I Signori Della Galassia – Iceman (Rifi)

I Signori Della Galassia - IcemanNegli ultimi anni Settanta fiorisce un particolare filone musicale legato a doppio filo alla fantascienza, alla conquista dello spazio, alle astronavi e alla ipotizzata invasione di creature extraterrestri. Potenzialmente infatuata dalla serie infinita di cartoon nipponici a base di robot umanoidi e tecnologie futuristiche, dal successo cinematografico di “Star Wars” di George Lucas e dall’aspetto esteriore dei sintetizzatori che sembrano davvero provenire dall’equipment di navicelle spaziali, una schiera di compositori si dedica a musica ballabile ma diversa dalla disco in stile “La Febbre Del Sabato Sera” ormai prossima al declino. Il battito in quattro della cassa, il cosiddetto “four-on-the-floor”, diventa la piattaforma sulla quale innestare una gamma di suoni nuovi, soluzioni armonico-melodiche inedite, voci robotiche, arpeggi psichedelici e soprattutto bassi corposi, magnetici e martellanti.

I nomi-traino che fanno presa sul grande pubblico sono quelli dei Kraftwerk – non inclini alla disco ma eccelsi traghettatori della musica robotizzata, di Giorgio Moroder e dei Rockets, ma nel contempo si sviluppa un sottobosco assai fitto di artisti che incideranno a fondo, inconsapevolmente, sui gusti delle generazioni future. Parecchi sono francesi come gli Arpadys di Sauveur Mallia (che nel frattempo spopola coi Voyage facendo leva sulla tradizionale disco funk), i Droids, i Grand Prix di Jean-Pierre Massiera dei Visitors, Charlie Mike Sierra, i Milkways, gli Universal Energy di Bernard Estardy dei L.E.B. Harmony, i Mayordom, i Black Devil di Bernard Fevre e Jacky Giordano col cult “Disco Club”, Frédéric Mercier, i Moon Birds, gli Araxis e i più noti Space di Didier Marouani, che nel ’77 eseguono “Magic Fly” al Disco Mare di Selinunte, «una manifestazione canora estiva organizzata dai disc jockey Gianni Naso e Tony Ruggero che si rivolgeva soprattutto ad un pubblico giovane, quello che frequentava le discoteche» come scrive qui Massimo Emanuelli il 14 maggio 2018. Dall’Austria si fanno sentire i mascherati Ganymed (la loro “It Takes Me Higher”, del ’78, in Italia viene usata come sigla del cartone animato giapponese “Gaiking”) e in parallelo emerge la britannica Dee D. Jackson, quella di “Automatic Lover” e “Meteor Man”, prodotta a Monaco di Baviera dai coniugi Gary e Patty Unwin. Sempre nel 1978 il percussionista londinese Brian Bennett, dedito perlopiù a jazz, soul e colonne sonore cinematografiche e televisive, incide un album in cui il funk viene mandato nell’iperspazio, “Voyage (A Journey Into Discoid Funk)”, e una cosa simile la fa sia il connazionale Adrian Wagner, pronipote di Richard Wagner, che nel ’79 realizza il moroderiano “Disco Dream And The Androids” ispirato dal possibile rapporto affettivo tra androidi, sia lo statunitense Mandré di cui abbiamo parlato dettagliatamente in Decadance Extra, dal ’77 sotto contratto per la Motown di Berry Gordy seppur con risultati commerciali più contenuti rispetto a quelli di colleghi che militano nella scuderia della stessa etichetta. L’onda contagia pure il chitarrista rock canadese Hugh Dixon che nel ’78 incide, coadiuvato dall’ingegnere del suono Billy Szawlowski, “Paradise Frame” del progetto omonimo ritenuto un autentico santo graal per i collezionisti, lo svedese Hans Edler che nel ’79 dà alle stampe “Space Vision”, e i sovietici Zodiac che nel 1980, ancora studenti al conservatorio, affidano alla Melodiya “Disco Alliance” che vende migliaia di copie. Insomma, a conti fatti si assiste ad un’autentica invasione di musica disco spaziale denominata, banalmente, space disco, che pare annunciare un ritorno alla space age pop seppur con un suono radicalmente diverso, accompagnata da una esplicativa controparte grafica e visiva destinata a copertine ed abbigliamento dei protagonisti.

Space Disco artwork gallery

Una carrellata di copertine di alcuni dei tanti LP in stile space disco. Le illustrazioni rivelano una palese aderenza a temi spaziali e fantascientifici

Qualcosa avviene anche in Italia: nel ’79 il musicista Sergio Ferraresi immerge i pezzi library di uno dei volumi della collana “Horizons”, ovvero “Galaxi”, in atmosfere sci-fi e li marchia con titoli inequivocabili, “Silent Stars”, “Satellit”, “Voice Space”, “Kripton”, “Lunar Dream”, “Song Of Marzian”, “Asteroid”, giusto per citarne alcuni. Gli Automat (Claudio Gizzi e Romano Musumarra) invece nel ’78 consegnano alla EMI l’album omonimo realizzato interamente con l’MCS-70 programmato da Mario Maggi. Quello stesso anno debutta una band ligure che si inserisce in pieno nel filone della space disco, mantenendo però intatti nel proprio telaio stilistico forti retaggi prog rock. Pure in questo caso il nome, I Signori Della Galassia, non lascia spazio a dubbie interpretazioni. Il leader e fondatore, Franco Delfino, è attivo già da qualche anno nel settore della discografia. Milita nella band de Le Volpi Blu ma nel contempo arrangia e scrive musica per terzi firmandosi Caw, oltre ad incidere l’album “New Group” per la Bang!! Bang!! di Giorgio Oddoini e il 7″ “Electronic System” in coppia con Giuseppe Damele, per la Golden Record.

«Damele stava allestendo uno studio di registrazione casalingo ed io, in qualità di suo ex allievo, mi ritrovai a gestire le modeste apparecchiature di cui peraltro sapevo poco e nulla» racconta oggi Delfino. «Iniziai a comporre da ragazzino ma, come allora accadde a molti, non potevo firmare i brani in quanto non iscritto alla S.I.A.E. come autore. Il lavoro discografico iniziò musicando, su commissione, pezzi di vari parolieri, effettuando anche la successiva realizzazione su nastro. Adottai lo pseudonimo Caw per facilitare le eventuali programmazioni, vista la brevità. Però era un lavoro di “quantità” più che di qualità, e faccio fatica persino a ricordarmi cosa abbia realizzato in quei frenetici anni. Diverso invece è il caso de Le Volpi Blu, il complesso più longevo a cui ho preso parte, incidendo una quantità di 45 giri che non saprei quantificare ed esibendomi nei locali da ballo di Piemonte e Liguria, con saltuarie escursioni in zone più lontane. Partecipammo anche al Festival di Sanremo nel 1975 col brano “Senza Impegno” ottenendo passaggi in Rai e in varie tv private, oltre ad essere coinvolti in uno special con Vasco Rossi e manifestazioni tipo Free Show. Insomma, una storia lunghissima».

Come annunciato poche righe fa, I Signori Della Galassia debuttano nel 1978 su un 7″ dalla tiratura minima probabilmente mai messo in commercio (e ad oggi non ancora presente nel database di Discogs), che serve a sonorizzare una trasmissione Rai. La band nasce dalla collaborazione tra i componenti di più gruppi attivi nel savonese: il cantante Manuel Guastavino, il tastierista Luigi Mosello e il citato Franco Delfino provengono da Le Volpi Blu, il batterista Beppe Aleo da Il Sigillo Di Horus e il chitarrista Bruno Govone da Il Cerchio D’Oro. A loro si aggiungono il bassista Sergio Babboni e il chitarrista Paolo Marcelli. «I Signori Della Galassia nacquero per sopperire ad un’attività espressamente discografica derivata dalla mia passione per quel tipo di musica e dall’interesse che nutrivo nei confronti dei primi sintetizzatori» spiega Delfino. «Fondamentalmente era una band sviluppata da una costola de Le Volpi Blu a cui si aggiunse qualche altro musicista a seconda delle esigenze (soprattutto per i cori). Non ci fu nessuna reale fusione tra i complessi insomma. Il nome del gruppo derivava dalle mie letture di fantascienza (forse le stesse che convinsero Giorgio Pezzin a lanciare la saga “Topolino E I Signori Della Galassia” nel 1991? nda) ma non ricordo più da dove trassi esattamente l’ispirazione».

I Signori Della Galassia - Qualcosa Si Crea, Nulla Si Distrugge

La copertina del primo album de I Signori Della Galassia, uscito nel 1978 sulla Magic Record

Nel ’78 la Magic Record mette sugli scaffali dei negozi anche il primo album del nuovo gruppo di Delfino, “Qualcosa Si Crea, Nulla Si Distrugge”, un titolo che pare ammiccare al vecchio postulato di Lavoisier. All’interno si sente prevalentemente rock e brani cantati ma ci sono due pezzi, “Vulcano”, che in certi punti pare proto EBM, e “Fermate La Reazione”, perfetti per anticipare la svolta nel segno di un suono futuristico, rimarcato anche dalla copertina con ambientazione spaziale, concretizzato in toto nell’LP seguente. Nonostante il trascorrere dei decenni lo abbia trasformato in una rarità collezionistica, Delfino non lo ricorda piacevolmente: «Quel disco fu realizzato su commissione, doveva contenere canzoni volute dal discografico. Riuscii ad inserire solo qualche brano scritto e composto secondo il mio gusto, quindi dietro quell’esperienza non si celò davvero nessuna ambizione. Come se non bastasse la pasta del vinile utilizzata era di qualità infima e il vinile scricchiolava dall’inizio alla fine. Inoltre la copertina era veramente orrenda».

Delfino, Aleo

Franco Delfino e Beppe Aleo in una foto scattata presumibilmente nel 1978

Da quell’album la Magic Record estrae un paio di singoli su 7″ ma non accade quasi niente. Nel ’79 Delfino e soci passano alla Rifi di Giovanni Ansoldi ed incidono il secondo (ed ultimo) album, quello che fornisce maggior lustro e caratterizzazione alla band. “Iceman” si muove entro coordinate protese verso il prog rock, lo space rock ed ovviamente la space disco. Brani come “Proxima Centauri”, la title track “Iceman”, “Sub”, “Archeopterix” e “Tutankhamon”, oltre alle sopraccitate “Fermate La Reazione” e “Vulcano” reinserite nuovamente in tracklist, definiscono in pieno la cifra stilistica del gruppo ligure. «Approdammo alla Rifi con la piena collaborazione della Magic Record ma realizzammo “Iceman” non sapendo se avrebbe mai avuto una collocazione. Scrissi tutti i brani, insieme ai miei amici/collaboratori, con la massima libertà e senza il desiderio di seguire un genere particolare. Peraltro non conoscevo musica diversa dal pop fatta eccezione per “Radioactivity” dei Kraftwerk che credo sia stato il brano ad avermi stimolato di più. A lavoro ultimato volli annoverare i già editi “Fermate La Reazione” e “Vulcano” perché li ritenevo particolarmente omogenei con tutto il resto. Se ben ricordo la strumentazione che adoperammo era composta da un synth semi modulare Korg PS-3200, un Minimoog, un organo Pari, un sintetizzatore Solina, un piano Fender Rhodes e un Moog Satellite. Non rammento quanti giorni furono necessari per finalizzarlo ma non molti, sebbene lo composi nei ritagli di tempo. Tutto era molto istintivo, non c’era niente di scritto fatta eccezione per testo e linea melodica. La lavorazione prevedeva quasi tutta la stesura fatta da me con le tastiere. Poi toccava al batterista, ai cantanti (che facevano anche i coristi) e, dove serviva, al chitarrista. Il tutto venne assemblato con un mini mixer e passato su un registratore Studer ad 8 tracce. Dati gli scarsi mezzi a nostra disposizione, dovevamo ingegnarci e trovare soluzioni che potessero ovviare ad inconvenienti o limiti tecnici sorti in corso d’opera. In “Tutankhamon”, ad esempio, figurava una singola nota di canto che durava molte misure ma poiché non c’erano ancora i campionatori a venire in soccorso per creare i loop, fummo costretti a metterci tutti davanti al microfono e quando uno terminava il fiato subentrava l’altro senza soluzione di continuità. Autore del quadro finito in copertina fu invece un pittore di Varazze, Michele Spotorno, che mi permise gentilmente di utilizzarlo. I dirigenti della Rifi non mostrarono alcuna perplessità quando gli portammo il master. L’unica cosa che mi chiesero fu il numero di tracce con cui il disco era stato realizzato. Per non sembrare uno sprovveduto risposi 16, esattamente il doppio di quante ne avessimo usate, e a quel punto annuirono sostenendo che con così poche tracce a disposizione non avrei potuto fare certamente di più (gli studi delle band facoltose disponevano già di registratori a 24 tracce!). Non ho idea di quante copie abbia venduto e non so neanche come abbia reagito la critica. Non ho mai visto neppure la cassetta! Per me la cosa più importante era che il disco fosse uscito. Qualche tempo fa mi è capitato di vedere il filmato di una mega discoteca all’estero (forse I-f in azione a Rotterdam il 31 dicembre 2008?, nda), dove qualche migliaio di persone ballava sulle note di “Iceman”. Questo mi lascia presumere che probabilmente il disco sia stato distribuito anche oltralpe, almeno la versione del mix 12″, formato prediletto dai DJ delle discoteche».

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I Signori Della Galassia in un advertising pubblicitario del 1979

Analogamente ad altri artisti che aderiscono alla corrente della space disco, anche I Signori Della Galassia adottano un’immagine pubblica connessa col tipico immaginario collettivo da narrativa fantascientifica. I loro costumi dalle tinte vivaci non passano inosservati al pubblico nostrano di allora, e il fatto che armeggino con strumenti elettronici li definisce la «risposta italiana ai francesi Rockets», come nel ’79 scrive un giornalista su Onda Musica, supplemento del settimanale Onda Tivù. «Il loro nome è altamente pretenzioso perché autonominarsi padroni dell’intera galassia senza l’autorizzazione dei governi di quei sistemi non è da poco e può essere anche pericoloso. Ma il nome serve a giustificare il tipo di musica spaziale, piena di suoni fantascientifici e di effetti galattici». E prosegue: «Il gran lavoro in sala d’incisione provoca le ire dei fonici che accompagnano in serata i “signori”, perché non è facile riprodurre in discoteca quei suoni studiati in sale attrezzatissime». In un’altra recensione dei tempi “Iceman” viene descritto invece come «un album realizzato con cura ed organico nell’impostazione, che riesce a distinguersi per diversi momenti carichi di mordente e non privi di suggestione (più, forse, nelle parti strumentali che nei cantati). Il gruppo sfoggia una tecnica solida e disinvolta, preferendo l’impatto di una comunicazione diretta su schemi già collaudati al vero e proprio lavoro di ricerca, ma l’ascolto è indubbiamente gradevole».

“Proxima Centauri”, supportato da un videoclip promozionale, viene utilizzato come sigla della trasmissione televisiva “Sfera Di Cristallo”. La band di Delfino inoltre viene ospitata in un programma condotto da Dino Crocco su Telecity: a rivedere oggi la registrazione si ha l’impressione che il compianto Crocco non fosse proprio avvezzo a quel tipo di musica, ma sono anni di assoluto pionierismo e in cui tutto è in divenire. Saranno molteplici infatti le interviste ed apparizioni che a posteriori risulteranno strampalate o imbarazzanti (una su tutte quella ai Depeche Mode ospiti da Mike Bongiorno a “Superflash” nel 1983). Inoltre ai tempi sono davvero in pochissimi, soprattutto nella sfera pop italiana, ad usare sintetizzatori, strumenti considerati “artificiali” quindi generatori di musica priva di genuinità ed autenticità. Per la rivoluzione new wave/synth pop bisogna attendere ancora qualche anno e l’italo disco, che sdoganerà in modo definitivo i suoni sintetici al grande pubblico, è ancora lontana. «Il videoclip di “Proxima Centauri” venne realizzato nella minuscola tv privata di un nostro amico senza l’intervento e supporto dell’etichetta» rammenta Delfino. «A livello promozionale usufruimmo di vari passaggi televisivi che però ho totalmente rimosso dalla mia memoria. Qualche tempo fa un’associazione di entusiasti fan mi ha regalato un filmato girato in Rai: non ricordavo nemmeno di essere stato lì, seppur le immagini attestino l’esatto contrario. Fummo ospiti di parecchie tv private e, come è facilmente immaginabile, il pubblico si divideva a metà. Per fortuna nei nostri brani era sempre presente una certa linea melodica che non ci faceva odiare dagli ascoltatori più tradizionalisti».

ISDG @ Free Show Estate

I Signori Della Galassia durante l’esibizione alla rassegna Free Show Estate: da sinistra Franco Delfino, Beppe Aleo, Manuel Guastavino e Bruno Govone

È proprio la linea melodica ad avere la meglio in “Luce”, singolo inedito con cui I Signori Della Galassia tornano nel 1980. In copertina il nome viene sintetizzato nella sigla-acronimo SDG e i membri sono ridotti a tre elementi, Delfino, Aleo ed Enrico Cazzante, quest’ultimo proveniente ancora dalla formazione de Le Volpi Blu. Sul piano stilistico il brano accantona totalmente le sperimentazioni di matrice elettronica di “Iceman” e tende invece a riallacciarsi ai contenuti del primo album. «Qualcuno può aver pensato ad imposizioni da parte della casa discografica ma la scrittura di “Luce”, come del resto l’uso dell’acronimo SDG, fu del tutto casuale. Componevo sempre senza pensare al come e al cosa» chiarisce Delfino. «Casuale fu anche la presenza in copertina di Cazzante, un bravissimo cantante deceduto poco meno di un anno fa, che se ben ricordo non ebbe mai niente a che fare coi Signori Della Galassia. Sia i volti in copertina, sia le adesioni alle manifestazioni erano fattori del tutto fortuiti, dipendevano banalmente da chi fosse disponibile in quel determinato momento. Insomma, nella nostra attività non c’era veramente niente di programmato a tavolino».

SDG - Luce

La copertina di “Luce”, ultimo singolo inciso da I Signori Della Galassia nel 1980

“Luce” è anche l’ultimo singolo de I Signori Della Galassia di cui non si parlerà più per anni. La band finisce nell’immenso calderone delle meteore, giunta da una galassia lontana e sparita celermente, proprio come un corpo celeste, nel buio dello spazio. Qualcuno però, poco più di una decina di anni fa, la (ri)scopre e la reintroduce ad una nuova generazione di appassionati che per la space disco prova un rispetto quasi reverenziale. Nel 2009 il tedesco Mick Wills sceglie I Signori Della Galassia per uno dei suoi DJ set mixati promozionali che manda in giro per l’Europa ma pare sia stato l’olandese I-f, tra i principali fautori del recupero dell’italo disco, il primo a dare nuova forza ad “Iceman” che nel 2008 viene rimessa in circolazione in formato digitale in un’inedita versione strumentale dall’australiana M Division Recordings e nel 2010 viene stampata, pare illegalmente, su 12″ dalla tedesca Safety Copy nel penultimo dei dieci volumi dedicati a musica del passato. Ci penserà tre anni più tardi la Medical Records di Seattle, sapientemente guidata dall’oncologo Troy Wadsworth, a ristampare l’intero album “Iceman” (con l’aggiunta di “Luce” ed “Eliane”), col benestare dell’autore. «Le ragioni per cui l’avventura de I Signori Della Galassia terminò furono diverse» continua Delfino. «Quando stavamo preparando la formazione col fine di affrontare il futuro in modo più professionale, alcuni componenti si tirarono indietro, non se la sentirono di lasciare il proprio lavoro, seppur provvisoriamente. A quel punto non aveva più senso proseguire col progetto e da lì a breve anche la Rifi chiuse i battenti. Troy Wadsworth, che ha ristampato l’album nel 2013 sulla sua Medical Records con la mia autorizzazione, è una persona splendida. Ha venduto tutti gli LP, in una magnifica confezione, già in fase di preordine. Una reunion de I Signori Della Galassia? Purtroppo la morte avvenuta qualche anno fa di Manuel Guastavino, il cantante con cui ho condiviso la vita e centinaia di registrazioni, mi ha demotivato molto. Tuttavia continuo a scrivere e a registrare, ma solo per la mia casa editrice, canzoni e musiche per sale da ballo. Ad oggi sono oltre 1600 i brani che ho composto ed inciso, credo di aver svolto a sufficienza il mio lavoro. Non ho mai ambito a diventare miliardario però, mi bastava guadagnare da vivere e poter stare nel mio paesino sul mare. Un amico che vive in Polonia mi ha chiesto ripetutamente una reunion ma de Le Volpi Blu. Sostiene che lì ci avrebbero fatto ponti d’oro» conclude Delfino. (Giosuè Impellizzeri)

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Flemming Dalum, memoria storica dell’italo disco

Flemming DalumSono trascorsi ormai venti anni da quando l’italo disco è ricomparsa sui radar della discografia e in certi club, tornando a pulsare di nuova vita e rivelandosi uno dei filoni maggiormente battuti dagli amatori e collezionisti. Come scrive Claudio Coccoluto in “Io, DJ”, nel 2007, «l’italo disco è la musica più alla moda, quella degli ultra patinati», ed è curioso che ciò accada proprio in quel momento storico, legato ai suoni della rivoluzione digitale. Sino alla fine degli anni Novanta infatti, l’italo disco rappresenta un segmento creativo pacchiano e definitivamente archiviato, persino rinnegato da alcuni dei suoi stessi protagonisti. Poi però qualcosa cambia ed iniziano a (ri)emergere con inedito vigore tracce sepolte sotto la polvere della memoria, specialmente quelle sfortunate dal punto di vista commerciale e per questo oggetto di forte interesse e talvolta di spietate speculazioni. Dopo oltre un decennio di continue novità, insomma, è la musica del passato ad ispirare i produttori del presente. Un autentico faro nel mare magnum dell’italo disco dimenticata è Flemming Dalum, dalla Danimarca, uno che negli anni in cui quella musica nasce ed inizia a diffondersi nel mondo, si rivela disposto a fare incetta di quasi tutto il materiale sul mercato sobbarcandosi onerosi viaggi in Italia in un periodo in cui il low cost aereo e l’e-commerce non esistono ancora. Nell’ultimo quindicennio Dalum diventa uno dei “ponti” che conducono ad un mondo sonoro che sembrava irrimediabilmente caduto nell’oblio, e i suoi numerosissimi set mixati contraddistinti da tracklist-maratona, edit e remix lo rendono, di fatto, una delle maggiori memorie storiche dell’italo disco. Eccolo alle prese con la sua prima intervista in italiano.

Suppongo che il tuo interesse per la musica sia sbocciato prima della nascita dell’italo disco. Com’era la scena danese degli anni Settanta ed Ottanta?
In Danimarca, in quegli anni, o eri un rocker ed ascoltavi gli Slade e gli Sweet, o eri un fan della disco ed inseguivi gli ABBA. Non c’era molto altro. Nel 1981 iniziai a suonare in una band con alcuni amici delle scuole superiori. Ero il tastierista e con me portavo un Korg Polysix, un piano elettrico Horner ed un piccolo sintetizzatore ARP. Ci esibivamo suonando le cover delle hit più note dei tempi e nel contempo ci cimentavamo in produzioni inedite in stile pop. In quel periodo mi accorsi che il suono dei sintetizzatori stesse entrando sempre più spesso nei successi discografici, suppongo perché il costo degli stessi divenne più accessibile sia per i musicisti, sia per coloro che volevano sperimentare musica con nuovi suoni. I sintetizzatori, così, mi aprirono la porta d’accesso verso un universo sonoro inedito e tra 1981 e 1982 adocchiai subito gruppi come Depeche Mode, Yazoo, Simple Minds, Blancmange e Human League. In particolare l’album di questi ultimi intitolato “Dare!” ebbe un impatto incredibile sul mio gusto musicale, come del resto accadde coi Soft Cell e la loro cover di “Tainted Love” di Gloria Jones. Le band britanniche synth pop dei primi anni Ottanta erano davvero fortissime. Poi, nell’autunno del 1982, un amico tornò dall’Italia dove aveva trascorso le vacanze, portando con sé alcuni dischi comprati lì e mi invitò a casa per ascoltarli insieme. Tra quei dischi c’erano “Spacer Woman” di Charlie (di cui abbiamo parlato qui, nda), “Robot Is Systematic” di ‘Lectric Workers, “Chinese Revenge” di Koto e “Stop” di Valery Allington. In quel momento fui completamente rapito da quanto stessi ascoltando, era musica che a me sembrava ancora più elettronica e spaziale di quanto avessi sentito sino a quel momento attraverso gli artisti britannici. Nel 1983 quello stesso amico mi propose di fare un viaggio a Milano dove avremmo comprato insieme un mucchio di dischi di quel tipo direttamente dai distributori come Il Discotto e Discomagic. Ai tempi non era ancora praticabile la vendita per corrispondenza tra Paesi geograficamente lontani o comunque non era facile come oggi, e per questa ragione facemmo un lungo e dispendioso viaggio da Aarhus a Milano. Curiosità: poco tempo dopo il mio amico mollò l’italo disco e ci perdemmo completamente di vista. Non lo sento da quel periodo.

Flemming Dalum (1983)

Un giovane Flemming Dalum intento a mixare (1983)

Quando hai iniziato invece a praticare il DJing? C’è stato qualcuno ad introdurti alla cosiddetta “arte del mixaggio”?
Cominciai a fare il DJ praticamente nello stesso periodo in cui mi appassionai di sintetizzatori, intorno al 1981, nella mia stanzetta. Il setup iniziale era composto da due giradischi senza pitch control, un effetto delay Washburn WD-1400, un mixer Citronic ed una piastra a cassetta con tasto pause manuale, che mi permetteva di fermare la registrazione esattamente in battuta e riprenderla dopo aver cambiato disco. Qualche tempo dopo, intorno al 1983, acquistai due giradischi Technics SL-1200MK2 che mi resero “dipendente” dall’arte del mixaggio in modo definitivo. L’ispirazione giunse da compilation come “Big Apple Mix” con cui mi innamorai dei megamix, e da DJ come Jan Edouard Philippe alias Jonathan, tra quelli che mi colpirono di più perché durante i suoi mixaggi pareva che i dischi si parlassero tra loro! Si senta, ad esempio, il passaggio tra “Happy Song” di Baby’s Gang e “Get Up Action” di Digital Emotion, nella compilation “Strike” edita da Il Discotto nel 1983, oppure quello tra “Are You Loving?” di Brand Image e “Mister Game” di Klapto, in “Hula Hoop” e “Masterpiece N° 1”, entrambe ancora su Il Discotto. In seguito adorai i primi “Italo Boot” della ZYX, la serie dei “Disco Breaks” di Peter Slaghuis e i primi due volumi di “Max Mix” editi dalla spagnola Blanco Y Negro curati da Mike Platinas e Javier Ussia. Senza omettere i mixtape provenienti da Disco Mastelloni, un negozio di dischi fiorentino gestito da Roberto Bianchi (intervistato in Decadance Extra, nda) che registrava cassette con intro veramente spaziali.

Torniamo all’italo disco e al momento in cui in te si accese la fiamma per questo genere.
Come anticipavo prima, la mia passione per l’italo disco nacque in una frazione di secondo. Fui radicalmente conquistato da quella musica e l’entusiasmo per essa divenne sempre più forte al punto da spingermi a venire in Italia per ben undici volte tra 1983 e 1986. In quegli anni visitai le principali etichette/distributori come Il Discotto, Discomagic e Non Stop, parecchi negozi di dischi come Merak, a Milano, Disco Più a Rimini e Disco Mastelloni a Firenze, ed altrettante discoteche come l’Altro Mondo Studios e il Cellophane (entrambe a Rimini), il Plastic, l’Odissea Due e il Mistral, tutte a Milano.

L’italo disco nasce come risposta italiana all’electronic disco/hi NRG di Patrick Cowley e Bobby Orlando, all’eurodisco post moroderiana (inclusa la parentesi space disco) e alla new wave/synth pop del Nord Europa, dopo la débâcle della discomusic degli anni Settanta. Insomma, un sunto nato dalla sintesi (e talvolta dalla copia) di elementi tratti da correnti stilistiche plurime ma che, inconsapevolmente, decreta lo sviluppo della proto dance che poi avrebbe compiutamente assunto forma con house e techno, i due generi che rappresentano le radici della club culture contemporanea. Tu, all’inizio, come percepisti l’italo disco?
La amai praticamente da subito perché possedeva qualcosa di audace e mai sentito prima. Era come se i musicisti avessero apportato delle modifiche tecniche ai propri sintetizzatori per generare un suono nuovo. Gli artisti italo ambivano anche a diventare star internazionali seppur disponessero di risorse piuttosto limitate, ma con quelle riuscivano a fare cose incredibili. Se ben ricordo Franco Rago e Gigi Farina erano intenti a testare un nuovo sintetizzatore et voilà, in poche ore, durante un pomeriggio, nacque uno dei loro capolavori senza tempo, “Robot Is Systematic” di ‘Lectric Workers. Quella follia e magia permea molti altri dischi italo di allora, contrariamente a quanto nel contempo accadeva invece in tante hit prodotte (e sovrapprodotte) in studi milionari in Gran Bretagna. Alcuni anni più tardi però, dopo aver conosciuto il successo e i grandi numeri, le produzioni iniziarono a ruotare su suoni dall’appeal più internazionale. Intorno al 1986 l’italo disco perse la magia che me ne fece innamorare pochi anni prima e si trasformò in più canonica e banale eurodisco.

Music Mecca e Mekka

In alto l’interno del Music Mecca nei primi anni Ottanta, quando è ancora dedito al rock e al blues (l’uomo biondo a destra è il proprietario); in basso l’esterno del negozio dopo essersi trasformato in Mekka Import con predilezione per l’italo disco

Per comprare dischi di genere italo eri costretto a raggiungere l’Italia oppure riuscivi a tenerti aggiornato attraverso negozi danesi specializzati in materiale d’importazione?
Dopo i primi viaggi a Milano mi resi conto di avere bisogno di un apporto più frequente di quel tipo di prodotti. Contattai così il proprietario del Music Mecca, un negozio di dischi appartenente ad una catena sparsa in più città danesi ma orientato prevalentemente al rock e al blues, chiedendogli di dare la possibilità ad un mio amico, che parlava fluentemente la lingua italiana, di telefonare ai vari distributori come Il Discotto, Discomagic e Non Stop ed ordinare il materiale. Lo convinsi e in questo modo riuscii ad approvvigionare la mia collezione anche quando non potevo recarmi fisicamente in Italia. Non intendevo però fare business, i dischi ordinati finivano esclusivamente nella mia collezione personale, non ho mai pensato di rivenderli per guadagnare. Ho usato questa “strategia” per molti anni, probabilmente una decina, anche quando nei miei interessi non c’era più solo l’italo disco ma generi nati in seguito come new beat, house e techno. Il proprietario del negozio di dischi rimase sorpreso da quel nuovo modo di fare acquisti, poi io compravo praticamente tutto quindi non poteva che esserne felice. Poco tempo dopo il negozio accantonò materiale rock e blues e si trasformò in una postazione specializzata in dischi italo d’importazione e le vendite schizzarono alle stelle. Cambiò persino nome in Mekka, forse uscendo dalla catena Music Mecca, e conobbe l’apice di popolarità quando, intorno al 1986, Peter Slaghuis (meglio noto come Hithouse, nda) lo visitò mentre era ad Aarhus, credo per una serata insieme a Bianca Bonelli come Video Kids. Pare che quel giorno abbia comprato tantissimi dischi al Mekka. Sfortunatamente non ero lì, mi sarebbe piaciuto tantissimo conoscerlo.

le fatture dei distributori italiani

Le fatture dei dischi acquistati in Italia da Flemming Dalum dai grossisti milanesi (Il Discotto, Discomagic e Non Stop)

Come e cosa ricordi dei viaggi in Italia di cui parlavi prima?
Attraverso quei viaggi capii presto che la mia passione per l’italo disco stesse diventando qualcosa di più di semplice collezionismo. Sentivo l’esigenza di prendere letteralmente tutto ciò che mi capitava sottomano. Ogni volta che mi recavo dai distributori scoprivo così tanti dischi da sentirmi spaesato. La maggior parte di quel materiale non sarebbe mai giunto in Danimarca e ciò lo rendeva ancora più attrattivo. Per me posti come Il Discotto e Discomagic erano autentici paradisi. Alcuni miei amici che mi accompagnavano furono altrettanto rapiti dall’italo disco al punto da spendere praticamente tutto il denaro in dischi dimenticandosi di risparmiare qualcosa per comprare da mangiare. Risultato? Pochi giorni dopo la fame e la sete si fecero sentire e si videro costretti ad entrare nei supermarket e trangugiare in segreto Coca-Cola per evitare la disidratazione. Insomma, un ottimo esempio per far capire quanto ai tempi fosse realmente estrema la nostra passione per l’italo disco. Venni in Italia con ogni tipo di mezzo di trasporto, dall’aereo all’automobile passando per il treno e l’autobus. Un viaggio di ritorno con quest’ultimo, in particolare, lo ricordo come uno tra i più complicati. Dovevamo trasportare ben seicento dischi che, comprensibilmente, occupavano un mucchio di spazio. Inizialmente l’autista ci chiese di metterli nel baule ma questo era proprio accanto al motore e il calore avrebbe potuto danneggiarli. In qualche modo riuscimmo a convincerlo a farceli portare all’interno del bus ma occupando due posti anziché uno. Sempre quella volta facemmo un piccolo incidente nel centro di Milano. Dopo aver trascorso ore a fare shopping (di dischi ovviamente!) eravamo molto stanchi, quindi scaricammo le scatole del materiale e lasciammo l’auto presa a noleggio, una Fiat Uno bianca, lì in strada. Tornammo la mattina dopo ma la macchina era sparita. Un vigile ci disse che alcuni cretini avevano parcheggiato proprio sui binari del tram creando un ingorgo infernale. Per recuperare l’auto fummo costretti a raggiungere la periferia della città, in un deposito. Non dimenticherò mai la signora anziana che sghignazzava sonoramente mentre salivamo sulla Fiat Uno…

dischi nella Fiat Uno (1986)

Flemming Dalum e due amici mentre caricano una Fiat Uno, presa a noleggio, coi dischi comprati a Milano (1986)

Come anticipavi qualche riga fa, durante i tuoi “pellegrinaggi discografici” in Italia hai avuto modo di andare anche in alcune discoteche come Cellophane, Pata Pata ed Altro Mondo Studios. Che effetto ti fecero?
Il live dei Creatures all’Altro Mondo Studios è una delle ragioni del mio amore sconfinato per l’italo disco. Non avevo mai visto niente di simile, né prima né dopo, seppur sia stato in tantissimi club. Il loro spettacolo era davvero qualcosa di alieno, fatto di giochi di laser e robot che ballavano prima che emergesse un’astronave dalla pista del locale. Utilizzavano un effetto neve e i membri del gruppo erano abbigliati in modo unico, sembravano personaggi vecchi di diversi secoli e piombati sulla Terra dallo spazio. Riuscimmo ad entrare nella navicella, cosa che, come rimarcato più volte dallo staff, era letteralmente impossibile ma dopo aver supplicato il manager ottenemmo il benestare. All’interno uno dei miei amici si emozionò tantissimo e quello fu uno dei momenti più suggestivi e toccanti della sua vita, un’esperienza che lo ha colpito ancora di più rispetto alla recente morte di suo nonno. Insomma, fare ingresso nella navicella dei Creatures per noi rappresentò qualcosa di epocale, un vero e proprio rituale. Un’altra volta, sempre all’Altro Mondo Studios, sentimmo la necessità di prendere una boccata d’aria perché bevemmo troppi drink e birra. All’esterno del locale ci imbattemmo, in modo del tutto casuale, proprio nei Creatures! Purtroppo eravamo ubriachi e non in grado di parlare con loro. Ancora oggi rimpiango di non essermi fatto una foto insieme.

Al Cellophane ed Altro Mondo Studios (1986)

Tre scatti risalenti al 1986: in alto Flemming Dalum ed amici davanti al Cellophane, al centro i tre sostano all’ingresso dell’Altro Mondo Studios, in basso Dalum all’interno dell’Altro Mondo Studios

Nel 1991 hai curato, per l’etichetta scandinava Power Dance, la compilation “Teknopower 1” che al suo interno annoverava solo brani tratti dal catalogo della Media Records, da DJ Professor & Francesco Zappalà ad Antico, da Mig-23 a 49ers ed R.F.T.R., giusto per citarne alcuni. Dopo il collasso dell’italo disco hai continuato quindi ad acquistare e seguire musica dance prodotta in Italia?

Teknopower 1

La copertina di “Teknopower 1”, compilation curata da Flemming Dalum per la Power Dance nel 1991

In quel periodo, mentre studiavo all’università per diventare ingegnere elettronico, mi mantenevo con un lavoretto presso un negozio di dischi. Diversi label manager venivano lì e spesso scambiavo quattro chiacchiere con loro. Uno di essi rimase molto colpito dalla mia passione per l’italo disco e mi propose di stilare la tracklist di una compilation esclusivamente con pezzi italiani. Accettai e devo ammettere che fu divertente ritrovarmi coinvolto in quel progetto. Selezionai alcuni dei brani più forti usciti quell’anno dagli studi della Media Records ed ebbi anche modo di entrare piacevolmente in contatto col team dell’etichetta di Gianfranco Bortolotti. Quando tutto era pronto chiesi ad un artista, Henrik Koitzsch, di disegnare la copertina: è sempre emozionante vedere le proprie idee trasformate in qualcosa di tangibile come la copertina di un disco. Ad ispirarmi furono le illustrazioni di alcuni dischi italiani come quelle realizzate da Alessandro Porta e Franco Storchi rispettivamente per Koto e i Time.

Quali erano le etichette italiane che tenevi maggiormente d’occhio nel post italo disco?
Ho sempre mantenuto vivo l’interesse e l’attenzione per la dance italiana acquistando tantissimi dischi house, techno ed hardcore. Le mie etichette preferite erano DFC, Flying Records, Evolution Records, Italian Style Productions (sublabel della Time) ed ovviamente la Media Records e le svariate label correlate.

Intorno alla fine degli anni Novanta, poco prima dell’esplosione dell’electroclash, l’italo disco comincia a pulsare nuovamente e diventa un modello ispirativo per una nuova generazione di compositori ed artisti. C’è chi sostiene che l’artefice di questa rinascita sia stato l’olandese I-f, altri invece attribuiscono tale merito al tedesco DJ Hell e ai numerosi artisti da lui messi sotto contratto per l’International Deejay Gigolo che viveva uno dei suoi momenti migliori. Come la pensi in merito?
Parecchi ritengono che il revival italo sia stato innescato dal primo volume di “Mixed Up In The Hague” registrato da I-f a novembre del 1999, ma è innegabile che DJ Hell abbia ricoperto un’altrettanto rilevante influenza in quel particolare ripescaggio stilistico. Rimasi stupito dal ritorno dell’italo disco e, per puro caso, cercai la parola “italo” su Google nel 2003 e scoprii CBS – Cybernetic Broadcasting System, la web radio di I-f (nel 2008 diventata Intergalactic FM, nda) che per anni è stata una piattaforma perfetta ed essenziale per gli amanti dell’italo. Divenni amico di Ferenc che nel decennio successivo ha gentilmente ospitato tantissimi dei miei set sulla sua radio. Realizzare mix italo disco all’inizio del Duemila era decisamente divertente perché la maggior parte del repertorio non era conosciuta e soprattutto inclusa in un database come Discogs. Chi seguiva i programmi di CBS rimaneva stupito ogni volta che passavo un disco sconosciuto e ciò mi motivò moltissimo. Adesso invece, a circa quindici anni di distanza, gran parte delle produzioni italo disco sono regolarmente elencate su Discogs e disponibili su YouTube, quindi facilmente accessibili a chiunque.

nel parcheggio de Il Discotto (estate 1986)

Flemming Dalum immortalato nel parcheggio de Il Discotto nell’estate del 1986. La fotografia viene utilizzata per decorare il CDr “Dance Of The Obscure Robot” edito dalla Panama Racing esattamente venti anni più tardi (2006)

Credo che tra i tuoi primi set diffusi su CDr ci sia stato “Dance Of The Obscure Robot”, edito nel 2006 dalla Panama Racing, una delle etichette di I-f. Parlacene.
Effettivamente “Dance Of The Obscure Robot” è stato uno dei primi mix che realizzai per la CBS di I-f, ebbe un fortissimo impatto sul pubblico che seguiva l’italo, probabilmente sia per la tracklist che ospitava tantissimi pezzi sconosciuti, sia per la mia tecnica di mixaggio. Mixo musica sin dai primi anni Ottanta ma adesso preferisco sondare nuove possibilità creative attraverso la moderna tecnologia. Inoltre amo inserire quanti più pezzi possibili (“Dance Of The Obscure Robot” ne conta ben 58, nda) perché in tal modo sprono l’ascoltatore a cercare e comprare il disco, qualora gli piaccia particolarmente. Sono orgoglioso e felice di aver ispirato tante persone nell’ultimo quindicennio. Tra i tanti, in “Dance Of The Obscure Robot”, c’era “Somewhere In The Night” dei francesi Stereo, un brano totalmente dimenticato ma che per gli appassionati è diventato immediatamente un cult ed alcuni anni più tardi è stato persino ripubblicato (dalla Minimal Wave di Veronica Vasicka, nda). Esempi di questo tipo rappresentano la ragione per cui ho realizzato così tanti mix, ossia diffondere ed ispirare la nuova generazione e nel contempo onorare la memoria dei vecchi artisti in una sorta di tributo. Nel corso del tempo tantissimi compositori mi hanno contattato dimostrando gratitudine per essermi ricordato di loro inserendo i relativi brani nelle mie compilation e dandogli, venticinque/trent’anni dopo, una seconda possibilità. In circa 38 anni di DJing ho realizzato centinaia di set mixati, da quelli registrati con metodo tradizionale ovvero un mixer e due giradischi (“Tape Mix” del 1985, i tre volumi di “The Amazing Run In The Tube”, “Lost Within The Fog And Strobe” o “CBS Megamix” che nel 2005 mi consentì di vincere il contest di CBS) a quelli frutto di elaborazione digitale con Ableton Live come “The Cybernetic Guide To The Galaxy”, “The Last Days Of Italo Disco”, “Flowing Through My Veins Of Steel”, “Boogie Down Milano”, “Boogie Down Rimini”, “Boogie Down Firenze”, “Italo Fetish”, “The Dark Side Of Italo”, “The Early Days Of Italo”, “The Holy Grail Of Italo” e davvero tantissimi altri.

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in alcuni commenti lasciati sul web relativi alla moltitudine di dischi e CDr non ufficiali provenienti dal Nord Europa (inclusi i tuoi): chi scriveva lamentava il fatto che nessuna delle label interessate pare abbia pagato i relativi diritti ad artisti ed etichette, rendendo quei prodotti materiale “pirata” perché privo di alcuna autorizzazione. Come rispondi in merito?
Sono coinvolto solo ed esclusivamente nel processo creativo, mixo, edito o remixo a seconda dei casi. Per tutto ciò che concerne il resto, bisognerebbe rivolgersi alle etichette che mettono in circolazione quei prodotti, che siano dischi o CD/CDr.

Per alcuni dei tuoi mix, editi dall’etichetta australiana Mothball Record, sei stato affiancato da un certo Filippo Bachini: chi è?
A partire dai primi anni Duemila, quando l’italo disco ha cominciato a riconquistare attenzione, ho fatto amicizia con diversi collezionisti di dischi sparsi in tutto il mondo. I social network non esistevano ancora ma si frequentavano i forum e quello di CBS era un posto in cui ci si poteva imbattere davvero in tantissimi cultori dell’italo disco. Adesso praticamente tutti sembrano essere connessi grazie al ciberspazio offerto da internet e dai social network. Proprio grazie a Facebook alla fine di ottobre del 2010 sono entrato in contatto con l’italiano Filippo Bachini, probabilmente il più grande collezionista al mondo di italo disco seppur conosca alcuni olandesi che possono vantare raccolte altrettanto eccezionali. Filippo condivise con me tanti dischi sconosciuti e così un giorno gli proposi di rendere pubbliche alle nuove generazioni tutte quelle gemme dimenticate. Apprezzò l’idea ed unimmo le forze realizzando i quattro volumi della serie “Lost Treasures Of Italo Disco”. A quel punto un altro amico, George Hysteric della Mothball Record, decise di farne una edizione limitata su CDr come tributo per tutti quegli artisti che, con sorpresa, rivedevano pulsare di nuova vita le proprie produzioni ormai dimenticate. Alcune di esse sono state ristampate e questa cosa mi rende davvero felice. A proposito di reissue: Mothball Record e Bordello A Parigi hanno recentemente rimesso in circolazione “Space Melody” di R°A, un pezzo sconosciuto pubblicato dalla Videostar (sublabel della VideoRadio fondata da Beppe Aleo, membro de I Signori Della Galassia, nda) nel 1988 che inserii già in “Dance Of The Obscure Robot”. George Hysteric ha rintracciato l’artista, che ora vive a Berlino, ed ha chiuso un accordo per ristampare il disco.

Quanti dischi conta la tua collezione?
Intorno al 2000 ne avevo circa 25.000 ma la mia ex moglie era piuttosto stanca di trovare dischi sparsi per tutta la casa e fui costretto a stiparne 10.000 in cantina. Dodici anni più tardi venni intervistato da una radio danese e il giornalista mi chiese di vedere i dischi conservati laggiù. Aprii una scatola e, con grande sorpresa, mi accorsi che le copertine si erano rovinate a causa dell’umidità. Guardai meglio e mi resi subito conto che purtroppo il danno non fosse circoscritto alle sole copertine ma interessasse anche la plastica. A malincuore, quindi, ho dovuto buttare ben 10.000 dischi della mia raccolta. Adesso ne ho, approssimativamente, 15.000.

Con la collezione di dischi

Flemming Dalum e la sua collezione di dischi in un recente scatto

L’anno scorso è uscita “ZYX Italo Disco In The Mix”, compilation edita dalla tedesca ZYX, tra le aziende discografiche europee più rilevanti connesse (anche) all’italo disco e di cui abbiamo parlato qui. Come consideri la collaborazione stretta con l’etichetta fondata dal compianto Bernhard Mikulski?
Per me è un grande onore lavorare con una label leggendaria come la ZYX e sono davvero felice di vederla nuovamente impegnata sul fronte italo. Sta ripubblicando vecchi dischi con cadenza mensile, i progetti sono pianificati sino al 2020. È un piacere vedere che le nuove generazioni abbiano la possibilità di acquistare le ristampe di brani usciti decenni addietro con bonus remix realizzati da me. Per “ZYX Italo Disco In The Mix” ho scelto alcuni dei pezzi più forti ed iconici del campionario italo, e sono orgoglioso del risultato raggiunto. La ZYX mi ha chiesto di realizzare anche una nuova versione della collana “Italo Boot Mix”: il ricordo non può che andare al 1983, quando acquistai il primo volume! Il CD è uscito quest’estate ed è stato un privilegio, per me, dare il contributo ad una serie così importante per gli amanti del genere, oltre che un’ottima opportunità per mettere in risalto le mie doti “miscelatorie”. Per l’occasione ho cercato di ricreare l’effetto dei “dischi che si parlavano” nelle compilation che ascoltavo da ragazzo. A tal proposito si senta il passaggio tra “Talking To The Night” di Brian Ice e “The Night” di Valerie Dore, in cui sono celate citazioni di altri pezzi. Ascoltando attentamente la sequenza intera si potranno scovare molti di questi espedienti creativi. Sto già ricevendo diversi feedback positivi e congratulazioni e di questo non posso che gioire.

A cosa stai lavorando al momento?
Ho recentemente completato il remix per uno dei miei pezzi italo preferiti, “Let It Show” di Nico Band. Amo profondamente l’originale ed intendevo realizzare una versione che la tributasse egregiamente, così ho sostituito la prima metà dell’assolo di synth con un suono più nuovo, mantenendo quasi inalterata la seconda. Al tutto ho aggiunto una nuova parte ritmica, nuova linea di basso ed ovviamente nuovi arrangiamenti, sebbene simili a quelli originali. L’uscita è prevista per la fine di settembre, su ZYX. Qualche giorno fa invece è stato pubblicato, sempre su ZYX, il mio remix di “Future Girl” di The Fashion, un pezzo uscito originariamente nel 1984 su Discomagic. Ho optato per una struttura più semplice al fine di rendere il risultato più potente. Ho aggiunto anche la mia voce, effettata col vocoder. Tra i lavori ultimati c’è pure il remix di “Don’t Runaway” di Myxoma, un altro cult del catalogo Discomagic risalente al 1984 ed interpretato dal mitico Fred Ventura. Ho risuonato quasi tutto con grande rispetto per la versione originale. Sono molto felice che la ZYX mi abbia chiesto di realizzare questo remix la cui pubblicazione è prevista per il prossimo novembre.

Ormai l’italo disco non è più un genere proveniente esclusivamente dall’Italia. Cosa pensi della nuova generazione che la produce, dislocata in ogni parte del mondo?
Ritengo sia bellissimo che così tanti artisti sparsi per il globo stiano cercando di creare un sound italo, ciò contribuisce a tenere vivo lo spirito di questo genere. Molti hanno aggiornato l’italo disco in una forma moderna con suoni più “freschi”, seppur senza grossi stravolgimenti. Personalmente però resto legato ai suoni della prima italo, quella “originale” insomma.

Come immagini l’italo disco degli anni a venire?
Sono assai stupito di come il ritorno dell’italo disco stia reggendo da così tanto tempo, ormai sono trascorsi circa venti anni da quando si sono riaccese le attenzioni su essa, e questo è incredibile. La cosa mi ha lasciato sorpreso perché solitamente la maggior parte dei generi annessi al revival vive periodi assai più brevi, pertanto penso che l’italo disco sia tornata per restare. Probabilmente è un genere che include qualcosa di magico al punto da affascinare anche le nuove generazioni. È altrettanto interessante osservare come il revival della scena italo sviluppato nell’ultimo quindicennio abbia generato un nutritissimo numero di etichette. Alcune hanno preferito percorrere strade diverse e cercare di individuare un nuovo fenomeno di revival, altre invece hanno perseguito l’intento spronando grosse compagnie a tornare operative in tal frangente, come ad esempio la citata ZYX.

Te la sentiresti di stilare una top five?
Certo, ma non seguendo un ordine di importanza:

Klapto – Mister Game (a cui abbiamo dedicato un articolo qui, nda)
Tutto ciò che amo dell’italo disco è racchiuso in questo brano eccezionale, 100% italo, ormai un capolavoro leggendario, dal suono unico e magico prodotto dal duo formato da Walter Bassani e Marcello Catalano.

WindLuxury
Italo piuttosto underground, audace quanto potente. Un pezzo unico nel suo genere.

Steel Mind – Bad Passion
La prima volta che lo ascoltai, nel 1982, rimasi fulminato. Sound veramente epico. Uno dei dieci dischi che ha determinato il mio amore vitale per l’italo disco.

Peter Richard – Walking In The Neon
Incredibile capolavoro che regge il passare degli anni, prodotto da un dream team di tutto rispetto formato da Franco Rago, Gigi Farina e Celso Valli. Molto spaziale, un vero viaggio attraverso la galassia.

‘Lectric Workers – Robot Is Systematic
Un pezzo che presentò un suono decisamente nuovo ed inedito ai tempi della pubblicazione, nel 1982. Un altro di quei dieci dischi che ha segnato indelebilmente la mia vita.

Come consideri l’Italia, al di là della prospettiva strettamente musicale?
Amo l’Italia, il suo popolo, la sua cultura, il suo clima … ed ovviamente il suo cibo e il suo vino. Negli ultimi anni sono tornato diverse volte ma non più per comprare dischi, la mia collezione ormai la ho completata nel 1986. Ho trascorso le vacanze in Toscana dove ho bevuto un vino eccelso. Sfortunatamente non parlo italiano ma negli anni Ottanta, durante i miei numerosi viaggi dettati dall’amore per l’italo disco, ho sentito così tante volte la lingua italiana da familiarizzare con essa e riuscire a capire qualcosa.

(Giosuè Impellizzeri)

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Charlie – Spacer Woman (Mr. Disc Organization)

Charlie - Spacer WomanQuello dei Charlie è un brano incasellato nell’italodisco più per convenzione e collocazione storica che per stile. Uscito nel 1983, annata dorata per l’elettronica ballabile prodotta in Italia, si cala in un’ambientazione spaziale non nuova ad un certo tipo di dance music. A tal proposito si sentano pezzi come “It Takes Me Higher” degli austriaci Ganymed, “Meteor Man” ed “Automatic Lover” della britannica Dee D. Jackson oppure “On The Road Again” dei francesi Rockets, quasi tutti del ’78, senza dimenticare la quasi omonima “Spacer” di Sheila & B. Devotion, che però al mondo spaziale aderisce maggiormente col video piuttosto che col suono, o la misconosciuta Andromeda col brano omonimo.

Ad armeggiare dietro il progetto Charlie sono Maurizio Cavalieri e Giorgio Stefani, da Vicenza, ben propensi a mescolare stilemi disco con meccanicismi ritmici kraftwerkiani e gelide armonie moroderiane. A venirne fuori è un brano che si rivela un interessante esperimento nato su ibridazioni multiple. «La disco e la dance music degli anni Settanta erano ormai defunte, ad attirarci irresistibilmente furono invece sonorità molto più elettroniche» racconta oggi Stefani. «Il primo risultato della nostra voglia di aderire al nuovo che avanzava fu il progetto International Music System talvolta apparso con l’acronimo I.M.S., seguito da Nexus, come del resto “Firefly 3”, il terzo album dei Firefly di Maurizio Sangineto (band di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui, nda).

IMS e Nexus

Le copertine dei due album di International Music System e l’etichetta centrale del singolo di Nexus, produzioni che Cavalieri e Stefani creano parallelamente a Charlie

International Music System, in particolare, era un prodotto che sorrideva alla scena underground dei graffitari e dei breakers del Bronx, oltre che alla musica proposta da etichette come la Tommy Boy. Nei brani che scrivemmo c’era anche l’influenza del grandissimo Malcolm McLaren, oltre a macchine come Roland TR-808, Yamaha DX7 e i giradischi Technics SL-1200 che usammo in presa diretta per gli scratch, facendo il verso a “Rockit” di Herbie Hancock. Charlie e Nexus giunsero poco dopo, e questo si sente, ma probabilmente erano comunque avanti rispetto a ciò che funzionava in Italia in quel preciso momento storico. Con la medesima strumentazione cominciammo a buttare giù le basi per un progetto ex novo, Charlie per l’appunto. Ai tempi trascorrevo molto tempo in studio di registrazione con Cavalieri, di idee ne avevamo tante ma il mio avvicinamento alla musica risale a quando ero bambino. Mio padre era addetto agli spettacoli per il Comune di Vicenza e mio zio gestiva cinematografi, inoltre studiavo violoncello e pianoforte al Conservatorio, oltre a lavorare in radio e gestire un negozio di dischi. Il passo dalla teoria alla pratica, insomma, fu breve». “Spacer Woman” si inserisce in una cornice di produzioni che prendono i rimasugli della disco e del funk degli anni Settanta, li distillano e li portano su una via più avveniristica, con batterie elettroniche e sintetizzatori a sostituire le orchestrazioni un tempo eseguite da nutriti ensemble di musicisti. Anche le voci mutano, robotizzandosi. Con “Stand Up” di Nexus, dalla costruzione ritmica che pare citare “Blue Monday” dei New Order, altro evergreen del 1983, e più nettamente con “Nonline” o “An English ’93” di International Music System, ripubblicate oltreoceano dalla Emergency Records di Sergio Cossa, Cavalieri e Stefani mostrano l’aderenza ad un genere permeato di elettrizzazioni sonore desunte da quanto stesse avvenendo nell’Europa settentrionale dove new wave e synth pop hanno già eletto nuovi miti da seguire (Depeche Mode, Human League, O.M.D., Heaven 17, Visage, giusto per citarne alcuni).

Analogamente ad un altro brano italiano uscito nel 1983, “Problèmes D’Amour” di Alexander Robotnick a cui abbiamo dedicato un articolo qui, “Spacer Woman” non annovera al suo interno i classici elementi che rendono popolare l’italodisco nel mondo. A mancare è soprattutto lo schema della canzone fischiettabile o canticchiabile, seppur il pezzo conti comunque su una parte vocale, priva però di quella tipica accessibilità canora dell’italo. Ritmicamente invece rivela riflessi electro, incrociati a lampi melodici ottenuti con sintetizzatori in grande evidenza (bassline, lead). «Quando scrivemmo “Space Woman” avevamo le idee ben chiare. Non volevamo inserire alcuna nota black ma piuttosto concedere spazio ai suoni che provenivano dalle tendenze in atto in altri Paesi europei» prosegue Stefani. «Desideravamo ricreare un ambiente freddo e glaciale e nel contempo strizzare l’occhio al Maestro Giorgio Moroder, nello specifico a quello delle colonne sonore con brani che ci colpirono profondamente. Non sapevamo con precisione quale stile stessimo battendo ma eravamo sicuri di essere un po’ più avanti rispetto a chi puntava ancora sulla disco music. La scelta di usare una voce femminile vocoderizzata fu dovuta proprio dal voler colpire con intensità l’attenzione dell’ascoltatore. Il caso poi volle che mia moglie fosse in studio perché aveva appena interpretato un jingle pubblicitario delle Galatine, le tavolette al latte molto popolari in quegli anni, e quindi affidammo a lei il compito di interpretare il testo, vagamente ispirato al famoso tema che ha riempito letteratura e cinema, quello di una bellissima aliena scesa sulla Terra. “Spacer Woman” nacque dopo “Blade Runner” e poco prima di “Terminator”, conservando pertanto i tipici caratteri della fantascienza».

A pubblicare il disco dei Charlie è la Mr. Disc Organization, nata nel 1979 come Mr. Disco in seno a disco e funk e progressivamente evolutasi a favore di suoni eurodisco. Entrambe le versioni (12″ e 7″) raggiungono quotazioni considerevoli sul mercato dell’usato e ciò lascerebbe presumere la scarsa disponibilità dovuta ad un mancato successo. «Non sapremo mai quanto vendette» dichiara Stefani in modo ferreo. «All’epoca non c’era trasparenza totale sui rendiconti e le cose furono ulteriormente complicate dal fatto che la distribuzione fosse stata affidata alla CGD che trattava quei dischi come prodotti di serie C. All’estero invece varie licenze, come quella della Zyx Records, garantirono una resa migliore, soprattutto in Germania, anche se il numero esatto di copie vendute non è mai stato palesato. Comunque il culto per “Spacer Woman” è giunto solo a vent’anni dalla sua pubblicazione, e ad oggi conta oltre cinque milioni di visualizzazioni su YouTube».

I-F e I-Robots

Le copertine di due compilation che all’interno annoverano “Spacer Woman”: in alto il primo volume di “Mixed Up In The Hague” realizzato dall’olandese I-f nel 2000, in basso la “I-Robots” curata da Gianluca Pandullo edita nel 2004 dalla Irma Records

Effettivamente il nome di Charlie finisce nel dimenticatoio per lungo tempo. Nel 2000, quando inizia a farsi strada il recupero sempre più massivo del patrimonio musicale del passato, il DJ olandese I-f inserisce “Spacer Woman” nel primo volume della compilation “Mixed Up In The Hague”, una raccolta che rimette in circolazione, in tempi non sospetti e con grande stile e competenza, musica finita nel dimenticatoio e liquidata, specialmente in Italia, come “vecchiume”, dimostrando però quanto quelle cose prodotte dagli italiani, spesso in bilico tra elementi naïf/kitsch e lungimiranti intuizioni, abbiano invece ispirato più di qualche svolta epocale, come la house di Chicago e la techno di Detroit. «L’Italia è un Paese strano. Abbiamo scritto le arie d’opera più belle del mondo ma pare non freghi nulla a nessuno. Qui pure il tenore Enrico Caruso era quasi sconosciuto mentre era considerato il numero uno negli Stati Uniti dove vendette milioni di dischi. Faccio questi paragoni per rendere meglio l’idea di come siamo noi italiani, e sbirciare in una nostra qualsiasi classifica odierna rivela il peggiore ciarpame. I principali colpevoli di tutto ciò sono i media ovvero radio e televisione, che trasmettono solo il peggio del peggio, col risultato di intontire il pubblico ogni giorno di più. La cosa peggiore è che la discesa verso gli inferi non sembra conoscere davvero sosta». Difficile stabilire se le cose all’estero vadano meglio, ma è noto che a partire dall’esplosione dell’electroclash, nei primi Duemila, l’attenzione di un folto pubblico d’oltralpe converga verso musica dei primi anni Ottanta (new wave, synth pop, new romantic, proto house, EBM, NDW, electro ed italodisco) con una carica maggiore rispetto a quella mostrata nel nostro Paese. “Spacer Woman” diventa così oggetto di un costante interesse che ha portato sul mercato varie ristampe, non sempre legali, tra cui quella sull’americana Dark Entries diretta da Josh Cheon, ormai vera istituzione in ambito reissue. Non mancano neanche re-edit e remix, come quello di Gianluca Pandullo alias I-Robots del 2004 (anno in cui esce pure la sua ottima raccolta pubblicata dalla Irma, “I-Robots Italo Electro Disco Underground Classics”, che oltre a Charlie ripesca svariate altre gemme italiane considerate seminali per la dance del futuro – Capricorn, Klein & MBO, Sun-La-Shan – di cui abbiamo parlato qui -, ‘Lectric Workers, Kano, Peter Richard, il menzionato Robotnick, Dharma, Scotch, Sphinx e N.O.I.A.), quello di D.Lewis & Emix del 2007 e il più recente degli EkynoxX del 2017. Insomma, a distanza di ben trentacinque anni il pezzo continua ad esercitare forte attrazione e richiamo. «Tutto questo non può che farci piacere. A colpirci profondamente è la caparbietà degli appassionati, come il citato Cheon ma anche dello stesso Decadance, che suscitano l’attenzione del pubblico suggerendo cose altrimenti finite nel totale oblio. Riguardo le tante versioni di “Spacer Woman” uscite nel corso del tempo, non tutte mi sono piaciute. Esistono remixer talentuosi ma pure altri che assomigliano più a muratori armati di martello e scalpello».

Analogamente a Nexus, anche Charlie è un progetto one-shot mai più riapparso sul mercato dopo “Spacer Woman”, fatta eccezione per le ristampe ovviamente. «A volte la vita ti mette di fronte a scelte e, visti i non proprio brillanti risultati, si cercano altre vie per portare a casa la pagnotta, seppur questo provochi grossi rimpianti peraltro mai del tutto sepolti. Poiché nessuno all’epoca garantiva uno stipendio, come adesso del resto, fui costretto ad abbandonare il mondo della musica. Probabilmente buttammo giù qualche altra idea per possibili nuovi brani di Charlie ma allora non si usava conservare nulla, i nastri solitamente venivano riusati e quindi sovraincisi o, nella peggiore delle ipotesi, cestinati. Ma non penso sia stata una grossa perdita, non erano certamente demo dei Beatles» conclude ironicamente Stefani. (Giosuè Impellizzeri)

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Luca Morris – DJ chart giugno 2000

Luca Morris, Jay Culture giugno 2000
DJ: Luca Morris
Fonte: Jay Culture
Data: giugno 2000

1) Sven Väth – Pathfinder (Hell Remix)
A remixare “Pathfinder” è uno dei guru della techno teutonica, DJ Hell, affiancato per l’occasione da Splank! che ormai ha preso le redini del progetto Zombie Nation dopo l’abbandono di Mooner. Della versione originale, assemblata con Anthony Rother (e il suo tocco è palese) resta davvero ben poco. L’electro si trasforma in techno, scura, nebbiosa, minacciosa, col gioco dei clap in evidenza che tornerà, un paio di anni più tardi, in un altro riuscito remix dello stesso Hell, quello per “Paranoid Dancer” di Johannes Heil. Sul lato B del 12″ trova spazio un altro brano, “Ein Waggon Voller Geschichten”, realizzato con gli Alter Ego e remixato da un promettente Terence Fixmer, supportato a lungo da Hell sulla propria International Deejay Gigolo. Entrambi i pezzi sono estratti da “Contact”, quarto album del popolare DJ nativo di Obertshausen in cui trova alloggio un altra traccia cardine della sua carriera, “Dein Schweiss”, che farà palpitare a lungo i cuori dei fan grazie al fortunato remix di Thomas P. Heckmann.

2) Terence Fixmer – Electric Vision
Citato poche righe più sopra, Terence Fixmer, da Lilla, in Francia, si candida a diventare il primattore della TBM (techno body music), versione aggiornata della EBM (electronic body music) di band come Front 242, Skinny Puppy, Liaisons Dangereuses, Crash Course In Science, Nitzer Ebb, Klinik, Neon Judgement, Cabaret Voltaire e No More. “Electric Vision” è il secondo disco inciso per la label di Hell e che, come spiegato in Gigolography, “lo aiuta ad imporre in tutta Europa i suoi energetici live act”. Oltre alla title track, sul disco presenzia la detonante “Rage” da cui grondano copiose gocce di sudore.

3) Casseopaya – Synstation
Attivi sin dal 1991, i tedeschi Casseopaya attraversano più fasi stilistiche della techno, da quella imparentata con l’hardcore/gabber a quella modulata su deviazioni trance/hard trance. Il disco in oggetto esce quando la techno inizia ad essere inondata da citazioni dell’elettronica degli 80s e “Synstation 1”, scelta da Morris nella chart, lo conferma col basso in ottava. Più ridente il suono di “Synstation 2”, sino a sfociare nelle astrazioni ambientali/IDM di “Synstation 3”.

4) Steve Bug – The Other Day
Tra gli alfieri della microhouse, antesignana del minimal che esploderà commercialmente a metà degli anni Zero, Steve Bug è tra i veterani del DJing teutonico. Il “less is more” pare essere il motto trainante della sua attività produttiva, portata avanti prima con la Raw Elements e poi con la più nota Poker Flat Recordings su cui esce proprio l’album in questione, il terzo della carriera. Con un piede nella deep house e l’altro nella minimal techno, il tedesco sfoggia l’abilità nel costruire un suono essenziale, fatto di pochi elementi ma congegnati in modo tale da non invocare altro. Si sentano “Electric Blue” e “White Times”, con melodie appena sbozzate, gli incastri di loop di “At The Front” e le atmosfere tenebrose di “Loverboy” per inquadrare lo stile di questo artista destinato a diventare un idolo della generazione che esulta per la minimal di Hawtin, artista con cui peraltro Bug realizza “Low Blow” nel 2002, prima che quel movimento diventasse un massificato trend europeo.

5) The Parallax Corporation – Cocadisco I
Il primo dei due atti di “Cocadisco” si consuma attraverso tre brani che contribuiscono a delineare la cifra espressiva del duo olandese. I-f ed Intergalactic Gary sono due DJ con un poderoso background culturale alle spalle e in cui un ruolo primario è ricoperto dall’italodisco, ma non quella da balera o da serata revival per attempati. La loro ricerca si muove entro le coordinate di oscure rarità (la cui reperibilità è scarsissima specialmente negli anni in cui non esiste ancora Discogs) dalle quali traggono spunti ed ispirazioni ma arricchendole di volta in volta con nuove e stimolanti suggestioni. “Cybernetic Lover” è space disco restaurata che omaggia nel titolo il quasi omonimo “Cybernetic Love” di Casco, “Human Engineering” ed “Anti Social Tendencies” aprono ampie parentesi protese verso groove più ballabili, rigati di funk e disco per androidi. “Cybernetic Lover”, diventata “(Searching For A) Cybernetic Lover”, ed “Antisocial Tendencies” si ritroveranno più avanti nell’album “Cocadisco”, ristampato nel 2002 dalla tedesca Disko B in cui i due olandesi si cimenteranno, tra le altre cose, nella cover di “Fear” degli Easy Going prodotti da Claudio Simonetti.

6) Ural 13 Diktators – Sound Of Helsinki EP
Questo EP, pubblicato dall’elvetica Mental Groove Records, è uno dei primi con cui la coppia finlandese inizia a fare breccia nel continente europeo. Con un mix tra hi nrg, techno, disco, electro e musica patriottica sovietica, Lauri Virtanen e Lauri Pitkänen edificano il loro particolarissimo stile che ribattezzano, per l’appunto, “sound of Helsinki”. L’ipnotismo di “Party Komerades” e l’incisività di “Down With Mental Groove” ed “High Energy All Stars” suggeriscono i lidi verso cui gli autori dirigeranno le proprie ricerche nel biennio 2000-2002, ottenendo clamorosi risultati sia in Germania, supportati da diverse etichette come la Forte Records del compianto Christian Morgenstern, sia in Giappone, dove Takkyu Ishino li vuole tra i guest al Wire.

7) MG2 – Wo Gehobelt Wird… / Mehlstaub
Esce sulla Staub, sublabel della leggendaria Overdrive di Andy Düx, questo disco di Marc Green al cui interno si consumano veloci intrecci tra techno ed electro. Il tutto assemblato nel suo Evergreen Studio, a Magonza.

8) Savas Pascalidis – Moon Patrol
Tedesco di origini elleniche, Pascalidis si fa le ossa con la techno negli anni Novanta ma trova la sua dimensione quando si dedica al recupero e ricomposizione di vecchi brani disco/funk proiettati nel suono del nuovo millennio. Il suo sound però non somiglia al french touch, è più rude e selvaggio, con rimandi alla house prima maniera di Chicago proprio come avviene in “Moon Patrol”, tratto da uno dei primi EP pubblicati sulla sua Lasergun. Ad onor del vero il brano è una sorta di mash-up tra “For Your Love” dei Chilly e “Love It Or (Beat The Bush)” di Slyck, metodologia di lavoro che contraddistingue gran parte dell’operatività di Pascalidis nei primi anni Duemila, quando milita tra le fila della International Deejay Gigolo di Hell e raccoglie ampi consensi sull’onda dell’electroclash.

9) Vanguard – Geisha Boys
Analogamente a quanto avvenuto nel disco dei Casseopaya descritto qualche riga più sopra, anche nell’EP intitolato “Shizo Disco” dei Vanguard (i tedeschi Axel Bartsch ed Asem Shama) si assiste ad una compenetrazione tra techno ed elementi electro lasciati in eredità dalla fenomenologia stilistica fiorita nei primi anni Ottanta. Il brano che lo rivela più apertamente è proprio quello per cui opta il DJ rodigino, “Geisha Boys”, sequenziato sulle battute sincopate dell’electro e su presenze vocali vocoderizzate. Il disco viene pubblicato dalla Frisbee Tracks di Claudia Schneider e del compianto Good Groove, la stessa che nel 2002 pubblicherà la hit dei Vanguard, “Flash”, col sample dell’omonimo dei Queen e finita nelle mani di Virgin/EMI.

10) Marcin Czubala – 21st January In Poland
Estratto dal “Funktion EP” edito dalla Automatic Records di Ibrahim Alfa, “21st January In Poland” è una traccia techno in cui l’artista polacco si diverte a spaginare matrici hardgroove dotandole di una serie di rumorismi. Particolare risulta la scelta di rallentare alcune misure dell’impianto ritmico per creare un curioso diversivo ai classici reverse, effetto riprodotto qualche mese dopo da Mauro Picotto nella 3 A.M. Mix di “Like This Like That”. Czubala produrrà molta altra techno ed electro di ottima fattura rintracciabile sulle sue Currently Processing e Carabinieri, ma tutto cambia nel 2007 quando aderisce alla corrente minimal ed entra nel roster della Mobilee di Anja Schneider e Ralf Kollmann, etichetta per cui incide diversi singoli (come “Berolina”) ed anche un album, “Chronicles Of Never”.

(Giosuè Impellizzeri)

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Alexander Robotnick – Problèmes D’Amour (Fuzz Dance)

Alexander Robotnick - Problèmes D'Amour“Nei primi anni Ottanta, quando la new wave e la disco generavano imprevedibili scontri/incontri culturali in cui geni solitari e spesso incompresi come Dieter Maier disegnavano il futuro e i Suicide inventavano il punk elettronico, Maurizio Dami, toscano, con una formazione musicale tipicamente jazzistica, si innamora di Kraftwerk e Tuxedomoon e con una Roland TR-808 (ma più avanti si scoprirà essere una TR-606, nda), due TB-303 e poco altro incide “Problèmes D’Amour”, una delle rare e stupende anomalie dell’industria discografica italiana. Tutto accade però senza rendersi conto di quanto quel brano influenzerà il corso della musica futura e senza avere la soddisfazione di raccoglierne i frutti, se non dopo anni e in modo parziale quando grandi musicisti testimoniano i loro debiti storici verso la sua musica”.

Con queste parole nel 2003 Andrea Benedetti descrive Alexander Robotnick, uno degli artisti che avrebbero preso parte al Distorsonie di quell’anno, al Link di Bologna. Il 2003 segna il ventennale di quel pezzo che, riprendendo ancora i concetti esposti da Benedetti nella brochure dell’evento, “gli vale un posto ad aeternum in qualsiasi agiografia della musica elettronica”. Dami torna a calcare le scene della dance proprio in quegli anni ripresentandosi come DJ, e il pubblico lo accoglie a braccia aperte come uno dei protagonisti ritrovati dell’italodisco. È curioso però constatare che lo stesso artista dichiari, in più di qualche sporadica occasione, che non si sia mai interessato a quel genere e a dire il vero la stessa “Problèmes D’Amour” non include affatto alcuno stereotipo dell’italodisco. «La mia musica non era ascrivibile a quel filone, nei testi che scrivevo mancavano cose tipo “in the night” o “all the night oh oh oh” e, in tutta franchezza, per me quella roba era pura spazzatura ma poiché tutti continuavano a ripetermi che il business fosse proprio lì, cercavo di documentarmi» spiega oggi l’artista. «Anche dopo l’uscita di “Problèmes D’Amour” i negozianti di dischi, come ad esempio il compianto Roberto Bianchi di Disco Mastelloni a Firenze (intervistato in Decadance Extra, nda), quando mi vedevano mi davano un pacco di dischi da sentire spingendomi a fare cose simili. Io ascoltavo, rabbrividivo, ringraziavo cortesemente e me ne andavo un po’ più depresso rispetto a quando ero entrato. Arrivai persino a pensare che l’unico modo per continuare ad alimentare la voglia di fare musica fosse evitare di proposito i negozi di dischi.

Una volta ne comprai un paio, proprio da Mastelloni. Uno era “Survivor” dello scomparso Mike Francis, che comunque non era propriamente italodisco ma era arrangiato molto bene, con un timbro vocale accattivante e cantato in un inglese più che buono, l’altro invece era smaccatamente italo, “Don’t Cry Tonight” di Savage che, nonostante la pronuncia della italo standard, mi colpì per quella soluzione elegante che connetteva strofa e ritornello, originale ed inaspettata. Piuttosto triste ma piena di speranza, italo al suo top e in effetti Zanetti continuò a farsi sentire anche dopo, era uno che sapeva il fatto suo. Il “tonight” nel pezzo c’era ma, per bontà sua, senza “oh oh”. A tal proposito apro una piccola digressione: l’unico “oh oh” che mi sia piaciuto è quello di “Tarzan Boy” di Baltimora, perché davvero buffo e carino al punto da far impazzire il Regno Unito. L’italodisco bella ed innovativa era altrove ma io allora non la conoscevo e i negozianti non me la proponevano. Di quel genere non erano solo i vocal ad essere troppo lontani dai miei gusti ma anche i suoni. Le drum machine dal timbro pesante non legavano col mio stile, ero più affascinato (e lo resto tuttora) dal suono elettronico analogico, quello che mi aveva fatto amare i Kraftwerk e il primo electro pop britannico come “Dreaming Of Me” che mi fece scoprire i Depeche Mode. A mio avviso il resto della loro produzione non ebbe più quel fascino, rimanevano certamente belle canzoni con bellissimi vocal e suoni sempre innovativi ma poco elettronici e con troppa sintesi FM per i miei gusti dell’epoca. Con la TR-808 e la TB-303 non si faceva mica l’italodisco, non “pompavano” abbastanza, ma sintetizzatori come il Prophet-5 o l’Emulator erano totalmente al di là delle mie possibilità economiche, non provenendo da una famiglia ricca ed agiata. In quegli anni anche i bolognesi transfughi della new wave italiana si cimentarono ma raggiungendo un risultato, a mio modo di vedere, che perse il prestigio riscosso tra i “darkettoni” come me, senza riuscire neanche ad avvicinarsi a successi tipo “I Like Chopin” di Gazebo (inascoltabile, mi tappavo le orecchie ogni volta che lo sentivo!).

Robotnick (1980)

Maurizio Dami nel 1980

Comunque tra ’84 e ’85 l’italodisco era già finita, si era trasformata in una musica ancora più banale e “rumorosa” che iniziarono a chiamare hi NRG, ormai totalmente internazionalizzata. Per me lì non c’era niente da segnalare se non il Patrick Cowley di qualche tempo prima insieme a pochi altri, ammesso che si possano davvero includere in quel genere. Anche le vendite dei dischi calarono velocemente e cominciò la crisi del vinile. Non bastava più avere cattivo gusto e mettere la “cassa dritta”, era necessario lottare e sgomitare per avere successo. In alternativa ci si poteva rivolgere a Severo Lombardoni della Discomagic che ti dava un milione di lire come anticipo sulle vendite del disco ma il tutto finiva lì. Insomma, persi ogni interesse. Però non vorrei che qualcuno, leggendo queste righe, possa pensare che l’italodisco sia stata tutta spazzatura. Personalmente non la conoscevo sino in fondo e, ad essere onesto, nutrivo un pregiudizio grosso come una casa che mi impediva di esplorare quel genere al netto del mainstream. Solo tanti anni dopo, attraverso DJ come l’olandese I-f, ho scoperto autentiche ed inaspettate perle, “Spacer Woman” di Charlie su tutte, e poi “Life With You ….” di Expansives, “Hypnotic Tango” di My Mine, “Robot Is Systematic” di ‘Lectric Workers ed ancora, “Happy Station” di Fun Fun, “Jabdah” di Koto, “Space Warriors” di Space Invaders, “Passion” di The Flirts, “Magic Fly” degli Space e “Disco Train” dei Dance Reaction. Ancora più tardi incontrai, in occasione delle varie edizioni del Reverso Festival, a Milano, Franco Rago e Gigi Farina, produttori di molti brani che ho scoperto ed amato nell’ultimo quindicennio. A posteriori posso quindi affermare che dal 2003 la mia opinione sull’italodisco sia mutata, almeno in virtù di quei trenta/quaranta brani che suono durante le mie serate. Il resto continua ad essere spazzatura. Devo la scoperta di molti pezzi anche a Fred Ventura che una volta mi disse “ma come, sei il re dell’italo e non la conosci?” e mi spedì un po’ di CD coi pezzi più significativi.

I miei primi anni Ottanta li vissi con gli Avida, la prima band che misi su con Stefano Fuochi, Daniele Trambusti e Stefania Talini. Erano anni dissacranti/dissacrati, con tanta voglia di ridere e scherzare dopo la lugubre violenza dei Settanta. Riuscimmo a far stampare a Materiali Sonori un 7″ autoprodotto (quello con “A Fumme Mariuà” e “La Bustina”, nda) ma risultammo troppo “diversi” rispetto alle cose che circolavano allora. Eravamo convinti che la gente avrebbe apprezzato la nostra ironia e rimanemmo di sasso quando ci dissero che la redazione di Radio Popolare venne sommersa da un oceano di telefonate mentre andava in onda “La Bustina”: erano tutte proteste per il nostro “incitamento alla droga”. Mi dispiace che i restanti brani siano stati pubblicati dopo oltre venti anni da una label olandese, la Crème Organization, che li ha immessi nel mercato internazionale (ne “Il Grillo E La Formica”, 2006, nda) ovviamente incapace di capire i testi in lingua italiana e perdendo di conseguenza lo spirito anarchico e dissacrante, la parte più importante di quella musica. Il periodo d’oro degli Avida andò dal 1981 al 1983. Poi, per una scelta sbagliata, ossia suonare in un locale piuttosto che in un altro, fummo banditi dall’ARCI che all’epoca controllava il mercato opposto al mainstream. Quell’esperienza mi convinse a mandare al diavolo l’ambiente musicale italiano e da lì nacque Alexander Robotnick».

Robotnick nella Krypta nel 1982

Dami nel 1982 mentre compone musica nella Krypta, un buco in un sotterraneo che usa all’inizio della carriera, prima dello studio in cui nasce Problèmes D’Amour”. Proprio a quel posto dedicherà una compilation di inediti edita dall’olandese Crème Organization nel 2005, “Krypta 1982”

Nel 1983, così, Dami inizia un nuovo corso artistico, continuando a collaborare con la Materiali Sonori per cui incide il 7″ “Forza Viola!” in formato picture disc, dedicato alla squadra di calcio della Fiorentina. Pare che a spronarlo a realizzare un disco ballabile sia stato il cofondatore dell’etichetta, Giampiero Bigazzi, convinto che bastasse un ritmo in 4/4 per vendere migliaia di copie ed incassare denaro. «Fu proprio così» continua Dami. «Bigazzi mi spinse a cimentarmi con la disco con la “cassa in quattro” per provare a piazzare almeno diecimila copie e così feci. Realizzai un brano con quelle caratteristiche, “Problèmes D’Amour”, che effettivamente vendette diecimila copie. Tutto regolare, niente di veramente eccitante, almeno all’inizio. Solo dopo un po’ arrivarono le sorprese. Composi “Problèmes D’Amour” a dicembre ’82, “Dance Boy Dance” (compresa nel futuro album) poco prima, e di questo ne sono certo perché conservo ancora la cassetta coi demo che ha la sua bella data scritta sopra. Per quella nuova avventura inventai Alexander Robotnick ovvero Alessandro Il Lavoratore, in russo, connettendo quella identità ad una storiella, sempre da me ideata, che lo presentava al pubblico come un personaggio nato in Kamchatka (un nome popolare anche in Italia per via del Risiko) che, perseguitato da Stalin, approdò a Parigi dove cantava in francese. Ai tempi tutti si davano pseudonimi in inglese facendosi passare per americani (uno su tutti Den Harrow, per me veramente geniale!), ma per fare il bastian contrario cercai qualcosa di diverso. Inizialmente fui tentato da Pat Tume ma poi optai per il franco-russo Alexander Robotnick, spacciandomi per sovietico. In quel periodo composi brani come “Les Grands Voyages De L’Amour”, che resta il mio preferito, “I Remember Kamchaka” e “Soundtrack”».

“Problèmes D’Amour” esce nell’annus mirabilis dell’italodisco, il 1983. A pubblicarlo è la Materiali Sonori che però lo convoglia su una sublabel lanciata da pochi mesi, la Fuzz Dance, ricordata per altri piccoli cult come “Plastic Love” di Zed, “Whola Lotta Love” di Massimo Barsotti e “Don’t Go” di San Giovanni Bassista. Di propriamente italodisco in quei sette minuti e quattro secondi però non c’è praticamente nulla. Il cantato in lingua francese, realizzato da Dami, si alterna a parti vocali femminili di Martine Michellod su un trascinante impianto ritmico animato da un ingegnoso disegno di bassline ottenuto con una Roland TB-303, programmata nel modo in cui l’azienda nipponica di Ikutaro Kakehashi concepisce quel generatore di basso e non come poi avviene nella parentesi acid aperta a Chicago tempo dopo. «All’epoca di “Problèmes D’Amour” il mio studio era allestito in uno stanzino, quasi quello delle scope per intenderci, e comprendeva due improbabili speaker Philips, un mixerino autocostruito da un amico, il mitico “portastudio” (ossia un registratore quattro piste a cassette), due Roland TB-303, una Roland TR-606 modificata con uscite separate, un Korg Mono/Poly, una tastierina Casiotone con cui suonavo gli accordi, una chitarra Gibson “Diavoletto” e un amplificatore combo di cui non ricordo più la marca e che in seguito scambiai con una Roland TR-808. Ai tempi si incideva il demo su cassetta e se ai discografici piaceva ci si recava in studio per svilupparlo e registrare la versione finale. Nel mio caso lo studio si trovava a Calenzano, in provincia di Firenze, precisamente lo Studio Emme di Marzio Benelli il quale contribuì non poco alla produzione dei miei brani. Non c’era il computer ma i pezzi, in qualche modo, erano “programmati” ugualmente da me, a casa. L’intera sequenza di basso e delle frasi in stile stabs furono scritte sui due TB-303. Uno di essi pilotava il Korg Mono/Poly tramite CV/gate. I budget disponibili nella cosiddetta “musica alternativa” non prevedevano più di tre giorni di studio, forse per completare il tutto noi ne impiegammo solo due. Marzio aveva ancora un sedici piste Teac con relativo mixer. Collegammo semplicemente la TR-606, i due TB-303 e il Korg Mono/Poly, schiacciammo record e start e registrammo la parte di batteria, il basso e una voce degli stabs. Si prospettò però il problema di sincronizzare la seconda voce del Mono/Poly, pilotata dal TB-303. Solo un anno dopo circa Marzio si sarebbe procurato l’attrezzatura professionale con cui poter registrare un segnale di sync su una pista, in modo da poter fare tutte le sovraincisioni desiderate. Per ovviare a quel problema escogitammo quindi una soluzione: senza mai toccare la rotella del tempo sulla TR-606, la facevo partire al volo e in due/tre tentativi riuscimmo a registrare gli stabs del Mono/Poly a sincrono. Ad ispirarmi fu, come sempre, la vita. Anni dopo mi resi conto che forse l'”aua” era venuto dai Tom Tom Club ma in modo totalmente inconscio.

Martine Michellod, che cantò con me, era la fidanzata di un amico, Fabrizio Federighi, un bravissimo bassista e produttore. Forse sorse un po’ di gelosia quando il brano riscosse successo, ma niente di veramente serio. Martine, che tutti chiamavamo Dadù, era svizzera-francese. Mi aiutò anche coi testi della strofa. Il francese lo masticavo ancora bene, mia madre era professoressa proprio di lingua francese e lo avevo studiato a scuola ma comunque la mia padronanza non era tale da permettermi di gestire il testo in totale autonomia. La terza strofa ad esempio, “Ancore si tu veux connaitre mès parents…”, è un’idea tutta sua. Quando Bigazzi lo sentì la prima volta si limitò a dire “bellino!” ma dopo un po’ di tempo cambiò parere ed esclamò “eccezionale!”. Un altro punto importante di quel disco è rappresentato dalla grafica anzi, secondo me la copertina fu uno dei fattori a decretarne il successo. Venne realizzata da Giancarlo ‘Arlo’ Bigazzi, fratello di Giampiero, da non confondere col Giancarlo Bigazzi nazionalpopolare ed autore di centinaia di brani tra cui “Ti Amo” di Umberto Tozzi. Ad un distributore indipendente di Chicago quel disegno piacque talmente tanto da spingerlo ad ascoltare il disco. Ci credette e cominciò a fare ordini sempre più consistenti (analogamente a quanto avvenne, pochi anni prima, a “Love In C Minor” di Cerrone, nda). Urge però fare una importante precisazione sul ruolo dei fratelli Bigazzi, perché sono circolati molti equivoci in proposito nel corso del tempo: loro ricoprirono esclusivamente ruolo di produttori esecutivi, in altri termini stanziarono il denaro necessario per la realizzazione fisica del disco, ma non furono assolutamente produttori della musica. Tutti i brani di Robotnick degli anni Ottanta furono prodotti solo da me, con l’importante aiuto di Marzio Benelli che però, paradossalmente, non figura neanche su “Problèmes D’Amour”.

Esistono due versioni del disco: la prima, quella stampata da Fuzz Dance/Materiali Sonori e distribuita da Gianfranco ‘Skizzo’ Barbetta, vendette diecimila copie (soglia per nulla rilevante all’epoca) ma quasi tutte negli Stati Uniti e nel Regno Unito e ciò mi portò un certo prestigio visto che il grosso solitamente veniva esportato in Giappone, ai tempi considerato “il terzo mondo” della musica; la seconda versione invece, finita nel Maxi-Single “Fuzz Dance”, fu quella mixata (e non remixata, come alcuni erroneamente sostengono) da François Kevorkian in un importante studio newyorkese, il Sigma Sound Studios. Al Midem di Cannes del 1984 tutti cercavano “Problèmes D’Amour” ma in quegli anni sia io che i fratelli Bigazzi eravamo piuttosto provinciali, non parlavamo inglese (ho cominciato solo a cinquanta anni!) ed eravamo degli outsider del mercato discografico. Dopo mille offerte approdammo a Seymour Stein della Sire e ci sentimmo al top ma proprio in quel momento cominciarono i guai. Stein, intento a lanciare Madonna, vendette la sua label alla WEA e dopo un periodo interminabile la nuova proprietà ci presentò un contratto che pareva la Treccani in inglese e che i Bigazzi, comprensibilmente, impiegarono mesi per tradurre. Ciò fece slittare l’uscita del singolo al 1985, ormai più di due anni dopo rispetto a quando l’avevo composto. Entrò per qualche settimana nelle classifiche dance americane ma io ero già da un’altra parte. Non credevo più ai dischi, facevo colonne sonore, scoprii la world music ed iniziai a riaccostarmi al jazz. Insomma, mi sentivo lontanissimo rispetto a “Problèmes D’Amour” e al mondo intorno a cui gravitava. Ai tempi considerai la menzionata versione di Kevorkian di gran lunga superiore rispetto a quella che realizzai con Marzio ma venti anni più tardi, quando ho cominciato a fare il DJ, tornai sui miei passi preferendo la nostra, meno “rumorosa” di quella riconfezionata a New York, pericolosamente hi NRG e col balance poco curato delle voci del coro. Una volta il proprietario di un club di New York mi disse che lui ed altri usavano l’original di “Problèmes D’Amour” per testare il suono degli ambienti, era considerato il brano più “dry” esistente allora».

Alexander Robotnick - Ce N'est Q'un Début

La copertina di “Ce N’est Q’un Début”, primo album di Alexander Robotnick pubblicato da Materiali Sonori nel 1984 e recentemente ripubblicato a più riprese dalla Medical Records di Seattle

Nel 1984 Materiali Sonori pubblica, in Italia, anche il primo album di Robotnick, “Ce N’est Q’un Début”, che tra i vari brani annovera la citata “Dance Boy Dance”, un altro di quei pezzi riscoperti e rivalutati a distanza di molti anni. Nel 2003 ci pensa la Yellow Productions di DJ Yellow e Bob Sinclar a ripubblicarlo nella versione remix. L’anno dopo la stessa etichetta commissiona a Dami uno dei volumi della serie mixata “The Disco-Tech Of…” in cui il toscano assembla classici del passato a contemporaneità, da Yello a New Order, da Scotch a Dopplereffekt, da Visage a Casco passando per John Foxx, Miss Kittin & The Hacker, FPU, Bangkok Impact, OMD e New York City Survivors, giusto per citarne alcuni. «Considero “Dance Boy Dance” uno dei migliori brani che abbia realizzato nella mia carriera. Quando all’inizio del nuovo millennio ero a terra e senza un soldo, decisi di provare a fare il DJ ed arrivò un colpo di fortuna totalmente inaspettato. Miss Kittin piazzò “Dance Boy Dance” in una sua compilation mixata (“Radio Caroline”, Mental Groove Records, 2002, nda) e in quel momento il mondo seppe due cose: Alexander Robotnick era una persona in carne ed ossa e non un nome di fantasia affibbiato da un team ad una produzione estemporanea, così come si usava fare tra anni Ottanta e Novanta; Robotnick non aveva scritto un solo brano, il popolare “Problèmes D’Amour”. La francese Yellow Productions mi chiese di assemblare quella compilation di cui si faceva prima cenno, ma all’inizio non mi parlarono affatto di italodisco, magari lo davano per scontato. La prima versione che gli mandai era incentrata interamente su new wave ed electroclash e a quel punto mi chiesero esplicitamente di inserire anche certi brani italo che qualcuno aveva sentito durante le mie performance live. Seguii le loro indicazioni ma poi avvenne un intoppo che rischiò seriamente di mandare tutto a monte. Consegnai il master e partii tranquillo per l’India quando ricevetti una telefonata. Mi chiedevano di eliminare un drum loop che aggiunsi su “Myon Neutrino” di Dopplereffekt, pare che l’artista non l’avesse gradito. Risposi, un po’ seccato, che trattandosi di un DJ Mix il disc jockey avrebbe potuto fare quello che riteneva più opportuno, senza interferenze o pressioni di terzi. Poi, per fortuna, Gerald Donald diede il benestare ma dovetti sottostare comunque ad un compromesso. Il CD sarebbe stato un continuum mix mentre il vinile (supporto su cui non finisce “Myon Neutrino” di Dopplereffekt, pubblicato invece da International Deejay Gigolo, nda) avrebbe contenuto i brani separati. Del vinile, francamente, non mi importava nulla quindi acconsentii. Le vendite generarono pochi spiccioli, ormai eravamo già nell’epoca in cui il mercato della musica era in declino, ma quell’operazione dette un sensibile impulso alla mia carriera da DJ».

Torniamo nel passato: dopo l’uscita di “Problèmes D’Amour” e “Ce N’est Q’un Début”, nati insieme seppur pubblicati a distanza di circa un anno l’uno dall’altro, Dami incide anche il primo album dei Giovanotti Mondani Meccanici, un collettivo nato in seno alle video installazioni e alla computer grafica. «Come accennavo prima, a metà degli anni Ottanta ero piuttosto scoraggiato sul fronte discografico, ero più interessato a “lavorare con la musica” piuttosto che a produrre dischi. Quella dei Giovanotti Mondani Meccanici fu per me un’esperienza davvero importante. Si trattava del primo gruppo multimediale in Italia guidato da una assoluta libertà creativa che si rifletteva nell’originalità delle nostre opere. Parlare in modo compiuto dei Giovanotti Mondani Meccanici richiederebbe uno spazio sproporzionato per questa chiacchierata ed andrebbero debitamente coinvolti anche gli altri componenti, Antonio Glessi, Andrea Zingoni e Loretta Mugnai. Giusto pochi mesi fa ho pubblicato sulla mia Hot Elephant Music la colonna sonora di “Movimenti Sul Fondo”, una delle nostre video installazioni più riuscite. I Giovanotti Mondani Meccanici erano avanti un secolo, si guardi ad esempio “GMM Contro Dracula” del 1984, col fantastico recitato di Sandro Benvenuti sul testo di Andrea Zingoni. Tra l’altro proprio lì apparve per la prima volta “Dance Boy Dance”. L’album “GMM” del 1985 e il singolo “Don’t Ask Me Why / Love Supreme” del 1986, a cui partecipò il sassofonista Stefano Cantini, volevano essere il completamento della nostra attività multimediale. Anche qui la totale libertà creativa rende i pezzi validi ed interessanti ancora adesso. L’attività nei Giovanotti Mondani Meccanici però non equivaleva alla discontinuità di Robotnick anzi, vissi quel primo temporaneo abbandono con un senso di colpa, pensando di aver buttato via un’occasione d’oro, non per diventare una pop star ma almeno per arginare e ridurre i miei problemi economici. Come è successo spesso nella vita, entrai nella sindrome della competizione con me stesso. Non mi reputo però ossessionato dalla competizione che ho sempre vissuto come gioco e non come paura. Se qualcuno che conoscevo aveva successo provavo contentezza ma nel contempo cresceva in me la voglia di fare altrettanto. Il “gioco” si ruppe quando mi trovai a competere con un mio stesso brano. Lì emerse il blocco creativo. Inoltre “Problèmes D’Amour” era talmente particolare da non essere “serializzabile”. Ogni volta che provavo a fare qualcosa di simile mi ritrovavo irrimediabilmente in un cul-de-sac».

Dami torna a vestire i panni di Alexander Robotnick solo nel 1987 con “C’est La Vie” per cui viene realizzato anche un videoclip ma l’attività appare comunque discontinua rispetto ai canonici ritmi della discografia. Per il singolo seguente, “Les Vacances”, edito dalla bolognese Expanded Music e realizzato con Claudio Collino ed Elvio Moratto, bisognerà aspettare sino al 1991. «Puntavo molto su “C’est La Vie”, realizzato sempre con l’aiuto di Benelli all’Emme Studio. Ancora oggi mi sembra un brano veramente carino ma ebbe la sfortuna di battersi con un pezzo omonimo piuttosto banale, pubblicato però da una major e “pompato” da tutte le radio (quello di Robbie Nevil, edito dalla Capitol Records, nda). Noi puntavamo a stringere un accordo con la WEA francese ma, come ho già spiegato prima, l’internazionalismo non era la vocazione delle multinazionali della musica. Per assorbire quell’ennesima delusione ci volle un bel po’ di tempo. Mi dedicai ad altre cose, tutte belle ed interessanti, feci una capatina a Cinecittà e nei teatri coi Giovanotti Mondani Meccanici. La musica come lavoro insomma, da sempre mia aspirazione. Poi il solito senso di colpa per Robotnick mi riportò nell’area dance e un’altra, ennesima delusione, mi spinse a seppellire quel personaggio franco-russo sino al 2003. “Les Vacances”, che avevo composto nel lontano 1984, mi sembrò perfetto per rientrare in pista. All’epoca avevo abbassato molto la cresta rispetto agli anni Ottanta quando era piuttosto alta. Giovanni Natale della Expanded Music rimase affascinato dal provino e volle il pezzo (pubblicato su etichetta Los Cuarenta con un errore tipografico che priva erroneamente il nome dell’artista della k finale, trasformandolo in Alexander Robotnic, nda). Dopo aver realizzato un demo più professionale col compianto Marco Lamioni, Natale mi affidò ai migliori produttori che aveva a disposizione. Tuttavia fu un disastro. Come dice l’amico Bottin, a riascoltare oggi quel pezzo pare di sentire il Gabibbo, senza offesa per il pupazzo di Striscia La Notizia ovviamente. Il testo, ancora in francese, era passabile, decisamente ecologista ma condito di humor nero. “Comprate, comprate i biglietti per le vacanze, per andare nell’ultimo paradiso” recitava il refrain. Collino e Moratto, campioni di ironia involontaria (si senta “Ultimo Imperio” di Atahualpa) non ci capirono nulla. Avevo scritto un basso in levare, in stile disco, e un pianoforte house a creare un contrasto elegante, tutto su una ritmica esplosiva, ma mi dissero che un basso di quel tipo sarebbe stato improponibile. Eppure l’anno dopo si ricominciò a sentire proprio quello, un po’ dappertutto. Cancellarono pure la sezione di pianoforte ed usarono la ritmica per il basso. Risultato? Una base “sciacquina” come si dice a Firenze, con la mia voce che pareva essere calata da Marte. Non ricordo chi operasse al banco per il missaggio, ma rammento che disse “se togliamo la voce diventa un brano dance!”. Lì mi incazzai per davvero e non ho mai più voluto avere a che fare con produttori italiani».

Alexander Robotnick - Oh No.... Robotnick!

La copertina di “Oh No….Robotnick!”, l’album con cui Maurizio Dami torna ad impersonare Alexander Robotnick nel 2003

Tra gli anni Novanta e i primi Duemila, sull’onda della passione per l’India, Dami si dedica alla world music e all’ambient attraverso nuovi progetti come Masala, Alkemya, E.A.S.Y. e The Third Planet, ma poi succede qualcosa che lo riporta verso il mondo delle discoteche. Il primo impulso viene dato dalla Riot City di Colonia che, tra 1999 e 2000, pubblica “Les Grands Voyages De L’Amour” e “Uh-Uh”. Quando poi esplode l’electroclash e il revivalismo 80s e l’autore ha ormai superato la fatidica soglia dei cinquant’anni, esce un nuovo album dal titolo ironico “Oh No…. Robotnick!” autoprodotto sulla propria Hot Elephant Music il cui logo rimarca ancora legami con l’India. Da lì una ricca serie di collaborazioni con etichette come la Hot Banana di Kiko, le citate Yellow Productions e Crème Organization (che nel 2005 pubblica “Krypta 1982”, una raccolta di inediti prodotti tra ’82 e ’83 tra cui si segnalano la proto acid di “Base Dance”, l’ispiratissima “The Dark Side Of The Spoon” con un feeling quasi dream house, e “Via Del Salviatino”, una sorta di variazione dello schema di “Problèmes D’Amour” ma privata di testo) e la Scatalogics Records di Ulysses, oltre all’attività serrata come remixer. Insomma, l’artista sembra finalmente raccogliere i meritati i frutti di quello che ha seminato venti (e passa) anni prima. «Una volta la figlia di una mia amica disse che il significato del video di “Why All This Time?” del 2008 fosse racchiuso nel concetto “perché tutto questo tempo prima di avere successo?”. In realtà quella sua interpretazione era sbagliatissima. Non ho mai pensato al successo come qualcosa di dovuto. Nella clip mi lamentavo (ironicamente) che la vita fosse inutilmente troppo lunga. Quella del tempo, del resto, è una mia ossessione, si veda la più recente “You Have Time”. Qualche volta è troppo ma poi manca sempre. Talvolta penso che tutti gli artisti, sia piccolissimi come me, sia grandissimi come Fellini, muoiano col rimpianto di non essere riusciti a realizzare qualche progetto a cui tenevano molto. Considero comunque il periodo trascorso nella composizione di world music quello in cui mi sono espresso al meglio come musicista ed arrangiatore. Masala prima di tutto, con quel mix tra raga, fusion e jazz modale, molto innovativo ed ancora fresco da ascoltare, e The Third Planet che, in mezzo a tutta quella fuffa da Buddha Bar, suonava come un miracolo. Ed anche Alkemya con l’ex Neon Ranieri Cerelli e Lapo Lombardi, che oggi collabora con me con lo pseudonimo Ludus Pinsky al progetto The Analog Session (altresì all’ironico Italcimenti, nda). Aggiungerei pure gli inediti di Data From Africa con Niba Boniface e i Govinda coi quali nel ’95 realizzai “Devotion” e “Transcendental Ecstasy”.

Robotnick e i Masala nel 1996

Maurizio Dami e i Masala nel 1996

All’inizio del nuovo millennio però la world music non era più di moda, i concerti diminuivano e mi ritrovai cinquantenne senza il becco di un quattrino. Una situazione piuttosto paurosa insomma. Nell’aria sentivo dei suoni che mi riportavano al mio studiolo degli anni Ottanta e mi venne l’idea di provare a fare il DJ e rimaterializzare Robotnick. Scelsi il momento buono per tornare in pista, bastava suonare la mia musica preferita degli anni Ottanta per stare dentro. Poi mi appassionai perché per me era una cosa nuova, eccitante e soprattutto divertente. Mi dedicai con passione esplorando terreni per me inediti, senza pregiudizio e senza spocchia, che poi è la vera palla al piede degli artisti diventati “mitici” per qualche ragione. Il tutto accompagnato dall’ironia, senza quella la dance diventa una noia mostruosa. Ecco perché scelsi “Oh No…. Robotnick!” come titolo dell’album. La cosa che mi è piaciuta di più di quella nuova esperienza è stata la grande quantità di amici che mi sono fatto in tutto il mondo. Ho apprezzato l’atmosfera di rispetto e di amicizia tra i DJ, una vera sorpresa per me abituato a quella non proprio idilliaca del rock e della world music».

Quando Robotnick ritorna in gioco anche il mondo della musica generalista, agevolato da un alleato come internet che connette persone ed informazioni di tutto il pianeta, scopre che la sua “Problèmes D’Amour” è tra i brani che ispirano la generazione di produttori di Detroit e Chicago, quelli a dare il via ad un nuovo corso di dance music. Una chiara citazione è di Carl Craig che nel 2000 realizza una versione, “Problemz”, firmandola come Designer Music su Planet E. «Ogni riconoscimento è lusinghiero ma direi che nello specifico l’episodio di Craig sia tutto fuorché tale. “Problemz”, prima di tutto, mi sembrò quasi un insulto. “C’est le crie, c’est le crie, c’est le crie”, insomma ma che roba era? Per fortuna il multitraccia è andato perduto così nessuno potrà straziarlo ancora o pubblicare qualunque cagata ornandosi col mio nome. In più Craig non ci dette un soldo. Anni dopo mi sono vendicato: quando ho pubblicato tutte le versioni di “Problèmes D’Amour” (“Problèmes D’Amour – All Versions”, Materiali Sonori, 2007, nda) ho inserito anche la sua ma non riconoscendogli un solo centesimo. Relativamente a Chicago, vorrei raccontare un episodio buffo. Avevo appena suonato in un club ed uscii fuori per fumare una sigaretta. Una macchina della polizia inchiodò proprio davanti a me, pensai che volessero farmi una multa perché fumavo a meno di venti metri dall’entrata, ma mi sbagliavo. Dall’auto scese un poliziotto col poster della serata chiedendomi di autografarlo. Poi tornò una seconda volta chiedendomene un altro per il suo collega. Mi spiegarono che “Problèmes D’Amour” era veramente popolare a Chicago perché, per anni, venne usato come jingle da una radio molto apprezzata dalla comunità nera e dai poliziotti».

Robotnick nel 2003 (photo by Stefania Talini)

Alexander Robotnick immortalato da Stefania Talini nel 2003

In un’intervista di Massimiliano Sfregola pubblicata su DJ Mag Italia a maggio 2011 Dami dichiara: «Sono stato fortunato a cominciare nei primi anni Ottanta, c’era molto più entusiasmo intorno alla musica che oggi non vedo più tanto, c’era fermento e ricerca continua oltre ad una richiesta incredibile da parte dei giovani. Anche iniziare era più semplice perché la stessa industria discografica aveva respiro e riuscire a fare un disco non era difficile come adesso. Il successo dell’italo disco poi aveva dato la spinta a molti distributori, come Lombardoni, di piazzare dischi in tutto il mondo. Oggi sei in competizione con un miliardo di persone che fanno il loro upload su Juno Download e se ti va bene entri in classifica e ci resti per qualche ora». A distanza di ormai quasi otto anni quanto e come è cambiata la situazione? «Ma dissi davvero quelle cose? In genere non celebro così il passato, migliore per certi versi e peggiore per altri. I costi di produzione e soprattutto di promozione, ad esempio, erano altissimi, e questo determinava una selezione. Bene si direbbe oggi, con migliaia di nuove uscite quotidiane, ma questa selezione, è giusto dirlo, spesso non era basata sul merito e la bontà del lavoro. Ai vertici delle case discografiche, si diceva allora, ci fossero frequentemente persone stupide che optavano sempre per scelte banali e in definitiva perdenti. Il sistema musica era abbondantemente “corrotto”, seppur non mi piaccia usare questo termine perché evoca immediatamente bombardieri americani che scaricano bombe su regimi prima definiti corrotti dalla propaganda. Riuscire ad arrivare in rotazione sulle radio FM, vera chiave del successo, era un’impresa piuttosto difficile per un’etichetta indipendente. Le major quindi la facevano da padrone e poiché avevano i soldi, arrivavano addirittura a metterti sotto contratto per lasciarti marcire lì, senza farti fare dischi, con l’unico fine di evitare la concorrenza con artisti sui quali avevano magari investito già una fortuna. Inoltre, e questa era la cosa più perfida, le multinazionali americane e britanniche che dominavano il mercato mondiale favorivano la musica locale e boicottavano tutte le produzioni con aspirazioni internazionali per non farle entrare in concorrenza con la casa madre. Un numero inimmaginabile di talenti rimase al palo senza che si rendesse neanche conto della vera ragione di ciò. Poi però arrivò Severo Lombardoni ed altri che, come lui, riuscirono a mettere i bastoni tra le ruote a quel sistema malato. Bravi! Li ho sempre ammirati per questo più che per la musica che producevano e distribuivano.

Per mia fortuna cominciai a fare il musicista piuttosto tardi, ero già defilato da quel mondo e alle multinazionali non mi ci sono neanche avvicinato. Nei primi anni Ottanta a provocare un po’ di terremoto nell’industria discografica furono essenzialmente tre cose: le radio indipendenti (Controradio a Firenze, Radio Popolare a Milano etc), le etichette indipendenti e i distributori indipendenti. Grazie alla sinergie di queste tre realtà alcuni artisti, come me, riuscirono a raggiungere una audience internazionale. Ma veniamo ai giorni nostri. Il sistema del “pay for download”, che ha fatto così tanta fatica ad affermarsi per via dell’ideologia idiota e fintamente anarchica del “tutto gratis su internet”, sembra già tramontato dopo così pochi anni. Il sistema di ascolto tramite abbonamento, come Spotify ad esempio, è sicuramente molto più efficiente e razionale. Perché riempire il tuo hard disk con brani se questi stessi sono sempre disponibili online? Il downloading oggi quindi sopravvive essenzialmente sulla nicchia dei DJ che necessitano di conservare i file su USB, anche se ormai la maggior parte degli stessi disc jockey (me compreso) riceve così tanti promo ogni giorno che raramente va a comprare musica su webstore tipo Beatport o Juno Download. La verità è che ormai produrre musica ha il solo scopo di creare le condizioni per concerti (per cantanti e gruppi) e serate (per DJ), il business è tutto lì, non esiste altro.

Il 2019 è il mio ultimo anno di attività come DJ. L’ho detto tante volte ma questa volta garantisco che è vero. Ho preso questa decisione prima di tutto perché mi sembra immorale andare a suonare per dei ragazzini alla veneranda età di settant’anni, ma anche perché non sopporto più quegli orari, muovermi per giunta durante i weekend in cui viaggiare diventa una punizione, con aeroporti ed aerei zeppi come carri bestiame. Non escludo la possibilità di continuare a fare qualche live in festival o teatri o esibirmi come DJ a livello locale, a Firenze o in India e Sri Lanka, dove mi trovo adesso e dove ho intenzione di passare sempre più tempo in futuro. Una cosa però non smetterò mai di farla, produrre musica. Quella è la droga più potente e che crea maggiore dipendenza per me. Mi piacerebbe riprendere il discorso di Masala qui in India, ma purtroppo è difficile senza il mio amico Boliwar Miranda, impossibilitato da tempo a suonare a causa di una grave malattia. La mia passione per l’India (ed ora anche per lo Sri Lanka) non ha motivazioni religiose o mistiche di alcun tipo. Per tanti anni volavo in India per la musica, soprattutto quella carnatica. Me ne andavo in giro in moto per le campagne e mi fermavo nei templi indù dove compravo audiocassette di cosiddetta temple music, accumulandone a centinaia. Nelle città invece partecipavo a concerti. La mia seconda passione, inoltre, è il video. Conservo ore ed ore di riprese che metterò presto a disposizione attraverso un nuovo canale su YouTube. Poi, inaspettatamente, qualche anno fa ho cominciato a suonare come DJ anche in India. Adesso sono in contatto sia con DJ che promoter indiani e l’anno scorso ho fatto uscire su Hot Elephant Music una compilation intitolata “Indian TechXpress” con musica di giovani produttori indiani. In questo modo ho finalmente riunificato quelle parti di me che sembravano così lontane tra loro e quando mi trovo in India non ho più l’impressione di sentirmi “in un altro mondo”. Di una cosa, infine, sono veramente felice: non vivo più Alexander Robotnick come un alter ego». (Giosuè Impellizzeri)

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Blastromen – Cyberia (Dominance Electricity)

Blastromen - CyberiaI Blastromen, dalla gelida Finlandia, non hanno inventato nulla di nuovo ma stanno portando l’electro ad un nuovo livello, somigliante a quella delle origini ma non passivamente replicante. Insieme ufficialmente dal 2004, anno in cui la piccola X0X Records pubblica “Robot Aggression”, il loro EP di debutto, Mika Rosenberg e Sami Koskivaara dimostrano di aver imparato bene la lezione impartita dai Kraftwerk, tra i loro principali mentori ed ispiratori. «Iniziammo a creare le prime tracce electro tra 2002 e 2004 ed alcune di esse finirono in quell’EP» racconta Koskivaara. «Quando l’etichetta ci diede l’ok si presentò la necessità di coniare un (nuovo) nome d’arte che riflettesse concetti legati al futurismo e allo spazio. Ne cercammo uno incisivo e naturalmente mai usato prima di quel momento, ed optammo per Blastromen che avrebbe così rappresentato la nostra nuova avventura musicale dopo l’esperienza nella techno e nell’ambient sperimentale, generi a cui ci accostammo come AM». Segue Rosenberg: «Ci conosciamo sin da bambini, lavorare insieme è stata una cosa quasi naturale. Non abbiamo mai sentito il bisogno di scendere a compromessi per connettere le rispettive prospettive artistiche. Intorno al 2002 c’erano un mucchio di artisti che nel nome includevano il suffisso “tron” o “tronic”, quindi cercammo di escogitare qualcosa che potesse rappresentarci bene e non farci rischiare di essere confusi in quel marasma. Non nascondo che per arrivare a Blastromen ci mettemmo un bel po’ ma alla fine fummo totalmente soddisfatti della scelta. Stilisticamente invece, la strada maestra era la tradizionale electro ma l’intento, sin dall’inizio, è stato evolverla. A quasi un quindicennio di distanza, direi che siamo riusciti a generare un sound crossover di influenze plurime, seppur localizzato ancora nell’electro».

Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila l’electro vive un momento di grande rivalutazione, trainata dall’ondata electroclash che infiamma gli animi dei nostalgici e dei più giovani. In tantissimi si buttano a capofitto in quel genere, dimenticato dopo i fasti nei primi anni Ottanta con Afrika Bambaataa, Hashim, Newcleus, The Jonzun Crew, Egyptian Lover o Man Parrish, e lo rivitalizzano, alcuni con risultati particolarmente intriganti ed ammirevoli. «Ho sempre apprezzato la musica nella globalità, spaziando dalla classica alle moderne avanguardie, dal synth pop al jazz e al progressive rock. In ambito prettamente electro, Anthony Rother, Mr. Velcro Fastener, I-F ed Imatran Voima mi hanno influenzato in maniera più netta rispetto ad altri» dice Koskivaara. Background simile quello di Rosenberg che ammette di avere un debole per il nu metal e persino per il rap e il pop mainstream. «Oltre agli artisti già citati da Sami, menzionerei anche il breakbeat e il big beat di artisti affermati negli anni Novanta, come i Prodigy. Abbozzammo i primi demo tra 1994 e 1995 coi tracker installati sull’Amiga 500, OctaMED per comporre e ProTracker per campionare. Fu un periodo veramente entusiasmante, pieno di esperimenti stilistici di ogni tipo ed applicati anche alla musica pop, ma per noi le priorità restavano electro e techno. Non nascondo che sogno di dedicarmi ancora alla techno e il giorno in cui accadrà potrebbe non essere neanche così lontano».

“Cyberia” è il terzo LP che i finnici incidono per la tedesca Dominance Electricity, che lo commercializza su CD e doppio 12″, inclusa una Deluxe Edition su vinile rosso e con poster allegato, ma come detto prima a tenerli a battesimo è la X0X Records con base a Turku, ancora attiva ma piuttosto discontinua nelle pubblicazioni. «Nel 2010 inviammo il demo del nostro primo album, “Human Beyond”, alla Dominance Electricity che ci propose subito un contratto per la pubblicazione» spiega Koskivaara. E continua: «La X0X Records resta un’etichetta incredibile che in catalogo annovera molte uscite iconiche e che preferisce la qualità alla quantità». Rosenberg aggiunge: «Probabilmente ad influenzare la nostra decisione di proseguire con la Dominance Electricity derivò proprio dalla maggiore operatività dell’etichetta tedesca. Contare su una struttura che possa pubblicare musica in modo più veloce fornisce maggiori stimoli ma non abbiamo troncato i rapporti con la X0X Records, siamo ottimi amici col label manager Kalle Karvanen».

Blastromen

I Blastromen in versione live, con tute ed occhiali in puro stile sci-fi

Musicalmente “Cyberia” si inserisce nel percorso tracciato da “Human Beyond” del 2010 e proseguito con “Reality Opens” del 2013. Ingredienti principali restano suoni di matrice electro (bassline spezzettati, melodie ed arpeggi di derivazione synthwave, ambientazioni sci-fi), magistrali parti vocali al vocoder e ritmiche più complesse rispetto alla tipica programmazione di una TR-808, protese verso una forma di breakbeat ibridato con l’electro. Tra i punti di forza si evidenziano “Load Reload”, “Outsider”, “Unite Arise” e “Light Traveler”, a rappresentare bene una customizzazione electroide. «Rispetto ai due precedenti dischi, in “Cyberia” sono finiti brani realizzati parecchio tempo fa, rimasti nel cassetto e che avevamo quasi dimenticato, opportunamente rimaneggiati ed aggiornati come se fossero nati e concepiti nel 2018» rivela Koskivaara. «Abbiamo fatto leva pure su parecchia improvvisazione adoperando strumenti come Roland Jupiter-6, Oberheim Matrix 1000, Roland JX-3P, Access Virus, Novation Bass Station, registratori a cassetta ed altre diavolerie elettroniche. Acid Hausmeister, in “Outsider”, ha “incastrato” la nostra TB-303 nel suo synth hardware per ottenere qualcosa di unico. Il risultato è un mix di suoni e tecniche differenti ma sempre legate al nostro concept del futuro ignoto e dell’intelligenza artificiale». Rosenberg aggiunge: «Abbiamo dato spazio a brani più atmosferici (la title track “Cyberia”, “Eternity”, “Dream”, nda), non soffermandoci solo sul lato più banger. Questo album ci ha fornito lo spunto per recuperare alcuni elementi originariamente usati dalla radio nazionale finlandese (rielaborati ad hoc con un vecchio tape recorder) e persino una melodia che scrivemmo nel lontano 1996 finita in “Into The Void”. È difficile stabilire quindi quanto abbiamo impiegato per completarlo perché contiene cose ideate e composte parecchio tempo fa. Per riorganizzarle ci abbiamo messo circa quattro anni. La copertina è stata studiata appositamente, Falk Klemm del team The Zonders ha fatto un lavoro straordinario mettendo insieme numerose foto e trasformando graficamente il nostro messaggio sonoro».

L’attività dei Blastromen non si riduce a quella in studio di registrazione. I due finlandesi sono anche live performer e il loro approccio all’apparizione pubblica ricorda parecchio i Kraftwerk di fine anni Novanta, con tute ed occhiali fluorescenti, in linea con le classiche visioni fantascientifiche letterarie e cinematografiche. «Nei nostri live cerchiamo di trasmettere costantemente energia e i Kraftwerk sono tra i personaggi-chiave che ci hanno maggiormente influenzato anche a livello visivo. Il loro live in 3D è incredibile» dicono. Con un bagaglio sonoro multiforme e plurisfaccettato, i Blastromen si confermano quindi tra gli act europei più incisivi in ambito electro e conquistano con merito un posto di rilievo nella scena finlandese ben descritta da Tero Vuorinen nel documentario “Machine Soul” (analizzato qui), proprio di recente colpita purtroppo da un altro inaspettato lutto. Dopo Mika Vainio infatti è prematuramente scomparso pure Perttu Eino Häkkinen dei citati Imatran Voima, a cui i Blastromen hanno dedicato in sua memoria la loro versione di “Commando” poche settimane fa. (Giosuè Impellizzeri)

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Leo Mas – DJ chart aprile 1995

Leo Mas, DiscoiD aprile 1995
DJ: Leo Mas
Fonte: DiscoiD
Data: aprile 1995

1) Global Electronic Network – Rolleiflex
Pubblicato dalla Mille Plateaux fondata da Achim Szepanski come sublabel dell’indimenticata Force Inc. Music Works, “Rolleiflex” è il brano con cui i Global Electronic Network esplorano i meandri della techno, dell’ambient e dell’acid mediante ben sei rivisitazioni che occupano lo spazio di un intero LP edito in formato picture disc in edizione limitata oggi particolarmente ricercato e a cui l’etichetta allega un 12″ con l’alienoide “Weltron”. Dietro Global Electronic Network ci sono Ingmar Koch alias Dr. Walker e Can Oral alias Khan, fratello di Cem Oral con cui il citato Koch forma il duo Air Liquide. Edificano la loro musica con un armamentario che include macchine Casio (CZ-101, RZ-1), Korg (Mono/Poly), E-mu (SP-12) ed una caterva di Roland (TB-303, TR-808, MC-202, RE-150, SBX-10, SH-101), tutte di seconda e terza mano e pare affette da qualche problema tecnico che però non frena affatto la loro carica inventiva. A dispetto di coloro che oggi spendono migliaia di euro in strumenti nuovi e vintage convincendosi di essere artisti ma senza avere alcuna idea valida.

2) Twirl – Hard Drive
“Hard Drive” appare in “Right Reduce”, l’unico disco che Robert Babicz firma come Twirl. Il polacco trapiantato in Germania, ai tempi attivo principalmente come Rob Acid, è un veterano dell’acid, stile che qui declina con maestria dimostrando di essere in grado di andare oltre la classica formula del cinguettio della TB-303. Il 12″ viene stampato dalla Important Extracts su vinile colorato, come avviene per tutte le pubblicazioni del catalogo edite tra 1994 e 1996.

3) Duracel +/- Interr-Ference – Untitled
Qui i crediti offrono solo il nome degli autori e dell’etichetta e il numero di catalogo. Nient’altro. Un minimalismo consono a quello dell’etica della Bunker Records, fondata a L’Aia da Guy Tavares che ai tempi, insieme ad artisti-commilitoni olandesi tra cui gli interpreti del 12″ in questione, mette su la squadra degli Unit Moebius, considerata a ragion veduta la risposta europea più consona e coerente al team americano degli Underground Resistance. Sul 12″ presenziano cinque tracce senza titolo in cui Duracel (Menno Van Os) e Ferenc E. van der Sluijs (Interr-Ference, che da lì a breve sintetizzerà il nome in I-f) sfogano i propri istinti rabbiosi generando una techno scarnificata e rude, ispirata dal suono detroitiano ma arricchito da nuove suggestioni low-fi ai confini con l’industrial. Contestualmente al disco la Bunker Records mette in circolazione una quantità limitata di VHS con animazioni video sincronizzate con la musica incisa sul vinile.

4) Walker – Invasion Of The Bassface
Già menzionato poche righe fa (posizione numero 2), Ingmar Koch riappare nella classifica di Leo Mas con un brano fantasioso in cui una techno sbilenca, con qualche nervatura ravey, accoglie un suono che si ripete ossessivamente per tutta la durata creando marcato ipnotismo. Il pezzo è inciso su un picture disc dalle grafiche psichedeliche che omaggia lo smile, icona della musica acid e del movimento rave. A pubblicarlo la DJ.Ungle Fever fondata dallo stesso Koch e dai fratelli Oral, il cui catalogo merita di essere riscoperto.

5) Crushed Insect – Put Me On Your Sandwich
Prodotto da Cari Lekebusch pare affiancato da Adam Beyer, “Put Me On Your Sandwich” si muove in un telaio ritmico classicamente techno (forse fin troppo) con pochissimi suoni a troneggiare su esso. Più briosa l’andatura di “Yellow Jam”, sul lato b (a cui si ispira Massimo Cominotto per “Paint It Black”?), che mantiene intatto lo spirito minimalista ma spingendo gradite variazioni. Il 12″ su plastica rossa è edito dall’allora giovanissima Hybrid alla sua quarta apparizione.

6) Cream Traxx – Plot 25
Sébastien Christophe Becky è Cream Traxx e “Plot 25” è il brano che apre “Volume 1” sulla Fixed System Records che egli stesso fonda a Colonia. Con un passato adolescenziale trascorso come bassista in una band punk rock, si avvicina alla musica elettronica e conquista il primo contratto discografico a soli diciotto anni. L’attrazione iniziale è per l’acid e la techno che abbraccia come Cream Traxx e Bastian con cui approda sulla Tanjobi di Beroshima. Curiosamente i due dischi firmati Cream Traxx, questo e un altro su Polimorf Records, recano il suffisso “Vol. 1” ma a cui non viene dato alcun seguito. Dopo un periodo di pausa l’artista, ora di stanza a New York, si reinventa attraverso nuovi nomi e collaborazioni (Adilette Man, 2 Human DJs, Shoutbox) con cui si confronta con generi musicali completamente diversi come trance e tech house.

7) Biochip C. – Zek
Di Martin Damm si era già parlato su queste pagine (si veda la chart di Moka del 1993). Dei tantissimi nomignoli adoperati dal prolifico produttore residente a Kaiserslautern, Germania, Biochip C. è senza dubbio uno dei maggiormente usati. Tra le decine di pubblicazioni si rinviene quindi questo 12″ sulla citata Force Inc. Music Works di Achim Szepanski in cui è racchiusa “Zek”, spavalda acid techno che picchia duro come un martello sull’incudine e vede scintille nate dall’attrito tra la cassa distorta e le graffiate selvagge di TB-303.

8) Kopftanz – #1
Analogamente al disco di Duracel ed Interr-Ference su Bunker Records (posizione 3), anche questo di Kopftanz riduce i crediti ai minimi termini. Autore, titolo, etichetta, numero di catalogo, nient’altro. È la musica a parlare, contrariamente a quanto avviene oggi con tonnellate di informazioni che molti antepongono alla musica stessa illudendosi di poter sopperire all’assenza di idee. Sono quattro i brani incisi su vinile rosso dalla Acid Orange di Beroshima (dal ’96 trasformata in Müller Records), tutti senza titolo ma allineati sulla griglia del minimalismo acido di Emmanuel Top, Like A Tim, Mono Junk o dell’italiano Acid Front prodotto proprio da Leo Mas & soci sulla Muzak e di cui parlammo dettagliatamente qui. Qualche anno fa su Discogs un utente attribuisce la paternità del progetto Kopftanz alla coppia DJ Zky/Daniel Paul ma l’informazione non trova mai conferma ufficiale.

9) Cosmic Traveller – 7th Dissolvence
Col disco di Simon Longo alias Cosmic Traveller, Leo Mas, Fabrice ed Andrea Gemolotto inaugurano una delle loro etichette lanciate negli anni Novanta, la Models Inc., di cui si è parlato nelle due interviste racchiuse in Decadance Extra, una delle quali dedicata al negozio di dischi Zero Gravity. “7th Dissolvence” è il primo dei quattro brani incisi sul doppio mix e declina con perizia gli elementi tipici dell’acid techno. «Ai tempi ero all’apice di un lungo periodo di lavoro in studio. Collegando in modo particolare i miei strumenti, riuscii a programmare musica dal vivo modificandola in tempo reale» oggi racconta Longo. E continua: «L’improvvisazione si fondava sulla base di un ciclo di Cubase che continuava a ripetersi mentre io, aprendo e chiudendo tracce e mutando i parametri, creavo un continuum tra suoni, ritmiche e distorsioni. Quella configurazione dello studio divenne un’estensione di me stesso visto che potevo controllare il risultato e dare alla musica l’esatta direzione. Con quel sistema realizzai parecchie tracce, alcune finirono nel disco di Cosmic Traveller, altre sotto vari pseudonimi. Fabrice era solito usare diversi miei pezzi che si intrecciavano perfettamente poiché appartenevano ad un unico set in cui, improvvisando, generavo di continuo nuove situazioni. Le mie influenze derivavano dalla techno ma anche da cose più IDM e sperimentali. Allora lavoravo con DJ come Robert Livesu (col quale forma il duo Mitia Vargas, nda) e il mio sound era incasellato sotto la voce techno ma per me la musica è sempre stata ricerca ed evoluzione e in tal senso penso ai primi Prodigy, Aphex Twin, Jam & Spoon e Miss Djax ma anche a cose non dance come Philip Glass, l’elettronica industriale e la musica concreta». Il dinamismo creativo di Longo è palese ed infatti dimostra di sapersi destreggiare anche in ambienti dalle tinte più fosche e dalle prospettive più ardite come ad esempio avviene in “Like A Flute”, inciso sul lato c, un mantra beatless sviluppato su una nube astrale da cui si leva un canto tribale aborigeno, lo stesso ad essere usato poco tempo prima da Z100 nella sua “Gengennarugenge'”. «Credo di averlo campionato da qualche CD o forse da una libreria di musica africana» afferma Longo. Quello su Models Inc. è il primo ed unico disco firmato Cosmic Traveller e a tal proposito l’artista chiarisce: «Contrassegnavo quasi ogni 12″ che incidevo con un nuovo pseudonimo e forse esagerai un po’. Poi purtroppo una serie di circostanze mi impedì di continuare a produrre per almeno una decina di anni».

10) Twirl – Sorted
Leo Mas opta per un altro brano tratto da “Right Reduce” (posizione 2), “Sorted”, il più “trippy” del disco in cui Babicz assottiglia i suoni e pialla la ritmica sino a trasformarla in una lama affilata come quella di un rasoio.

(Giosuè Impellizzeri)

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Hard Wax – chart settembre 1997

Hardwax Raveline, settembre 1997
Negozio: Hard Wax
Fonte: Raveline
Data: settembre 1997

1) Push Button Objects – Cash
Edgar Farinas, da Miami, è Push Button Objects. Debutta sull’etichetta dei Phoenecia, la Schematic, con questo EP che vaga tra l’hip hop sperimentale e l’IDM raschiato dal glitch. Quattro i brani racchiusi al suo interno, “Lockligger”, “Striffle”, “Trot” e “Maercs”, inseriti nell’album “Dirty Dozen” uscito tre anni dopo e contraddistinti da broken beat, suoni segmentati e qualche scratch a rimarcare l’appartenenza ad un mondo allora fortemente legato all’arte del turntablism. La prima tiratura viene commercializzata con una copertina di plastica trasparente di tipo ziplock.

2) Monolake – Occam / Arte
Dietro Monolake, ai tempi, operano in due, Gerhard Behles e Robert Henke, che da lì a breve daranno vita ad uno dei software più celebri e rivoluzionari, Ableton Live (per approfondire si veda qui). Alfieri della minimal techno ben prima che questa divenisse uno specchietto per le allodole e rappresentasse una presunta novità da offrire al pubblico del nuovo millennio proprio mentre impazza la “Ableton generation”, i tedeschi qui elaborano due brani per la DIN dell’amico Torsten “T++” Pröfrock, entrato per un periodo a far parte dello stesso team. “Occam”, registrata live il 28 dicembre 1996 a Lucerna, in Svizzera, viaggia su taglienti minimalismi tangenti il dub in stile Basic Channel, “Arte”, prodotta in studio a Berlino, mostra scenari simili ma riducendo l’apporto ritmico ed avvicinandosi all’ambient. Da qualche anno in Rete si dibatte sulla velocità alla quale dovrebbe essere suonato il disco: c’è chi sostiene sia meglio a 33 giri, chi parteggia per i 45, chi ritiene di alternare 33 per un lato e 45 per l’altro. Sul disco non è riportata alcuna indicazione chiarificatrice ma nell’album “Hongkong”, pubblicato dalla Chain Reaction dei sopracitati Basic Channel, “Arte” suona a 33 giri mentre “Occam” a 45.

3) Luke Vibert – Big Soup
“Big Soup” è il primo album che Vibert firma col suo nome anagrafico ma giunto dopo altri ammirevoli lavori sotto pseudonimo (Wagon Christ, Plug) con cui mette a soqquadro il mondo drum n bass e trip hop. Pubblicato dalla Mo Wax, “Big Soup” potrebbe essere paragonato ad un altro album epocale presente nel catalogo della label di James Lavelle ossia “Endtroducing…..” di DJ Shadow. I beat si accartocciano come se fossero fogli di carta appallottolati, i sample sono assemblati secondo una fantasia funambolica che ad un orecchio poco allenato potrebbe suonare come disordine ma che in realtà segna le tappe di una ulteriore evoluzione dell’elettronica. Tra le più convincenti “Reality Check”, “C.O.R.N.” ed “Am I Still Dreaming?”, con un tiro à la Propellerheads, “Stern Facials” con tessiture di jazz destrutturato, e “2001 Beats”, piacevolmente accelerata e lanciata verso sponde drum n bass.

4) Plug – Cut (’97 Remix)
Inciso sul 12″ intitolato “Me & Mr. Sutton” e pubblicato dalla britannica Blue Planet Recordings, il remix ’97 di “Cut” (la versione originale si trova nell’album “Drum’N’Bass For Papa” uscito circa un anno prima) è virtuosa drum n bass con cui l’autore, Luke Vibert, di cui si è già detto poc’anzi, dimostra la genialità assoluta nel ricontestualizzare un campione preso da “Love Won’t Let Me Wait” di Major Harris. Soul del 1974 che dopo poco più di venti anni muta e si ripresenta come nessuno avrebbe mai potuto immaginare.

5) Robert Henke – Floating.Point
I sette brani racchiusi in “Floating.Point” sono stati prodotti nel quinquennio 1992-1997: Henke, affiancato dall’amico Gerhard Behles con cui allora anima il progetto Monolake (si veda posizione 2), scava nell’inconscio ed ottiene un incredibile tunnel ambientale lungo poco più di 52 minuti in cui di tanto in tanto fanno capolino suoni tratti dalla natura ricavati forse da registrazioni sul campo.

6) Jeswa – Skone
Joshua Kay dei già citati Phoenecia è Jeswa. “Skone”, l’unico disco che firma con questo pseudonimo, fa scricchiolare i glitch su patine di IDM intellettualoide, con frequenti controtempi e suoni dub. Quello di Kay è un suono ascrivibile all’IDM sperimentale ed astrattista, paragonabile a quello di artisti come Autechre, Jan Jelinek o Vladislav Delay.

7) Various – From Beyond
“From Beyond” è il mega progetto che l’Interdimensional Transmissions vara nel 1997 e che, per il formato vinilico, si compone di quattro volumi, l’ultimo dei quali pubblicato nel 1998 quando il tutto viene raccolto anche su CD ma senza i vari locked groove e loop caratteristici dell’etichetta degli Ectomorph. La chart non specifica a quale qui si faccia riferimento, ma per inquadrare il contesto è sufficiente menzionare qualche nome degli artisti coinvolti come DJ Godfather, Mike Paradinas, Le Car, Phoenecia, Flexitone, Sluts’n’Strings & 909 e Will Web. Di matrice marcatamente electro, “From Beyond” viene ricordata anche per aver incluso nella tracklist “Space Invaders Are Smoking Grass” dell’olandese I-f, presa in licenza dalla originaria Viewlexx e debitamente pubblicata negli States come singolo nel ’98, seppur raccolga il meritato successo solo diversi anni più tardi quando in Europa scoppia il fenomeno electroclash.

8) Bochum Welt – Feelings On A Screen
Si narra che nel 1994 un giornalista del magazine britannico NME attribuì erroneamente la paternità di “Scharlach Eingang” ad Aphex Twin. A programmare le immaginose tracce di quel disco fu invece l’italiano Gianluigi Di Costanzo, entrato nelle grazie di Richard D. James e Grant Wilson-Claridge che da quell’anno lo arruolano nella squadra della Rephlex. L’EP della chart, stampato sia su vinile che CD shape, si muove su un suono a metà strada tra geometrismi electro (“Greenwich”, “Feelings On A Screen”) e più rilassate deviazioni ambient (“Fortune Green”, “La Nuit (Slumber Mix)”), con qualche assonanza melodica orientale a fare da collante.

9) Various – Plug Research & Development
Nel 1997 la Plug Research, oggi di base a Los Angeles, in California, lancia un progetto analogo a quello dell’Interdimensional Transmissions descritto poche righe più sopra. “Plug Research & Development” raccoglie al suo interno un buon numero di tracce techno (otto sul doppio vinile, dieci sul CD) realizzate da artisti poco noti al grande pubblico e per questo ingiustamente passate inosservate. Da Smyglyssna a Phthalocyanine, dai Wrench a Ravens Over Venice passando per l’australiano Voiteck, Lucid Lung, R.E.A.L.M. e i Mannequin Lung. Da segnalare anche la presenza dei Nine Machine (Mark Broom e Steve Pickton) e di Mr. Hazeltine, tra i primi alias di John Tejada rispolverato proprio recentemente.

10) Kotai – Back At Ten
Il brano in questione si presenta in due versioni: la Slow, che si inerpica su un percorso electro in battuta rallentata, e la Fast che prevedibilmente pigia sul pedale dell’acceleratore avvicinandosi alla minimal techno più ammaliante. A programmare le sequenze insieme al viennese Klaus Kotai (quello di “Sucker DJ”) c’è Gabriele ‘Mo’ Loschelder, ai tempi nell’organico di Hard Wax e con cui Kotai fonda l’Elektro Music Department, piccola etichetta in attività dal 1995 e che circa un anno fa ha pubblicato “Reat”, l’album postumo di Mika Vainio.

(Giosuè Impellizzeri)

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