Onirico – Stolen Moments (UMM)

Onirico - Stolen MomentsIl catalogo UMM è una sorta di pozzo senza fondo: setacciando le oltre quattrocento pubblicazioni si possono tirare fuori sia successi ben noti dal grande pubblico, come “Move Me Up” degli X-Static o “Crayzy Man” dei Blast, di cui abbiamo parlato rispettivamente qui e qui, sia gemme sconosciute ai più, passate inosservate ai tempi della pubblicazione e rivalutate a distanza di qualche decennio, come “Racing Tracks” dei Visnadi o “Blow” di Ricky Soul Machine & Jackmaster Pez, a cui abbiamo dedicato un articolo qui e qui.

È anche il caso di “Stolen Moments”, un 12″ che la label campana pubblica durante il suo primo anno di attività, il 1991, quando l’italo house trova una sua dimensione lasciando da parte le pianate in stile “spaghetti” del periodo ’89-’90 a favore di evoluzioni in ambito deep/garage. Autore è Emanuele Luzzi, romano, che oggi racconta: «A spingermi verso il DJing furono sicuramente le feste tra amici d’infanzia che organizzavamo affittando locali abbastanza grandi o semplici garage, ma anche mio padre che tra le altre cose conduceva trasmissioni radiofoniche su Roma 103, Radio Hanna, Rai ed altre. Si chiamava Mario Luzzi ed era un giornalista e critico musicale specializzato nel jazz.

Mario Luzzi nel suo studio, Roma circa 1982

Mario Luzzi al lavoro nel suo studio (Roma, 1982)

Negli anni Settanta ed Ottanta casa mia era un viavai di musicisti provenienti da tutto il mondo, alcuni dei quali restavano nostri ospiti per alcuni giorni. Tra quelli che mi sono rimasti più impressi e che mi hanno ispirato con la loro personalità umile e geniale allo stesso tempo, ricordo con affetto Ornette Coleman, Don Pullen, Muhal Richard Abrams, Max Roach, Noah Howard, Giovanni Tommaso dei Perigeo, Paul Bley, Dexter Gordon e Byard Lancaster. Capitava spesso che mio padre mi portasse con sé a sentire dei concerti, a realizzare interviste o a partecipare a presentazioni discografiche. Ero abituato a fare molto tardi la notte e quotidianamente scoprivo qualcosa in più su mondi che fino a quel momento non pensavo nemmeno potessero esistere. Mio padre era una persona molto curiosa a cui piaceva scoprire sonorità sempre differenti. All’epoca le sue interviste (da Sun Ra a Miles Davis, passando per Herbie Hancock) e le tante discografie da lui curate, erano un punto di riferimento per tutto il settore musicale. Sin da giovane iniziò una significativa collezione di vinili che tuttora porto avanti dopo la sua prematura scomparsa avvenuta ad appena cinquantadue anni, mentre stavo per ultimare “A Tone Colour Of Onirico”.

Un’altra figura di riferimento è stata senz’altro quella di mio zio, barman di professione. Quando lui già lavorava da qualche anno presso la discoteca Papillon, a due passi dal Pantheon, cominciai a frequentare quel luogo ed iniziai a stare accanto al DJ che di volta in volta trovavo in consolle, osservandolo al lavoro. Mi piaceva vedere come metteva i dischi, come usava le mani, come decelerava i piatti e in che modo utilizzava i cursori del mixer. Guardavo solamente, non toccavo nulla, cercavo di carpire i suoi segreti in silenzio, con un occhio verso la pista. Era il 1977. Poi, in quella stessa discoteca, nei primi anni Ottanta fu aperta una seconda sala, molto più piccola, e io mi feci avanti per gestirla il sabato sera e la domenica pomeriggio. Mettevo un po’ di tutto, dalla new wave alla black music. Non prendevo una lira ma mi divertivo tantissimo mentre imparavo un mestiere ed avevo l’opportunità di conoscere tanta gente il cui unico obiettivo era ballare e divertirsi. La mia vita da DJ è andata avanti per alcuni anni e sono felice di aver fatto ballare migliaia di persone in locali come il Black Out, il Supersonic e Le Gambit, a Roma e in tante altre località».

Come avviene per moltissimi DJ di quel periodo, invogliati dalla tecnologia che rende meno oneroso incidere dischi rispetto a qualche anno prima, anche Luzzi approccia alla produzione discografica e pure in quel caso si rivela determinante un evento avvenuto durante la sua infanzia: «all’età di undici anni accompagnai mio padre in uno studio di registrazione» ricorda. «Lì mi trovai di fronte a Gil Evans, George Adams, Sun Ra, Irio De Paula ed altri impegnati in session di registrazione per la Horo Records, etichetta del produttore Aldo Sinesio. Durante qualche pausa capitava che mi mettessi a strimpellare il pianoforte oppure un organo ed anche un piano elettrico Fender Rhodes. In breve tempo per Sinesio diventai quasi un figlio. Mi prese talmente in simpatia da regalarmi un piccolo organo Antonelli. Da allora la mia vita si è incamminata verso la ricerca di suoni, con una buona base di teoria. Ho studiato pianoforte per lunghi anni seguito da maestri come Enrico Pieranunzi e Martin Joseph, ed inoltre ho studiato armonia, arrangiamento e musica elettronica. Per tutto il resto mi sono affidato al mio orecchio. A livello discografico, nel 1985 composi, arrangiai e suonai una traccia per la colonna sonora del film “A Me Mi Piace” di Enrico Montesano. Poi, nel ’90, mi proposero di realizzare una demo per il remix di “Dolce Vita” di Ryan Paris. Una volta ricevuto l’ok dall’etichetta olandese Arcade iniziai il lavoro su Atari che completai in Olanda e che prese il nome di Downtown Version».

Luzzi nel suo studio (intorno alla metà dei Novanta)

Emanuele Luzzi nel suo studio, in una foto scattata intorno alla metà degli anni Novanta

Da lì a breve Luzzi si trasforma in Onirico ed incide un singolo, l’unico con quel nome, per la citata UMM, tra le etichette house italiane più acclamate e ai tempi curata artisticamente da Angelo Tardio. Nella title track, “Stolen Moments”, i leggiadri lead tipici della deep house vengono increspati da lampi acidi, “Tribal Echo” elabora il senso del ritmo avvicinandosi al loopismo techno detroitiano, “Onirico” è sulla linea di mezzeria tra house e techno, con qualche rimando allo stile dei pionieri britannici come LFO ed 808 State, ed infine “Echo” tira il sipario flirtando ancora con house, techno ed acid. Un disco policromo insomma, non ascrivibile ad un genere ben preciso, con un baricentro in continuo movimento che lo rende assai più intrigante rispetto allo standard delle produzioni deep house dei tempi, ben fatte ma monotematiche dal punto di vista strutturale.

«Inviai a UMM una demo con le quattro tracce e successivamente il DAT col mix definitivo» prosegue Luzzi. «Lo pseudonimo Onirico mi venne in mente pensando a come la mia musica mi ricordasse l’atmosfera di certi sogni in cui riuscivo a corredare le immagini tipiche della fase onirica con la musica stessa. Per i pezzi usai molte macchine Roland (D-70, MKS-50, TB-303, TR-909, TR-808, TR-606, DEP-5, S-550, Jupiter-6) oltre ad un Korg KMS-30, un Alesis MidiVerb II ed un Oberheim Matrix 1000. Il computer era un Atari 1040 STF mentre il mixer un Fostex 1840, a cui si aggiunsero una centralina Simmons SDS8, diffusori Tannoy TP-1 ed altri coassiali autocostruiti. Non venne usato nessun compressore e tutto fu mixato live in diretta su un DAT Tascam DA-30. Questa tecnica di live recording l’ho sempre adottata in tutti i miei dischi perché la sento più umana. Ci misi quasi cinque mesi per finalizzare le tracce, lentezza dovuta soprattutto alla necessità di essere preciso e maniacale. I pezzi però iniziai a comporli molto tempo prima. “Stolen Moments”, ad esempio, nacque nel ’90, quando registrai la bozza col pianoforte su cassetta. Il resto lo cominciai a programmare verso la metà del 1991. Mi ispirai a Ryuichi Sakamoto, Yellow Magic Orchestra e New Musik. In particolare i venti secondi finali di “Tell Me A Bedtime Story” di Herbie Hancock hanno influenzato in qualche modo “Stolen Moments”. Non saprei dire quante copie vennero vendute ma so che ne furono stampate 1040, particolare che ricordo bene perché lessi un rendiconto della Flying Records in cui figurava questo numero che, guarda caso, era lo stesso del mio computer, il citato Atari 1040 STF. Rammento anche che quando ascoltai il disco, appena uscito, rimasi malissimo: rispetto al mio master su DAT, realizzato con tanta fatica e che suonava tremendamente bene, la stampa sul vinile aveva un suono terribile. Il risultato era senza dinamica, il bassline saturava sulle frequenze alte… insomma una tragedia e un vero disastro. Purtroppo non potei fare nulla, tutte le copie erano già state stampate e a tal proposito sconsiglio vivamente di acquistare il 12″ originale su UMM non solo per questo motivo ma anche per il prezzo, frutto unicamente di bieche speculazioni. Al contrario la ristampa su Flash Forward è pressoché perfetta ed infatti ha avuto la mia totale approvazione».

Oneiric

“A Tone Colour Of Onirico” che Luzzi firma come Oneiric nel 1992

Nel 1992 esce quello che pare il naturale seguito di “Stolen Moments” ovvero il menzionato “A Tone Colour Of Onirico”. A cambiare però è sia l’etichetta, la romana Mystic Records, che lo pseudonimo adottato da Luzzi, Oneiric, seppur foneticamente simile al precedente. «”A Tone Colour Of Onirico” andò esattamente come “Stolen Moments”, non ho mai avuto molti riscontri diretti. In quel periodo, musicalmente parlando, Roma era una piazza molto strana e difficile. C’era chi mi diceva di aver fatto un buon disco ma troppo difficile, un DJ italiano molto noto ed ancora oggi in attività sostenne invece che fossi troppo avanti. Da un lato questo mi suonò come un segno di grande stima, dall’altro avvertii un senso di colpa perché mi fece dubitare dell’utilità di aver pubblicato il mio lavoro in Italia. Per quanto riguarda il mercato estero, all’epoca non potevo avere idea di come stesse andando. Grazie a Facebook sono venuto a sapere, ma decenni dopo, che c’erano tante persone che possedevano i miei dischi e tante altre che li cercavano disperatamente. I miei lavori erano diventati oggetti di culto, molto considerati anche da DJ e musicisti del calibro di Aphex Twin, Derrick May, Luke Vibert, Speedy J, Steve Rachmad, JD Twitch e tanti altri. Le mie tracce venivano suonate nei rave più importanti di quel periodo e la stessa cosa accadeva in Italia ma lontano da Roma, al Matmos o al Club dei Nove Nove per esempio. Io però ignoravo tutto questo, non ne ero proprio al corrente. Grazie ad internet sono riuscito a ricostruire molte cose belle ed interessanti, quindi è stata una gran sorpresa entrare su Facebook ed incontrare persone che mi conoscevano bene.

Ad “A Tone Colour Of Onirico” sono legate due curiosità: la prima è che il disco doveva uscire su UMM ma alla Flying Records, dopo aver ascoltato il master finito, mi dissero che andava tutto bene tranne il suono di synth principale di “Emphasis” talmente fastidioso da essere cambiato o persino eliminato. Risposi che non avevo intenzione di modificare nulla. Peccato, perché molti anni dopo venni a sapere che invece Aphex Twin apprezzò molto; la seconda è che durante la registrazione di “Emphasis”, Sting, il gatto che viveva in casa con me (citato tra i ringraziamenti sul disco, nda), saltava da un synth all’altro, passando attraverso il mixer. Una volta, non so come, riuscì a creare il suono di synth principale della traccia, spostando con le zampette alcuni cursori del Roland Jupiter-8. Salvai immediatamente quel suono, senza modificarlo di una virgola. Ogni volta che ascolto quella traccia penso a lui. Per quanto riguarda l’alias di “A Tone Colour Of Onirico” invece, scelsi una variante dello stesso nome semplicemente per diversificare un lavoro dall’altro».

Nelle vesti di Oneiric Luzzi realizza anche “Gemini” con Vortex, sulla Synthetic nel ’95, tra progressive trance e più convincente rivitalizzazione del suono ambient house di fine anni Ottanta. Anche in quel caso però è un toccata e fuga e l’esperienza non viene replicata se non molti anni dopo e per un progetto che nulla divide coi tuoi trascorsi house, Gregory Tech. Pare inoltre che l’artista dosi con parsimonia la propria attività discografica anche negli anni in cui incidere musica può essere particolarmente remunerativo e redditizio. «Molti progetti preventivati ai tempi non sono neanche nati oppure sono stati stroncati sul nascere. Il destino ha voluto così. Tante demo furono bocciate, altre completamente ignorate. Quelle stesse demo che ben ventisei anni dopo la Flash Forward ha stampato e distribuito con grande entusiasmo. A pochi giorni dall’uscita di ogni disco è stato registrato un clamoroso sold out. I motivi della mia operatività discografica intermittente sono tanti e molti personali. Ce n’è uno però che posso dire: lo spirito critico. Sono stato consulente musicale, ho scritto di musica e l’ho recensita per molti anni su riviste specializzate come Stereoplay, Suono e Digital Audio. C’è chi pensa che io possieda una profonda conoscenza musicale e forse non ha tutti i torti, ma è anche vero che oltre alla consapevolezza serve l’umiltà di capire che se vuoi fare in modo che quello che hai da dire musicalmente resti nel tempo non devi per forza continuare a dirlo per sempre nella stessa maniera. La musica è un linguaggio e pertanto se hai da dire qualcosa è giusto che tu la dica, ma se non hai da dire nulla o se quello che hai da dire l’hai già detto è inutile parlare ancora. Fare musica non è un lavoro ma una forma d’arte, fatta di sperimentazione ed innovazione. L’arte innanzitutto è una condizione dell’anima ed è in questo che la musica si distingue da qualsiasi altro tipo di lavoro. Il lavoro ti dà la possibilità di sopravvivere più o meno dignitosamente mentre la musica ti eleva e ti porta lontano, dove vuoi. A questo punto una domanda mi sorge spontanea: se la musica è un lavoro, perché molti si definiscono artisti?».

Studio di Luzzi (metà anni Novanta)

Emanuele Luzzi ancora nel suo studio intorno alla metà degli anni Novanta

Come anticipato poche righe fa, sia “Stolen Moments” che “A Tone Colour Of Onirico” sono stati recentemente ripubblicati da Flash Forward. Nel 2017 è giunta sul mercato, sulla stessa label, anche “Aurora”, un pezzo rimasto nel cassetto per lunghissimo tempo. «Era in uno dei pochi DAT scampati ad un incendio che purtroppo ha investito il mio studio anni fa» precisa Luzzi. «Ci tengo molto a quella traccia che realizzai nel ’92, nello stesso periodo di “A Tone Colour Of Onirico”. Anche “Aurora” fu bocciata e scartata ma nel 2017, dopo la sua uscita su Flash Forward, è andata sold out in pochissimi giorni».

A proposito di ristampe di brani del passato: oggi viviamo anni di continui ripescaggi, specialmente sonori. Le nuove generazioni, fatte ovviamente le solite eccezioni, sembrano essere attratte più dall’esercizio di replicare le gesta dei grandi del passato, anche attraverso strumentazioni vintage spesso pagate a caro prezzo, piuttosto che ideare cose autenticamente nuove. Questo atteggiamento “tributativo” non è forse controproducente per l’evoluzione della musica stessa? È paradossale che con la tecnologia del 2019 si tentino di fare pezzi quanto più vicini possibili a quelli di almeno venticinque anni prima. «Secondo me la musica è arrivata al suo apice evolutivo» ammette risolutamente Luzzi. «Le ragioni sono diverse e dipendono anche da chi la fa, da chi la produce e da chi l’ascolta. Lo ripeto sempre: non c’è arte senza sperimentazione. Se replichi il passato la musica non potrà andare avanti. Bisogna sperimentare, sempre. L’atteggiamento “tributativo” purtroppo esiste anche in altri generi come nel jazz. In Italia va avanti il tributo verso tutti gli artisti del passato, con rivisitazioni di dubbio gusto e spesso raffazzonate. È un problema generale che credo non si possa risolvere. La musica secondo me, e parlo di musica in generale non solo della dance, è totalmente ferma al passato. Ci sono artisti che hanno veramente qualcosa da dire ma sono completamente oscurati dalla mediocrità. Mettiamoci pure che la buona musica si sta estinguendo proprio perché non si sperimenta più. Sono troppo pessimista quando dico che siamo arrivati al capolinea? Questo non vuol dire però che non bisogna più suonare perché è già stato detto tutto. Suonare fa bene allo spirito, ascoltare musica anche, ma la creatività è ferma. Comporre non è facile come non lo è arrangiare. Serve studio, costanza e molto tempo e a me sembra che molti abbiano troppa fretta. Basta dare un’occhiata a Discogs per rendersi conto che ci sono musicisti o DJ che hanno realizzato una quantità incredibile di dischi in poco tempo, considerando anche i remix e le collaborazioni. In mezzo a tutte queste produzioni i capolavori si contano sulle dita di una mano».

Si auspica comunque l’esistenza di nuove possibilità “esplorative” in ambito techno/house, che diano facoltà di evolvere generi musicali con alle spalle una storia ormai pluritrentennale, anche se Luzzi appare totalmente scettico in merito. «Credo che ormai non ci siano più speranze. Ovviamente la musica è un fatto di gusti personali sui quali alla fine c’è poco da dire, conta solo quello che sente l’orecchio. Gli artisti veri però sono pochi e sarà davvero molto difficile che possano dare una spinta significativa. Ritengo che le possibilità esplorative siano teoricamente infinite ma quando vedo certi live set con quei tavoli lunghi pieni zeppi di synth modulari, centinaia di cavetti ingarbugliati e tutte quelle lucine colorate che non ho mai visto lampeggiare neanche nei flipper degli anni Cinquanta, mi devo ricredere. Prima della tecnica c’è il pensiero. Avere un sacco di roba costosa per fare un set non ha senso se non riesci a comunicare la tua personalità, a stabilire quella elettricità, quel contatto col pubblico che fa vibrare, che fa sognare ed amare la musica. Se la musica è sincera e originale allora può, secondo me, toccare veramente l’anima, anche con pochissimi strumenti. Se riesci a toccare l’anima, le persone conserveranno un ricordo indelebile di quella serata. Ci vuole tempo poi, non smetterò mai di ripeterlo. È il modus operandi che è sbagliato. Per questa ragione non vedo un ricambio, non c’è un avanzamento musicale di qualità. Anzi, è il brutto ad avanzare. Faccio molta fatica ad ascoltare le novità discografiche, su cento dischi se ne salvano pochissimi. Sento solo un tentativo di rinfrescare il già sentito. Non lo dico da musicista ma soprattutto da ascoltatore e da appassionato che compra dischi, tanti, e che ascolta molta musica durante la giornata, dalle fonti più disparate. Gli artisti che hanno fornito una sensibile spinta in avanti sono quelli che ancora oggi influenzano house e techno con le loro tracce del passato». (Giosuè Impellizzeri)

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Indiana – All I Need Is Love (Volumex)

Indiana - All I Need Is LoveL’eurodance degli anni Novanta consacra una sfilza interminabile di hit che marchiano con inchiostro indelebile la memoria di un’intera generazione. Successi inebrianti e galvanizzanti ma non sempre duraturi si rincorrono facendo la staffetta, diventano la colonna sonora di migliaia di giovani e fanno la fortuna di compositori ed imprenditori discografici che, di quella musica considerata “usa e getta” in ambienti accademici, riescono a venderne anche milioni di copie in tutto il mondo. A minare la stabilità degli act è una serie di variabili, dal gusto mutevole del pubblico al cambio repentino dei trend, ma anche problematiche legali proprio come nel caso di Indiana, progetto emerso durante l’autunno del 1994 e prodotto dal team dei Sonora inizialmente formato da Alessandro Bertagnini e Vito Mastroianni meglio noto come Vito Ulivi, ai quali si aggiungono poi Ciro Pisano e la cantante Danila Gimmi.

Vito Ulivi (tra 1994 e 1995)

Vito Ulivi in una foto scattata tra 1994 e 1995

«Iniziai a lavorare nella discografia nel 1987 attraverso “Killing For Love” di Scarface» racconta oggi Ulivi. «Non era facile, come oggi, entrare nel mondo della musica. Nel mio caso ad introdurmi nell’ambiente fu un produttore ligure, Pasquale Scarfì, che operava in quell’ambito già da parecchi anni. Mi coinvolse come cantante per il pezzo di Scarface pubblicato dalla Merak Music, etichetta molto in voga all’epoca e che in catalogo aveva i dischi di una giovanissima Alba Parietti (di cui abbiamo parlato qui, nda) ma soprattutto le hit di Valerie Dore come “Get Closer”, “The Night” e “Lancelot”. Nel 1988 uscì “Beauty’s Flash”, il follow-up di “Killing For Love”, ma passò pressoché inosservato. Seguì “Slave Of Passion” per la Many Records di Stefano Scalera. A cantare quella volta fu Markus ovvero Marco Guerzoni, che nel ’96 arrivò al Festival di Sanremo con “Soli Al Bar” insieme ad Aleandro Baldi. Il pezzo girava sul suono di un organo hammond, i cori furono curati da Betty Vittori e venne mixato da Mario Flores nel suo Heaven Studio a Rimini, ma nonostante tutto si rivelò un flop totale. Era un periodo piuttosto strano, l’italodisco, che aveva retto praticamente per tutti gli anni Ottanta, stava tramontando ed entrò in piena crisi. Si iniziò a sentire aria di cambiamento con la house music che giungeva d’oltreoceano».

 

team Sonora (tra 1994 e 1995) da sx a dx Danila, Vito, Alex, Ciro

Il team dei Sonora al completo a metà anni Novanta: da sinistra Danila Gimmi, Vito Ulivi, Alex Bertagnini e Ciro Pisano

Per Ulivi il riscatto arriva negli anni Novanta ma sarà tormentato da varie difficoltà. Nell’intervista raccolta anni fa per Decadance Appendix il compositore rivela di aver portato “All I Need Is Love” sulle scrivanie di molti A&R ma senza sortire riscontri positivi. Il pezzo continuava a non essere capito e quindi rifiutato. A cambiare le sorti sono Fabrizio Gatto e Claudio Ridolfi della Dancework, che credono nell’idea e lo pubblicano su una delle etichette più note del gruppo, la Volumex, reduce dallo straordinario successo estivo di “Gam Gam” di Mauro Pilato & Max Monti. «Nonostante fosse un periodo in cui i mix di musica dance vendessero ancora molto, c’era davvero scarsa propensione ad uscire dai trend del momento. Col DAT in tasca di “All I Need Is Love” io e Bertagnini girammo a lungo per Via Mecenate, a Milano, lì dove erano raggruppate moltissime etichette dance indipendenti, ma senza risultato. Se non ricordo male il primo ad ascoltarlo fu Claudio Diva che lavorava per la Discomagic di Severo Lombardoni. Non gli piaceva la cassa e lamentò l’assenza di effetti in voga in quel periodo. Non so se avesse prestato sufficiente attenzione alla melodia e alla voce, ma nel suo giudizio c’era comunque qualcosa di vero. Coi nostri scarsi mezzi (disponevamo di uno studio allestito da Bertagnini tra le mura domestiche) il pezzo non suonava in modo eccelso anzi, la cassa era proprio orrenda. Se la memoria non mi inganna, poi lo portammo alla Venus Distribuzione del citato Scalera dove lo ascoltò Domenico Gallotti alias Mimmo Mix, ma anche lui lo bocciò perché suonava davvero male. A quel punto decidemmo di provare con Fabrizio Gatto della Dancework che però non era in ufficio. Lasciammo il DAT al suo socio, Claudio Ridolfi, il quale ci garantì che glielo avrebbe fatto sentire al più presto. Qualche giorno dopo effettivamente giunse il verdetto, questa volta positivo. Finalmente qualcuno apprezzava la nostra idea».

“All I Need Is Love” nasce nel solco della eurodance rivista in chiave italo, di quella à la Corona per intenderci, in cui melodia e canzone sono i veri pilastri compositivi ed attorno a cui ruota il tutto. Ben cinque le versioni finite sul 12″: la Sing Mix, la Eurodance Mix e la Versilia Mix contengono tutti gli elementi classici del genere che da noi vive il suo apice tra 1993 e 1994. Nella Love Guitar Mix fa capolino il suono di chitarra, a strizzare l’occhio ai successi dei teutonici Jam & Spoon, ma a fare la differenza alla fine è la Cat Mix realizzata da Fabrizio Gatto, una vecchia conoscenza della dance nostrana sin dai tempi di Doctor’s Cat (“Feel The Drive”, “Watch Out!”), Raggio Di Luna (“Comancero”) e Martinelli (“Voice (In The Night)”, “O. Express”, “Revolution” e soprattutto “Cenerentola”). L’incalzante ritmo che sfora i 150 BPM (velocizzazione che proprio in quei mesi contagia gran parte della dance mainstream), abbinato ad un altrettanto incisivo fraseggio di synth che incornicia la parte cantata si rivelano determinanti per smarcare il brano dalla miriade di pezzi eurodance troppo simili uno all’altro.

 

Flyer Indiana

Mariarita Arcuci, immagine degli Indiana, su un manifesto promozionale del 1995. Il nome è già variato in Diana’s per ragioni legali.

«La versione iniziale di “All I Need Is Love” la realizzammo con pochissimi strumenti, un expander della Roland ed uno della Oberheim da cui prendemmo dei bellissimi violini, una Roland TR-909 per la ritmica ed un campionatore Akai S900 seppur non avessimo fatto uso di nessun sample. A cantare il testo, scritto da Nicoletta Merletti, fu Danila Gimmi ma per gli spettacoli dal vivo assoldammo una bella ragazza (l’allora ventunenne Mariarita Arcuci, che fornisce l’immagine pubblica al progetto così come si usa fare allora e come descriviamo in questo ampio reportage, nda). Il tutto venne assemblato mediante un computer Atari 1040ST sul quale girava il sequencer Notator della Emagic. Il mixaggio lo facemmo con un mixer Soundcraft e passammo i pezzi su un registratore a bobine Tascam a otto piste. Realizzammo ben sette versioni ma a spopolare fu quella a 155 BPM che fece Gatto. In seguito uscirono altri remix realizzati dagli Spherika (Maurizio Parafioriti e Paolo Galeazzi), Fabio Cozzi, Mauro Pilato e Max Monti e Two Cowboys (artefici della hit internazionale “Everybody Gonfi Gon” pure quella oggetto di una bega legale, nda). In Italia “All I Need Is Love” vendette, tra 12″ e CD singolo, trentamila copie e si mosse molto bene anche in Spagna e Regno Unito. La London Records era già pronta a mandare in giro i promo ma quando seppe dei problemi che stavamo avendo a causa del nome bloccò tutto».

Indiana - Una Scossa Al Cuore

La copertina del primo singolo che Giulia Del Buono firma come Indiana. A pubblicarlo, nel 1990, è la Ricordi

Il grattacapo a cui si riferisce Ulivi è innescato dalla cantante romana Giulia Del Buono, discograficamente attiva sin dai primi anni Ottanta e transitata attraverso varie case discografiche, dalla Ricordi alla Discomagic sino alla Drohm del gruppo Flying Records capitanato da Flavio Rossi. Pare che la Del Buono detenesse l’esclusiva del marchio Indiana, alias a cui lega la propria attività artistica dal 1990 col singolo “Una Scossa Al Cuore”, arrangiato e prodotto da Cristiano Malgioglio. Claudio Ridolfi, nella testimonianza raccolta anni fa per il primo volume di Decadance, spiega che, nonostante la causa non sia mai andata in giudizio, una transazione tra Dancework e Flying Records porta alla perdita definitiva del nome Indiana. Ulivi e soci ripiegano prima su Indiana Day, per il remix di “All I Need Is Love”, ma poi si vedono costretti a ricorrere allo pseudo anagramma Diana’s per il singolo “You Are My Angel” del 1996, annunciato come “Angel” durante l’estate del 1995 . Curiosamente in quegli anni in Italia si rinviene un terzo progetto di nome Indiana, quello che nel 1992 appare col brano omonimo sulla Strength Records, sublabel della Propio di Stefano Secchi. Lo scarso successo, probabilmente, lo rende invisibile al radar della cantante romana.

«Giulia Del Buono aveva effettivamente registrato il marchio Indiana e tramite il suo avvocato riuscì persino a bloccare una importante compilation in uscita della Dig It International, creando a noi e alla Dancework un danno non indifferente» spiega Ulivi. «Il cambio di nome imposto proprio mentre il nostro pezzo esplodeva generò molta confusione nel pubblico. La Del Buono sfruttò e cavalcò il successo di “All I Need Is Love” e tra ’95 e ’96 incise per la Drohm/Flying Records vari singoli» (“Tears On My Face (I Can See The Rain)”, “Together Again”, rispettivamente coi remix dei Da Blitz e dei Ti.Pi.Cal., e “I Wanna Be Loved”, nda).

Indiana adv DiscoiD luglio 1995

La pagina promozionale tratta dal magazine DiscoiD di luglio 1995 attraverso cui la Dancework informa del cambio di nome di Indiana

A poco servono gli advertising che la Dancework diffonde nel 1995 attraverso i magazine specializzati per chiarire che Diana’s fosse la nuova identità dell’Indiana di “All I Need Is Love”. Il follow-up, “You Are My Angel”, non riesce a bissare il successo. Difficile però stabilire se sia stato effettivamente solo il cambio di nome ad inficiare gli sforzi, ma senza dubbio l’identità, dopo un grande successo, risulta un elemento fondamentale. Basti pensare a quante etichette discografiche abbiano vincolato contrattualmente l’uso degli pseudonimi per impedire che gli stessi autori potessero sfruttarli stringendo nuovi accordi con aziende concorrenti. Ulivi e Bertagnini comunque continuano a produrre musica ma convogliandola su progetti nuovi di zecca come Jaya e No “Cindy” Joke, poco noti in Italia. «“Falling In Love With You” di Jaya ebbe un buon riscontro in Brasile, “Don’t Make Me Cry” di No “Cindy” Joke invece funzionò bene in Giappone. Nel ’97 incisi per la Joop Records, sempre del gruppo Dancework, “El Baile De Sanvito” di El Pube, un brano realizzato in un giorno appena sulla scia di “2 The Night”, il tormentone dei La Fuertezza tratto dal film “Il Ciclone” di Pieraccioni. In quel caso mischiai, con l’aiuto di un amico, percussioni vere e campionate. Nel ’98 invece uscì, su Dancework, “Lupi Cattivi” di Gianluigi Buffon, un singolo realizzato a supporto di una campagna del Telefono Azzurro. L’idea di far rappare il noto portiere insieme ad un gruppo di bambini ed un tenore fu proprio mia. Buffon, allora mio compaesano, fu entusiasta del pezzo, peccato che non sortì risultati degni di nota. Del mio passato ricordo anche “Walking In Paradise” di Suspiria, uscito prima di “All I Need Is Love”. Lo feci ascoltare a Roberto Zanetti della DWA che lo avrebbe visto bene per il progetto Corona, e a tal proposito mi consigliò di portarlo a Checco Bontempi. Noi però non eravamo convinti e preferimmo pubblicarlo per conto nostro commettendo un grosso errore. Dopo i primi tentativi del 1987 e 1988, tornai alla dance nel ’91 giocando in un piccolo studio casalingo. Mai avrei potuto immaginare di arrivare a prendermi così tante belle soddisfazioni» conclude Ulivi. (Giosuè Impellizzeri)

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Ricky Soul Machine & Jackmaster Pez – Blow (UMM)

Ricky Soul Machine & Jackmaster Pez - BlowAll’anagrafe si chiama Roberto Pezzetti ma il mondo della musica house lo conosce come Jackmaster Pez, alias che rimanda ad uno dei personaggi chiave di Chicago, Farley “Jackmaster” Funk. La sua carriera però inizia circa un decennio prima rispetto alla nascita della house. Corre il 1977 infatti quando Pezzetti comincia ad armeggiare come DJ. «Ero praticamente un adolescente e i miei coetanei non capivano quando parlavo del disc jockey come figura professionale» racconta oggi l’artista. «I miei genitori erano titolari di un negozio di elettronica e ciò per me ebbe una doppia ripercussione. Da un lato fu una fortuna, come racconterò più avanti, dall’altro invece si rivelò tutt’altro perché fu arduo uscire da quel guscio. Poiché primogenito, i miei avevano già progettato il mio futuro e quindi dal 1977 al 1985 fui costretto ad alternare il lavoro in negozio a quello da DJ. Tuttavia mi reputo molto fortunato perché in quegli anni ho avuto l’opportunità di vivere un momento storico come l’avvento della disco music in Italia. Sino a poco tempo prima le novità musicali si potevano sentire solo alla radio (nei programmi di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni) o nelle sale da ballo. Nel ’78 andavo a sentire spesso, coi miei amici di allora, Claudio Cecchetto al Divina di Milano. Radio DeeJay non esisteva ancora e i club del capoluogo lombardo erano appena due o tre e in uno di questi venne invitato come ospite un DJ che veniva nientemeno che dallo Studio 54 di New York, Tony Carrasco. Erano gli anni in cui si cominciava a vestire griffe come Armani e Versace, ad usare automobili tedesche come BMW e Mercedes, ed anche se duramente contestato dalla generazione precedente, per noi quel momento fu bellissimo ed ogni giorno c’era puntualmente qualcosa di nuovo da scoprire.

Credo che il fattore determinante che mi spinse verso questa professione fu, paradossalmente, la mia enorme timidezza. Allora nelle festicciole casalinghe si usavano degli stereo per mettere musica ma io all’idea di ballare o chiedere ad una coetanea “balli con me?” su un lento, usato solitamente per approcciare, non volevo proprio cedere. Preferivo quindi nascondermi nel buio per gestire e selezionare la musica. Grazie al negozio dei miei genitori possedevo due impianti stereo, senza mixer, che adoperavo per passare da un brano all’altro sfumando i volumi. Inconsapevolmente facevo il DJ già ad undici anni.

 

La prima serata da DJ nel parco di casa, giugno 1977

Un giovanissimo Jackmaster Pez alla sua prima esperienza come DJ nel parco della villa dei suoi genitori, giugno 1977

Il primo approccio con un impianto professionale risale comunque al ’77, nel parco di casa mia dove iniziò la mia carriera. I giradischi Technics a trazione diretta esistevano ma non erano ancora provvisti di regolatore di velocità e le parti ritmiche dei dischi, realizzate da batteristi in carne ed ossa, non erano quantizzate e spesso non permettevano di fare mixaggi lunghi. Il beat non perfettamente a tempo come quello delle macchine e la stesura stessa dei brani non prevedeva break per le miscelazioni, quindi mixare era tecnicamente possibile in due modi, o con le dita sull’etichetta centrale, cercando di mantenere il disco a tempo, o a strappo. In quell’occasione il mixer lo ebbi in prestito da una radio. Aveva due canali e per ogni giradischi dovevo usare due cursori, che fatica! Qualche settimana dopo misi piede nel primo club dove trovai gli storici giradischi Lenco con cui poter variare la velocità non solo a 33 e 45 giri ma anche a 16 e 78, insomma roba preistorica. Toccare quella maledetta levetta per aumentare e diminuire la velocità era praticamente impossibile, la trazione era a cinghia e il disco impiegava un’eternità prima di prendere la velocità settata. Se provavi a regolarlo mentre suonava saltava inevitabilmente la puntina quindi, a parte il vantaggio della regolazione iniziale, la tecnica di mixaggio restava quella descritta prima. Durante un’estate ebbi la possibilità di utilizzare finalmente due giradischi a trazione diretta e con regolazione di velocità, i Thorens, ma avvenne una cosa impensabile: più volte le zanzare si posavano sui pulsanti elettronici che variavano la velocità da 33 a 45 giri e la cambiavano in modo casuale. Talvolta, ai tempi, mi portavo dietro anche alcune coppie di casse per migliorare l’impianto del locale, senza ricevere alcun bonus dal gestore ovviamente. Insomma, il mio era vero e proprio amore per ciò che facevo.

Jackmaster Pez negli anni Ottanta, a sx presso il Gattopardo di Novara, a dx al Bahia's Club all'Isola d'Elba

Jackmaster Pez negli anni Ottanta: a sinistra in consolle al Gattopardo di Novara, a destra al Bahia’s Club all’Isola d’Elba

Pian piano riuscii a suonare nei migliori club della provincia come il Gattopardo di Novara, la mia città natale, e il Maciste di Vercelli, oltre a lavorare stagionalmente in località meravigliose come Taormina, al Septimo, e all’Isola d’Elba, al Baia’s Club. Veri momenti indimenticabili li vissi però in un locale innovativo come il No Ties di Milano: l’animazione lì non esisteva, la facevano in modo spontaneo le commesse di Fiorucci col patron Elio presente come cliente in sala. Allo stesso modo non esistevano pubbliche relazioni. Il No Ties fu ideato ed artisticamente gestito dal geniale Cesare Zucca, un personaggio che mi ha insegnato a lavorare. La sua creatività lo portò alla finta gravidanza inscenata dalla Bertè al Festival di Sanremo 1986, tanto che Loredana divenne nostra ospite fissa. Gli anni Ottanta erano trascorsi per metà, ed io avevo vissuto in pista i miei miti di allora, come Sylvester, ma a quel punto decisi di prendermi una pausa. Amavo la new wave ma la musica nei locali era cambiata. Trovavo molto più creativo dedicarmi alla direzione artistica del No Ties e di altri club. Ricordo che durante un party americano coi Frankie Goes To Hollywood, Holly Johnson venne in consolle chiedendomi di regalargli l’uniforme da marinaio che indossavo. Non accettai però da lì a poco passai la loro “Relax” scatenando l’ira di Cesare Zucca che mi urlò di tutto rammentandomi che quella fosse una serata “only USA”. L’avventura continuò dopo quando mi ritrovai con la band a scorrazzare per Milano a bordo di un taxi. Johnson si abbassava i pantaloni mostrando il fondoschiena dal finestrino, e poi finimmo a divertirci tutti insieme nel club d’avanguardia del momento, il Plastic. Insomma, il primo decennio della mia carriera da DJ lo trascorsi in questo modo».

Tra 1986 e 1987 le cose iniziano a cambiare. L’arrivo e l’esplosione della house si rivela determinante per la nascita di un nuovo corso storico, legato tanto al tipo di musica quanto al modo di vivere la notte. Comincia a farsi largo l’idea di una club culture sino a quel momento consumata in modo meno viscerale. Inoltre l’avvento di nuove tecnologie avrebbe aperto le porte a compositori non necessariamente capaci di suonare uno strumento, e questo crea una sorta di cortocircuito. «Il 1986 fu l’anno che segnò l’evoluzione della mia attività e che mi portò a concretizzare un sogno, diventare produttore discografico» prosegue Pezzetti. «Ebbi la fortuna di incidere i primi brani nello studio digitale più grande d’Europa, il Logic Studio dei fratelli La Bionda, a Milano, dove avrebbero messo piede, qualche anno più tardi, anche i Depeche Mode. Io e il mio partner di allora, Enrico ‘Ricky Soul Machine’ Pannuto, autore dei testi e cantante, fummo costretti a venderci la macchina per pagare l’affitto di quello studio ma gli sforzi vennero ripagati alla grande visto che il primo singolo del nostro gruppo Talk Of The Town, “U Can Dance” uscito nel 1987, raccolse un enorme successo radiofonico. Insieme a noi figuravano anche Marco Guarnerio, chitarrista ed ingegnere del suono, e Roberto Baldi, tastierista, oltre all’arrangiatore Steve Piccolo. La “band”, autoprodotta su una label nata per l’occasione, la Talk Of The Town International, durò un paio di anni circa che vivemmo da vere rockstar, e ripensarci oggi mi fa davvero sorridere. Una volta volevamo arrivare nel locale in cui era previsto un nostro show persino in elicottero! In tasca non avevamo una lira ma ci sentivamo comunque sul tetto del mondo quando salivamo in auto, accendevamo la radio e trasmettevano la nostra “U Can Dance”. Facevamo autopromozione consegnando personalmente i dischi ai grossisti, essere una label indipendente implicava anche quello. Le cose sarebbero state molto più semplici se avessimo firmato un contratto con una casa discografica ma non volevamo nessuna interferenza artistica e pensavamo in grande, quindi decidemmo di andare avanti da soli e con le nostre forze. Fu allora che, alla ricerca di musica innovativa per raccogliere nuove idee, iniziai ad ascoltare le prime compilation house giunte da Chicago.

Il primo pezzo di quel genere con cui entrai in contatto fu “Love Can’t Turn Around” di Farley “Jackmaster” Funk e Jesse Saunders ma quando lo feci sentire agli altri membri dei Talk Of The Town ricevetti un responso che mi gelò. Per loro era solo una banale batteria elettronica, non era musica “vera”. A me stare seduto in studio a produrre piaceva ma per il resto l’attività dei Talk Of The Town si riduceva a fare finta di eseguire il brano davanti a migliaia di persone. Nel mio caso mimavo di suonare il basso per tre minuti, interminabili. Nell’estate del 1988, anno in cui esce il secondo singolo dei Talk Of The Town intitolato “Amor”, avvenne qualcosa che cambiò le carte in tavola. Durante la pausa di una tournée, l’abbinamento tra house music ed ecstasy provocò in me una vera esplosione. Ebbi la sensazione di percepire il futuro ma, per quanto riguarda la droga, fu solo un sentore illusorio. Tornai in studio urlando e sostenendo che fosse giunto il momento di smetterla con quella musica dance. Pannuto pensò che fossi impazzito, prese la tastiera e il computer e se ne andò. In quel momento per me iniziò una nuova avventura con la house music attraverso una fase durata nove mesi in cui si susseguirono party continui a casa mia, dove allestii anche un piccolo studio. Quel posto lo chiamai “Clinica” e fu meta e ritrovo di amici che accorrevano da ogni parte d’Italia per ballare house music tutta la notte. Credo fosse tra i primi in assoluto nel nostro Paese a poggiarsi su quel tipo di concept. Ai tempi, parlo del 1988/1989, c’era il Principe a Milano con Leo Mas che chiudeva alle due di notte, e il Macrillo ad Asiago che invece vantava serate lunghe ben dodici ore con DJ ibizenchi. La house però non sembrava avere chance per attecchire. I discografici riducevano i demo di house music a banali “jingle pubblicitari” e i club non credevano affatto in quel genere, definendolo “musica per drogati”. Nonostante tutto rinunciai alla fama e al successo che avevo conosciuto coi Talk Of The Town per iniziare un nuovo “viaggio lisergico” dopo quello del ’68 che non vissi perché avevo solo otto anni. Esattamente un ventennio dopo si ripresentò questa possibilità e non potevo lasciarmela scappare per nessuna ragione al mondo. I miei riferimenti divennero la Nu Groove, etichetta culto, e maestri indiscussi come Frankie Knuckles, Lil’ Louis e successivamente i Masters At Work. Guarnerio e Baldi proseguirono nel solco pop producendo con Claudio Cecchetto moltissime cose compreso gli 883, in netta antitesi con quanto iniziai a fare io. Guadagnarono molti più soldi ma a me non interessava affatto, non era il denaro la mia meta».

1988, in alto il gruppo che segue i party del Clinica, in basso Jackmaster Pez alla consolle de Le Cinemà, Milano

Jackmaster Pez e la house music nel 1988: sopra una foto del gruppo che segue i party casalinghi del Clinica, sotto il DJ impegnato alla consolle de Le Cinemà, a Milano

Mentre la Talk Of The Town International termina il suo breve cammino con “Life Is An Illusion” di Sound Of Clinica, nome scelto per rammentare quei party casalinghi organizzati tra 1988 e 1989, Jackmaster Pez apre una nuova parentesi della sua carriera. Gli anni Novanta nascono sotto il segno della house e lo vedono in azione in molti locali tra cui il milanese Lizard a cui viene dedicata una scheda nell’album di figurine “Discoteche D’Italia” edito da Panini nel 1993. Proprio all’interno del Lizard si tiene la one night Matmos ideata dal compianto Marco Tini, con una consolle che Pez condivide, come testimonia una figurina nel citato album, con Luca Colombo, Giorgio Matè e Bruno Bolla. I tempi sono propizi per la discografia indipendente e la creatività in ambito nightlife, ma sul mondo della musica da discoteca già aleggiano seri problemi come quello delle cosiddette “stragi del sabato sera” che condizionano in modo sensibile l’opinione pubblica suscitando la netta disapprovazione dei benpensanti, con ripercussioni probabilmente mai assorbite del tutto. «Prima di arrivare al Lizard il Matmos si teneva al Beau Geste (come racconta Bruno Bolla qui, nda) ma io non ne facevo ancora parte. Allora suonavo saltuariamente presso il neonato Cocoricò. Iniziai il Matmos tra ’91 e ’92 al Linea dove c’era pure Andrea Gemolotto. Pensare alla tragica morte di Marco Tini mi fa commuovere ancora e non nascondo che oggi mi capita di pensare all’evoluzione che avrebbe potuto avere la mia vita artistica se lui fosse ancora vivo. Marco aveva organizzato tre serate settimanali, il giovedì con Ralf, il venerdì con Ricky Montanari, Flavio Vecchi e Luca Colombo, il sabato con Giorgio Matè, Luca Colombo, Bruno Bolla ed Andrea Gemolotto. Io avrei suonato sia il venerdì che il sabato. L’inaugurazione di quella stagione la passammo in compagnia di Frankie Knuckles. Quando il Matmos arrivò al Lizard nella stagione ’92-’93, cambiò tutto. Dopo lunghe e sofferte discussioni causate dai club che cercavano di avere me e Colombo a tutti i costi, il nostro compenso passò da qualche centinaia di migliaia di lire ad un milione, cifra impensabile sino a pochi anni prima.

La figurina Panini

La figurina dell’album Panini (1993): da sinistra Giorgio Matè, Luca Colombo, Bruno Bolla e Jackmaster Pez

L’house music e il mondo delle discoteche iniziarono a vivere il boom e testimone di ciò fu proprio l’album delle figurine Panini. Tra i clienti abituali del Matmos c’era Grace Jones e quando cambiava il DJ in consolle spesso doveva intervenire la sicurezza. Erano anni magici, nessuno avrebbe mai pensato che con una musica così di nicchia saremmo diventati tanto famosi. I DJ statunitensi restarono stupiti quando venivano ingaggiati come guest in locali italiani, c’erano persino programmi televisivi e riviste ad occuparsi di clubbing e per loro l’Italia divenne l’equivalente dell’America vista coi nostri occhi. Per quanto riguarda invece le stragi del sabato sera, il fenomeno venne innescato principalmente dall’enorme nomadismo degli appassionati disposti a viaggiare per tutto lo Stivale pur di rincorrere i propri beniamini della consolle. Una volta al mese andavo a suonare in Riviera o in Veneto organizzando dei pullman. La festa iniziava già nel viaggio! Collaborai con Roberto Spallacci della Latin Superb Posse di Torino che organizzò persino un treno che faceva varie fermate dal capoluogo piemontese a Riccione, con vagone dancefloor, proprio per cercare di arginare il problema delle stragi sulle strade. La discografia non era più quella degli anni dell’italodisco, chiamata gergalmente dance, con milioni di copie vendute. Per me era un successo vendere “appena” cinquemila copie nel Regno Unito, nulla rispetto ad uno dei colossi di allora come la MAW Records che faceva cinquantamila copie in tutto il mondo, ma non era certamente un problema, avrei comunque incassato denaro dalle serate, e ai tempi il sabato suonavo quasi regolarmente in ben tre o quattro locali».

Nel 1995 Pezzetti e Pannuto firmano “Blow” che viene pubblicato su una delle etichette capostipiti del movimento house italiano, la UMM del gruppo Flying Records, ai tempi diretta artisticamente da Angelo Tardio. Il brano, pubblicato su un doppio mix, impasta gli elementi classici della house/garage di quel momento storico e si avvale del contributo vocale di Julie Brannen. Oltre alle versioni dei 50%, team artistico creato qualche anno prima da Pez & co., figura un remix proveniente dagli States, quello di Johnny Vicious che giusto l’anno prima ritocca “Activator (You Need Some)” dei Whatever, Girl. «Il nostro studio era piuttosto piccolo ma nonostante tutto riuscimmo a raggiungere un livello qualitativo e quantitativo che ci portò ad essere una realtà importante nel mondo. Basti pensare che in otto anni producemmo circa 180 tracce. “Blow” uscì su UMM per una pura questione venale visto che lo strapagarono. Purtroppo non riuscimmo a dare continuità alla collaborazione con l’etichetta campana perché poco dopo l’uscita di quel disco il team dei 50% si sciolse. Strumento simbolo di quel periodo era la Yamaha DX7 ma Simone Onano alias Simon Master W, il tastierista che collaborava con noi, era letteralmente circondato da sintetizzatori quindi non sarei in grado di stilare un elenco completo di tutto ciò che usavamo. Il campionatore, ovviamente, era un Akai. Al di là dei risultati di vendita, per noi la più grande soddisfazione era andare a New York o Londra e trovare le nostre produzioni messe in bella mostra tra i dischi d’importazione».

Il progetto parallelo 50%, messo in piedi da Pezzetti, Pannuto ed Onano nel ’92 in cooperazione con la Bull & Butcher Recordings della famiglia Allione, è senza dubbio quello che innesca il maggior successo a livello internazionale anche per l’attività di remixer per artisti come i Soul Verité giunti dalla Maxi Records di Claudia Cuseta con versione di Danny Tenaglia annessa, per Debbie Patterson prodotta da un Molella ancora poco noto, per Kamar alias Kerri Chandler, per i Workin’ Happily e per i britannici KWS. Sempre nel 1992 i tre fondano la Rolling Tune a cui si affianca, un paio di anni dopo, la Solid Cut Records. «Sono particolarmente fiero delle scelte fatte in quel periodo, a partire dalla Rolling Tune e Solid Cut, le nostre label di cui ci siamo occupati fin dalla scelta del logo. Nel team dei 50% i ruoli erano ripartiti in questo modo: Ricky era autore dei testi e della musica, oltre ad occuparsi della parte produttiva, Simon era un polistrumentista quindi curava l’arrangiamento, mentre io sceglievo la linea musicale, collaboratori e remixer. Rimpiango di aver remixato poche cose ma l’impegno da DJ e il lavoro da label manager assorbivano la maggior parte del mio tempo. Tra gli aneddoti di quel periodo ne ricordo uno in particolare relativo alla Heartbeat, etichetta simbolo di quegli anni per cui tutti avrebbero voluto produrre. Il clan però era molto chiuso ma escogitai uno stratagemma: Luca Colombo faceva parte del team della Heartbeat ma non era un produttore, quindi lo invitai in studio e creammo “The Free Life” di Virtual Reality, un brano con l’anima di Colombo ma prodotto dai 50%.

Jackmaster Pez in compagnia di Kerry Chandler nel TOTT Studio (1992-1993)

Jackmaster Pez e Tato Turntable Rizzoli in compagnia di Kerri Chandler (1993)

Avendo a disposizione due etichette ed una casa discografica/editore come la FMA degli Allione che ci garantiva la pubblicazione di tutto ciò che producevamo, non avevamo problemi anzi, la fama estera ci permise di collaborare coi nostri miti e remixare “I Need You” di Nu-Solution alias Roger Sanchez, che per una curiosa coincidenza aveva lo stesso titolo del pezzo che remixammo per Chandler. Rolling Tune e Solid Cut Records però non vanno considerate conseguenze della Talk Of The Town International. Pannuto, inizialmente, non credeva affatto nella house music e lo stesso nome 50% lo scegliemmo perché in quel periodo Ricky produceva techno mentre io desideravo dedicarmi alla house. Insomma, eravamo nel mezzo, a metà strada. Scoprii la genialità innovativa di Chandler attraverso la sua Madhouse Records, poi mi capitò di suonare con lui e grazie al suo manager Maurizio Clemente nacque l’idea di affidargli un remix di un nostro pezzo, “I’ll Be Good To You” di Julie Brannen. A quel punto Kerri ci chiese di remixare “I Need You”. Rimase da noi quattro giorni in studio: i primi due li dedicò esclusivamente al groove e al basso, io non capivo bene ma la potenza delle sue produzioni si stava manifestando proprio davanti a me. Il terzo giorno lo trovai a cinquanta metri dallo studio, accucciato in giardino con l’orecchio a terra. Preoccupato, gli chiesi se andasse tutto bene e lui mi rispose che stava semplicemente ascoltando come suonava il groove».

Il team dei 50% e i Murk nello studio TOTT (1993)

Una foto scattata nel 1993 nel T.O.T.T. Studio, a Novara: insieme al team dei 50% ci sono i Murk (Oscar Gaetan e Ralph Falcon)

Nel corso della seconda metà degli anni Novanta l’attività discografica di Jackmaster Pez, legata al T.O.T.T. Studio, va progressivamente scemando nonostante incidere dischi sia un’attività doppiamente conveniente per i DJ, economicamente e a livello di immagine per vedere crescere le proprie quotazioni. Ma a tal proposito l’artista è lapidario: «A quarant’anni mi hanno diagnosticato una grave malattia genetica e sono diventato un cieco ipovedente. Per riprendermi da quella batosta ci è voluto parecchio tempo ed ho ripreso a produrre da solo nel 2001 con lo pseudonimo Funkinetic. Per il “Freak Fusion EP” ricorsi ad una strategia: stampai delle white label facendole distribuire da Londra, col risultato di farle arrivare in Italia tra i dischi d’importazione ed alimentando un certo interesse (analogamente a quanto fanno gli FPI Project come raccontato qui, nda). Fu un discreto successo nei club ma commisi lo sbaglio di trattare dei ventenni, miei collaboratori, al mio pari. Il progetto pertanto ebbe vita breve. Nel 2016 sono tornato come Funkinetic per la prima volta in digitale ma disperdendomi nella immensa Rete e con ben pochi risultati in termini di vendita. In quel momento ho realizzato che la mia missione nella musica restava ancorata al vinile, seppur nel frattempo fosse ormai diventato un supporto di nicchia. In cantiere adesso ho un doppio album che raccoglierà il meglio delle mie produzioni».

Negli ultimi quindici anni il mondo è stato travolto e stravolto da cambiamenti forse ancora più radicali rispetto a quelli dei decenni precedenti. Le critiche si sprecano ma al netto della nostalgia i tempi che viviamo permettono di fare cose una volta semplicemente utopiche. In ambito DJing poi, le evoluzioni si sono fatte sentire in modo clamoroso, interessando non solo l’aspetto tecnico. La consacrazione mondiale della figura del disc jockey ha decretato nuove dinamiche, economiche e sociali, impronosticabili trent’anni fa. «Alla fine dei Novanta mi sono fermato un po’ e quando sono ripartito mi accorsi già che il mondo del DJing stava cambiando insieme all’utilizzo delle nuove tecnologie. Non nutro alcun pregiudizio nei confronti delle innovazioni tecniche anzi, è dai tempi del rock & roll, con la trasformazione della chitarra da acustica in elettrica, che la musica si evolve. Sono sempre alla ricerca del nuovo ma senza dimenticare le mie origini. Inoltre continuo ad usare il vinile perché ho trasformato la mia cecità in una virtù. Non potendo utilizzare computer o CDJ, perché non riuscirei a leggere ciò che appare sul monitor o sul display, ho deciso di proseguire coi dischi, sento che sia quella la mia missione. Se dovessi indicare un aspetto odierno del DJing che proprio non mi piace, direi le cifre astronomiche che percepiscono alcuni colleghi. Questo è semplicemente marketing. Se un DJ riesce a raccogliere trentamila paganti è giusto che guadagni somme importanti, ma che il tutto graviti sull’immagine e sul personaggio e non più sulla musica è particolarmente deludente. Per non parlare poi di performance ridotte ad un click. Oggi si può realizzare un DJ set anche con uno smartphone, esiste persino un mini mixer per mixare musica tra due telefoni cellulari. È bello che l’accessibilità a lavori creativi, come il DJ, il grafico o il fotografo, sia aumentata, ma chiaramente non tutti quelli che si cimentano hanno del talento. Per fortuna però di giovani talentuosi ce ne sono ancora molti, il futuro è il loro. Per quanto concerne il clubbing invece, tranne rare eccezioni ora non mi offre più l’adrenalina di cui ho bisogno. Per tale ragione ho realizzato un progetto che porto avanti da qualche tempo, Casa Pez: a trent’anni dalla Clinica, sono tornato ad organizzare party a casa mia e con grande soddisfazione posso affermare di essere stato in grado di ricreare quell’atmosfera che ormai si è persa nel club, e la conferma risiede nel sorriso e nel divertimento di amici ed affezionati frequentatori. Esistono ancora perle rare però. Ho avuto la fortuna di lavorare per due anni al 65mq di Milano, un monolocale in zona Navigli ormai chiuso che permetteva di promuovere musica veramente alternativa. Consiglio ai giovani quindi di non mettere solo in dubbio la musica proposta perché molte volte bisogna stare nel posto giusto per essere apprezzati.

Con ormai quarant’anni di carriera alle spalle, ho capito che tutto ciò che ho vissuto è servito a non avere confini. Adesso posso suonare dall’acid jazz alla house, dalla disco al funk, dalla nu disco alle robe baleariche, portandomi dietro almeno sette flight case di dischi. Di sogni nel cassetto ne ho ancora molti ma per pura scaramanzia preferirei non anticipare nulla. La musica mi ha dato molto di più di quanto potessi aspettarmi, ho dedicato ad essa la mia vita ed ancora adesso sto raccogliendo molte soddisfazioni tra cui la proposta di tenere una lectio magistralis presso il Conservatorio di Palermo. L’idea, partita da un professore, purtroppo non è ancora andata in porto per mancanza di fondi ma il solo fatto che abbiano pensato a me è stata un’immensa gratificazione. Inoltre la musica mi ha salvato la vita per ben due volte: sino a quando non ho avuto l’handicap visivo, il mio lavoro mi responsabilizzava di fronte alle mille tentazioni del mondo della notte, successivamente mi ha spronato ulteriormente ad amare la vita senza limiti. Ormai non riesco più a vedere al di là della consolle e rendermi conto se il pubblico stia ballando ma ho sviluppato altri sensi che mi permettono di sentire cosa accade sul dancefloor. Insomma, continuo a fare il DJ vivendo come se non avessi affatto questo problema. Spero che la mia esperienza sia d’aiuto e dimostri, a chi è in difficoltà, che se si vuole si può davvero andare oltre ogni limite». (Giosuè Impellizzeri)

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Bit-Max – Dance (Just Dance For Me) (Beat Club Records)

Bit Max - Dance (Just Dance For Me)Come avvenuto a molti artisti che si sono affermati negli anni Novanta, anche per Maurizio Pavesi l’esperienza in ambito discografico inizia nel decennio precedente. Dal 1984 circa il suo nome inizia ad apparire con regolarità in progetti italo disco condivisi con Stefano Secchi (B. Blase, Ray Cooper, Larabell, Yanguru). È un periodo economicamente florido e rigoglioso per l’industria fonografica, i dischi sono ordinari prodotti di consumo e se ne vendono parecchi.

«Iniziai ad armeggiare in studio già nel 1982 insieme a Stefano Secchi che mi coinvolse nel progetto Mito edito dalla Zanza Records, una delle etichette appartenenti alla Gong Records di Salvatore Annunziata (che di lì a breve pubblica un disco epocale, “Dirty Talk” di Klein & M.B.O., nda)» racconta oggi Pavesi. «Il mio nome non comparve tra i crediti per un disguido, ma non me la sentii di fare polemica, non era mia intenzione fermare il buon lavoro portato avanti da Secchi. Il mio approccio a quel tipo di attività era disteso e rilassato, non ero ancora a conoscenza dei meccanismi della discografia, il mio interesse era dettato dalla passione per la musica e non da altro. Le preoccupazioni e i pensieri giunsero qualche anno dopo, quando iniziai a familiarizzare con contratti, royalty e tutta la burocrazia del settore. Ai tempi di “Droid” di Mito (cover dell’omonimo degli Automat – i musicisti Claudio Gizzi e Romano Musumarra – pubblicato dalla EMI nel ’78 e diventato un cult per i collezionisti, nda) non immaginavo ancora cosa ci fosse dietro le quinte del mondo della musica».

Pavesi e Max Baffa, 198x

Maurizio Pavesi e Max Baffa in una foto scattata negli anni Ottanta

Tra 1987 e 1988 l’italo disco viene scardinata dalla house, la grande novità proveniente dall’estero, Stati Uniti in primis seguiti dalla Gran Bretagna, dove molti DJ e produttori si rivelano particolarmente lungimiranti. La musica dance inizia a cambiare i suoi connotati in modo radicale. Pavesi si avvicina alla house (ricavata dalla commercialmente vantaggiosa sampledelia dei M.A.R.R.S.) con “Animal House” di DJ System, “Hey Fonzo !!” del ritrovato Mito, “Hold Up” di Michel Thiam e “Bad City” di J. D. Curl, che fanno da preludio al suo esordio come artista/interprete. È il 1989 quando la Media Records pubblica “Love System” e “In Case Of Love”, entrambi col featuring di Lisa Scott e in scia al successo internazionale della cosiddetta piano house sdoganata da Black Box, FPI Project e i 49ers proprio di Gianfranco Bortolotti. «La transizione dalla italo disco alla italo house fu del tutto naturale per me. Lavoravo come DJ e mi resi immediatamente conto che la musica stesse cambiando e mi adeguai, ritengo anche con discreto successo. Arrivai alla Media Records attraverso un amico, Stefano Scalera della Many Records, che organizzò l’incontro con Gianfranco Bortolotti dando inizio alla mia collaborazione con l’etichetta bresciana».

Dopo i due singoli editi dalla Media Records però la carriera di Pavesi prende una direzione diversa, a partire dalla sostituzione del nome anagrafico con un alias di fantasia, Bit-Max. Ma a mutare è anche lo stile musicale, che inizia ad abbracciare suoni derivati dalla techno che nel frattempo si diffonde in Europa, contestualmente all’affermazione della house. «Nel ’90 incisi “I’ll Never Lose” per una delle etichette di Bortolotti, la Inside, ancora nel solco house, ma volevo provare a fare cose nuove. Realizzai “Dig-It”, rivelatosi un successo di livello europeo, ma la Media Records lo rifiutò e quindi cercai una nuova etichetta interessata. Si fece avanti la Beat Club Records del gruppo Musicola con cui però vissi una pessima esperienza a causa del fallimento in corso della sua distribuzione, la Non Stop, che tra l’altro era legata ai soci della stessa label. Ho dovuto aspettare che la società fallisse per liberarmi dagli accordi sottoscritti con Fabrizio Gatto e Claudio Ridolfi, e ciò fece ritardare l’uscita di altri miei dischi e mi obbligò a rinegoziare la cessione dell’album “Galaxy” con la Dig It International diretta da Luigi Di Prisco. Per “Dig-It”, il primo disco completamente composto da me, volli usare anche un nuovo nickname. Visto che lo realizzai esclusivamente con un computer e i programmi dell’epoca, optai per Bit-Max, in riferimento al bit informatico che intendevo portare al massimo livello, Max per l’appunto».

Nel 1991, ancora su Beat Club Records, esce uno dei singoli più fortunati di Bit-Max, “Dance (Just Dance For Me)”, arricchito dal rap di Space 1 e contenuto nel sopramenzionato “Galaxy”, il primo (e sinora unico) album dell’artista. Ad affiancare Pavesi in studio sono Mauro Gallo e Maurizio Molella, che pare riutilizzare il riff principale del pezzo nella sua “Revolution!” l’anno seguente. «Con Gallo realizzai il sequencer portante della traccia, Molella lo corresse rendendolo più commerciale e ballabile, ed infine Space 1 scrisse la melodia e la parte rappata. Giusto recentemente Steve Angello ha realizzato una cover del brano intitolandola “Freedom” ed avvalendosi del supporto vocale del rapper Pusha T. Inizialmente fui entusiasta perché lo svedese ha riconosciuto i crediti originali ma poi è sparito senza più condividere né gloria né tantomeno i ricavi».

Jovanotti, Fargetta, Pavesi, 198x

Jovanotti, Fargetta e Maurizio Pavesi in uno scatto risalente alla fine degli anni Ottanta

I primi dischi di Bit-Max vengono promossi, da magazine, radio e case discografiche, come techno, e a tal proposito di vedano compilation tipo questa, questa, questa o questa. La techno che prende commercialmente piede in Italia nei primi anni Novanta però assomiglia più ad un rimpasto assai semplificato tra new beat, industrial ed EBM che alla techno originaria di Detroit presa a modello da alcuni europei, incrociata sovente al suono hoover/breakbeat/rave di matrice britannica ed olandese. Quella “techno” italiana, obiettivamente parlando, è una riformulazione e risultato di un suono derivativo (e speculativo) che schematizza certi elementi desunti da correnti estere per poterli offrire con più facilità ad una grande platea di pubblico, ignara di ciò che invece avviene nel mondo parallelo della techno a stelle e strisce. Pavesi concorda con tale visione: «Fu proprio così, la techno nostrana prese parecchi spunti dalla new beat, genere che in quel momento forse si prestava meglio ad essere reinterpretato da noi italiani. Per me fu comunque positivo seguire quelle sonorità, la new beat mi piaceva parecchio e non nascondo che, essendo un DJ, prendevo continuamente spunto da dischi di artisti molto più bravi di me, come Front 242, Tangerine Dream o Vangelis, che scopiazzavo, modificavo e reinterpretavo secondo il mio gusto rendendo il risultato più commerciale ed adatto al mio pubblico. In “Dig-It”, ad esempio, c’è un frammento della tastiera di “Our Darkness” di Anne Clark. Uno dei miei brani più recenti, “You Can Do It” (racchiuso in “Carpe Diem”), segue proprio quel filone».

Pavesi manifesto

Un manifesto pubblicitario di Bit-Max dei primi anni Novanta

Per Pavesi gli anni Novanta, specialmente i primi, sono prolificissimi. Incide svariati singoli come “Can You Feel It Babe”, del ’92, remixato tra gli altri dagli FPI Project e Francesco Zappalà, “Airport”, sempre del ’92, realizzato con Miki Chieregato, e “Security”, del ’93, con una versione di Marco ‘Polo’ Cecere e contraddistinto da una copertina dai contenuti animalisti. Come avviene di consueto allora, anche lui si vede costretto a moltiplicare le impersonificazioni artistiche. A Bit-Max e Pavesi Sound, rispettivamente proiezioni del suo ego nervoso e melodico come recentemente dichiara in un’intervista su Radio Crossover Disco, aggiunge svariate collaborazioni marchiate con altri nickname più o meno noti come Alphatek, Altaluna, Delphine, DJ Magnetico, Energy 747 e Time Factory. Menzione a parte merita il progetto The End, partito nel 1991 con “Extasy Express” e condiviso col citato Molella ed Albertino che interpreta un breve hook vocale a mo’ di rapper. L’esperienza va avanti con “You Drive Me Wild” (ispirato da un classico new beat, “Insomnia” dei belgi Casa Nostra) ma poi è Molella, affiancato da Filippo ‘Phil Jay’ Carmeni, a proseguire la storia dei The End incidendo diversi singoli dal successo alterno ed anche un album.

«C’è stato un periodo in cui praticamente tutto quello che facevo andava bene e garantiva successo. Una delle mie compilation, la “Pavesi Sound Dance Collection” del 1991, fu promossa da uno spot persino su Italia 1. Ricordo con piacere anche “Shake Your Love” di Fernando Proce, registrato al Gian Burrasca Studio di Marcello Catalano e pubblicato sulla mia etichetta, la Pavesi Sound Records, sulla quale uscirono altre mie cose sotto vari pseudonimi (Rhythm And Music, Queen Mary, Body Gym Music, Wayan, Nadine, nda). In merito al progetto con Albertino e i DJ della radio cecchettiana, gravi problemi personali mi allontanarono per mesi dalla vita sociale e al mio rientro purtroppo venni frainteso. In quel momento tutte le sinergie che avevo in cantiere, tra cui The End, terminarono. Tuttavia non ho remore e recriminazioni su ciò che ho fatto in passato con innumerevoli collaboratori e rifarei tutto in modo uguale, ma prestando più attenzione ai rapporti personali e tenendomi a distanza dalle svariate “sostanze” che mi crearono tanti problemi. Di questo sono veramente dispiaciuto e colgo l’occasione per scusarmi pubblicamente con chi, allora, lavorava con me». (Giosuè Impellizzeri)

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KK – Talkin’ About (Wicked & Wild Records)

KK - Talkin' AboutCome si legge in un advertising della MPI Electronic risalente al 1995, “il 13 ottobre 1992, alle porte di Bologna, con una esibizione passata alla storia, i KK conquistano il loro primo titolo italiano DMC. A marzo 1993 a Londra, durante la finale mondiale, conquistano il terzo gradino del podio con una velocità, una scelta musicale ed una innovativa coreografia a quattro mani da lasciare increduli tutti i presenti”. Ai tempi Giuseppe ‘Kikko’ Palumbo e Marko ‘Kenneth’ Rossetti sono tra i più agguerriti scratcher italiani, considerati papabili vincitori del titolo.

«Ci conoscemmo ai tempi della scuola, abitavamo nello stesso quartiere di Salerno, il Pastena. Per caso un giorno ci ritrovammo dietro i giradischi ed iniziammo a scratchare quasi contemporaneamente. L’effetto della sincronizzazione fu strabiliante e decidemmo di perfezionare il tutto studiando un programma dettagliato» racconta Palumbo. «Col tempo aggiungemmo tecniche nuove che ci permisero di vincere le finali italiane del DMC nell’autunno del 1992 ed assicurarci il terzo posto a Londra pochi mesi dopo. Fu un’esperienza tanto memorabile quanto impegnativa, per preparare quella famosa esibizione furono necessarie molte ore al giorno di prove ed esercizi. Era richiesto un vero e proprio allenamento fisico per sostenere i movimenti coordinati alla perfezione».

KK (1995)

La pagina pubblicitaria della MPI Electronic (1995). I KK sono testimonial per la Gemini

Come avvenuto precedentemente con altri assi del turntablism nostrano patrocinato dal DMC (Andrea Gemolotto, Francesco Zappalà, Giorgio Prezioso o Daniele Mondello, giusto per citarne alcuni), anche i KK intraprendono la carriera discografica. Nell’autunno del 1993 esce il loro primo disco, “Talkin’ About”, fatto di eurohouse trainata da una porzione vocale tratta da “Ain’t Nobody Better” degli Inner City di Kevin Saunderson. Il disco, dedicato al DJ salernitano prematuramente scomparso Ugo Schettini, viene pubblicato dalla Wicked & Wild Records, una delle etichette gestite dal noto negozio di dischi di Modena, il Disco Inn di Fabietto Carniel. «A suggerirci di approntare un lavoro discografico subito dopo il campionato DMC fu il nostro manager dell’epoca, Antonio Germinario dell’agenzia Top Agency. Stavamo già elaborando alcuni sample e scegliemmo quello degli Inner City campionando la voce della cantante Paris Grey. Ai tempi in studio il campionatore era fondamentale, il vero fulcro dell’ideazione di brani dance. Non vi era un pezzo in cui non fosse possibile riconoscere un sample estrapolato attraverso questo strumento e poi risuonato in un nuovo contesto. In tal maniera si ridava vita al brano originale facendolo conoscere anche ai più giovani. “Talkin’ About” fu totalmente ideato ed arrangiato da noi, solo successivamente DJ Herbie ci aiutò a mixarlo a Modena ed aggiunse la sua versione, la Club Mix. Per realizzarlo usammo un computer Atari ST-1040 su cui era installato Cubase, un campionatore Akai S950, una tastiera Roland Alpha-Juno 1 ed una workstation Korg 01/W. Per completarlo impiegammo un mesetto. Il singolo vendette all’incirca trentamila copie ma calcolando tutte le compilation in cui venne racchiuso superammo le duecentomila».

Sul 12″ di “Talkin’ About”, ben supportato dalle emittenti radiofoniche italiane, è inciso anche DMC Scratch Beats, un inserto in cui, in poco meno di una manciata di minuti, i due scratcher dimostrano le loro abilità turntablistiche a chi non ha avuto la fortuna di assistere alle performance del DMC. In assenza di internet, di YouTube e delle dirette sui social network, l’operazione risulta più che fondata. «Non fu affatto semplice emergere a livello discografico. Eravamo noti per l’abilità in consolle ma non come produttori e per evidenziare di essere proprio gli stessi KK del DMC inserimmo una “versione” a mo’ di performance in tutti i nostri dischi (cosa che viene replicata, in parallelo, anche da Giorgio Prezioso, nda). Divenne il nostro marchio di fabbrica, una sorta di “firma sonora”».

Circa un anno dopo i KK abbandonano la modenese Wicked & Wild Records per approdare alla Drohm, neonata etichetta inaugurata dalla napoletana Flying Records proprio con la loro “I Let U Go” interpretata da Kay Bianco. Sebbene stilisticamente simile al precedente, il brano non raggiunge i medesimi risultati. «Non ebbe lo stesso successo del primo ma lo si poteva ascoltare su gran parte delle radio italiane e in tutti i locali era un apprezzato riempipista. Erano i tempi in cui Radio DeeJay dettava i numeri di vendita dei supporti in vinile, e poiché l’emittente di Via Massena non gli diede una programmazione continua purtroppo non riuscì ad imporsi come “Talkin’ About”. In quel periodo vivere a Salerno, lontano dai centri nevralgici della discografia di allora come Milano o Brescia, comportò vari problemi. L’assenza dei veloci mezzi di comunicazione odierni imponeva una lentezza inimmaginabile e così nel 1994 passammo alla Flying Records. Fu una scelta dettata anche dall’ideale dell’Ostrica di Verga, avevamo difficoltà nel distaccarci dai luoghi dove eravamo nati e cresciuti e per risolvere i problemi di distanza decidemmo di restare in zona, legandoci ad una casa discografica campana peraltro in crescita esponenziale a livello internazionale. Ci parve davvero la cosa più ovvia da fare ma col senno di poi si rivelò una scelta del tutto sbagliata».

KK (1994)

I KK in un advertising pubblicitario del 1994, quando sono testimonial della World Tribe Productions distribuita in Italia dall’Interga di Bressanone

Col supporto della Gig Promotion, Palumbo e Rossetti iniziano ad esibirsi come performer sia in Italia che in Europa, coproducono “All Night Long” di Mr. Polon per la Discoid Corporation e stringono contatti con svariati artisti che ruotano intorno al mondo della dance tra cui la cantante Carol Bailey che nel 1995 interpreta il loro terzo singolo “I Can’t Stand (Paria)” anche se il featuring non viene ufficializzato pare per motivazioni legate a vincoli contrattuali. Il disco è pubblicato ancora dalla Drohm e nel team di produzione compaiono anche Graziano Fanelli, Pieradis Rossini ed Alessandro Carino della bresciana DJ Movement. Nonostante siano diventati testimonial ed endorser di marchi di abbigliamento popolari in ambito musicale (SPX, Apollo e World Tribe Productions, tutti distribuiti nel nostro Paese dall’Interga di Bressanone), e di celebri brand della tecnologia (Gemini, Akai), i KK abbandonano progressivamente la scena con la fine della prima ondata di musica eurodance/italodance. «Scelte non più condivise e il fallimento della Flying Records comportarono il declino e la fine dei KK» rivela oggi Palumbo.

Il loro però non è un addio definitivo alla musica visto che dal 1998 in poi riappaiono in diversi progetti. Rossetti sembra il più attivo e figura nella produzione di diversi dischi tra cui si ricordano “I Wanna Fly” di Nach, “Get On Up” di Unknowledge Presents Love Juice, “Fiesta” di DJ Gee MP ed “I’ll Be There” di The Spymasters. Palumbo diventa invece A&R della Planet Records fondata da Roberto Ferrante (FR Connection) per la quale firma diverse uscite come “You Should Be Dancing” di Discofever, “Funkytown” di The Tribe (col contributo di Rossetti), i due singoli di Diskorrida e “You Make Me Feel (So Good)” di La Nuit. Ricompattano il duo KK solo nel 2003 affidando “Where Do We Go” alla D:vision Records incapace però di risvegliare l’interesse mostrato dal pubblico esattamente dieci anni prima. «Eravamo convinti che il nostro sound dovesse evolversi e provammo a considerare un target meno commerciale rispetto a quello degli anni Novanta, ma quel tentativo si rivelò solo un vero fallimento». (Giosuè Impellizzeri)

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Alessandro Tognetti – Naked (UMM)

Alessandro Tognetti - NakedLa UMM dei primi anni di attività resta memorabile per diverse ragioni. Da un lato l’assoluta competenza e lungimiranza da parte dei direttori artistici nel rilevare licenze di pregio (Underground Resistance, Blake Baxter, Lionrock, Nightmares On Wax, Jovonn, Rejuvination, Pfantasia, Masters At Work, Hardrive, Motorbass, Speedy J, Todd Terry e Daft Punk, giusto per citarne alcune), dall’altro la voglia di tutelare il made in Italy garantendo il supporto ad una schiera di produttori con valide idee ed accesa creatività.

I Novanta sono iniziati da poco, un numero crescente di DJ inizia ad armeggiare negli studi di registrazione avviando le proprie carriere da compositori. È quanto accade pure ad Alessandro Tognetti, da lì a breve scritturato da UMM, che racconta: «Nel 1991 ero resident al Duplè e mi venne proposto di collaborare con Leo Rosi che stava allestendo uno studio di registrazione ad appena cinque minuti dal locale. Lui era un musicista ed io un DJ, pertanto c’era molta differenza di vedute. Dopo diversi giorni finalmente riuscimmo a mixare le tracce finite in “Last Day”, su Technology, una delle tante etichette della Discomagic. Il titolo non era casuale, ci serviva a ricordare che, dopo tanti sforzi, eravamo arrivati al fatidico “ultimo giorno” in cui avremmo dovuto consegnare il master. Fu davvero una bella emozione vedere il mio nome su un disco in vinile!»

Mario Più, Lil' Louis e Tognetti (1992)

Alessandro Tognetti insieme a Mario Più e Lil’ Louis nel 1992

L’anno seguente Tognetti incide un secondo disco, questa volta sulla campana UMM appartenente al gruppo Flying Records. Insieme a lui questa volta c’è Marco Baroni, partner di Alex Neri in progetti come Korda, Green Baize ed Agua Re e futuro artefice di Kamasutra e Planet Funk. «Registrammo “Naked” nello studio di Neri e Baroni, poco distante da casa mia. Marco lo conoscevo bene perché correvo in bici col fratello, Alex invece in quel periodo stava svolgendo il servizio militare. Portai diversi campioni “rubati” da vari dischi, come groove, bassi e voci. Marco suonò praticamente tutto quello che c’è nel disco. Alla UMM giunsi tramite l’altro socio dello studio, Pietro Peretti, che aveva un negozio di dischi a La Spezia, Muzak, e che insieme al genovese Good Music mi riforniva costantemente di vinili. Presero “Naked” a primo colpo e senza chiedere di apportare modifiche, ma ebbi l’impressione che la UMM volesse puntare più ad altri artisti che a me e il disco finì con l’essere snobbato in Italia».

A spiccare è la Carol Version, scandita da un sax, qualche occhiata alla ambient house particolarmente vicina al mondo UMM, ed una suadente voce femminile che qualcuno ipotizza possa essere quella di Carolina Damas, la venezuelana diventata nota qualche anno prima per aver prestato la voce a “Sueño Latino”. «In realtà questo è un equivoco che si protrae ormai da troppo tempo. Sul disco non c’era scritto il nome della Damas come invece riportato erroneamente da Discogs. La voce era tratta da un’acappella inglese. Optammo per Carol Version perché in quel periodo la mia fidanzata si chiamava Carol. Francamente non capisco neanche come sia sorto questo errore visto che la Damas cantava in spagnolo mentre “Naked” è in inglese madrelingua. Dai rendiconti che mi mandò la Flying Records risultò che “Naked” vendette solo 1200 copie seppur entrò nelle top chart inglesi e in varie classifiche del Nord Europa. Una volta al mese andavo a Londra per comprare i dischi e dopo la pubblicazione su UMM, in compagnia di Gianni Bini e Fulvio Perniola ossia i Fathers Of Sound, tutti i venditori mi fecero i complimenti per la produzione. Da Quaff Records, Catch A Groove e Zoom (dove lavoravano i Leftfield) avevo persino accesso ai magazzini dove custodivano i promo più ricercati».

Nel 1993 Tognetti lascia UMM e Flying Records per la più piccola Interactive Test di Franco Falsini, ed incide “Different Places” di Man Myth Magic insieme allo stesso Falsini e a Mario Più, con cui condivide per qualche tempo la consolle all’Insomnia di Ponsacco. È l’ultimo a ruotare sulla house prima della virata techno. «Negli anni Novanta eri figo solo se facevi i dischi house, mentre la progressive era considerata da riviste e radio musica di serie B. Conoscevo Mario Più da diversi anni, suonavamo insieme ed eravamo molto in sintonia. Falsini invece era il “magic” in grado di realizzare al meglio il nostro disco. Anche questa volta portai dei campioni ai quali Mario aggiunse il giro di basso tratto da “One Day” dei Tyrrel Corporation, e il pezzo prese forma. Entrò in classifica su Italia Network, in Future Trax, dove rimase per ben dieci settimane. Tramite Karen Goldie, una manager italo canadese che vendeva artisti americani e britannici (come Lil’ Louis, Robert Owens, e Roger Sanchez) all’Insomnia e ad altri locali, contattammo gli Underworld proponendogli di realizzare un remix. Il prezzo fu fissato ad una cifra simbolica, 500 mila lire o un milione, non ricordo bene, ma la Goldie pretendeva (giustamente) una commissione per la trattativa. Purtroppo non avevamo altri soldi da investire e quindi non se ne fece più niente. Questo resta l’unico rammarico della mia carriera».

Roby J, D'Agostino, Tognetti (1992)

Tognetti insieme al compianto Roby J e Gigi D’Agostino (foto scattata presumibilmente tra 1992 e 1993)

Negli anni a seguire Tognetti sposta del tutto l’attenzione verso la techno/progressive con diversi progetti su Subway in collaborazione con Davide Calì e Fabio Kinky. Ciò coincide con lo sdoganamento e l’affermazione commerciale della cosiddetta progressive, che perde i connotati originari e ne prende altri derivati in primis da “Children” di Robert Miles. «In quel periodo suonavo all’Insomnia e all’Imperiale e la mia musica andava innegabilmente verso la progressive. Calì lo conobbi tramite Checco Sassarini, un DJ che suonava all’Alhambra di Sarzana, discoteca di proprietà dei tre fratelli Neri, ovvero il papà e gli zii di Alex. Calì ascoltava Radio Mare Imperiale News dove io e Kinky curavamo la programmazione. Ci dimostrò di conoscere tutti i dischi che passavamo e così ci mettemmo poco per simpatizzare e realizzare diverse uscite per la Subway. Il feeling tra noi è rimasto immutato negli anni».

Nel 1997 invece Tognetti approda alla Media Records incidendo, per Underground, “Omanipatmeum” in coppia con Adriano Dodici, pezzo che sigla un avvicinamento ancora più marcato alla techno e fa sembrare i tempi della UMM davvero lontani. «Mauro Picotto, con cui suonavo al Palace, mi disse che avrebbe voluto pubblicare su Underground tracce di Farfa, Kitikonti, mie e di altri DJ meno commerciali rispetto a quelli della BXR. Adriano Dodici fu fantastico, come sempre, ma il tocco finale ad “Omanipatmeum” glielo diede Max Mason, un mio caro amico DJ che riuscì a plasmare tutti gli elementi. Non nascondo che mi sarebbe piaciuto uscire anche su BXR ma in quel periodo facevo le cose per amore e non temevo di avere solo un pubblico di nicchia. Qualche mese dopo portai altre tracce a Picotto ma non c’era più feeling con le idee che perseguiva la Media Records e così interruppi la mia carriera da produttore».

Tognetti @ Liquid SKy - Girona - Spagna 1997

Tognetti alla consolle del Liquid Sky, a Girona (Spagna) nel 1997

Per praticamente tutti gli anni Novanta Tognetti lavora in locali rimasti impressi nella memoria di un’intera generazione, dal Duplè all’Insomnia, dal Deskò all’Imperiale, dall’Echoes al Kama Kama passando per l’Ultimo Impero e la Barcaccina. Giudizio comune è quello di attribuire a tale epoca il ruolo di “golden age” del clubbing italiano. «I DJ nostrani, per lo più col sound “toscano”, andavano davvero forte in quegli anni, solitamente lavoravamo dal venerdì alla domenica e il vero protagonista era il pubblico. Poi, dal 1995 circa, i gestori iniziarono a chiedere musica meno “asfissiante” ed arrivarono vagonate di maranzate. La bella musica non era più un’esigenza e pian piano la qualità delle produzioni andò scemando. Solo un paio di locali continuarono a proporre sound di qualità. Ovviamente anche allora c’erano gli incompetenti ma per un po’ di tempo gli effetti vennero mascherati dal pubblico, disposto a pagare comunque cifre importanti (dalle 30 alle 50 mila lire dell’Imperiale ad esempio) per ascoltare i propri idoli. Quando la gente cominciò a non andare più a ballare, i gestori improvvisati non seppero che pesci prendere e molti locali chiusero. Ero convinto che il fenomeno sviluppatosi in quegli anni non sarebbe mai finito ma nel 1998, soprattutto per me, giunse un brutto momento. Facevo poche serate e non avevo più voglia di produrre musica».

Tognetti ritorna esattamente dieci anni più tardi (e “Ten Years After”, Model, 2008, lo rimarca), siglando un nuovo riavvicinamento alla house seppur declinata secondo ottiche moderne. Qualche soddisfazione se la toglie anche con “Positive Education”. «Lo realizzai con Calì, l’uscita era prevista sull’ormai defunto DJ Download ma a nostra insaputa lo distribuirono su Beatport e lo diedero in licenza a molte compilation. Credo che l’album “The Little Big Man”, del 2011, rappresenti la chiusura del cerchio iniziata nel 1991 con “Last Day”. Ultimamente mi sono dedicato alla scrittura di un romanzo storico che uscirà a ridosso del Natale 2017: amici DJ, PR e discotecari, non temete perché è ambientato nel 1944. Però nel frattempo ne sto scrivendo un altro che parla proprio del mondo della notte. Dunque, cominciate a preoccuparvi!». (Giosuè Impellizzeri)

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Blast – Crayzy Man (UMM)

Blast - Crayzy ManÈ il 1993 quando la napoletana UMM, etichetta di punta del gruppo Flying Records, pubblica il primo singolo dei Blast. “Take You Right” si inserisce perfettamente nel filone stilistico della label campana, quella house fascinosa per gli housers d’elite che odiano profondamente la techno di allora e la cosiddetta “commerciale”. La chiamavano “underground”, probabilmente omaggiando la stessa UMM (acronimo di Underground Music Movement) che fu tra le prime, in Italia, a seguire un percorso di quel tipo ma che, è bene ricordarlo, non ha certamente disdegnato deviazioni mainstream.

Dietro il nome Blast si celano Fabio Fiorentino e Roberto Masi affiancati dal cantante V.D.C. alias Vito De Canzio che fornisce anche l’immagine al progetto. «Blast fu il frutto della “convergenza” di tre realtà diverse, relativamente vicine tra loro ma che non si erano mai incontrate» racconta oggi De Canzio. «Masi lavorava come DJ e producer ed era l’unico ad aver stretto rapporti con quella che poi divenne la nostra casa discografica, la mitica Flying Records. Fiorentino invece era un enfant prodige della tecnologia applicata alla produzione musicale, ossia i primi campionatori e gli archetipi di quelli che adesso sono i software per creare musica. Io ero e rimarrò sempre un “animale da palcoscenico”, ai tempi presente sulla scena live di Palermo come cantante e vocalist nei club. Roberto e Fabio facevano già team (nel 1991 incidono per la Palmares “Body Motion” di Sadomasy & DJ One, nda), notarono i miei lavori realizzati coi cugini Dario e Mario Caminita come “Everybody’s Got To Learn Sometimes” di Concept, cover dell’omonimo dei Korgis, e mi “rapirono”. L’impronta stilistica fu subito molto personale e ben bilanciata fra le tre identità: Roberto portava il suo gusto house, io il mio soul e rhythm and blues, mentre Fabio si preoccupava di rendere tutto quanto più omogeneo possibile. Grazie a Roberto, che aveva già rapporti lavorativi con la Flying, godemmo di un’attenzione speciale, quantomeno nella presentazione. I manager dell’etichetta ci diedero una chance in breve tempo e poi giunse il secondo colpo di fortuna. Ralf, il famoso DJ house, si innamorò letteralmente di “Take You Right” e lo inserì nelle sue playlist che venivano pubblicate sui vari magazine tenuti in altissima considerazione ai tempi».

“Take You Right” è un brano destinato ai club a cui fa seguito, nel 1994, “Crayzy Man”, licenziato dalla MCA nel Regno Unito e in America. La tiepida accoglienza riservata al precedente ora viene controbilanciata da un successo internazionale che valica abbondantemente i confini patri. «”Crayzy Man”, scritto volutamente così da me per via del modo in cui pronunciai la parola, nacque come tutti i brani dei Blast, in pochi minuti. Se ben motivato da una base interessante, riuscivo a scrivere facilmente e velocemente le linee del cantato e i testi. Fu ispirato dal mio primo impatto col mondo delle discoteche internazionali, luoghi in cui potevi assistere a momenti di meravigliosa espressione artistica, culturale, musicale e visuale, ma anche posti in cui si vivevano gli eccessi più sfrenati che alle volte portavano tristemente all’autodistruzione. Buona parte del merito nel successo di “Crayzy Man” va riconosciuto ai Fathers Of Sound (Gianni Bini e Fulvio Perniola), che con la loro versione F.O.S. In Progress stravolsero l’originale dotandola di sonorità più aperte e tipiche della house internazionale. Riuscirono a valorizzare ulteriormente le nostre idee portando il brano ad un livello superiore, facendolo uscire dai confini della house da club traghettandolo nel mondo commerciale (nel senso positivo del termine), con un appeal vendibile e radiofonico. Girammo il video al cretto di Burri, vicino ai ruderi di Gibellina, in una caldissima giornata. Era un paesaggio lunare reso ancor più alieno dalla fotografia del regista Emanuele Mascioni e dalle idee visionarie di Patrizio Squeglia. Poi ci fu la trovata della palla (forse un richiamo artistico alle sfere di Arnaldo Pomodoro?, nda), un grosso globo dipinto di argento che molti ipotizzarono fosse stato inserito digitalmente in post produzione seppur in quel periodo di digitale c’era ancora ben poco. In realtà si trattò solo di una palla gonfiata spinta dal vento che soffiava quel giorno».

Blast video

Un frame tratto dal video di “Crayzy Man” che rivela il suggestivo scenario della location offerta dal cretto di Burri, a Gibellina, in provincia di Trapani

A supporto delle pubblicazioni estere vengono realizzate altre versioni di “Crayzy Man” dai Loveland, Junior Vasquez e Nick Hussey ma a fare la differenza resta quella dei Fathers Of Sound, riconfermati come remixer per il singolo successivo, “The Princes Of The Night”, ancora pubblicato da UMM nel 1994, anno in cui il team siciliano viene coinvolto da Radio DeeJay in “Song For You”, progetto benefico che devolve i proventi derivati dalla vendita del disco alla ricostruzione della scuola elementare Giovanni Bovio di Alessandria gravemente danneggiata da un’alluvione autunnale.

«L’identità dei Blast e dei remixer a noi associati era ormai ben definita e “The Princes Of The Night” ebbe un’ottima risposta soprattutto sulla piazza europea, forte di quanto costruimmo in precedenza. Fu il periodo dei tour in cui girammo senza sosta da una città all’altra in Italia e in Europa». L’interesse dell’estero, supportato ancora dalla MCA, viene aiutato da nuovi remix realizzati oltralpe da JX (quello di “Son Of A Gun” e “There’s Nothing I Won’t Do”) e Red Jerry della Hooj Choons, già dietro al successo di Felix. Le cose però cambiano nel 1995 con l’uscita del quarto singolo dei Blast, “Sex And Infidelity”. Questa volta la main version viene realizzata dagli svedesi StoneBridge & Nick Nice seguendo uno schema già abbondantemente rodato dai tempi del remix per “Show Me Love” di Robin S.

«Penso che in quel momento la musica stesse cambiando. StoneBridge riportò l’identità dei Blast alla house in un momento in cui iniziò a prendere piede l’elettronica con suoni ed atmosfere più “fredde”. Credo che la versione degli svedesi, seppur meravigliosa, abbia sortito l’effetto clone di “Show Me Love”, col consequenziale calo di interesse». Con “Sex And Infidelity” quindi si chiude la carriera dei Blast, durata appena un biennio. Nel ’96 la UMM sfodera nuove versioni di “Crayzy Man” a firma Alex Neri e Kamasutra che però non sortiscono alcun effetto. A più riprese ci riprovano anche altri (come Stefano Gamma, i Drive Red 5 in cui presenzia Masi, Nicola Fasano, Housellers, Riccardo Piparo) con risultati che non aggiungono nulla di diverso dal mero ripescaggio nostalgico.

VDC single

La copertina di “The Dancer” (1999), uno dei singoli che Vito De Canzio incide come solista firmandosi con l’acronimo VDC

De Canzio riappare qualche anno più tardi in nuovi progetti come Soulmate e The Cop. Poi, da solista, firma “Special Baby”, “The Dancer” e “Take The Moon”, questi ultimi due pubblicati dalla Rise del gruppo bresciano Time. Per V.D.C. è un vero e proprio rilancio artistico. «Mi stavo spostando velocemente verso l’attività di autore sempre più consapevole che il panorama musicale si stesse orientando più sull’immagine che sui contenuti. Ho avuto grandi soddisfazioni ricoprendo questo ruolo ma ho scelto comunque di allontanarmi da un mondo in cui si componevano brani in un determinato modo solo perché il trend era quello e non perché si avesse voglia di raccontare qualcosa, osando e sperimentando nuove sonorità. Il business tendeva più alla realizzazione di progetti a colpo sicuro piuttosto che investire su un artista costruendo la sua carriera ed evolvendola dalla dance al pop».

Nonostante la mancanza di strutture discografiche nella loro regione, la Sicilia, in quegli anni i Blast sdoganano insieme ai conterranei Ti.Pi.Cal. un suono che parte dalle discoteche e dai DJ e finisce col conquistare le classifiche di vendita anche in virtù di una pronuncia inglese all’altezza, fattore determinante per la credibilità nel mercato globale. «Fummo dei pionieri, le nostre soluzioni spesso erano improvvisate, frutto di notti insonni o lunghi viaggi in auto per suonare o confrontarci coi citati Ti.Pi.Cal. con cui instaurammo un’amicizia sincera (ed anche qualche collaborazione discografica, si vedano i remix di “Illusion” e “Sex And Infidelity”, nda) che ci permise di gioire dei successi ottenuti reciprocamente. Quella sinergia portò una ventata di aria fresca nella musica siciliana».

Nel corso dell’ultimo decennio V.D.C. interpreta altri brani, come quelli dei Clam e Vincenzo Callea & Get Far, ma in modo discontinuo. «La dance ormai non è più il mio obiettivo principale ma se un progetto fosse ben strutturato lo prenderei in seria considerazione. Recentemente apprezzo artisti come Swedish House Mafia, Röyksopp e Skrillex, ognuno riesce ad essere innovatore nel proprio genere anche se la matrice dei suoni ha origini ben chiare nel decennio precedente. Raffrontando la dance attuale con quella prodotta negli anni Novanta credo che a latitare sia la costanza nel mantenere vivi i progetti. È tutto sempre più dinamico e in costante mutazione, oserei dire “usa & getta”. Per il resto sono quasi tutti dei pro, dalla maggiore visibilità e divulgazione grazie ai canali commerciali audio e video alla rilevante considerazione in ambito mondiale. Ormai di fatto la dance non è più un genere isolato ma si è riversata nelle radio e nei supporti multimediali diventando pop». (Giosuè Impellizzeri)

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The Heartists – Belo Horizonti (Atlantic Jaxx)

The Heartists - Belo HorizontiClaudio Coccoluto e Savino Martinez si conoscono nei primissimi anni Novanta, in discoteche tra Gaeta e Cassino, nel basso Lazio. La passione che nutrono per la musica salda la loro amicizia e in breve decidono di mettere su uno studio amatoriale allestito in una stanza senza finestre che ironicamente chiamano HWW, House Without Windows. «A dire il vero mi dilettavo a produrre musica già da diversi anni con apparecchiature Roland (TR-808, TR-909, TB-303, Juno-6) che acquistai nei primi Ottanta, periodo in cui sbocciò in me l’impulso creativo» racconta oggi Coccoluto.

«Poiché fortemente autocritico, ritenevo che le mie bozze non fossero mai all’altezza di essere pubblicate e così le mettevo puntualmente nel cestino. Soltanto diverso tempo dopo mi accorsi di fare musica proto-house ma senza averne consapevolezza. Il mio primo lavoro ad uscire (completamente ideato e prodotto) fu “Apotheosis (Free Flight Theme)” di Two Men Out And One Inside, sulla P.P.P. Records, insieme al mio mentore della consolle, Marco Trani, e Davide Romani, il bassista dei Change. Lo registrammo proprio nello studio di quest’ultimo. L’anno seguente incisi “Angels Of Love” del progetto Cocodance per Claudia Cuseta della Maxi Records di New York grazie all’intercessione di Costantino Padovano col quale iniziai ad invitare ed ospitare DJ americani nei party a cui collaboravo. Lo produssi col tastierista Vincenzo Rispo e per la prima volta in collaborazione con Savino Martinez e Dino Lenny. Pure il titolo, “Angels Of Love”, non fu certamente casuale. Da lì a breve approdai alla Media Records di Gianfranco Bortolotti, che prima licenziò in Italia il citato Cocodance (su GFB, nda) e poi mi invitò a prendere parte ad un collettivo di DJ underground italiani chiamato Heartbeat. Per questa etichetta realizzai “Don’t Hold Back The Feeling” di U-N-I che dedicai all’amico Cesare ‘DJ Trip’ Tripodo, prematuramente scomparso. Tagliammo i sample insieme, quel disco avremmo dovuto realizzarlo in coppia. Sul fronte remix invece misi le mani su “Never Give Up” di Jinny e “Been A Long Time” di The Fog, entrambi per la Time Records. Erano periodi di artigianalità totale, nell’HWW Studio, di cui il terzo socio era il citato Lenny, seguivamo i nostri istinti senza alcuna malizia commerciale. Offrimmo diversi prodotti alla napoletana UMM del gruppo Flying Records (come “Friend” di HWW, e “Tribal Acid”, entrambi del 1993, e “Bandit” di Mimi’ E Coco’, 1995), sia per la stima che mi legava ad Angelo Tardio, sia perché geograficamente vicini».

Claudio 'Cocodance' Coccoluto, 1992

Claudio Coccoluto in consolle nel 1992. Al collo il medaglione Cocodance

Coccoluto e Martinez sono degli autentici appassionati, si emozionano ascoltando svariati stili musicali e allo stesso modo vorrebbero emozionare gli altri. Non ponendosi mai inutili confini, esplorano i meandri di ogni genere e provano a ricombinarne le tessiture per generare nuovi ibridi, proprio ciò che avviene con “Belo Horizonti” che firmano con un nuovo pseudonimo, The Heartists. «Ero solito chiedere agli amici che viaggiavano in posti lontani di comprarmi qualche disco del luogo che visitavano. Uno di loro, di ritorno dal Venezuela, me ne portò una decina ma mi accorsi che erano brasiliani. Così, un po’ deluso perché avrei preferito musica autoctona, li “parcheggiai” in studio senza neanche ascoltarli. Poi il caso volle che un giorno, alla costante ricerca di ispirazioni, mi capitarono sottomano. Tra quelli c’era “Celebration Suite” di Airto Moreira: le percussioni mi rapirono all’istante e il resto lo fece la melodia, una sorta di canto popolare che prendeva vita proprio negli ultimi solchi del brano, fino alla “sfumata” finale. In appena una nottata nacque “Belo Horizonti”, samba-house perfettamente nelle nostre corde di codificatori di un modulo “house music” che potesse applicarsi a qualsiasi genere musicale».

L’esperimento riporta le sonorità latine sotto le luci delle strobo, dopo brani come “Give It Up” di The Good Men o “Batucada” di DJ Dero pubblicati qualche anno prima con discreto successo anche nel nostro Paese. «Lo sottoponemmo all’attenzione di diverse etichette italiane come UMM, Irma e Media Records ma i giudizi non furono molto confortanti. Si passava dal “non adatto” al “ti faremo sapere” e al “troppo sofisticato”. Profondamente convinto del lavoro che avevamo fatto e mai sfiduciato, incisi il brano su acetato ed iniziai a proporlo durante le mie serate come da usanza consolidata dell’epoca. Lo suonai al Dinamik Area dove organizzavo la programmazione e i party con Tina Lepre. Quella sera ospitammo i Basement Jaxx e si mostrarono immediatamente interessati dopo il primo ascolto. Fortemente affascinato da tutto quello che producevano, gli dissi che ero ben contento di cedere il pezzo alla loro Atlantic Jaxx che lo avrebbe pubblicato nel Regno Unito. Vollero realizzare pure due edit perché ritenevano gli oltre dodici minuti della versione originale un po’ esagerati. Nel frattempo avevo coinvolto l’amico Fabio Carniel del Disco Inn di Modena che ci avrebbe aiutato a gestire la parte manageriale, per prima l’impegnativa pratica di clearance con Airto Moreira e il suo editore. Senza Fabietto non avremmo mai raggiunto quel risultato. Con il suo apporto inoltre decidemmo di approfittare dell’evenienza e fondare la “nostra” etichetta che avrebbe tenuto “Belo Horizonti” in esclusiva nel territorio italiano e così, ad inizio 1997, nasce la the dub, scritto rigorosamente in minuscolo e di cui io stesso disegnai il logo.

L’Atlantic Jaxx, grazie al rispetto di cui godeva, creò un fortissimo buzz nella scena delle discoteche e dei DJ, e pian piano i risultati assunsero proporzioni ben diverse rispetto a quelle dei nostri dischi precedenti. Si fece avanti la Virgin che organizzò un incontro a Londra, dove scattò quella che definisco ironicamente “la trappola”. Mi pagarono il volo in prima classe e all’aeroporto mandarono una limousine a prendermi che mi portò direttamente alla sede in King’s Road dove mi attendeva l’A&R della VC Recordings, Andy Thompson. Ero nella sala d’attesa e quando si aprì la porta del suo ufficio ed uscirono le Spice Girls mi resi conto che il gioco era salito di livello. In quel momento provai qualcosa di indescrivibile: ero partito da una cittadina di provincia come Gaeta e ritrovarmi catapultato ai “piani alti” in un colpo solo mi fece girare la testa. Persi, come ovvio per chi non è attrezzato da buona esperienza, la lucidità razionale a favore dell’entusiasmo irrazionale e probabilmente fu ciò a remare contro i miei stessi interessi. Chiudemmo l’accordo e mi fecero approntare una lista coi nomi dei remixer a me graditi in cui inserii Little Louie Vega, Lil’ Louis, Roger Sanchez e David Morales. Scelsero quest’ultimo anche se in tutta franchezza la sua rivisitazione con un sax che intonava la melodia non mi convinse molto rispetto al suo strepitoso livello produttivo dell’epoca. Thompson mi chiese anche una versione più “commerciale” adducendo le potenzialità di vendita come movente ma non fui disposto a scendere a compromessi, gli risposi che “Belo Horizonti” era frutto dei nostri voli pindarici in studio e che ritoccarlo rispetto a quella stesura ed arrangiamento avrebbe significato snaturarlo oltre che tradire la “mission” di Moreira. Sembrò convincersi. Iniziarono ad arrivare gli anticipi con costanza ed ogni settimana assistevamo alla pubblicazione del disco in un Paese diverso. Una licenza riguardava anche la Germania dove però “Belo Horizonti” continuava a non uscire. Poi inaspettatamente la Orbit Records, distribuita proprio dalla Virgin, pubblicò “Samba De Janeiro” di Bellini (uno studio project di Ramon Zenker degli Hardfloor e del compianto Gottfried Engels, nda), che praticamente non era altro che la versione commerciale (o meglio, “tamarra”) chiesta da Thompson qualche settimana prima. Il video di Bellini in standard broadcast, peraltro, era in high rotation su Viva Tv, noi ne avevamo uno low cost realizzato con l’aiuto del regista di Match Music di allora, Michele Ferrari, fatto in amicizia e con scarsi mezzi in cui figurava mio figlio Gianmaria che aveva appena tre anni ed indossava una maglia oversize del Brasile di Ronaldo. Bellini fu licenziato in tutto il mondo, Asia compresa, facendo guadagnare molto di più di quello che aveva fruttato The Heartists, dando ragione alle capacità di manager/squalo di Thompson e torto alle nostre visioni romantiche/artistiche».

La vicenda ricorda un caso analogo di cui abbiamo parlato dettagliatamente in Decadance Extra, avvenuto nel 1999 tra la Sony/BMG ed Underground Resistance in merito al brano “Jaguar” di The Aztec Mystic. La mera speculazione delle multinazionali continua a nutrirsi delle idee di compositori animati da intenti ben diversi. La Orbit Records pubblica, come da accordi, “Belo Horizonti” in Germania, sia su vinile che CD, ma ciò avviene solo alla fine di luglio, circa tre mesi dopo l’uscita di “Samba De Janeiro” di Bellini. «In quel momento capimmo che l’industria vince su tutto. Noi giungemmo alla Virgin felici e convinti di poter scalare la montagna con meriti artistici ma poi è stato evidente che non fosse affatto così, fummo solo una opportunità di business con o senza il nostro consenso. Provammo a chiedere l’intervento legale in Gran Bretagna ma non potemmo costituirci in giudizio perché quella di Bellini era considerata una cover legittimamente realizzata senza l’uso del campione originale. Noi campionammo da Moreira con tutti i crismi del rispetto musicale e legale e “Belo Horizonti” nacque per valorizzare il brano originale in una nuova chiave di lettura, attualizzata e codificata per le piste da ballo, con l’approvazione e la soddisfazione economica dell’autore che da Bellini invece non ebbe mai, e di questo vado particolarmente fiero. Non ho mai saputo con esattezza quante copie abbia venduto. Si suppone un milione e mezzo di cui almeno la metà del mix in vinile».

Coccoluto su Tutto Club n. 5, 1994

Claudio Coccoluto sulla copertina della rivista Tutto Club, n. 5, 1994

Nel frattempo Coccoluto e Martinez continuano ad iniettare energie nella the dub, pubblicando nuovi dischi sia propri (The Dub Duo, World Famous Martinez Orchestra, Holy Alliance e il remix di Skuba di “Belo Horizonti”) sia di altri artisti (The People Movers, Easydelics, 2GDL). Come The Dub Duo incidono pure un EP per la Pronto Recordings di Leo Young ed un album per la britannica NRK sperimentando nuove fusioni/collisioni tra house, disco e funk. Tornano a vestire i panni di The Heartists nel 1998 con “What A Diff’rence A Day Makes”, cover dell’omonimo di Esther Phillips ricantata da Melissa Bell dei Soul II Soul. I riscontri però sono ben diversi da quelli di “Belo Horizonti” seppur lo stile fosse molto simile e il remix curato da un nome assai popolare ai tempi, quello di DJ Dado. «Probabilmente mancò l’immediatezza del precedente, ci lavorammo fin troppo e non scattò l’alchimia che avevo provato con “belo”. La delusione ci spinse ad accantonare il progetto The Heartists e qualsiasi dinamica di “progetto a tavolino” per cui eravamo convinti di non essere tagliati affatto. Inoltre The Heartists non ci identificava artisticamente a differenza di The Dub Duo che invece sintetizzava perfettamente l’idea e il sound che io e Savino avevamo in testa. Nel frattempo però continuavano a fioccare richieste di remix “à la Belo Horizonti” ma, personalmente, ho sentito forte l’esigenza di staccarmi nettamente da quel cliché, anche perché come DJ stavo seguendo altri percorsi e non proponevo più quel suono che nel frattempo si era incanalato in un filone mainstream. Si profilò uno scenario dicotomico: il successo creava nuove opportunità ma “sbagliate”, perché accadevano in una scena in cui facevo fatica a ritrovarmi. Non volevo continuare a vivere di rendita e di noia, preferivo piuttosto rimettere tutto in discussione e cercare nuovi stimoli e spunti come avvenne per “Uno Nuovo”, che vendette cinquemila copie, o “Blues Brunch” recensito fantasticamente da tutta la scena».

Così, dopo “What A Diff’rence A Day Makes” portato da Coccoluto nella raccolta “A Midnight Summer’s Dream” realizzata per il magazine britannico Mixmag, il brand The Heartists si dilegua. Riappare nel 2017 per la riedizione di “Belo Horizonti” in occasione del ventennale, su un 12″ dalla tiratura di mille copie numerate, uscito lo scorso 22 aprile in occasione del Record Store Day e rimasterizzato da Alex Picciafuochi. «Mi sembrava doveroso realizzare una sorta di ringraziamento-tributo ad un brano a cui devo tanta della strada che ho percorso. Sentivo di dover apporre una bandierina su un momento importante della mia vita, non solo dal punto di vista musicale. Sono trascorsi già venti anni ed è successo di tutto. Ora viviamo un periodo di grande confusione e di saturazione ma i nuvoloni apparsi durante lo scorso decennio stanno iniziando a lasciar filtrare raggi di sole. Forse il momento in cui le piste di tutto il mondo ricominciano a guardare alla disco, al funk e all’afro dopo anni di monotonia omologata è propizio per nuovi interessanti sviluppi relativi a The Heartists, che potrebbero tornare con un nuovo concept legato all’interazione con musicisti, in modo da collegare ogni nostra anima artistica. Probabilmente oggi, di tutti i mini “brand” inventati insieme a Martinez, The Heartists è proprio quello che si presta meglio a tale visione». (Giosuè Impellizzeri)

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Moratto – La Pastilla Del Fuego (DFC)

moratto-la-pastilla-del-fuegoElvio Moratto inizia l’attività discografica nel 1984. In quegli anni, quando in Italia la musica dance è praticamente fatta di sola italo disco, il suo nome compare nei crediti di numerose produzioni, da Vivien Vee a Fascination, da Radio Movie a Kasso passando per Silent B.C., Fun Fun, Sabrina Salerno, Orlando Johnson e Jovanotti per il quale cura i primi due singoli ante-cecchettiani, “Walking” e “Reggae 87”, entrambi del 1987. Quell’anno Moratto avvia pure il progetto solista Afroside, spalleggiato dalla Full Time Records. Per uscire allo scoperto col proprio nome anagrafico usato come artista attende il 1990, quando la romana Interbeat pubblica il maxi single “Yo Chum” che passa inosservato, soprattutto se paragonato ai lavori degli anni a seguire.

«Quello di “Yo Chum” fu un episodio del tutto casuale. Era una traccia che avevo ideato per un rapper ma alla fine rimase la mia voce guida e quelli della Interbeat decisero di stamparlo così» racconta oggi Moratto. Per tornare ad usare il suo nome come artista attende ben tre anni: corre il novembre del 1993 infatti quando la DFC, etichetta del gruppo bolognese Expanded Music, pubblica “La Pastilla Del Fuego”, erroneamente annunciato dalle note di copertina come “primo singolo da solista” e che raccoglie successo nella stagione autunno-inverno. «Il brano nacque nello stesso periodo in cui componemmo “El Gallinero” di Ramirez, ed infatti in quei mesi mi ritrovai con due singoli in classifica. Lo strumento portante era la fisarmonica a cui aggiunsi i soliti sintetizzatori e i bassdrum usati nei dischi di Ramirez. Lo realizzai in pochissimo tempo, una settimana circa, ispirato da un’immagine elettronica del cervello umano sotto l’effetto dell’ecstasy, a cui poi si riferì il titolo stesso. Poiché ero in tour non presenziai alla fase finale di mixaggio, e devo ammettere che il risultato non mi convinse pienamente, lo trovavo un po’ troppo ingolfato. A cantare fu Cinthya, una ragazza argentina di appena quattordici anni. Serate, collaborazioni con artisti italiani (come Scialpi, nda) e partecipazioni a colonne sonore mi impedirono di lavorare in studio con costanza e ciò generò un’atmosfera piuttosto tesa. A causa di questi impegni fui persino costretto a fare la spola tra Roma e il Veneto. In tutta franchezza, avrei voluto pubblicare un singolo a mio nome anche prima ma fu impossibile poiché c’erano molti altri progetti in fase lavorativa». In quegli anni infatti Moratto, membro del DFC Team, lavora a pieno regime a diversi act tra cui spiccano senza dubbio Glam e il citato Ramirez con le varie hit “La Musika Tremenda”, “Hablando!”, “El Ritmo Barbaro”, “Orgasmico”, “Terapia” ed “El Gallinero” che riscuotono consensi a livello internazionale.

«”La Pastilla Del Fuego” fu un buon successo, credo che in Italia abbia venduto circa 18.000 copie mentre per quanto riguarda l’estero i conti, ahimè, non sono mai tornati. Nel Regno Unito fu particolarmente apprezzato ed infatti ancora oggi, quando mi esibisco da quelle parti, mi chiedono di suonarlo. L’avrei ripreso volentieri rivitalizzandolo ed attualizzandolo con suoni nuovi ma paradossalmente non mi è stato mai concesso di realizzare remix di mie produzioni. Di cose assurde però ne sono state fatte diverse, come l’idea balorda di pubblicare il disco con due copertine differenti. A me piaceva la prima, quella con l’immagine del cervello a cui facevo riferimento sopra. La seconda, con la pastiglia col cuore in primo piano, invece la trovai davvero di pessimo gusto anche perché storpiava integralmente il messaggio del disco stesso. Non ho mai approvato l’uso dell’ecstasy!».

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Tra i live act che si esibiscono al MayDay del 12 dicembre 1992 c’è anche Ramirez

In quel periodo Moratto è un performer attivissimo ed accompagna in giro per l’Europa l’act di Ramirez in eventi importanti come il tedesco MayDay, occasione in cui viene eseguita per la prima volta “La Novena Sinfonia”, qualche mese più tardi finita sul lato b del remix di “Orgasmico”. «Partecipai all’edizione di Berlino svoltasi a dicembre del 1992. Un rave epocale, ma devo ammettere che anche i raduni minori dei tempi erano altrettanto coinvolgenti. Mi sarebbe piaciuto collaborare con alcuni degli artisti che figuravano più spesso in quel tipo di festival, come WestBam o Marusha, e con label come la Bonzai. In Italia, comunque, avevamo un DJ altrettanto forte, Riccardo Testoni alias Ricci DJ».

Il follow-up de “La Pastilla Del Fuego” esce nell’estate 1994 e si intitola “La Fuerza Pagana”. Ne ricalca la scia, soprattutto per scelta dei suoni che rimandano alle esperienze pregresse da musicista di Moratto presso il conservatorio di Trieste. «Lo studio della musica fa sempre la differenza, anche se è possibile realizzare qualcosa di ugualmente potente pur senza basi accademiche, e in quel momento emerge la grande magia. Però, quando l’arte si trasforma in lavoro, il risultato perde la magia e si trasforma in qualcosa di completamente diverso».

Ricci & Moratto (1995)

Moratto insieme all’amico Ricci DJ nel 1995

Alla fine del 1994 Moratto abbandona l’Expanded Music in favore della napoletana Flying Records. «A persuadermi nel cambiare aria furono diversi motivi. Avevo voglia di fare pezzi cantati ma in Expanded non era possibile così realizzai “Wonder”, in coppia con DJ Cerla, e “Warriors”, interpretato da Jo Smith (e rivisto dai Datura che già si erano occupati del remix de “La Pastilla Del Fuego”, nda), cedendo entrambi alla Flying Records di Napoli. Inoltre, non meno importante, il progetto Ramirez cominciava a non piacermi più, stava passando dai rave alle balere e il tempo mi ha dato ragione». Con sorpresa però, alla fine del 1995 Moratto torna all’Expanded. Un articolo pubblicato ai tempi lo descrive come “l’uomo che risposa la moglie dalla quale ha divorziato”, ma l’impressione è che il meglio ormai fosse già alle spalle. «Tornare con la DFC fu il più grande errore della mia vita. Per il resto probabilmente rifarei tutto fuorché restare in Italia. Avrei preferito un Paese con un clima sempre caldo».

Moratto trascorre la seconda metà degli anni Novanta puntando a produzioni dal taglio meno pop, da “Transworld” su Steel Wheel a “The Door To Eternity” su Trance Communication insieme a Zenith per il progetto Sonar Impulse, sino ad una fitta serie di collaborazioni col compianto DJ Ricci. «Di quel decennio mi manca la gioia (soprattutto dei primi anni), i tanti club e le persone che insieme a noi hanno creato eventi bellissimi. L’Italia purtroppo ha subito un crollo vertiginoso in questo ambito, ed oggi si sente l’assenza di pionieri e di personalità da seguire come esempio. Ora mi occupo prevalentemente di musica per cortometraggi e nel contempo sto completando un progetto elettronico piuttosto ambizioso e diverso da tutte le mie vecchie produzioni». (Giosuè Impellizzeri)

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X-Static Feat. Long Leg – Move Me Up (UMM)

x-static-move-me-upLa UMM di casa Flying Records viene ricordata anche come etichetta “dibimensionale”: da un lato accontenta gli ascoltatori più esigenti con dischi e licenze sopraffine (da Underground Resistance ad Onirico, da Ivan Iacobucci a Blake Baxter, da Speedy J ad Anixus passando per Lionrock, Nightmares On Wax, Enrico Mantini, Jovonn e Daft Punk), dall’altro si assicura popolarità sul versante mainstream grazie ad una serie di successi da classifica come Alex Party, Olga, Blast, Reel 2 Real, Franco Moiraghi ed X-Static. Quest’ultimo appare per la prima volta nel 1994 con “I’m Standing” di cui si innamora l’Inghilterra. Il follow-up arriva nell’autunno del 1995, si intitola “Move Me Up” e riconferma le intuizioni del team di produzione formato per l’occasione dai fratelli Gianni e Paolo Visnadi, Ricky Stecca, Doris Diggs alias Tameka Starr (cantante e frontwoman dei Livin’ Joy a partire da “Don’t Stop Movin'”) e dal DJ Roberto Sartarelli alias Long Leg.

In un articolo apparso ai tempi si legge che “Move Me Up” viene sviluppato da una bozza prodotta proprio da Sartarelli che poi viene trasformata nella versione definitiva con la voce della cantante/speaker radiofonica Cristina Dori, attiva sin dai primi anni Ottanta quando partecipa a produzioni dei Time, Reeds e The Creatures. «In effetti andò all’incirca così» oggi racconta Sartarelli. «Creai nel mio studio alcune parti che feci sentire ai Visnadi e da lì iniziammo a lavorarci sopra ottenendo una delle versioni finite nel singolo, cantata dalla Dori. Stecca invece si occupò di un’altra versione, la Hard Velvet Mix. Una volta completato mi proposero di usare quel brano come nuovo singolo di X-Static ed accettai volentieri visto che già conoscevo ed apprezzavo il progetto».

“Move Me Up” ricalca i suoni del predecessore, abbinando caratteristici assoli di sintetizzatore ad una parte vocale. «Usammo due synth, il Sequential Circuits Prophet-5 e l’OSCar. Di sample nemmeno uno, se non (forse) qualche percussione del groove costruito nel tipico “Visnadi style”. Il suono distorto del riff lo ricavò Paolo partendo da un organo ed alzando il gain sul mixer: un semplice ma grandissimo tocco di genio. Il pubblico ci premiò visto che il disco vendette decine di migliaia di copie, oltre a numerose apparizioni in varie compilation».

Sartarelli inizia a collaborare coi Visnadi e la UMM nel 1993 quando esce “See On” seguita l’anno successivo da “Let Yourself Go”, insieme agli L.W.S., ed “Afrikaans’ Holiday” di Afrikaans. Rispetto a “Move Me Up” però sono prodotti rivolti più esplicitamente ai club. Ai tempi per decretare il successo pop di un brano c’è bisogno di più forze congiunte, dai giornalisti che scrivono recensioni sui magazine specializzati ai programmatori radiofonici. «Il ruolo primario credo fosse proprio quello dei programmatori e della radio che proponeva e promuoveva musica con maggiore autonomia rispetto ad oggi. Ma pure le recensioni erano seguitissime, soprattutto dagli addetti ai lavori. Io lavoravo a Radio Company (come del resto Cristina Dori, nda) e Mauro Tonello, il mio art director di allora, quando sentì per la prima volta “Move Me Up” ne rimase talmente entusiasta da inserirlo subito in programmazione e in maniera massiccia. Naturalmente fummo i primi a suonarlo, anticipando sia i grossi network, sia Striscia La Notizia. Il ricordo di X-Static poi si interseca a quello della UMM, adorata ancora oggi tra DJ e clubber. Non fu solo un’etichetta ma un simbolo, un’icona, sebbene nel corso della sua esistenza abbia spaziato parecchio nella proposta stilistica».

True Love

“True Love” è il pezzo che nel 1997 chiude la discografia degli X-Static

La storia di X-Static si conclude in sordina nel 1997 col meno fortunato “True Love”, ma i Visnadi vivono comunque una fase ricca di creatività e tirano fuori un brano dietro l’altro (tra cui “Under My Skin” di Carol Bailey, “Love U For Life” di Juice T, “Live Your Life” di Clubhands e “Simple Things” di Alex Party) contrassegnandoli col loro personale “sound trademark” glorificato sulla piazza internazionale grazie al citato Livin’ Joy. (Giosuè Impellizzeri)

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