Rame – DJ chart ottobre 1998

Rame, Disco Mix ottobre 1998DJ: Rame
Fonte: Disco Mix
Data: ottobre 1998

1) Moby – Honey
Archiviato il periodo techno/house/breakbeat vissuto nei primi anni Novanta con album e singoli entrati nel cuore della generazione che vive quel fermento musicale e sociale (da “Go”, col sample di “Laura Palmer’s Theme” di Angelo Badalamenti – ispirato da “Ludus (Astral Voyage)” di Doris Norton? – a “Next Is The E”, da “Move” al primatista “Thousand” finito nel guinness per aver infranto il muro dei 1000 BPM passando per “Hymn”, “Feeling So Real”, “Into The Blue” ed “Everytime You Touch Me” che occhieggia all’eurobeat), Moby avvia una nuova fase della sua carriera. Attraverso “Animal Rights”, del ’96, rivela ancora un debole per il punk battuto oltre dieci anni prima con la band dei Vatican Commandos, ma la (fortunata) cifra stilistica si delinea compiutamente solo con “Play”, del ’99, da cui proviene il brano in questione. “Honey”, trainato dai sample vocali di “Sometimes” di Bessie Jones, si inserisce nel filone big beat che in quel periodo si trasforma in un fenomeno di dimensioni consistenti grazie ad artisti come Fatboy Slim, Prodigy, Chemical Brothers, Apollo 440, Propellerheads, Crystal Method o Fluke che dilatano i confini dell’elettronica lambendo il rock ed abbracciando un pubblico ben più numeroso. In airplay su tutte le radio e tv musicali anche grazie al divertente videoclip diretto da Roman Coppola, figlio del più noto Francis Ford, il pezzo, primo singolo estratto da “Play” ed anche il primo a sancire una seconda vita artistica dell’artista statunitense, viene remixato da Rollo & Sister Bliss dei Faithless e Sharam Jey. Da lì a breve l’album, facendo leva su altre hit milionarie come “Why Does My Heart Feel So Bad?”, “Run On”, “Bodyrock”, “Porcelain” e “Natural Blues”, traghetta Moby verso platee ben diverse da quelle delle discoteche. È il disco che determina il passaggio al di là del “muro” e con cui l’autore scopre un nuovo linguaggio artistico destinato ad incidere più del precedente. Per lui infatti si aprono porte un tempo probabilmente neanche immaginate, legate al cinema e alle sincronizzazioni di spot televisivi, porte che dimostra di saper tenere ben aperte attraverso nuovi album come “18” ed “Hotel” da cui emerge una figura legata al cantautorato e al polistrumentismo tipico da rock band (e il video di “Lift Me Up”, del 2005, è indicativo sotto questo profilo), decisamente agli antipodi rispetto a quanto avvenuto ad inizio carriera quando Moby è un affermato performer da rave (si veda qui o qui) ma per cui era letteralmente impronosticabile pensare di vendere oltre venti milioni di dischi nel mondo.

2) Fatboy Slim – Gangster Trippin
Norman Cook, ex bassista degli Housemartins e già artefice di diversi successi di Beats International, Freak Power, Pizzaman e Mighty Dub Katz, diventa Fatboy Slim nel 1995 col singolo dal titolo ironico “Everybody Needs A 303” estratto dall’album “Better Living Through Chemistry” con cui comincia a familiarizzare con la formula che lo renderà uno dei maggiori protagonisti negli anni a seguire. Perfezionandosi e scovando la giusta chiave per intrigare non più solo la scena delle discoteche, il britannico incide “You’ve Come A Long Way, Baby” che vende oltre tre milioni di copie e lancia nel mainstream il big beat come genere-contenitore di breakbeat, hip hop, techno, breaks e rock. “Gangster Trippin” è il secondo singolo estratto, dopo il fortunato “The Rockafeller Skank” che tiene banco durante l’estate del ’98, e mescola al suo interno elementi pressoché simili non rinunciando alla sampledelia (all’interno si rinvengono frammenti di “Entropy” di DJ Shadow e “Beatbox Wash [Rinse It]” dei Dust Junkys). In copertina invece finisce un dettaglio della foto scelta per l’artwork del citato album che, analogamente al quasi parallelo “Play” di cui si parla sopra, riserva almeno un altro paio di future hit, “Right Here, Right Now” e “Praise You”. Entrambe garantiranno a Cook, padre putativo (o reale?) del big beat, un lungo periodo di galvanizzante successo nonché centinaia di richieste come remixer.

3) Dub Pistols – Cyclone
Se da un lato il big beat si muove con numeri milionari (si legga quanto detto sopra su Moby e Fatboy Slim), dall’altro prosegue il suo iter attraverso nomi meno noti al grande pubblico proprio come quello dei Dub Pistols. “Cyclone”, tra i singoli estratti dal primo album “Point Blank” e finito nel videogame “Tony Hawk’s Pro Skater 2”, fa ancheggiare con l’irresistibile vibe a base di una mixture tra hip hop, breaks e ska. Diversi i remix approntati in più salse, big beat, house e drum n bass, rispettivamente realizzati da Stretch & Vern, Bushwacka! e DJ Red. Il gruppo capitanato da Barry Ashworth continua ad incidere album e singoli sempre sulla frontiera delle contaminazioni tra stili, riuscendo ad accattivarsi in più occasioni il favore dei produttori di videogiochi che vorranno annoverare molti altri brani in altrettanti game.

4) Malcolm McLaren & World’s Famous Supreme Team – Buffalo Gals Stampede
Trattasi del rifacimento di “Buffalo Gals”, coprodotto dal manager dei New York Dolls e Sex Pistols e Trevor Horn nel 1982 e a cui Eminem si ispira per una delle sue più importanti hit, “Without Me”. Questa nuova versione uscita nell’autunno del ’98 annovera l’intervento di un influente rapper tornato a far parlare di sé dopo qualche anno di pausa, Rakim, quello che dal 1986 fa coppia con Eric B. realizzando “I Know You Got Soul” da cui i M.A.R.R.S. prelevano il main sample di “Pump Up The Volume”, ma è legittimo pensare che Rame qui faccia riferimento al remix di Roger Sanchez, nonostante non venga esplicitato forse per problemi di spazio. Il DJ americano preserva l’attitudine hip hop originaria del brano, inclusi scratch e muscolature ritmiche breakkate, ma collocandola in una nuova cornice adatta ad essere ballata con frequenti ammiccamenti funky.

5) Bob Sinclar – ?
L’assenza del titolo impedisce di dare un’identità al brano di Sinclar, allora ben lontano dai riflettori e dal generalismo houseofilo da balera. Il successo raccolto con “Gym Tonic”, un brano funestato da beghe legali e forti contrasti con l’amico Thomas Bangalter dei Daft Punk come dettagliatamente descritto in Decadance Appendix e Decadance Extra, lo porta all’attenzione di un pubblico ben più nutrito rispetto a quello che lo segue ai tempi di Chris The French Kiss e The Mighty Bop e che a malapena conosce il suo volto, vista la scarsa propensione a mostrarsi in pubblico. Tuttavia il francese resta ancorato ancora per un po’ ad una house con forti dosi di funkytudine e referenze disco, secondo i dettami del french touch in rotta di collisione col pop. Il test pressing a cui si riferisce Rame può forse essere “Ultimate Funk”? O magari “The Ghetto (Uptown)”? O forse la più nota “My Only Love” col featuring di Lee Genesis? Nel corso del decennio successivo Le Friant sottoporrà la sua vena produttiva ad un lifting radicale che ingigantisce il fanbase ma sacrifica la classe e la ricercatezza di “Paradise” e di altre pubblicazioni edite tra ’94 e ’98, quando Bob Sinclar pare sia un progetto condiviso col socio Alain Ho alias DJ Yellow.

6) Ian Pooley – Meridian
Dopo “The Times” edito dalla Force Inc. Music Works di Achim Szepanski, Pooley sbarca su una multinazionale, la V2 di Richard Branson, che in quel periodo abbraccia più di qualche asso proveniente dal mondo dei club (Hell, Storm, Underworld, Moby). L’album del tedesco mostra una chiara ispirazione housey attorcigliata in più punti a divagazioni downtempo funky-jazzate (“What’s Your Number”, “Disco Love”, “Dawn”, “Floor Face Down”, “Relief Action”). Alcuni brani vengono poi affidati a sapienti remixer come Jazzanova, Bob Sinclar e Kevin Saunderson alias E-Dancer per valorizzare ulteriormente le tessiture sonore del DJ/producer nativo di Magonza, ricordato tra i principali fautori della club scene della vicina Francoforte sul Meno insieme all’amico Tonka col quale sperimenta la materia techno/breakbeat nei progetti T’N’I e Space Cube sin dal 1991.

7) Faze Action – Kariba
Dei fratelli Simon e Robin Lee si può solo dire un gran bene. Come Faze Action si fanno interpreti di un suono che trascina sui binari della house music la disco, il funk, il jazz e il soul, con digressioni latine ed afro. È proprio il caso di “Kariba”, pubblicato dalla Nuphonic, in cui si avvalgono del prezioso contributo di Raj Gupta alias Ray Mang e Zeke Manyika alle percussioni, insieme ad altri musicisti che eseguono parti alla tromba, sassofono e flauto. Uno di quei pezzi da far ascoltare agli accaniti detrattori che ancora oggi parlano di house music come “banale ripetizione di rumori senz’anima”.

8) Max Brennan – Old Codger And Remixes EP
L’extended play di Brennan, stampato dalla giapponese Sublime Records, è un crocevia di stili. Merito soprattutto dei remixer interpellati guidati da un evidente estro. Dal tribalismo singhiozzante di Josh Brent su “1300 Milliseconds Of Brass” al future jazz del compianto Rei Harakami che avvita la sua versione di “Alien To Whom?” su spirali di una psichedelia lisergica. Più dritto e splendidamente funkeggiante il trattamento di Susumu Yokota (un altro che purtroppo ci ha lasciati troppo presto) sulla menzionata “1300 Milliseconds Of Brass”, con uno spassoso metti e togli di brass, per l’appunto.

9) Scott Grooves – Mothership Reconnection
Con questo brano Patrick Scott, da Detroit, lascia un segno tangibile nella storia della club music di fine anni Novanta. L’idea di rileggere in chiave house “Mothership Connection (Star Child)” dei Parliament di George Clinton si rivela fortunata, ma decisivo per il successo risulta il remix realizzato dai Daft Punk. In scia alle ibridazioni post homeworkiane, i parigini flirtano con le sincopi dell’electro, vocoderizzano le voci e triturano il pfunk di partenza ricavandone un pazzesco mosaico le cui tessere vengono tenute insieme dall’incrocio di cutoff/resonance classico del french touch di quegli anni. A pubblicare il disco è la Soma, etichetta scozzese che può fregiarsi di aver pubblicato per prima la musica dei Daft Punk con “The New Wave” del 1994, licenziato nello stesso anno in Italia dalla napoletana UMM ma nel quasi completo anonimato.

10) Orb – Little Fluffy Clouds
Sebbene non specificato, è presumibile che qui Rame facesse riferimento ai remix usciti nell’autunno del ’98 di “Little Fluffy Clouds”, brano pubblicato originariamente nel 1990. Il nome più importante che spicca sul doppio mix edito dalla Island è quello di Danny Tenaglia che realizza due versioni, la rilassata Downtempo Groove, che fluttua su bolle ambientali, e la più technoide Detour Mix, che invece gravita intorno ad un ossessivo beat. Immobilizzata in un sognante break rallentato è la Tsunami One di Adam Freeland, leader della Marine Parade, mentre Pal Joey, tra le colonne della house newyorkese, sfodera un delizioso cupcake deep house lievitato dentro una nuvola. A chiudere è la rivisitazione drum n bass di One True Parker prodotta insieme ai Juttajaw.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

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Ivan Iacobucci – DJ chart marzo 1998

ivan iacobucci, disco mix marzo 1998
DJ: Ivan Iacobucci
Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1998

1) D. Funk Era – Spring
Quella dei D. Funk Era (i fratelli pugliesi Daniele e Diego Vitale) è una delle tantissime vicende sommerse dell’underground italiano, dove ardente passione ed intraprendenza giovanile giocano un ruolo primario. Ritrovare nella chart di Iacobucci uno dei pezzi più noti e meglio riusciti della discografia dei brindisini offre la giusta occasione per gettare luce sulla loro storia: «L’interesse per la musica “non tradizionale” nasce negli anni Ottanta, quando in Italia arrivano i primi riflessi dell’hip hop attraverso film come “Beat Street” e “Footloose” in cui c’erano scene di breakdance di cui mi innamorai» racconta oggi Daniele ‘Danny’ Vitale. «In assenza di internet non era facile approfondire ma le cose cambiarono quando conobbi degli americani che vivevano nella base NATO a San Vito dei Normanni, vicino Brindisi. Lì, sia io che mio fratello, entrammo in contatto con la cultura statunitense, parlando l’americano e riuscendo a mettere le mani su qualche cassetta con pezzi hip hop. Ci venne spontaneo iniziare a fare degli esperimenti tentando di creare dei beat da cui sviluppare basi per ballare breakdance. Per fare ciò usavamo piastre di registrazione alternando i tasti pause e rec. In quello stesso periodo Diego iniziò a specializzarsi in una disciplina tipicamente hip hop, lo scratch. Entrare in possesso di dischi hip hop però era davvero difficile, era un genere relegato quasi al ghetto e scarsamente preso in considerazione nei canali ufficiali. Inoltre non avevamo budget a disposizione e mio fratello, piuttosto bravo a smanettare con l’elettronica, modificò un giradischi a cinghia dotandolo di un variatore di velocità per iniziare a fare i primi mixaggi. Solo in seguito riuscimmo a comprare i Technics SL-1200 ed allora ad averli nella nostra città eravamo solo noi, oltre alle radio. Facemmo un finanziamento per acquistarli, ognuno costava un milione e duecentomila lire, un vero sproposito per le nostre possibilità economiche. Cominciammo a fare i DJ nelle case quando la musica che funzionava di più era il pop rock degli U2, la “Lambada” dei Kaoma e cose simili, ma nei nostri programmi cercavamo di inserire qualche pezzo hip hop ed house, un genere che scoprimmo quando alcuni rapper iniziarono a fare freestyle sui 4/4, come i Jungle Brothers o il compianto Kool Rock Steady. Poi, col boom di S’Express, Bomb The Bass o Lil’ Louis, ci innamorammo completamente della house continuando a fare i DJ.

Incidemmo il primo disco nel ’92, una white label supportata da una nota radio locale, Ciccio Riccio. Il pezzo si intitolava “Let Me Live”, seguiva lo stile del remix di “Show Me Love” di Robin S. e fu programmatissimo dalle radio italiane. Per l’occasione ci chiamavamo Hyperground. Realizzammo quel brano nello studio di Nanni Surace (che anni dopo comprai rimontandolo a casa mia) con una tastiera/sampler Casio SK-8 che però offriva pochissimi secondi di campionamento. Salvavamo i suoni su floppy disc e il sequencer era installato su un computer Atari ST 1040. Niente di eccelso ma per noi rappresentò comunque un traguardo visto che incidere un disco con mezzi talmente scarsi (seppur all’avanguardia e costosi) era praticamente impossibile. Col tempo ci siamo evoluti acquistando altri strumenti che costavano un patrimonio, imparammo ad usare il MIDI e nuove tecniche di composizione ma con grande difficoltà perché non esistevano tutorial da scovare gratuitamente in Rete. Al massimo si poteva ricorrere ai guru degli studi di registrazione ai quali chiedere consigli e suggerimenti. Insomma, la nostra cultura è stata costruita pazientemente con tempo e dedizione.

Poi avvenne un episodio veramente singolare: poiché dalle nostre parti era difficile trovare certi dischi, un amico di New York appassionato di house e che lavorava alla base NATO, mi propose di ordinare un 12″ dagli States, presso un negozio che frequentava quando era a casa, credo fosse Downtown di New York. Mentre mi apprestavo a completare l’ordine fornendo il mio indirizzo mi sento chiamare: dall’altro capo della cornetta c’era Teddy Esposito. Una coincidenza assurda, fare una telefonata intercontinentale ad un negozio e sentirsi rispondere da un vecchio amico che viveva da tempo negli States e che, messo a conoscenza della nostra attività di produttori, volle ascoltare le tracce prodotte chiedendocene alcune per una delle sue label, la Groovin’ Records. Gli mandai “Follow Me To The Promised Land” cantato da Robert Crawford, un ragazzo americano che si trovava in Italia. Il brano venne pubblicato nel 1995 in un EP intitolato “The Gemini Project”. Teddy commissionò il remix a Iacobucci.

Da quel momento io e Diego iniziammo a produrre tantissimi brani come “Move That Body” di Hyperground e “Sex Or Love” per la UMD (Underground Music Department) che pochi anni dopo venne campionato illegalmente dai Tamperer per la nota “Feel It”. Quella volta riuscimmo a bloccare le vendite del disco (ripubblicato successivamente senza il sample vocale in questione, “is it sex or is it love”, nda) visto che non ci venne riconosciuto alcun diritto. Ad usare quel campione fu anche il bresciano Pierre Feroldi per “I Feel Love” ma includendomi tra gli autori. A plagiarci fu pure il tarantino DJ Flash, ricordato per “Un Lorenzo C’è Già”, che usò la Soul Mix di “Let Me Live” per “Nessuno T’Aiuta”.

d. funk era (londra, 1996)

I fratelli Danny e Diego Vitale in una foto scattata a Londra nel 1996

Poi giunse “Spring”, nato da un impulso creativo di mio fratello che provò a campionare “Off Broadway” di George Benson, artista che seguiva sin da piccolo. Avendo un background hip hop, per noi fu naturale usare i sample in quel modo, spezzettando il brano originale e ricostruirlo attraverso influenze house britanniche. Lo realizzammo con vari expander come il Roland U-110, Korg e Yamaha ma il fulcro principale era il campionatore, un Akai S5000, con cui prelevammo e trattammo diverse parti. Il sequencer invece era Cubase. Solitamente le idee nascevano di getto, poi serviva qualche giorno per perfezionarle e fare il mixaggio finale. Per “Spring” optammo per un mixing estemporaneo, con tutti i filtri che si aprivano e chiudevano registrati al momento. Essendo in due ci sincronizzammo a ruotare le varie manopole».

Quel modus operandi poi sarebbe diventato uno dei segni distintivi nel cosiddetto “french touch”, ma a tal proposito Vitale chiarisce: «ai tempi di “Spring” il french touch non era ancora riconosciuto come un fenomeno anzi, nel circuito che frequentavamo noi non se ne faceva proprio cenno. I francesi erano bravi ma non abbastanza da riuscire ad invadere il mercato. Riadoperare frammenti di pezzi del passato era un’espressione tipica dell’hip hop, si pensi ai Mantronix che facevano un uso smisurato del campionatore, e la nostra influenza derivava da artisti come Todd Terry o Mousse T. ma certamente non dai francesi. “Spring” fu uno dei brani che firmammo come D. Funk Era, dove la D stava per Danny e Diego. Foneticamente con quel nome volevamo ammiccare sia al p funk dei Funkadelic e Parliament, viste le componenti funk, sia al g funk, per sottolineare le nostre origini hip hop traslate nella house. Alcuni amici che erano a Miami per il Winter Music Conference ci raccontarono che “Spring” venne suonato da Little Louie Vega che fece letteralmente saltare il pubblico. Ottenemmo ottimi riscontri di vendita, oggi inimmaginabili, non tali da farci diventare ricchi ma quel giusto che abbiamo reinvestito in nuove strumentazioni. Vennero realizzati anche diversi remix da Pastaboys, Enrico ‘BSJ’ Ferrari, Spellband ed Half Tone. Una versione la facemmo pure noi aggiungendo un sample di “Got To Be Free” di Zoo Experience Feat. Bryan Chambers, rendendola più aggressiva e potente.

lo studio londinese di danny vitale (1995)

Lo studio allestito a Londra da Danny Vitale (1995)

Il disco venne pubblicato dalla Hole di Iacobucci e proprio a lui è legato un altro aneddoto dei tempi: dopo aver suonato per l’ultimo dell’anno in un locale sui monti di San Luca, vicino Bologna, Ivan mi propose di fare un salto a Londra grazie al piccolo gruzzoletto che avevo in tasca. Non ero mai stato nella capitale inglese, me la immaginavo punk così come era solitamente ritratta sui libri di scuola e non black. Quel viaggio mi fulminò al punto tale da farmi cambiare vita. Tornato in Italia infatti, vendetti l’auto ed altro per raggranellare denaro sufficiente e mi avventurai per due anni nella vita londinese. Lì conobbi Bobby & Steve che nel 1996 mi ospitarono nel loro programma radiofonico su Kiss Fm, Paul “Trouble” Anderson che purtroppo ci ha prematuramente lasciati poche settimane fa, Ricky Morrison e molti altri DJ. Per sbarcare il lunario lavoravo come “corrispondente” del Disco Inn di Modena di Fabietto Carniel, in un periodo in cui esisteva ancora la caccia ai white label.

Come D. Funk Era in quel periodo incidemmo diverse altre cose tra cui il “Da Tribute EP”, che seguiva ancora i percorsi funk e philly sound di “Spring”, e “The Roof Is On Fire” cantata da Stella Jones, con inserti jazzati, oltre a remixare “Dancin'” di Erick Morillo, cantato da Barbara Tucker. Tornai in Italia nel 1997 e continuai a fare il DJ in discoteca ma col passare degli anni mi resi conto che le cose stavano radicalmente cambiando. Abbandonai progressivamente i club, orfani delle atmosfere degli anni Novanta, a favore dei disco pub ma mi accorsi che l’interesse del pubblico per la musica scemava vistosamente e l’ambiente non era più lo stesso. Iniziai mettendo i dischi alle feste (ai tempi la qualifica di DJ nemmeno esisteva e la gente ti pregava per farlo), poi con l’era del “siamo tutti DJ” è mutato tutto. Assistere alla decadenza di qualcosa che avevo visto ai livelli massimi mi ha persuaso ad abbandonare il settore per dedicarmi ad un’altra passione che coltivavo sin da piccolo parallelamente alla musica, seppur emersa in percentuale differente, quella per l’archeologia e la paleontologia».

2) Green Fridge – You2nite (Duke’s Move)
Luke McCarty alias Green Fridge costruisce il suo brano intorno ad un sample vocale tratto da “I Want You (All Tonight)” di Curtis Hairston, prematuramente scomparso nel ’96 ad appena 34 anni. La versione selezionata da Iacobucci, la Duke’s Move, è dolciastra garage ma sul 12″ edito dalla londinese Estereo trova spazio pure l’amorevole deep house della Africa Sunset oltre a due remix, quello di Danny Jones e quello di Phil Asher, ulteriori sviluppi ad appannaggio di un suono che ha scandito la house music negli anni Novanta, quando il genere si ritrova in netta antitesi con la techno.

3) J.D. Braithwaite – Use Me
Giunto al successo intorno al 1985 insieme a Delroy Murray con cui forma il duo disco/boogie/soul dei Total Contrast (“Hit And Run”, “Takes A Little Time” e “The River” sono alcuni dei singoli di maggior fama), J.D. Braithwaite entra in contatto con la house attraverso i Tongue N Cheek (“Tomorrow” viene remixata da Frankie Knuckles). Corre il 1990 e l’artista è ancora ignaro che la sua sarebbe diventata una delle grandi voci maschili della house/garage di quel decennio, seppur mai troppo celebrata. Featuring per un personaggio d’eccezione come Marshall Jefferson che gli affida la sua “I Found You” nel ’94, Braithwaite trova la giusta dimensione grazie al supporto dell’etichetta tedesca Caus-N’-ff-ct che pubblica diversi singoli e che nel ’98 offre in licenza “Use Me” alla statunitense Strictly Rhythm. Oltre all’Original Mix trovano spazio due versioni di Byron Burke dei Ten City ed una del nostro Enrico Delaiti. I punti di contatto tra Braithwaite e l’Italia, in quel periodo, sono diversi: “Higher” viene pubblicata dalla Milanese Zac International, per Ciro Sasso alias Jackie Reverse interpreta “Let Yourself Go” e soprattutto scrive il testo e canta “Feel The Same” dei Triple X, uno dei tanti successi europei partito da Brescia.

4) Half Tone – My Love
Sono scarsissime le notizie relative ad Half Tone. A rivelare dettagli e retroscena inediti è uno degli artefici, Ivan Iacobucci, che contattato per l’occasione racconta: «Half Tone era un progetto creato con Daniele Vitale col quale, in quel periodo, collaborai a diverse produzioni. Non c’era nessuna motivazione particolare sull’uso di quel nome, foneticamente lo trovammo accattivante e decidemmo quindi di usarlo. Sono passati oltre venti anni ma credo che per “My Love” adoperammo un drum kit Alesis DM Pro, un sintetizzatore rack Orbit V2 e forse anche un E-mu Morpheus. Eravamo piuttosto veloci, in una settimana completammo il tutto. Oltre a curare la parte suonata, Marco Vallin ci diede una mano dal punto di vista tecnico. Vendemmo circa settecento copie che per quel periodo non erano molte. Vista la presenza di numerose versioni, decisi di stamparlo su doppio mix, formato sempre rischioso, ma quando le tracce sono valide per me ciò non dovrebbe impensierire più di tanto, ben venga anche un cofanetto».

iacobucci insieme ad ennio carusillo e sergio macciocu con cui firma submission su umm (1993)

Ivan Iacobucci in una foto del 1993. Insieme a lui Ennio Carusillo e Sergio Maccioccu coi quali realizza “Trouble” di Submission per la napoletana UMM

Gli Half Tone tornano nel ’99 per “Deep My Soul”, house rigata di funk e scandita ancora dalla voce di Stella Jones. «Il pezzo piacque molto nel circuito house ma le vendite erano sempre volutamente limitate» prosegue Iacobucci. «Fu l’ultimo disco inciso come Half Tone ma con Vitale realizzai molte altre cose tra cui “Understand Me” di I-D (le nostre iniziali), col pregevole featuring di Michael Watford. Non andammo avanti negli anni successivi perché non amo molto le collaborazioni a lungo termine». L’etichetta su cui finisce tutto questo materiale è ovviamente la Hole Records: «La fondai nel 1991 grazie al supporto della Flying Records con cui collaboravo (in particolare per una delle sue etichette, la UMM). Proposi un EP a mio parere molto interessante ma che risultò non facilmente vendibile per i loro standard. Decisi così di stamparlo autonomamente, poggiandomi a Flying Records solo come distributore. Il disco in questione era “Saxample” di Anxious, che vendette tremila copie ed ottenne recensioni positive ovunque. Ci presi gusto e continuai per la mia strada con Hole, nome ispirato da un party organizzato in un “buco” a Bologna, un anno prima. Tra i brani più apprezzati del catalogo sicuramente “It’s Gonna Be All Right” di The Loveground e il doppio “SP12”, che ho realizzato con la collaborazione di Nick Dragani» conclude Iacobucci.

5) Loleatta Holloway – ?
A causa di un errore il titolo del brano alla quarta posizione viene duplicato per la seguente, e ciò impedisce di stabilire a cosa si riferisse Iacobucci. La Holloway riappare comunque in nona piazza.

6) Black Connection – Give Me Rhythm
Inizialmente pubblicata come “Rhythm”, la traccia dei Black Connection (Corrado Rizza, Dom Scuteri e Gino Woody Bianchi) diventa “Give Me Rhythm” quando Alex Gold dell’Xtravaganza Recordings intende licenziarla nel Regno Unito e gli autori la fanno ricantare da Orlando Johnson «col fine di renderla più pop, inserendo una strofa e migliorando l’inciso» come racconta Rizza qui. Il brano, remixato dai Full Intention e Victor Simonelli e finito nell’orbita della VCI Recordings del gruppo Virgin, entra nelle grazie di Pete Tong e diventa un tormentone ibizenco nell’estate ’98 garantendo al team romano della Lemon Records ottimi riscontri economici oltre che grandi soddisfazioni in termini artistici.

7) Kronik Trilogy – Free

ivan iacobucci alla consolle del casbah, a foggia (1992)

Ivan Iacobucci impegnato alla consolle del Casbah (Foggia) nel 1992

“Free”, interpretato da Darryl D’Bonneau, è l’unico brano che Victor Sanchez firma come Kronik Trilogy, solcato dalla Kult Records di Lilla Vietri su un doppio 12″ con diversi remix tra cui quello di Ivan Iacobucci che spiega: «Ero letteralmente innamorato di quella traccia tanto da realizzare due versioni: la Ivan’s Dub destinata alla newyorkese Kult, la Ivan Iacobucci Mix finita invece sulla mia Hole Records». Quest’ultima, finalizzata con l’ausilio del tastierista Marco Vallin, è house striata di riferimenti funk e disco. Sul lato b trova spazio il remix, quasi del tutto strumentale, dei Pasta Boys. «Lo fecero in una sola giornata nel mio studio a Bologna» aggiunge Iacobucci.

8) Presence – Better Day
Charles Webster è un veterano della house d’oltremanica: nel 1987 realizza, con Mark Gamble e Delroy Joseph, “House Reaction” di T-Cut-F, che finisce sulla 10 Records col remix di Derrick May. Proprio con Joseph scrive “Better Day” firmata con uno dei suoi pseudonimi più noti, Presence. Il brano dondola dolcemente tra house e deep house e si avvale del sostegno vocale di un cantante che si farà ben notare negli anni a venire, Steve Edwards. La Pagan, diretta da Richard Breeden che matura esperienze manageriali con la Tribal United Kingdom, stamperà poi un secondo 12″ coi due remix dei Salt City Orchestra.

9) Fire Island Featuring Loleatta Holloway – Shout To The Top
Già noti come Roach Motel e reduci del successo ottenuto con “Ultra Flava” nel 1996, Terry Farley e Pete Heller portano avanti collateralmente il progetto Fire Island col prezioso supporto della Junior Boy’s Own. Ai featuring di spessore collezionati sino a quel momento (Ricardo Da Force, Junior Vasquez, Mark Anthoni degli Incognito) ne segue un altro, ancor più pregevole, con una delle dive mondiali della soul/disco, Loleatta Holloway. In “Shout To The Top” esplodono esattamente gli elementi che ci si aspetta di sentire sulla voce della cantante di Chicago legata a doppio filo col mondo della house a partire dai nostrani Black Box. La Fire Island Extended Mix è la versione “housizzata” dell’omonimo degli Style Council di Paul Weller, uscito nel 1984. Seppur si tratti di un pezzo made in UK, gli elementi della classica disco à la Salsoul, con rimandi al philly sound, ci sono davvero tutti. La Junior Boy’s Own, vista la caratura dell’ospite, affida i remix a due colonne granitiche della house accomunate dalla prematura scomparsa, Frankie Knuckles (affiancato da David Morales), e Peter Rauhofer alias Club 69. Ad onor del vero ne figura anche un terzo, con meno rimandi disco, realizzato dagli Industry Standard. Il brano conquista la prima posizione della classifica dance statunitense e viene accompagnato da un videoclip in cui appaiono per un cameo vari DJ della vecchia guardia di Chicago, Steve Silk Hurley, Maurice Joshua e Ralphi Rosario, oltre a Gary Wilkinson, partner di Farley ed Heller in 2 Stupid Dogz, e Thad Holloway, fratello di Loleatta, passata a miglior vita nel 2011. Nonostante il grande successo, “Shout To The Top” resta l’ultimo disco che il duo britannico incide come Fire Island.

10) Carinhoso Project – Baianihas / Hypnose
Doppia a-side per Carinhoso Project, collettivo francese durato giusto il tempo di questo 12″. “Baianihas” è un piacevole appetizer a base di house dal gusto funky/jazzy, “Hypnose” staziona sulle stesse latitudini ma tirandosi dietro percussioni più marcate. Tra gli artefici vale la pena sottolineare la presenza di DJ Gregory e dei Romatt. L’etichetta che pubblica il disco è invece la Yellow Productions di Alain ‘DJ Yellow’ Ho e Christophe ‘Bob Sinclar’ Le Friant in quegli anni uniti come The Mighty Bop.

(Giosuè Impellizzeri)

si ringrazia Marco Sapiens

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Supercar – Tonite (Rise)

Supercar - ToniteQuando le radio iniziano a trasmettere “Tonite”, alla fine del 1998, il nome del gruppo fa tornare alla memoria un classico dei telefilm americani del decennio precedente. Si tratta solo di un’assonanza fonetica però, visto che i Supercar non dividono nulla con Michael Knight e l’auto parlante KITT della serie “Knight Rider”, Supercar in Italia, anche se il mondo della televisione copre un ruolo non certo marginale nella loro genesi. A celarsi dietro il progetto sono Alberto Pizzarelli e Riccardo ‘Ricky’ Pagano, già da qualche tempo attivi in ambito discografico. «Ci conosciamo da tantissimi anni, da molto prima rispetto a quando nacque “Tonite” che non fu, come qualcuno potrebbe pensare, la nostra prima avventura musicale» racconta oggi Pagano.

Come preannunciato, il loro primo successo affonda le radici nel piccolo schermo visto che “Tonite” è il riadattamento della sigla del cartone animato nipponico “Supercar Gattiger” realizzata dal compianto Alessandro Centofanti e dalla moglie Gloria Martino, a sua volta derivata da “Dance On”, brano composto da Ennio Morricone per il film “Così Come Sei”, diretto nel 1978 da Alberto Lattuada e riutilizzato in altre due celebri pellicole di Carlo Verdone, “Un Sacco Bello” del 1980 e “Bianco, Rosso E Verdone” del 1981 (rispettivamente nelle scene all’ospedale e nel supermarket dell’autogrill). «L’idea di riprendere quel pezzo fu di Riccardo» ricorda Alberto Pizzarelli. «Avevamo allestito un piccolo spazio per dare vita alle nostre sperimentazioni sonore e passavamo molto tempo ad ascoltare pezzi nuovi e vecchi. Un giorno, per puro caso, portai un CD contenente sigle di cartoni animati, parecchi tratti dal Progetto Prometeo, ed ascoltando quella di “Supercar Gattiger” Riccardo mi fece notare che le sue sonorità potevano essere facilmente adattabili ad un pezzo dance contemporaneo. Lo realizzammo insieme, ognuno mise il suo e tirammo fuori dal nostro Alpa Studio di Pontecagnano un demo strumentale ed una parte vocale acappella, anche se la scelta di farlo cantare fu presa solo in un secondo momento».

Supercar 1

Ricky Pagano insieme ad Alex Gaudino e Molella negli studi di Radio DeeJay (199x)

A pubblicare il disco è la Time Records che lo convoglia su Rise, etichetta house nata un anno prima e curata artisticamente da Alex Gaudino. «La mossa vincente fu affidarsi ad un professionista come Gaudino, amico d’infanzia di Riccardo, giacché noi non avevamo proprio idea di ciò che avevamo prodotto» prosegue Pizzarelli. «Fu lui quindi a portarci alla Time Records di Giacomo Maiolini che apprezzò subito la nostra creazione non chiedendoci alcuna modifica. “Tonite” era perfetto, girava su un’idea fantastica e possedeva il giusto timbro, insomma pronto per la stampa. A gestire il tutto fu proprio Gaudino, parte integrante del progetto tanto da finire meritatamente nei crediti come autore. La Rise poi commissionò due remix, quello dei Constipated Monkeys (Harry “Choo Choo” Romero e Jose Nuñez, nda) e di Kawala, entrambi favolosi».

“Tonite” mostra subito le sue potenzialità grazie ad una house venata di funk trainata dal ritornello del cartoon, ottimamente incastrato nella stesura e che crea l’effetto amarcord per i più grandicelli. Particolarmente azzeccata anche la voce di Mikaela che interpreta vocalmente il brano, ma pare fosse ancora minorenne e quindi si rese necessario sostituirla con una modella nel video. «È vero, Michela, che per l’avventura nei Supercar scelse di chiamarsi Mikaela, fu rimpiazzata» svela Pagano. «Non nascondo che fu una scelta difficile e, ancora oggi, particolarmente sofferta ma vista la sua tenera età la Time consigliò caldamente l’uso di un personaggio immagine, pratica che peraltro all’epoca era piuttosto diffusa come ad esempio nel caso di Corona (e in merito a ciò si veda questo ampio reportage, nda)». Qualcuno nell’ambiente parla anche di una versione mai pubblicata di “Tonite” cantata dalla catanese Giovanna Bersola alias Jenny B, proprio l’interprete di “The Rhythm Of The Night” della citata Corona. «Ad onor del vero esiste più di una versione con la voce della Bersola ma rimasero tutte nel cassetto» rivelano gli autori senza però specificarne le ragioni.

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Un’immagine tratta dal book fotografico promozionale dei Supercar (1999)

Il follow-up di “Tonite” esce nella primavera inoltrata del 1999, si intitola “Computer Love” e viene remixato dall’olandese Olav Basoski e dall’inglese Tim ‘Love’ Lee, boss della Tummy Touch. La formula stilistica resta prevedibilmente invariata ma non i risultati. «Non andò bene come il primo anche perché la produzione fu frettolosa visto che l’etichetta ci chiese di realizzarlo in tempi brevi, ma nonostante tutto possiamo ritenerci soddisfatti». Pizzarelli e Pagano tornano su Rise nel 2000 ma come Daf Fader col brano “Da Bridge” che cavalca il trend del cosiddetto “french touch”, affermatosi commercialmente soprattutto grazie ai produttori francesi seppur non ne fossero gli unici artefici. Alla belga ARS Club affidano il poco noto “If You Wanna Dance” di Missy Moss mentre come Big Flower incidono “Fever” e remixano “Just Leave Me” di Box Office licenziato dalla Strictly Rhythm e prodotto da Roger Sanchez. Il progetto Supercar, che gli ha portato fortuna poco tempo prima, resta attivo solo per un remix realizzato per Wordclock.

«Il nostro non fu esattamente un abbandono. Decidemmo di non utilizzare più il nome Supercar perché ritenevamo che i nuovi brani non fossero all’altezza dei precedenti e perché seguivano uno stile piuttosto diverso da quello di “Tonite”, quindi di comune accordo preferimmo coniare nuovi pseudonimi artistici». Nel 2001, in scia agli ultimi colpi di coda dell’italodance, il duo salernitano cede alla Planet Records di Roberto Ferrante “Run Run Baby” di Supercop che, almeno nel nome, sembra voler citare Supercar. «Supercop nacque da una mia idea», svela Pizzarelli. «Non avevo alcuna intenzione di richiamare il progetto Supercar però, bensì rimandare al mio lavoro quotidiano, quello del poliziotto».

Supercar 3

Uno scorcio dell’Alpa Studio a Pontecagnano

Il successo dei Supercar giunge poco prima che l’Italia finisca impantanata in una formula che si rivela poco propizia sulla piazza internazionale (eccetto per qualcuno, come Benny Benassi o Andrea Doria). Il nostro Paese smette progressivamente di essere un solido punto di riferimento in ambito pop dance, probabilmente a causa sia di un livello creativo latente e sempre più assente, sia di incapacità manageriali di confrontarsi con un mercato che avanza speditamente verso la globalizzazione. «Crediamo che il crollo del segmento della dance sia stato causato da molteplici fattori, in primis l’introduzione degli MP3 e la forte ascesa della tecnologia a basso costo che hanno favorito l’accessibilità a chiunque avesse in mente “qualcosa da realizzare”. Di conseguenza tutti hanno avuto facoltà di esprimersi saturando presto il limite di ascolto delle etichette che, a loro volta, si sono ritrovate a fronteggiare con un notevole incremento di produzioni da valutare. Il grosso flusso di musica in circolazione ha reso più difficile anche il compito delle radio, impossibilitate a far ascoltare tutto in una scaletta di poche ore. Morale? Chissà quanti pezzi sono stati cestinati in questi anni, magari anche quelli meritevoli dell’attenzione della massa che purtroppo non è riuscita mai a conoscere. Restiamo del parere però che la creatività non si sia mai esaurita». (Giosuè Impellizzeri)

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Tutto Matto – Funkulo (Tummy Touch)

Tuttomatto - FunkuloNel 1998, anno in cui il cosiddetto french touch conosce l’affermazione commerciale, l’etichetta Tummy Touch pubblica il primo 12″ dei Tutto Matto, “Marble Room”, che si inserisce a pieno titolo in quel filone che fa dialogare disco, funk ed house. Dietro il curioso nome, omonimo di un pezzo di Lorella Cuccarini del 1986 (usato come sigla del programma televisivo “Fantastico 7”) e di quello meno noto della fantomatica Lella del 1987, ci sono due italiani, Jurij Prette e Paolo Guglielmino.

«Ci incontrammo all’inizio degli anni Novanta ad una festa che organizzavo al Cezanne, una discoteca genovese» racconta oggi Prette. «Paolo, eccellente DJ hip hop, r&b e funk, salì in consolle mentre suonavo perché incuriosito dalle sonorità disco, garage e tribali che mettevo all’epoca. Era l’inizio di quel movimento e quei dischi non si sentivano ancora molto in giro. Mi raccontò della sua gigantesca collezione di vinili soul, funk, jazz e disco e del suo bedroom studio, e diventammo subito amici tanto che un paio di giorni dopo ero già in studio da lui. Tutto Matto lo creammo però diversi anni più tardi, quando firmammo il contratto con la Tummy Touch. Ci serviva un nome per identificare quella formula nata dal clash tra le influenze disco, funk ed italo di Paolo (DJ sin dal 1979) e le mie più orientate alla house di fine anni Ottanta. Optammo per Tutto Matto perché siamo due pazzi ma non conoscevamo affatto la canzone della Cuccarini. Per le nostre prime produzioni su etichette italiane invece preferimmo usare altri nomi come Rhythm Heritage o Candy Black». Guglielmino prosegue: «Adoravamo la sperimentazione musicale, ci piaceva mettere insieme il nostro background. Io ero influenzato anche dai break dei Block Party sviluppati nel Bronx, a Genova circolavano parecchie cassettine con su incise sequenze di parti percussive e breaks. “Marble Room”, non a caso, è proprio in quello stile, una celebrazione del break come parte seminale di un brano».

Tuttomatto

I Tutto Matto nei primi anni Duemila

La storia dei Tutto Matto dunque poggia su un poderoso background musicale creato in anni di viva passione e ricerca, una formazione culturale che riesce a fare la differenza e prende le distanze dai classici cliché della discografia destinata a soddisfare il gusto delle grandi masse. È il periodo che consacra un suono a metà strada tra il contemporaneo e il retrò e in cui i compositori francesi del citato french touch si ritrovano ad essere eletti dalla stampa come “padrini” di un movimento che però affonda le radici in periodi e soprattutto luoghi diversi (a tal proposito si vedano le recensioni di Daniel Wang e Leo Young). «Nonostante abiti a Parigi da ormai quindici anni, non penso che i responsabili del fenomeno disco house siano quelli del french touch. Quel tipo di influenze cominciarono anni prima con artisti come Todd Terry, Idjut Boys (con cui abbiamo collaborato spesso e che si sono rivelati molto influenti per noi), Tony Humphries, DJ Sneak e Armand Van Helden, giusto per fare qualche nome, o con pezzi come “Disco’s Revenge” di Gusto, in circolazione sin dal 1995. Ai francesi forse spetta il merito di aver fatto diventare la house un movimento più commerciale a livello mondiale, soprattutto grazie all’enorme successo dei Daft Punk» afferma Prette. E continua: «Abitavo a Londra e compravo spesso i dischi da Soul Jazz Records, a Soho, dove trovai i primi 12″ della Tummy Touch di Tim “Love” Lee che mi piacquero immediatamente. Paolo era ancora a Genova col suo studiolo e la collezione di dischi, quindi ero costretto a tornare in Italia per finire le tracce e fare, di volta in volta, il punto della situazione. Andammo avanti così sino a quando si trasferì oltremanica pure lui. Poi capitò che un amico e collega, Nico De Ceglia, ascoltò i nostri demo e ci consigliò di rivolgerci alla Tummy Touch perché a suo avviso le sonorità dell’etichetta corrispondevano esattamente alle nostre. Qualche mese più tardi, camminando per caso a Shoreditch, passai davanti ad un loft che recava il logo Tummy Touch sulla porta. Decisi di suonare e fu proprio Tim in persona ad aprirmi, con un aspirapolvere acceso in mano. Mi fece entrare a bere un tè, ascoltò i demo e un’ora dopo mi propose di incidere un singolo per la sua etichetta».

Tra 1998 e 1999 i Tutto Matto pubblicano tre 12″ per la Tummy Touch, il citato “Marble Room”, “Straight To You” e “Do What You Want” che include un remix di Claudio Coccoluto e Savino Martinez. Nel 2000 è tempo dell’album che per circa sessanta minuti tiene l’ascoltatore in balia di un sound in perenne bilico tra musica suonata con strumenti tradizionali e programmata con quelli elettronici. Il titolo è particolarmente ironico per gli italiani, “Funkulo”. «Giocando con la fonetica, pensammo che quello fosse il nome più adatto per sintetizzare sia la nostra nazionalità che le radici funk. Ad onor del vero era anche un vaffanculo ad un’Italia che all’epoca ci stava stretta e che non ci diede la possibilità di esprimerci artisticamente come invece stava facendo la capitale britannica. Per realizzare l’album impiegammo circa un anno, lavorando su Logic Audio ed usando un Ensoniq EPS 16+, un E-mu 6400 Ultra ed un mixer Makie a 32 piste. Lo producemmo in un modo ibrido giacché figurano tanti sample ma anche molte parti suonate da musicisti convocati in studio. Passavamo ore a tagliare le session di registrazione per usarle come se fossero state campionate da qualche disco ma, come ricorda anche Paolo, non quantizzando spesso. In questo modo non uccidevamo il groove».

La Tummy Touch pubblica “Funkulo” sia su doppio vinile che CD e fa incetta di recensioni positive un po’ ovunque. «Non ricordiamo esattamente quante copie vendette, ma siamo nell’ordine di qualche decina di migliaia. Fu un ottimo risultato per la scena underground di cui facevamo parte. I DJ che ci aiutarono di più a lanciare il disco furono Boy George, che incluse “Take My Hand” nella compilation mixata “Essential Mix” su FFRR, e Claudio Coccoluto che adoperò lo stesso brano per una storica chiusura al Sonar di Barcellona. Restammo senza parole anche quando entrammo da HMV, in Oxford Street, e trovammo l’album posizionato su uno stand centrale contrassegnato con un cartello su cui si leggeva “i dischi migliori scelti dallo staff” e c’erano diverse persone che lo ascoltavano. Ottime reazioni giunsero dall’Italia, contenta di vedere che due connazionali stessero raccogliendo successo nella capitale della dance music mondiale (analogamente a quanto avviene, nello stesso periodo, ai romani Jollymusic di cui abbiamo dettagliatamente parlato qui, nda). Persino Repubblica ci dedicò una pagina e grazie a “Take My Hand”, estratto come singolo nell’autunno del 2000, facemmo molte serate nel nostro Paese natale».

I Tuttomatto in una foto scattata ad Hong Kong nel 2001

I Tutto Matto in una foto scattata ad Hong Kong nel 2001

Il secondo album dei Tutto Matto, ancora pubblicato dalla Tummy Touch, arriva dopo due anni e si intitola “Hot Spot”. Lo stile resta pressoché invariato, quindi un disco che viaggia sulle scudisciate di percussioni afrobeat e sui virtuosismi che provengono dalla scuola della musica nera ma ricontestualizzata secondo ottiche bianche. «Paragonato a “Funkulo”, “Hot Spot” vendette un po’ meglio soprattutto grazie al brano “Peace” che si ritrovò nelle classifiche di vendita di diversi Paesi, e di “You”, suonato da moltissimi DJ di rilevanza internazionale come Tiga, Trevor Jackson ed Erol Alkan. In termini di scrittura usammo meno sample e componemmo di più, suonando il basso su alcuni pezzi ad esempio».

Brano-traino di “Hot Spot” è proprio “Peace” che, anche in Italia, conquista i consensi delle radio, probabilmente attratte da forti analogie coi brani di Praise Cats, Holy Ghost, Gianni Coletti e Smiling People. «L’idea fu di Paolo, desideroso di fare un disco con influenze gospel e i clap in controtempo. Scrivemmo la canzone con Tatiana, la cantante, e poi la arrangiammo. Se ben ricordo la finimmo in appena un paio di giorni. Quando producemmo “Peace” però “Shined On Me” di Praise Cats non era ancora uscito, fu un puro caso che i due brani giunsero sul mercato praticamente in contemporanea». Guglielmino precisa: «Ai tempi ascoltavo molta gospel-house americana che arrivava a Londra per essere suonata nei club per la comunità nera. Erano dischi eccezionali, ibridi fatti da musicisti con casse e hihat molto morbidi ma ben bilanciati, col suono e le voci tipicamente gospel».

Flyer Tuttomatto

Un paio di flyer risalenti ai primi anni Duemila

Nonostante i confortanti riscontri, il 2002 tira il sipario sui Tutto Matto. «Non abbiamo mai veramente interrotto la nostra collaborazione, ancora oggi facciamo pezzi insieme. Erano trascorsi oltre dieci anni da quando lavoravamo side by side ed entrambi cercammo altri centri di interesse da esplorare. In ogni caso, intorno al 2001, la scena iniziava a mutare e sentimmo che fosse giunto il momento di cambiare, ma non escludiamo il possibile ritorno dei Tutto Matto in futuro. Nei nostri computer ci sono diversi pezzi al vaglio su cui stiamo lavorando. Dobbiamo ancora essere completamente soddisfatti e ci impegniamo a fare qualcosa di davvero speciale perché ora il panorama affollatissimo di produttori ha ormai saturato il mercato con cose seriali. Prendiamo però le distanze dai bootleg. Certi artisti soul, disco e funk hanno già sofferto abbastanza la speculazione negli anni Sessanta e Settanta, quindi non ci sembra onesto vendere materiale non proprio. Non dimenticherò mai quando nell’inverno 2002 incontrammo al Jazz Café di Camden Town un nostro idolo, il pianista Weldon Irvine. Poche settimane dopo si suicidò davanti alla sede della EMI a New York, in segno di protesta per i vari sample che nel corso degli anni la label vendette ai rapper ma senza mai pagargli un centesimo di royalties. Proprio quest’anno uscirà un documentario su di lui. Le nuove tecnologie permettono di fare cose che avrei apprezzato per i nostri DJ set dell’epoca, come gli edit o i remix di brani da usare esclusivamente per le serate. Lo facevo già ma occorrevano tre giorni in studio e la stampa di un dubplate» conclude Prette. E Guglielmino chiosa: «Tra le altre cose sto scrivendo un libro sulla musica afroamericana in cui tratto estensivamente il concetto di appropriazione indebita, e l’esempio che fa Jurij, con Weldon Irvine, è senza dubbio tra quelli più pregnanti». (Giosuè Impellizzeri)

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Moltosugo – Activate (Train! Records)

Moltosugo - ActivateIl 1999 è l’anno in cui il grande pubblico conosce in modo definitivo quello che la stampa elegge come “french touch”. In realtà era già da diverso tempo che uscivano dischi con quel piglio retrò ideati da DJ (come Daniel Wang, Faze Action, DJ Tonka, Leo Young o DJ Sneak) desiderosi di riallacciare house e disco/funk mediante l’uso del campionatore, autentico “collante” della decade. Fu comunque necessaria l’affermazione di Bob Sinclar, Daft Punk, Stardust o Cassius per trasformare quello che sembrava un piccolo movimento sotterraneo, inizialmente codificato come nu funk, in un fenomeno di dimensioni continentali.

Fan sfegatati del french touch sono anche i Moltosugo, team di produzione tutto italiano formato da due DJ, Tommaso ‘Tommy Vee’ Vianello e Kelly ‘Keller’ Pitiuso, e il musicista Francesco ‘Sisco’ Giacomello. «Scegliemmo di chiamarci Moltosugo perché ai tempi, ormai circa venti anni fa, definivamo ironicamente “sugosi” i dischi che suonavano bene» racconta oggi Vianello. Dopo l’esordio in sordina con “Give Up The Funk” segue il più fortunato “Activate” che risente in modo abbastanza palese della neo disco house à la Roulé: una linea di basso ed un beat girano intorno a sample prelevati da vecchie incisioni, ricollocati in una nuova stesura e “stropicciati” da cutoff e resonance incrociati, un altro segno distintivo della corrente stilistica in questione. Qua e là poi piazzano una voce robotica che pare affetta da una balbuzie-tributo al jack chicagoano ed antitetica rispetto al suono umanizzato di tutto il resto. «A parte ritmica e basso, “Activate” venne sviluppato solo su campioni che prelevammo da una colonna sonora funky/jazz di un cartone animato giapponese» prosegue Vianello. «Ci venne l’idea di chiuderlo ed aprirlo e a quel punto decidemmo di usare la voce sintetizzata che dava il via. Andò piuttosto bene ma non saprei quantificare con esattezza quanto vendette in totale. In Italia eravamo sulle 30.000 copie e facemmo anche diverse licenze in Francia, Germania, Spagna e Belgio».

I Moltosugo mantengono saldo l’equilibro su quella miscellanea anche per il successivo “Check Out The Groove” cantato da Danny Losito (voce dei Double Dee) uscito nel 2000. In parallelo esce il primo (ed unico) volume del “Mind The Tools EP” firmato Tommy Vee e J. Keller stilisticamente affine a Moltosugo. In seguito il team si espande intrecciandosi ai T&F (Frankie Tamburo e Mauro Ferrucci): da questo nuovo asse creativo vengono fuori altri brani tra cui “La Serenissima”, remake dell’omonimo dei Rondò Veneziano, che diventa “Stay” nella versione vocale interpretata da Ce Ce Rogers. «Tutto accadde in modo molto naturale col coinvolgimento di Mauro nella parte compositiva. Eravamo più maturi e virammo verso il pop. I tempi dei miei esordi discografici insieme a Spiller nel progetto Laguna ormai iniziavano ad essere lontani».

Tommaso Grande Fratello

Tommaso Vianello al Grande Fratello (quarta edizione, 2004)

Nel 2004 Vianello partecipa alla quarta edizione del Grande Fratello e la sua notorietà cresce ulteriormente oltrepassando i confini del mondo delle discoteche e della musica house. Non è però un “graziato” come tanti altri che in seguito prendono parte a reality show di ogni genere, visto che la sua attività in ambito musicale è già ben avviata (si sentano remix per Laguna, Matt Bianco, Latin Aspects o Green Velvet e brani come “Aadizookaanag”, “Traditional Story” e i vari Moltosugo di cui si è parlato prima). Senza dubbio il programma della Endemol lo aiuta e supporta nel raggiungere nuovi risultati come l’album “First!” da cui viene estratto il singolo “Anthouse (Don’t Be Blind)”.

Da sempre legato alla Airplane! Records, continua il suo percorso artistico e nel 2013 riporta in vita proprio “Activate”, attualizzandone alcuni elementi ma senza snaturarne la matrice originale. «Viviamo un periodo in cui l’apporto della tecnologia ha appiattito la creatività creando standard ai quali si tende sempre ad omologarsi. A ciò bisogna aggiungere la saturazione del mercato e la necessità di impressionare al primo ascolto. Negli anni Novanta si stava meglio, la scena dance/house era una cosa da DJ e da etichette indipendenti, era underground e solo ogni tanto diventava crossover. Ora invece la dance è mainstream e ciò comporta una competitività insostenibile da parte delle piccole etichette che spesso non ce la fanno a sopravvivere. Ormai un brano è un business solo se diventa veicolo promozionale per l’artista che poi fa serate, pertanto molti dei musicisti che un tempo coadiuvavano il lavoro dei DJ in studio sono stati costretti a cambiare mestiere. Spero che col tempo le cose ritrovino un equilibrio». (Giosuè Impellizzeri)

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Claudio Coccoluto – DJ chart marzo 1996

Disco Mix marzo 1996
DJ: Claudio Coccoluto

Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1996

1) Rosie Gaines – Closer Than Close
È presumibile che Coccoluto facesse riferimento all’album della cantante californiana, pubblicato nel 1995 dalla Motown e costruito su itinerari funk, soul, hip hop ed r&b. In tracklist c’è pure un contributo di Prince (per “My Tender Heart”), artista con cui la Gaines collabora anni prima figurando nella formazione dei New Power Generation. Il brano che dà il titolo al disco, “Closer Than Close”, viene estratto come singolo solamente nel 1997 quando diventa una hit nel Regno Unito e vende, almeno stando a quanto si legge qui, oltre otto milioni di copie grazie al remix dei Mentor (Hippie Torrales e Mark Mendoza), a cui si aggiungono pure quelli dei Tuff Jam e di Frankie Knuckles. La versione house garage dei Mentor, in circolazione in formato white label sin dall’autunno del 1996, garantisce a Rosie Gaines una visibilità inaspettata nel mondo dei DJ e delle discoteche, tanto da finire pure nei circuiti generalisti ed essere ripresa più volte negli anni a seguire in svariati nuovi remix.

Precisazione: dopo aver letto l’articolo, Claudio Coccoluto ci fa sapere che suonava un acetato col remix realizzato dai Mentor per “Closer Than Close”, proponendolo pertanto con circa un anno di anticipo rispetto all’uscita ufficiale. «Sono orgoglioso di aver contribuito al successo del brano» scrive su Facebook il 19 aprile.

2) Century Falls Feat. Philip Ramirez – It’s Music
Erroneamente attribuita al solo Crispin J. Glover che comunque produce il tutto per la Sound Proof Recordings, “It’s Music” è la cover dell’omonimo di Damon Harris risalente al 1978. Il brano lascia rivivere suoni funk/disco all’interno della house/garage tipica di metà anni Novanta, non dimenticando neanche influssi jazz. Sul doppio vinile trovano spazio pure i remix di 95 North, Idjut Boys & Laj e Black Science Orchestra, che sviluppano ulteriori diramazioni tangenti la house e la disco.

3) Groove Collective – I Want You (She’s So Heavy)
I Groove Collective sono un ensemble di musica acid jazz/funk fondato nel 1992. Il brano della chart viene estratto dal secondo album, “We The People”, e dato in pasto a Jazz Moses ed Eric Kupper che lo rileggono in chiave deep house. Sul doppio mix edito dalla Giant Step Records c’è anche la versione originale in cui la band di musicisti mette ampiamente in mostra stile e capacità artistiche.

4) Yellow Sox – Flim Flam
Prodotto da Darren House per la Nuphonic di David Hill e Sav Remzi, “Flim Flam” mette insieme house e referenze disco in una modalità che sarà abilmente commercializzata qualche tempo dopo sotto forma di french touch ma che, è bene ricordarlo, viaggia nell’oscurità del clubbing (soprattutto britannico) già da diversi anni. A riverberare la componente funk in tre reinterpretazioni ci pensano i Faze Action (i fratelli Simon & Robin Lee, tra i primi a ricollegare disco ed house). Il brano viene ripresentato nel 2000 attraverso la Yoshitoshi Recordings dei Deep Dish che pubblica un doppio mix con nuove versioni di Christian Smith & John Selway, Olav Basoski ed David Alvarado alle quali si aggiunge pure l’inedita Unreleased Mix con sprazzi di philly sound, probabilmente esclusa dalla stampa su Nuphonic quattro anni prima.

5) Davidson Ospina – The Chronicles
È la newyorkese Henry Street Music di Johnny “D” De Mairo a pubblicare il progetto “The Chronicles”. L’EP consta di quattro brani, “Strings”, “Get On Up”, “Key Of D’s” e “Shadow” attraverso cui il DJ/remixer mostra deep house dai riflessi jazzati sino a toccare ritmi più marcati decorati con brevi campioni vocali tra cui uno forse tratto da “Reach Up” di Toney Lee. Nel corso del 1996 la Henry Street Music pubblica pure “Chronicles II” e “Chronicles III” con cui Ospina continua a battere percorsi sonori analoghi contraddistinti da una particolare predilezione per gli strumenti a fiato.

6) Lectroluv Feat. Stephanie McKay – Oo La La
Frederick Jorio alias Lectroluv, ai tempi impegnato su etichette di tutto rispetto come Tribal America ed Eightball Records, incide sulla britannica Produce Records un brano garage in formato “canzone” interpretato dalla vellutata voce della cantante newyorkese Stephanie McKay che dona al tutto un tocco r&b. House lontana anni luce dalle tante pacchianerie odierne a base di striminziti loop, suoni precotti e voci tratte da librerie da una manciata di euro.

Coccoluto su DJ Mag (1997)7) Lo-Tech – It’s Clear To Me
Quella di “It’s Clear To Me” è house riscaldata da una voce femminile, dotata di un groove “rotondo” e qualche frammento funk sullo sfondo. A produrre, per l’italiana D:vision, è lo stesso Coccoluto affiancato dall’amico Savino Martinez. I due collaborano già da tempo (si senta “Bandit” di Mimi’ E Coco’ su UMM, 1995) e da lì a breve creano The Dub Duo approdando su NRK Sound Division e sulla Pronto Recordings di Leo Young ma soprattutto The Heartists che con “Belo Horizonti”, reinterpretazione di “Celebration Suite” di Airto Moreira, sbanca oltremanica dove viene licenziato dalla Virgin e remixato da David Morales e Basement Jaxx. Forte di questi risultati, nel 1997 Coccoluto conquista la copertina della rivista britannica DJ Mag e si piazza all’88esimo posto della Top 100 DJs. Nel frattempo la house latina à la The Heartists viene traghettata nel mainstream da brani come “2 The Night” di La Fuertezza, “Samba De Janeiro” dei tedeschi Bellini (che riprendono il medesimo pezzo di Moreira), “Spiller From Rio” di Laguna ed “Another Star” di Coimbra (remake dell’omonimo di Stevie Wonder) che consta peraltro di un remix a firma degli stessi Coccoluto e Martinez. La coppia è in azione pure su alcune versioni di “King Of Snake” degli Underworld pubblicate nel 1999 dalla Junior Boy’s Own e registrate presso l’HWW Studio di Cassino, omonimo del progetto HWW (House Without Windows) apparso sulla citata UMM nel 1993 con “Friend”. L’HWS riportato nella classifica è quindi da considerarsi un refuso.

8) The O’Jays – I Love Music (Disco-Tex Remix)
Il brano targato 1975 del gruppo americano di musica soul, r&b e disco viene trascinato nel mondo house attraverso un remix dei Disco-Tex, meglio noti come Full Intention. Preservando le atmosfere originali ma contestualizzandole in una nuova dimensione, emerge una versione perfettamente calata tra disco, funk ed house. Il brano è inciso sul doppio “Remix Culture 158″ edito dalla DMC insieme ad altri interessanti remix per Gusto, Babylon Zoo, Inner City e Deborah Cox ma viene inserito pure su un 12” della Disco-Tex Records, un altro di quei prodotti che testimoniano come la disco house non sia stata il frutto di un’intuizione esclusiva dei francesi seppur questi ultimi abbiano dato ad essa un’impronta personalizzata ed adatta(bile) al mercato mainstream.

9) Nu Colours – Desire
Estratto dall’album “Nu Colours” trainato dal singolo “Special Kind Of Lover”, “Desire” mette in forte evidenza inclinazioni soul, funk ed r&b. Seppur non sia scritto, è plausibile che Coccoluto suonasse uno dei ben quattro remix firmati dai Masters At Work, pubblicati in Italia dalla Impulse, etichetta della bresciana Media Records. Sul doppio mix c’è spazio per due ulteriori versioni, quella dei Mindspell e di Nutopia.

10) Daniel Wang – The Morning Kids
«La house è la rivincita della disco» diceva Frankie Knuckles nel 1990, e un parere molto simile è quello di Daniel Wang, californiano di origini cinesi che nel 1993 riavvicina la disco e il funk alla house attraverso la sua Balihu Records. “The Morning Kids” è il quarto 12″ di un catalogo cresciuto con netta discontinuità ma con altrettanta vitalità espressiva. Quattro i brani racchiusi al suo interno, “In A Golden Haze”, “Rooftop Boogie”, “Baby Powder Dementia” e “Free Lovin’ (Housedream)”, tutti straripanti di sample e citazioni che rimandano al repertorio Salsoul Records e alla disco anti nazionalpopolare. Wang e la sua Balihu Records, di cui abbiamo già parlato dettagliatamente qui, restano tra i primi nomi da menzionare quando si parla della genesi di un filone oggi fatto confluire nell’immenso calderone chiamato nu disco.

(Giosuè Impellizzeri)

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Daniel Wang – The Look Ma No Drum Machine EP (Balihu Records)

Daniel Wang - The Look Ma No Drum Machine EPEsistono dischi che al momento dell’uscita non destano particolari interessi ma che dopo qualche decennio possono ricoprire ruoli tutt’altro che marginali. È il caso dell’EP di Daniel Wang pubblicato nel 1993 e destinato ad una ristretta cerchia di DJ che trovarono intrigante riassaporare la disco, il funk e il cosiddetto philly sound in salsa house. Oggi è banalissimo parlare di disco house visto il ripetuto ed abbondante recupero di quelle sonorità e la creazione di un filone appositamente dedicato come la nu disco, ma 23 anni fa quell’extended play suonava come una voce fuori dal coro. A Wang va quindi riconosciuto il merito di essere stato uno dei primissimi ad intuire le possibilità creative che si celavano dietro il funk e la disco degli anni Settanta ed Ottanta che nei primi anni Novanta, con l’invasione della house e della techno, suonavano irrimediabilmente vecchie quanto superate.

L’autore nasce in California, trascorre l’infanzia a Taiwan (i suoi genitori sono cinesi), poi torna negli States per gli studi universitari. Nel 1993 a Chicago, dove fissa la sua dimora prima di trasferirsi a New York l’anno dopo, inventa la Balihu Records autofinanziando la prima produzione, un EP pieno di sorprese. «Ero totalmente ingenuo quando fondai la Balihu. La musica house e la dance elettronica più in generale erano già diventate un fenomeno incredibilmente commerciale, senz’anima e poco interessante per le mie orecchie, così pensai di realizzare un disco divertente contraddistinto da un atteggiamento ironico ma che al tempo stesso mostrasse una conoscenza approfondita della vecchia disco, al fine di distinguermi da tutto quello che era in circolazione e magari ottenere qualche ingaggio nei club come DJ» racconta oggi Wang. «A New York feci ascoltare un demo a Roger Sanchez che qualche tempo prima incise per la Strictly Rhythm “Luv Dancin'” come Underground Solution. Ai tempi lo ammiravo moltissimo ma la traccia che sottoposi alla sua attenzione era praticamente un collage di vecchi sample messo su un floppy disk del campionatore Akai, neanche registrato su DAT. Non ero un musicista e non avevo mai inciso nulla prima di quel momento, non sapevo davvero niente di quel mondo».

Dopo i primi fibrillanti anni la scena di Chicago si arena ed etichette cardine come D.J. International o Trax Records finiscono con l’essere soppiantate e presto dimenticate dalle realtà europee, anche a causa del diffuso malaffare. Come descrive DJ Pierre in una recente intervista «si creò una frattura con gli artisti che, non avendo più fiducia, cominciarono a rivolgersi altrove per pubblicare la propria musica». A Daniel Wang però non interessa il fattore imprenditoriale e getta le basi della Balihu Records proprio nella città del vento. «Balihu è una parola che non ha un significato compiuto, è un termine burlesco che attinge dal vecchio idioma irlandese “ballyhoo” che indica una forte commozione o un senso di agitazione, tipo quello che si viene a creare dopo un incidente stradale. Ai tempi molte label di New York avevano nomi che rimarcavano la spiritualità ma volevo evitare di accodarmi ai luoghi comuni. Avere origini cinesi ed essere attratto dalle melodie europee era già qualcosa di atipico quindi optai per un “nonsense”, da perfetto nerd. Tengo inoltre a precisare che non era affatto mia intenzione creare un’etichetta, almeno non nei termini in cui viene definita una tipica casa discografica. Non esisteva nessun ufficio, nessun dipendente e soprattutto nessun budget. Ero semplicemente uno studente universitario con una carta di credito Visa, le grafiche del 12″ furono realizzate in totale economia con una banale macchina fotocopiatrice (sopra c’era anche un ironico messaggio che prima poneva tre quesiti per misurare le proprie conoscenze in materia e poi invitava a riconoscere i sample utilizzati per avere in regalo un viaggio a Parigi o il test pressing del disco seguente, nda). Avrei dovuto mandare il DAT in New Jersey via posta, dando le indicazioni alla stamperia attraverso il telefono e il fax, ma fui fortunato perché a New York incontrai Alexander Zayas che vendeva dischi per le strade della città nel baule della sua auto. Sapeva tutto su negozi e sui DJ e riuscì a far arrivare il mio primo EP a Tony Humphries che lo suonò nel suo programma su Kiss FM. Fu lui a rendere tutto possibile anche se il suo ufficio, la filiale americana della Dig It International italiana, non durò a lungo. La musica house era un business strano, spesso c’erano pochi contenuti e scarso talento artistico ma tanto hype e richiesta del mercato, un po’ come avviene oggi per l’EDM».

Bali hu

“We’ll Do What Ever We Want” è l’unico brano che Wang firma come Bali Hu, nel 1995

Nel 1995 Zayas pubblica il brano “We’ll Do What Ever We Want” che Wang firma come Bali Hu, ma solo in formato promozionale. «Quel pezzo fu un incidente di percorso. Credo di aver guadagnato appena trecento dollari per esso, fu appositamente pensato come un prodotto promo dell’etichetta, direi anche non particolarmente ispirato dal punto di vista creativo :)».

Ma torniamo al disco su Balihu: l’EP si apre con “Like Some Dream I Can’t Stop Dreaming” (presente in due versioni, la Break Mix e la No Break Mix), un sinuoso viaggio che risalta le curve del funk e dell’afro coi timbales a scandire il ritmo. Il vocal è tratto da “One For The Money” di Sleeque (1986) mentre il frammento ritmico da “Wake Up And Move “Funky”” di Eddy Rosemond (1979). “Warped” segue le traiettorie disco/soul ma rinforzandole con paratie proto acid. Questa volta all’interno si scova un ritaglio di chord preso da “You Don’t Know” di Serious Intention (1984) ed una più ampia porzione ritagliata da “Time Warp” di The Coach House Rhythm Section prodotta da Eddy Grant nel 1977. Seguono “Gotta Get Up”, ricolma di citazioni funk (con un fantastico assolo di clavinet) ma nel contempo house music oriented, e “Twitchy & Scratchy” che conclude con un’altra parata di sequenze disco inchiodate su un 4/4 con hi-hat rigorosamente in levare.

«Realizzai tutto con una drum machine Alesis SR-16, un campionatore Akai S950 ed una tastiera Korg 01/W con sequencer a 16 tracce attraverso cui innescai i vari sample raccolti da vecchi vinili house e disco che avevo comprato tra 1991 e 1993. Nient’altro. Per il mixaggio invece adoperai un mixer Mackie 1604 ma utilizzando appena tre o quattro canali, insomma, tutto in modo molto primitivo. Sono stupito dal grado di tecnologia raggiunto nel 2016, possiamo disporre di un’intera orchestra, di cinquanta sintetizzatori ed oltre cinquecento tracce nel nostro MacBook però al tempo stesso mi spiace che il 97% dei “produttori” odierni sia costituito da DJ che sanno davvero poco e niente sulla musica. Si limitano a fare copia-incolla su Ableton, realizzando bassline di due note che non cambiano mai per sette minuti. Di tanto in tanto silenziano la cassa per otto misure e poi di nuovo in loop. È davvero così assurdo e paradossale, rimango basito quando sento la maggior parte delle produzioni in circolazione anche se, ad onor del vero, avvertivo una sensazione simile già nel 1993».

strumenti Wang

Gli strumenti usati da Daniel Wang per il primo EP su Balihu Records

Wang è altamente critico, sia nei confronti dell’operato altrui, sia con se stesso. «Non so di preciso quanto abbia venduto quel disco. Se ben ricordo la prima tiratura fu di appena 500/600 copie, poi venne ristampato un paio di volte per soddisfare le richieste del distributore ma credo abbia venduto molto meno di quel che la gente potrebbe immaginare oggi. In tutta franchezza non sono neanche molto orgoglioso di averlo fatto perché non era altro che un mucchio di campioni, tutto monofonico e piuttosto grezzo. A posteriori però riconosco in quei brani un autentico e genuino feeling do it yourself di matrice punk. Ora per me ora è impossibile recuperare quell’ingenuità».

“The Look Ma No Drum Machine EP” è uno dei primi dischi in cui house e disco vengono incastrate l’una nell’altra, rivelando un ibrido che sarebbe stato apprezzato dal grande pubblico soltanto nella seconda metà degli anni Novanta. «Ho sempre pensato che la distinzione tra house e disco fosse errata o comunque non così radicale. Viaggiano entrambe su ritmi in 4/4 esplorando possibilità stilistiche simili. Vedrei più come ibridi le combinazioni tra bossanova e disco, o tra valzer ed afro. La house degli anni Ottanta non fu altro che l’evoluzione della disco dei Settanta ottenuta con le batterie elettroniche giapponesi. Tutti i brani di Moroder, Cowley o Grant usciti a fine anni Settanta gettarono le basi per i ritmi meccanici del decennio successivo»Probabilmente fu pure certa italo disco a rendere meno traumatico il passaggio dalla disco alla house. «Non sono un fan sfegatato dell’italo, al suono “cheap” degli Ottanta preferisco quelle produzioni italiane di tardi anni Settanta tipo Tantra di Celso Valli, anche se comunque dipende sempre dai brani. Anche in America circolava un sacco di disco music pacchiana e di poco valore, ma l’alto numero di produttori aumenta la possibilità di trovare pezzi ispirati come quelli di Klein & MBO o Gazebo».

Idealism

La copertina di “Idealism”, il primo (e sinora unico) album di Daniel Wang edito dalla Environ nel 2001

La storia di Daniel Wang e della sua Balihu Records prosegue a passi felpati. Nel 1998 viene “arruolato” dalla Environ di Morgan Geist dei Metro Area che tre anni dopo pubblica il suo primo (e sinora unico) album, “Idealism”. L’artista approda pure su altre etichette più o meno note, come l’inglese Monkey Fruit, la tedesca Playhouse, la francese Basenotic Records e le americane OMW e Ghostly International, adoperando vari pseudonimi tra cui Morning Kids e Danny Ultra Omni. Pur essendo stato uno dei primi ad aver ricongiunto house e disco, Wang si rifiuta di cavalcare l’onda sia quando il fenomeno si intensifica e i media iniziano a chiamarlo nu funk (con Faze Action, Leo Young, Dimitri From Paris, Tutto Matto, I:Cube, DJ Gilb’R, Cricco Castelli, Alex Gopher o Motorbass), sia quando si commercializza definitivamente con Bob Sinclar, Daft Punk, Etienne De Crécy, Stardust, Phats & Small, Richard Grey, Cassius ed Alan Braxe.

Nel ’99 l’uscita di “This Is The Final Balihu Release” fa pensare che i giochi si siano chiusi ma nel 2002 ci ripensa utilizzando Balihu anche come piattaforma per la musica di altri artisti come Brennan Green, i Block 16, Ilya Santana e l’italiano Massimiliano Pagliara. Nel 2007 ristampa proprio “The Look Ma No Drum Machine EP” e nel 2009 l’olandese Rush Hour setaccia il catalogo per la compilation “The Best Of Balihu 1993-2008”. L’ultimo atto si consuma nel 2010 con “Mysterious Yellow Sound From Germania” che Wang firma con lo pseudonimo Oto Gelb. «La missione di Balihu ormai è finita, adesso la mia vita attraversa una fase diversa. Vivo a Berlino, in una casa felice e con una storia sentimentale stabile accanto al mio fidanzato tedesco. Inoltre dispongo di strumenti più adeguati ed ovviamente molte più conoscenze. Ho aspettative più alte e complesse rispetto a quelle di un tempo e per questo motivo sono piuttosto discostante nella produzione discografica, ma chissà, forse tra 2016 e 2017 potrei tornare con qualcosa di interessante». (Giosuè Impellizzeri)

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