Marco Carola – DJ chart luglio 1997

Marco Carola, Tutto Dance, luglio 1997
DJ: Marco Carola

Fonte: Tutto Dance
Data: luglio 1997

1) Mugon – Untitled
Mugon è uno dei molteplici progetti messi in piedi nella seconda metà degli anni Novanta da Horst Malluck e Ronald Lardy. Questo 12″ privo di titolo finisce nel catalogo della tedesca Element Com e racchiude due brani, anch’essi senza titoli. Sul lato a si marcia sui binari del ritmo, in bilico tra monotonia ed ipnotismo con qualche brutale taglio in reverse, sul b il costrutto viene arricchito da una sorta di basso a serpentina che funge da guida e rammenta lo stile di Umek, il DJ sloveno che nel ’98 incide il “Catapresan EP” proprio sulla stessa etichetta.

2) ? – Kickin 159
È difficile stabilire a cosa si riferisse Carola con “Kickin 159”. Negli anni Novanta una Kickin Records esiste eccome, quella che supporta artisti come The Scientist, Messiah (artefici di un incredibile remake di “I Feel Love” di Donna Summer) o Wishdokta, ma nel ’97 conta ancora circa sessanta dischi in catalogo. Potrebbe essere plausibile pensare quindi ad un errore di battitura che aggiunse l’1 prima del 59. In tal caso si tratterebbe di una maxi raccolta intitolata “Techno Nations Boxed” che in quattro CD raduna una montagna di artisti, da Stacey Pullen a Ian Pooley, da Steve Poindexter a Regis, da DJ Skull a Funk D’Void passando per DJ Hell, Neil Landstrumm, Joey Beltram, Woody McBride, Octave One, Drexciya e Richard Bartz. Ma questa è solo una congettura che probabilmente non troverà mai conferma.

3) Marco Carola – ?
Vista la totale assenza di indicazioni, è impossibile risalire al (proprio) brano che Carola piazza al terzo posto della chart. Difficile fare anche supposizioni giacché il DJ napoletano, ai tempi ventiduenne, pubblica oltre una dozzina di dischi nel 1997, anno della classifica in questione. Dopo l’esordio (ampiamente descritto sulle pagine di Decadance Extra) attraverso la milanese Subway Records del gruppo Discomagic ed allora diretta da Claudio Diva, Carola emigra in Germania dove fonda la Design Music e la One Thousand Records sulle quali pubblica molti dei suoi brani prodotti nell’Eardrum Studio. Seguirà la Zenit con cui, nel 1998, darà alle stampe il primo album, “Fokus”, uno di quei dischi che, come scrive Christian Zingales in “Techno”, «prendono l’imprinting del Mills della Purpose Maker, ovvero loop percussivi girati in una sorta di hi-nrg minimale, e lavorano sul lato tecnico, la forma, la cadenza e la dinamica con nuove tecniche di compressione».

Marco Carola (1997)

Marco Carola in una foto scattata presumibilmente nel 1997

Intervistato dalla rivista Trend Discotec a marzo 1998, Carola afferma che «techno non significa cavalcare un’onda musicale legata ad un fenomeno di moda. Il messaggio di questo genere è sottile e nascosto, difficile da apprendere. Personalmente odio le melodie, i suoni acidi e le rullate così banali, ma in Italia c’è molta confusione a riguardo visto che quando si parla di techno si pensa subito ad un sound particolarmente violento». Il DJ coglie l’occasione per rimarcare le tare del mercato discografico domestico: «Per anni in Italia il potere è stato gestito da poche label e distribuzioni che hanno dettato leggi e musica solo per guadagnare. Poco spazio è stato dato alle novità e ai veri artisti. Per quanto riguarda la musica techno poi, la situazione è tragica. Funziona il prototipo meglio pubblicizzato o di facile messaggio perché non c’è cultura musicale in questo senso». Preme evidenziare un altro aspetto emerso da quell’intervista, ossia lo scarsissimo supporto ricevuto da Carola nel nostro Paese. «Suono in tutta Europa e recentemente sono stato negli Stati Uniti ma purtroppo non lavoro in Italia». E prosegue: «È stato difficile far conoscere i miei dischi all’estero, per il fatto di essere italiano sei bollato come produttore dance. Raccomando di creare musica che viene dal cuore, senza pensare a cosa possa piacere alla gente» conclude. Del tutto impronosticabile ai tempi la svolta che subirà la sua carriera grazie alle residenze ibizenche, alla minimalizzazione del suono ed alle uscite sulle label di Hawtin. Per popolarità Carola, che oggi conta oltre un milione di fan su Facebook, distacca nettamente gli amici e colleghi partenopei (Gaetano Parisio, Danilo Vigorito, Rino Cerrone, Markantonio, Davide Squillace), diventa un idolo di giovani e giovanissimi che lo descrivono in modo antinomico “superstar dell’underground”, e finisce persino nel testo di un brano di Guè Pequeno, “Trap Phone”.

4) The Advent – ?
Nel 1997 The Advent è ancora un duo formato da Colin McBean e Cisco Ferreira. Quell’anno la loro unica uscita è l’album “New Beginnings”, ma poiché non vi sono dati che rimandano con precisione al brano/disco, non è possibile appurare a cosa Carola faccia riferimento. Tra il 1998 e il 1999 McBean lascia The Advent nelle mani del solo Ferreira che fonda la Kombination Research e continua incessantemente a produrre techno ma anche ottima electro come quella raccolta nell’album/compilation “Time Trap Technik” voluto da Hell su International Deejay Gigolo nel 2000.

5) Adam Beyer – ?
Purtroppo anche in questo caso non è fattibile identificare il brano scelto da Carola. Adam Beyer inizia a produrre musica intorno al 1994 e ai tempi crea, con connazionali tipo Joel Mull, Peter Benisch, Thomas Krome, Jesper Dahlbäck, Henrik B, Samuel L Session, Christian Smith o Cari Lekebusch, un autentico plotone techno che batte bandiera svedese. Con alcuni di loro, come Jesper Dahlbäck, Henrik B e Peter Benisch, darà vita a numerosi dischi ma un’accoppiata vincente è quella stretta proprio con Carola, nel 1998. Insieme producono due 12″ sulla beyerana Drumcode e un EP sulla caroliana Zenit a cui si aggiunge “Fokus Re-works”, un remix-album intriso di marcato loopismo.

6) Jeff Mills – Confidentials 5-8
Editi come continuazione del “Confidentials 1-4” uscito su Axis nel ’94, questi quattro untitled vanno a completare una raccolta ai tempi venduta solo da Hardwax, storico negozio di dischi berlinese a cui abbiamo dedicato qui un episodio di “Dentro Le Chart”. Il 5 e il 6 corrono frenetici sugli ammalianti reticoli ritmici messi a punto da “The Wizard”, il 7 e l’8 aumentano la tensione usando un basso a percussione e suoni spaziali. Il tutto con la maestria indiscussa di Mills nel programmare i pattern sulla Roland TR-909 alla stregua di un vero direttore d’orchestra.

7) Erik Nore – Tempest
Nel 1997 Erik Nore, probabilmente di Chicago, approda alla Clashbackk Recordings di Felix Da Housecat con questo disco di cui sono riaffiorate alcune copie nuove (invendute ai tempi?) su store come Clone. “Help Me” agita ritmi percussivi e distorsioni facendo il verso a cose che uscivano su Dance Mania, “Martian Stomp” è una sorta di traslitterazione millsiana ma con beat meno taglienti, “Tempest” si avvicina ulteriormente al minimalismo di Detroit. Pochi anni più tardi Nore produce per DJ Pierre e i Phuture 303 nati da una costola dei Phuture, prima di uscire definitivamente di scena.

8) Oliver Ho – The First EP
Il titolo potrebbe trarre in inganno: non si tratta del primo EP di Ho, che debutta l’anno prima sulla Blueprint di James Ruskin e del compianto Richard Polson, bensì il primo disco del catalogo Surface, l’etichetta del citato Polson. Il DJ londinese intaglia la sua techno attingendo a piene mani dal substrato detroitiano, elaborando serrati loop (“The First”, “Trinity”), inserendo micro percussioni (“The Woods”) sino a spingere fuori un suono giuntato con ghirigori psichedelici (“The Hills”), caratteristiche che andranno a costituire i pilastri iniziali della Meta, l’etichetta fondata da Ho proprio nel ’97.

9) Plastikman – Pannikattack
Incisa sul lato b di “Sickness”, su Plus 8 Records, “Pannikattack” incarna lo spirito minimalista di Hawtin, già manifestato attraverso i primi album usciti tra ’93 e ’94, “Sheet One” e “Musik”. Così come avviene in “Spastik”, uno dei pezzi più noti del suo repertorio, in “Pannikattack” l’autore strapazza una TR-808 divertendosi ad agghindare i rintocchi del drum kit con percussioni lasciate ruotare in un magnetico arpeggio. A distanza di poco meno di dieci anni l’uomo di plastica riesce a trasformare quelli che erano esercizi stilistici in un vero e proprio trend internazionale, e ciò avviene quando trasferisce a Berlino il quartier generale della sua M_nus e lancia artisti come Marc Houle, Troy Pierce, Magda e Gaiser. Alla costante ricerca di nuove frontiere da raggiungere, il britannico cresciuto a Windsor, in Canada, supporta l’utilizzo di nuove tecnologie (contribuisce allo sviluppo di Final Scratch, collabora con Allen & Heath per la realizzazione di vari mixer, pare sia stato uno dei finanziatori iniziali di Beatport etc.) e diventa l’idolo di una generazione di giovanissimi che prendono a modello la sua musica, i suoi atteggiamenti e persino il suo taglio di capelli. Una metamorfosi, analoga a quella di Carola, non certamente indolore che gli fa perdere la stima e la credibilità negli ambienti puristi dove il ciuffo biondo è antitetico rispetto al cranio rasato sfoggiato qualche tempo prima e che, per coerenza, sarebbe apparso come un look più propriamente minimal.

10) Alter Ego – Absolute
Jörn Elling Wuttke e Roman Flügel debuttano come Alter Ego nel 1994 ma sono attivi sotto altre sembianze (Warp 69, Acid Jesus, The Primitive Painter) già un paio di anni prima. “Absolut” è figlio della techno di Detroit quanto di quella ricontestualizzata in Germania nel primo lustro dei Novanta, col ritmo protagonista montato sugli ingranaggi del loop. È uno degli ultimi brani che Wuttke e Flügel firmano per l’Harthouse di Heinz Roth, Matthias Hoffmann e Sven Väth, che proprio quell’anno, nel ’97, entra in stato d’insolvenza. Dal 2000 i due (ri)entrano nella scuderia Klang Elektronik che aveva supportato la loro avventura come Acid Jesus e che ora li porta al successo su larga scala, con “Betty Ford” del 2000 e soprattutto “Rocker” del 2004, quando il loro suono segue nuove traiettorie vicine all’electro house, corrente cavalcata trionfalmente da Flügel pure come solista con “Geht’s Noch?”. “Absolute” riappare nel 2003, come b side di “The Fridge”, e finisce in “The Lost Album” del 2012, una collection di tracce che i due tedeschi produssero dopo il declino della Harthouse ma rimasto nel cassetto per una serie di ragioni non meglio chiarite.

(Giosuè Impellizzeri)

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AWeX – It’s Our Future (Plastic City)

AWeX - It's Our FutureThomas Wedel, meglio noto come Tom Wax, e Thorsten Adler, entrambi di Darmstadt, si conoscono tra i banchi di scuola. L’incontro col musicista/produttore Jörg Dewald si rivela decisivo per trasformare i loro demo, creati nello studio casalingo allestito nella cameretta di Adler, in qualcosa di adatto ad essere pubblicato. Sulla Overdrive di Andy Düx esce “Are You Ready” di Brain-E, il loro primo disco. È il 1991, anno in cui la techno inizia a diffondersi in tutta Europa e la Germania diventa un autentico centro propulsore. Le idee non mancano e nel ’92 approdano, nelle vesti di Arpeggiators, alla Harthouse di Heinz Roth, Matthias Hoffmann e Sven Väth pionierizzando la scena trance di Francoforte, e nel frattempo continuano a collaborare con la Overdrive come Microbots.

«Di progetti all’attivo, in quel periodo, ne avevamo anche altri come Bypass X o Psycho Drums ed esattamente con lo stesso intento nacque AWeX» racconta oggi Wedel, che allora si fa chiamare, più banalmente, DJ Tom. AWeX, acronimo di Adler Wax eXperiments, è l’ennesimo alias che i tedeschi creano per caratterizzare la propria attività produttiva ma senza immaginare che si sarebbe trasformato presto in qualcosa di più di uno studio project destinato solo ai DJ hard trance/techno e alle discoteche specializzate. La Plastic City, etichetta che ai tempi appartiene al gruppo UCMG, pubblica “It’s Our Future” a dicembre ’94 su un 10″. Si tratta di un brano techno caratterizzato da un martellante hook vocale intrecciato ad una scintillante linea acida di TB-303. Sul lato b “Darkside” costruita su elementi molto simili. «Tutto cominciò quando Alex Plastic, A&R della Plastic City, venne nel nostro studio per chiederci di realizzare un remix di un brano di Steve Poindexter (“Bodyheat”, nda) destinato alla sua etichetta. Il lavoro gli piacque particolarmente e ci propose di pubblicare anche un nostro disco in quello stile. Così nacque AWeX. “It’s Our Future” ci portò via appena cinque ore, la producemmo con un Ensoniq ASR-10 ed una Roland TB-303. Programmammo cinque differenti acid line, quattro di esse le mettemmo in loop ed una la registrammo live durante il mixdown. Inizialmente era strumentale, poi trovammo un paio di vocal che ci sembrarono speciali e li aggiungemmo».

AWeX su Frontpage, maggio 1995

L’articolo dedicato agli AWeX sul magazine tedesco Frontpage (1995)

Nei primi mesi del 1995 il brano si muove bene nelle classifiche tedesche e conquista spazi sulle testate specializzate come Frontpage, ma il boom lo fa in estate quando diventa uno dei pezzi più suonati alla Love Parade di Berlino. «Vendemmo circa 50.000 copie del mix in vinile ma se teniamo conto di tutte le compilation in cui venne inserito oltrepassiamo il milione. Il disco fu ripubblicato, circa otto mesi dopo l’uscita su Plastic City, dalla Urban, etichetta del gruppo Universal, che lo usò per la campagna promozionale presso la Love Parade, evento durante il quale venne registrata una versione live e il video (in cui c’è un frame che rivela la presenza dello slipmat della italiana UMM, nda)». Nel contempo sul mercato iniziano ad arrivare i primi remix firmati da Carl Cox, Norman Feller, The Timewriter e Blake Baxter che aumentano ulteriormente il livello di attenzione nei confronti degli AWeX. «Quelle versioni le commissionò la Plastic City. Fummo lusingati ma non furono determinanti per il successo del brano».

Awex (Media)

“It’s Our Future” viene licenziato in Italia dalla Media Records: in alto la stampa su Whole Records, del 1995, in basso quella su GFB, del 1997

In Italia ci pensa la Media Records a licenziare “It’s Our Future” pubblicandolo prima nel 1995 su Whole Records e rilanciandolo nel 1997 su GFB evidenziando in modo particolare la presenza del remix (seppur edito già due anni prima) di Carl Cox, DJ con cui il gruppo discografico capitanato da Gianfranco Bortolotti collabora nel 1994 per un megamix dei Cappella. In una recensione del marzo ’97, uno degli artisti ai tempi nel roster della Media Records, Francesco Farfa, loda però ancora l’Original Mix, “che mi fece vibrare anche la parte più nascosta del cervello”. «Purtroppo non ho mai posseduto la stampa italiana di “It’s Our Future” ma non nascondo che mi piacerebbe molto conservarne una copia nel mio archivio. Mi è sempre piaciuta la techno italiana, da Digital Boy a Mauro Picotto e Mario Più, sino ad Enrico Sangiuliano e Stefano Noferini» afferma Wedel.

Il follow-up di “It’s Our Future” esce nel 1995, sempre su Plastic City, e si intitola, non a caso, “Back On Plastic”. Prevedibilmente mescola gli stessi elementi, grintosi ritmi techno ed acid line senza parsimonia. Particolarmente riuscito è il remix dei Tesox che si avvicina alla formula di “It’s Our Future”. «Andò benissimo, vendemmo intorno alle 40.000 copie del vinile ed ottenemmo grandiosi riscontri nelle classifiche, anche se era davvero difficile eguagliare il successo del precedente». Visti i risultati, Wedel ed Adler realizzano anche un album intitolandolo “It’s Our Future”. «Inizialmente AWeX, come dicevo prima, doveva essere solo uno dei nostri tanti progetti ma quando ci rendemmo conto che il successo fu così travolgente decidemmo di focalizzarci in modo più attento sviluppando anche un album, cosa piuttosto inusuale per un team di produzione di musica techno». A pubblicare l’LP nell’estate del 1996 è una major, la MCA Records, che fa realizzare pure una limited edition contenente un paio di video. La techno, insomma, stuzzica l’appetito delle multinazionali. «In realtà le major non avevano un grande feeling con la techno, ma ai tempi la popolarità in Germania di AWeX era tale da non poter essere ignorata. Ci proposero un buon accordo e ci supportarono con una adeguata pubblicazione su CD ed un divertente videoclip destinato ad MTV e alla tedesca Viva». Oltre a contenere le già note “It’s Our Future” e “Back On Plastic”, l’album raccoglie altre tracce pubblicate in formato singolo come “I Like That”, con un sample funk sullo sfondo, “Wicked Plasticmen”, dove convergono acid e trance, ed “X”, countdown che fa da cornice all’acid house riconvertita in territorio teutonico. Il resto è dominato dai graffi acidi della TB-303 ma con qualche gradita variazione sul tema, come la jungle/breakbeat velocizzata di “Peakbreaker”, il rallentamento di “The Plasticmen Are Comin'” (che i nuovamente citati Plasticmen siano un’ironica risposta al Plastikman hawtiniano?) e il chemical beat di “Chilldren”.

Il successo garantisce a Tom Wax e Thorsten Adler numerosi ingaggi come remixer per artisti di un certo spessore e popolarità, da Jam & Spoon a The Shamen, da Mark ‘Oh ad Andreas Dorau sino a Caspar Pound, Daisy Dee e Yello. Conclusosi quel periodo di fibrillazione, gli AWeX tornano nel ’99 su Phuture Wax con “Get Infected / Underwater Hardphunk” per poi chiudere definitivamente nel 2002 con “Adrenalin” ed “Underground”, entrambi su Superstar Recordings. Di quel periodo sono anche una manciata di loro remix, “The Party”, il classico di Kraze, e “Bang Bang” di Tomcraft. «Thorsten decise di non voler più produrre musica e quindi il nostro sodalizio, durato per oltre un decennio, terminò. Mi concentrai sulla mia carriera da solista ma non escludo che un giorno potremmo pensare ad una eventuale reunion».

Come avviene sempre in caso di grande successo, anche “It’s Our Future” è oggetto di molteplici remix usciti nel corso degli anni firmati da produttori come Christopher Just, Thomas Schumacher, Alex Flatner, Marc Green, Lützenkirchen e Tube & Berger a cui si aggiunge pure la Rock & Roll Mix, una sorta di mash-up ottenuto incrociando un sample preso da “Butterfly” di Crazy Town. È il tipico segnale lanciato e promosso da un certo tipo di discografia che vorrebbe continuare a trarre beneficio col minimo sforzo da vecchie idee. «Alcuni remix sono bellissimi, altri un po’ meno ma preferisco non dire quali» dice Wedel. Nel 2007 Francesco Diaz & Young Rebels realizzano un remake che viene riletto, tra gli altri, da Deadmau5, più recentemente invece Tony Horgan si cimenta in una versione eseguita in presa diretta utilizzando solo strumenti di nuova generazione (una Roland TR-8, due Cyclone Analogic TT-303 Bass Bot e un Korg Kaoss Pad Quad a cui aggiunge un breve vocal vocoderizzato col Novation MiniNova), a testimonianza di come il brano abbia lasciato il segno nei cuori e nella memoria di molti.

«Qualche tempo fa abbiamo ritrovato alcuni inediti realizzati nel 1998, come “No Way Out”, “Groovin Baby” ed “Acid Power”, e visto che suonavano ancora discretamente bene abbiamo deciso di pubblicarli in digitale. Sono in “The Lost TraX”, sulla mia Phuture Wax» conclude il DJ tedesco. (Giosuè Impellizzeri)

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Sven Väth – DJ chart agosto 1994

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DJ: Sven Väth
Fonte: DiscoiD
Data: agosto 1994

1) Synesthasia – Slope
In vetta alla classifica il DJ di Obertshausen piazza un brano pubblicato dalla Harthouse, l’etichetta che lui stesso fonda con Heinz Roth e Matthias Hoffmann nel 1992. A produrre è il team dei Synesthasia formato da Steffen Isler, Walter Merziger (che da lì a breve crea i Booka Shade con Arno Kammermeier) ed Ulrich Järkel. “Slope” mostra i classici suoni “fat” della techno prodotta ai tempi, serrati nella morsa di un ritmo che corre sui 142 bpm.

2) Hardfloor – Fish & Chips
Edita sul cinquantesimo 12″ della Harthouse (per la serie “promuovere le proprie cose non fa mai male”), “Fish & Chips” sfoggia circa otto minuti di acid techno da cui emerge il “grido” della Roland TB-303, strumento con cui Ramon Zenker ed Oliver Bondzio stringono una vera e propria simbiosi che darà i frutti migliori nel quinquennio 1993-1998.

3) Encephaloïd Disturbance – Magnetic Neurosis
Pubblicata dalla belga Dance Opera anche su vinile colore giallo, quella degli Encephaloïd Disturbance (Laurent Jadot e Cédric Stevens, meglio noto come Acid Kirk) è violenta acid trance/techno, aperta da un intro di grande atmosfera in cui si innesta un perforante groove ed una spirale acida.

4) Luke Slater – X-Tront Vol 3
Il terzo volume del progetto “X-Tront” partito nel 1992 annovera tre brani: l’energica “Quad – Fonik”, l’altrettanto potente “Bande Magnetique” e la più mentale “Expectation No 3.”. A pubblicarlo è la Peacefrog Records, tra le realtà imprescindibili della techno britannica degli anni Novanta alla quale Slater destina alcuni dischi prima di firmare con la NovaMute.

5) Voyage – Beyond Time
All’autore che si cela dietro Voyage spetta il merito di essere stato capace di mantenere il riserbo sulla propria identità. A distanza di oltre venti anni infatti non è stato ancora svelato il suo nome, dettaglio comunque ininfluente visto che si parla di musica. “Beyond Time”, pubblicata dalla londinese I.t.p. Recordings, è un gioiellino da cui si levano frammenti di sognanti arpeggi, vero punto cardine della trance di quel periodo.

Sven Vath @ MTV Europe Music Awards 1995

Sven Väth sul palco degli MTV Europe Music Awards svoltisi a Parigi il 23 novembre 1995. Accanto a lui c’è Jovanotti

6) Total Eclipse – Aliens
Devoti alla psy trance sin dai primissimi anni Novanta, i francesi Total Eclipse pubblicano “Aliens” sulla Dragonfly Records. Il pezzo scorre in un metti e togli di armonie e melodie sorrette da un beat sostenuto e da suoni dal retrogusto metallico.

7) Bandulu – Presence
Tratto dal catalogo della Infonet, “Presence” è un macigno di sfacciata techno che non può essere confusa con nient’altro. Un basso di derivazione dub, una serie di percussioni shakerate con vigore, una cassa che incornicia il tutto insieme agli hihat: con questi elementi i britannici Bandulu (John O’Connell, Lucien Thompson e Jamie Bissmire) disegnano il loro stile ulteriormente riverberato nel secondo album intitolato “Antimatters” in cui è racchiusa la stessa “Presence”.

8) Secret Cinema – Timeless Altitude (Speedy J and Hardfloor Remixes)
“Timeless Altitude” è il primo brano che il DJ olandese Jeroen Verheij firma come Secret Cinema. Väth sceglie però i remix di Speedy J e degli Hardfloor che variano alcuni elementi secondo le proprie inclinazioni stilistiche. “Timeless Altitude” diventa presto un classico della discografia di Verheij, riportato in vita negli anni a seguire da nuovi remix tra cui spiccano quelli di Smith & Selway e Slam.

9) Acid Scout – ?
Nel 1994 la Disko B pubblica due dischi di Acid Scout, il 12″ “Balance” e l’album “Safari”, ma purtroppo la carenza di informazioni a disposizione non permette di identificare con precisione il prodotto a cui si riferisce Väth nella chart. Il DJ tedesco avrebbe potuto scegliere entrambi, visto che il primo esce in primavera, il secondo a fine novembre ma in suo possesso poteva esserci una copia promozionale ancora priva di titolo definitivo. Comunque sia andata, a firmare la musica è Richard Bartz, all’epoca appena diciottenne e devoto ad una techno brutale, chiusa tra ritmi serrati e lacrime acide di TB-303.

10) Underworld – Dark & Long (Dark Train Mix)
Väth sceglie la Dark Train Mix del brano che apre “Dubnobasswithmyheadman”, il terzo album del progetto nato dalle ceneri dei Freur. Prodotto da Darren Emerson, Karl Hyde e Rick Smith, ai tempi attivi anche come Lemon Interupt, il pezzo si muove dentro coordinate progressive ruotando su un ritmo che non spicca per particolare inventiva ed una più pregevole impalcatura di armonizzazioni. A completamento la voce del citato Hyde, diventata nota nel mainstream due anni dopo grazie a quel “Born Slippy.NUXX” inserito nella colonna sonora del film “Trainspotting”. “Dark & Long” viene “riesumato” sia nel 2003 da Danny Howells che ne realizza un remix non ufficiale dal taglio prettamente progressive house in battuta breaks, sia nel 2011 da Christian Smith che continua a preservare lo spirito trancey di partenza.

(Giosuè Impellizzeri)

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Marmion – Berlin EP (Superstition Records)

marmion-berlin-ep1993: la techno, dopo i primi anni di “rodaggio” ed europeizzazione, rivela tutta la sua carica dirompente. Rispetto a quella giunta dall’altra parte dell’Atlantico si contamina con nuovi suoni ed influenze e si trasforma nella colonna sonora dei giovani che cercano di rompere il più possibile col passato. La techno infatti è musica nuova, che non vuole assomigliare in modo diretto a qualcosa di già noto, perché intende indicare una “nuova via”, The Sound Of The Future come recitava il payoff di una delle più note case discografiche italiane di quegli anni, la bresciana Media Records. Dalla manipolazione della techno nasce una variante, la trance, che tira dentro dosi preponderanti di melodia ma non di quella che si fischietta sotto la doccia. La trance dei primissimi anni Novanta è musica dal forte impatto almeno quanto lo è la techno, e seduce l’ascoltatore con componenti che smussano le asperità dei groove più furiosi mediante vellutate presenze di lead e pad evocativi, che inducono allo stato di trance per l’appunto, dividendo l’ispirazione con l’ambient più intenso ed emozionale.

In questo quadro fatto di sovrapposizioni sonore si inseriscono a pieno titolo i Marmion (i DJ tedeschi Marcos Lopez e Mijk Van Dijk) che nella primavera del 1993 pubblicano l’EP di debutto sulla Superstition Records di Tobias Lampe. «Incontrai Marcos all’università. Studiavamo entrambi giornalismo a Berlino ed esplorammo insieme la prima scena acid house della città» racconta oggi Mijk Van Dijk, presente nella lista di DJ menzionati dagli Scooter in uno dei loro pezzi più popolari, “Hyper Hyper”. «A Marcos piaceva particolarmente un brano che avevo pubblicato per la MFS qualche mese prima, “High On Hope” di Microglobe, e mi propose di realizzare insieme un remix che poi prese il nome di MDML-Version (MDML è l’acronimo di Mijk Van Dijk Marcos Lopez, nda) e che fu la prima cosa che facemmo insieme in assoluto. Da lì decidemmo di continuare a collaborare per dare vita a brani inediti che videro luce attraverso il progetto Marmion.

In un primo momento avremmo voluto pubblicare il “Berlin EP” sulla Harthouse giacché Marcos era originario della zona di Francoforte e desiderava far uscire il disco su un’etichetta della sua regione. Inviammo “T-Dancer”, il primo che completammo, e si mostrarono abbastanza interessati ma il responso fu esattamente opposto quando ascoltarono “Schöneberg” e ci scaricarono in un baleno. Ai tempi Mark Spoon ricopriva ruolo di A&R tedesco per la R&S e ci offrì un contratto con l’etichetta belga di Renaat Vandepapeliere. Accettammo felicemente ma dopo qualche giorno ci rendemmo conto che Vandepapeliere avrebbe voluto pubblicare l’EP non sulla blasonata etichetta del cavallino bensì sulla sublabel ETC, assai meno nota. L’idea non ci piaceva per niente e rifiutammo ritrovandoci nuovamente senza contratto. Poche settimane dopo incontrammo Henry Stamerjohann (che nel 1993 pubblica un disco su Harthouse come Aurin, nda) il quale ci informò che un amico comune, Tobias Lampe, stava aprendo una nuova etichetta ad Amburgo, la Superstition Records. Pensammo quindi che offrire a lui la nostra prima produzione fosse la cosa giusta da fare perché essendo un amico ci faceva stare tranquilli. Il “Berlin EP” fu il quarto ad essere pubblicato su una label praticamente sconosciuta ma da lì a breve arrivarono Jens col “Glomb EP” (che includeva la nota “Loops & Tings”, nda), gli Azid Force (Oliver Lieb e Pascal F.E.O.S), i Paragliders (Oliver Lieb e Torsten Stenzel) e Kid Paul trasformandola in una delle etichette più hot della Germania».

Marmion (1996)

I Marmion immortalati in una foto scattata nel 1996

Curiosamente a trainare il “Berlin EP” è proprio il brano bocciato dalla Harthouse, “Schöneberg”, contraddistinto da un incalzante ritmo in cui figura qualcosa che rimanda a Lil Louis. A fare la differenza però non è tale citazione ma l’alchimia tra suoni techno e paradisiaci vortici melodici che prendono il sopravvento nel corso della stesura. «Qualche tempo prima feci una serata con Marcos al Bunker di Berlino e quando misi “Blackout” di Lil Louis il pubblico andò in visibilio. Il lunedì successivo in studio discutemmo su quel particolare momento e creammo un bassline molto simile attraverso un preset di una tastiera Yamaha, la stessa che usò Lil Louis per il suo brano. I sample provenivano da un campionatore Yamaha TX16W, il sequencer era Cubase installato su un computer Atari ST, gli accordi dei break invece furono generati con un Roland Jupiter-6 che un altro mio collaboratore aveva fortunatamente preso in prestito per poche settimane. Il tutto fu mixato su un banco Roland M24-E. Rimanemmo chiusi in studio a comporre per circa dodici ore e riversammo i pezzi su DAT a notte inoltrata. Il mattino seguente riascoltammo ogni brano a mente fresca ritrovandoci particolarmente delusi da alcuni suoni. Avremmo voluto rifare interamente il mixaggio ma purtroppo il banco era già impegnato per un altro progetto da quel collaboratore a cui facevo prima riferimento. Così (per fortuna direi) tutto rimase come lo si può ascoltare nell’EP. Il titolo invece subì una radicale modifica: inizialmente avremmo voluto chiamarlo “A Little Japanese Boy Having A Good Time While Sailing From A Sea Of Ecstacy Into The Peaceful Harbour Of Harmony” ma ci rendemmo conto che era troppo lungo e così optammo per “Schöneberg”, il quartiere dove si trovava lo studio. “T-Dancer” invece era un titolo ispirato dai Gay Teadance, party domenicali per omosessuali in cui Marcos suonava spesso come DJ. Ai tempi amavamo il progetto E-Dancer di Kevin Saunderson e un giorno Marcos ironizzò dicendo che l’inno per il Gay Teadance avrebbe dovuto chiamarsi “T-Dancer”. Così creammo il brano tenendo a mente proprio quegli eventi che si svolgevano la domenica a Berlino. “Marmions Island (Part 1: The Landing)” nacque con un preciso intento: avevo bisogno di un intro per cominciare i miei set in discoteca, quindi ne approntai uno dotandolo di una parte finale con un basso della Roland TB-303 che doveva servire come guida per inserire il beat del disco successivo e quindi facilitami il mixaggio. Infine “The Secret Plant”, ispirata dal crescente interesse che Marcos nutriva per i suoni tribali. Fu parzialmente programmata da lui su una drum machine Roland R-8, che poi era quella da cui estrapolavamo gran parte dei suoni per i beat dei Marmion. In seguito la completammo insieme nel mio studio e l’effetto finale era piuttosto diverso dalle altre tracce. A Jeff Mills piacque moltissimo quel pezzo».

Nel 1993 l’EP viene ripubblicato in Inghilterra dalla Solid Pleasure ma è nel 1994 che avviene qualcosa di grosso: la Urban, sublabel dance del gruppo Universal, mette le mani su “Schöneberg” che rilancia come singolo anche in CD, formato ai tempi usato pochissimo dai DJ (e quindi prevedendo un pubblico ben più ampio) aggiungendo il remix di Kid Paul a cui seguono, due anni più tardi, altre versioni ad opera di Man With No Name, Tony De Vit e Simon Parkes ed una nuova (ed importante) licenza, sulla Hooj Choons nota per aver lanciato Felix. Nel 1997 è tempo di ulteriori rivisitazioni, tra cui quella di John Acquaviva, e la ripubblicazione sulla FFRR, e ad inizio nuovo millennio ne giungono ancora altre tra cui quelle dei Technasia, di Thomas Schumacher e di Chris Carrier. Un tripudio insomma, a dispetto del giudizio giunto qualche anno prima dalla sede della Harthouse. «Quando la Urban rilevò il brano chiese nuovi remix ed uno lo realizzammo anche noi basandoci sui suoni che adoperammo maggiormente durante i rave a cui partecipammo nel 1994. A venirne fuori fu una versione più veloce ed energica, la Marmion Remix, che ottenne grandi riscontri nel Regno Unito dove era considerata una delle tracce-chiave di uno stile ribattezzato “nu energy”. Molti inglesi sono ancora convinti che il Marmion Remix sia l’originale! Credo comunque che la versione di partenza si sia scrollata di dosso gli anni e possa ancora essere suonata nei set contemporanei. Giusto qualche giorno fa un amico mi ha fatto notare che Armin van Buuren ha inserito, nell’episodio 790 di A State Of Trance, la versione originale di “Schöneberg” dichiarando che fu uno dei brani che lo spinsero a diventare un DJ trance. Non ho mai saputo quante copie abbia venduto esattamente né tantomeno in quante compilation sia stato inserito. I remix più recenti, tra cui quelli di Hell ed Abe Duque, risalgono al 2010: probabilmente è tempo di realizzarne di nuovi».

Scene magazine

I Marmion conquistano la copertina del magazine australiano Scene ad ottobre 1996

Dopo il primo fortunato EP, la storia dei Marmion prosegue attraverso altri tre dischi, “Three After Midnight”, “Five Years & Tomorrow” e “Best Regards” che nel 1999 saluta i fan in modo formale, così come si usa fare nelle comunicazioni scritte. «Nel corso degli anni Novanta abbiamo seguito individualmente direzioni diverse: Marcos si interessò alla psychedelic goa trance mentre io puntai alla techno. Questa “biforcazione” fu esternata già nel 1996 attraverso i remix di “The Spark, The Flame & The Fire”. Ero più vicino alla trance ad inizio decennio, quando fui coinvolto in alcune delle primissime registrazioni etichettate come “trance” dalla MFS, la casa discografica che ha pubblicato gli ultimi due 12″ dei Marmion. In particolare segnalo la compilation del 1992 “Tranceformed From Beyond” che mixai con l’amico Cosmic Baby, la prima di quel genere a quanto io sappia. Ai tempi l’idea di trance era fondata essenzialmente sulla forza e sulla ripetitività ossessiva del ritmo come motore per il corpo e sulla profondità dei suoni per illuminare la mente. Purtroppo il concetto fu stravolto e la trance divenne progressivamente un fenomeno pop già alla metà degli anni Novanta, trasformandosi in qualcosa di fin troppo prevedibile per i miei gusti. Il termine stesso “trance” è stato oggetto di ricollocazioni stigmatizzabili da parte di produttori, label e negozi come Beatport che preferiscono taggare brani con una parola piuttosto che con un’altra solo in base ad un interesse commerciale. Per tale ragione molti termini oggi sono puramente posticci e non rappresentano esattamente ciò per cui vennero coniati».

Al di fuori di Marmion, l’attività di Lopez appare discontinua al contrario di quella di Mijk Van Dijk che incide vari album e molti singoli tra cui “More”, portato in Italia nel 1997 dalla GFB della citata Media Records. La sua produttività si esterna anche mediante numerose collaborazioni con artisti come Tanith, Toby Izui, Namito, Hell, Robert Babicz, Florian Schirmacher e Takkyu Ishino a cui ora si somma quella con la cantante Jette von Roth, già vocalist per Kaycee e Schiller. Insieme creano il duo a glow, particolarmente vicino ad ambient/downtempo con qualche occhiata allo stile di Björk riscontrabile in “Perfect” uscito da pochissimi giorni. «Iniziammo a collaborare già nel 2010 per “The Ashes Of Our Dreams” che firmai come Plato sull’etichetta olandese Big & Dirty, e nello stesso periodo cantò due brani del primo EP pubblicato come Mijkfunk. Jette ha inciso pure due magnifici album sulla Roter Punkt, e in quelle occasioni ha collaborato con un amico comune, Harald Blüchel alias Cosmic Baby che recentemente ha ricominciato a comporre musica e ad esibirsi dal vivo. Nell’EP infatti c’è pure un suo fantastico remix. A gennaio usciranno ulteriori versioni di “Perfect” realizzate dagli amici della Liquid Sky Berlin (Dr. Walker, Omsk Information, ADSX e Sense) mentre a febbraio toccherà al secondo singolo accompagnato da uno spettacolare video diretto da Uli Sigg, visual artist di Colonia. L’album invece sarà pronto per l’autunno 2017». (Giosuè Impellizzeri)

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