La house e l’italodisco a Chicago: i ricordi di Benji Espinoza della D.J. International

Benji EspinozaLa house music nata negli States è una sorta di disco music realizzata con strumenti contrassegnati da numeri palindromi in larga parte ignorati dai musicisti perché considerati alla stregua di giocattoli o poco più. All’inizio quel filone interessa solo ristrette comunità ma nell’arco di un paio di anni cambia tutto. Da essere un sound edificato con mezzi di fortuna e in modo pressoché amatoriale, la house si trasforma in un affare colossale che da un lato macina creatività e rilevanti intuizioni e dall’altro genera fiumi di denaro. A spingerla, sin dall’inizio, verso le classifiche di vendita enfatizzandone le potenzialità crossover è la D.J. International Records, etichetta indipendente fondata a Chicago da Rocky Jones e dal braccio destro Benji Espinoza. Dalla prima sede, al 1158 W in Chicago Ave, vengono messi in circolazione brani diventati punti cardine del movimento, da “Music Is The Key” dei J.M. Silk a “Love Can’t Turn Around” di Farley “Jackmaster” Funk & Jesse Saunders, da “Move Your Body” di Marshall Jefferson a “Jack Your Body” di Steve “Silk” Hurley passando per “Promised Land” di Joe Smooth e l’hip house di Fast Eddie e Tyree Cooper. Da esperto e navigato venditore di dischi, Espinoza ripercorre l’esperienza nella D.J. International Records, sette anni decisamente pregni di storia.

Quando e come ti sei avventurato nel mondo della musica?
Nell’inverno del 1983 iniziai a lavorare come commesso da Babyo’s, un negozio nella zona nord-ovest di Chicago. Babyo’s era uno dei reporting store di Billboard, quindi ogni settimana le principali case discografiche ci mandavano il materiale promozionale dei loro artisti, come Madonna o Prince. Lì maturai le prime esperienze in marketing e promozione, attività che mi tornarono particolarmente utili un paio di anni più tardi quando uscirono i primi dischi house. Proprio tra le mura del Babyo’s incontrai Julian “Jumpin” Perez che ai tempi curava un programma radiofonico su WRRG. Sponsorizzammo il suo show e diventammo buoni amici. Fu lui a convincermi ad incontrare Rocky Jones anche perché vivevo, da circa un anno e mezzo, un rapporto particolarmente conflittuale col mio capo. A qualche mese da quel meeting, io e Rocky lanciammo la D.J. International Records e da quel momento in poi la house music avrebbe cominciato la sua ascesa. Il primo disco che pubblicammo, “Music Is The Key” dei J.M. Silk, raggiunse la nona posizione nella classifica di Billboard: era la prima volta che il mondo conosceva la musica house.

JM Silk

“Music Is The Key” dei J.M. Silk, primo disco pubblicato dalla D.J. International Records nel 1985 e, secondo Espinoza, anche il primo brano house della storia

A proposito dei primordi discografici della house: nel corso degli anni tantissimi hanno espresso la propria opinione circa il primo disco house pubblicato. C’è chi indica “Music Is The Answer” o “You Got Me Running” del compianto Colonel Abrams, chi “On And On” di Jesse Saunders ed anche chi, invece, opta per “The Music Got Me” dei Visual prodotti da Boyd Jarvis, passato a miglior vita nel 2018. Tu invece?
Non credo si possa parlare di house music in riferimento a pezzi editi prima del 1985, non c’è alcuna documentazione che attesti la nascita del genere prima di quell’anno. Le opinioni che si sono susseguite nel tempo, inoltre, non aiutano ad individuare niente di nuovo perché a parlare sono solo i fatti. “On And On” di Jesse Saunders, “Music Is The Answer” di Colonel Abrams e “The Music Got Me” dei Visual erano tutti brani dance. Il primo disco house invece fu “Music Is The Key” dei J.M. Silk, ed affermo ciò perché venne promosso e marketizzato come disco house sin dall’inizio, riuscendo ad entrare nella classifica di Billboard come dicevo prima. Qualche anno fa domandai a Boyd Jarvis dei Visual se nel 1983 avesse proposto “The Music Got Me” alla Prelude Records come brano house ma mi rispose di no, anche per lui quella era più gergalmente dance music. Jarvis fu gentile con me, sebbene un anno dopo quella domanda mi rimosse dagli amici su Facebook ma non prima di ricevere un suo like su un commento che chiariva proprio l’appartenenza del pezzo dei Visual alla dance e non alla house. La house music nel 1983 non esisteva ancora.

Come ricordi l’avvento della house music a Chicago?
Fu un periodo assolutamente eccitante sotto ogni aspetto. I party, i negozi di dischi, i DJ, gli artisti …davvero tutti furono rapiti da quel nuovo genere musicale che supportarono amorevolmente.

www.marioboncaldo.com

Lo screenshot del sito di Mario Boncaldo in cui il produttore afferma che la house music sia stato “un ennesimo prodotto made in Italy”

Diversi anni fa Mario Boncaldo scrisse sul suo sito: «Nel 1985 da “Dirty Talk” di Klein & MBO Rocky Jones, patron della celebre etichetta D.J. International Records, prese spunto e continuò il trend chiamandolo impropriamente The House Of Chicago. “La Casa di Forlì” sarebbe andata certamente poco lontano! Rifiutai, diverse volte, proposte accorate e suppliche di Rocky che mi voleva con lui a Chicago. Non sempre nella vita si fanno le cose giuste e lo si capisce purtroppo col senno di poi». Nel 2011 però, quando intervistai per la prima volta Jones, mi disse di non aver mai sentito parlare di Boncaldo a Chicago e che a fargli conoscere “Dirty Talk” fosti propri tu. Cosa ricordi di questa vicenda?
Io e Rocky incontrammo per la prima volta Mario Boncaldo al Midem di Cannes, in Francia, nel gennaio del 1987. Venne al nostro stand con l’intento di chiudere qualche accordo e venderci la sua musica, così come ai tempi si usava fare alle fiere di quel tipo. Ci propose diversi brani ma era solo dance/italodisco. Francamente non credo sapesse ancora nulla sulla house music in quel periodo. Gli intenti sono estremamente importanti. Se non c’è niente e nessuno che possa attestare a favore di ciò che, a posteriori, si sostiene di aver fatto, si sta bluffando. “Dirty Talk”, nello specifico, era un pezzo italodisco o dance, Boncaldo non aveva la benché minima intenzione di produrre house music nel 1982 perché la stessa house non era stata ancora inventata.

Molti produttori house di Chicago però, è bene rammentarlo, hanno ripetutamente dichiarato che tra le loro fonti primarie d’ispirazione ci fu anche l’italodisco, ovvero la dance prodotta in Italia sin dai primi anni Ottanta come risposta alla new wave e al synth pop del nord Europa, dopo il declino della disco music. Perché questo genere, piuttosto bistrattato in Italia soprattutto dalla critica, risultò invece seminale sia per la house che per la techno?
Amo l’italodisco! Ascoltai il primo pezzo italo tra la fine del 1980 e l’inizio del 1981, si trattava di “I’m Ready” dei Kano, un autentico successo sia a Chicago che negli States. L’italodisco era un genere molto popolare a Chicago tra il 1982 e il 1986, sia i DJ che i pionieri della house non potevano certamente ignorarla e ne rimasero influenzati. “MB Dance” di Chip E., ad esempio, era una sorta di remix/cover di “MBO Theme” di Klein & MBO.

New York (1986)

Da sinistra: Rob Manley e Mike Sefton della A&M Records insieme a Benji Espinoza e Rocky Jones (New York, 1986)

Quali sono i dieci brani italodisco che, a tuo avviso, hanno inciso maggiormente sui gusti e sull’istinto di coloro che a Chicago si dedicarono alla house dal 1985?
“I’m Ready” dei Kano, “Dirty Talk” ed “MBO Theme” di Klein & MBO, “I Need Love” di Capricorn, “Love-N-Music” di Ris, “Dance Forever” di Gaucho, “Problèmes D’Amour” di Alexander Robotnick (a cui abbiamo dedicato un articolo qui, nda), “Feel The Drive” di Doctor’s Cat, “Hypnotic Tango” di My Mine ed “I’m Hungry” di Stopp.

Come dettagliatamente descritto in questo reportage, a partire dal 1987 anche gli italiani iniziano a produrre house music. Alcuni DJ qui, a dire il vero, cominciano a proporla già tra 1985 e 1986 ma i primi dischi house o filo-house made in Italy giungono sul mercato solo dopo il successo europeo di “Pump Up The Volume” dei britannici M.A.R.R.S. che già apportano sensibili variazioni allo schema della house statunitense. Come consideri la prima ondata italo house, che tocca l’apice tra 1989 e 1990 con le hit internazionali di 49ers, Sueño Latino, FPI Project, Black Box e Double Dee?
L’italo house, analogamente all’italodisco, ebbe un fortissimo successo qui a Chicago. Nel 1989 Julian “Jumpin” Perez e Bad Boy Bill programmavano tantissima house prodotta in Italia su B96, un’emittente radiofonica pop di Chicago, e personalmente ho venduto centinaia di copie di quei dischi nel mio negozio, il D.J. Store. 49ers, Black Box e Double Dee erano tra i più richiesti. Tra le etichette invece ricordo la Irma Records, una delle più amate dai DJ alla ricerca di deep house underground. Brani di Sueño Latino, Jestofunk o Don Carlos sono ancora suonabilissimi, li amo.

Sbirciando le fotografie postate sul tuo profilo Facebook si scorgono anche altri dischi made in Italy, influenzati più dalla euro techno che dalla house, come “The Music Is Movin'” di Fargetta, “We Gonna Get” di R.A.F e il remix di “Thunder” di Mato Grosso realizzato da Digital Boy. Hai apprezzato quindi anche altre diramazioni stilistiche fiorite in Italia?
Certo: R.A.F., Mato Grosso, Fargetta, Lee Marrow e davvero tanti altri vendettero migliaia di copie a Chicago, grazie soprattutto ai citati Julian “Jumpin” Perez e Bad Boy Bill che passavano quei pezzi nei loro programmi su B96, una radio parecchio influente visto che ai tempi aveva circa due milioni di ascoltatori quotidiani. Gran parte di quelle tracce sono considerate a tutti gli effetti dei classici qui a Chicago.

Hip House

I primi album di Fast Eddie e Tyree Cooper editi dalla D.J. International Records tra 1988 e 1989

Alla fine degli anni Ottanta da Chicago prende avvio un altro trend musicale, quello dell’hip house, che conquisterà anche l’Europa (Italia inclusa), specialmente nel primo lustro dei Novanta con 2 In A Room, KC Flightt e gli Outhere Brothers, questi ultimi provenienti proprio dalla “città del vento”. Secondo quanto riportato in un articolo di Frank Owen sul numero di Spin del dicembre 1989, a coniare il termine “hip house” fu Fast Eddie, artista che seguivi in qualità di manager. Come ricordi quella particolare fusione di generi?
Tra la fine del 1987 e il 1988 ero il manager di Fast Eddie e di un altro artista iconico di quel movimento, Tyree Cooper. All’inizio entrambi producevano solo house ed acid (si sentano “The Whop”, “Acid Over” o “Jack The House”, nda). Eddie, in particolare, risultava particolarmente prolifico e così, per creare un diversivo al fine di dare più carattere alle sue tracce, io e Rocky gli suggerimmo di provare ad aggiungere ad esse una parte vocale. Seguì il consiglio e dopo poco tempo ci portò dei brani inediti che copiai su una cassetta per l’amico Julian Perez. Lui apprezzò immediatamente ed inserì quattro di quei pezzi in un set andato in onda su WBMX, che aveva milioni di ascoltatori. Credo che in quel momento si stesse sancendo la nascita dell’hip house a Chicago. Da lì a breve anche Tyree Cooper, incuriosito, iniziò a produrre hip house.

DJ International (around 1989)

Una foto scattata presumibilmente nel 1989 nella seconda sede della D.J. International Records, al 727 della Randolph Street. Il primo a sinistra è Fast Eddie mentre a destra, con la t-shirt bianca, c’è Martin Luna dei Mix Masters

Quali furono le migliori annate per la house music sotto il profilo creativo ed economico?
Non ho dubbi a proposito, i primi due anni di vita, quindi 1985 e 1986, sono stati memorabili. La nostra hit più importante fu “Jack Your Body” di Steve “Silk” Hurley, che nel 1986 vendette tra le 150.000 e le 200.000 copie, solo negli States. Nel 1985 invece di “Music Is The Key” dei J.M. Silk, il primo disco house della storia, ne piazzammo oltre 100.000. È importante però ricordare anche il ruolo centrale della scena newyorkese che avanzava insieme a quella di Chicago. Il mercato discografico di New York era il più rilevante degli Stati Uniti ed aveva già un suo sound, e per questo molti pensarono che la house lì avrebbe difficilmente attecchito ma non fu affatto così, la house music conquistò immediatamente i club della Grande Mela.

Rocky e Benji

Rocky Jones e Benji Espinoza in un recente scatto

Nella seconda metà degli anni Ottanta a Chicago sorsero dozzine di piccole etichette devote alla house, ma le più note ed influenti furono la D.J. International Records e la Trax Records. Come ricordi il dualismo con la struttura di Larry Sherman?
A Chicago si produceva tantissima musica house ma, per ovvi motivi, sia D.J. International Records che Trax Records non avrebbero potuto pubblicarla tutta, quindi sorsero come funghi micro etichette create per dare libero sfogo alla creatività dei produttori. Riguardo l’antagonismo a cui ti riferisci, l’etichetta di Sherman era più orientata ad un sound underground destinato ai club, fatto di house minimale realizzata con pochi elementi, mentre la nostra cercò un approccio maggiormente radiofonico attraverso un suono che potesse diventare globale e quindi abbracciare un pubblico più vasto.

Nonostante entrambe abbiano ricoperto un ruolo centrale nella genesi della house music, sia D.J. International Records che Trax Records collassano pochi anni dopo, quando il business si trasferisce principalmente in Europa, dove è il Regno Unito a fare da traino. A New York resistono solide realtà come Strictly Rhythm, Nu Groove o Nervous Records, ma a Chicago pare che quasi tutto finisca in cenere, fatta eccezione per poche etichette come Dance Mania o House Jam Records. Come mai?
La D.J. International Records si distinse dal 1985 al 1991. Nel corso di quel periodo la house music assunse nuove forme e diramazioni generando sottogeneri come l’acid house, la deep house o l’hip house, ma gli anni Novanta videro la netta ascesa della techno che tolse inesorabilmente spazio e terreno alla house, soprattutto nelle classifiche di vendita. Nel 1991, dopo circa sei anni, iniziai a pensare di lasciare la D.J. International Records, cosa che effettivamente feci tra il 1992 e il 1993, quando non ero più soddisfatto di cosa stessimo facendo. La techno divenne un fenomeno imponente e la house music tornò nell’underground. Fortunatamente non mancò chi, come la Cajual Records di Green Velvet, si adoperò attivamente per riportare la scena di Chicago agli antichi splendori.

Ritieni ci sia stato un artista o un brano in particolare ad aver reso la house music un fenomeno internazionale?
No, penso che la house sia diventata globale in virtù della sua intensità come genere musicale e non grazie ad un artista nello specifico. Certo, ci furono produttori come Farley “Jackmaster” Funk o “Steve “Silk” Hurley che raggiunsero i vertici delle classifiche di vendita europee e questo senza dubbio aiutò non poco la house a consolidarsi a livello planetario, ma resto del parere che ad affermarsi fu il genere piuttosto che un brano o un interprete.

Benji e Maurice Joshua (2013)

Benji Espinoza insieme a Maurice Joshua, altro decano della scena house chicagoana

Riguardo il DJing invece, oggi chi potrebbe rappresentare meglio la figura chiave di questa professione?
È difficile stabilirlo perché esistono migliaia di DJ rappresentativi nel proprio filone. Ralphi Rosario nel tribal, Derrick Carter o Roy Davis Jr. nel suono più underground, Green Velvet nella techno … probabilmente il posto d’onore spetterebbe a Frankie Knuckles, se fosse ancora vivo.

Ci sono anche tanti DJ sottovalutati. Chi meriterebbe di più?
Oggi un DJ deve essere necessariamente anche un produttore ed incidere il pezzo giusto per far valere le proprie qualità. Di talenti sparsi nel mondo e purtroppo ignorati ne esistono tantissimi.

DMC London (1987)

Espinoza (al centro) e Rocky Jones (il primo da sinistra) presso la Royal Albert Hall di Londra dove sono in giuria per i campionati DMC (1987)

Come giudichi il panorama odierno?
Da quando le regole del gioco sono cambiate penso sia nato una sorta di divario tra la house music e i DJ. Mi spiego meglio: prima della nascita della house, il DJ era solo un DJ, ovvero selezionava e mixava musica altrui. Poi divenne anche produttore, creando i propri brani. Adesso invece il DJ è un artista in senso lato più vicino alla figura del performer, e a portarlo verso questo nuovo ruolo credo siano stati i rave dei primi anni Novanta. Nel 1999 Bad Boy Bill mi disse che avrebbe smesso per un po’ di tempo di esibirsi come DJ per concentrarsi maggiormente sulla produzione, attività che avrebbe portato benefici alla sua carriera. Fece la cosa giusta.

Cosa vedi negli anni che verranno?
Già da qualche tempo assistiamo alla rinascita del vinile che sostituirà le vendite dei file digitali perché il disco assicura un margine di guadagno più alto all’artista. Personalmente auspico il ritorno dell’underground che potrebbe aiutare a far riemergere la scena house di Chicago. Le solide basi della house music furono gettate proprio nell’underground, è da lì che bisogna ripartire.

(Giosuè Impellizzeri)

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Twenty 4 Seven – I Can’t Stand It (Freaky Records)

Twenty 4 Seven - I Can't Stand ItAlla fine degli anni Ottanta c’è un gran fermento: la house music proveniente dagli Stati Uniti inizia ad essere “trapiantata” in Europa configurandosi a tutti gli effetti come il genere più adatto per sostituire italodisco ed eurodisco che hanno retto per quasi l’intero decennio. Da Chicago, inoltre, arriva anche la hip house che, come suggerisce il nome stesso, incrocia hip hop ed house aprendo nuove parentesi creative. È un momento epocale, moltissimi compositori si lanciano a capofitto nella nuova scena dance che promette un apporto costante di novità.

Tra questi anche Ruud van Rijen, nato in Belgio ma cresciuto in Olanda, che nel 1988 incide “Rock This World” firmandolo come Drivin’ Force, un puzzle in cui incastra decine di sample (tra cui lo strausato ‘Woo! Yeah!’ ed un frammento vocale di “Bad Girls” di Donna Summer) con una metodologia analoga a quella dei M.A.R.R.S. ma con un risultato che suona più vicino all’electro/hip hop dei primi anni Ottanta di Afrika Bambaataa, Hashim, Jonzun Crew o Egyptian Lover. «Fu il primo disco che realizzai. Prima di quello mi limitai a fare solo qualche remix per varie etichette» racconta oggi van Rijen. «Avevo un campionatore Akai S612 con cui potevo suonare solo un sample alla volta e registrare appena pochi secondi. La drum machine era la Roland TR-505 e ricorrevo al registratore a bobine Revox B77 per creare loop di più suoni. Non avendo ancora il computer, registravo con l’aiuto di uno Steinberg SMP 24».

Quello di Drivin’ Force è un pezzo discreto ma nulla di epocale. Nel 1989 però avviene qualcosa che, in modo del tutto inconsapevole, porta van Rijen a risultati ben diversi. Ispirato in modo complementare dall’hip house di Chicago e dalla piano house proveniente dall’Italia, compone un brano destinato a restare negli annali e soprattutto a diventare un prototipo dell’eurodance. «La prima versione demo di “I Can’t Stand It” che realizzai era di stampo hip hop con una parte vocale da me eseguita al vocoder. In quel periodo in cima alla dance chart olandese c’era “Get Busy” di Mr. Lee che adoravo. Decisi così di campionarne un pezzetto e sovrapporlo ad un riff di pianoforte per renderlo orecchiabile, al rap di Ricardo e al ritornello di Nance. Registrammo la parte di quest’ultima per oltre quaranta volte perché usavamo un microfono non professionale. Continuavo a non essere soddisfatto del risultato e ad un certo punto lei cominciò a piangere, esausta. A quel punto decisi di campionare le parti che mi sembravano meglio riuscite ed ottenni il ritornello (“stimolato” da quello di “The Party Just Began” di Sydney Fresh, nda). L’ispirazione del testo invece venne pensando a tutte le guerre che attanagliavano il mondo, al Sud Africa, a Nelson Mandela e al razzismo. Ecco perché il ritornello recitava “I can’t stand it no more” (non posso più sopportare). Il brano divenne un buon successo in Olanda e i DJ che lavoravano nella radio nazionale lo passavano spesso nei loro programmi».

Per questa nuova avventura discografica van Rijen sceglie due amici, il rapper Ricardo Overman alias MC Fixx It (pochi anni dopo coinvolto dalla Media Records in alcuni brani dei Cappella ed Anticappella), e la cantante Nancy Coolen, la sopracitata Nance. «Il sabato e la domenica facevo il DJ al Freebird, una discoteca di Asten, in Olanda. I miei gusti erano prevalentemente legati all’hip hop e tecnicamente, a livello di mixaggi e scratch, mi difendevo piuttosto bene, vinsi anche alcuni concorsi nazionali. Ricardo e Nancy li incontrai proprio in quel locale. Ai tempi trascorrevo l’intera giornata a mixare, scratchare e produrre, era la mia passione. Sentivo di lavorare 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana e per questa ragione scelsi Twenty 4 Seven come nome di quel nuovo progetto».

“I Can’t Stand It”, inizialmente pubblicato dalla Freaky Records di Eindhoven, scavalca presto i confini olandesi per diventare un successo internazionale e lanciare una formula stilistica che diventerà lo standard per l’eurodance prodotta nel successivo quinquennio. «Fu il primo disco in cui figuravano insieme un rapper e una ragazza. Sino a quel momento invece il rap era riservato esclusivamente a voci maschili, come ad esempio avveniva nei pezzi di Kurtis Blow o in “Rapper’s Delight” della Sugarhill Gang. Quel mix tra uomo e donna fu copiato da un numero incredibile di artisti noti degli anni Novanta, e sono veramente orgoglioso di ciò. Il disco vendette più di un milione di copie ricevendo riconoscimenti in tantissimi Paesi europei. Purtroppo non ricordo bene quali strumenti utilizzai ma qui ho raccolto ordinatamente molte fotografie scattate in tutti i miei studi di registrazione, incluso il primo».

Nonostante l’enorme ed inaspettato successo però, pare che qualcosa all’interno dei Twenty 4 Seven vacilli, almeno secondo la percezione che si prova dall’esterno. Il rapper di colore Ricardo Overman abbandona improvvisamente lasciando disorientati i fan. «Firmammo un accordo con la BCM Records, una casa discografica tedesca intenzionata a gestire il progetto su scala mondiale, e fummo costretti a registrare nuovamente il tutto nei loro studi, in Germania. Al direttore e fondatore della BCM Records, l’inglese Brian Carter, però non piaceva il rap di MC Fixx It, a suo avviso la pronuncia non era all’altezza della situazione. Così lo congedò offrendogli un mucchio di soldi e lui accettò di buon grado. A sostituirlo fu un altro rapper, Tony Dawson-Harrison, meglio noto come Captain Hollywood. Lo incontrai una mattina e gli chiesi di scrivere il nuovo testo da rappare e dopo solo poche ore eravamo già pronti per registrare il pezzo».

La nuova versione di “I Can’t Stand It” (per cui viene girato un nuovo videoclip, simile al precedente) finisce nel primo LP dei Twenty 4 Seven intitolato “Street Moves”, licenziato in molti Paesi europei ma anche in Canada, Argentina, Brasile, Australia e Venezuela. Il singolo viene pubblicato pure negli States dalla Arista ma col nome variato in Twenty 4th Street ad insaputa dell’autore: «Non so spiegare il motivo di quella modifica, ad oggi è ancora un mistero. Non mi dissero nulla e probabilmente la ragione è legata ad una questione di diritti: il nome Twenty 4 Seven era di mia proprietà e quindi cercarono un escamotage per gabbarmi». In Italia invece, dove “I Can’t Stand It” viene inserita nella colonna sonora del cinepanettone “Vacanze Di Natale ’90”, l’album arriva attraverso la Five del gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi. «Non ho mai avuto alcun contatto con chi prendeva in licenza la mia musica, la casa discografica mi trattava come uno stupido ed adesso capisco più che bene le ragioni. Ho sempre amato la musica italiana, soprattutto l’italodisco e l’italodance, sono un fan di Whigfield e di Eros Ramazzotti, senza dimenticare Al Bano & Romina Power».

Da “Street Moves” viene estratto il singolo “Are You Dreaming?” rappato ancora da Captain Hollywood che però da lì a breve lascia il gruppo di van Rijen. Questo secondo abbandono decreta un biennio (1991-1993) di quasi totale inattività per i Twenty 4 Seven. «La BCM Records fece firmare a Tony Dawson-Harrison un contratto che valeva solo per un album. Dopo l’uscita di “Street Moves” mi riferirono che lui preferiva concentrarsi sulla propria carriera da solista (nel 1992, con la produzione dei Cyborg DMP, nasce Captain Hollywood Project e la hit “More And More”, nda) e questa scelta mi rammaricò non poco. Ebbi l’impressione che il lavoro svolto sino a quel momento stesse per finire in fumo e che dovessi ricominciare tutto da capo. Tempo dopo seppi però che il suo abbandono fu causato da varie truffe perpetrate dalla casa discografica e non dalla voglia di prendere le distanze da me. Anche io, proprio come lui, ero vittima di quel sistema ma non lo sapevo ancora. Eravamo molto giovani e lasciammo che ciò avvenisse senza farci troppe domande. Un vero peccato».

Questi problemi minano la serenità di van Rijen che riesce ad incidere un nuovo album solo nel 1993. Per “Slave To The Music”, edito dalla Indisc/CNR, si avvale delle voci di Nance e di un nuovo rapper, Stacey ‘Stay-C’ Seedorf, entrambi immortalati in copertina anche per il seguente “I Wanna Show You” del ’94. “Slave To The Music” è anche il titolo del singolo che funziona bene in Germania e nei Paesi nord europei ma che passa totalmente inosservato da noi. Il quarto (ed ultimo) album è “Twenty 4 Hours A Day, Seven Days A Week”, del ’97, in cui Nance viene rimpiazzata da Stella, ma per Twenty 4 Seven il tempo del successo globale ormai è solo un lontano ricordo.

«Porterò sempre nel cuore gli anni Novanta, ed ammetto che ritrovare “I Can’t Stand It” nella colonna sonora del film “Dying Young” (“Scelta d’amore – La storia di Hilary e Victor” da noi, nda) con Julia Roberts fu veramente entusiasmante. Vedere il mio nome tra i titoli di coda di un film di quella portata era qualcosa che potevo solamente sognare. Gli anni Novanta inoltre mi hanno insegnato che credere in un progetto e seguire il proprio cuore può portare a risultati inimmaginabili. Se senti di voler fare qualcosa nella tua vita devi farla senza dare peso a ciò che dicono gli altri. Non importa se sarà dura raggiungere la meta, gli eventi faranno il resto. Quando iniziai a produrre musica non pensavo affatto di trasformare quella passione in una professione, ma ciò invece accadde. Il film/documentario “The Secret”, recentemente trasmesso da Netflix, descrive esattamente cosa è accaduto a me. Sono felice che altri artisti/compositori eurodance abbiano preso spunto o copiato le mie idee. Ciò significa che quello che avevo fatto poteva piacere anche ad altri, e quindi lo considero come un autentico complimento. Nei primi tempi trascorsi in studio riuscivo a strimpellare su una tastiera usando un solo dito. Per suonare la parte di pianoforte di “I Can’t Stand It” ci misi più di tre ore e non so quante altre per trovare i relativi accordi. Non sapevo davvero nulla di musica ma avevo un buon orecchio e come DJ sapevo di cosa avesse bisogno il pubblico e quindi provai a fare un brano con quelle caratteristiche. Adesso ho 53 anni e mi esibisco ancora ogni settimana come DJ oltre a lavorare quotidianamente in studio. Ogni giorno, da ormai una quindicina d’anni a questa parte, imparo qualcosa in più sulla produzione musicale e sulla tecnologia. Ora il mio desiderio è incidere un nuovo grandioso album e spero di vincere anche l’Eurovision Song Contest un giorno. Insomma, ho ancora dei sogni che vorrei vedere trasformati in realtà». (Giosuè Impellizzeri)

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Hip House, alti e bassi di un genere storico

hip houseUna strana storia quella della Hip House, ibrido tra Hip Hop ed House che alla fine degli anni Ottanta trova il suo momento di gloria grazie a diversi artisti come Fast Eddie, Kool Rock Steady (cugino di Afrika Bambaataa prematuramente scomparso nel 1996) e Jungle Brothers, riuscendo poi, periodicamente, ad arrivare nelle classifiche con varie produzioni. Inizialmente il terreno più fertile è senza dubbio l’America (Chicago in primis), ma pian piano il suono di questi frizzanti brani contagia anche l’Europa, anche perché tali influenze riescono a contaminare progetti che strizzano l’occhio al mainstream, come Technotronic, C&C Music Factory, Snap! o Rob ‘N’ Raz.

L’Italia vive il fenomeno Hip House con grande partecipazione, giacché molti DJ cavalcano l’onda di questo successo e anche le radio iniziano ad inserire brani nelle loro playlist (Jovanotti, su Radio DeeJay, è uno tra questi). Parlando del 1990 ad esempio, i 2 In A Room riescono a fare capolino nelle chart con “Wiggle It”, brano che sfocia nel suddetto mainstream grazie ad un ritornello orecchiabile che, un po’ a scoppio ritardato, qualche anno dopo influenza (mentre imperversa ormai l’Eurobeat) svariati progetti che riescono a fare dell’Europa la loro terra di conquista più che il proprio Paese d’origine. The Outhere Brothers, ad esempio: “Pass The Toilet Paper” svetta in tutte le classifiche nella primavera del 1994 e per il trio (poi diventato duo) di Chicago è un trionfo, seguito da “Don’t Stop” (prodotto interamente in Italia dalla Time Records di Giacomo Maiolini), “La La La Hey Hey” e “Boom Boom Boom”.

A questo punto la Hip House diventa “catchy”, sia negli arrangiamenti che nelle parti rappate, e nel biennio ’94/’95 molti seguono con grande successo questo filone. Reel 2 Real con “I Like To Move It”, 740 Boyz con “Shimmy Shake”, 2 In A Room con “El Trago”, KC Flightt con “Bang!”, 20 Fingers con “Short Dick Man”, Greed con “Pump Up The Volume” e diversi altri arricchiscono il tutto, utilizzando sonorità attualizzate, come gli inglesi N-Trance che coinvolgono per i loro brani il compianto rapper Ricardo Da Force, in precedenza collaboratore dei KLF (ai tempi di “The White Room”).

Come per tanti generi però arriva un momento di saturazione, e mentre il mercato Dance e i gusti musicali dei giovani si spostano verso un suono Progressive, per l’Hip House giunge una battuta di arresto dopo l’estate del 1996. Un canto del cigno che chiude un periodo dorato ancora oggi ricordato con grande piacere da appassionati ed addetti ai lavori. (Luca Giampetruzzi)

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