Adriano Canzian – Damned (Icon Series)

Adriano Canzian - DamnedSembra incredibile ma sono già trascorsi ben quindici anni dal debutto discografico di Adriano Canzian. È stato il primo italiano a pubblicare musica sulla label di DJ Hell, quando International Deejay Gigolo generava entusiasmi al diapason ed era una zattera in grado di traghettare, quasi con puntale regolarità, artisti dall’underground al mainstream (Zombie Nation, Fischerspooner, Tiga, Miss Kittin & The Hacker, Vitalic, giusto per citarne alcuni). Poi le strade di Canzian e la Gigolo si dividono (tutti i dettagli sono in Gigolography) ma per l’artista nativo di Pieve di Soligo quel “divorzio” non si rivela affatto infausto. Dopo “Pornography”, contrassegnato dall’artwork-parodia di “Slave To The Rhythm” di Grace Jones, la sua cifra stilistica è rimasta intatta e svariate pubblicazioni tra cui altri due album (“Metamorphosis” su Space Factory, 2008, e “Zombies” su I-Traxx Red Edition, 2015) dimostrano che il suo successo non fu affatto casuale o studiato a tavolino, come invece qualcuno asserì dopo l’uscita di “Macho Boy”.

“Damned” continua ad alimentare il filone della techno EBM ma non lo fa riproducendo su carta carbone gli schemi dei dischi precedenti. «Nei primi tre album, ma specialmente in “Pornography”, non mi interessava che i suoni fossero puliti, limpidi e perfettamente equalizzati, anzi optai volutamente per un approccio punk/industrial durante la produzione. Non seguii nessuna regola e non mi premeva il giudizio altrui, creavo ciò che piaceva a me senza minimamente seguire trend o mode del momento» racconta oggi Canzian. «”Damned” suona bene ed è più “pulito”. Ogni suono di ogni singolo pezzo è ben equalizzato e mixato, ho usato voci e suoni distorti che ho inserito qua e là per rendere il risultato un po’ più “malato” e darkeggiante. Sono molto contento per gli ottimi feedback ricevuti da parte di big della scena. Dave Clarke, ad esempio, per tre settimane di seguito ha suonato le mie tracce nel suo famoso radio show, “White Noise”. Vorrei che l’ascoltatore riuscisse a cogliere la mia capacità di armonizzare due stili musicali differenti mantenendo però la mia identità. Non è stato facile, ho dovuto dosare sapientemente gli “ingredienti” ma il risultato è qualcosa di cui vado fiero. Un esempio calzante è rappresentato da “The Ones”, realizzato con l’amica Yasmin Gate che ha scritto e prestato la voce. La definirei “new sexy EBM”, in cui la cattiveria dei suoni si sposa con una sensuale voce. Credo di essere riuscito ad equilibrare al meglio queste due forze».

“Damned” poggia su una particolarità essenziale: ognuno dei dodici pezzi inclusi al suo interno è stato realizzato insieme ad altri artisti. Una modalità non nuova per Canzian visto che in passato aveva già stretto alleanze con colleghi con cui condividere idee ed emozioni (Dirty Princess, Atomizer, Terence Fixmer, David Carretta, Gigi Succes, Anna Patrini, Equitant) ma in questo caso il featuring ripetuto per ogni brano offre maggiori spunti e fusioni esperienziali. Snodo nevralgico dell’intero lavoro è senza dubbio lo scambio, continuo, tra techno ed EBM. Insieme a Canzian ad irrorare di energia i beat ci sono Millimetric (“B To B”, con stab di memoria rave), Romance Disaster (“Schwebend”), Delectro (“I Wanna Kill You”), Furfriend (“Beasts”) e le citate Anna Patrini e Yasmin Gate, rispettivamente con “Wild Strawberries” e “The Ones”.

Adriano Canzian (foto di Noemi Pulvirenti)

Adriano Canzian in una foto di Noemi Pulvirenti

Tra le prove più convincenti si segnala “The Poison Key”, coi vocalizzi del (techno) punk newyorkese The Horrorist, “It’s My Shout”, insieme a David Carretta che riagguanta l’energia dei tempi di “Shocktreatment” o “Kill Your Radio”, “Inside Of Me”, coi Khan Of Finland, in cui riappare il suono spezzettato che intrigò Hell nel 2003, ed “80’s Bitch”, con Christian Lacroix, una sorta di nuova “Macho Boy” con testo scabroso e piglio electro iper battagliero. Da rimarcare anche la presenza di Al Ferox, co-produttore di “Come With Me” che pare davvero saltato fuori dal catalogo Dancefloor Killer o Kobayashi Recordings col suo carico di hardcore techno di taglio 90s (Manu Le Malin docet), e di Federico Leocata, un fan, menzionato tra i ringraziamenti sulla copertina di “Pornography”, che nel frattempo si è affermato con merito nel circuito electro, rivelandosi un più che valido discepolo di Gerald Donald. In “Fear Of Yourself” le due visioni si compensano a vicenda, ibridandosi tra atmosfere noir e pulsazioni techno.

«Sentivo l’esigenza di creare qualcosa di diverso rispetto ai precedenti album, di “contaminare” il mio stile con altri e così ho stilato una lista molto lunga di artisti che apprezzo e stimo ed ho scritto a tutti, immaginando che almeno la metà di essi non mi avrebbe neanche risposto» spiega Canzian. «Alcuni di loro mi hanno chiesto molti soldi per collaborare, ma ho ricevuto anche tante email, alcune assolutamente inaspettate, con risposte entusiasmanti. Da quel momento è iniziato un lavoro molto complesso durato circa un anno e mezzo. Non è stato affatto semplice fare un disco con dodici artisti differenti, tutti dotati di forti personalità e stili ben precisi, era una vera sfida che però, secondo me, sono riuscito a vincere. Il processo creativo è variato in base all’artista: ad alcuni ho mandato dei file con cui hanno cominciato ad impostare la traccia per poi rimandarmela coi suoni separati in modo da metterci il mio tocco sino alla conclusione, in altri casi è avvenuto l’esatto opposto. C’è anche chi ha contribuito solo con la voce o testi. Gli arrangiamenti e i mixaggi finali li ho fatti tutti io tranne per la traccia con Al Ferox, accompagnata da un videoclip dai contenuti piuttosto forti, in cui ho partecipato con testi e voce. Il resto lo ha fatto lui, master compreso. C’è anche un aneddoto che vorrei svelare: un artista molto noto aveva accettato la collaborazione ma una volta saputa l’identità degli altri che avrebbero preso parte al disco mi ha dato un ultimatum: per averlo nell’album avrei dovuto rinunciare ad altri due con cui non andava d’accordo e che non avrebbe voluto vedere accanto al suo nome. Alla fine ho preferito tagliare fuori lui.

Per quanto concerne invece il mio modus operandi compositivo, di solito lavoro contemporaneamente ad una ventina di arrangiamenti, e questo mi permette di non entrare mai in paranoia. Dopo aver lavorato per tante ore sulla stessa traccia non capisci più cosa tenere e cosa eliminare, quindi per ovviare a ciò dedico circa un’ora a pezzo, non di più. Talvolta mi capita di partire dal basso, altre da una voce, da un suono o da un effetto. In “80’s Bitch”, ad esempio, ho chiesto all’amico di vecchia data Christian Lacroix, che adoro, di mandarmi dei vocal con un testo a suo piacimento, dandogli completamente carta bianca. Una volta ricevuti li ho tagliati e messi a tempo con una cassa in sottofondo, pitchati, distorti ed equalizzati. Poi ho costruito intorno tutto il resto. Mi piaceva l’idea della musica electro dark con casse sincopate ed un testo hard/porno, scandito da una voce suadente ed ambigua. Avevo proprio bisogno di un pezzo che rappresentasse la naturale evoluzione di “Macho Boy”».

Come detto prima, il lavoro di Canzian presenta nuove prospettive ma nel contempo tutela dettagli in una sorta di trademark audio capace di identificare l’autore in mezzo ad altri artisti paragonabili per percorso stilistico. Non vi è alcuna voglia di allontanarsi dalle radici fatte di electronic body music, industrial, dark, techno, punk. Il range d’azione resta quello. Tuttavia il compositore rivela che nel corso degli anni ha lavorato con pittori e scultori creando, per le loro mostre, musica del tutto diversa da quella confluita nella discografia ufficiale. «Ho avuto anche il piacere di comporre per spettacoli teatrali sperimentali, e senza dubbio sono state esperienze interessanti ma economicamente non convenienti» afferma. «Sono stato e sono un artista underground. Non seguo mode, non ho software moderni, lavoro con poche cose e programmi vecchissimi. Credo che per fare buona musica non sia affatto necessario possedere tutte le macchine del mondo, specialmente le tanto decantate analogiche, anzi, spesso più ci sono strumenti analogici e più i brani suonano banali alle mie orecchie. In tutto quello che ho fatto e che continuo a fare c’è sempre un’influenza dark, a volte dirompente, in altre solo strisciante. Tutti noi abbiamo un lato oscuro ma spesso lo temiamo e ci spaventa. Per me non è così, anzi ne traggo beneficio per le mie composizioni, lo faccio vivere, sfogare, non posso impedirlo né tantomeno ignorarlo. Non è presente costantemente nella mia via ma decido io dove recintarlo, anche se questo non basta a renderlo mansueto. È una dannazione ma ormai ho imparato a conviverci. Penso che tutti gli artisti, compresi quelli coinvolti in “Damned”, talvolta provino sensazioni simili. Non posso smettere di trasformare il mio lato oscuro in qualcosa di creativo, per me è terapeutico e comunque non avrei altra scelta».

Adriano Canzian (foto di Matteo Colombo)

Adriano Canzian in uno scatto di Matteo Colombo

“Damned” è uscito da poche settimane sulla londinese Icon Series, ricordata per una serie di uscite in formato 7″ risalenti ai tempi dell’apice dell’electroclash, ovviamente in digitale ed anche in una edizione limitata su CD di quattrocento copie. Per il momento resta esclusa la stampa su vinile. «Di comune accordo con la casa discografica, abbiamo pensato di pubblicarlo in CD e digitale ed attendere qualche settimana per fare il punto della situazione e capire quali sono i cinque/sei pezzi maggiormente acquistati e quindi riversarli su vinile. Far uscire l’intero album su disco è molto costoso e poco redditizio, inoltre la label è piccola e sta investendo tanto su di me, prima con l’EP “Seeking Bad Boys” (su CD e digitale) ed adesso con l’album abbinato ad una t-shirt. Come succede ogni volta che esce un mio disco, mi sento svuotato, come se avessi partorito. Ora voglio godermi i frutti di quello che ho seminato ma so che ben presto la voglia di produrre tornerà più forte che mai. Sto già lavorando ad un nuovo EP estratto dall’album che includerà due brani e svariati remix realizzati da vari artisti». (Giosuè Impellizzeri)

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