Leo Mas – DJ chart aprile 1995

Leo Mas, DiscoiD aprile 1995
DJ: Leo Mas
Fonte: DiscoiD
Data: aprile 1995

1) Global Electronic Network – Rolleiflex
Pubblicato dalla Mille Plateaux fondata da Achim Szepanski come sublabel dell’indimenticata Force Inc. Music Works, “Rolleiflex” è il brano con cui i Global Electronic Network esplorano i meandri della techno, dell’ambient e dell’acid mediante ben sei rivisitazioni che occupano lo spazio di un intero LP edito in formato picture disc in edizione limitata oggi particolarmente ricercato e a cui l’etichetta allega un 12″ con l’alienoide “Weltron”. Dietro Global Electronic Network ci sono Ingmar Koch alias Dr. Walker e Can Oral alias Khan, fratello di Cem Oral con cui il citato Koch forma il duo Air Liquide. Edificano la loro musica con un armamentario che include macchine Casio (CZ-101, RZ-1), Korg (Mono/Poly), E-mu (SP-12) ed una caterva di Roland (TB-303, TR-808, MC-202, RE-150, SBX-10, SH-101), tutte di seconda e terza mano e pare affette da qualche problema tecnico che però non frena affatto la loro carica inventiva. A dispetto di coloro che oggi spendono migliaia di euro in strumenti nuovi e vintage convincendosi di essere artisti ma senza avere alcuna idea valida.

2) Twirl – Hard Drive
“Hard Drive” appare in “Right Reduce”, l’unico disco che Robert Babicz firma come Twirl. Il polacco trapiantato in Germania, ai tempi attivo principalmente come Rob Acid, è un veterano dell’acid, stile che qui declina con maestria dimostrando di essere in grado di andare oltre la classica formula del cinguettio della TB-303. Il 12″ viene stampato dalla Important Extracts su vinile colorato, come avviene per tutte le pubblicazioni del catalogo edite tra 1994 e 1996.

3) Duracel +/- Interr-Ference – Untitled
Qui i crediti offrono solo il nome degli autori e dell’etichetta e il numero di catalogo. Nient’altro. Un minimalismo consono a quello dell’etica della Bunker Records, fondata a L’Aia da Guy Tavares che ai tempi, insieme ad artisti-commilitoni olandesi tra cui gli interpreti del 12″ in questione, mette su la squadra degli Unit Moebius, considerata a ragion veduta la risposta europea più consona e coerente al team americano degli Underground Resistance. Sul 12″ presenziano cinque tracce senza titolo in cui Duracel (Menno Van Os) e Ferenc E. van der Sluijs (Interr-Ference, che da lì a breve sintetizzerà il nome in I-f) sfogano i propri istinti rabbiosi generando una techno scarnificata e rude, ispirata dal suono detroitiano ma arricchito da nuove suggestioni low-fi ai confini con l’industrial. Contestualmente al disco la Bunker Records mette in circolazione una quantità limitata di VHS con animazioni video sincronizzate con la musica incisa sul vinile.

4) Walker – Invasion Of The Bassface
Già menzionato poche righe fa (posizione numero 2), Ingmar Koch riappare nella classifica di Leo Mas con un brano fantasioso in cui una techno sbilenca, con qualche nervatura ravey, accoglie un suono che si ripete ossessivamente per tutta la durata creando marcato ipnotismo. Il pezzo è inciso su un picture disc dalle grafiche psichedeliche che omaggia lo smile, icona della musica acid e del movimento rave. A pubblicarlo la DJ.Ungle Fever fondata dallo stesso Koch e dai fratelli Oral, il cui catalogo merita di essere riscoperto.

5) Crushed Insect – Put Me On Your Sandwich
Prodotto da Cari Lekebusch pare affiancato da Adam Beyer, “Put Me On Your Sandwich” si muove in un telaio ritmico classicamente techno (forse fin troppo) con pochissimi suoni a troneggiare su esso. Più briosa l’andatura di “Yellow Jam”, sul lato b (a cui si ispira Massimo Cominotto per “Paint It Black”?), che mantiene intatto lo spirito minimalista ma spingendo gradite variazioni. Il 12″ su plastica rossa è edito dall’allora giovanissima Hybrid alla sua quarta apparizione.

6) Cream Traxx – Plot 25
Sébastien Christophe Becky è Cream Traxx e “Plot 25” è il brano che apre “Volume 1” sulla Fixed System Records che egli stesso fonda a Colonia. Con un passato adolescenziale trascorso come bassista in una band punk rock, si avvicina alla musica elettronica e conquista il primo contratto discografico a soli diciotto anni. L’attrazione iniziale è per l’acid e la techno che abbraccia come Cream Traxx e Bastian con cui approda sulla Tanjobi di Beroshima. Curiosamente i due dischi firmati Cream Traxx, questo e un altro su Polimorf Records, recano il suffisso “Vol. 1” ma a cui non viene dato alcun seguito. Dopo un periodo di pausa l’artista, ora di stanza a New York, si reinventa attraverso nuovi nomi e collaborazioni (Adilette Man, 2 Human DJs, Shoutbox) con cui si confronta con generi musicali completamente diversi come trance e tech house.

7) Biochip C. – Zek
Di Martin Damm si era già parlato su queste pagine (si veda la chart di Moka del 1993). Dei tantissimi nomignoli adoperati dal prolifico produttore residente a Kaiserslautern, Germania, Biochip C. è senza dubbio uno dei maggiormente usati. Tra le decine di pubblicazioni si rinviene quindi questo 12″ sulla citata Force Inc. Music Works di Achim Szepanski in cui è racchiusa “Zek”, spavalda acid techno che picchia duro come un martello sull’incudine e vede scintille nate dall’attrito tra la cassa distorta e le graffiate selvagge di TB-303.

8) Kopftanz – #1
Analogamente al disco di Duracel ed Interr-Ference su Bunker Records (posizione 3), anche questo di Kopftanz riduce i crediti ai minimi termini. Autore, titolo, etichetta, numero di catalogo, nient’altro. È la musica a parlare, contrariamente a quanto avviene oggi con tonnellate di informazioni che molti antepongono alla musica stessa illudendosi di poter sopperire all’assenza di idee. Sono quattro i brani incisi su vinile rosso dalla Acid Orange di Beroshima (dal ’96 trasformata in Müller Records), tutti senza titolo ma allineati sulla griglia del minimalismo acido di Emmanuel Top, Like A Tim, Mono Junk o dell’italiano Acid Front prodotto proprio da Leo Mas & soci sulla Muzak e di cui parlammo dettagliatamente qui. Qualche anno fa su Discogs un utente attribuisce la paternità del progetto Kopftanz alla coppia DJ Zky/Daniel Paul ma l’informazione non trova mai conferma ufficiale.

9) Cosmic Traveller – 7th Dissolvence
Col disco di Simon Longo alias Cosmic Traveller, Leo Mas, Fabrice ed Andrea Gemolotto inaugurano una delle loro etichette lanciate negli anni Novanta, la Models Inc., di cui si è parlato nelle due interviste racchiuse in Decadance Extra, una delle quali dedicata al negozio di dischi Zero Gravity. “7th Dissolvence” è il primo dei quattro brani incisi sul doppio mix e declina con perizia gli elementi tipici dell’acid techno. «Ai tempi ero all’apice di un lungo periodo di lavoro in studio. Collegando in modo particolare i miei strumenti, riuscii a programmare musica dal vivo modificandola in tempo reale» oggi racconta Longo. E continua: «L’improvvisazione si fondava sulla base di un ciclo di Cubase che continuava a ripetersi mentre io, aprendo e chiudendo tracce e mutando i parametri, creavo un continuum tra suoni, ritmiche e distorsioni. Quella configurazione dello studio divenne un’estensione di me stesso visto che potevo controllare il risultato e dare alla musica l’esatta direzione. Con quel sistema realizzai parecchie tracce, alcune finirono nel disco di Cosmic Traveller, altre sotto vari pseudonimi. Fabrice era solito usare diversi miei pezzi che si intrecciavano perfettamente poiché appartenevano ad un unico set in cui, improvvisando, generavo di continuo nuove situazioni. Le mie influenze derivavano dalla techno ma anche da cose più IDM e sperimentali. Allora lavoravo con DJ come Robert Livesu (col quale forma il duo Mitia Vargas, nda) e il mio sound era incasellato sotto la voce techno ma per me la musica è sempre stata ricerca ed evoluzione e in tal senso penso ai primi Prodigy, Aphex Twin, Jam & Spoon e Miss Djax ma anche a cose non dance come Philip Glass, l’elettronica industriale e la musica concreta». Il dinamismo creativo di Longo è palese ed infatti dimostra di sapersi destreggiare anche in ambienti dalle tinte più fosche e dalle prospettive più ardite come ad esempio avviene in “Like A Flute”, inciso sul lato c, un mantra beatless sviluppato su una nube astrale da cui si leva un canto tribale aborigeno, lo stesso ad essere usato poco tempo prima da Z100 nella sua “Gengennarugenge'”. «Credo di averlo campionato da qualche CD o forse da una libreria di musica africana» afferma Longo. Quello su Models Inc. è il primo ed unico disco firmato Cosmic Traveller e a tal proposito l’artista chiarisce: «Contrassegnavo quasi ogni 12″ che incidevo con un nuovo pseudonimo e forse esagerai un po’. Poi purtroppo una serie di circostanze mi impedì di continuare a produrre per almeno una decina di anni».

10) Twirl – Sorted
Leo Mas opta per un altro brano tratto da “Right Reduce” (posizione 2), “Sorted”, il più “trippy” del disco in cui Babicz assottiglia i suoni e pialla la ritmica sino a trasformarla in una lama affilata come quella di un rasoio.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

Annunci

Acid Front – E.C.O. 303 (Muzak)

Acid Front - E.C.O. 303Sulla scia dei virtuosi del Roland Bassline TB-303 come Hardfloor, Mono Junk , DJ Misjah & DJ Tim, Emmanuel Top, Acid Junkies, Miss Djax, Woody McBride o Like A Tim, l’italiano Piercarlo Bormida realizza il suo primo disco nel 1995. Riascoltarlo oltre venti anni dopo rende l’idea di quanto fosse diversa la tecnica di produzione dei tempi. I suoni “parlano” e vibrano in modo individuale, solistico, generando un effetto finale che assomiglia più ad un live in cui il performer armeggia con pochi ed essenziali strumenti. Una drum machine ed un generatore di basso, nient’altro. Il minimo per dare il massimo.

«Avevo venticinque anni, era già uscito un mio disco col progetto Tristan Tzara intitolato “Get Into The Music” ma Acid Front di fatto rappresentava la mia prima produzione da solista. Fu indimenticabile poter tenere tra le mani il vinile e vedere il proprio pseudonimo incastonato nell’occhio della Muzak» oggi racconta Bormida. Muzak (che davvero nulla divide con la cosiddetta “musica da ascensore” e che fu un omaggio all’omonima rivista musicale italiana attiva tra ’73 e ’75) è una delle etichette messe in piedi da Leo Mas, Andrea Gemolotto e Fabrice, insieme ad Informal, Pin Up, Models Inc. e Spock. Ognuna seguiva una traiettoria stilistica ben precisa in un modo tanto originale da catturare l’attenzione del magazine tedesco Frontpage su cui appare un articolo ad aprile 1995.

Muzak, Frontpage aprile 1995

L’articolo dedicato a Muzak apparso sul magazine tedesco Frontpage ad aprile 1995

«Conobbi la “triade” da appassionato di musica elettronica attraverso le loro produzioni e le loro serate in giro per il Nord Italia. Ho frequentato assiduamente la scena underground elettronica del tempo, ascoltare le ultime uscite discografiche che arrivavano da Zero Gravity (il negozio di dischi gestito dalla “triade” a Udine, nda), il paese dei balocchi per gente come noi, era una sorta di missione: carpivamo cosa facevano musicisti che mai avremmo conosciuto per distanza geografica ma coi quali ci sentivamo in forte affinità. Su consiglio del carissimo amico DJ Salvo, grande estimatore delle uscite Muzak, decisi di mandare un demo e qualche tempo dopo mi rispose Fabrice. Lo consideravano in molti, io in primis, il DJ più all’avanguardia della scena italica. L’avevo conosciuto precedentemente in occasione di una delle sue numerose serate ma il fatto che avesse deciso di produrre la mia musica mi emozionò moltissimo. La cernita dei brani portò alla scelta dei due pezzi contenuti nel disco, ma ricordo di avergli mandato diverse tracce, credo cinque in tutto. Partii così alla volta di Udine e proprio nel negozio di dischi conobbi anche Gemolotto: due personaggi indimenticabili, li stimo molto per quello che hanno apportato alla scena elettronica dell’epoca. Ho ancora diversi tape coi DJ set che conservo gelosamente in studio».

In “E.C.O. 303” (E.C.O. sta per Electrocorp Cybernetic Organism) il telaio ritmico è appena abbozzato con kick e gli hi-hat che entrano ed escono, la voce grossa la fa la 303, indiscussa protagonista del 12″. Stride, si contorce di continuo, il perdurante tweaking viene issato verso velocità più sostenute e a metà stesura irrompono suoni acutissimi, un vero trapano per le orecchie. Non dissimile l’idea di “Decay Probability” dove la serpentina di 303 continua a strisciare ed arroventare la scatola metallica del groove che rimane essenziale. Per assemblaggio entrambe ricordano parecchio quanto accade in quegli anni sulle olandesi Bunker Records e Reference Analogue Audio con Unit Moebius, Rude 66, Beverly Hills 808303 o Interr-Ference. Ritmi volutamente scarnificati grondanti lacrime acide.

Nell’arco di quasi venti minuti (il primo dura 10:48, il secondo 9:39), Bormida regala un autentico trip di vintage acid techno, di quella che mandava in visibilio gli appassionati del genere. «Al tempo il minimalismo acido mi aveva letteralmente rapito. Mi piaceva molto l’austriaca Cheap di Erdem Tunakan e Patrick Pulsinger, senza tralasciare Bunker Records e l’Analog Records di Minneapolis.  Non facevo ancora il DJ, mi limitavo ad ascoltare tanta, tantissima musica, e a produrne ininterrottamente. Credo sia stata una vera e propria malattia. Tempo dopo sono passato a sonorità più astratte e melodiche avvicinandomi alla Warp ed alla Rephlex, ma questa è un’altra storia. I pezzi di quel 12″ su Muzak nacquero nell’Alien Front Studio, ossia la mia cameretta. Il letto era l’unica zona franca. Tutto il resto dello spazio era occupato da dischi, cavi, strumenti elettronici principalmente analogici: possedevo delle Roland TB-303 (ben tre!), un ARP Odyssey Mk II, un Roland Alpha Juno-1, la mitica Roland TR-808, e poi Roland SBX-10 Sync Box ed interfaccia Kenton Pro-4, aggeggi vari che utilizzavo come effetti, un Roland JX-3P con programmer ed una TR-606 presi in prestito dal mio socio Paolo ‘Atzmo’ Beltrando (con cui qualche anno dopo ho fondato la Betulla Records, ai tempi suonavamo ancora insieme come Tristan Tzara). In me c’era un netto rifiuto per la macchine digitali e la costruzione dei brani avveniva sostanzialmente in real-time: non era tanto la precisione che mi interessava quanto il flusso delle sequenze. Ecco perché la TB-303 era fondamentale, la manipolazione delle onde sostituiva le melodie vere e proprie, era come praticare un’alchimia sonica. I due brani del disco ne sono testimoni espliciti coi loro circa venti minuti, Insieme alla mia gatta siamese Sirikit (RIP) che sembrava apprezzare amorevolmente quel tormento. Non ho la più pallida idea di quante copie vendette ma so che diversi DJ lo suonarono in giro per l’Europa, almeno stando alle info che mi giungevano da Udine. Comunque non badavo molto alla risposta del pubblico, sono sempre stato un orso di montagna».

Nonostante il promettente esordio, di Acid Front si perdono le tracce e sinora quello su Muzak resta l’unico episodio. «Un seguito ci sarebbe stato se avessi prestato più attenzione alla produzione vera e propria. Successivamente, sempre con lo pseudonimo Acid Front, mandai un demo tape intitolato “Analog Assault” alla Electric Music Foundation, una divisione dell’Analog Records di Minneapolis citata prima: quei 7″, come “Tarantula” di Freddy Fresh, mi facevano letteralmente impazzire, li trovavo superlativi. Qualche mese dopo aver spedito il demo mia madre ricevette una telefonata intercontinentale (vivevo ancora in famiglia), ed era un tale Freddy Fresh. Purtroppo non sono stato abbastanza tenace da seguire la cosa e lasciai sfumare l’occasione. Comunque ho diverse ore di musica registrata su cassetta e CD che invecchia come il Barolo. Tengo le cose che considero preziose (solo per me, ben inteso, dopotutto si tratta di musica autoprodotta) in cantina a prender polvere! Tra queste cinque brani che ho pubblicato su Soundcloud, proprio quelli che erano piaciuti a Freddy Fresh venti anni fa». (Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata