La discollezione di Andrea Benedetti

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Andrea Benedetti insieme ai suoi dischi. A sinistra, in particolare, si scorge il box set “Time Capsule” edito nel 2018 dalla spagnola Fundamental Records. All’interno anche uno dei suoi brani, “Last Warning”

Qual è il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Essendo nato nel 1967, appartengo all’epoca in cui si vendevano molto i 45 giri che oggi molti chiamano 7″. I miei primi acquisti, pertanto, sono stati quelli. Ai tempi inoltre c’era l’abitudine/tradizione di regalare quei dischi anche alle feste di scuola o di compleanno: a ripensarci oggi era una autentica figata regalare musica! Il primo 45 giri che ricordo di aver acquistato di persona comunque è stato “Magic Fly” degli Space, nel 1977. Il primo 12″ (a quel tempo si chiamavano gergalmente “mix”) lo comprai invece nel 1979, “Goodnight Tonight” dei Wings.

L’ultimo invece?
“Exodus EP” di The Exaltics. Sul magnifico picture disc c’è anche un pezzo col featuring di Egyptian Lover, “I Want You”.

Quanti dischi sono presenti nella tua collezione?
Non ne ho idea, non li ho mai contati. Sfrutto questa intervista per fare il punto della situazione e credo di averne circa tremila, tra 12″ ed LP, e intorno ai duecento in formato 7″. Non è una grandissima raccolta ma ultimamente sono diventato molto critico quindi tendo a conservare solo la musica che mi fa venire la pelle d’oca quando la sento. Niente cose extra, tipo pezzi di cui mi piace un minuto e basta. Per tale ragione ogni tanto raduno un po’ di roba che mi ha stufato o che non mi emoziona più e la metto in vendita. Non saprei quantificare neanche quanto denaro abbia speso anche perché tra promo, copie prese quando avevo la distribuzione, usato e nuovo, è veramente impossibile fare un conto. Tuttavia credo che, avendo iniziato a comprare musica all’età di dieci anni, avrò investito decine di migliaia di euro, analogamente a coloro che come me amano la musica da un periodo medio lungo.

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Uno sguardo d’insieme della collezione di dischi di Andrea Benedetti

Come è dove è organizzata?
Si trova nella mia casa. Appena entri, a destra, c’è un mobile tipo consolle da vecchio club, con una libreria/discoteca costruita alle spalle dello stesso mobile. Ho tutto a portata di mano, basta girarmi. Un sogno insomma. I dischi sono incasellati per genere e non in ordine alfabetico. Direi in ordine emotivo, in base ad una collocazione personale che mi ha portato a metterli all’interno di un determinato box piuttosto che in un altro. L’unico metro di catalogazione adottato, soprattutto per la parte funk, electrofunk e wave, è quello dei BPM, seppur non in modo rigidissimo. Vanno dal più lento al più veloce.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Nonostante sia molto ordinato, non sono maniacale. Nessuna busta di plastica o lavaggi insomma. Un disco me lo vivo e se si rovina lo ricompro. L’unico dettaglio a cui presto attenzione sono le “mutande” interne: se c’è spazio nella copertina, le metto sempre.

Ti hanno mai rubato un disco?
Questo è un tasto dolente. Nel 1992 finii una serata tornando alle quattro del mattino. Ero stanco ed incautamente non scaricai le due valigie di dischi che avevo con me. La macchina era parcheggiata esattamente sotto casa, abitavo al primo piano. Mi rubarono l’auto con dentro ovviamente tutti i dischi. Per me fu un vero choc. Ero talmente incazzato da mettermi a girare per tutto il quartiere andando pure in posti piuttosto pericolosi, da solo con la macchina di mia madre. Ero letteralmente fuori di me. Non avevo mai lasciato i dischi in auto e fu veramente assurdo che l’unica volta che ciò accadde la sorte mi punì così. Ovviamente da quel momento non ho più commesso lo stesso errore. Credo di aver recuperato quasi tutto quello che persi ma non lo saprò mai con certezza perché non ricordo nel dettaglio ciò che avevo in quei due flight case, o forse l’ho rimosso.

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Uno dei dischi a cui Benedetti tiene di più, “I’m The One” dei Material, del 1982

C’è un disco a cui tieni maggiormente?
Ho una fissazione per “I’m The One” dei Material. Sul lato b c’è “Don’t Lose Control” che adoro alla follia. Ne ho già tre copie ma ogni volta che ne trovo una in giro la prendo. Per me rappresenta il culmine fra elettronica, sperimentazione, funk e musica etnica. Quella musica universale che mi manda fuori di testa.

Quello che ti sei pentito di aver comprato?
L’ho già dimenticato perché, se non mi è piaciuto, l’ho venduto.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
“Drive Me Insane” di Airplay, su Silver Spur Records. Un pezzo electrofunk del 1982 che mi ha fatto conoscere il mio “fratellino” hip hop Federico “DJ Stile” Ferretti, ma non scucirò mai la somma che chiedono ora su Discogs.

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La copertina di “Discovers The Rings Of Saturn” di X-102 (Tresor, 1992), una delle più belle secondo Benedetti

Quello con la copertina più bella?
Sicuramente “Discovers The Rings Of Saturn” di X-102, su Tresor, del 1992. La scelta del font, l’immagine e il montaggio grafico sono incredibili anche oggi.

C’è uno che, più di altri, evoca in te precisi ricordi?
Uno su tutti, “The Final Frontier” di Underground Resistance perché sopra c’è una dedica di Mike Banks che scrisse quando ci conoscemmo, nel 1993. Fu una giornata complicata per loro, vennero a Roma per un rave ma sorsero problemi tecnici ed economici con gli organizzatori. Noi gli demmo una grande mano per risolvere tutto al meglio e a quel punto lui decise di regalarmelo con una dedica speciale. Da quel giorno siamo rimasti molto amici, non ha dimenticato quanto fatto quel giorno. Tempo dopo io e Marco Passarani decidemmo di chiamare la distribuzione Finalfrontier proprio in omaggio a Mike Banks, Underground Resistance, Star Trek (da cui proveniva il titolo nonché pellicola che adoravamo pure noi) e Submerge.

Che negozi di dischi frequentavi quando iniziasti ad appassionarti di musica?
A parte quello vicino casa dove compravo i primi 45 giri quando ero piccolo e di cui non ricordo più il nome, per anni il mio negozio preferito è stato Best Record, a Roma. Il titolare era Claudio Casalini, noto DJ della capitale, proprietario dell’omonima etichetta discografica e di una catena di negozi con lo stesso nome. Il punto vendita in Via di Sant’Andrea delle Fratte, tra Via del Tritone e Piazza di Spagna, lo adoravo. A gestirlo erano due DJ romani, Stefano Carletti e Giorgio Sgarbi, che avevano un gusto più americano che europeo. Lì trovai tantissimo materiale electro ed electrofunk nel periodo 1982-1984. Nella mia mente era un piccolo scorcio di New York a Roma. In quel negozio ho acquistato roba veramente particolare, come “Get Streetwise” dei Messinger Service o “Funky Soul Makossa” dei Nairobi, senza contare i dischi su Prelude Records, Streetwise e Profile. Contribuì molto a forgiare il mio gusto perché trovavo ciò che cercavo e in più avevo proposte musicali che, in assenza di blog, webzine e riviste di settore, difficilmente avrei potuto recuperare in altro modo.

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Un altro dei dischi essenziali di Andrea Benedetti, l’album “Planet Rock” di Afrika Bambaataa & Soulsonic Force (Tommy Boy, 1986)

Per quanto riguarda invece gli e-shop, quando hai iniziato ad acquistare via internet? Ritieni che l’e-commerce abbia stravolto più positivamente o negativamente gli equilibri del settore discografico?
Ho comprato solo qualche volta copie fisiche da negozi online, solitamente da Clone o Rubadub, o in alternativa direttamente dagli artisti o dalle label attraverso Bandcamp. Per l’usato invece, quando serve, mi affido a Discogs ma senza farmi prendere per il collo. Direi che l’e-commerce abbia fatto saltare il passaggio intermedio dei distributori che infatti hanno chiuso praticamente tutti. Non credo però sia stato l’e-commerce a creare la crisi del mercato discografico anzi, forse quella è stata l’ultima chance per negozi e distributori di vendere qualche copia in più visto che la gente comprava sempre meno dischi in seguito all’arrivo del CD prima e dei formati digitali poi. Era un grido di dolore e sopravvivenza più che di cupidigia o speculazione.

Compri musica anche in formato liquido? In caso affermativo, come fai a destreggiarti nel mare magnum delle pubblicazioni digitali?
Amici ed etichette mi mandano tanti file così tre anni fa ho comprato due lettori Pioneer XDJ per poter finalmente suonare quella musica ed organizzarla attraverso il software Rekordbox. A quel punto ho iniziato anche ad acquistare musica liquida e mi sono subito trovato a mio agio con Bandcamp, piattaforma con cui posso seguire direttamente gli artisti e le label che mi piacciono e trovare praticamente tutto su di loro. Per scoprire e scovare nuova musica uso i social network e i consigli degli amici. La condivisione musicale è tutto in questo senso però apprezzo anche la casualità dei suggerimenti automatici di Bandcamp o YouTube da cui possono emergere scoperte eccezionali.

Nella tua vita hai comprato tanti dischi ma altrettanti li hai venduti. Come scrivi in “Mondo Techno”, «nel 1993 Sandro di Remix voleva espandere la propria attività aprendo una sezione di import diretto di dischi. Mi contattò e mi propose la cosa che mi sembrò subito interessante. Iniziai in un piccolo ufficio, separato dal negozio, dove c’erano solo un telefono, un fax ed una scrivania». Come si svolgeva quel tipo di attività quando tutte le ovvietà tecnologiche del presente dominato dal web non esistevano ancora?
Era un periodo veramente pionieristico della distribuzione perché, in assenza di internet, le uniche vie di comunicazione e condivisione erano il fax e il telefono. L’unico modo per vendere a persone che stavano a chilometri di distanza era, piuttosto banalmente, mettere la cuffia sul microfono della cornetta del telefono e far sentire all’interlocutore cosa volevi proporre. Prima si mandava il fax con la lista del materiale disponibile, poi si prendeva un appuntamento telefonico in cui, per l’appunto, si suonavano i pezzi che il commerciante chiedeva e cercando, nel contempo, di suggerire altro. Noi stessi seguivamo il medesimo iter quando acquistavamo dall’estero. Io e Marco Passarani, mio socio in quegli anni, ci mettevano seduti ed ascoltavamo le proposte dalle casse collegate al nostro telefono. Su tale procedura insisteva una evidente problematica della qualità audio molto low-fi, per cui dovevi in qualche modo “immaginarti” la musica da acquistare, però era una cosa talmente diffusa che praticamente tutti erano avvezzi a quel tipo di ascolti e difficilmente facevi errori di valutazione sulla qualità del disco che stavi acquistando. A ripensarci ora è interessante a livello cognitivo su come l’essere umano si possa adeguare a tutto, specialmente a livello sensoriale.

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Un altro disco estratto dalla collezione di Benedetti, “Revolution For Change” di Underground Resistance (Network Records, 1992)

Sempre in “Mondo Techno” scrivi che «nessuno dei grandi distributori di Milano (Discomagic, Dig-It International, New Music International) era interessato alla musica che importavamo noi. Erano tutti attratti da cose più commerciali e soprattutto a vendere la loro musica, pseudo house e techno, realizzata quasi esclusivamente seguendo la richiesta del mercato con dinamiche promozionali e distributive obsolete e miopi. […]. Agganciammo alcuni distributori tedeschi e soprattutto con la Neuton di Offenbach, vicino Francoforte sul Meno, si creò un rapporto di fiducia e rispetto. Da loro avemmo in esclusiva alcune etichette, allora sconosciute, come Fax, Kompakt, Cheap, Mego, Trope, Kanzleramt, Perlon, Playhouse e Klang Elektronik più molte altre venute successivamente. Inoltre contattammo direttamente etichette che ci piacevano importandole in Italia praticamente per primi come nel caso della Skam di Manchester, della Interdimensional Transmissions di Detroit e delle olandesi Viewlexx e Clone. In più curammo anche il catalogo, cosa rara in quegli anni, di etichette come Underground Resistance, Plus 8 Records e Rephlex». Quanti negozi, in Italia, acquistavano il materiale che importavate dall’estero? Notasti una maggiore richiesta ed interesse in determinate aree nazionali? Che tipo di dinamiche promozionali seguivate per differenziarvi dai grossisti milanesi?
Non ricordo più con esattezza quanti negozi rifornivamo ma credo fossero all’incirca una quarantina. Alcuni cercavano di comprare da noi solo la musica che non trovavano a Milano per soddisfare i clienti più esigenti, altri invece puntavano di più sulle nostre proposte. Fra questi sicuramente Ice Age di Nino La Loggia e KZ Sound di Francesco Zappalà e Killer Faber, entrambi a Milano, Mandragora Dischi di Gianpiero Pacetti alias JP Energy, a Brescia, Mixopiù di Piero Zeta, a Faenza, e Zero Gravity di Fabrice, Leo Mas ed Andrea Gemolotto, ad Udine (negozi ampiamente trattati, con relative interviste, in Decadance Extra, nda). Oltre ovviamente a ReMix di Sandro Nasonte, a Roma. Il nord Italia era più attivo rispetto al centro sud ma questo dipendeva soprattutto dal fatto che ci fossero più locali e DJ. A Roma le cose sono cambiate con l’avvento dei rave, nel 1990. Da quel momento in poi molta più gente iniziò a comprare dischi, soprattutto techno europea ed americana nonché IDM ed ambient. Prima invece il mercato della capitale era legato quasi esclusivamente ai DJ dei tantissimi locali sparsi in città. Con l’arrivo dei rave il mercato si è espanso sensibilmente abbracciando anche coloro che non erano disc jockey ma semplicemente appassionati, e oggi ciò fa riflettere: tante persone investivano denaro in musica non pensando necessariamente a suonare e ad esibirsi come artisti. Per quanto concerne la sfera promozionale invece, puntavamo essenzialmente sul passaparola, limitando le inserzioni pubblicitarie e mirando sull’unicità della nostra proposta perché non c’era davvero nessun’altro, in Italia, ad avere la musica che trattavamo noi.

Oggi avrebbe senso creare, nel nostro Paese, un distributore come era il vostro?
Ritengo che un distributore puro, come lo si intendeva in passato, non possa più esistere. Non è certamente un caso che non ne siano rimasti praticamente più nel mondo. Ci sono invece negozi che fanno tutto: vendita al dettaglio, vendita online, pubblicazione di musica attraverso etichette interne, stampa per conto terzi di altre etichette e, infine, distribuzione. Credo che l’ulteriore evoluzione di queste realtà sia creare ancora più offerta, includendo spazi per mostre e talk, sale di registrazione (mobili e fisse) e, se possibile, un mini club. Uno spazio modulare insomma, magari gestito da più persone/artisti, per creare una sorta di piccolo universo omni inclusivo ma nel contempo aperto a collaborazioni esterne.

Come e cosa vedi nel futuro del disco? Ormai, per il grande pubblico, pare sia solo un oggetto di modernariato.
Il disco può rappresentare una parte del tutto ma non è più il centro come un tempo. Non ha senso oggi. È un formato come un altro che ha le proprie peculiarità in termini di unicità e riproducibilità ma che va affiancato al digitale. Comunque vedo molto più in difficoltà il CD, un formato che adoravo e che credo sia ancora parecchio utile in termini di ascolto e qualità ma che, per via del digitale, sta praticamente sparendo dalla circolazione.

Oltre ad essere DJ, produttore discografico, conduttore radiofonico, autore di un riuscito libro e, praticamente da sempre, divulgatore culturale, hai scritto anche per diverse riviste come Tunnel, la fanzine che tu stesso hai fondato nel 1993, SuperFly ed Orbeat. Ritieni che il giornalismo musicale italiano contemporaneo, legato alla scena house/techno, stia adeguatamente colmando le lacune create nei decenni passati? Il web sta dando i suoi frutti o l’enorme potenziale della Rete è stato smorzato rispetto alle galvanizzanti aspettative? Un confronto con le bibliografie e fonti documentaristiche estere purtroppo rivela ancora una terribile inerzia del nostro Paese e, come se non bastasse, capita troppo spesso di imbattersi, sia sul web che attraverso la radio, in casi di mera appropriazione culturale da parte di chi vorrebbe passare per storico della materia ma si limita a diffondere banale nozionismo wikipediano per giunta farcito di errori marchiani.
Credo che di improvvisati ce ne siano dappertutto, anche all’estero. La vera differenza sta nella controproposta. La nostra c’è ma non è forte come in altri Paesi dove si parla in maniera storicamente più accurata di disco, electro, house e techno. Se lo si fosse fatto dagli inizi magari si sarebbe creata una cultura di base più solida, non necessariamente fatta di nerd collezionisti ma di persone più consce dei fatti e quindi capaci di reagire autonomamente alla superficialità ed alle falsità che gireranno sempre in ogni ambiente. Inoltre, non essendo stato fatto dal principio, si tratta di una cultura piena di nozioni contrastanti che creano più confusione che informazione. E, infine, non è così forte a livello di impatto anche solo numerico e di infiltrazione nei media perché di base in Italia la musica di cui parliamo viene troppo spesso relegata nel calderone della “dance”. Quasi mai vengono messi in evidenza altri valori fondanti come lo spirito di uguaglianza, di rapporto umanista con la tecnologia e di visione del futuro. Si parla di sballo, di edonismo, al massimo di divertimento e poco altro per cui tutte le sfaccettature si perdono e diventa fondamentalmente tutto uguale.

Estrai dalla tua collezione almeno dieci dischi a cui sei particolarmente legato per varie ragioni.

Pink Floyd - KraftwerkPink Floyd – The Dark Side Of The Moon / Kraftwerk – The Man Machine
Mia madre ha divorziato ufficialmente nel 1977 ma già da anni mio padre non c’era a casa, nonostante ci vedessimo ogni tanto. Quando iniziò a lavorare nuovamente, visto che per un po’ di tempo aveva lasciato l’occupazione per dedicarsi alla famiglia (il classico errore storico/sociale che si commetteva di frequente in quegli anni) fu costretta ad affidarmi per qualche ora ad una vicina il cui figlio aveva circa diciotto anni ed era un patito di musica. Possedeva una collezione di dischi pazzesca e mentre stavo lì metteva sempre musica di vario genere. A sconvolgermi furono due dischi: “The Dark Side Of The Moon” e “The Man Machine”. Ricordo ancora esattamente la posizione nella sua stanza quando li ho sentiti. Avevo solo dieci anni e quei due album sono rimasti lì, impressi fra cuore e cervello, e non se ne andranno mai.

Beatmaster - LipserviceBeatmaster – Lipservice
Ho sempre amato l’hip hop fin dagli inizi e la svolta elettronica di “The Message” di Grandmaster Flash mi colpì tantissimo. Poi arrivò Larry Smith coi Whodini e i Mantronix che fecero salire ulteriormente il livello qualitativo in quella direzione, ma “Lipservice” dei Beatmaster, che si muove fra electro e wave funk, saldamente radicato nell’hip hop, mi dà i brividi ancora oggi. Lo presi ai tempi dell’uscita, nel 1984, dal citato Best Record, e mi fece scoprire sia il produttore, Keith LeBlanc, ex batterista della Sugarhill Gang Band che ho successivamente amato per i suoi progetti con Mark Stewart e i Tackhead, sia l’etichetta Celluloid e i menzionati Material di Bill Laswell che adoro. A tutto questo arrivai leggendo i crediti sui centrini dei dischi e facendo intersezioni ed incastri. Gli stessi che oggi si possono fare con un semplice clic su Discogs, un sistema rivoluzionario in questo senso. “Lipservice” è stato un ponte verso nuovi ascolti per me fondamentali.

John Carpenter & Alan Howarth - Escape From New YorkJohn Carpenter & Alan Howarth – Escape From New York (Original Motion Picture Soundtrack)
Probabilmente uno dei dischi che ho ascoltato più volte in vita mia, da quando ho visto il film. Un autentico tripudio di synth e sequencer che mi hanno influenzato in maniera incredibile. Praticamente la colonna sonora della mia vita. Non riesco davvero ad aggiungere altro.

Herbie Hancock - Future ShockHerbie Hancock – Future Shock
Dopo tanti anni non sono riuscito ancora a trovare una cosa sbagliata in questo album del 1983: il mix fra elettronica, funk, jazz, hip hop e musica africana è visionario ma allo stesso tempo assolutamente intellegibile da tutti. Grandmixer D.St. che scratcha sulle percussioni di Daniel Ponce, Hancock che improvvisa sulle drum machine di Michael Beinhorn, Bill Laswell che duetta con Sly Dunbar… Fu la prima musica universale che ho sentito, doppiata l’anno dopo dal meno conosciuto, ma altrettanto meraviglioso, “Sound-System”. Ho sempre cercato questo approccio aperto nella musica trovandolo, seppur in forma diversa ma ugualmente significativa, nell’electro, nell’house e nella techno.

Yello - You Gotta Say Yes To Another ExcessYello – You Gotta Say Yes To Another Excess
Sono un fan assoluto del duo svizzero, soprattutto dei primi album. Questo, del 1983, non ha neppure un pezzo che non mi piaccia. Epici, teatrali, malinconici, ironici: con l’LP in questione gli Yello rompono la barriera dei generi ed entrano nell’assoluto dei classici senza tempo.

Model 500 - No UFO'sModel 500 – No UFO’s
Appena l’ho sentito ho capito che ci fosse qualcosa di diverso. Sembrava EBM ma nel contempo era anche funk. Non sapevo fosse techno. Da quando l’ho capito tutto ha avuto un senso e non ho mai smesso di dirlo a chiunque avesse voglia di sentirmi.

Major Malfunction - Gives You Central HouseMajor Malfunction – Gives You Central House
La Djax-Up-Beats di Miss Djax è stata una delle etichette europee che mi hanno influenzato di più. Mi piacevano soprattutto gli artisti fuori dagli schemi, come Stefan Robbers alias Terrace, di cui adoravo anche la sua label Eevo Lute Muzique, e soprattutto Maarten van der Vleuten ovvero Major Malfunction, in questa occasione in coppia con Marius Kuilenberg. Sono diversi gli EP usciti con tale pseudonimo ma questo resta il mio preferito. Contiene cinque brani (“House Shield”, “Positive Nuisance”, “Tronsanic”, “Mushroom Memories” e “Magnetism”) di techno europea perfetta, che partono dalla lezione di Detroit per sviluppare un suono originale, futuristico e sperimentale ma assolutamente ballabile.

Underground Resistance - World 2 WorldUnderground Resistance – World 2 World
Un disco che rappresenta l’essenza dell’universalità della techno di Detroit. Uno dei quattro brani racchiusi al suo interno, “Jupiter Jazz”, si può suonare sia nel club da duecento persone che nelle big room ottenendo sempre lo stesso effetto di pace universale, orgoglio, felicità, consapevolezza del presente e visione del futuro. Mike Banks è immortale.

Afrika Bambaataa & Soulsonic Force - Renegades Of Funk!Afrika Bambaataa & Soulsonic Force – Renegades Of Funk!
“Planet Rock” è stato il battesimo per l’electro che è una parte fondamentale della mia vita musicale, ma “Renegades Of Funk!” ha rappresentato il passo in avanti del gruppo, che era anch’esso un meraviglioso messaggio di collaborazione multirazziale con la presenza dei produttori Arthur Baker e John Robie. Impegno politico, suoni quasi wave misti alla tradizione africana. Ballavi e pensavi sentendoti parte del tutto e di qualcosa che poteva essere, di un futuro che diventava presente mentre lo vivevi in tempo reale.

(Giosuè Impellizzeri)

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Black Machine – How-Gee (PLM Records)

Black Machine - How-GeeSi è parlato più volte, su queste pagine e su quelle dei libri della trilogia di Decadance, del ruolo primario ricoperto dal campionatore tra la fine degli anni Ottanta e in buona parte dei Novanta. Un autentico motore creativo alimentato da un prodigioso carburante costituito da una serie, teoricamente infinita, di registrazioni rimaneggiate e ricontestualizzate in nuovi e fantasiosi ambiti. Seppur ciò susciti la disapprovazione dei titolari dei diritti che si sentono comprensibilmente defraudati e non faticano a sentenziare in modo pesante contro quel nuovo modo di comporre musica, le possibilità offerte dal campionatore paiono incredibili ed ispirano un’intera generazione affascinata dal fatto di poter usare porzioni di brani più o meno noti, magari appartenenti agli ascolti adolescenziali, in pezzi nuovi, destinati ad un pubblico che, per ovvi motivi anagrafici, non conosce proprio gli originali.

Tra le migliaia di act nati nei primissimi anni Novanta sul fenomeno dilagante del sampling c’è Black Machine che con “How-Gee” appiccica brandelli funk e soul su tessere ritmiche downtempo/hip hop, in quel periodo in grande risalto grazie a Snap!, Dimples D, Londonbeat o C+C Music Factory. «Un bel mattino in ufficio venne a trovarmi Ottorino Menardi, già noto in ambito discografico come Ottomix, dicendomi di aver realizzato un pezzo assai funkeggiante» ricorda oggi Pippo Landro, musicista nella formazione dei Gens e patron della New Music International che pubblica il brano nel 1991. «Ai tempi iniziò a diffondersi capillarmente la techno con la cassa marcata in quattro e quell’esperimento di matrice funky avrebbe rischiato seriamente di non trovare il giusto apprezzamento. A consigliare a Menardi di rivolgersi a me fu Ciso (Gianfranco Dolci, scomparso prematuramente nel marzo 2002, nda), DJ che proponeva black music molto conosciuto in Veneto, particolarmente al Palladium di Vicenza. A suo parere ero l’unico a poterlo valorizzare e così decise di portarmi la demo di quella che poi divenne “How-Gee”. Essendo un fan sfegatato del funk (per me James Brown era e resta il numero uno assoluto) impazzii letteralmente dopo averlo ascoltato la prima volta, era un sound troppo forte ed ero certo che avrebbe “spaccato”».

Non è difficile credere a Landro. “How-Gee” è un autentico puzzle di campionamenti di cui il principale è tratto da “Soul Power 74” di Maceo & The Macks del 1973 (già ripreso nel ’90, ma con poca fortuna, in “Do Your Dance” del britannico Maxi Jazz, futuro vocalist dei Faithless, e nel ’91 dagli italiani X-Sample in “Dreamin’ In Buristead Road”) a cui si aggiungono altri frammenti ed argute citazioni (“Sho Yuh Right” di Chuck Brown & The Soul Searchers, “Rock ‘N Roll Dude” di Chubb Rock And Domino, “Rich Man” di St. Paul). Per chi ha vissuto musicalmente gli anni Settanta, non limitandosi alle derive nazionalpopolari della discomusic de “La Febbre Del Sabato Sera”, quella “macedonia sonora” doveva essere una specie di toccasana perché combinava il suono umano degli strumenti a fiato e dei vocalizzi che già avevano stuzzicato l’interesse dei produttori hip hop d’oltreoceano, col suono ballabile destinato ai più giovani. «Il brano fu realizzato interamente da Menardi nel suo studio. Mario Percali diede un aiuto suonando vari strumenti ed io invece offrii consulenza per ciò che riguardava la stesura» prosegue Landro. «I molteplici campionamenti furono dosati alla perfezione e lavorati ad arte e quello fu, senza ombra di dubbio, il punto forte della produzione. I risultati non si fecero attendere: credo che nel mondo “How-Gee” abbia venduto oltre otto milioni di copie e vedere la gente, praticamente di tutte le nazioni, impazzire per quel pezzo mi faceva venire letteralmente i brividi. È ormai considerato un evergreen e dopo ventotto anni continua ad essere proposto con successo. Non c’è nessuno che non conosca quel riff di sax ed ho perso il conto dei dischi d’oro e di platino vinti. Il successo mondiale però ci colse di sorpresa e ci trovò piuttosto impreparati. A quegli otto milioni di copie infatti andrebbero aggiunte altre migliaia stampate a nostra insaputa come bootleg senza alcuna autorizzazione. Per non parlare poi delle compilation sparse in tutto il globo. Fummo molto ingenui a non cederlo in licenza per il mondo ad una grossa multinazionale, avremmo guadagnato almeno dieci volte di più. A fronte di ciò, comunque, posso tranquillamente annoverare “How-Gee” tra i bestseller della New Music International insieme a “Can’t Take My Eyes Off You” di Gloria Gaynor, “Restless” di Neja, “Inside To Outside” di Lady Violet, “The Colour Inside” dei Ti.Pi.Cal., “El Pam Pam” di Cecilia Gayle ed altri ancora».

Black Machine frontmen

I due ragazzi di colore diventati l’immagine pubblica del progetto Black Machine

Un successo di tale portata richiede una presenza fisica, un “corpo” a cui abbinare il pezzo in occasione delle apparizioni live. Black Machine si ritrova ad essere rappresentato pubblicamente da due ragazzi di colore che finiscono anche nel relativo videoclip, tutto secondo le regole consuetudinarie della discografia di allora a cui abbiamo dedicato un’ampia inchiesta qui. «Non ricordo più nemmeno i nomi di quei ragazzi e purtroppo, per una tragica fatalità, sono morti entrambi» spiega Landro a tal proposito. «Uno era una sorta di coreografo e inizialmente l’avevo interpellato proprio per occuparsi della coreografia del video ma alla fine decisi di tenerlo nel progetto insieme all’altro per le performance live. Non avevano alcuna voce in capitolo in studio ma sul palco erano forti e ci sapevano fare davvero. Con loro facemmo un tour mondiale che toccò tutti i continenti ad eccezione dell’Australia a causa di un infortunio che bloccò il ballerino».

Black Machine lp

Le copertine dei due album dei Black Machine, usciti nel 1992 e nel 1993, che consolidano il successo raccolto con “How-Gee”

“How-Gee” apre il catalogo della PLM Records, una delle etichette raccolte sotto l’ombrello della New Music International che in quel periodo continua a battere la strada del funk/downtempo con brani come “Sexo – Sexo” di Wendy Garcia, prodotto da Maurizio De Stefani e Sergio Datta prima di darsi alla progressive trance e di cui abbiamo parlato qui, “Jazz In Rapp” di Max Who, “Afrikan Rhythm” di Afrikan Style, “Funky City” di Tender By Now, “Jay Blow” di Corporation 2 e “I Want” dei Power Fun, un team dedito a commistioni black, funky e jazzy in cui figurano, tra gli altri, Daniele Tignino e Vincenzo Callea, futuri membri dei citati Ti.Pi.Cal. insieme a Riccardo Piparo. Il filone aurifero dei Black Machine, insomma, contagia altri produttori ma non genera interessi altrettanto forti. Il successo di “How-Gee” viene invece riverberato da due album incisi tra 1992 e 1993, “The Album” e “Love ‘N’ Peace”, in cui si rintracciano altri brani estratti in formato singolo come “Funky Funky People”, “Jazz Machine”, “Get Funky” e “Love ‘N’ Peace”, costruiti con la stessa metodologia compositiva. Due dischi che definiscono in pieno la dimensione stilistico-creativa dei Black Machine. In “Tell Me”, in particolare, figura la voce di Glen White, ex Kano e da lì a breve riciclatosi nell’eurodance dei Deadly Sins.

promo Discotec

Il 7″ promozionale del 1993 su cui è incisa “Listen To The Tumbal” la cui base verrà ripresa l’anno seguente da DJ Flash in “Un Lorenzo C’è Già”

Una curiosità riguarda pure “Listen To The Tumbal”, rimasto confinato ad un 7″ promozionale allegato al numero 4 della rivista Trend Discotec nel 1993. La base del brano viene ripresa l’anno dopo da DJ Flash nella sua “Un Lorenzo C’è Già”, edita dalla Crime Squad del gruppo Flying Records diretto da Flavio Rossi, portata a Sanremo Giovani ed oggetto di una contesa giudiziaria («secondo il direttore dell’etichetta napoletana, DJ Flash, inizialmente inserito all’interno della rosa dei finalisti fu declassato ed escluso […]; il produttore della Flying Records tirò in ballo alcune dichiarazioni di un membro della commissione esaminatrice, la DJ Antonella Condorelli, che avrebbe parlato di procedure non troppo chiare e di uno strapotere di Pippo Baudo», da “L’Enciclopedia Di Sanremo – 55 Anni Di Storia Del Festival Dalla A Alla Z” di Marcello Giannotti, Gremese Editore, 2005). Sembra che altri problemi siano sorti tra New Music International e Flying Records ma in relazione a ciò Landro dichiara di conservare solo un vago ricordo. Archiviato il successo di “How-Gee”, i Black Machine, interpellati come remixer per “Libera L’Anima” di Jovanotti, tornano nel ’95 con la reggaeggiante “U Make Me Come A Life” a cui seguono altri singoli, sempre in bilico tra hip hop e funk (“Jump Up”, “Thinkin’ About You” – sulla base di “Private Number” di Judy Clay & William Bell ed entrambi col featuring di Ronny Money, “Funky Banana”). Nonostante i gradevoli spunti, l’interesse cala vistosamente. «La magia di quel sound rimase ancorata ai due album, anzi, a dirla tutta direi più al primo, assolutamente micidiale» sostiene Landro. «”Jazz Machine” finì nella colonna sonora di “Dance With Me”, un film del 1998 diretto da Randa Haines con Vanessa L. Williams».

Nel 2005 esce “Get Right” di Jennifer Lopez che riprende lo stesso sample di Maceo & The Macks, ed anche i tedeschi M.A.N.D.Y. realizzano una reinterpretazione. La New Music International non resta a guardare e pubblica una nuova versione chiamata “One, Two, Three, Four (How Gee)”. Nel 2008 ci pensano i coreani Big Bang a riconfezionarlo, nel 2016 tocca a Graziano Fanelli e Paola Peroni e al britannico Vanilla Ace ma tenere traccia di tutte le cover uscite nel corso degli anni è praticamente impossibile. A differenza di quanto affinato da Menardi nel 1991 però, centellinando dischi del passato anche sconosciuti ai più, incastrandoli uno nell’altro e trovando il giusto modo per accordarli, gran parte dei produttori odierni, specialmente nel frangente della dance mainstream, rimpasta formule già ampiamente rodate, limitandosi a sostituire suoni e ritmiche ma senza fare leva su alcuna idea anzi, banalizzando quelle iniziali. Si assiste così ad un profluvio incontrollato di tracce che rispolverano indovinati campionamenti passati alla storia ma di cui i nuovi autori spesso ne ignorano la fonte originaria, prediligendo alle incognite di uno scampolo melodico o ritmico ancora sconosciuto la facile accessibilità di qualcosa già pronto e noto al grande pubblico. Il risultato finale potrebbe essere paragonato ad un disegno generato dalla carta copiativa, a cui vengono aggiunti solo colori per renderlo più sgargiante. Insomma, da essere un punto di forza, il sampling si è via via trasformato in un procedimento passivo che rivela totale assenza di idee e sensibilità. Conseguentemente il processo creativo è andato degradandosi sempre di più e per molti la colpa è da attribuire alla tecnologia diventata troppo semplificatrice.

«In tanti hanno cercato di ricostruire lo stile di “How-Gee” ma senza eclatanti risultati. Il più suonato rimane ancora l’originale» afferma con convinzione Landro. «Oggi i giovani credono di poter fare tutto, sono autori, musicisti, produttori, tecnici del suono, cantanti, fotografi, grafici, e quindi pare non ci sia più bisogno del produttore discografico, ossia il vecchio direttore artistico che seguiva l’artista fin dai primi passi e lo indirizzava dispensandogli consigli preziosi. È sufficiente ascoltare la musica in circolazione per trarre le conclusioni. Ormai nella discografia odierna non esiste più fatturato legato alla vendita del prodotto e le classifiche sono basate solo sugli ascolti. Basta essere seguito sui social per raggiungere le vette delle chart, pur senza generare alcun guadagno per le case discografiche, specialmente quelle indipendenti. Non invidio per nulla i nuovi imprenditori discografici: il futuro che li attende non pare così roseo, le forze lavorative si sono più che dimezzate e si va avanti tagliando sempre più le spese a scapito della qualità della musica stessa. Io ormai ho una certa età e proseguo solo per la grande passione che mi anima, lungi da me l’idea di fare soldi o arricchirmi ancora con questo lavoro. Una ventina di anni fa circa, per girare i video degli artisti della New Music International come Neja, Lady Violet o Cecilia Gayle, andavamo a Miami, in Marocco, a Los Angeles o a Cuba con una troupe di quindici/venti persone e con un budget di minimo cinquanta milioni di lire. Oggi invece per un video si spendono al massimo duemila o tremila euro. Il periodo che ricordo con maggior piacere resta quello a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quando giravo il globo coi miei artisti e le classifiche mondiali “parlavano” eccome italiano». (Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Lele Sacchi

Lele Sacchi 1

Lele Sacchi e la cassetta promozionale di “Introducing…..Endtroducing” di DJ Shadow

Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Escludendo i 7″ di cartoni animati e quelli de “Le Fiabe Sonore” che sono stati sicuramente i primi che ho ascoltato, il primo fu “Misfits”, la raccolta degli statunitensi Misfits uscita nel 1986.

L’ultimo invece?
L’album “The Mauskovic Dance Band” della band omonima.

Quanti dischi puoi contare nella tua collezione? Riusciresti a quantificare il denaro speso per essa?
Intorno ai diecimila pezzi, tra LP, mix e CD. È difficile però fare un calcolo di spesa perché purtroppo non sono ancora riuscito a caricare la discografia su Discogs che comunque fornirebbe un valore di mercato medio del momento e non quello equivalente alla spesa iniziale. Alcuni anni fa ho subito l’allagamento di una cantina che fortunatamente ha intaccato solo una parte dei miei dischi lì depositata temporaneamente ma che mi ha comunque costretto a buttarne duecento/trecento con copertine distrutte e “mutande” interne ormai fuse col vinile. Poi, durante un trasloco, ho venduto un migliaio di 12″ che reputavo solo ingombranti (di qualcuno, probabilmente, un giorno me ne pentirò). Qualche altro centinaio di 12″ di dance elettronica varia non l’ho pagata sia poiché, tra 1998 e 2004, lavoravo come import label manager presso White & Black, sia in virtù della carriera da DJ nei club e in radio che mi garantiva copie promozionali. Ad ogni modo ho speso una cifra assolutamente considerevole. Da adolescente investivo in dischi praticamente tutti i soldi che mi capitavano tra le mani e quando iniziai a lavorare nel settore musicale mi sembrò normale avere dei conti mensili aperti nei negozi e presso gli importatori, visto che da lì mi guadagnavo da vivere.

Lele Sacchi 3

Una parte della collezione di Sacchi. In evidenza si scorgono le copertine di “Discomusic” di The Soundwork-Shoppers, “Headz Ain’t Ready” di DJ Vadim e la compilation “Italo Funk”

Come è organizzata la tua raccolta?
Secondo una suddivisione sommaria. Gli LP sono riposti abbastanza ordinatamente per genere, cercando di tenere vicini gli autori (cosa che però, periodicamente, viene scombinata), i 12″ invece vanno per macroaree tendenzialmente regionali (tedeschi, americani, britannici etc). Di tanto in tanto tento di accostare anche i cataloghi delle etichette. Sotto questo profilo non sono molto ordinato. Poi, quando ripesco singoli che non ascolto da tempo, faccio una piccola selezione di quelli risuonabili tenendoli in un unico posto. I “classic” che mi capita spesso di usare invece sono tutti assieme.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Non ho mai ricorso ai lavaggi e solo una parte di dischi è racchiusa in copertine plastificate. Un collezionista purista non faticherebbe molto a considerarmi un punkabbestia.

Ti hanno mai rubato un disco?
Una volta mi hanno rubato due flightcase su un’auto. Dormii a casa di un amico, non lontano dal club dove avevo appena finito di lavorare, e stupidamente ed incautamente li lasciai nel bagagliaio. La mattina seguente trovai l’auto aperta, avevano ripulito tutto ciò che era dentro, incluse le borse dei dischi. Penso siano stati dei ladri casuali attratti da una giacca e da un sacchetto che si trovavano sul sedile posteriore, ma a quel punto presero anche i dischi. Il 90% del contenuto era fatto di 12″ di musica house. Quelli che reputavo fondamentali li ho ricomprati dopo aver fatto il giro dei mercatini dell’usato nelle settimane successive, purtroppo senza esito. Un’altra volta invece, tornando da una serata fuori città, avevo aperto il bagagliaio a notte fonda ad un incrocio in centro a Milano per ridare la borsa ad un’amica che aveva viaggiato con me. Mentre eravamo fermi a chiacchierare e comprare le sigarette al distributore automatico lì di fianco, si fermò un’auto di giovani completamente fatti. Scesero dal veicolo e, approfittando della nostra poca attenzione, tentarono di rubare due dei miei flightcase. Mi girai saltando sul cofano della macchina e fortunatamente la scena da pazzo li fece ridere. Mi ridiedero tutto dopo che spiegai che lì dentro ci fossero solo dischi e non materiale di valore. Ebbi mezzo infarto e mi resi conto di aver rischiato quantomeno una rissa in cui le avrei anche prese.

Lele Sacchi 2

Lele Sacchi con due dei dischi a cui è legato per particolari ragioni: a sinistra l’EP dei Fugazi, a destra “Dubnobasswithmyheadman” degli Underworld

Qual è il disco a cui tieni di più?
Il primo EP dei Fugazi, “Fugazi”, del 1988. Ne ho tre copie ma nella prima che comprai un paio di anni dopo la pubblicazione continuo a conservare il foglio A4 da cui fotocopiavo la locandina della mia primissima trasmissione radiofonica che riprendeva proprio quella copertina. La considero musicalmente una delle migliori pubblicazioni post punk e di musica in generale, oltre a ricoprire un significato affettivo che non svanirà mai.

Quello di cui ti sei pentito di aver comprato?
Se parliamo di 12″ di dance elettronica ne ho davvero tantissimi. Quando entravi nei negozi di fiducia ti passavano cinquanta/sessanta dischi, li ascoltavi non sempre con la dovuta attenzione e spesso compravi più sulla fiducia del produttore o della label o perché ti sembrava buono un groove di una B2 che poi alla fine non suonavi neppure e il disco rimaneva lì a marcire. Lo stesso vale per i pomeriggi trascorsi nei magazzini dei distributori, tra montagne di dischi ed ascolti distratti. Ma in un modo o nell’altro non sento di essere davvero pentito. Quei dischi rappresentano comunque un momento di un sound che suonavo o che mi piaceva, seppur parzialmente. Per quanto riguarda gli album invece, credo di aver comprato sempre o per l’effettiva qualità sonora o per fanatismo, soprattutto quando ero molto giovane. Tuttavia ho sicuramente qualche LP ascoltato pochissimo e acquistato solo con l’idea che l’effettivo valore economico fosse maggiore di quello speso o che, più banalmente, facesse “discografia”.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Forse “SXM” dei Sangue Misto, del 1994 (ristampato recentemente dalla veronese Tannen Records, nda). Per me e i miei amici fu un disco amatissimo e gran parte di quelli della mia “compa” dell’epoca lo comprarono ai tempi dell’uscita. Io acquistai il CD, che prestai allora e non mi fu restituito, ma non il vinile. Su 12″ ho i due singoli, “Senti Come Suona” del 1994 e “Cani Sciolti” del 1995, ma mi spiace che uno dei dischi più importanti della discografia indipendente italiana che ho vissuto in prima linea non sia presente nella mia collezione. Mi piacerebbe molto averlo ma non ho alcuna intenzione di pagarlo le cifre a cui si vende adesso.

Quello di cui potresti disfarti senza troppe remore?
Due dischi di Albert Ayler su stampa giapponese che comprai online ad un’asta. Il web talvolta porta ad acquisti compulsivi.

Quello con la copertina più bella?
È difficilissimo rispondere. I primi che mi vengono in mente sono molto banali, “Unknown Pleasures” dei Joy Division accompagnato dal cartone zigrinato, “Paul’s Boutique” dei Beastie Boys e il 7″ “Salad Days” dei Minor Threat, ma forse quella che ho tenuto in mano, studiato e vissuto di più è “Dubnobasswithmyheadman” degli Underworld. Il lavoro grafico di Tomato, collettivo artistico guidato dagli stessi Karl Hyde e Rick Smith, cosa che per me lo rese ancora più figo, era basato sul puro lettering in bianco e nero e mi lasciò a bocca aperta col suo minimalismo massimalista. Ascoltavo ininterrottamente il disco con la copertina in mano! Menzionerei anche le inner sleeve dei Public Enemy coi testi stampati, anche quelle generavano ascolti a ripetizione. Cercavo di stare dietro alle lettere battute in font piccolissimi mentre Chuck D sparava rime a cento all’ora.

Che negozi di dischi frequentavi da adolescente e all’inizio della carriera da DJ?
Abitavo a Pavia ed andavo da Maximum Records che era uno dei tanti negozi di provincia fornitissimi di dischi d’importazione. Pubblicava annunci pubblicitari anche su riviste nazionali come Rockerilla o Il Mucchio. Ovviamente ogni “bigiata” da scuola era buona per andare a Milano, distante soli venticinque minuti di treno, da Supporti Fonografici, New Zabriskie Point, Merak e Psycho. Quando iniziai a frequentare Milano in modo più assiduo, intorno ai diciotto/diciannove anni, cominciai a comprare direttamente anche dai vari distributori, importatori e grossisti come Venus, Dig It International, Family Affair e Flying Records. Da lì a breve ebbi l’opportunità di collaborare con riviste musicali e proporre DJ set nei locali e ciò rese possibile entrare sia negli uffici delle major, sia andare regolarmente a Londra, da dove tornavo con valigiate di dischi, promo recuperati direttamente dalle label e dai giri in negozi ormai scomparsi come Atlas, Black Market Records, Sister Ray, Mr. Bongo ed altri. Ai tempi, comunque, si trovava quasi tutto anche a Milano ma le visite londinesi mi permisero di essere continuamente aggiornato su generi più alternativi come breakbeat, drum n bass o trip hop, che poi furono quelli ad avermi fatto guadagnare le prime date come DJ professionista. Per avere le novità di questi filoni stilistici era necessario essere in contatto con Londra e di fatto quando iniziai a lavorare nella distribuzione discografica avevo già le strade aperte per importare materiale che in Italia non si trovava facilmente.

Lele Sacchi 4

Un’altra parte della collezione di Sacchi

Quando hai iniziato ad acquistare per corrispondenza o via internet invece?
Non ho mai cominciato “seriamente” a comprare via internet perché non mi piace. Lo trovo estremamente omologante o per i collezionisti “fissati”, una categoria che con lo studio, l’analisi della musica e l’amore per il suono non ha davvero niente a che fare. Online mi limito ad acquisti mirati, a volte ad alcune aste quando, ad esempio, trovo dei lotti che reputo convenienti. Una o due volte all’anno, inoltre, mi capita di ricevere qualche lista direttamente da rivenditori ed acquisto, al massimo, un collo.

L’e-commerce ha, per ovvie ragioni, azzerato il rapporto che un tempo esisteva tra negoziante ed acquirente. Rimpiangi quindi quel filo comunicativo che poteva crearsi tra gestore e cliente?
È proprio il motivo per cui non apprezzo il commercio online di musica. Il negozio di dischi era anche una scuola: rapportarsi non solo col commerciante ma anche e soprattutto con altri clienti, rappresentava un elemento di confronto culturale costante. Anche la semplice emozione di studiare il catalogo di una label che si trovava all’interno degli album forniva più spunti rispetto alla ricerca attuale online. Certo spesso, soprattutto da giovane, rischiavi di essere raggirato. Non ho un aneddoto specifico in tal senso ma capitava, se non eri un cliente abituale, che il commerciante ti rifilasse una crosta invenduta da mesi, incensandoti quel qualcosa che non conoscevi e che ti sentivi costretto a comprare per non fare la figura dell’ignorante. Allo stesso tempo però non avrei scoperto incredibili dischi o artisti senza esserne forzato, a volte magari facendomi prendere per il culo (il nonnismo vigeva fortissimo nei negozi di dischi di una volta!). Lo studio si sta perdendo per la metodologia di comunicazione del web, non per le opportunità che invece il web dà a chi ha veramente voglia di andare a fondo nei fatti di musica. Non mi stancherò mai di ripeterlo ai miei studenti dello IED: non fermatevi alla superficialità che internet fornisce orizzontalmente, andate sotto, create collegamenti e studiate. Avete l’opportunità di ascoltare e trovare tutto, o quasi.

Nel 2000 hai fondato la Soundplant, etichetta che in catalogo annovera le presenze, tra gli altri, di Harley & Muscle, Ciudad Feliz, Freestyle Man e Julian Sanza. Le pubblicazioni, tutte su 12″ fatta eccezione per la compilation su CD “House Emotions” da te curata, però si interrompono nel 2007, periodo in cui molti distributori falliscono e vari pressing plant chiudono battenti per mancanza di lavoro. Quali ragioni portarono allo stop di Soundplant? C’era un nesso con la perdita di appeal e valenza economica del disco in quel particolare periodo storico? Hai mai valutato l’ipotesi di riportarla in vita?
Come dicevo all’inizio, per circa sei/sette anni ho lavorato da White & Black, un distributore di Alessandria che alla fine degli anni Novanta aprì a Milano ed esplose proprio grazie all’attenzione che i tanti dipendenti molto giovani davano all’import di prodotti di nicchia. Abbiamo trascorso degli anni fondamentali in cui il mercato di suoni elettronici particolari e nuovi, soprattutto quello su CD e compilation, si era espanso tantissimo. Firmai le esclusive per l’Italia dei Gotan Project (disco d’oro di vendite), delle raccolte “Café Del Mar” e “Buddha-Bar”, vendutissime all’epoca, ma anche di label come Versatile, Lo Recordings, Moving Shadow ed altre davvero all’avanguardia. Inoltre eravamo fra i pochissimi ad importare dozzine di titoli per DJ non devoti alla house, dal breakbeat in giù. Le cose andavano bene per la società e contemporaneamente per me come DJ (approdai nel ruolo di resident e booker ai Magazzini Generali e giravo i locali più interessanti d’Italia) perciò, dopo aver pubblicato una compilation mixata che vendette molto nel circuito internazionale, “The Next Tribes Of House Music”, grazie ad una sponsorizzazione di un marchio di vestiti, pensai di dare vita ad una piccola etichetta visto che ero già all’interno di un ufficio attrezzato di tutto ciò di cui c’era bisogno, oltre ad avere canali aperti con altri distributori e label estere. La prima uscita di Soundplant fu proprio la compilation su CD “House Emotions”, anche questa oggetto di ottimi riscontri di vendita e con licenze importanti, e il singolo “Oceano Tribale” di Polo Project. Seguirono nove 12″, sino al 2007. Prendevo in licenza brani di amici produttori che stimavo fatta eccezione per “Zardoz” di Boogie Drama, un mio progetto dell’epoca che condividevo con Diego Montinaro alias Sandiego. Non ho mai avuto abbastanza tempo per pubblicazioni più regolari e quando White & Black chiuse i battenti e il mercato iniziò ad arenarsi, pensai che avesse più senso concentrarsi a licenziare le nostre produzioni ad altre label. Non so se ricomincerei, discorsi su un’eventuale ritorno di Soundplant se ne sono fatti ma è più probabile che continui, come sto facendo, a registrare musica per altri o a dare una mano affinché si realizzino progetti importanti e di livello mondiale, come ad esempio la compilation “Italo Funk” pubblicata dall’americana Soul Clap Records ad inizio 2019.

Complice una serie di fattori, il disco si è riappropriato di una nicchia di mercato seppur infinitamente più piccola e risibile rispetto a quella di quattro/cinque decenni addietro. Per le piccole indipendenti si è creato un nuovo standard fatto in media di trecento/cinquecento copie ad uscita, ma si è risvegliato pure l’interesse delle multinazionali che si sono lanciate a capofitto nell’affare convinte di poter fare cassa col minimo sforzo, ossia ristampando a nastro classici dei propri cataloghi o solcando per la prima volta brani che si preferì convogliare solo su CD e cassetta ai tempi della pubblicazione originaria. Ciò ha innescato un autentico profluvio di uscite che però sembrano puntare principalmente a soddisfare il desiderio feticistico del possesso dell’oggetto. Come ti poni in merito a questa tendenza che ha finito con l’inglobare il disco in vinile tra gli oggetti di modernariato? Pensi sia destinata a ridimensionarsi o esaurirsi in un prossimo futuro?
Risulta sempre estremamente arduo prevedere il futuro di un mercato che si basa moltissimo su mode, amori e pulsioni impulsive. Il vinile resta e resterà per sempre il simbolo della musica. Continua, soprattutto visivamente, ad essere la rappresentazione stessa del prodotto musicale, analogamente a quanto avviene per identificare una fotografia usando il simbolo/emoji di una macchina fotografica seppur quasi nessuno ormai la usi più. Alla luce di ciò è indubbio che il disco rimarrà un oggetto immortale. Non ho idea su che numeri potrebbe stanziarsi il mercato di domani ma credo si arriverà ad un range stabile in cui cambieranno i generi a seconda delle mode del momento ma le vendite delle nuove produzioni rimarranno sostanzialmente dentro quelle cifre di cui si parlava prima. Per quanto riguarda invece le stampe di dischi usciti quando esisteva solo il vinile come supporto, non ho dubbi nell’affermare che il valore economico non crollerà mai perché non è possibile pensare ad un LP degli anni Sessanta o Settanta o ad un 12″ di house/techno degli anni Novanta se non in vinile. Un vero appassionato lo vorrà possedere in quel determinato formato, laddove se lo possa permettere. Anche in questo caso le mode di artisti o generi continueranno a fluttuare. In merito ai DJ set infine, penso che l’equilibrio definitivo sia stato già raggiunto, ovvero una nicchia molto ristretta. Io stesso propongo in vinile solo dischi vecchi ed esclusivamente in situazioni in cui sono certo di poter contare su un DJ booth perfettamente settato. Per le novità o i club/festival dove non sono certo della resa preferisco optare per sessioni in formato digitale.

Estrai dalla tua collezione dieci dischi a cui sei particolarmente legato per varie ragioni.

White LabelUn white label della Happy Records
Questo white label mi ricorda la mia prima volta a Detroit. Accompagnato nel quartier generale di Submerge dal carissimo amico Tim Baker e da Mike Grant, passai metà pomeriggio con Mike ‘Mad Mike’ Banks che, col suo entusiasmo unico, mi fece visitare la prima sede della casa/sede/ufficio/magazzino raccontandomi tutta la storia di Underground Resistance, partendo dal loro impegno per la comunità. Grazie all’introduzione da parte di personaggi così credibili nella scena, si creò un’atmosfera rilassata e per nulla scontata. Alla domanda «qual è il disco che ami di più del nostro catalogo?» risposi “Don’t You Want It” di Davina. E lui: «ah, sei un deep house head, aspetta qui!». Uscì dalla stanza e dopo qualche minuto tornò con un white label della Happy Records mai pubblicato. Un disco garage soulful (in verità non indimenticabile in quanto a qualità assoluta) che non poterono commercializzare per beghe contrattuali sorte col cantante che lo aveva inciso. «Se lo metti in una session che finisce in pubblico o se lo vendi ad un collezionista però mi incazzo seriamente» aggiunse Banks. Per questa ragione non lo ho mai suonato o rivelato il titolo. La promessa è mantenuta e lo conservo gelosamente.

DJ Q - Optimum ThinkingDJ Q – Optimum Thinking
Un disco che ho sempre considerato un “bullet”, ovvero uno di quelli che non sono veri e propri classici riconosciuti ma che ho suonato almeno un centinaio di volte. Disperato perché non trovavo più la copia originale, sulla britannica Filter, l’ho ricomprato immediatamente di seconda mano. In seguito l’ho ritrovato e così ora ne ho due copie di cui una, appunto, usata con una nota in copertina del DJ che lo aveva prima: c’è scritto “ok”.

Gotan Project - Vuelvo Al SurGotan Project – Vuelvo Al Sur
Lavoravo già da qualche tempo coi distributori francesi che avrebbero messo sotto contratto la label dei Gotan Project. Mi presentarono il giovane label manager della parigina ¡Ya Basta! che stava per pubblicare l’album della band e mi diede questo 10″ white label dicendomi di ascoltarlo e riferirgli se fossi interessato a distribuirlo in Italia. L’anno successivo, nel 2001, al Midem di Cannes ero sul palco del salone d’onore del Palais des Festivals a ritirare dalle loro mani il disco d’oro per le vendite in Italia dell’album “La Revancha Del Tango” con cui sfiorammo il platino. Difficile da dimenticare.

Felix Da Housecat - Silver Screen Shower SceneFelix Da Housecat Feat. Miss Kittin – Silver Screen Shower Scene
Ero a Londra a casa di Damian Lazarus a bere e cazzeggiare prima di andare ad una serata. Mi raccontò di aver messo sotto contratto per la City Rockers, all’epoca sublabel di Sony per cui ricopriva ruolo di A&R e label manager, un nuovo disco di Felix Da Housecat che dovevo assolutamente ascoltare. Mentre gli dico di essere un grande fan delle produzioni di Felix uscite sotto i suoi svariati alias, lo suona ma resto molto perplesso. Quel revival un po’ wave ed un po’ electro non mi convinceva affatto, per me non poteva essere una hit. Mi regalò ugualmente il promo sostenendo che mi sbagliassi. “Silver Screen Shower Scene” divenne uno dei successi che in quel periodo cambiò il gusto dell’elettronica ed io fui uno stupido a non accorgermene. Ecco, quel disco resta lì a guardarmi e a ricordarmi di come a volte ci si può sbagliare alla grande.

The Soundwork-Shoppers - DiscomusicThe Soundwork-Shoppers – Discomusic
Nel 1997 ho lavorato per la Right Tempo e poi ho continuato a collaborarci. Ero part time in quegli uffici quando Rocco Pandiani ottenne i diritti di ristampa di parte del catalogo di Piero Umiliani. Più che altro davo una mano alla pubblicazione dei remix. In quell’occasione ebbi in regalo alcuni clamorosi album del suo catalogo di library music. Inoltre, quando il Maestro ritornò sul palco per alcuni concerti, mi fu concessa l’opportunità di fare un DJ set al suo show di Milano. Ho ri-editato “Discomania” due anni fa per XLR8R con l’approvazione delle figlie di Umiliani e giusto pochi giorni addietro gli ho dedicato uno speciale su NTS Radio.

Faze Action - In The TreesFaze Action – In The Trees
Un altro dei dischi che ho suonato di più nella mia carriera da DJ. Ricordo il momento in cui me lo passò Max, mitico importatore prima da Dig It International e poi a Family Affair, dicendomi che fosse una mina. Lo era e lo sarà sempre.

Blue Boy - Scattered Emotions EPBlue Boy – Scattered Emotions EP
Mi trovavo da Atlas Records a Soho, come avveniva puntualmente quando andavo a Londra negli anni Novanta. Keiron e Pete (Herbert) ricevettero una scatola di dischi ed aprendola tirarono fuori un EP della Guidance Recordings chiedendo a tutti i presenti di tacere ed ascoltare il pezzo, la A2 del disco per la precisione. Tutti ci aspettavamo un brano deep house vista l’etichetta ma invece partì uno stravolgente midtempo con un colossale sample preso da “Woman Of The Ghetto” di Marlena Shaw. Tutte le copie di quella scatola furono vendute in appena cinque minuti. Si trattava di “Remember Me” che nel giro di pochi mesi divenne una hit mondiale.

Trentemøller - Polar ShiftTrentemøller – Polar Shift
Steve Bug rimane uno dei DJ/producer che rispetto di più nella scena elettronica, per la sua integrità e visione indipendente. Siamo ancora amici e in quegli anni, tra la fine dei Novanta e i primi Duemila, quando la sua Poker Flat Recordings era all’apice, ci capitava spessissimo di dividere la consolle. Non dimenticherò mai il momento in cui ai Magazzini Generali mi disse: «Ho appena preso un nuovo brano di Trentemøller, senti qui!». Nel momento in cui cambiava la linea di basso, il locale (nel 2005 sempre murato con più di 1500 persone) esplose e mi venne la pelle d’oca per l’emozione. Un brano epocale che ho suonato in ogni mio DJ set nei successivi due anni.

Moodymann - Shades Of JaeMoodymann – Shades Of Jae
Uno di quei dischi spuntati nelle tonnellate che mi passavano settimanalmente tra le mani in White & Black e di cui mi accorsi immediatamente della portata devastante. I mix americani arrivavano il venerdì, la maggior parte di essi volava via direttamente nei carrelli dei preordini dei vari negozi anche perché erano altri i grandi venditori di house americana, per noi era solo un servizio aggiuntivo. Un ascolto approfondito (oltre a quello precedente, spesso solo telefonico per piazzare l’ordine) cercavamo però di darlo a tutto. Beh, conoscevamo già Moodymann ma questa canzone, incisa su KDJ, veniva veramente da un altro pianeta. La suonavo tutti i weekend ma la ascoltavamo a ripetizione anche in ufficio durante la settimana.

DJ Shadow - Introducing.....EndtroducingDJ Shadow – Introducing…..Endtroducing
Sono parecchio affezionato a questa cassetta perché mi ricorda un’epoca che è effettivamente ed aritmeticamente di un altro secolo. Nonostante fossi appena ventenne collaboravo con alcune riviste musicali, principalmente Rumore, e la Mo Wax mi inviò il promo su cassetta di questo album rivoluzionario. All’epoca si usava fare così perché costava molto meno che spedire un disco, ma in questo caso la cassetta non conteneva neanche i brani interi ma solo degli estratti di un paio di minuti ciascuno. Scrissi ugualmente la recensione, tutti noi appassionati aspettavamo “Endtroducing…..” con trepidazione e ricordo che nella prima bozza del pezzo scrissi il titolo proprio come appariva sulla cassetta, “Introducing…..Endtroducing”.

(Giosuè Impellizzeri)

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La discollezione di Marco Sapiens

Marco Sapiens (2)Qual è stato il primo disco che hai acquistato nella tua vita?
Il 7″ di “Wordy Rappinghood” dei Tom Tom Club. Come già raccontato in diverse occasioni nonché sulle pagine di Decadance Extra, da ragazzino mi imbucavo nei party americani della base NATO del mio paese natale, San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi. Lì, in una delle prime feste a cui partecipai, sentii questo pezzo uscito da un annetto circa. Lo comprai in un negozietto di piccoli elettrodomestici che vendeva anche dischi e musicassette.

L’ultimo invece?
La ristampa di “A Tribute To Muhammad Ali (We Crown The King)” di Le Stim. Lo cercavo da circa venti anni, da quando lo sentii a Londra in un set di Norman Jay. Finalmente qualcuno ha pensato di resuscitare questo raro gioiello del 1980, un plauso quindi alla Melodies International.

Discollezione Marco Sapiens (1)

Uno scorcio della collezione di Marco Sapiens

Quanti dischi conta la tua collezione? Riusciresti a quantificare il denaro hai speso per essa?
Intorno ai 6000 dischi che sto rimettendo insieme proprio in questo periodo dopo oltre un ventennio di dolorosa diaspora. A causa di ripetuti traslochi, parte dei miei dischi è sparpagliata tra cantine e garage dei vari appartamenti nei quali ho vissuto, oltre ad una parte rimasta in Puglia, nella casa dei miei genitori. Adesso finalmente dispongo di uno spazio dove raccogliere la mia collezione in modo integrale. Non riesco però ad indicare quanti soldi abbia investito in questa passione, ma parliamo comunque di decine di migliaia di euro.

Come è organizzata la tua raccolta? Usi un metodo preciso per ordinarla?
Dopo anni trascorsi coi dischi attaccati al letto ho imparato che la cosa migliore, per me, è catalogarli secondo la memoria visiva. Il “dramma” però è sorto quando mi serviva un disco che sapevo esattamente dove si trovasse ma era distante mille chilometri! Comunque, in linea di massima, il metodo adottato per indicizzarla è quello dei generi/annata.

Segui particolari procedure per la conservazione?
Naturalmente cerco di tenere i dischi sempre ben protetti, facendo comunque un netto distinguo tra quelli da “battaglia” che uso per le serate, e quelli puramente da ascolto. I primi, ad esempio, li privo della copertina originale se particolarmente curata, sostituendola con una sleeve generica in modo da evitare usure. I secondi invece vengono sempre liberati dal cellophane di fabbrica ed inseriti in apposite buste trasparenti che conservano intatta la cover. Tutti, indistintamente, vengono controllati e lavati periodicamente con acqua demineralizzata ed un panno in microfibra. Conservarli in un ambiente asciutto, comunque, resta la priorità.

Discollezione Marco Sapiens (2)

Un’altra parte della collezione di Marco Sapiens

Ti hanno mai rubato un disco?
Qui apro un dolorosissimo capitolo. Fondamentalmente ho subito due grossi furti nella mia carriera. Uno risale ai primi anni Novanta, nel parcheggio di un noto locale. Arrivai lì dopo aver suonato in un altro club, lasciai nel bagagliaio della macchina un flight case con circa un centinaio di dischi nuovi (il più datato avrà avuto al massimo tre mesi). Era un periodo in cui ricevevo settimanalmente tre/quattro pacchi di promo da tutte le etichette poiché lavoravo come advisor per una compagnia discografica, quindi quella valigetta conteneva davvero di tutto. Una volta arrivato a casa, aprii il portabagagli e lo trovai totalmente vuoto. La seconda doccia fredda risale invece al 2010. Una mattina, dopo essere rientrato da un viaggio in macchina, controllai la cantina in cui avevo depositato un migliaio di 12″. Trovai la porta divelta: avevano rubato 250 dischi ed anche un giradischi Technics SL-1200. Fortunatamente nulla di raro o di particolare valore. Piccola nota che ha dell’incredibile: un paio di anni fa, ad un mercatino nel cremonese, spulciavo nelle ceste dei dischi e mi saltò all’occhio un 12″ che recava il mio timbro. Ero incredulo, era proprio uno di quelli contenuti nel case che mi rubarono in macchina 26 anni prima. Continuai a rovistare e ne vennero fuori altri due, sempre col mio timbro. Insomma, in qualche modo i miei dischi erano arrivati lì dalla Puglia, chissà come e dopo essere passati in quali mani. Sommessamente ed anche con un po’ di emozione, li misi insieme agli altri che avevo scelto e li acquistai.

C’è un disco a cui tieni di più?
Non ne ho uno preferito, è come chiedermi se volessi più bene a mamma o a papà. Però posso tranquillamente dire che se mi chiedessero di suonare un disco un attimo prima della fine del mondo, metterei su senza esitazione “Masterblaster (Jammin’)” di Stevie Wonder, fuoco per qualsiasi sound system.

Discollezione Marco Sapiens (3)

I dischi ordinatamente raccolti da Marco Sapiens

Quello di cui ti sei pentito di aver comprato?
Sfido chiunque a non ammettere di aver acquistato dischi schifosi, di quelli che quando torni a casa e li riascolti pensi “ma ero ubriaco o sotto ipnosi?” Faccio comunque un nome, “Survival Of The Freshest” dei Boogie Boys, comprato ai tempi della sua uscita, nel 1986, d’importazione, coi soldi messi via dalla paghetta settimanale. Un album che dopo un secondo ascolto ho riposto nella parte più alta dell’archivio e per cui, a distanza di ormai 33 anni, chiederei ancora il rimborso.

Quello che cerchi da anni e sul quale non sei ancora riuscito a mettere le mani?
Uno su tutti, “Let’s Dream Together” di The New Age Orchestra. Lo ascoltai per la prima volta credo su un nastro di Charlie Hall, nel 1989, anno della sua uscita. Pensavo fosse una produzione italiana ma dopo averlo fatto ascoltare a qualche negoziante ben fornito seppi che a produrlo fu un danese, chiaramente ispirato dal nostro sound “paradise” di quel periodo. Nessuno riuscì a reperirmene una copia e negli ultimi anni il suo valore ha raggiunto soglie ragguardevoli sul mercato dei collezionisti. Spero lo ristampino prima o poi.

Quello di cui potresti disfarti senza troppe remore?
Ho un “purgatorio” di 300/400 dischi fuori dalla collezione che pian piano sto smaltendo. Roba ricevuta in promo nel corso degli anni e non esattamente in linea coi miei gusti.

Quello con la copertina più bella?
“Kiss This World Goodbye” dei Mtume, un LP che adoro in tutti i suoi aspetti, inclusa la grafica.

Discollezione Marco Sapiens (4)

Un’ultima sbirciata alla raccolta di Sapiens

Estrai dalla tua collezione dei dischi a cui sei particolarmente legato, specificandone le ragioni.

Sine - Happy Is The Only WaySine – Happy Is The Only Way
Un album del ’77 che mi regalò il papà di un caro amico americano quando seppe della mia passione per il DJing, credo intorno al 1986. Lo estrasse dalla sua collezione e me lo donò generosamente dicendomi che un DJ non avrebbe potuto essere tale senza apprezzare Patrick Adams. Aveva ragione.

Plaid - Mbuki MvukiPlaid – Mbuki Mvuki
Nel ’91, quando ascoltai in negozio questo LP, rimasi letteralmente fulminato. Era di una semplicità impressionante ma al tempo stesso geniale nel concepimento, ricco di innovazioni ritmiche e con un sampling stilosissimo. Uno dei brani racchiusi al suo interno, “Link”, resta uno dei miei pezzi preferiti di sempre.

Barry Beam - Radio HeadBarry Beam – Radio Head
Uno dei primi 12″ con cui sono entrato in contatto e che ho mixato. Non ricordo da dove saltò fuori ma rammento che insieme a “You Make Me Feel” di Sylvester fu uno strumento di allenamento per imparare a portare a ritmo due dischi diversi. Saprei riconoscerlo tuttora, solco per solco, per quante volte ho appoggiato sopra la puntina. Piccola curiosità: dalla grafica della label che lo pubblicò, l’americana Aim Records, ha palesemente attinto Ron Morelli per quella della sua L.I.E.S., nata nel 2010.

Simonetti - Pignatelli - Morante - Tenebre (Extended Version)Simonetti / Pignatelli / Morante – Tenebre (Extended Version)
Una bomba. Questo disco, acquistato un paio d’anni dopo la sua uscita nel 1982, rappresenta tutt’oggi un esempio di amalgama ed impatto sonoro/emotivo unico e difficilmente eguagliabile. Entrambe le tracce, “Tenebre” e “Flashing”, sono impeccabili sia nel mix che nel mastering. Qui c’è maestria pura, che va al di là della mera narrazione sonora cinematografica alla quale erano destinate, ma del resto stiamo parlando del cuore dei Goblin. L’ho usato decine di volte per chiudere i miei set.

Deep Blue - Deep BlueDeep Blue – Deep Blue
Sono davvero legatissimo a questo 12″, mi ricorda i miei amati warm up nelle serate della mitica radio Ciccio Riccio dei primi anni Novanta, in Puglia. Quei warm up erano importanti e sentiti, tanto quanto il cuore delle serate. Non a caso si riuscivano a tenere le persone incollate alla pista da mezzanotte alle sei del mattino.

Moodymann - Dem Young Sconies - BosconiMoodymann – Dem Young Sconies / Bosconi
Con questo disco ho seminato il panico appena uscito, nel ’97. Quando cominciai a proporlo in un locale di cui ero resident, in tanti non avevano ancora capito cosa fosse e chi fosse. Avuto con qualche mese in anticipo, lo strasuonai quando questa roba era davvero outsider. Non mi sono mai considerato un DJ alternativo, anzi, ma i dischi di “rottura”, come questo, li ho sempre adorati.

Don Carlos - MediterraneoDon Carlos – Mediterraneo
Chi mi conosce sa quanto il suono house made in Italy di un certo periodo mi abbia caratterizzato. I miei programmi radiofonici, le mie serate, le mie proposte nelle tracklist hanno sempre pullulato di house nostrana per mille ragioni, non campanilistiche ma puramente per merito. Nel corso degli anni abbiamo vantato eccellenti musicisti, chi per devozione, chi per caso, che si sono prestati alla causa. Ciò che hanno creato è qualcosa di unico che attraversa il tempo, le mode ed ogni disquisizione filosofica, insomma è magia da tutelare come mille altre bontà italiane che ci distinguono nel mondo. La scelta di questo EP è simbolica e racchiude una miriade di artisti e prodotti che non smetterò mai di supportare.

Michael Ferragosto - Private Acid Traxs Vol. 1Michael Ferragosto – Private Acid Traxs Vol. 1
Genialità e genuinità allo stato puro. Questo 12″ realizzato da Marcello Napoletano per me rappresenta un insieme di concetti che racchiuderei in due parole, urgenza espressiva. Si parla tanto di omologazione culturale, piattezza, pensiero unico…nel mio immenso piccolo mi emoziono a pensare che un sottobosco di “resistenza artistica” esista ancora, esprimendosi con strumenti non pretenziosi, in questo caso una drum machine ed una Novation Bass Station. Come detto qualche riga fa, non mi reputo un DJ alternativo ma cerco di divulgare, per quello che è nelle mie possibilità, di proporre e promuovere genuinità proprio come questo progetto salentino.

Public Enemy - It Takes A Nation Of Millions To Hold Us BackPublic Enemy – It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back
Un autentico manifesto. Credo che nessuno dei dischi che possiedo mi dia la carica come questo pezzo di plastica. Sempre attuale e costantemente due spanne sopra tutto ciò venuto fuori dal mondo hip hop in trent’anni.

MG² - My House Is Bigger Than Your HouseMG² – My House Is Bigger Than Your House
Il primissimo disco house di cui sono venuto in possesso. Lo ascoltai su un nastro degli Hot Mix 5 che aveva uno dei miei amici americani della base NATO, e a quel punto gli chiesi subito di comprarmi qualche 12″ di quel genere. Ed eccolo arrivare, insieme ad una manciata di altri, direttamente da Chicago. Una reliquia per me.

(Giosuè Impellizzeri)

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