Club House – I’m Alone (Media Records)

Club House - I'm AloneNato nel lontano 1983 sulla Many Records di Stefano Scalera e in seno al fenomeno “medley” (i mash up ante litteram), il progetto Club House viene rilevato nel 1987 da Gianfranco Bortolotti che lo rilancia con un altro fortunato medley, “I’m A Man / Yé Ké Yé Ké”. Quando lo switch tra italo disco ed house music è praticamente completato e la Media Record diventa Media Records, l’imprenditore discografico bresciano traghetta anche quel nome nel genere di cui è tra i primissimi a scommettere in Italia. Nel 1989 esce così “I’m Alone” con cui la storia di Club House riparte in modo nuovo dopo aver archiviato le esperienze medleystiche ormai fuori moda.

Tra gli autori di “I’m Alone” c’è il musicista e compositore Francesco Boscolo, non un novizio visto che le sue prime produzioni discografiche (“Egotrya” di Egotrya, “Sex Tonight” di Brian Martin, “Basic” di Memory Control One, “Stop Your Lies” di Middle Ages, “Radio Style” di Gee Rampley) escono tra 1981 e 1984. «La mia avventura nella musica iniziò nel 1978 quando fondai Egotrya, un progetto di musica prog rock, genere molto in voga in quegli anni. Inizialmente ero solo, poi mi affiancò Nicholas al basso e alla voce e altri musicisti turnisti, come Mario Varotto e Michele Cattaneo, in funzione delle necessità. Utilizzavo strumenti classici per l’epoca come organo Hammond e tastiere Farfisa e Logan seguendo più un tecnicismo armonico con la ricerca delle sonorità.

Gli Egotrya nel 1980 - Boscolo, Nicholas e Mario Varotto

Gli Egotrya nel 1980: da sinistra Francesco Boscolo, Nicholas e Mario Varotto

Entrai per la prima volta in studio nel 1979 realizzando un album purtroppo mai pubblicato, forse perché troppo rock e poco elettronico e quindi privo di una matrice precisa. Da lì a breve l’introduzione di sintetizzatori (Moog, Roland, Korg, Oberheim) rese possibile la fusione con la musica elettronica dove a fare da padrone erano proprio le sonorità, uniche per l’epoca. Quel cambiamento di rotta ci procurò un accordo con una buona agenzia che provvide ad organizzare una tournée di tre mesi in Italia e all’estero in cui il crescente interesse e l’approvazione del pubblico ci sostenne e ci aiutò a diffondere il nostro nome. Nel 1980 fummo contattati da un importante musicista e manager, Detto Mariano, che aveva già collaborato con personaggi del calibro di Adriano Celentano, Mina e Lucio Battisti. Mostrò interesse per Egotrya e decise di produrre l’album omonimo sulla sua CLS distribuita dalla Ricordi. Non ci ispirammo a nessuno in particolare ma cercammo di seguire uno stile personale e credo che, specialmente per “Antartic”, incisa sul lato b, riuscimmo nell’intento. Era il 1981. Le vendite rincuoranti (oltre 200.000 copie in tutto il mondo) ci fornirono un’ulteriore spinta sino a farci arrivare a molti programmi televisivi della Rai e di alcune televisioni private il cui sviluppo era ancora in fase embrionale. A ciò si aggiunsero passaggi radiofonici ed interviste apparse su quotidiani locali e nazionali anche se devo ammettere che il disco venne apprezzato più all’estero che in Italia, forse perché il nostro suono era troppo avanti per l’epoca. Recentemente l’ho visto in vendita su internet a più di 250 euro, evidentemente nonostante i tanti anni trascorsi c’è ancora chi lo apprezza».

Egotrya in concerto, 1981

Due foto scattate durante la tournée degli Egotrya nel 1981

A dispetto dei risultati, l’avventura degli Egotrya sembra sfumare e Boscolo inizia a dedicarsi in modo più continuo all’italo disco, un genere che funziona anche oltre i confini. Nel 1985 realizza “S.O.S.” di Toby Ash per la Time Records e due anni dopo tocca a “Break Out” di Eddy Brando per la Media Record. «Essendo un amante dei sintetizzatori, quando scoprii l’esistenza di un genere fatto interamente con suoni elettronici non più creati da strumenti di tipo tradizionale provai una forte attrazione e quindi approcciai all’italo disco cimentandomi in qualche produzione tipo “Sex Tonight” di Brian Martin, la cui base è stata riciclata da Dido in “Love To Blame” pochi anni fa. Visti gli allettanti riscontri di vendita, cominciai a produrre molta italo disco, preservando la matrice elettronica ma aggiungendo la melodia che in fondo caratterizza da sempre noi italiani. Erano anni in cui sfornai moltissime produzioni, circa un centinaio, destinate a svariate etichette discografiche non solo indipendenti. Emersero anche dei buoni successi con brani entrati nelle classifiche in varie nazioni. Quello dell’italo disco prima e dell’house poi era un fenomeno in continua crescita che dimostrò come non fosse più necessario nascere a Londra o a New York per esportare musica, infatti le produzioni di quel periodo vendettero in tutto il mondo, anzi, direi che l’italo disco fu particolarmente apprezzata fuori dai confini nazionali, dove peraltro continua ad essere ascoltata ancora oggi».

Dall’italo disco alla house il passo è stato breve così Boscolo, dal 1989 al 1991, si ritrova a collaborare con Giacomo Maiolini e Gianfranco Bortolotti facendo letteralmente la spola tra le loro due strutture. Per la prima incide, tra gli altri, “We Wanna Dance” di House Quake, “I Need Your Love” di Jinny, “Come On Yours” di B Master J, “Got To Be” di Hypnotyk, “Highlander” di M.C. Claude e “Sometimes” di Transit, per la seconda invece “I Need A Fix” e “Rock Oops” di R.F.T.R., “Galaxy” di G.J. Singulair, “Stand By”, “I Can’t Feel It” ed “Only You” di Jill Sanders, “Get Busy” di Vinegar e “Makossa” di The Fenomenals, oltre a “Be Master In One’s Own House” di Cappella, finito anche nell’album “Helyom Halib”. Tolta qualche sporadica comparsata sulla veronese Saifam e sulle milanesi Discomagic e New Music International, Boscolo lavora quasi esclusivamente per i due bresciani.

«Visto il crescente volume di vendite, la Time Records mi propose un contratto per molte produzioni, non ricordo neanche quante, ma ad un certo momento quel ritmo divenne praticamente industriale, soprattutto quando iniziò ad emergere la house music. Fu allora che la Media Records mi propose di produrre “I’m Alone” di Club House, brano cantato da Silver Pozzoli che entrò in classifica in diversi Stati europei (raccogliendo licenze in Svezia e Francia, nda). Lo realizzammo in quattro settimane presso gli studi della Prisma Records, a Padova, usando campionatori Akai e un sintetizzatore Elka Synthex. Non so quante copie furono vendute di preciso ma superò le 300.000. Ricordo che lo rielaborammo più volte per trovare le sonorità giuste ma alla fine fummo soddisfatti del risultato. Fecero seguito “Be Master In One’s Own House” di Cappella ed alcuni Gino Latino (progetto omonimo di quello impersonato nel medesimo periodo da Jovanotti, si veda l’approfondimento in merito su Decadance Extra, nda) ed altri ancora. Per “I’m Alone” fu davvero fondamentale l’uso dei campionatori Akai con cui non solo si campionavano frammenti musicali (come l’intro di “Let Your Body Learn” dei Nitzer Ebb e dettagli ritmici della base del singolo precedente forse per tracciare un collegamento, nda) ma si registrava la voce reale per poi trasformarla in sample da utilizzare a mo’ di suono. Ad un certo punto però tra la Time Records e la Media Records nacque una grande rivalità e mi ritrovai a dover scegliere se schierarmi da un lato o dall’altro. Non potevo più essere indipendente insomma. Con quel vincolo andai avanti realizzando altre produzioni per la label di Maiolini, circa duecento, ma mi accorsi che lo spazio di manovra (in termini artistico-creativi) diminuiva sempre di più e quindi, ad un certo punto, decisi di prendermi una pausa di riflessione perché creare musica come se stessi in fabbrica non faceva proprio parte del mio dna».

Francesco Boscolo (2000)

Francesco Boscolo nel suo studio (2000)

Intenzionato a non trasformare una passione in un lavoro meccanico, Boscolo prende le distanze dal mondo discografico e fa perdere progressivamente le sue tracce. Nel frattempo il progetto Club House prosegue il suo iter con alterna fortuna tra la house (“Deep In My Heart”, remixato da David Morales, è un successo internazionale, Stati Uniti compresi) e l’eurodance/italodance con le hit cantate da Carl Fanini (intervistato qui) tra cui si ricordano in modo particolare “Take Your Time”, “Light My Fire” e “Nowhere Land”.

Nel 2006 il DJ tedesco Mooner, ex membro degli Zombie Nation e co-autore della celebre “Kernkraft 400”, recupera un vecchio brano di Boscolo realizzato nel 1984 con Beppe Loda, “Basic” di Memory Control One, per il primo volume della compilation “Elaste”. È l’input per spingerlo a tornare ad occuparsi attivamente di musica. «Conobbi Beppe Loda, famoso DJ del Typhoon, nei primi anni Ottanta e decidemmo di mettere in piedi MC1 (Memory Control One). “Basic” uscì sulla Crash, etichetta del gruppo Il Discotto, e fu un pezzo di grande successo internazionale ancora oggi oggetto di ristampe, ma nonostante ciò mettemmo presto in stand-by il progetto a causa dei rispettivi impegni che avevamo. Il caso poi volle che dopo quel mio lungo periodo di riflessione incontrai Loda e pensammo di riattivare Memory Control One dopo oltre venti anni di silenzio, producendo “Counter” per la Synthonic, nel 2008, ripubblicato nel 2010 dalla britannica Nang Records. Questa volta non abbiamo mollato frettolosamente ed abbiamo proseguito insieme, prima realizzando il singolo “Volcano” di Egotrya, ancora per Synthonic, e poi l’album “Four Elements”, sulla londinese People In The Sky, disco che è andato molto bene raccogliendo ottime recensioni e grazie al quale siamo stati invitati come ospiti d’onore al festival europeo di musica elettronica Synch 2009 di Atene, che abbiamo chiuso con la nostra performance.

Gli Egotrya al Synch di Atene (2009)

Beppe Loda e Francesco Boscolo sul palco del Synch, ad Atene, nel 2009

Attualmente lavoro alacremente con Beppe Loda per completare il nuovo album di Egotrya e il primo dei Memory Control One, ma in cantiere c’è anche un terzo progetto, inedito, che si chiamerà Sirius. Sebbene non abbia vissuto in pieno la dance elettronica degli anni Novanta, devo ammettere che mi piace perché è ancora ricca di suoni e melodie, contrariamente a quella attuale, troppo minimal e povera di contenuti artistici ed arrangiamenti. Mi riferisco a quella commerciale usa e getta che oggi invade le radio e le televisioni e il cui successo, troppo spesso, dipende più dal video che dalla musica stessa. Tuttavia esiste ancora bellissima musica e il pubblico più attento è in grado di trovarla. L’innovazione tecnologica ha dato la possibilità anche a chi non è un musicista di fare musica, ma “fare” non è uguale a “creare” e secondo me chi ha l’orecchio più attento questo lo nota sicuramente». (Giosuè Impellizzeri)

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Jinny – Keep Warm (Italian Style Production)

jinny-keep-warmDopo i successi internazionali di Black Box, 49ers, Sueño Latino, FPI Project e Double Dee, sono tanti(ssimi) gli italiani che, tra 1989 e 1990, si buttano a capofitto nella house. Tra le mura della bresciana Time Records, sino a quel momento dedita prevalentemente ad italo disco ed hi NRG, nasce l’etichetta Italian Style Production destinata a seguire un genere musicale “nuovo”, che palpita già da circa cinque anni ma che ora scuote il mercato discografico e la scena musicale europea in modo più evidente.

Proprio su Italian Style Production nasce Jinny, un nome di fantasia dietro cui si cela il lavoro orchestrato da un team composto da Valter Cremonini, Alex Gilardi e Claudio Varola. Un “ghost project” avrebbero detto una decina di anni prima, per indicare quei dischi che non prevedono la presenza di un artista fisso ma che fanno riferimento a cantanti turnisti e musicisti/compositori che si avvicendano a rotazione. Il debutto, “I Need Your Love” del 1990, sviluppato da Francesco Boscolo e col sample vocale preso da “It’s Too Late” di Nayobe, passa piuttosto inosservato ma la situazione viene letteralmente capovolta da “Keep Warm”, pubblicato nel 1991 ed ispirato dal quasi omonimo “Keep It Warm” di Voices In The Dark del 1987 (campionato nel medesimo periodo dai romani Groove Section nella loro “Keep It Warm” su Hot Trax).

«Il brano nacque a Padova negli studi della Prisma Records e venne realizzato da me, Valter Cremonini e Claudio Varola»
racconta oggi Alex Gilardi. «Essendo il musicista del team, mi occupai di tutte la parti suonate eccetto il sax, per cui convocammo un turnista. Tutto il resto invece venne fatto insieme. Ai tempi in Prisma Records usavamo voci madrelingua provenienti dalla vicina base NATO e quindi disponevamo di diverse acappellas originali, ma nel caso specifico di “Keep Warm” il ritornello che avevamo composto non ci convinceva e quindi decidemmo di attingere dal nostro archivio di dischi sino a trovare Voices In The Dark. Cedemmo il brano in licenza alla Time Records che ottenne velocemente il clearance dalla newyorkese Next Plateau, proprietaria del master di “Keep It Warm”. La stessa Next Plateau pubblicò “Keep Warm” di Jinny negli Stati Uniti perché lo considerava una potenziale hit. Nell’affare entrò anche la Virgin Records che si “accontentò” di gestire il prodotto per il resto del mondo. In Italia invece il disco uscì su Italian Style Production.

Per realizzarlo utilizzammo un mixer Soundcraft 600, un registratore Tascam a 24 piste, un campionatore Akai S1100, sintetizzatori Korg M1, Yamaha DX7, Yamaha TX802 e Roland D-550. Fu una hit internazionale, all’estero piacque subito e nel 1991 entrò sia nella top ten dance di Billboard sia nella hot 100 U.S.A., una classifica che raccoglieva tutti i generi musicali, stazionando per diverse settimane. Finì pure nella top 50 club del 1991. Restando negli States, fece ingresso nella top 40 radiostation (classifica che raccoglieva le quaranta radio più influenti del Paese) e fu programmata in tutti gli Stati Uniti per circa un mese insieme a colossi del pop/rock come Bryan Adams, Mariah Carey e Seal. Sempre nel 1991 figurò nella top ten dance in Inghilterra e in varie classifiche europee. È difficile quantificare le vendite ma senza ombra di dubbio è diventato un classico della old school internazionale».

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Le classifiche estere in cui finisce “Keep Warm”

Ai risultati eccezionali oltre i confini non risponde però un altrettanto vivo interesse in Italia, e tra l’altro l’Italian Style Production pubblica il mix su etichetta nera, colore con cui identifica i prodotti destinati all’estero. «Il mercato discografico interno dell’Italia purtroppo era ed è ancora poco significativo. “Keep Warm” inoltre giunse in Time prima ancora che la stessa esistesse come struttura reale, cosa che avvenne solo nel 1992, per cui il brano da noi non ebbe alcuna promozione. Peccato. Curiosamente oggi nei festival nostrani di dance anni Novanta si celebrano canzoni che hanno venduto un decimo di “Keep Warm”». La percezione italiana per il brano è quindi ben lontana dai risultati effettivi ottenuti sulla piazza internazionale. «In quel periodo stava nascendo il predominio di Radio DeeJay che avrebbe influenzato la scena dance italiana negli anni seguenti ma chi, nel mondo, determinava il successo internazionale era Pete Tong, dalle frequenze di Radio BBC».

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“Keep Warm” riappare nel 1995 attraverso nuovi remix tra cui quello degli Alex Party

L’Italia riscopre (o scopre, a seconda dei casi) “Keep Warm” nel 1995, quando l’inglese Multiply Records la ripubblica attraverso nuovi remix, quello dei T-Empo, di Blu Peter e dei veneti Alex Party. «Uscì sia il vinile che il CD ma la versione che funzionava era ancora l’originale. La Multiply aggiunse vari remix più adatti ai club ma l’original mix era ormai un crossover e in radio continuava a passare quella. Con nostro stupore il brano rientrò persino nella top ten britannica e venne richiesta la presenza di Jinny a Top Of The Pops UK. In quell’occasione fu eseguita la versione originale che aveva quattro anni ma la Multiply intendeva dare un’immagine visiva più definita al progetto e così propose Carryl Varley che già lavorava per la tv inglese e che fu scelta per girare il videoclip. Avrei dovuto accompagnarla io sul palco di Top Of The Pops ma la Time si accordò con la Multiply per una soluzione in loco, meno problematica e meno dispendiosa per evitare voli aerei ed alberghi. Accettammo ma, col senno di poi, sbagliammo».

Dopo il successo internazionale di “Keep Warm” il progetto Jinny prosegue con “Never Give Up” del 1992, cantato da Debbie French. Dal 1993 invece il team si rigenera stilisticamente abbracciando un suono più euro con “Feel The Rhythm”, e tra 1994 e 1995, in epoca italodance, escono “One More Time” e “Wanna Be With U” (quest’ultimo ispirato dal riff di “Turn Up The Power” degli N-Trance). Nel corso del biennio si aggiungono pure altri collaboratori come Michele Comis, Elisa Spreafichi alias Lisa Allison, Mauro Marcolin, Giordano Trivellato, Giuliano Sacchetto e Ricky Romanini. «Senza dubbio “Never Give Up” era un prodotto meno commerciale, ricordo con piacere le versioni di Philip Kelsey alias PKA e di Claudio Coccoluto. Quest’ultimo realizzò il remix proprio nel nostro studio. Nel frattempo in Europa esplose la nostra “Open Your Mind” (di U.S.U.R.A., altro progetto curato da Gilardi, Varola e Cremonini, “nascosti” anche dietro Infinity, Silvia Coleman, Trivial Voice e moltissimi altri, nda), e quel suono divenne ricercato un po’ da tutti. Per tale motivo lo sviluppammo in “Feel The Rhythm”, in piena autonomia artistica, senza alcuna pressione da parte dell’etichetta. “One More Time” era ancora più commerciale e divenne la sigla di Ciak, sulle reti Mediaset. Entrambi furono cantati dalla French ed ottennero ottimi risultati in Italia. L’ultimo invece, “Wanna Be With U”, lo cantò Sandy Chambers (anche se nel video appare ancora la Varley, nda)».

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L’advertising che annuncia il nuovo singolo di Jinny intitolato “Don’t Stop The Dance” che però non vedrà mai luce (fonte: Disk Jockey New Trend n. 5, maggio 1995)

In qualche occasione si parla di un follow-up per Jinny e filtra il titolo “Don’t Stop The Dance” che però non viene mai pubblicato, ma oggi Gilardi è perentorio: «Non c’era alcun follow-up, si trattò solo di una bufala!». In tempi recenti il marchio riappare con la cantante Lyv McQueen, interprete del repertorio nelle serate revival. «Lyv fece una serata-pilota per valutare la possibilità di un eventuale live ma i budget delle feste anni Novanta non coprivano neanche il costo del volo e dell’albergo, quindi il progetto venne presto accantonato» conclude il musicista. (Giosuè Impellizzeri)

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