La discollezione di Gino Woody Bianchi

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Parte della collezione di dischi di Gino Woody Bianchi: in mano regge “Get On The Good Foot”, album di James Brown del 1972

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Alla fine degli anni Sessanta andava di moda il cosiddetto mangiadischi per cui casa mia, come del resto tante altre, era letteralmente invasa da dischi. Il mio primo vero disco comunque, un 7″ che allora si chiamava gergalmente 45 giri, è stato “Sex Machine” di James Brown. Lo comprai nel 1970 dopo averlo ascoltato in una delle prime puntate di Alto Gradimento, un programma radiofonico di grande successo con Renzo Arbore e Gianni Boncompagni.

L’ultimo invece?
Pochissimi giorni fa mi è arrivato il 12″ promozionale del remix di “I Thought It Was You” di Herbie Hancock. Inoltre ho appena acquistato un rarissimo 7″ pubblicato dalla Sugar Hill Records nel 1981, “Stronger Than Before” di Just Friends che sul lato b annovera il pezzo disco boogie “Mutsie”.

Quanti dischi ci sono nella tua collezione?
Non li ho mai contati ma credo realistica una stima tra i ventimila e i venticinquemila. Faccio il disc jockey da quarantacinque anni ed ho sempre comprato dischi. Posseggo inoltre dai quattromila ai cinquemila CD, supporto che amo in particolar modo per le edizioni rimasterizzate, quelle con tracce extra, con versioni inedite o con informazioni e testi nei booklet. Ho reinvestito gran parte del denaro guadagnato facendo il DJ proprio nell’acquisto di musica. Ho comprato dischi ovunque, anche all’estero ovviamente, affrontando molteplici viaggi. Senza accorgermene ho costruito una bella collezione. Non so quanto abbia speso per essa e francamente non ci voglio neanche pensare perché mi spaventerei, ma non nutro assolutamente alcun rimpianto.

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Bianchi e una piccola parte della sua collezione. Dall’omogeneità cromatica delle costole delle copertine si evince l’ordine scrupoloso con cui il DJ romano ha sistemato i suoi dischi

Come è organizzata?
Sono una persona ordinata sia mentalmente che praticamente quindi ho suddiviso i 12″ per etichette, generi ed anno a seconda delle esigenze. Quelli con copertine uguali delle label ad esempio, tipo Salsoul, Prelude, West End, Columbia, Epic, AVI, Casablanca, TK etc, sono tutti allocati in alcuni scaffali mentre la house music la ho incasellata per annate. Gli album invece sono divisi per generi: disco, funk, soul, r&b, jazz, latin, soundtracks, elettronica e rock. I War, James Brown, Roy Ayers, B.T. Express e Charles Earland, di cui ho quasi tutta la discografia, si trovano nello stesso scompartimento. Insomma, ho seguito una logica personale che facilita la ricerca.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Nella mia collezione “accetto” solo dischi in ottime condizioni. Ogni tanto pulisco alcuni con un liquido tedesco per togliere le ditate. Utilizzo inoltre le foderine in plastica per salvaguardare le copertine. Laddove il disco sia troppo usurato invece lo riacquisto.

Ti hanno mai rubato un disco?
Nel 1994, dopo aver completato il set in occasione del live degli Incognito, mi recai in un altro locale lasciando incautamente una borsa con circa trenta/quaranta dischi nel portabagagli della mia auto. Al ritorno purtroppo quella borsa non c’era più. Persi cose abbastanza rare che nel corso del tempo ho fortunatamente ritrovato, forse tre/quattro dovrei ancora ricomprarle ma comunque non sono titoli fondamentali. Ad alcuni amici invece ho prestato qualche disco che non mi è stato più restituito ma va bene ugualmente, il piacere della musica va condiviso e a volte regalato.

Qual è il disco a cui tieni di più?
È difficile rispondere. Tengo tantissimo ad ogni disco che posseggo perché rappresenta un suo momento e una sua storia. Uno di quelli che mi emoziona sempre quando lo riascolto è “Universal Love” degli MFSB ma provo sensazioni analoghe anche col capolavoro di Stevie Wonder, “Songs In The Key Of Life”, con “Shaft” di Isaac Hayes o con “Gratitude” degli Earth, Wind & Fire. Insomma, non saprei proprio indicarne solo uno. Ad ogni disco sono legati aneddoti, attimi, ricordi, emozioni…una vita intera.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
Sono diversi i dischi acquistati erroneamente nella mia carriera da disc jockey, magari importanti solo per la gestione di una serata (si pensi, ad esempio, ai successi del momento). Qualche esempio? “Live Is Life” degli Opus o “Yes Sir, I Can Boogie” delle Baccara. Grazie ad essi però ho riempito i dancefloor e questo non lo nascondo, quindi alla fine sono stati comunque acquisti utili. Un disco “serio” che ha deluso le mie aspettative invece è stato “Electric Universe” degli Earth, Wind & Fire, uscito nel 1983.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Sono davvero tanti i dischi della mia wantlist, non riesco mai a saziare del tutto l’ego del desiderio. Uno di questi è “Le Roc “Move Your Body”” di Le Cop, un 12″ del 1979 molto ricercato che rincorro ormai da anni. Purtroppo è difficile trovarlo in buone condizioni e soprattutto ad un prezzo abbordabile (nel 2016 una copia è stata venduta su Discogs per poco meno di 1500 €, nda). Un altro invece è “Introducing – The Brief Encounter” dei Brief Encounter, un LP del 1977 venduto a prezzi impossibili e fuori da ogni logica, ma la lista che potrei stilare è davvero infinita.

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“A Tribute To Muhammad Ali (We Crown The King)” di Le Stim (Nacnudah International Records, 1980) è il disco per cui Bianchi, ad oggi, ha speso la cifra più alta

Quello per cui hai speso la somma più alta?
Non ritengo giusto investire somme esagerate. Sono riuscito ad accaparrarmi molti dischi che hanno acquisito valore ed importanza nella mia lunga ricerca in giro per il mondo attraverso mercatini, negozietti e fiere, ma devo ammettere che a volte il desiderio ha superato il buon senso e quindi sono cascato nella rete dei prezzi importanti. In merito a ciò cito “A Tribute To Muhammad Ali (We Crown The King)” di Le Stim, un 12″ del 1980 ristampato recentemente dalla Melodies International per cui ho speso circa seicento dollari. Il disco e la copertina erano in buone condizioni e credo di essere uno dei pochi possessori al mondo di questo cimelio.

Quello con la copertina più bella?
Una delle copertine che ho sempre ammirato è quella di “Slave To The Rhythm” di Grace Jones, realizzata dal francese Jean-Paul Goude, ma mentirei se non citassi pure quella di “Aladdin Sane” di David Bowie, a firma Brian Duffy e Celia Philo, e quella di “I Want You” di Marvin Gaye, illustrata da Ernie Barnes ricordato per altre splendide cover di Donald Byrd, Rose Royce, Curtis Mayfield e The Crusaders.

Come e cosa ricordi dei primi negozi di dischi che hai iniziato a frequentare?
Nel periodo adolescenziale sono stato l’incubo di molti negozietti. Erano gli anni in cui venivano pubblicati tantissimi 7″ che però non potevo acquistare visto il budget limitato della mia paghetta settimanale, per cui trascorrevo interi pomeriggi ad ascoltare le nuove uscite col fine di essere informato. A volte cercavo di convincere mia madre a sovvenzionare qualche acquisto extra. In particolare ricordo un mega negozio a Roma che si chiamava Consorti, nei pressi del Vaticano, non molto distante da casa mia. Almeno un paio di volte alla settimana prendevo la bici ed andavo lì ad ascoltare e comprare due/tre dischi tra le novità. Correva il 1973 e non avevo nemmeno dodici anni. Un altro negozio che frequentavo era La Cicala, a circa un chilometro da casa. La figlia del proprietario era compagna di scuola di mia sorella. Lì dentro ho trascorso davvero tanto tempo ed ho comprato un mucchio di dischi come i primi album della Love Unlimited Orchestra e le novità della serie Soul Explosion affiliata alla RCA. Nel ’76 a Roma aprì i battenti il primo negozio di dischi d’importazione, Sam Goody poi trasformato in Goody Music, che cambiò la mia visione nello scegliere i dischi. Lì dentro era possibile imbattersi in cose uniche che non si ascoltavano in radio o che sarebbero state pubblicate in Italia solo a distanza di diversi mesi. Lavoravo da circa un anno in un piccolo locale, il Clash Club, nel cuore della città, e ciò mi garantì un discreto budget per comprare i dischi che mi piacevano.

Continui a preferire i negozi classici all’e-commerce?
Sì, senza dubbio. Acquistare nei negozi tradizionali contribuisce a tenere vive l’emozione, l’ansia e l’adrenalina che provavo da ragazzo. Quando sapevo che nei miei negozi preferiti, come Sam Goody/Goody Music, Best Record e Città 2000, avrei potuto trovare certi dischi provavo gioia già per strada. Talvolta però quella gioia si trasformava in delusione, laddove non fossero ancora arrivati o già terminati. Nei negozi inoltre incontravo colleghi coi quali condividere idee e parlare di musica, cosa per me importantissima visto che mi piace il contatto fisico. Ad alimentare la mia passione è ancora la ricerca e la valutazione, sia del disco che della copertina. Un aneddoto? A maggio del 1982 partii da Roma insieme ad un amico per cercare titoli introvabili in stile Baia Degli Angeli. Andammo da Disco Fantasia, il negozio a Falconara Marittima che il disc jockey Kruger Agostinelli aprì l’anno prima. Di quel posto me ne parlò Marco Trani, suggerendomelo perché pieno di dischi particolari e difficili da trovare altrove. Arrivammo intorno all’ora di pranzo e trascorremmo almeno tre/quattro ore alla ricerca spasmodica del disco impossibile, della bella musica e delle rarità. Tornammo a casa esausti, messi a dura prova da un viaggio nauseante viste le tante curve dell’itinerario, ma contenti e soddisfatti per il bottino che ci eravamo assicurati. Reperire copie sigillate uscite qualche anno prima fu un’autentica goduria.

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Un’altra foto di Bianchi, questa volta con “Man-Child” di Herbie Hancock (1975)

Quali sono i primi tre dischi che ti vengono in mente ripercorrendo la tua carriera da DJ?
Il remix di “Let No Man Put Asunder” delle First Choice realizzato da Shep Pettibone nel 1983 (l’originale risale al ’77, sempre su Salsoul Records). Sul lato b dello stesso 12″, peraltro, era incisa la versione di Frankie Knuckles, alla sua prima esperienza come remixer. Fu un disco importante che continuo a riproporre nelle mie serate e che considero precursore di ciò che sarebbe diventata la house music qualche anno più tardi, e non a caso Steve “Silk” Hurley utilizzò la stessa partitura di basso per la sua “Jack Your Body” nel 1985;
“I Am”, l’album del 1979 degli Earth, Wind & Fire, la mia band preferita di sempre. Un disco che sancì la fine della disco con “Boogie Wonderland”, provvisto di arrangiamenti pazzeschi e ballads emozionanti. L’ho ascoltato migliaia di volte senza mai stancarmi;
“Man-Child” di Herbie Hancock, album risalente al 1975 dal sound innovativo e sperimentale che contava sulla partecipazione di artisti del calibro di Stevie Wonder, Harvey Mason, Wayne Shorter e Louis Johnson, per citarne alcuni. Un LP pazzesco che mi ha fatto conoscere ed apprezzare il mix tra funk e jazz.
A questi tre ne aggiungerei tanti altri come “Curtis” di Curtis Mayfield, “Masterpiece” dei Temptations, “Back Stabbers” degli O’Jays, “The Man-Machine” dei Kraftwerk, gli album prodotti dai fratelli Larry e Fonce Mizell e poi tutto di Marvin Gaye, Patrice Rushen, Michael Jackson e Stevie Wonder, oltre all’infinito mondo dell’house music.

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Gino Woody Bianchi con un paio di 12″ targati Salsoul Records

Più di qualche DJ ha affermato di prestare particolare attenzione al primo e all’ultimo disco del proprio set, perché sono quelli che il pubblico potrebbe ricordare di più. Se dovessi esibirti domani in un club, quali brani sceglieresti per aprire e chiudere la tua selezione?
Il primo pezzo determina le “intenzioni” e in un certo senso preannuncia la direzione che si prenderà. Uno che mi viene subito in mente è “Life On Mars” di Dexter Wansel, del 1976, con una partenza mistica, un intro magico che poi si trasforma in un incalzante jazz funk solare ed energico. Per chiudere la serata invece opterei per un disco importante, da “baldoria”, come ad esempio il “II° Coro Delle Lavandaie” del Maestro Roberto De Simone con la Nuova Compagnia Di Canto Popolare, o più semplicemente un anthem della disco come “Don’t You Want My Love” di Debbie Jacobs.

Oltre ad aver fatto girare migliaia di dischi come disc jockey, ne hai realizzati tantissimi come produttore sin dagli anni Ottanta. Cosa significava incidere musica per un DJ quando la house era alle battute iniziali?
Le mie prime esperienze discografiche sono state particolarmente precoci. Già nel 1980, insieme agli amici Corrado Rizza ed Emilio Bonelli, mi cimentai in un medley missato ed editato contenente le cose più belle di quel periodo, ovviamente autoprodotto in maniera clandestina. Impiegammo un paio di settimane per provare i missaggi e poi registrammo tutto in uno studio professionale con l’aiuto dell’amico fraterno Paolo Micioni e Gary Low che invece suonò le percussioni nel multitraccia. Il titolo del progetto era “Boneribian 1”. Desideravo entrare nel mondo della discografia e negli studi di registrazione, così imparai a fare l’editing su nastro e a modificare le versioni dei brani, inizialmente per uso personale e in seguito per varie compagnie discografiche. Intorno alla metà degli anni Ottanta iniziarono a spuntare i primi dischi house ma, in tutta franchezza, trovai improponibile la maggior parte di essi. Il sound era troppo scarno e nonostante molti pezzi contenessero chiari riferimenti alla disco, risultavano poco efficaci in pista, fatte alcune eccezioni come “Can You Feel It” dei Fingers Inc. o “Move Your Body” di Marshall Jefferson. Tuttavia restai affascinato da quel nuovo modo di fare musica e cominciai a lavorare con diversi produttori e musicisti importanti del circuito romano partecipando ad arrangiamenti, missaggi e realizzando editing per stesure di vari brani (come raccontato in questo reportage, nda). Fu una scuola importante perché approcciai alla programmazione ritmica, alla scelta dei suoni e capii come sviluppare una versione. Fui molto fortunato a collaborare con un’etichetta come la X-Energy Records. Alvaro Ugolini, co-proprietario insieme a Dario Raimondi Cominesi, mi diede fiducia e così potei sperimentare e pubblicare le mie idee, remix, edit e produzioni usando i primi campionatori. Provai una sensazione unica ed impareggiabile nel creare musica moderna ma intrisa del mio passato e da ascolti maniacali del philly sound e della disco.

Woody nello studio blue della Wax Production (1996)

Gino Woody Bianchi nello studio blue della Wax Production (Roma, 1996)

Nel ’94, insieme a Corrado Rizza e Dom Scuteri, fondi la Wax Production al cui interno operano due etichette, la Lemon Records, su cui esce la fortunata “Rhythm” di Black Connection poi diventata “Give Me Rhythm” di cui parliamo qui, e la Evidence. Come e cosa ricordi di quel periodo?
Il team della Wax Production nasce già alla fine del 1990 per la realizzazione di remix e produzioni destinate ad etichette come la Flying Records e la X-Energy tra cui “Colour Me” di Paradise Orchestra e “Tomorrow” di Daybreak. Dopo quattro anni di lavoro volevamo dare una svolta al progetto, intenzionati a sperimentare di più e desiderosi di quella libertà che ci avrebbe permesso di pubblicare ciò che ritenevamo più opportuno senza attendere giudizi e consensi altrui. Aprimmo quindi due studi di registrazione (il blue e il green) in una nuova location dotata anche di ufficio, e varammo la Lemon Records col supporto della Flying Records in veste di distributore. L’aspetto economico non ci ha mai condizionato perché io e Corrado lavoravamo come DJ e ciò ci mise nella condizione di realizzare dischi di qualità senza subordinarci ad aspetti commerciali. Vennero fuori tanti brani tra cui successi di alto profilo proprio come Black Connection, nato per utilizzare un sample del philly sound che mi “tormentava” da molti anni abbinato ad un cantato ispirato da un pezzo dei Basement Boys. In tal senso il featuring vocale di Orlando Johnson risultò fondamentale e grazie al tocco magico di Victor Simonelli e dei Full Intention divenne un anthem dei dancefloor entrando in poco tempo nella classifica nazionale britannica. Ricordo la Wax Production con molto piacere, ci divertimmo confrontandoci e collaborando con varie etichette discografiche di rilievo oltre ad incontrare i produttori e i remixer più blasonati al mondo, soprattutto in occasioni speciali come il Midem di Cannes. Fu un sogno che divenne realtà con ottimi riscontri economici.

Per circa un quindicennio vendere dischi è stata la mission principale delle label indipendenti legate alla musica dance. La “liquefazione” dei formati dopo il Duemila però ha stravolto la metodologia di lavoro quasi azzerando, di fatto, gli introiti. In tantissimi hanno chiuso battenti, altri hanno proseguito cercando di barcamenarsi nelle nuove dinamiche di un “mercato” forse non più tale (download prima, streaming poi). Ritieni che la perdita di un comparto come il disco in vinile, un tempo determinante, abbia contribuito ad alimentare quel processo di narcosi creativa in cui oggi versano house, techno e derivati? Sapere di non poter vendere più di trecento o cinquecento copie, per chi investe ancora in questa attività – che sia un artista o un produttore -, ha smorzato la passione e la voglia di fare che invece fu particolarmente accesa negli anni Novanta?
Il passaggio al CD ha innescato un mutamento irreversibile. Il resto è avvenuto col download e streaming che hanno sancito quasi del tutto la scomparsa del vinile. Nel decennio 2000-2010 le produzioni potevano contare ancora sul supporto delle compilation in CD con vendite importanti in tutto il mondo. Per i produttori c’era ancora la possibilità di guadagnare bene e realizzare cose nuove. Col cambio dei tre formati però (vinile, CD e digitale) è emerso un numero sempre più rilevante di chi si è letteralmente improvvisato DJ senza investire denaro in musica come si faceva invece ai tempi dei dischi, e ciò ha determinato il calo dei cachet per i resident e degli investimenti dei club. Con la sensibile riduzione del mercato del vinile, dovuta al progresso e alla tecnologia incalzante, le entrate economiche dei produttori sono diminuite ma, innegabilmente, anche i costi. Qualche decennio fa per realizzare una produzione era necessario avere uno studio quindi disporre e stanziare somme importanti, adesso invece è tutto molto più semplice ed economico. Chi realizza produzioni, la maggior parte delle volte lo fa a basso costo anche perché è difficile investire su qualcosa che non garantisce alcun ritorno economico. Qualcuno lo fa per alimentare la propria immagine e quindi aumentare il numero delle serate come DJ. Probabilmente ciò influisce anche sulla creatività. Nel mio repertorio da produttore ci sono dischi che hanno venduto molto bene come ad esempio il già citato “Give Me Rhythm” di Black Connection, che ha totalizzato circa cinquantamila copie del 12″ e tre milioni di compilation su CD. La soglia si abbassò leggermente col follow-up “I’m Gonna Get Ya’ Baby” ma conquistando ugualmente prestigiosi riconoscimenti come l’ingresso nella classifica di Billboard, allora considerata il top per la musica. Ottimi risultati sono legati pure a produzioni che realizzai successivamente, come “Music” di Disconnection Featuring Sabrynaah Pope e “Stand Up (If You’re Ready)” di Electroluv. Tra singoli, compilation e licenze nel mondo non posso proprio lamentarmi. Continuo ancora oggi a realizzare remix e produzioni con la stessa passione di sempre, divertendomi ed ottenendo buoni risultati, sia in vinile che digitale, ma ovviamente il vinile resta il mio formato preferito, continuo a comprarlo fedelmente e a fare serate coi dischi.

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La copertina dell’ottavo volume di “Under The Influence”, la raccolta recentemente pubblicata dalla Z Records di Joey Negro e curata da Bianchi

Da poche settimane è uscito, sulla prestigiosa Z Records di Joey Negro, l’ottavo volume della serie “Under The Influence” per l’occasione affidato a te. La compilation rivela quanto sia consistente e poderoso il tuo background mentre la copertina promette una “collezione di boogie e disco rara”: puoi raccontare il lavoro svolto per concretizzare questa ambiziosa pubblicazione, mettendo in evidenza i contenuti, le problematiche e le tempistiche necessarie per la finalizzazione?
Tutto è nato casualmente in virtù della bella amicizia di lunga data con Dave Lee alias Joey Negro, uno dei miei producer e music selector preferiti. Ogni tanto mi diverto a postare su Facebook foto di dischi rari quanto introvabili, aggiungendo rispettive info. Una di quelle foto ha incuriosito Dave che un giorno mi manda un messaggio chiedendomi se mi andasse di curare un nuovo capitolo di “Under The Influence”. Quell’invito mi ha reso molto contento ma sapevo già che sarebbe stato un lavoro arduo e particolarmente lungo perché nel corso degli anni sono uscite moltissime compilation di quel genere che hanno saccheggiato le rarità, quindi avrei dovuto selezionare molte tracce considerando che la politica della Z Records è pubblicare brani mai inseriti in raccolte già edite da altri. Dopo una prima cernita, abbiamo selezionato venti tracce tratte dalla mia collezione di dischi (ed alcune di esse consigliate dallo stesso Dave) per valutarne la reperibilità e la fattibilità della licenza. Spesso è difficile se non impossibile rintracciare il produttore originale di un disco uscito negli anni Settanta e altrettanto frequente è non ricevere alcuna risposta oppure richieste economiche esagerate. Nell’attesa che giungessero eventuali responsi, ho sottoposto all’attenzione di Dave altre venti rarità di cui prendere in esame, allo stesso modo, la disponibilità. Su quaranta pezzi totali abbiamo avuto l’ok solo per quindici pertanto avevo bisogno di altro e la ricerca è proseguita. Alla fine siamo riusciti nell’impresa di raccogliere venticinque brani (per la versione su CD) di cui quattordici solcati sul doppio vinile. Tra i tanti segnalo una meravigliosa versione di “Mexico” di Sammy Barbot, parecchio ricercata, l’introvabile “Come On, Everybody” di Coco York, dall’Australia, e la rara “Springtime” di Arlana. In questo “Under The Influence” figurano inoltre un paio di miei edit, per “Rio De Janeiro” di Ipanema Brothers (divisa in due parti sul 7″ originale edito dalla Barclay nel 1978), e “Disco Break” dei Circle che invece era troppo corta. A tutto si aggiungono importanti liner notes con informazioni in merito ad artisti di cui non si conosce davvero niente ed aneddoti legati a come io sia riuscito ad entrare in possesso di quei dischi. Per effettuare il mastering finale ho portato personalmente tutto il materiale a Londra. Insomma, parliamo di almeno un anno di lavoro, coronato da una grafica meravigliosa. È stata una esperienza strepitosa, un sogno che si è realizzato e che mi ha dato la possibilità di far conoscere e rendere reperibili per altri DJ e selector cose introvabili senza spendere cifre proibitive. Alla base di tutto c’è la condivisione di musica.

Estrai dalla tua collezione almeno dieci dischi a cui sei particolarmente legato spiegandone le ragioni.

Lil Louis - French KissLil Louis – French Kiss
Un disco che ha cambiato il mio modo di vedere l’house music e non solo. Lo scoprii a New York nel 1989, durante una serata al Sound Factory dove c’era Junior Vasquez come resident. Andai lì insieme a Wendy Puff, segretaria della Criminal Records di Arthur Baker, e fummo ospiti della mega consolle del locale. Ad un certo punto Vasquez tirò fuori dal cilindro questo capolavoro incastrandolo in un’acappella di Gloria Gaynor perfettamente in tonalità. Il sound mi lasciò senza fiato, è un pezzo talmente avanti che, a distanza di oltre un trentennio, riesce ancora ad infiammare qualsiasi dancefloor. Un plauso quindi al DJ producer di Chicago.

Loose Joints - Tell You (Today)Loose Joints – Tell You (Today)
Ho sempre amato le cose di Arthur Russell, un genio sregolato sin dai tempi di “Kiss Me Again” di Dinosaur (1978). La sorpresa giunse già col primo Loose Joints, “Is It All Over My Face? / Pop Your Funk” del 1980 e “Tell You (Today)” fu una conferma. Le due versioni incise sul lato b, (New Shoes) Part I e (New Shoes) Part II, sono incredibili, ipnotiche e molto dub, con trombette in stile Jamaica, percussioni à la “I Love Music” degli O’Jays e un basso simile a quello di “Jazz Carnival” degli Azymuth. La produzione di Steve D’Acquisto, infine, fa di questo 4th & Broadway uscito nel 1983 un autentico must, impreziosito ulteriormente dalla perfetta registrazione. Il raro 12″ è una chicca che continuo a proporre nelle mie serate.

Family Tree - Skye - Family Tree - Aint No NeedFamily Tree / Skye – Family Tree / Ain’t No Need
Un meraviglioso 12″ double face (ovvero con due tracce di artisti differenti) pubblicato dalla Anada Records nel 1976. Mi aggiudicai il promo white label su eBay una quindicina di anni fa per circa duecento euro, ma oggi il suo valore è più che raddoppiato. Scoprii “Family Tree” in una cassetta della Baia Degli Angeli di Bob e Tom e ne rimasi ammaliato. Il pezzo, con un bel tiro funk e spunti disco, era cantato da una giovanissima Sharon Brown. Il lato b invece, con “Ain’t No Need” di Skye, è altrettanto coinvolgente e raffinato, disco funk in stile Paradise Garage.

Giorgio Farina - DiscocrossGiorgio Farina – Discocross
Un LP che comprai ai tempi dell’uscita ossia nel 1978 visto che ero un fan di Farina, DJ che l’anno prima curava il programma Discocross mandato in onda da una delle prime televisioni private laziali, S.P.Q.R. (Società Produzioni Quotidiane Radiotelevisive), presentando le novità disco d’importazione. A colpirmi in modo particolare fu la lunga traccia sul lato a, “Farina’s Suite” della durata di circa quindici minuti in stile Moroder, arrangiata egregiamente dai Goblin che la resero un capolavoro della disco underground nostrana. Il grande Simonetti alle tastiere strizzava l’occhiolino alle produzioni francesi di Cerrone e Don Ray mentre una voce richiamava “I Feel Love” di Donna Summer. Il disco suona molto bene e gode di un’ottima dinamica. Venne registrato negli studi della RCA e riproporlo oggi garantisce l’ottima resa anche nei dancefloor più esigenti. Al momento è abbastanza quotato ma sconsiglio la ristampa non ufficiale che circolava qualche anno fa, è davvero una pessima incisione.

Moodymann - I Can't Kick This Feelin When It HitsMoodymann – I Can’t Kick This Feelin When It Hits
Un altro artista che amo e stimo molto è Kenneth Dixon Jr. alias Moodymann. Riesce sempre a sorprendermi con le sue produzioni bizzarre ed originali mischiando funk, disco, jazz, gospel ed house in una miscela unica. Sono tante le cose che prediligo del suo repertorio ma questo pezzo su KDJ è decisamente speciale, tra quelli a conservare un tiro unico sebbene faccia leva su ingredienti piuttosto semplici come una ritmica, un basso ipnotico ed un sample vocale, tratto da “I Want Your Love” degli Chic, che fa veramente infiammare la pista. Risale al 1996 ma sembra prodotto oggi. Il disco è piuttosto facile da reperire, tempo fa ho comprato la seconda copia su Discogs che trova sempre spazio nel mio flightcase.

Charles Earland - Coming To You LiveCharles Earland – Coming To You Live
Earland è stato un grande organista soul-jazz di Philadelphia. Comprai l’LP “Coming To You Live” nell’ottobre del 1980 da Goody Music proprio per la traccia omonima scandita da un potente arrangiamento di fiati a firma Tom ‘Tom Tom 84’ Washington (Earth, Wind & Fire, The Dells, The Jacksons, Rodney Franklin, Phil Collins, giusto per citarne alcuni coi quali ha collaborato) ed un bel groove di chitarra di Doc Powell e Melvin Sparks. Alla versione dell’album, che non suona un granché, preferisco però quella incisa sul 12″ promozionale che trovai in uno dei miei viaggi a New York a metà degli anni Novanta. Earland resta tra i miei musicisti preferiti e a tal proposito citerei anche il suo “Perceptions” del ’78, prodotto da Randy Muller e contenente tre bombe come “Let The Music Play”, “Over And Over” ed “I Like It”.

Harvey - The Light (Harvey Version)Harvey – The Light (Harvey Version)
Da molti anni cerco il raro “Find Your Light” di Claude Jay del 1983 ma purtroppo senza esito così nel 2019 ho dovuto accontentarmi di un bootleg editato comunque ottimamente da DJ Harvey. In pratica ha esteso l’intro ed ha valorizzato la parte cantata ripetendo l’inciso di un formidabile disco boogie della durata di quasi quindici minuti. Piuttosto veloce a livello di bpm, il brano dà molta energia quando lo propongo e sprigiona allegria e felicità nel pubblico. Merito anche di un’ottima incisione e dinamica sonora.

Various - Philadelphia ClassicsVarious – Philadelphia Classics
Diversi motivi mi legano moltissimo a questa doppia compilation, forse perché possiedo tutta la collezione della Philadelphia International Records insieme alla TSOP ed etichette derivanti da questo sound. Nella primavera del ’77 un amico mi regalò una cassetta Stereo 8 con su incisa una serie di meravigliose tracce (un suo conoscente possedeva un registratore adatto a quel formato, un’autentica rarità nonché un lusso per l’epoca). Tra quelle anche un paio di long version tratte proprio dalla compilation in questione. Qualche giorno dopo andai dal sopracitato Consorti per cercarla e la trovai. Consultando i crediti di copertina capii che il tutto fosse stato remissato da Tom Moulton ovvero colui che inventò l’extended version. La traccia che cercavo era “I Love Music” degli O’Jays, poco meno di dieci minuti di goduria arrangiata da Norman Harris che continuo a proporre ininterrottamente nei miei set, ma sul doppio vinile c’erano altre sette autentiche mine come “Bad Luck” di Harold Melvin And The Blue Notes o “I’ll Always Love My Mama” degli Intruders in cui si possono ascoltare i breakdown e parti mai adoperate nella versione contenuta nell’album “Save The Children” del ’73. Conservo gelosamente due copie di “Philadelphia Classics” ed anche la ristampa in CD visto che è incisa molto bene.

Clyde Alexander & Sanction - Got To Get Your LoveClyde Alexander & Sanction – Got To Get Your Love
Ho conosciuto questo disco grazie alla compilation britannica “Boogie Tunes 2″ del 1988 che acquistai in un negozio a Novara. In quel periodo partivo da Roma il giovedì per lavorare al Diva, un locale della città piemontese, e tornare la domenica. Molti anni più tardi invece ho comprato il 12” del 1980 su eBay. Il sound è molto “grezzo”, poco curato come la maggior parte delle produzioni di Peter Brown che, essendo anche un imprenditore discografico, stampava su diverse etichette a basso costo e questo lo si può notare nelle numerose uscite P&P condivise con Patrick Adams. Tuttavia “Got To Get Your Love” è un pezzo allegro e che fa ballare, nei suoi dieci minuti non molla mai il tiro, sempre in continuo cambiamento melodico con una voce sensuale ed un bel groove incalzante. Chi non può permettersi la stampa originale può tranquillamente optare per la ristampa del 2016, sempre su Heavenly Star Records, che suona discretamente bene.

James Brown - Get On The Good FootJames Brown – Get On The Good Foot
Non è sicuramente il miglior album di James Brown ma per me rappresenta l’inizio di un percorso che mi ha fatto capire cosa fosse il funky di un certo tipo e soprattutto comprendere la grandezza di questo artista. Nel 1972 i miei genitori mi portarono in un paesino vicino Roma, Segni, in un negozio dove avrebbero dovuto acquistare dei mobili da mettere nell’appartamento ristrutturato da poco. Oltre ai mobili però quel negozio vendeva un po’ di dischi sistemati in un paio di scaffali. Quel giorno la noia mi fece stare così buono che alla fine, per premiarmi, i miei mi invitarono a scegliere un album come regalo. Presi il doppio “Get On The Good Foot”, memore della folgorazione avvenuta tempo prima con “Sex Machine”. Lo consumai letteralmente, imparando un inglese ciancicato e farfugliando parole inesistenti. Lo conoscevo a memoria, tutto, ma la traccia che amavo di più era proprio “Get On The Good Foot”, coi suoi circa sei minuti di energia ed urletti, seguita da “My Part / Make It Funky (Parts 3 & 4)” ed “I Got A Bag My Own”. Avevo da poco compiuto undici anni e questo disco cambiò radicalmente la mia visione musicale e mi aprì la mente spronandomi a cercare musica di artisti come Rufus Thomas, Joe Tex e Stevie Wonder e comprendere il soul e la musica afroamericana che mi ha accompagnato per tutta la vita.

The Blackbyrds - Happy MusicThe Blackbyrds – Happy Music
Ho iniziato la mia avventura nel mondo della musica come disc jockey nel marzo del 1975 proprio grazie a questo disco. Comprai la stampa italiana (a cui in seguito ho aggiunto pure quella americana) di “City Life”, il terzo album dei Blackbyrds, in un negozio nel centro di Roma. Amavo già i precedenti LP di questa band prodotti da Donald Byrd e “Flying Start” del ’74, in particolare, segnò insieme a “Do It (‘Til You’re Satisfied)” dei B.T. Express, le mie future scelte musicali. Tempo dopo trovai il 12″ promozionale in versione remix con un intro di chitarra più lungo e magico, supportato da una dinamica pazzesca perché girava a 45 giri. Ogni volta che lo propongo il risultato è sempre brillante: fedele al titolo, “Happy Music” riesce a mettere il sorriso al dancefloor.

(Giosuè Impellizzeri)

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Ralf – DJ chart febbraio 1998

Ralf, Disco Mix, febbraio 1998
DJ: Ralf
Fonte: Disco Mix
Data: febbraio 1998

1) Barbara Tucker – ?
La voce di Barbara Tucker ha scandito inni house/garage passati alla storia, da “Beautiful People” ad “I Get Lifted” e “Stay Together” passando per “Deep Inside” degli Hardrive e “Most Precious Love” dei Blaze. Difficile, o forse impossibile, per qualsiasi DJ house sulla Terra che si rispetti non aver passato almeno uno dei suoi brani. Di questa “Romantic Song” menzionata da Ralf nella chart però non vi è traccia nella sua discografia. È ipotizzabile che si tratti di un errore e che il DJ umbro facesse invece riferimento ad “Everybody Dance (The Horn Song)”, riadattamento di “The Horn Song” che DJ Pierre firma come The Don proprio nel 1998.

Precisazione: dopo aver letto l’articolo, Ralf ci fa sapere che il brano in questione esisteva. Prodotto dai Pastaboys con la voce di Barbara Tucker, si intitolava “Romantic Dancer” ma, probabilmente a causa di un errore di trascrizione, divenne “Romantic Song” nella chart pubblicata da Disco Mix. Solcato su un acetato che ha suonato per anni durante le sue serate, il pezzo è, ad oggi, unreleased. «Possiedo ancora la traccia in formato WAV, ben custodita nel mio archivio digitale» aggiunge Ralf.
Contattato per l’occasione, Davide Santandrea alias Rame, membro dei citati Pastaboys, rammenta che quello in realtà era un remix: «sarebbe dovuto uscire su Strictly Rhythm ma credo che sorsero problemi tra la Tucker e l’editore e quindi non se ne fece più nulla. In seguito le proponemmo di stamparlo noi ma pare non l’avesse scritto lei, così il progetto si arenò. A procacciarci il remix fu Mauro Ferrucci».

2) Ziggy Marley And The Melody Makers – Everyone Wants To Be
Figlio dell’indimenticato Bob, Ziggy viene traghettato (insieme ai Melody Makers) nella house music a più riprese. Già nel 1991 Nellee Hooper ritocca “Good Time” in chiave ballabile ma è E-Smoove, quattro anni più tardi, a firmare il remix che trasforma “Power To Move Ya” in un successo dalle proporzioni mondiali. Non a caso alla Elektra pensano nuovamente a lui quando bisogna riadattare “Everyone Wants To Be”, uno dei singoli estratti dall’album “Fallen Is Babylon”. La versione di punta è la Generator Mix, costruita su un mosaico di suoni funk e jazz egregiamente stesi su un telaio ritmico che non lascia scampo. A completamento sul lato b la Edge Dub e la Beat Down, in cui le presenze vocali sono ridotte o rimosse del tutto. Sul 12″ figura pure una Radio Mix in battuta downtempo, ma in circolazione la Elektra mette pure un doppio mix su cui finiscono altre versioni come quelle di Midfield General e Gods Of Prophet.

3) Native Soul Featuring Trey Washington – A New Day
Singolo di debutto del progetto Native Soul, “A New Day” è un brano che alterna vocalità a soluzioni tipicamente dub. Gli autori, Dave Jarvis e Greg Belson, ricorrono ai vocalizzi di Trey Washington per incorniciare un magnifico pezzo rigato di funk e tribalismi ritmici. Il remix di Ashley Beedle e Black Science Orchestra livella tutto su scenari diversi, preservando la voce di Washington ma collocandola in un ambiente sonoro più ombroso e dominato dal ritmo. A pubblicare il disco è la Jus’ Trax, sublabel della Junior Boy’s Own che termina la corsa proprio nel 1998: dopo “A New Day” infatti escono appena altri due 12″ prima di tirare il sipario.

4) Eddie Amador – House Music
Negli anni Novanta accade spesso che brani destinati ad una ristretta cerchia di ascoltatori e frequentatori di locali specializzati finiscano, per varie ragioni, nelle classifiche radiofoniche e di vendita. È il caso di “House Music” di Eddie Amador, pubblicato inizialmente dalla Yoshitoshi Recordings dei Deep Dish e nell’arco di pochi mesi diffusosi praticamente in tutti i continenti (a prenderlo in licenza da noi ci pensa la Rise del gruppo Time Records). Diventato un inno remixato a più riprese nel corso degli anni, “House Music” gira su un breve spoken word ed un sample tratto da “Together Forever” degli Exodus, risalente al 1982 e già ripreso nel 1989 da Joey Negro nel brano “Forever Together” firmato come Raven Maize ma con meno fortuna rispetto ad Amador, sebbene più di qualcuno ipotizzi che quest’ultimo ne sia stato direttamente ispirato.

5) Joe Montana – Doctor Disco
Lasciandosi alle spalle “Black Theology”, Joe Montana ritorna sull’etichetta di un Joe più popolare per il grande pubblico, Joe T. Vannelli. Il DJ triestino incide il suo secondo Dream Beat accavallando canonici canovacci ritmici house a sinuosità funky e ondeggiamenti afrobeat. In circolazione c’è anche un doppio mix con sette tracce trainate da “La Movida”, scelta e mixata da DJ Pippi nella compilation “Pacha Ibiza 1998”. Montana inciderà altri singoli per la nota label vannelliana ma vale la pena ricordare pure la serie colorata firmata col compianto Robert Livesu (su Made In Hong Kong) e l’etichetta che egli stesso lancia nel 1996, la Disco 12 Records, sulla quale ospita, tra gli altri, un paio di 12″ di Vincenzo Viceversa (intervistato qui) tra cui l’indimenticato “Rebel Without A Mouse”.

6) Da Mob Featuring Jocelyn Brown – Fun
Debutto esplosivo per Da Mob, progetto messo su nel 1997 da DJ Sneak, Erick Morillo e Jose Nuñez supportati da un featuring vocale d’eccezione, quello di Jocelyn Brown. “Fun”, house/garage di pregevole fattura, non fatica a trovare supporto da parte dei DJ non solo innamorati di tool da usare esclusivamente in discoteca. Diversi i remix approntati per l’occasione tra cui spiccano quelli dei Basement Jaxx, M.A.S. Collective & Uovo e Todd Edwards, ma degne di menzione sono pure le reinterpretazioni di DJ Krust (inclusa nel doppio su Subliminal), Booker T e degli italiani T&F Vs. Walterino. A pubblicare il disco nel nostro Paese è proprio la Airplane! Records fondata da Frankie Tamburo e Mauro Ferrucci.

7) The Voices Of Life – The Word Is Love (Remix)
Gli ultimi mesi del 1997 vedono riemergere due granitici nomi della scena house di Chicago, Ralphi Rosario e Steve “Silk” Hurley, affiancati rispettivamente dalla compianta Donna Blakely, per “Take Me Up (Gotta Get Up)”, e da Sharon Pass per “The Word Is Love”. Hurley, per quest’ultima, conia un progetto ex novo chiamato The Voices Of Life, lanciato dalla sua Silk Entertainment e diventato un clamoroso successo mondiale che abbraccia il primo semestre del ’98. Diversi i remixer interpellati, da Mousse T. ai Mood II Swing e Kelly G ma purtroppo nella chart non è specificato a quale facesse riferimento Ralf. Quell’indovinato combo tra house e funk con basso simil ottavato diventa, prevedibilmente, il trademark con cui Hurley firma vari remix tra cui quelli di “Where You Are” di Rahsaan Patterson, “Special Love” dei Jestofunk Featuring Jocelyn Brown, “Dha Dha Tune” di Dhany, “Nobody Else” di Ce Ce Peniston, “Ready Or Not” di DJ Dado & Simone Jay ed “If We Try” di Karen Ramirez, artista di cui si parla dettagliatamente più sotto.

8) Department Of Soul – ?
Sebbene il titolo venga omesso, è presumibile che Ralf si riferisca al secondo (ed ultimo) singolo dei Department Of Soul, “Love Will Find You”, uscito intorno alla fine del 1997 sulla Narcotic fondata da Roger Sanchez e dal prematuramente scomparso Marts Andrups. A cantare il brano è sempre Toney Jones, già interprete del precedente “Stand Tall” di cui Eric Wikman e James Donaldson, meglio noti come Deep Swing, tendono a preservare le atmosfere. Sul 12″ è solcato anche un remix di Bernard Badie.

9) D. Funk Era – Spring
“Spring” è una piccola club hit messa in circolazione dalla Hole di Ivan Iacobucci a cui ai tempi in pochi, tra i DJ house specializzati, riescono a resistere. A cedere è anche Little Louie Vega che la incastra in un set a Miami, durante il Winter Music Conference. Nato da un campionamento di “Off Broadway” di George Benson, il brano reca la firma dei fratelli Danny e Diego Vitale che giocano coi filtri bilanciando house da un lato e funk/disco dall’altro, divertendosi a mixare il tutto in modo estemporaneo, senza seguire alcun disegno prestabilito. Probabilmente la magia di “Spring” risiede proprio in quella vivacità espressiva che permea i loop abilmente creati con un Akai S5000. Per approfondire si rimanda all’intervista con Danny Vitale disponibile qui.

10) Karen Ramirez – Troubled Girl (Remix)
“Troubled Girl” è il singolo d’esordio di Karen Ramirez, cantante britannica per cui ai tempi si prospetta una sfavillante carriera. La versione originale del pezzo è un delizioso gioiellino soul incorniciato da ritmi bossa nova ed atmosfere jazz. A scriverlo la stessa Ramirez affiancata da Alessandro Sommella, Domenico Canu e il compianto Sergio Della Monica, membri dei Souled Out da cui qualche anno dopo nascono i Planet Funk. Letteralmente strabiliante la parata di remixer a cui fa riferimento Ralf seppur non specificandone uno in particolare, e che la Bustin’ Loose Recordings coinvolge su più supporti e formati tra cui un mix quintuplo: dai Masters At Work alle coppie Boris Dlugosch/Michi Lange e Claudio Coccoluto/Savino Martinez, da Don Carlos ai Full Intention passando dai Way Out West. Le versioni di DJ Pierre e dei Mindspell restano invece confinate, per ragioni non chiarite, al CD promozionale destinato alle radio dalla Mercury. È proprio un’etichetta del gruppo Mercury, la Manifesto, a prendere in licenza il brano e i (fortunati) successivi singoli, “Looking For Love” (cover di “I Didn’t Know I Was Looking For Love” degli Everything But The Girl), “If We Try” e “Lies”, tutti estratti dall’album “Distant Dreams”.

(Giosuè Impellizzeri)

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Heartbeat, la house che fa palpitare il cuore

I primissimi anni Novanta sono propizi per lanciare etichette discografiche indipendenti legate alle cosiddette “musiche nuove” ovvero house, techno e derivati, sia sotto l’aspetto artistico perché quelli sono generi in continua evoluzione e lasciano prospettare scenari dinamici, diversi ed intriganti, sia sotto il profilo economico visto che il mercato permette di fare investimenti più o meno rilevanti contrariamente a quanto avviene alla fine del decennio, quando il comparto del mix in vinile, fonte primaria di sostentamento per queste realtà, accusa una prima, piuttosto preoccupante, flessione. La Media Records, fondata a dicembre del 1987 da Gianfranco Bortolotti, si è già fatta ampiamente notare nell’exploit dell’italo house che mette il nostro Paese sulla mappa della dance mondiale, in primis con Cappella e 49ers. Sull’onda dell’affermazione commerciale di quel genere, l’imprenditore bresciano lancia due etichette apposite, la Whole Records, che porta in Italia la versione originale di “Show Me Love” di Robin S., ai tempi Robin Stone e ben lontana dal successo garantito dal remix di StoneBridge, e la Inside, inaugurata con “What You’re Gonna Do” di DJ Fopp, intervistato qui. Ad esse vengono poi affiancati altrettanti brand di estrazione house, Signal ed Heartbeat, ma quest’ultimo tende a differenziarsi dagli altri marchi per varie ragioni.

classifica tuttodisco (1992)

La classifica de “I D.J. di Tendenza” sulla rivista TuttoDisco (1992): ben sette su dieci appartengono alla scuderia Heartbeat

Whole Records, Inside e Signal seguono la tipica operatività della (mega) casa discografica di Roncadelle e vengono alimentate dalla musica prodotta in prevalenza negli studi bortolottiani da team di arrangiatori e compositori “in house”, secondo una nota locuzione tecnica. Heartbeat invece nasce con l’obiettivo di dare voce a soluzioni messe a punto da un nutrito gruppo di DJ esterni, sette per la precisione, coordinati da Alex Serafini e tra i top nel nostro Paese come testimoniano varie classifiche dell’epoca, che però non lavorano quotidianamente per la Media Records secondo il modus operandi toyotisticamente organizzato dallo stesso Bortolotti. Il fatto stesso di far rappresentare un’etichetta esclusivamente da DJ è una scelta alquanto singolare e lungimirante giacché ai tempi la figura del disc jockey è ancora piuttosto lontana dall’affermazione e popolarità sociale a cui siamo oggi abituati e che diamo per scontata. Con un nome ispirato dal brano omonimo di Taana Gardner del 1981, un classico strasuonato da Larry Levan al Paradise Garage di New York, ed un logo semplice ma efficace, realizzato da Ralf con una vecchia macchina da scrivere Olivetti ed un pennarello rosso, Heartbeat si muove con una concezione estetica diversa dagli altri marchi della Media Records, meno propensa a penetrare nelle classifiche di vendita bensì a soddisfare le esigenze dei DJ e dei frequentatori delle discoteche specializzate. La sua progettualità mira quindi a trascinare un certo tipo di clubbing nell’attività discografica, tralasciando gli aspetti consumistici e le tendenze effimere del momento.

1991-1993, i primi anni di attività
Heartbeat debutta alla fine del ’91 e mette subito in chiaro la strada che intende percorrere. Uniti come Shafty, Andrea Gemolotto e Ralf incidono “Deep Inside (Of You)”, costruendo una sensualissima deep house intorno ad un breve sample vocale di “Let Me Love You For Tonight” di Kariya, un successo del 1988 proveniente dalla Sleeping Bag Records i cui remix usciranno anche in Italia attraverso l’American Records di Modena di cui abbiamo parlato qui. Particolarmente curiosa risulta la scelta di adottare il -001 come numero di catalogo che sembra una sorta di conto alla rovescia. «Fu un modo per rimarcare la nostra “unicità” rispetto agli altri» rammenta Bortolotti, non nuovo a questo tipo di espedienti creativi. Scelte analoghe infatti riguardano pure Inside, Pirate Records, Signal, Whole e, in futuro, Sacrifice. «Quello di Shafty fu il primo disco che produssi» ricorda oggi Ralf. «Lo realizzammo nello studio di Gemolotto, a Udine, un posto a dir poco fotonico, tra i migliori in Italia nello scenario house. Nella fase di mixaggio ci dividemmo il banco, un SSL: ognuno di noi apriva e chiudeva le piste e credo che quell’istintività manuale sia andata persa rispetto al fare digitale di oggi. Con enorme soddisfazione ritrovammo “Deep Inside (Of You)” nelle playlist di illustri DJ del calibro di Frankie Knuckles, Larry Levan e David Mancuso. Di quest’ultimo, in particolare, conservo una classifica che mi diede l’amico Ricky L. Della Heartbeat rammento pure il logo che realizzai personalmente utilizzando il font originale di una vecchia Olivetti ingrandito mediante le fotocopie, una tecnica adoperata per le fanzine allora in circolazione. A quello aggiunsi un cuoricino rosso, simbolo che ai tempi ero solito apporre con un pennarello indelebile sulle custodie in plastica delle cassette che registravo, dopo averle private della copertina interna di carta. Il risultato finale lo mandai alla Media Records via fax e divenne il marchio dell’etichetta».
Ad inizio ’92 esce lo 000, “Kiss Me (Don’t Be Afraid)” dei Love Quartet. Questa volta al banco mixer ci sono Flavio Vecchi e Ricky Montanari coadiuvati dai musicisti Enrico Serotti e Marco Bertoni, provenienti dai Confusional Quartet che esordiscono nel 1980 sull’Italian Records di Oderso Rubini. Il titolo del brano, a cui abbiamo già dedicato un’accurata analisi qui, è ispirato dal film in cui viene utilizzato, insieme a Shafty, come colonna sonora, “Un Bacio Non Uccide” di Max Semprebene, girato nel 1991 ma diffuso, sembra, solo nel 1994. Nel 2014 sia “Deep Inside” che “Kiss Me (Don’t Be Afraid)” vengono inserite da Joey Negro nella compilation tematica “Italo House” sulla sua Z Records. La numerazione canonica del catalogo, 001, prende avvio col doppio mix di Andrea Gemolotto e Leo Mas (a cui si aggiunge l’arrangiatore Sergio Portaluri del team udinese De Point), come Night Communication. Il loro EP, prodotto nel Palace Recording Studio di Gemolotto e recentemente ristampato dalla Groovin Recordings, conta su tre brani, “Lose Control” (rivisto in due versioni, Disco Underground Version e In Dub We Trust Mix), “Night Clerk” ed “African Night Life”, tutti permeati di quell’aurea mistica tipica dell’italo (deep) house che ai tempi creano con dimestichezza i produttori nostrani. Sul mix c’è anche “Nocturne Seduction”, nel 2017 finita nel primo volume di “Welcome To Paradise” sull’olandese Safe Trip di Young Marco, da cui emerge una spettacolarità che, nei primi tre minuti circa, oltrepassa la soglia della classica musica da ballo e sfila in un estatico trip ambientale dalla tensione quasi erotica, tra una voce scomposta e fiati che, come pennellate, fanno risaltare l’atmosfera sospesa di pacata meditazione. Il tutto riporta alla bidimensionalità compositiva di cui, un paio di anni prima, si è fatto promotore proprio Gemolotto e il team dei Sueño Latino col misticheggiante brano omonimo con cui nasce la cosiddetta “dream house”.
Proviene ancora dal Palace Recording Studio lo 002, “I Know” di Night Flowers ossia lo stesso Gemolotto e il citato Portaluri, qui presi dalla voglia di intrecciare vocalità, i tipici suoni ovattati della house di allora ed assoli di pianoforte diventati segno distintivo dell’italian house sin dai tempi di FPI Project, Black Box o 49ers. Lo 003 è di U-N-I (You And I), progetto messo in piedi da Claudio Coccoluto ed Ernest ‘Kipper’ Britton che prende il posto del prematuramente scomparso Cesare ‘DJ Trip’ Tripodo, a cui viene dedicata “Don’t Hold Back The Feeling”. Come spiega lo stesso Coccoluto nel documentario “Road To Trip” (analizzato qui), si tratta di un disco che avrebbe dovuto realizzare con Cesare dopo aver isolato dei campioni a casa sua, tra cui quello di “Bad Girls” di Donna Summer, ma che purtroppo fu costretto a finire da solo. Trip sarebbe stato l’ottavo membro del team Heartbeat. Ad affiancare il DJ in uno dei tanti studi della Media Records è il veronese Antonio Puntillo. Per far fronte alle tante richieste, l’etichetta di Bortolotti lo ristampa qualche tempo dopo, si presume tra 1996 e 1997, con le grafiche rinnovate. Una delle versioni del brano inoltre, la Key Trip Dub, viene recentemente inserita dallo svedese Mad Mats nel primo volume della raccolta “Digging Beyond The Crates” sulla prestigiosa BBE. Anche il successivo, “The Free Life” dei Virtual Reality, è dedicato alla memoria di un amico volato via troppo presto in seguito ad un incidente stradale, analogamente a Tripodo. Trattasi di Marco Tini, ideatore del Matmos, a cui Roberto Piccinelli ha dedicato un articolo qualche tempo fa. Prodotto nei T.O.T.T. Studios di Novara di Jackmaster Pez, il brano è frutto della creatività di Luca Colombo e di due membri del team 50% ovvero Ricky Soul Machine e Simon Master W, che coinvolgono anche il trombettista Gabriele Bolla e la vocalist Roberta Jannone. Lo 005 e lo 006 tornano ad essere prodotti a Roncadelle sull’asse italo-americano composto da Benji Candelario, Martin ‘Monster’ Aurelio e Costantino ‘Mixmaster’ Padovano che acronimizzano la sinergia nella sigla B.M.C. tenuta in vita coi due volumi di “A Night At The M”. L’ispirazione del primo viene, come spesso accade per i DJ di allora, dalla musica disco/funk/soul degli anni Settanta, in particolare da “Let’s Go Down To The Disco” degli Undisputed Truth. Figlio delle sonorità dub tribaleggianti dei primi Novanta è invece la Ram 2.2 Mix.

Il 1993 si apre con un nuovo doppio mix che connette Heartbeat al mondo pop della Media Records e dei suoi artisti noti al grande pubblico internazionale. Con questo intento viene affidato a DJ Professor, tandem project diventato noto per “We Gotta Do It” con Francesco Zappalà e in cui allora lavorano Luca Cittadini, noto come Luca Lauri, e Cristian Piccinelli, il compito di declinare in chiave house recenti successi messi a segno dalla label di Bortolotti, da “Everything” e “Got To Be Free” dei 49ers ad “I Say A Little Prayer” di David Michael Johnson e “I’m Falling Too” dei Club House, passando per “U Got 2 Know” dei Cappella, “You’re My Everything” degli East Side Beat, “The Music Is Movin'” e “Music” di Fargetta e “Don’t You Want Me” di Felix, la super hit britannica licenziata in Italia dalla label di Bortolotti e di cui abbiamo parlato qui. C’è spazio anche per la rivisitazione di “Basic Instinct”, probabilmente dedicato al film omonimo che spopola in quei mesi, uscita qualche tempo prima su Baia Degli Angeli e che Lauri e Piccinelli firmano come Funky People. Lo 008 è “Room 4 Love” di Inner Souls, progetto londinese degli Underground Mass (Booker T e Trevor Rose, attivi già su Azuli Records), testimonianza di come la label cominci ad oltrepassare i confini patri.

heartbeat foto di gruppo

La scuderia artistica dei primi anni di attività della Heartbeat: da sinistra Leo Mas, Andrea Gemolotto, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Ricky Montanari, Ralf e Flavio Vecchi. Insieme a loro Gianfranco Bortolotti

Sebbene non sia indicato con regolarità su tutte le etichette centrali dei 12″, ad occuparsi del coordinamento artistico di Heartbeat è sempre Alex Serafini, ma ancora per poco. Lo 009 segna il ritorno di Ralf, questa volta affiancato da Davide Sabadin e Massimo Zennaro che si fanno ben notare come Fishbone Beat (e di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui). Registrato nell’Oval Studio di Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, “Higher Than The Clouds” dei Deep Sky è leggiadra house intarsiata dal suono di strumenti acustici ricostruita in ben sette versioni. L’idea di rivisitare le hit mainstream di casa Media Records in salsa house prende nuovamente corpo col secondo volume curato da(i) DJ Professor, questa volta all’opera su brani di Mars Plastic, Simone Angel, 49ers, Lance Ellington, Club House e Cappella. Sono sempre le mani di Lauri e Piccinelli ad ideare “I Just Can’t Go” di X-Project, con tendenze garage. È il disco che chiude il primo biennio di attività della Heartbeat.

1994-1996, tra retaggi passati e consolidamento d’immagine
La Heartbeat post Serafini si mostra come una via di mezzo tra la label che sino a quel momento scommette sul suono house/dub destinato ai club e quella che invece punta a numeri e visibilità più consistenti attraverso brani di nomi nazionalpopolari della scuderia Media Records, seppur rivisti, corretti e riadattati allo scopo. È il caso dei Cappella con le versioni remix di “U & Me” realizzate dal quartetto formato da B. McCarthy, DJ Digit, DJ EFX e DJ Rasoul, o di quelle di “Move It Up” firmate da Ivan Iacobucci ed Argentino Mazzarulli, ai tempi militanti in UMM. Su “Rockin’ My Body” dei 49ers, “Keep It Up” di Sharada House Gang Feat. Zeitia Massiah, “Love Me” di Patric Osborne e “Move Your Body” di Anticappella invece mette le mani DJ Professor, team in cui ora si avvicendano Luca Lauri, Massimo ‘Paramour’ Braghieri e Cristian Piccinelli, e che nel 1994 torna con “Rockin’ Me” incapace però di rinverdire i fasti di “We Gotta Do It” e “Rock Me Steady” risalenti a tre anni prima, quando l’immagine è legata ad un misterioso uomo col volto coperto e con una tuba in testa. Con l’uscita di scena di Alex Serafini la maggior parte dei DJ da lui radunati e con cui Heartbeat è nata prendono altre strade. I nomi di alcuni progetti però restano sotto la gestione della Media Records che li affida, come molte etichette fanno allora in circostanze analoghe, ad altri produttori. Ciò avviene per Night Communication e Shafty, adesso sotto la direzione di Lauri, Piccinelli e Braghieri che realizzano rispettivamente “Tribe Trip” e “Ohm”. I brand sono gli stessi ma non il suono, più rude, scandito da casse marcate e suoni vicini alla house/hard house che si balla al Trade di Londra. Non mancano alias nuovi di zecca come B.I.A.S., Jungle Junction, Freelance Workers ed Hot Drum portati avanti dagli stessi Lauri e Braghieri con l’ausilio di produttori che intervengono saltuariamente tra cui Marco Giolo, Luca Piccoli, il DJ Steve Mantovani e Fabio Nicola Bonassi noto come Bacci a cui, da lì a breve, Bortolotti affida il ruolo di A&R, incarico che copre per un paio di anni circa. A fine ’94 esce la compilation “Heartbeat – The Collection Vol. 1” che raccoglie alcune uscite di quell’anno insieme ad altre prese da etichette differenti come “Can We Live” dei Jestofunk, “I’m Standing” degli X-Static, “I’m A Real Sex Maniac” di Dick, “Can You Feel It” dei Reel 2 Real, “La Luna” di The Ethics e la mega hit dei 20 Fingers, “Short Dick Man”. Da rimarcare la presenza di “Let Me Be Your Fantasy” dei Baby D, un brano in circolazione sin dal 1992 ma che si afferma solo due anni più tardi e di cui la Media Records si aggiudica la licenza in Italia, pubblicandolo proprio su Heartbeat. La raccolta esce, come avviene di consueto ai tempi, su vinile, CD e cassetta e resta l’unica compilation edita dalla label del cuore.

heartbeat yatch (1995)

Heartbeat è anche lo yacht di Gianfranco Bortolotti (1995)

Il 1995 vede il consolidamento del brand attraverso un lavoro più consistente sia della produzione interna, sia sul fronte delle collaborazioni con l’estero. Heartbeat diventa il nome dello yacht personale di Bortolotti mentre Lauri e Braghieri sono iperattivi e sfornano senza sosta parecchi brani adoperando altrettanti nuovi alias di fantasia. Da Rosedub con “Turn The Volume High”, coi remix di Ivan Iacobucci e dello statuario Ralphi Rosario, ad Anita K con “Reach Me (At The Top)” e “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator prodotti insieme a Ricky Montanari, sino a Freelance Workers con “Give Me More” e Mothballs con “Instinct Of Self Preservation”, in cui riappare il nome di Steve Mantovani e fa capolino quello di Stefano Bernardelli alias Walter S. Escono anche “A Fire Tone” di Warisan Party e “Try Hard” di Househeads, rispettivamente prodotti da Marco ‘Polo’ Cecere e Stefano Fontana.

Il Paese principe della house, a metà anni Novanta, è il Regno Unito, dove la Media Records ha una filiale ed anche diversi studi di registrazione. Proprio sull’asse Italia-Gran Bretagna nasce “Housematic” che Lauri e Braghieri realizzano con un noto DJ d’oltremanica, Ashley Beedle, e che firmano come Father And The Professor. Il disco viene licenziato sia nel territorio inglese dalla Urban Hero, che rileva altri titoli dal catalogo – B.I.A.S., Night Communication, Anita K, Freelance Workers – e che a sua volta, come si vedrà più avanti, concede quello di The Voice Of Q, sia in quello statunitense dalla Smack Trax che commissiona dei remix a Major Healey e ad Eddie Perez. Un’altra sinergia viene stretta col DJ londinese Chris Coco, attivo nei warehouse party ai tempi dell’esplosione acid house alla fine degli anni Ottanta, e collaboratore di DJ Mag e BBC Radio 1. Insieme realizzano “(Yoo Hoo It’s) Picture Time” di Sounds Of Slackness, possibile parodia fonetica dei Sounds Of Blackness. Come anticipato prima, Heartbeat pubblica in Italia “I Can’t Have Him Now” di The Voice Of Q, tra i side project meno noti di Jon Pearn e Michael Gray alias Full Intention, ed offre una corposa serie di remix di “Oye Como Va”, il classico di Tito Puente riportato al successo dal figlio Tito Puente Jr. insieme ai Latin Rhythm. Coinvolti nell’operazione che si concretizza attraverso tre 12″ sono Ricky Montanari, Claudio Coccoluto e Joey Musaphia, oltre naturalmente ai soliti Lauri e Braghieri. Visti i buoni riscontri, Heartbeat licenzia anche “Everybody Salsa” di Tito Puente Jr. & The Latin Rhythm che tra i remix annovera la versione del newyorkese Frankie Bones. In quel momento la vocazione internazionale della label si fa viva e l’attenzione è rivolta a diversi artisti americani tra cui Spencer Kincy alias Gemini, da Chicago, che per Heartbeat incide pezzi come “Life With A Track”, “Shadows” e “Life With Music”, e Glenn Underground, pure lui dalla “città del vento”, con un mash-up/remix tra “I Feel Love” di Donna Summer e “Chase” di Giorgio Moroder. Arrivano da New York invece Roc & Kato, ovvero i DJ Ramon ‘Roc’ Checo e Juan ‘Kato’ Lemus che ad Heartbeat destinano “Heart – Throb (Get On Up)”, affidata alle sapienti mani di Claudio ‘Cocodance’ Coccoluto che realizza la Sound Of Naples Dub. Il duo della Grande Mela remixa la citata “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator e troverà fortuna anche nel mainstream italiano col remix di “Alright” firmato da Mario ‘Get Far’ Fargetta e pubblicato dalla Reform del gruppo Discomagic nell’autunno del 1995. Appare poi una single sided su cui trovano spazio due brani, “Burnin'” e “Saturday Nite Reprise”, presi in licenza dalla RMI Records di New York ed edificati su noti sample funk/disco del passato. A firmarli come Another Saturday Nite è Isaac ‘Ize 1’ Santiago. L’affiatata coppia Cittadini-Braghieri produce anche “Good Enough” di B.B. Feat. Angie Brown, remixata su due dischi da un grosso parterre che include i menzionati Ray Roc (dei Roc & Kato) e Spencer Kincy, Fire Island (Terry Farley e Pete Heller, noti anche come Roach Motel ed Heller & Farley Project) e A Man Called Adam. Il disco intriga anche l’estero, entra nelle grazie di Satoshi Tomiie e viene ripubblicato in territorio britannico dalla S3 del gruppo Dance Pool. Calandosi nuovamente nei panni di DJ Professor, Lauri e Braghieri approntano due dub di “Tell Me The Way”, la hit estiva dei Cappella. Altrettante versioni vengono curate da Ricky Montanari.

Il 1996 vede in Italia l’affermazione commerciale della musica progressive, “la sorellina della techno” come la definisce Mauro Picotto in un’intervista del novembre di quell’anno. Per l’occasione la Media Records riabilita un’etichetta nata nel 1992 ma limitata a pochissime pubblicazioni poco note, la BXR a cui aggiunge per qualche tempo il payoff Noise Maker. La house è parzialmente messa in disparte dal mercato nostrano e l’andamento della Heartbeat lo testimonia. Mantenendo comunque un regime operativo di un’uscita al mese, la label ospita nuovamente Gemini (che nel contempo approda su etichette del calibro di Planet E, Cajual Records e Peacefrog Records) con “An Eclipse” e ripropone “Reach Me (At The Top)” di Anita K con nuovi remix tra cui quello degli Uno Clio. Sul versante licenze esce “Brooklyn Beats” di Scotti Deep, fratello di Marc ‘MK’ Kinchen, quello lanciato dalla KMS di Kevin Sauderson e passato alla storia per aver portato al successo, col suo remix, “Push The Feeling On” dei Nightcrawlers. A dare manforte arrivano pure nuovi artisti italiani: Adrian Morrison, dalla consolle del veronese Alter Ego, propone “How To Love” col remix annesso di Crispin J. Glover, Franco Moiraghi, che ai tempi spopola con la moroderiana “Feel My Body”, incide “Gitano” ma firmandolo Frankie Jay, mentre il compianto Alex Martini realizza “My Heart”. Nel frattempo Luca Lauri, come DJ ProfXor – prima e non ultima variazione americanizzata di Professor – coverizza “Walkin’ On Music” della Peter Jacques Band che così diventa “Walkin’ On Up” e guadagna diverse licenze all’estero, MCA Records inclusa. La Media Records lo pubblica anche su Signal, etichetta che in quel periodo ritrova lo smalto grazie alle fortunate hit degli N-Trance, in particolare la tripletta “Stayin’ Alive”, “Electronic Pleasure” e “Da Ya Think I’m Sexy?”, rilevate dalla britannica AATW. Annunciata in Italia ma poi destinata al solo mercato estero è “Stronger” di Ann-Marie Smith remixata da Joey Musaphia e dagli M Dubs. Il 12″ esce su Nukleuz, etichetta guidata da Peter Pritchard e sussidiaria della branch britannica del gruppo Media Records. Nell’autunno del 1996 l’immagine di Heartbeat viene rinnovata. Il cuore resta, seppur ristilizzato, ma viene mandato in soffitta il payoff “The Global House” rimpiazzato da “The Underground Label” e “The Real House”. A subire un restyling è anche il brand DJ Professor contratto e sintetizzato ulteriormente in X-Or per “In Search Of…E.P.” in cui c’è “Get Down”, licenziato come singolo dall’olandese Aspro di Eddy De Clercq. Col nuovo logo esce “The Spirit” di Intergrated Society (alias Johan Strandkvist), un disco garage pubblicato inizialmente dalla Sweat e remixato da Ricky Montanari. La novità più importante però riguarda il nuovo A&R che prende le redini della Heartbeat, il DJ Mario Scalambrin, resident al Kama Kama di Capezzano Pianore (Camaiore, Lucca). Prima incide il funkeggiante “Body 2 Body” e poi remixa “Baby, I’m Yours” riportando al successo un nome storico della Media Records che ai tempi rischia seriamente di finire nel dimenticatoio, 49ers, nonostante i gloriosi trascorsi tra cui si ricordano i remix di “The Message” messi a punto dai Masters At Work nel ’92. Il 12″, scandito dalla potente voce di Ann-Marie Smith, esce a dicembre e si impone, anche all’estero, nei primi mesi del ’97 vendendo quasi 50.000 copie.

La testimonianza di Massimo ‘Paramour’ Braghieri

Quando e come arrivi alla Media Records?
Giunsi alla label di Roncadelle nel 1994. Preparai un provino con un amico DJ, Marco Giolo, e andammo lì con l’intento di farlo sentire e magari riuscire a pubblicarlo. Il verdetto purtroppo fu negativo ma Bortolotti chiese ragguagli su chi avesse suonato le tastiere in quella traccia. Era opera mia e a quel punto mi propose di lavorare per loro, visto che cercavano nuovi musicisti. Le condizioni erano davvero buone ed accettai. Dopo qualche mese riuscii a far assumere anche Marco. Il mio primo intervento in assoluto in Media Records fu per un remix di “Whatta Man” delle Salt ‘N’ Pepa, pagato ma mai pubblicato, cosa che allora avveniva abbastanza spesso con le major. Poi giunse “Rockin’ Me” di DJ Professor, “Express Your Freedom” di Anticappella, “Living In The Sunshine” di Club House, “Keep It Up di Sharada House Gang Feat. Zeitia Massiah, “Move It Up” dei Cappella e tutto il resto. Piccola curiosità: quel demo rifiutato dalla Media Records venne pubblicato da un’altra etichetta bresciana, la Wicked Rhythm del gruppo DJ Movement: trattasi di “Celebrate” di Jay Sex.

In che modo invece ti ritrovasti a lavorare per la Heartbeat?
Ai tempi ero praticamente l’unico musicista degli otto studi della Media Records a possedere un background musicale alquanto insolito. Mi ero appena diplomato al Conservatorio in organo e composizione ma ascoltavo tanta musica elettronica ed avevo una forte passione per new wave ed industrial. Per queste ragioni dopo i primi mesi, Luca (Lauri) pensò che avremmo potuto fare grandi cose in Heartbeat, senza però abbandonare completamente le produzioni destinate alle etichette pop della Media Records.

In quel periodo le caratteristiche stilistiche di Heartbeat si evolvono toccando sonorità più “dure” e lasciando da parte la deep house delle prime uscite. Avevate dei riferimenti a cui vi ispiravate?
Sì, assolutamente. In studio ascoltavamo centinaia di dischi, soprattutto durante le prime ore della mattina. Io e Luca nutrivamo una forte ammirazione per Johnny Vicious e David Morales, ma alla fine sentivamo davvero di tutto, dall’acid house alla techno, quindi fu anche per questa ragione che il sound di Heartbeat cambiò.

massimo braghieri e ricky montanari (1994)

Massimo “Paramour” Braghieri e Ricky Montanari in studio (1995)

Dal 1994 al 1996 il tuo nome ricorre in modo praticamente continuo su ogni uscita Heartbeat. C’è un progetto, tra i tanti, che ricordi con maggior piacere?
Le idee arrivavano sempre in modo diverso, ascoltando vecchi dischi di generi lontani dalla house, come world music o bossanova, e talvolta attraverso fonti non propriamente musicali come ad esempio una musicassetta su cui vi era inciso un corso di yoga che campionammo ed usammo per “Ohm” di Shafty. Un simpatico aneddoto è legato a “Reach Me (At The Top)” di Anita K: mentre ero con Ricky Montanari intento ad incidere delle parti per un altro disco, ci portarono un DAT da uno studio adiacente contenente decine di frasi melodiche registrate senza alcun ordine. Bortolotti disse che erano scarti e quindi eravamo liberi di sperimentare usando ciò che ci piaceva ed incuriosiva di più. Provai a campionare ogni singola frase per poi piazzarla sui diversi tasti della tastiera e giocare un po’ (allora non esisteva ancora la possibilità di registrare audio direttamente sul computer). In meno di due ore riuscimmo a costruire qualcosa che avesse un senso strutturale e devo ammettere che fu abbastanza divertente. L’arrangiamento nacque facilmente e in modo spontaneo, improvvisando degli accordi al pianoforte. Finimmo il pezzo in giornata ed ancora oggi mi meraviglio per i feedback incredibili che ricevemmo dopo la pubblicazione.

laura martini (fidanzata di bacci), bacci e braghieri, 1994

Fabio Nicola Bonassi alias Bacci (al centro) e Massimo “Paramour” Braghieri in una foto del 1994. Bonassi diventa A&R della Heartbeat tra 1995 e 1996. A sinistra Laura Martini, ai tempi fidanzata dello stesso Bonassi

A partire dal 1995 Heartbeat cerca nuovi lidi a cui attraccare, in primis il Regno Unito che allora è una cartina tornasole per la house. C’era un preciso progetto in cantiere, ossia inanellare una rete di contatti internazionali?
Le collaborazioni con artisti come Ashley Beedle, Fire Island, Spencer Kincy e Roc & Kato furono il frutto di una brillante idea di Fabio Nicola Bonassi alias Bacci, che tra 1995 e 1996 divenne l’A&R della Heartbeat (e che in seguito cura per il magazine DiscoiD la rubrica “Style” e si occupa di “Underground Nation” su Tele+, nda). Ogni volta che un DJ/produttore internazionale veniva in Italia per un tour o qualche serata, gli veniva offerto di trascorrere un giorno in studio con me. Furono anni incredibili, non capita mica tutti i giorni di poter collaborare con artisti del genere, per giunta senza neanche uscire dal proprio studio. L’esperienza più interessante la feci con Spencer Kincy alias Gemini: aveva un modo unico di creare e comporre, non avevo mai visto fare quelle cose a nessun’altro. Registrava decine di parti diverse, ognuna su un canale del mixer, per poi ideare la stesura totalmente live, aprendo e chiudendo i canali ed attivando effetti in maniera estemporanea. Alla fine la struttura del brano risultava particolarmente spontanea ed imprevedibile.

Quanto vendeva, mediamente, ogni uscita Heartbeat del biennio ’94-’96?
Non ricordo tanto i numeri, era una cosa che non mi riguardava ed inoltre vendere dischi non era una priorità in Heartbeat. Il nostro scopo primario era riuscire ad ottenere recensioni positive sui magazine di spessore ed entrare nei flight case dei DJ che ritenevamo “cool”. Comunque, per sommi capi, ogni 12″ vendeva all’incirca dalle 1500 alle 3000 copie, se la memoria non mi inganna.

ritaglio di giornale (braghieri, ralphi rosario, luca lauri) 1994

Un ritaglio di giornale del 1994

Quando e perché lasciasti la Media Records?
Mollai a fine ’96. Bacci mi propose di lavorare con lui come freelance, lasciando la Media Records ed aprire uno studio a Londra. La cosa era troppo eccitante per non essere presa in considerazione. Tuttavia mi dispiacque molto andarmene ma avevo bisogno di stimoli musicali diversi e Londra sarebbe stata, senza dubbio, la città perfetta. Quindi divenni socio di Fabio e collaborammo sino al 2002, anno in cui purtroppo è venuto a mancare per un tumore al cervello.

Hai continuato a seguire la Heartbeat nel corso degli anni?
No, affatto. Smisi quando la lasciai, in modo definitivo, e vivendo nel Regno Unito non ebbi modo di ascoltare le nuove uscite con regolarità, salvo in casi rari.

Ci sono brani/remix prodotti ai tempi e mai pubblicati?
Ricordo almeno un paio di tracce registrate con Angie Brown che non vennero mai pubblicate, ma erano ad uno stadio ancora embrionale. Esistono inoltre due brani realizzati con Gemini che prima o poi vorrei far uscire perché suonano ancora attuali. Sul fronte remix invece, c’è una marea di roba che feci ma che non venne scelta. In genere in Media Records si preparavano tre o quattro remix per ogni brano e poi veniva selezionato il migliore da destinare alla stampa, tranne in alcuni casi in cui se ne pubblicavano di più.

1997-1999, nuovo logo, nuovi obiettivi
Nel primo semestre del 1997 il fenomeno generalista della progressive si esaurisce. La BXR, che cavalca il trend e personalizza il filone in mediterranean progressive, abbandonerà quelle formule puntando al combo techno trance che, dal 1998 in poi, chiama supertechno. La house torna quindi a farsi sentire e il momento è propizio per rilanciare Heartbeat, aggiornata da pochissimi mesi nell’aspetto grafico. Il successo di “Baby, I’m Yours” dei 49ers funge da traino ed aiuta il riposizionamento del brand dopo un’annata non troppo esaltante. L’uomo-chiave del ’97 è senza dubbio Mario Scalambrin, artefice della Van S Hard Mix di “Baby, I’m Yours” dei 49ers (a cui si aggiunge la Van S Hard Mix 2 incisa su un 12″ single sided), e scelto come nuovo A&R da Gianfranco Bortolotti. È proprio Scalambrin a realizzare “Wake Up” di Satori, versione house/garage di “Wake Up Everybody” di Harold Melvin And The Blue Notes. Ad aiutarlo nel ricostruire le giuste tessiture funk/soul sono vari musicisti, Luca Campaner alla chitarra, Stefano Olivato al basso e Gabriele Castellani alle percussioni. Il resto lo fanno Roberto Guiotto, Sandy Dian e naturalmente le voci di Satori ed Emanuel (in background). Purtroppo gli sforzi non sono ripagati in termini di visibilità. Chiari rimandi funk si ritrovano anche in “4 Illuminations EP” di DJ Professor ormai diventato X-OR, al cui interno si ritrova la citata “Walkin’ On Up”. Scalambrin mixa inoltre i brani della “Heartbeat Compilation” finita sulla RTI Music di Silvio Berlusconi e che in tracklist conta, tra gli altri, sulla presenza di Funky Green Dogs, Gisele Jackson, Gusto, Raven Maize e Tony Humphries. Il DJ viene prevedibilmente scelto per produrre il nuovo singolo dei 49ers, “I Got It”, incapace però di eguagliare i risultati del precedente nonostante gli ottimi spunti, specialmente nella Miracle Mix. Scalambrin e Bortolotti si consolano comunque con gli ottimi riscontri ottenuti in estate da “Gipsy Boy” di Sharada House Gang, edita su GFB e di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui. Un paio di licenze (“What Is Your Problem?” degli Afrowax e “Can You Feel It” di Highlight, una sorta di mashup tra “Plastic Dreams” di Jaydee e “I Got The Feeling” delle Two Tons O’ Fun – già abilmente ripresa dagli FPI Project in “Feel It” – condito da un sample probabilmente estrapolato da “Something About The Music” di Wigan Express) ed altrettanti dischi prodotti a Roncadelle (“As Yet Untitled” di D.D.T. e “Jeopardy” di Aria, cover rispettivamente degli omonimi di Terence Trent D’Arby e Greg Kihn Band) completano l’annata, senza dimenticare “Wait A Minute” di Abduction, un brano house/funk imperniato su un sample tratto da “The Magnificent Seven” dei Clash, che Scalambrin realizza con due colleghi DJ della Media Records ai tempi legati alla musica progressive trance/techno, Mario Più e Mauro Picotto.

Nel 1998 le cose cambiano. Scalambrin lascia la Media Records a causa di alcune divergenze ma non prima di aver pubblicato “Only 4 DJs” di Love Groove, in coppia con Guiotto, che segue la tendenza esplosa quell’anno, il cosiddetto french touch. I due realizzano anche una versione di “Let The Sunshine In” dei 49ers, cover dell’omonimo dei Fifth Dimension, e “Raindrops”, ultimo singolo che il DJ del Kama Kama incide per Heartbeat/Media Records. Ideale follow-up di “Wake Up” ed interpretato ancora da Satori, il brano ha un forte potenziale ma non sortisce grandi risultati. Va un po’ meglio invece a “Big Bug”, un maxi-frullato tra i vocal di “Sock It 2 Me” di Missy Elliott Feat. Da Brat, la ritmica di “Lady Bug” dei Bumblebee Unlimited e il riff di “New Year’s Day” degli U2. A firmarlo sono i Flowers’ Deejays, team in cui oltre a Scalambrin e Guiotto figura Gigi D’Agostino, che in quei mesi abbandona le stesure strumentali della mediterranean progressive a favore di costrutti italodance. Rimasta sguarnita di un A&R, Heartbeat prosegue comunque il suo cammino con alcuni dei produttori e musicisti interni della label bresciana. Mauro Picotto e Paolo Sandrini compongono “I Wanna Know” giocando con un sample di “I Got My Mind Made Up” degli Instant Funk. Per l’occasione si firmano Shibuya, nome riutilizzato un paio di anni più tardi sia per una discoteca polifunzionale a Rezzato ideata da Bortolotti, che all’interno annovera un ristorante giapponese con due cuochi nipponici, sia per una nuova etichetta, la Shibuya Records, su cui trovano spazio, tra gli altri, brani di Bob Sinclar e Celeda. Insieme a Raf Marchesini invece Guiotto crea Blue Connection con “Touch The Sky” e riporta in vita Anita K col brano “Love Affair”. Una delle versioni è curata da Babayaga, DJ originaria del biellese diventata nota nei primi anni Novanta attraverso l’after hour Syncopate. È lei a produrre, in coppia con Steven Zucchini, “I Need Your Pain” di Sound System.
Il suono di Heartbeat ormai appare radicalmente diverso e lontano da quello degli inizi. L’italo (deep) house lascia il posto ad una formula dichiaratamente più commerciale, sia nelle costruzioni ritmiche che nella scelta dei suoni, come testimonia “So Nice”, sfortunato singolo dei Club House prodotto da Picotto ed Andrea Remondini. Più intriganti risultano le (quattro) licenze edite quell’anno, “Move On Up” dei Trickster, coi remix dei Lisa Marie Experience, Z Factor alias Joey Negro e The Footclub, “Open The Door” dell’elvetico Djaimin (noto per “Give You”, “Fever” e soprattutto “Hindu Lover” di cui abbiamo parlato qui), “We Are Love” di DJ Eric (col sample di “I Can’t Go For That (No Can Do)” di Daryl Hall & John Oates – lo stesso usato dai Simply Red in “Sunrise” nel 2003) ed infine “EQ” di Sheila Brody, un brano tratto dal catalogo Kult Records ed interpretato dalla cantante statunitense che nel ’98 rimpiazza Taborah Adams nel progetto Blackwood.

Nel 1999 la Media Records, ribattezzatasi già da un paio di anni “la casa discografica dei deejays”, raccoglie nuovamente successo internazionale. Ciò avviene grazie ad artisti come Mario Più, che si afferma nel Regno Unito con “Communication (Somebody Answer The Phone)”, Mauro Picotto, che trionfa in Germania con “Lizard” ed “Iguana” (e a cui seguirà “Komodo” nel 2000), e Gigi D’Agostino, che spopola ovunque, Stati Uniti inclusi, con l’album “L’Amour Toujours”. Pochi mesi prima Bortolotti, dopo il fallimento della napoletana Flying Records, rileva i diritti del marchio UMM e lo rilancia discograficamente attraverso “Proud Mary” degli Abduction, costruito sul sample del brano omonimo dei Creedence Clearwater Revival scritto da John Fogerty. In questo quadro di iperattività Heartbeat viene messa in disparte. Sono poche infatti le uscite del ’99, passate praticamente inosservate, come “Winner” di Gius T, che Zucchini, Pucci, Marchesini e Picotto compongono ispirandosi ad “Exalt – Exalt” di Azoto, “Donna Donna” di Ann-Marie Absolut e “1,2,3,4, Gimme Some More” di La Rouge Un Peu Mèchée, cover degli omonimi dei Number One Ensemble e dei D.D. Sound. Heartbeat continua ad allontanarsi da quell’imprinting che la caratterizza in modo esemplare tra 1991 e 1992. Altri 12″ dai risultati commercialmente sfavorevoli e stilisticamente inclini ad una house ai confini con l’italodance sono “Get On” dei Full Experience, team composto da ben sei componenti, tra cui Andrea Belli di Radio 105 e il DJ bresciano Simone Pagliari, e “It’s So Easy” degli Uncle Sally, un progetto siculo di breve durata messo su da 2/3 dei Ti.Pi.Cal. (Daniele Tignino e Riccardo Piparo) e Domenico Nicosia. Piparo e Davide Miracolini firmano anche “Ever Try” di Double Impact, poggiandosi sul sample di un classico italodisco del 1983, “Lunatic” di Gazebo. Ispirata da un brano del passato, il tema principale del film “Charlie’s Angels” composto da Allyn Ferguson e Jack Elliott, è pure Karin De Ponti che per la sua “Charlie Is Back” scomoda altresì un loop ritmico di “The Bomb! (These Sounds Fall Into My Mind)” di The Bucketheads. Infine si fa risentire Babayaga, a cui pare venga temporaneamente affidata la direzione dell’etichetta ma mai in modo ufficiale, con “Hot Shudder”.

2000-2003, una lenta narcosi
Allo scoccare del nuovo millennio le priorità della Media Records restano legate alla BXR, etichetta che colleziona un’infinità di premi e riconoscimenti. Il folto gruppo di DJ capitanato da Mauro Picotto, A&R ed artista che va affermandosi su scala planetaria, continua ad espandersi ed annovera anche personaggi esteri come Marco Zaffarano e il compianto Tillmann Uhrmacher. Heartbeat perde ulteriormente terreno, rallentando la frequenza di pubblicazioni che nel 2000 sono appena un paio: “Latin Soul Thing” degli House 2 House, tratto dal catalogo Strictly Rhythm, e “Cada Vez”, la hit dei Negrocan presa in licenza dalla Swing City Records. Per l’occasione viene pubblicato un secondo 12″ con due remix made in Italy realizzati da Intrallazzi & Fratty e Gigi D’Agostino. Heartbeat diventa essenzialmente una label-piattaforma per ripubblicare in Italia brani provenienti dall’estero. Nel 2001, dopo ulteriori piccoli ritocchi grafici, tocca a “Be With You” dei Pound Boys, a “Partypeople” di James Cooper, ai remix di “I Know A Place” di Bob Marley & The Wailers, a “Tudo Que Voce Podia Ser” di Búzios e a “Shining Star” di AT, tutto materiale ricordato da pochi. Passa inosservato anche “Flashlight” di Hydraulic Funk Feat. Afrika Bambaataa, licenziato dalla storica Trax Records di Chicago. Unica nota italiana è rappresentata da “Show Me The Way” di Karin De Ponti, prodotto nel solco della pop house in voga quell’anno.

umm al concerto dei lunapop

La popolarità di UMM, acquisita dalla Media Records dopo il fallimento della Flying Records ed affiancata ad Heartbeat, cresce al punto da finire ad un concerto dei Lùnapop

Il 2002 inizia coi discreti risultati di “Supersonic” di Billyweb Featuring Chris Willis, l’ennesimo dei brani figli della massificazione post french touch (l’arcinoto sample è quello di “You And I” dei Delegation). Con “Stand Up (Viva La Noche)” degli sloveni Sound Attack e “When I Close My Eyes” di Búzios ci si avvicina persino ai confini latini. Ormai c’è scarsissima voglia di andare avanti, Heartbeat è a tutti gli effetti un’etichetta secondaria. Alberto Casella (quello dei B.A.R. Feat. Roxy di cui abbiamo parlato qui) e Fabio Maccario incidono, come Tooth-Paste, “Enjoy It” (con un campione vocale preso da “Moonraker” di Foremost Poets) e “Cikuta”. Entrambi trovano spazio su un 12″ intitolato “Vol. 1” ma a cui non c’è alcun seguito. Con “Dark Lady” Stefano Raffaini alias Furilla (che in quel periodo inizia ad incidere con frequenza su UMM) e Luca Liviero resuscitano uno dei marchi più vecchi della Media Records, Risen From The Rank, nel corso degli anni acronimizzato in R.F.T.R. ed inattivo sin dal lontano 1993. Ai tempi viene diramata la notizia relativa alla fusione delle tre etichette house gestite dal gruppo discografico di Bortolotti, Shibuya, UMM (marchio talmente noto da finire persino ad un concerto dei Lùnapop), ed Heartbeat che sarebbero confluite nel nuovo nome Shumm. A&R prescelto è il citato Casella che si occupa già di Shibuya, ma l’operazione non va in porto. Nel 2003 “It’s Crazy” di Dubbing (alias Alberto Casella) e “Crazy Paris (Paris Latino)” di Horny United, rivisitazione di “Paris Latino” di Bandolero, sono gli ultimi ad uscire su Heartbeat e a chiudere una storia durata dodici anni e poco più di cento pubblicazioni.

evoluzione del logo

Le variazioni grafiche del logo di Heartbeat, dal primo, realizzato da Ralf nel 1991, all’ultimo lanciato nel 2016

2016, il risveglio “liquido”
Nel 2004 Bortolotti abbandona il settore musicale dedicandosi all’attività di architetto ed interior designer. La Media Records resta attiva sotto la guida di Filippo Pardini ma pochi anni più tardi il catalogo editoriale viene venduto alla Warner Bros. mentre quello discografico alla tedesca ZYX che provvede a riversare gran parte dei titoli sui portali che vendono musica in formato digitale. Nel 2015 il ritorno di Bortolotti nel settore musicale segna il “risveglio” di alcune delle etichette più note raccolte sotto l’ombrello della Media Records tra cui Heartbeat, che riparte ufficialmente il 18 gennaio 2016. A dirigerla come A&R, questa volta, è Carlo Cavalli, da Crema, che in un’intervista rilasciata a Riccardo Sada ad aprile di quell’anno spiega che «Heartbeat deve catturare l’attenzione dell’ascoltatore e del consumatore musicale, stando sempre attenta alle nuove proposte di mercato e selezionando scrupolosamente le numerose demo che riceve quotidianamente. La house music si sta prendendo una bella rivincita sugli altri generi ed è in costante risalita, anno dopo anno». Il primo EP da lui scelto per inaugurare il nuovo corso è “Fck That Bass EP” di Dany Cohiba & Blush, composto da due brani che vengono solcati, insieme a “The Bells” di Luca Debonaire & Robert Feelgood e “Is This The Way” di Benny Camaro, su un poco fortunato 12″ intitolato “Heart House Vol. 1”. Cavalli va avanti selezionando, sia per club che mondo radiofonico come afferma nell’intervista sopracitata, house, tech house e tropical house sino al luglio 2017. Dopo ventitré uscite “liquide” Heartbeat (e la sublabel Heartbeat Black, varata nel 2016) si ferma nuovamente. Ora corre voce che il cuore possa battere di nuovo con un nuovo A&R, Mario Scalambrin, che tornerebbe a ricoprire tale ruolo poco dopo più di venti anni. (Giosuè Impellizzeri)

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Black Connection – Rhythm (Lemon Records)

Black Connection - RhythmÈ vero che negli anni Novanta Roma è stata in primis il centro propulsore della techno (si vedano le recensioni di Automatic Sound Unlimited, Precious X Project, Mat101 e David X) ma è altrettanto vero che i DJ e produttori capitolini mostrarono nel contempo un forte interesse anche per la house. A dedicarsi alla produzione musicale già alla fine degli anni Ottanta è Corrado Rizza, DJ, produttore e scrittore (la sua ultima fatica editoriale è “Anni Vinilici – Io E Marco Trani – 2 DJ”, del 2016) che oggi racconta: «Dopo aver mixato come DJ per oltre un decennio tutte le notti, mi sentivo pronto ad intraprendere l’attività di produttore discografico e scelsi come partner i cugini Max e Frank Minoia (artefici di “Rockin’ Romance” di Joy Salinas nel 1990, nda) che conobbi all’Histeria, locale in cui lavoravo e dove loro avevano fatto dei concerti live insieme a vari guest come Karen Jones e il compianto Dr. Felix.

Nello studio casalingo allestito a casa di Max realizzammo, nell’arco di pochi mesi, quattro/cinque singoli che entrarono in classifica nel Regno Unito. Uno di questi venne remixato da un giovanissimo Paul Oakenfold e pubblicato dalla britannica Breakout, sussidiaria della A&M Records. Si trattava di “Nothing Has Been Proved” che firmammo come The Strings Of Love, cover dell’omonimo di Dusty Springfield scritto e prodotto dai Pet Shop Boys che un giorno mi ritrovai al Gilda dove mi fecero molti complimenti per come avevamo rivisitato il loro brano in chiave italo house. Insomma, credo di essere stato uno dei DJ che contribuirono all’avvento della house in Italia, fenomeno che vide come apripista i Black Box, i 49ers e gli FPI Project. Di quel periodo fantastico e super creativo voglio ricordare anche la X-Energy Records, etichetta che stampò il citato “Nothing Has Been Proved”, fondata e diretta da Alvaro Ugolini e Dario Raimondi, anche loro ex DJ che presi praticamente come modelli di vita».

Nel 1989 Rizza, sempre insieme ai Minoia, realizza pure “Everyday” di The Jam Machine (progetto messo in piedi un paio di anni prima dai citati Raimondi ed Ugolini e tra i primi, in Italia, a battere la strada house insieme ai Cappella di Gianfranco Bortolotti, con “Bauhaus”, DJ System – Stefano Secchi e Maurizio Pavesi – con “Animal House”, DJ Lelewel con “House Machine” e il team della DFC con “Jack The Beat” di P/P/G, “One O One” di Midas ed “Ali Baba” di Yagmur), e “Satisfy Your Dream” di Paradise Orchestra, entrambi su X-Energy Records e contraddistinti dai tipici connotati che rendono la cosiddetta “spaghetti house” unica ed inconfondibile. «Paradise Orchestra non entrò in classifica ma oggi è considerato un classico da molti DJ. Pochi anni fa Joey Negro, personaggio che stimo molto, lo ha inserito nella raccolta “Italo House” e mi hanno riferito che anche Larry Levan lo proponeva nelle sue serate al The Choice di New York, dopo la chiusura del Paradise Garage. A tal proposito svelo un piccolo segreto: le voci di “Everyday” e di “Satisfy Your Dream” vennero campionate da brani del grande Melvin Hudson prodotti qualche tempo prima dai cugini Minoia. Da DJ incallito consigliai loro di usarle in maniera più meccanica e ritmica in modo da adattarle ai bpm della house. Campionarono quindi quelle parti per poi risuonarle coi campionatori Akai dell’epoca. Hudson, scomparso da qualche anno, apprezzò molto e fu lui infatti ad esibirsi sul palco per alcune serate a Londra».

Black Connection 3

Corrado, Rizza, Gino “Woody” Bianchi e Domenico Scuteri nel primo studio della Wax Production allestito a casa di Scuteri. La foto fu scattata intorno al 1991

Nel 1991, con Gino “Woody” Bianchi e Domenico “Dom” Scuteri, Rizza incide “Colour Me”, il secondo singolo di Paradise Orchestra, licenziato in Francia, Regno Unito ma anche nella lontana Australia. «Dopo il periodo trascorso in compagnia dei Minoia, mi misi a lavorare con Bianchi che conoscevo sin da piccolo e col quale avevo cominciato a far girare i primi dischi sui piatti. Eravamo molto amici, vivevamo nello stesso quartiere, Monteverde, oltre a nutrire la stessa passione per la musica praticamente da sempre. Fu Gino poi a presentarmi Domenico Scuteri, preparatissimo musicista con basi jazz. Insieme a loro realizzai “Colour Me”, un altro piccolo successo oltremanica. A cantarlo fu Karen Jones, artista americana dalla voce incredibile. A seguire giunse “Tomorrow” di Daybreak, questa volta per la napoletana Flying Records, ancora cantato dalla Jones e remixato da DJ Herbie».

La collaborazione tra Rizza, Bianchi e Scuteri è destinata ad evolversi. Nel 1994 infatti i tre fondano la Wax Production al cui interno operano due etichette, la Lemon Records per la house e la Evidence per le produzioni di taglio italodance, trance e progressive. Dopo essersi affidati a terzi, insomma, provano a camminare con le proprie gambe. «Decidemmo di metterci in proprio perché le produzioni cominciavano ad essere tante e svariati DJ e producer ci ronzavano intorno. La soluzione naturale ci parve quella di creare un’etichetta a nostro uso e consumo ma anche per dare spazio ad amici e colleghi. Aprimmo pure uno studio dove arrivò in rinforzo e a tempo pieno un bravissimo musicista, Luca Leonori, vero talento e genio dei computer che all’epoca cominciavano ad entrare prepotentemente negli studi di registrazione sostituendo i vecchi sequencer, i costosi expander e i tanto amati Revox B77 con cui editavamo i master finali. La Lemon Records la usavamo molto per i nostri lavori, la Evidence invece era destinata a quelli dei colleghi più vicini alla trance progressive e non a caso affidammo la direzione artistica a Stefano Di Carlo, DJ e musicista esperto di quel genere musicale. Ai tempi aprire un’etichetta discografica non era semplicissimo. Bisognava disporre di costosissime edizioni musicali, capirci qualcosa in ambito contrattuale e prepararsi ad avere a che fare coi commercialisti, almeno se intendevi fare da te. In caso contrario eri costretto ad avvalerti di professionisti del settore ma noi non potevamo permettercelo e quindi facemmo di necessità virtù. Altrettanto complesso era mandare demo. Si usavano le cassette e si spendevano tanti soldi per poterle spedire in giro per il mondo. Ogni anno c’era il Midem, a Cannes, ed anche lì partiva qualche milione di lire. Oggi invece basta un click e sei già dall’altra parte del globo».

Black Connection 2

Gino “Woody” Bianchi, Orlando Johnson, Luca Leonori e Karen Jones, nello studio della Wax Production intorno al 1997

Proprio dalla Lemon Records, nel 1997, giunge “Rhythm” di Black Connection, l’ennesimo dei progetti di Rizza, Bianchi e Scuteri, senza dubbio tra quelli destinati a lasciare ricordi più piacevoli. «Usammo il nome Black Connection per sottolineare l’amore che nutrivamo per la musica black, il funky e il soul. Il ritmo era con noi da sempre. Concepimmo “Rhythm” per un 12″ destinato alla nostra Lemon Records. Nel brano c’erano vari campioni vocali e ritmici che il buon Gino attinse dal mondo del philly sound e di cui non abbiamo mai svelato la provenienza. Alex Gold dell’Xtravaganza Recordings entrò in possesso del disco e ci contattò per licenziare il brano nel Regno Unito. Fu allora che decidemmo di farlo ricantare da Orlando Johnson (voce di innumerevoli pezzi tra cui “I Say Yeah” e “Keep On Jammin'” di Stefano Secchi, nda) col fine di renderlo più pop, inserendo una strofa e migliorando l’inciso. Dopo queste variazioni lo reintitolammo “Give Me Rhythm”. Il primo a remixarlo fu Victor Simonelli, che collaborava spesso con noi dopo essersi trasferito a Roma, a cui seguirono i Full Intention che realizzarono una nuova versione commissionata da Alex Gold. Il pezzo entrò nella classifica britannica e fu suonato da tutte le radio. Pete Tong lo inserì nella sua raccolta annuale, “Essential Selection – Spring 1998” e finì in tante altre compilation come quella del tour australiano del Ministry Of Sound e quella dello Space di Ibiza. Nei club dell’isla blanca divenne una vera hit! Non ricordo quante copie vendette ma senza dubbio ci diede un po’ di ossigeno oltre ad una grande soddisfazione in termini artistici. In Italia lo cedemmo alla VCI Recordings, divisione dance della Virgin che si fece avanti dopo il clamore suscitato oltremanica».

La classifica di Billboard, 1998

La classifica di Billboard, dicembre 1998. Evidenziata in rosso la presenza dei Black Connection

Continuando a sguazzare tra disco, funk, soul e garage house, i Black Connection si ripresentano nel 1998 con “I’m Gonna Get Ya’ Baby”, anche questo remixato da Simonelli e dai Full Intention. La trilogia si chiude nel 2000 con “Keep Doin’ It” interpretato da Taka Boom (sorella di Chaka Khan) e remixato dai Stella Browne e dai Lisa Marie Experience. «Il più conosciuto dei tre resta sicuramente “Give Me Rhythm” anche se i restanti due stazionarono ai primi posti della dance chart di Billboard negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Internet era ancora per pochi e le notizie arrivavano con un certo ritardo tanto che scoprii quasi per caso che Black Connection finì tra i gruppi dance nella classifica di Billboard nel 1998: comprai la rivista in edicola a New York quando andai in vacanza a Natale con mia moglie. Del resto era incredibile anche il fatto di stare al venticinquesimo posto della chart insieme ad artisti del calibro di Madonna, Janet Jackson, Lisa Stansfield, Mariah Carey, Gloria Estefan ed addirittura Aretha Franklyn».

Quando i Black Connection conoscono il picco di popolarità ed iniziano a collaborare con la Virgin però l’attività della Wax Production si arresta. È lecito ipotizzare che le due cose fossero correlate in qualche modo ma Rizza spazza il campo da eventuali dubbi: «Fu solo un caso, la discografia era già in crisi e ci rendemmo conto che forse era meglio che ognuno di noi prendesse la propria strada. Siamo comunque rimasti grandi amici ed ancora oggi quando ci vediamo o ci sentiamo al telefono ricordiamo, con un pizzico di nostalgia, quei meravigliosi periodi che ci legheranno per sempre». Nel 2013 escono nuovi remix di “Give Me Rhythm” sulla “liquida” Lemon Cut Records, nata proprio per tenere in vita il ricordo della vecchia Lemon Records. «La creai dopo il mio trasferimento a Miami dove ormai vivo da circa sei anni. Ho usato la Lemon Cut come piattaforma per remixare vecchi brani come “Give Me Rhythm”, ritoccata da Jay Vegas e Samir Maslo, e “I Can’t Fight It” di Global Mind (altro progetto di Rizza, Bianchi e Scuteri, nda) affidata ad Eric Kupper. I remix realizzati da Miguel Migs per “In The Heat”, sempre di Global Mind, sono finiti invece sulla sua Salted Music. Altri pezzi tratti dal catalogo Lemon Records sono in uscita in esclusiva su Traxsource. Come regista invece (ruolo già ricoperto da Rizza nel 2014, si veda “sTRANI Ritmi” dedicato al compianto Marco Trani, nda) sto ultimando un documentario su Larry Levan e il Paradise Garage, “Larry’s Garage”, con materiale esclusivo ed inedito.

Black Connection 1

Lo studio della Wax Production in Via Dardanelli, Roma, 1997

Oggi è radicalmente cambiata ogni cosa, soprattutto l’approccio verso la hit. Negli anni Novanta era tutto nuovo, nessuno poteva prevedere quello che poi è accaduto. Adesso, secondo me, tutto viene concepito a tavolino e non esiste più improvvisazione. Non si vendono più dischi e gli introiti del mercato del download, a parte per pochi gruppi pop, è pari allo zero. Moltissimi DJ, incluso quelli più famosi, producono pezzi col solo fine di innescare le serate. E pensare che noi ci nascondevamo dietro alias di fantasia perché ritenevamo esagerato apporre il nostro nome davanti a quello di bravissimi cantanti che meritavano davvero di salire sul palco. Ora, al contrario, tanti DJ popstar forniscono solo il nome e spesso non entrano nemmeno in studio, lasciando il compito di confezionare le tracce ai ghost producer (a tal proposito si rimanda a questo reportage, nda). Non metto in dubbio che ci siano mezzi tecnici migliori ma resto del parere che prima ci fosse più soddisfazione nel tagliuzzare i nastri coi Revox, come del resto era bello, per noi DJ preistorici, trovare il tempo col pitch dei Technics o, prima ancora, col variatore dei Lenco L75 a puleggia. Il tasto sync non esisteva neanche nella nostra immaginazione». (Giosuè Impellizzeri)

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Carl Cox – DJ chart ottobre 1998

Carl Cox, Raveline ottobre 1998
DJ: Carl Cox
Fonte: Raveline
Data: ottobre 1998

1) Storm – Storm
«Avevamo voglia di produrre qualcosa che avesse a che fare più col dancefloor che con le radio e classifiche di vendita, così inventammo Storm che poi, con immenso stupore, ha raggiunto ugualmente le vette delle chart internazionali»: così Rolf ‘Jam El Mar’ Ellmer spiegava la genesi del progetto Storm nell’intervista raccolta circa quindici anni fa per il primo volume di Decadance. Nascondendosi dietro gli pseudonimi Trancy Spacer & Spacy Trancer i tedeschi, già noti come Jam & Spoon, nel 1998 coniano questo nuovo act con un brano suonatissimo alla Love Parade. È una traccia dalla costruzione piuttosto facile ed immediata, trainata da una frase che un po’ ricorda quella di “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool, artista a cui peraltro viene commissionato il remix. La Dance Pool lo licenzia in tutta Europa (nel Regno Unito è della Positiva, gruppo EMI, in Italia invece se lo aggiudica la V2 Records) e prevedibilmente si trasforma in un inno mainstream che suonano anche i DJ delle balere e che viene promosso da un videoclip in high rotation sulle tv musicali. Ulteriori dettagli e retroscena sono qui.

2) Thomas Schumacher – When I Rock
La britannica Bush pubblica “When I Rock” (e “Respekt”, sul lato b, una sorta di rework di “Radioactivity” dei Kraftwerk) a fine ’97 ma il brano esplode a livello europeo nel 1998, quando escono i remix di Johannes Heil ed Anthony Rother e viene licenziato anche in Italia dalla GFB del gruppo Media Records. Schumacher conquista i DJ con un pezzo incredibile sorretto da una potente linea di basso distorto unito a virtuosi scratch e vocal campionati da una vecchia cassetta di Tony Touch, un DJ hip hop di New York. «”When I Rock” vendette 25.000 copie e qualche anno più tardi fu preso in licenza dalla Warner in Germania che lo ripubblicò col mio alias Elektrochemie LK ed una paio di nuovi remix, quello di DJ Rush e dell’italiano Santos» racconta Schumacher. «Poi, intorno al 2001, il mio editore mi mise al corrente che era stato contattato da un’altra casa editrice in relazione a quei sample. Pare che sul nastro che campionai ci fosse qualcosa della band The Roots, un frammento di un live. Iniziai a pensare che mi avrebbero denunciato. La casa discografica mi fornì un numero di telefono e riuscii a parlare con uno del gruppo, ma non so bene chi fosse. Attraverso quella breve conversazione telefonica capii che non avevano mai sentito musica techno ma apprezzavano ugualmente ciò che ero riuscito a fare con quei vocal, originariamente in stile reggae/rap. Mi chiesero così di spedire i file e la traccia, perché pensavano di inserirla come ghost track in uno dei loro album, cosa che effettivamente avvenne nel 2002 quando in “Phrenology”, forte per aver venduto circa 800.000 copie, comparve “Thirsty!” che era proprio la mia “When I Rock”». Da qualche settimana corre voce che nel 2018 il brano verrà nuovamente ripubblicato in occasione del ventennale.

3) Luke Slater – Class Action
Una sorta di bonus track che accompagna “Love”, il secondo singolo estratto da “Freek Funk” uscito su NovaMute nel ’97: si può descrivere così “Class Action”. Trattasi di un pezzo techno funk in cui l’artista d’oltremanica incastra sapientemente una serie di sample probabilmente tratti da vecchie incisioni funk/disco. L’effetto ricorda certi brani del tedesco Rok usciti nello stesso periodo, in cui vengono acrobaticamente sintetizzati anni Settanta, Ottanta e Novanta in un blocco irresistibile.

4) Marco Bailey – Sweetbox
“Sweetbox” è uno dei primi brani techno prodotti da Bailey dopo anni dediti a trance ed hardtrance destinate ad etichette come Dance Opera e Bonzai Records. L’Original Mix è trainata da un groove incalzante che marcia a 140 BPM, il remix di Silver & Kash, più lento ed ipnotico, è puntellato da un breve messaggio vocale. Il brano viene pubblicato anche in Italia dalla Bonzai Records Italy del gruppo Arsenic Sound che sul lato b inserisce l’ammaliante “Spacecake”, sia nella versione originale che nel remix di Mark Broom.

5) Steve Stoll – El Dopa
Così come scrive Christian Zingales in “Techno” (Tuttle Edizioni, 2011), “Steve Stoll è l’uomo che prende l’intelaiatura della techno newyorkese e la porta verso livelli di perfezione formale. Se Beltram è l’architetto che forgia il vero imprinting di quel suono urbano e brutale lavorando sempre sul filo di un’istintività felina e rapace, Stoll aggiunge al mix un ordine di tipo razionalistico e shakera con un approccio nervoso, tipicamente newyorkese, mettendo a fuoco geometrie techno che sono vera magnificazione di un’etica elettronica”. Il primo a credere in lui è Richie Hawtin che nel 1992 stampa su Probe Records un suo 12″ firmato come Datacloud, solo uno dei tanti pseudonimi che adotterà nel corso della carriera per non inflazionare il proprio nome orgogliosamente ancorato a radici underground. Nel ’94 fonda la Proper N.Y.C. su cui appare “El Dopa”, gioco di incastri tra suoni di estrazione ambient e loop ritmici sorretti da una sottile membrana tribaleggiante. Simile la costruzione delle restanti tre tracce da cui emerge bene il gorgoglio dei synth di “Disconnect”.

6) Carl Cox – The Latin Theme
Tratto dall’album “Phuture 2000”, “The Latin Theme” tira dentro, tenendo fede al titolo, un campionario di suoni latini. Il retrogusto caraibico fa da cornice ad un brano in cui la techno sfuma nella house e viceversa, sino a lasciar emergere del tutto il “caribe vibe” nella parte conclusiva. Qualche tempo dopo il pezzo rivive per mano di tre remix realizzati da Dave Angel, Graham Gold e dal nostro Claudio Coccoluto che di quella “latin invasion” ne fu artefice o comunque un determinante istigatore, se si pensa alla sua “Belo Horizonti” del ’97 (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui) a cui seguitò un indefinito numero di cloni.

7) E.B.E. – Square Two
Erroneamente riportato nella chart come BBE, E.B.E. è la sigla dietro cui opera Lucas Rodenbush, dalla California, che si definisce un compositore elettroacustico. Fortemente attratto dalle potenzialità scaturite dall’incontro tra strumenti tradizionali e segnali elettrici, intaglia un suono che calibra house e techno, confermato in questo secondo atto del quartetto “Square”, iniziato nel 1997 e conclusosi nel 2000. Ad ascoltare “Wishful”, uno dei quattro brani incisi sul 12″, pare non siano affatto trascorsi venti anni: era il suono di quel decennio ad essere troppo “avanti” oppure è quello odierno ad essersi impantanato nel passato?

8) Ronaldo’s Revenge – Mas Que Mancada
A produrre questo pezzo sono gli infaticabili Jon Pearn e Michael Gray, meglio noti come Full Intention ma attivi con una moltitudine di alias tra cui si ricordano Disco-Tex, Greed, Hustlers Convention e Sex-O-Sonique. “Mas Que Mancada” è l’unico che firmano come Ronaldo’s Revenge, nomignolo beffeggiatorio probabilmente scelto per ironizzare sulla sconfitta del Brasile ai Mondiali di Calcio ’98, occasione in cui Ronaldo, si narra, rischiò di morire a causa di alcuni farmaci che gli furono somministrati per un problema cardiaco giusto poche ore prima della finale. La rivincita de “Il Fenomeno” dunque non si disputa su un campo di calcio ma, idealmente, in discoteca: il duo britannico sfodera un pezzo latin house (l’ennesimo, si veda quanto detto sopra per “The Latin Theme” di Cox), costruito su elementi classici per il genere in questione realizzati appositamente da vari musicisti ed arrangiatori. Il titolo allude al classico brasiliano “Mas Que Nada” reso celebre da Sérgio Mendes, da cui peraltro è tratto qualche elemento vocale. La versione principale è la Full Intention’s Revenge Mix ma la AM:PM pubblica anche il remix di Albert Cabrera, non dissimile dalle basi iniziali, e quello di Terry Lee Brown Jr. che invece punta più alla tech house.

9) Eric Powell – Reach And Hugg
Il pezzo in questione è una specie di rifacimento di un brano che Powell realizza col socio Eric Gooden nel 1990, “Reach Out” di Sweet Mercy Featuring Rowetta. Allora viene pubblicato sulla Blip Music, dalle cui ceneri i due creano nel ’93 la più nota Bush, ancora in attività. A curare il riadattamento sono Langston Hugg, Commander Tom ed Olav Basoski, ma la versione che gira di più è quella di quest’ultimo, che strizza l’occhio alla hard house che ai tempi si balla al Trade di Londra. Cox, come giustamente riportato nella chart, possiede un white label visto che il 12″ viene pubblicato ufficialmente solo nei primi mesi del 1999. Nel 2008 escono ulteriori remix.

10) Phil Perry & Stacey Tough – Life Music
“Life Music” viene selezionato da Cox per la compilation mixata “Non Stop 98/01” destinata alla FFRR. Autori del pezzo di matrice house sono due DJ londinesi, Phil Perry, resident al Full Circle, e Stacey Tough, che oltre a mixare fa la speaker in una radio pirata, Fantasy FM. A pubblicarlo su vinile ci pensa la Low Pressings ma per l’occasione gli autori preferiscono utilizzare uno pseudonimo, Autonomous Soul.

(Giosuè Impellizzeri)

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Claudio Coccoluto – DJ chart marzo 1996

Disco Mix marzo 1996
DJ: Claudio Coccoluto

Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1996

1) Rosie Gaines – Closer Than Close
È presumibile che Coccoluto facesse riferimento all’album della cantante californiana, pubblicato nel 1995 dalla Motown e costruito su itinerari funk, soul, hip hop ed r&b. In tracklist c’è pure un contributo di Prince (per “My Tender Heart”), artista con cui la Gaines collabora anni prima figurando nella formazione dei New Power Generation. Il brano che dà il titolo al disco, “Closer Than Close”, viene estratto come singolo solamente nel 1997 quando diventa una hit nel Regno Unito e vende, almeno stando a quanto si legge qui, oltre otto milioni di copie grazie al remix dei Mentor (Hippie Torrales e Mark Mendoza), a cui si aggiungono pure quelli dei Tuff Jam e di Frankie Knuckles. La versione house garage dei Mentor, in circolazione in formato white label sin dall’autunno del 1996, garantisce a Rosie Gaines una visibilità inaspettata nel mondo dei DJ e delle discoteche, tanto da finire pure nei circuiti generalisti ed essere ripresa più volte negli anni a seguire in svariati nuovi remix.

Precisazione: dopo aver letto l’articolo, Claudio Coccoluto ci fa sapere che suonava un acetato col remix realizzato dai Mentor per “Closer Than Close”, proponendolo pertanto con circa un anno di anticipo rispetto all’uscita ufficiale. «Sono orgoglioso di aver contribuito al successo del brano» scrive su Facebook il 19 aprile.

2) Century Falls Feat. Philip Ramirez – It’s Music
Erroneamente attribuita al solo Crispin J. Glover che comunque produce il tutto per la Sound Proof Recordings, “It’s Music” è la cover dell’omonimo di Damon Harris risalente al 1978. Il brano lascia rivivere suoni funk/disco all’interno della house/garage tipica di metà anni Novanta, non dimenticando neanche influssi jazz. Sul doppio vinile trovano spazio pure i remix di 95 North, Idjut Boys & Laj e Black Science Orchestra, che sviluppano ulteriori diramazioni tangenti la house e la disco.

3) Groove Collective – I Want You (She’s So Heavy)
I Groove Collective sono un ensemble di musica acid jazz/funk fondato nel 1992. Il brano della chart viene estratto dal secondo album, “We The People”, e dato in pasto a Jazz Moses ed Eric Kupper che lo rileggono in chiave deep house. Sul doppio mix edito dalla Giant Step Records c’è anche la versione originale in cui la band di musicisti mette ampiamente in mostra stile e capacità artistiche.

4) Yellow Sox – Flim Flam
Prodotto da Darren House per la Nuphonic di David Hill e Sav Remzi, “Flim Flam” mette insieme house e referenze disco in una modalità che sarà abilmente commercializzata qualche tempo dopo sotto forma di french touch ma che, è bene ricordarlo, viaggia nell’oscurità del clubbing (soprattutto britannico) già da diversi anni. A riverberare la componente funk in tre reinterpretazioni ci pensano i Faze Action (i fratelli Simon & Robin Lee, tra i primi a ricollegare disco ed house). Il brano viene ripresentato nel 2000 attraverso la Yoshitoshi Recordings dei Deep Dish che pubblica un doppio mix con nuove versioni di Christian Smith & John Selway, Olav Basoski ed David Alvarado alle quali si aggiunge pure l’inedita Unreleased Mix con sprazzi di philly sound, probabilmente esclusa dalla stampa su Nuphonic quattro anni prima.

5) Davidson Ospina – The Chronicles
È la newyorkese Henry Street Music di Johnny “D” De Mairo a pubblicare il progetto “The Chronicles”. L’EP consta di quattro brani, “Strings”, “Get On Up”, “Key Of D’s” e “Shadow” attraverso cui il DJ/remixer mostra deep house dai riflessi jazzati sino a toccare ritmi più marcati decorati con brevi campioni vocali tra cui uno forse tratto da “Reach Up” di Toney Lee. Nel corso del 1996 la Henry Street Music pubblica pure “Chronicles II” e “Chronicles III” con cui Ospina continua a battere percorsi sonori analoghi contraddistinti da una particolare predilezione per gli strumenti a fiato.

6) Lectroluv Feat. Stephanie McKay – Oo La La
Frederick Jorio alias Lectroluv, ai tempi impegnato su etichette di tutto rispetto come Tribal America ed Eightball Records, incide sulla britannica Produce Records un brano garage in formato “canzone” interpretato dalla vellutata voce della cantante newyorkese Stephanie McKay che dona al tutto un tocco r&b. House lontana anni luce dalle tante pacchianerie odierne a base di striminziti loop, suoni precotti e voci tratte da librerie da una manciata di euro.

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Claudio Coccoluto sulla copertina della rivista Tutto Club, n. 5, 1994

7) Lo-Tech – It’s Clear To Me
Quella di “It’s Clear To Me” è house riscaldata da una voce femminile, dotata di un groove “rotondo” e qualche frammento funk sullo sfondo. A produrre, per l’italiana D:vision, è lo stesso Coccoluto affiancato dall’amico Savino Martinez. I due collaborano già da tempo (si senta “Bandit” di Mimi’ E Coco’ su UMM, 1995) e da lì a breve creano The Dub Duo approdando su NRK Sound Division e sulla Pronto Recordings di Leo Young ma soprattutto The Heartists che con “Belo Horizonti”, reinterpretazione di “Celebration Suite” di Airto Moreira, sbanca oltremanica dove viene licenziato dalla Virgin e remixato da David Morales e Basement Jaxx. Forte di questi risultati, nel 1997 Coccoluto conquista la copertina della rivista britannica DJ Mag e si piazza all’88esimo posto della Top 100 DJs. Nel frattempo la house latina à la The Heartists viene traghettata nel mainstream da brani come “2 The Night” di La Fuertezza, “Samba De Janeiro” dei tedeschi Bellini (che riprendono il medesimo pezzo di Moreira per ragioni specificate qui), “Spiller From Rio” di Laguna ed “Another Star” di Coimbra (remake dell’omonimo di Stevie Wonder) che consta peraltro di un remix a firma degli stessi Coccoluto e Martinez. La coppia è in azione pure su alcune versioni di “King Of Snake” degli Underworld pubblicate nel 1999 dalla Junior Boy’s Own e registrate presso l’HWW Studio di Cassino, omonimo del progetto HWW (House Without Windows) apparso sulla citata UMM nel 1993 con “Friend”. L’HWS riportato nella classifica è quindi da considerarsi un refuso.

8) The O’Jays – I Love Music (Disco-Tex Remix)
Il brano targato 1975 del gruppo americano di musica soul, r&b e disco viene trascinato nel mondo house attraverso un remix dei Disco-Tex, meglio noti come Full Intention. Preservando le atmosfere originali ma contestualizzandole in una nuova dimensione, emerge una versione perfettamente calata tra disco, funk ed house. Il brano è inciso sul doppio “Remix Culture 158″ edito dalla DMC insieme ad altri interessanti remix per Gusto, Babylon Zoo, Inner City e Deborah Cox ma viene inserito pure su un 12” della Disco-Tex Records, un altro di quei prodotti che testimoniano come la disco house non sia stata il frutto di un’intuizione esclusiva dei francesi seppur questi ultimi abbiano dato ad essa un’impronta personalizzata ed adatta(bile) al mercato mainstream.

9) Nu Colours – Desire
Estratto dall’album “Nu Colours” trainato dal singolo “Special Kind Of Lover”, “Desire” mette in forte evidenza inclinazioni soul, funk ed r&b. Seppur non sia scritto, è plausibile che Coccoluto suonasse uno dei ben quattro remix firmati dai Masters At Work, pubblicati in Italia dalla Impulse, etichetta della bresciana Media Records. Sul doppio mix c’è spazio per due ulteriori versioni, quella dei Mindspell e di Nutopia.

10) Daniel Wang – The Morning Kids
«La house è la rivincita della disco» diceva Frankie Knuckles nel 1990, e un parere molto simile è quello di Daniel Wang, californiano di origini cinesi che nel 1993 riavvicina la disco e il funk alla house attraverso la sua Balihu Records. “The Morning Kids” è il quarto 12″ di un catalogo cresciuto con netta discontinuità ma con altrettanta vitalità espressiva. Quattro i brani racchiusi al suo interno, “In A Golden Haze”, “Rooftop Boogie”, “Baby Powder Dementia” e “Free Lovin’ (Housedream)”, tutti straripanti di sample e citazioni che rimandano al repertorio Salsoul Records e alla disco anti nazionalpopolare. Wang e la sua Balihu Records, di cui abbiamo già parlato dettagliatamente qui, restano tra i primi nomi da menzionare quando si parla della genesi di un filone oggi fatto confluire nell’immenso calderone chiamato nu disco.

(Giosuè Impellizzeri)

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