Ricci DJ – DJ chart agosto 1997

Ricci DJ, Trend Discotec, agosto 1997

DJ: Ricci DJ
Fonte: Trend Discotec
Data: agosto 1997

1) Analogue Reflections – Controllers
Un disco di cui si conosce ben poco: certa è la provenienza, dai Paesi Bassi, e lo stile, a metà strada tra techno ed hard trance. Praticamente nulle le coordinate relative all’autore, un tal Ronnie Warhole che pare abbia inciso solo questo 12″ pubblicato dalla ReflecT Records, una delle etichette raccolte sotto l’ombrello della XSV Music e la cui operatività resta circoscritta ad appena tre uscite. Sull’ultima, sempre del ’97, spicca il nome di un futuro idolo delle platee mondiali, Tiësto.

2) Spectrum – Pratikus / Atomizer
Con la doppia a-side degli Spectrum (David Lazzari e Jean-Philippe Nicolier), la Primate Recordings dà avvio ad una serie di uscite su 10″ colorati. Per l’occasione il disco verde accoglie nei propri solchi due brani: sul lato a “Pratikus”, una techno circolare edificata sull’essenzialità dei suoni disposti a mo’ di marcetta (sul medesimo schema usato da Christopher Just nella sua “I’m A Disco Dancer (And A Sweet Romancer)”), sul b “Atomizer”, frutto della stessa metodologia compositiva sviluppata nello studio allestito a Ginevra.

3) Thomas Krome – Wood Carver
È il doppio mix che apre il catalogo della Code Red, sublabel della più nota Drumcode di Adam Beyer. A firmarlo un altro degli eroi della techno svedese, Thomas Krome, che muove i primi passi da produttore intorno alla metà degli anni Novanta guadagnandosi una discreta fama nell’ambiente europeo. Sette gli untitled incisi, disponibili anche su vinile colore rosso, tutti accomunati da una vena millsiana (A2) che sfila in compressioni al limite della distorsione (B1, B2).

4) Juno Reactor – God Is God (CJ Bolland Remix)
“God Is God” resta uno dei pezzi più noti del repertorio dei Juno Reactor, band britannica rimasta negli annali per una caleidoscopica vena creativa capace di riunire sotto lo stesso tetto world music, ambient, techno, industrial e goa trance. La versione originale del brano, estratto come singolo dall’album “Bible Of Dreams”, è annessa al cosiddetto chemical beat (quello battuto ai tempi da gruppi come Chemical Brothers, Propellerheads o Fluke) e finisce un paio di anni dopo nel film “Beowulf” di Graham Baker. Il remix scelto da Ricci è più ballabile, realizzato da CJ Bolland che quell’anno ha dalla sua parte una hit, “The Prophet”, ma degne di menzione sono anche le due versioni approntate dai Front 242 intitolate Godzilla e Grisha. A prendere il disco in licenza per l’Italia è la Media Records che lo pubblica su etichetta GFB.

5) Oliver Ho – Chasm EP
“Chasm” è l’ennesimo degli extended play contenenti brani privi di titoli che escono a pioggia negli anni Novanta. Al suo interno l’autore britannico convoglia loop febbricitanti che grondano sudore (B1) e vortici ipnotici (B2, A1) ma la sciabolata più intensa giunge con la A2, dove i pattern si arroventano ed ardono in un braciere di hihat e cimbali shakerati orchestrati da un suono che si ripete come un mantra sin dalle prime misure. Oliver Ho tornerà su Drumcode dopo oltre dieci anni con “Resistor EP” firmato Raudive, in un periodo in cui la techno perde inesorabilmente intensità e vede affievolire la sua fiamma sotto il vento del neo minimal.

Ricci & Cirillo (199x)

Ricci e Cirillo in una foto scattata intorno alla metà degli anni Novanta

6) Ricci – X Clone (Remix)
La versione originale edita in primavera dalla Sushi del gruppo American Records, di cui si può leggere la monografia qui, si muove nei meandri dell’hard trance dotata di un bassline a trazione anteriore. I due remix usciti a ridosso dell’estate invece reinterpretano la formula con linguaggi diversi: Sinus opta per una techno minimale pilotata da una cassa in evidenza, suoni filo acid e scariche di snare, medesimi elementi che fanno la fortuna della sua “Blob” remixata giusto pochi mesi prima dallo stesso Ricci. Discorso completamente diverso per la versione di Miss Groovy: Paola Peroni, reduce dall’ottimo responso del “Rough And Tough EP” trainato da “Jungle Sickness” promosso Disco Makina nel programma radiofonico Molly 4 DeeJay di cui parliamo qui, intaglia un remix hardcore squarciato in più punti da melodie accennate che rompono la monotonia della trapanante cassa distorta.

7) 2 Without Heads – U And Me
Nato nel ’94 col brano “Trouble Of The World” prodotto da Pieradis Rossini, Graziano Fanelli e la sopracitata Paola Peroni su etichetta DJ Movement, il progetto 2 Without Heads riappare tre anni più tardi con la happy hardcore di “U And Me”. Seppur non sia esplicitato, è presumibile che la versione a cui facesse riferimento Ricci fosse proprio la sua, energica hard trance con inflessioni acid sullo stile Junk Project o AWeX e melodicamente costruita sul modello di brani come “X-Santo” di DJ Jan (una club hit di quel periodo) e “Lord Of The Universe” di David Craig. Il 10″ è edito dalla Atomic Energy Records, sublabel della DJ Movement che in catalogo annovera la licenza di “Loving You” di Rob’s Project ovvero l’olandese DJ Rob a cui peraltro viene affidato un remix della stessa “U And Me”.

8) Sinus – Drops EP
Non è uno degli EP più noti di Fabrizio Pasquali pur adoperando gli stessi ingredienti che fanno la fortuna del progetto Sinus tra ’96 e ’97. La main track, “Drops”, è dominata dai tipici suoni della progressive nostrana, con pause e scatti improvvisi sino alle rullate esasperate nella versione Le Cave Drum (un omaggio al locale in provincia di Vercelli dove Pasquali, noto anche come DJ Pareti, è resident ai tempi). Spazio anche ad un terzo brano, “Simplex”, in cui la classica kick spaccatimpani incornicia una flessuosa linea di synth filo acid/bleepy.

9) Deep Ink – Spellbound
Penultima uscita della Data Records del gruppo Europlan, di cui abbiamo parlato tempo fa in questa intervista ad Alfredo Violante, “Spellbound” macina al suo interno ritmo ed atmosfere trancey grazie ad emozionali evoluzioni di pad. Dietro Deep Ink si cela Guido Gaule (e un non meglio identificato P. Henzler), responsabile insieme al citato Violante di quella techno/trance che intorno alla metà degli anni Novanta intriga parecchio i DJ europei: tra i tanti si segnalano “Radiations” di Radiations, impreziosito dal remix di Francesco Farfa, “Awakenings” di Atlantis, “Numera Stellas” di Solaris, “Life Is So Realistic” di Moogability e “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000, quest’ultimo oggetto di un inatteso airplay radiofonico nel nostro Paese.

10) Emmanuel Top – Turkich Bazar
I brani di Emmanuel Top, in particolare quelli editi nei primi anni Novanta sulla sua Attack Records e facilmente identificabili mediante il colore usato per l’etichetta centrale, sono diventati evergreen a tutti gli effetti ma, in un certo senso, lo sono sempre stati, anche quando non si parla ancora di culto per il passato e di serate remember. “Turkich Bazar”, insieme all’ormai celebre “Acid Phase”, è tra i pezzi più amati del produttore francese. Pubblicato in origine nel 1994, si sviluppa su un crescendo ritmico costantemente graffiato da unghiate di TB-303 in cui trova alloggio uno spoken word di Jim Morrison (“the music was new, black, polished chrome and came over the summer like liquid night”, da “Black Polished Chrome” presente nell’album “An American Prayer”). Il ’97 vede l’uscita di due remix, quello acid trance dei tedeschi Future Breeze, all’apice del successo commerciale con la hit “Why Don’t You Dance With Me”, e quello hypno trance di Massimo Vivona, italiano trapiantato in Germania diventato noto con le pubblicazioni su Headzone. Non sappiamo se Ricci intendesse segnalare la versione originale o uno di questi remix a cui nel tempo se ne aggiungono ancora altri tra cui quelli di Thomas P. Heckmann e di Samuel L Session.

(Giosuè Impellizzeri)

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Molecular Recordings, la chimica dell’amore per la techno

“A molecule is the smallest particle of substance that exhibits the chemical properties of that substance. Molecules are group of ARTISTS held together by chemical bonds.Each molecule of a given substance contains the same number and kinds of atoms. In a chemical REACTION (303 programmation) the bonds are broken and rearrangements of atom takes place to form new substances (ACID TRACKS). The number of atom in molecules ranges from two to hundreds or thousands. Examples thereafter range up to huge UNKNOWN molecules with many thousands of atoms”.

La storia della Molecular Recordings inizia con queste poche righe informative stampate su un semplice foglio A4 infilato nelle white label promozionali di un 10″. È il 1996, la techno vive ancora un buon momento anche se, a posteriori, la seconda metà degli anni Novanta si configurerà come un periodo creativamente discendente. A tal proposito Claudia Attimonelli scrive in “Techno: Ritmi Afrofuturisti”: «Il 1995 viene considerato l’apice della techno. Da questo momento in poi, secondo molti, la techno non si sarebbe più evoluta ripetendosi in stilemi stereotipati». Per la Molecular Recordings il credo principale risiede proprio nella techno. A fondarla sono due italiani, Marco Lenzi e Marco D’Arcangelo. Il primo, nato a Livorno ma cresciuto a Roma, entra in contatto con la musica elettronica mediante alcuni dischi di suo padre, un ingegnere della NASA. Stockhausen, Henry, Ligeti ed altri compositori simili gli aprono le porte di nuove tecniche di composizione e di sperimentazione sonora. D’Arcangelo invece, romano, produce musica col fratello (gemello) Fabrizio, prima per etichette nostrane (Hot Trax, Disturbance) e poi per altre estere come la canadese Suction Records di Solvent e Lowfish e la britannica Rephlex di Richard D. James e Grant Wilson-Claridge. I due però, curiosamente, non stringono la partnership in Italia bensì a Londra, dove Lenzi vive sin dal 1988. Come racconta qui D’Arcangelo, si incontrano nel ’94 nel negozio di dischi di cui Lenzi è tra i soci fondatori, Silverfish, in Charing Cross Road. Lì decidono di creare la Molecular Recordings.

Molecular 000

Sopra la prima pubblicazione su Molecular Recordings, il 10″ degli Intemolecular Forces. Sotto il foglio descrittivo che accompagna le copie promozionali

1996, il primo anno d’attività
Nata tra le mura di Silverfish, negozio di dischi londinese fondato nel ’91, la Molecular Recordings si rende operativa attraverso la musica dei suoi stessi fondatori. Marco Lenzi e Marco D’Arcangelo creano il progetto Intermolecular Forces a cui si aggiunge anche il fratello di quest’ultimo, Fabrizio. Il primo del catalogo è un 10″ contenente due brani, “Ion” ed “Electron”, a cui fanno seguito quattro EP (“Raw Mini”, “Attramol”, “The Test” ed “Encore”), tutti firmati Intermolecular Forces e saldamente ancorati al ramo dell’acid techno. Poi il gruppo viene implementato. Il primo a fare ingresso è DJ Bone, da Detroit, con “Electronic Birth EP” in cui la techno sfuma nell’electro. Seguono “Alliance EP” di DJ Lukas (lo svizzero Luca Tavaglione noto anche come Raimond Ford, qualche anno dopo nei Racket Knight di cui abbiamo parlato qui, insieme a Walter Albini e Massimo Cominotto) e “Urban Society EP” del britannico Inigo Kennedy. Quindi è la volta dei remix di “Metoh” dei Monomorph alias i fratelli D’Arcangelo, un brano uscito l’anno prima sulla Sphere Records a cui ora mettono mano Kelli Hand, pure lei da Detroit, e Jim Eliot. Infine “010 EP” ancora degli Intermolecular Forces.

1997, un anno di transizione
Il 1997 si apre col disco di Zombie Assassin a cui fa seguito “Electron Opaque” attraverso cui i già citati Tavaglione ed Albini danno vita ai D-Ex. La loro techno prende le mosse dal detroitismo millsiano e si inserisce a pieno titolo in quel filone che britannici, come Mark Broom, Luke Slater, Neil Landstrumm, Justin Berkovi, Dave Tarrida, Chris McCormack, James Ruskin, Oliver Ho, Surgeon, Ben Sims, Dave Angel e Ben Long, giusto per citarne alcuni, percorrono incessantemente in quegli anni. In “Amplitudal Vibration EP”, a cui partecipa Guido Gaule, gli Intermolecular Forces rivelano un istinto più groovy iniziando a perdere i connotati acidi di partenza. Sono appena tre le uscite nel ’97 contro le dieci dell’anno precedente, e le cose non cambieranno molto in futuro.

Monomorph - Technomorphine EP

“Technomorphine EP” dei Monomorph sigla la ritrovata collaborazione tra i fratelli D’Arcangelo e la Molecular Recordings

1998, quando la techno “circolare” prende il sopravvento
Archiviate le origini acid, la Molecular Recordings prosegue il cammino supportando una techno figlia del loopismo più ipnotico in stile Basic Channel, che marcia a BPM serrati e con poche variazioni sul tema. Torna a farsi sentire Inigo Kennedy (che da lì a poco lancerà la sua Asymmetric) con “Spatial EP” e “Techniques EP”, e i fratelli D’Arcangelo con “Technomorphine EP” firmato Monomorph. Poi tocca ai D-Ex che palesano l’aderenza al segmento groovy prima con “Micro” e “Macro”, realizzate con Lenzi, e poi con “Chain Reaction EP”, in formato doppio mix. Nel 1998 nasce anche la XX, serie in edizione limitata a 500 copie priva di titoli ed indicazioni sull’autore. Appena cinque le pubblicazioni (due del ’98, altrettante del ’99, ed una del 2000).

Chris Liebing - Koller

“Koller” è il primo dei due dischi che Chris Liebing realizza per la Molecular Recordings

1999, la famiglia continua ad allargarsi
Nel ’99 in casa Molecular Recordings giunge un nuovo artista destinato a diventare molto popolare negli anni a seguire, Chris Liebing. Alle spalle il DJ originario di Francoforte sul Meno ha già diverse produzioni su Fine Audio Recordings e Primate Recordings, oltre ad alcuni remix che lo aiutano sensibilmente a mettersi in evidenza, su tutti quelli di “Breakthrough” e “Huri-Khan” realizzati rispettivamente per Sven Väth e per gli Storm di cui abbiamo parlato qui. Il disco, firmato con le sole iniziali anagrafiche, CL, si intitola “Koller” ed è realizzato insieme all’inseparabile Andrew Wooden, suo partner in vari act come Stigmata. Poi tornano i D-Ex con “Drum Attack EP” ma il progetto più rilevante ed ambizioso dell’anno è senza dubbio il primo volume della “Bio Molecular Rhythms”, compilation con cui la label approda ad un nuovo formato, il CD. La raccolta conta su dieci tracce firmate da nomi di tutto rispetto, da Regis a Jay Denham, da Umek agli Spacecops e Chris Liebing con l’esclusiva “Tiktak”, passando per i tedeschi Andrew Richley & Ryan Rivera (già noti come Tesox) e i giapponesi DJ Shufflemaster & Chester Beatty. Particolarità del progetto è la presenza di ben cento loop, encodati in formato WAV ed estraibili attraverso il computer. Un concept analogo ma riversato su 12″ conta invece trentasei locked groove programmati da altri DJ come Ben Long, Jamie Bissmire, Gadget, Colin McBean e Nils Hess. Due gli italiani coinvolti, oltre a Lenzi: Davide Squillace e Gaetek ossia Gaetano Parisio. A distribuire sia la compilation su CD che la raccolta di locked groove, è la Integrale Muzique Limited di Birmingham che prende il posto della Intergroove.

Bio Molecular Rhythms

I tre volumi della compilation “Bio Molecular Rhythms”

2000, un anno sotto il segno dell’hardgroove
L’atteso nuovo secolo/millennio porta alla Molecular Recordings un nuovo nome, quello dell’olandese Jeroen Schrijvershof (oggi prevalentemente attivo come Jeroen Search), già noto come DJ Groovehead e spesso in coppia con DJ Misjah sulla sua X-Trax. Due i brani racchiusi sul 10″ di “Many Ways To Go”. Quattro invece i tool radunati in “Locke” con cui Chris Liebing raddoppia la presenza sulla label inglese. Anche Colin McBean, che ha lasciato al solo Cisco Ferreira le redini di The Advent, incide un disco per Molecular Recordings, “The Outcast”, uno dei primi firmati Halcyon Daze. Il progetto locked groove viene portato avanti da Inigo Kennedy & Marco Lenzi mentre il secondo atto della “Bio Molecular Rhythms”, contenente altri cento loop in formato WAV, conferma la propensione a battere il percorso dell’hardgroove con artisti del calibro di Jamie Bissmire dei Bandulu, Access 58, Richard Harvey, Oliver Ho, Diversion Group (ovvero Surgeon, Regis e Female) e Clemens Neufeld, senza dimenticare remixer d’eccezione come Claude Young e Pacou.

2001, techno vs tech house
Nei primi mesi del 2001 esce “El Robo EP” di Marco Lenzi, un disco dedicato al padre che contiene due tracce prive di titoli e sei locked groove. Sia per stile che concept, la release rammenta il modus operandi adottato in quel periodo dai DJ napoletani (Carola, Parisio, Vigorito, Cerrone, Markantonio, Squillace) in progressiva ascesa all’estero. Una techno meno funky e più squadrata si ritrova invece in “Elevation Seven EP” di Inigo Kennedy, mentre strutture “rotonde” con un retrogusto tech house caratterizzano “Searchin’ EP” di Halcyon Daze. A metà strada tra questi due mondi si ritrova “Cold Sweat / Unbreakable” dello scozzese Andrew McLauchlan, reduce del successo ottenuto l’anno prima con la latineggiante “Love Story” edita dalla Bush. È tempo anche per il terzo (ed ultimo) volume della “Bio Molecular Rhythms” che questa volta annovera, tra gli altri, Claude Young, Jeff Mills e la coppia Adam Beyer/Marco Carola. Inalterata la ricca porzione di loop (cento, come nei precedenti volumi) estraibili attraverso il PC.

Marco Lenzi - Distance

“Distance” di Marco Lenzi è l’ultimo disco edito su Molecular Recordings nel 2005

2002-2005, gli ultimi anni di attività
Con un ritmo operativo che va progressivamente perdendo intensità, la Molecular Recordings apre il 2002 con un 12″ realizzato in cooperazione con la tedesca Fine Audio Recordings. Su un lato due brani della coppia Michael Burkat/Lars Klein, sull’altro Marco Lenzi in solitaria con “Smooth Transition”, un tool groovoide. È l’unica uscita dell’anno, escludendo la nuova tornata di locked groove. Appena una pubblicazione anche nel 2003, “Taboo” di Lenzi, vigorosa techno funky irrobustita da Oliver Ho nel suo remix. Ormai rimasto da solo alla guida dell’etichetta, Lenzi pubblica “Take It Away” nella primavera del 2004, in cui sposa techno, tech house e riferimenti progressive house. Qualche mese più tardi ritorna con “The Riddler”, questa volta insieme al brasiliano Anderson Noise. L’ultimo, il venticinquesimo, è “Distance”, sempre di Lenzi ed uscito nel 2005. La title track si infila nel corridoio dell’hardgroove, “Hotspot” è house-friendly ed è oggetto di due reinterpretazioni ad opera di Danilo Vigorito: nella prima il DJ campano elabora il ritmo con inserti tribali, nella seconda concede spazio a quel tipico layout audio (si sentano “Imaginary Boy”, “Grid” o “Heat”) che rende la techno partenopea unica tra la fine anni Novanta e primi Duemila.

Marco Lenzi in studio (2000 circa)

Marco Lenzi in studio nel 2000 circa

La testimonianza di Marco Lenzi

Cosa ricordi del momento in cui decidesti, insieme a Marco D’Arcangelo, di fondare un’etichetta discografica?
A Londra si viveva un periodo particolarmente fertile per la musica elettronica, soprattutto la techno. Lavorando da Silverfish, che era diventato un autentico punto di riferimento per svariati artisti, anche internazionali, maturai l’idea di creare una casa discografica che potesse in qualche modo rappresentare la mia idea di techno. Marco sposò in pieno il progetto e insieme ideammo il nome, Molecular Recordings, sviluppato da un concetto legato ad atomi e molecole paragonati a suoni e persone che ruotavano intorno al nostro genere musicale di riferimento.

Silverfish (1994 circa)

Una foto scattata intorno al 1994 svela l’interno del Silverfish

Riguardo Silverfish invece?
Silverfish era un negozio di dischi situato in Charing Cross Road, fondato da me, il compianto Alex Oppido (meglio noto come DJ Lowenbandiger, nda) e i fratelli Nils ed Hans Hess. Era un locale abbastanza alternativo per i tempi, provvisto di uno smart bar ed una art gallery in cui piazzavamo opere di artisti emergenti in qualche modo connessi alla musica. Oltre ovviamente ad una sostanziosa selezione di dischi, in prevalenza house e techno (all’epoca non esistevano così tante sottocategorie come oggi). Tra i clienti c’erano Sven Väth, Claude Young e Jeff Mills, quando erano a Londra facevano sempre un salto da noi, ma anche tanti DJ del posto come Ben Sims, Aphex Twin e davvero tantissimi altri. Durante il weekend spostavamo gli scompartimenti coi dischi e gli accessori per creare uno spazio più grande dove organizzavamo piccole serate come quelle della Rephlex, a cui partecipavano cento/centocinquanta persone al massimo. Non era certamente paragonabile ad un club ma garantisco che il clima all’interno fosse quello giusto. Al piano superiore, infine, c’era l’ufficio della distribuzione dell’Underground Resistance: molto spesso i ragazzi che lavoravano lì venivano in negozio a lasciarci promo ed anteprime.

Che budget era necessario ai tempi per iniziare un’attività discografica di quel tipo?
Se ben ricordo servirono 800 sterline per le tirature iniziali limitate a 1000 copie. Ad aiutarci a stampare i primi dischi del catalogo fu la Wasp Distribution. Solo qualche anno più tardi registrammo l’etichetta presso la MCPS (Mechanical-Copyright Protection Society).

Le prime uscite sono tutte vostre, firmate Intermolecular Forces. Con quali strumenti realizzaste quegli EP?
Il primo fu un 10″: ci piaceva l’idea di esordire utilizzando un supporto leggermente diverso dal classico 12″. Sopra erano incisi due brani realizzati esclusivamente in analogico usando una Roland TR-606 ed una Roland TB-303 con effetti a pedale. Registrammo a casa di Jason Mendonca, l’attuale frontman degli Akercocke, e di Bob Bailey della Zero Tolerance: entrambi ai tempi erano protagonisti della scena hard techno molto attiva in quel di Brixton presso il VFM (Value For Money). Non avevamo nessuno studio però, i pezzi li incidemmo utilizzando un DAT portatile che Marco portò con sé quando si trasferì a Londra, dopo aver realizzato i primi EP di Automatic Sound Unlimited con Max Durante (di cui parliamo qui, nda) sulla Hot Trax, dischi che peraltro vendemmo da Silverfish.

L’idea iniziale era creare una piattaforma per autosovvenzionare i propri dischi o avevate già messo in cantiere l’ipotesi di investire tempo e denaro anche sulla musica di altri artisti?
In principio volevamo stampare e distribuire materiale realizzato da noi ma comunque con l’ambizione di crescere, anche nell’aspetto qualitativo. Se le cose sarebbero andate per il verso giusto avremmo ampliato il progetto aprendo la possibilità a collaborazioni esterne, cosa che effettivamente avvenne.

I primi ad entrare nella Molecular Recordings sono stati DJ Bone, da Detroit, lo svizzero DJ Lukas e il britannico Inigo Kennedy. Furono loro a mandarvi delle demo o voi ad avanzare la proposta di collaborazione?
A metterci in contatto con DJ Bone fu un amico comune. A quel punto Eric ci fece recapitare una cassetta coi brani e decidemmo di pubblicarli, dando ufficialmente avvio alla sua carriera discografica visto che “Electronic Birth EP” è il primo disco in assoluto che lui abbia inciso. Con Tavaglione invece fu un po’ diverso: eravamo già amici da tempo e quando sentimmo le sue nuove produzioni gli offrimmo il contratto per uscire anche con noi. Con Inigo Kennedy, infine, avvenne quasi per caso. Lui era uno dei clienti del negozio e un giorno mi lasciò una demo tape con vari inediti. Da quel momento divenne un grande amico ma anche uno degli artisti principali della Molecular Recordings.

Chi si celava dietro il nome Zombie Assassin?
Gary Griffith e Leon Thomson, meglio noti come Holy Ghost Inc., che nel 1991 raccolsero particolare successo con “Mad Monks On Zinc”, diventato ormai un classico. Dal 1996 iniziarono a collaborare con la berlinese Tresor. Thomson era un amico di una mia ex che all’epoca lavorava per MTV e che ci presentò durante un party. Ci conoscevamo reciprocamente solo di nome ma dopo appena una manciata di minuti eravamo già a parlare di musica e dischi come due vecchi amici.

Lenzi & Marco D'Arcangelo (2000 circa)

Marco D’Arcangelo e Marco Lenzi immortalati in una foto del 2000 circa davanti ad Eukatech Records, il negozio di dischi londinese che raccoglie l’eredità del Silverfish

Nel 1996 pubblicate ben dieci dischi ma dall’anno successivo la frequenza di uscite inizia a calare e proseguirà con un ritmo altalenante. Come mai?
In quel periodo ci fu una scissione tra il Silverfish e la nuova gestione arrivata dalla Germania capitanata dalla UCMG che ci diede nuovi spazi, dove aprimmo il negozio Eukatech Records e un ufficio di rappresentanza per gestire meglio sia l’attività produttiva che quella distributiva. Tutto ciò comportò un grande lavoro e purtroppo mancò il tempo per elaborare nuove cose destinate a Molecular Recordings.

Quante copie vendeva, mediamente, ogni 12″ edito da Molecular Recordings?
Con le prime quattro uscite ci fermammo, come anticipavo prima, alla soglia delle 1000 copie cadauna col supporto di Intergroove. Vendevamo la metà alla tedesca Neuton cercando di piazzare il resto aiutandoci coi contatti personali ed ovviamente col negozio. Quando giunsero i nuovi distributori, la Integrale Muzique Limited di Birmingham e la tedesca EFA, le cose cambiarono in meglio. Vendevamo in media 3000/4000 copie ad uscita, alcune molto di più ma erano solo eccezioni.

Qual è il bestseller del catalogo?
“Koller” di CL (Chris Liebing): non facevamo a tempo a ristamparlo che giungevano altre richieste. Alla fine vendemmo 18.000 copie col supporto della EFA che solo in Germania ne piazzò oltre 10.000. Anche il secondo disco di Liebing, “Locke”, andò bene, toccando la soglia delle 14.000 copie. Dischi veri, mica download o streaming come oggi.

Nel 1999 Molecular Recordings approda ad un formato ai tempi ancora poco sfruttato dai DJ, specialmente in ambito techno, il CD. Quali furono le ragioni che vi spinsero a cimentarvi nelle compilation, attraverso i tre volumi di “Bio Molecular Rhythms”?
Senza dubbio il mercato. Le compilation erano tanto richieste e le grandi distribuzioni, come Virgin e Tower Records, riuscivano a venderne veramente moltissime. Tuttavia anche in questo caso c’era la voglia di differenziarci offrendo un prodotto diverso dal solito, e così inventammo i “Bio Molecular Rhythms”, che sposavano in pieno la filosofia Molecular Records seppur fossero destinati più all’ascolto che al DJing.

Perché inseriste cento loop (in formato WAV) in ogni volume?
In circolazione c’erano parecchi CD con librerie di loop, solitamente acquistati dai neofiti che volevano approcciare alla composizione. Con quella trovata desideravamo incoraggiare la creatività di chi seguiva la nostra etichetta, offrendo loop in regalo.

L’operazione era forse connessa ai tre 12″ di locked groove contrassegnati col catalogo MOL LG?
L’idea della MOL LG (ossia Molecular Locked Groove) fu mia: volevo creare dei tool per i DJ che suonavano con tre giradischi. Si trattò di una serie limitata, ne stampavo appena 300 copie per recuperare almeno le spese di pressaggio.

Nel 1998 viene lanciata la serie XX, contraddistinta dall’edizione limitata ma soprattutto dall’assenza di titoli e riferimenti all’autore. Quali ragioni dettarono tale scelta? Ad ormai venti anni di distanza dall’ultima uscita XX, puoi rivelare gli autori ed eventualmente confermare se quelli riportati da Discogs siano veritieri?
La serie XX nacque per promuovere una techno più particolare ma soprattutto per lasciare carta bianca agli artisti, liberi di esprimersi e sperimentare al 100%. Decisi di non apporre alcun nome affinché la musica parlasse da sola, senza “introduzioni”. Il primo era di Inigo Kennedy, il secondo e il terzo miei, il quarto mio e di Inigo Kennedy e il quinto ancora di Kennedy. In dirittura d’arrivo c’è il sesto.

Nel corso degli anni il roster artistico dell’etichetta si amplia. C’è stato qualcuno che avresti voluto ospitare ma che per qualche ragione è rimasto escluso?
La lista, purtroppo, è parecchio lunga.

Che tipo di relazione allacciaste con gli artisti napoletani?
Li ho sempre rispettati perché capaci di creare un sound molto interessante quanto particolare. Conobbi Marco Carola e Gaetano Parisio tramite Andrea Benedetti che importava dalla ELP Medien la Design Music. Da quel momento intrecciai ottime relazioni con loro, specialmente con Carola che vedevo spesso quando abitava a Londra. Sia lui che Parisio erano di casa ad Eukatech, dove ho costantemente spinto la loro musica sin dall’inizio. In seguito coinvolsi su Molecular Recordings anche un altro napoletano, Danilo Vigorito.

Eukatech Records, negozio di dischi che apri insieme a Nils ed Hans Hess nel cuore di Covent Garden e che raccoglie l’eredità del Silverfish, è legato all’omonima etichetta discografica lanciata nel 1995 (a cui poi si aggiungono la Eukahouse e la Eukabreaks per coprire rispettivamente segmenti stilistici house e breaks). C’era un rapporto tra la Molecular Recordings e la Eukatech o erano due progetti che correvano su binari paralleli?
La nostra era una famiglia ed anche le etichette finirono con l’imparentarsi in qualche modo. Hans e Nils però viaggiavano più sulla house, io continuavo a propendere per la techno quindi direi che, seppur raccolti sotto lo stesso tetto, fossero progetti paralleli senza intersecazioni.

Qual è stato il momento più emozionante e gratificante raggiunto con la Molecular Recordings?
Senza dubbio quando il leggendario John Peel suonò la serie XX nel suo programma radiofonico su BBC.

Sino a quando hai gestito l’etichetta con Marco D’Arcangelo?
Nel 1996 Marco e Fabrizio si legarono alla Rephlex ed iniziarono a concentrare i loro sforzi su uscite più IDM o braindance, come quella musica fu definita più tardi. Per forza di cose Marco si interessò meno a Molecular Recordings ma quando possibile abbiamo mantenuto attiva la collaborazione, e il “Technomorphine EP” di Monomorph, del 1998, lo testimonia. Nel ’95 demmo avvio anche ad un’etichetta che in catalogo conta appena un’uscita, la Sphere Records. I due brani di Monomorph lì incisi, “Metoh” ed “Hyperlight” li ripubblicammo l’anno dopo su Molecular Recordings in due remix a firma Jim Eliot e Kelli Hand.

Molecular Recordings si ferma nel 2005: quali furono le ragioni che ti convinsero a smettere?
Avvenne quando Eukatech chiuse a causa di motivi finanziari. Da un giorno all’altro raddoppiò il canone di affitto e nel contempo, con la diffusione di internet e dei formati digitali, i dischi non si vendevano più come una volta. Decidemmo quindi di abbassare la saracinesca. Nel frattempo divenni papà di due bambine ed ho dovuto trovare un’altra occupazione, completamente diversa, in una banca d’investimento. A quel punto il lavoro e le figlie assorbirono totalmente il mio tempo.

Da anni sul sito della label si legge “opens feb 2010”. Hai annunciato un possibile rilancio anche attraverso la tua biografia su Resident Advisor e credo ci siano finalmente novità su tal fronte.
Esattamente, siamo ripartiti giusto da un paio di mesi rilanciando in digitale alcune uscite del catalogo su Bandcamp, visto che i brani del repertorio Molecular Recordings non sono mai stati disponibili in formato liquido. Nel contempo stiamo finalizzando l’accordo con un distributore per qualche pubblicazione su vinile. Abbiamo già quattro release pronte, due nuovi capitoli della serie XX e i remix della mia “Taboo”, uscita originariamente nel 2003 ed adesso rimaneggiata da Lory D, Jeroen Search, Davide Squillace, Leo Anibaldi, Florian Meindl ed Anderson Noise.

Come vorresti che fosse ricordata la Molecular Recordings tra qualche decennio?
Come una delle etichette techno londinesi più all’avanguardia.

(Giosuè Impellizzeri)

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Alfredo Violante, sulle ali della trance degli anni Novanta

Alfredo ViolanteCirca venticinque anni fa Alfredo Violante lascia l’Italia e vola in Inghilterra, dove si inserisce nella scena discografica e fonda, con Guido Gaule, l’Europlan Music Network, azienda-contenitore di varie etichette come Data e Supernova, a cui si aggiungono Single Vision, Proxima, Kronos e Storm. Le ispirazioni derivano dalla trance, soprattutto quella teutonica, ma non mancano deviazioni techno: la combinazione tra ritmo marcato, epiche melodie e ghirigori acidi si rivela attraverso numerose produzioni firmate con altrettanti pseudonimi. Tra le più note “Numera Stellas” di Solaris, del 1994, “Life Is So Realistic” di Moogability, del 1995, e “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000, che nel 1996 diventa popolare pure in Italia. Nel 1998 è Joe T. Vannelli a pubblicare sulla sua DBX Records, celebre per aver accolto nel proprio catalogo i pluridecorati dischi di Robert Miles, la doppia a-side “From Here To Eternity 99/Loving The Alien 99” che tira il sipario sul progetto Barcelona 2000. Violante nel frattempo prosegue il suo percorso artistico, variandone ulteriormente le matrici sino a toccare l’electro house nel nuovo millennio.

Nei primi anni Novanta ti trasferisci a Londra in cerca di successo, eppure oggi in tanti dipingono l’Italia di quel periodo come una landa felice e rigogliosa per la musica dance. Cosa o chi ti spinse ad emigrare all’estero?
In realtà quando giunsi a Londra la Dance non mi interessava per niente, soprattutto la House che non mi ha mai appassionato. Ma quando arrivarono i primi dischi della scena Rave con quei ritmi serrati e quelle sequenze aggressive, esplose la mia passione per l’elettronica.

Il primo disco che realizzasti oltremanica fu “Too Many People” di You, su Hypermode Records?
Sì, e fu un disco calcolato. Avevo appena abbandonato la strumentazione tradizionale e decisi di appoggiarmi ad uno studio di Brixton, l’Hazardous Dub Company, che era un gioiello della scena underground.

Bengodia

La copertina del singolo di Bengodia, edito dalla Panarecord nel 1987. Il gruppo è composto da Alfredo Violante, Guido Gaule e Christian Gardoni

Il tuo primo brano in assoluto però fu “There Is A World In My Hands” dei Bengodia, pubblicato in Italia dalla Panarecord nel 1987. Cosa ricordi di quell’esperienza, più vicina alla new wave/synth pop che alla musica da discoteca?
Ricordo l’insoddisfazione di fare musica inglese in Italia, ma penso sia una sensazione piuttosto comune. Ho preferito buttare via tutto pur sapendo che a Londra sarebbe stata ancor più dura.

Dopo i primi anni in cui era svincolata dalle classiche trafile burocratiche delle major, nella musica dance cambia qualcosa: perché fu cannibalizzata dalle multinazionali?
Perché le vendite raggiunsero una quota di mercato importante, probabilmente il 2%. Lentamente le major occuparono la scena del vinile e abbassarono il prezzo del prodotto. I piccoli negozi faticarono a competere e pian piano sparirono, ma il mercanteggio tra le piccole etichette e i negozi indipendenti era vitale per l’ecosistema della Dance.

Un fenomeno tipico degli anni Novanta su cui tanti, in Italia, hanno costruito la propria fortuna era quello dei promo provenienti dall’estero, soprattutto Inghilterra ed America.
Ai tempi la promozione inglese era esclusivamente nazionale, non c’era ancora una strategia europea quindi in Italia non arrivava niente. Quando un oggetto è raro e quasi introvabile si crea grande richiesta, soprattutto in Italia dove l’esclusività era molto importante nel DJing. Per questo si scatenò una vera e propria “guerra del promo”.

Alfredo Violante e Guido Gaule, 1992

Alfredo Violante e Guido Gaule nel 1992. Foto gentilmente concessa da Alfredo Violante

In Decadance Extra abbiamo dedicato un’intera sezione ai negozi di dischi italiani attivi negli anni Novanta, intervistando i titolari da Nord a Sud Italia, eppure solo pochi di loro hanno ammesso di aver fatto parte dell’ambito business dei dischi promo, o comunque hanno minimizzato quel che invece era un vero e proprio mercato nel mercato.
Per portare ambite copie promozionali in Italia bisognava avere una rete di contatti molto complessa, quindi non tutti i negozi potevano permettersela.

E il fenomeno “bootleg”, in riferimento a quei dischi che si moltiplicavano misteriosamente ad insaputa delle case discografiche e dei rispettivi autori?
Una scena che non conoscevo finché non sono usciti miei brani stampati a mia insaputa.

Quali erano, negli anni Novanta, le condizioni che potevano decretare una maggiore visibilità per un DJ?
Il vinile aveva un limite: quando vendevi troppo un’etichetta più grande ti comprava il pezzo. E faceva bene, perché poteva sfruttarlo meglio. Poi c’erano le compilation che a livello di royalties non erano superiori al vinile ma quando particolarmente importanti facevano la differenza. A me capitò con la “Renaissance Worldwide: London” mixata da Robert Miles nel 1997, in cui presenziava un mio pezzo firmato Moogability (“Houston Remix”, nda).

Alfredo Violante, sulle ali della 90s Trance

L’ingresso nella DeeJay Parade di “Guitara Del Cielo”, Pagellina n. 35, 12 ottobre 1996

Credo che in Italia il tuo disco più popolare resti “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000. Cosa puoi raccontare in merito?
Scrivevo anche cinque pezzi alla settimana ma scartavo quelli che non mi convincevano. La UCMG (Under Cover Music Group) era un grosso network tedesco, ed alcuni A&R venivano a casa mia per sentire quello che facevo. Presero proprio uno di questi scarti, “Guitara Del Cielo” di Barcelona 2000 (anche se per frequenti errori tipografici il titolo diventa “Guitarra Del Cielo” e l’autore Barcellona 2000, nda). Quando si fa più di un disco al mese è importante cambiare spesso nome artistico per non stufare, ed io ero già Solaris, Eta Beta, Moogability, Oracle 9000, DJ Supernova, Space Art, Speedlite, Mazda (ed altri ancora come Borgia, Brama-Siva-Vishnu, House Music Syndicate e Radiations condivisi con amici, nda). Così la UCMG si prese Barcelona 2000 e lo stampò subito su una della sue etichette, la Tide, ai tempi curata artisticamente da Nils Hess. “Guitara Del Cielo” nacque da un arpeggio appartenente ad un’altra mia composizione ossia “Mandrake” di Borgia, uscito su Heidi Of Switzerland nel 1994. Quel pezzo aveva delle bellissime parti melodiche ma trovavo che l’arpeggio fosse piuttosto sprecato. Così lo riutilizzai in Barcelona 2000 ma modificandolo, prima a -100% e poi a +100% di pitch rispetto all’originale. Allargando la visione anche al nuovo millennio, un altro mio pezzo che ha funzionato in Italia risale al 2007, “Frangetta” de Il Deboscio, progetto molto particolare in cui la differenza la fece il testo scritto da mio cugino, Davide Colombo.

Barcelona 2000

Le due stampe italiane di “Guitara Del Cielo”. Su entrambe il nome dell’artista viene erroneamente riportato come Barcellona 2000

Come mai in Italia “Guitara Del Cielo” venne pubblicato contemporaneamente da due etichette diverse, ossia la Top Secret Records del gruppo Dig It International e la Moonlite del gruppo Time?
Un giorno la UCMG mi chiamò chiedendomi a chi volessi licenziarlo in Italia. Normalmente con questi dischi Trance senza particolari ambizioni era già tanto ricevere un’offerta, quindi risposi che, se avessi potuto scegliere, avrei optato per la Self. Però non ero a conoscenza del fatto che Albertino stesse suonando con entusiasmo il brano nel DeeJay Time (facendolo entrare anche nella DeeJay Parade il 12 ottobre, seppur rimanga in classifica per sole due settimane, nda). Di conseguenza tutte le distribuzioni italiane volevano il pezzo! Altra cosa che non sapevo è che la UCMG aveva già firmato un contratto con la Dig It International che si era fatta avanti per prima, ma poi, giacché continuavano a fioccare proposte via fax (il vero protagonista della comunicazione negli anni Novanta), avevano provato a rifirmarlo con la Self. Quindi esistevano due contratti validi con due case di distribuzione che litigavano e si denunciavano a vicenda, a cui se ne aggiunsero altre due che lo stamparono abusivamente. Risultato? Includendo la versione import, sul mercato giunsero ben cinque versioni di Barcelona 2000. Il pezzo entrò in molte compilation Progressive e in tanti mi chiamarono chiedendomi cosa stesse succedendo. La UCMG fece il comprensibile errore di firmare la prima offerta, non immaginando che da lì a breve ne sarebbero arrivate molte altre. Ne firmarono una seconda cercando (inutilmente) di disdire la prima, ma la frittata ormai era fatta. Ci vollero circa due anni per ottenere i miei compensi. Negli anni Novanta “Guitara Del Cielo” fu l’unico dei miei brani ad entrare nella programmazione di Albertino (ma a proporlo per primo su Radio DeeJay è Molella nel suo Molly 4 DeeJay, già a settembre, nda).

Esiste anche una terza versione del pezzo, edita dalla Discomagic di Severo Lombardoni ma firmata The Typhoon. Eri sempre tu sotto mentite spoglie?
No e ad essere sincero non l’ho mai vista, anche se me ne hanno parlato.

Nel 1994 inauguri il catalogo della Supernova Records con “Numera Stellas” di Solaris. Come mai quattro anni più tardi, quando uscirono due nuove versioni, quel pezzo divenne di Barcelona 2000?
È una melodia che funziona e vende, quando ho bisogno di soldi e voglio andare a colpo sicuro la ripropongo. L’ho rifatta ancora nel 2004 col titolo “Capricorn” e l’alias Polybeat.

Alfredo Violante in studio nel 1995

Alfredo Violante in studio nel 1995. Foto gentilmente concessa dallo stesso Violante

Con quali strumenti creavi la tua musica? Dove acquistavi le macchine? Nuove o di seconda mano?
Quando avevo quattordici anni avevo tutte le Roland originali ma le vendetti nel momento in cui sul mercato giunsero le tastiere digitali. Negli anni Novanta me le andai a cercare (e comprare) una ad una da privati. Allestimmo lo studio in un appartamento a Londra, in Gloucester Road, che in tanti conoscono benissimo, da Francesco Farfa ai fratelli D’Arcangelo, dal compianto Alex Silverfish ad etichette come Dig It International e Platipus. Davvero tutti passavano da noi. Avevamo persino una stanza per gli ospiti equipaggiata con la prima PlayStation. Un periodo davvero strepitoso.

Quali erano i tuoi riferimenti? A chi ti ispiravi?
Ho due dischi-chiave che rappresentano il mio gusto negli anni Novanta, “Airborn” di Mirage e “Symmetry” di Brainchild, entrambi editi dalla Eye Q Records di Sven Väth, Heinz Roth e Matthias Hoffmann.

Chi fu il personaggio-cardine della scena italiana negli anni Novanta?
Nella musica elettronica Francesco Farfa guidava il gruppo. La mia impressione è che il trend lo decretasse solo lui. I suoi set erano molto complessi e poliedrici, tipici di un periodo dove c’era ancora molta ricerca. Poi i sottogeneri si irrigidirono ed emersero le serate a tema dove il suono era sempre un po’ lo stesso. Farfa si impadronì della fase iniziale, la più affascinante ed avventurosa.

Qual è stato l’ultimo disco che ti ha positivamente colpito?
Per me il momento più interessante fu quando la drum n bass si liberò dei sample Hip Hop velocizzati ed incominciò ad usare le sonorità della Techno. Aphex Twin rielaborò il tutto creando suoni e ritmiche mai sentite prima. Poi il nulla. Adesso siamo in piena fase Roland TR-808, poi tornerà la TR-909 e via dicendo. Ma arriveranno anche cose nuove, quelle per fortuna non mancano mai.

(Giosuè Impellizzeri)

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Format HD – Nonoxynol-10 / Tedrasodium (Single Vision)

Format HDSono trascorsi esattamente venti anni da quando viene pubblicato il disco dei Format HD, ossia i fratelli Marco e Fabrizio D’Arcangelo, Marco Lenzi e Guido Gaule. Ma come scocca la scintilla tra di loro? Ci racconta tutto Marco D’Arcangelo: «Incontrai Lenzi da Silverfish, negozio di dischi in Charing Cross Road, durante i primi mesi della mia lunga permanenza in Inghilterra, nel 1994. Divenni un assiduo frequentatore di quel posto (diventato punto di ritrovo per scultori, musicisti, poeti e registi, ndr) tanto da cominciare ad eseguire qualche lavoro per loro. Durante quel periodo pensammo di creare un’etichetta Techno, la Molecular Recordings, e il progetto Intermolecular Forces. Io e mio fratello Fabrizio vivevamo un momento pieno di ispirazioni e quindi valutammo come muoverci a livello discografico. Tra i nostri amici c’erano (e ci sono ancora oggi) Alfredo Violante e Guido Gaule, che ai tempi gestivano Europlan Music Network, un pool di etichette (le due principali erano la Supernova e la Data, ndr) . Era l’occasione perfetta per creare una sinergia».

“Nonoxynol-10” è un macigno di serrato Techno groove che piange lacrime acide. Però non sembra essere una Roland TB-303 quella che striscia contro il ritmo, il suono è meno spesso, più vicino a certe cose Goa Trance che ai tempi uscivano con frequenza, ipotizzabile quindi che fosse una Roland MC-202. “Tedrasodium”, sul lato b, si posiziona tra Techno e 90s Hard Trance, di quella che fa leva sul marcato ipnotismo e non su cori da stadio o canzoni da intonare sotto la doccia.

Il disco rappresenta l’unica uscita su Single Vision (nome profetico quindi), «che creammo appositamente per questo progetto» rammenta D’Arcangelo. «Ci incontravamo tutti nello studio di Violante e Gaule, in Gloucester Road, scambiandoci pareri ed esperienze, oltre a confrontarci sulla produzione. Unimmo le forze per mettere sul mercato qualcosa che potesse unire le idee di tutti». Single Vision e Format HD, nonostante i buoni propositi, nascono e muoiono con questo 12″: «eravamo tutti molto impegnati in altri campi, inoltre la dimestichezza e i mezzi per poter stampare e distribuire materiale ci impedì di trovare accordi per dare un seguito all’etichetta – curata in primis da Gaule – e allo stesso progetto Format HD. Accadde lo stesso per la Sphere, su cui accomodammo solo due brani di Monomorph in salsa semi Techno, “Metoh” ed “Hyperlight”. Gli impegni con la Rephlex ci spinsero a fare altro».

I due pezzi dei Format HD comunque arrivano in Italia, attraverso la milanese Dig It International che lo licenzia sulla S.O.B. – Sound Of The Bomb ma trascrivendo male un titolo: “Nonoxynol-10” diventa “Monoxinol-10”. «La Dig It International era legata a filo doppio con noi, sia perché distribuiva in Italia i nostri prodotti (nel mondo invece eravamo distribuiti da Prime Distribution), sia perché io e Guido trattavamo la maggior parte del promozionale inglese, dalla House alla Progressive, quindi licenziavano molti dei nostri dischi. Tra 1995 e 1996 tutta la Progressive, dalle chart di DiscoiD e Tendence a quella selezionata da DJ come Francesco Farfa, la trattavamo solo noi. Però in soli sei mesi a Londra il fenomeno si affievolì lasciando spazio ad altre commistioni, mentre in Italia la Progressive resse per anni, perché era percepito come un container di altri generi. Il negozio di riferimento era Good Music di Genova» svela il citato Alfredo Violante. Che continua: «La strumentazione per Format HD era tutta analogica, chiaramente le classiche Roland (TR-909, TB-303, SH-101, MC-202), un Moog ed un campionatore Ensoniq, uno strumento incredibile, molto caldo rispetto al freddissimo Akai. Inoltre avevamo un Fostex D824 su cui registravamo le passate di synth dal vivo. Solo quella che suonava meglio veniva poi riversata sul DAT finale». (Giosuè Impellizzeri)

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