto, Unity 3, V.F.R., Virtualmismo, Funk Machine, Corrado, MBG e Remake. (Giosuè Impellizzeri)

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