The Fog – Been A Long Time (Miami Soul)

The Fog - Been A Long TimeMolti di quelli che producono house music nei primissimi anni Novanta hanno già maturato qualche esperienza in studio di registrazione. È il caso di Ralph Falcon, nato nel Bronx, a New York, ma cresciuto a Miami, in Florida, che approda al mondo della musica nel 1988, quando è poco più di un teenager, con “I Wanna Know” di Alé, un brano freestyle che ricorda “Let The Music Play” di Shannon del 1983 e che forse voleva cavalcare il successo di “Tell It To My Heart” di Taylor Dayne (1987) o “Conga!” dei Miami Sound Machine (1985). A pubblicarlo è una delle division della A&M Records, la Vendetta Records, che affida il lavoro di editing al compianto Chep Nuñez (proprio quello di “Do It Properly” dei 2 Puerto Ricans, A Blackman And A Dominican) e il remix ad un altro personaggio destinato ad entrare nella storia della house, Little Louie Vega.

«”I Wanna Know” fu il brano che diede avvio alla mia attività discografica» racconta oggi Falcon. «Ero ancora un adolescente e tutto quello che facevo e vedevo era completamente nuovo per me. Gli anni Ottanta furono strepitosi e la house nacque proprio in quel decennio. La house di allora era musica piuttosto grezza, realizzata perlopiù in scantinati, sottoscala o al massimo in piccoli studi e ciò rappresentò la grande “frattura” rispetto alla dance music tradizionale degli anni precedenti, che invece richiedeva enormi budget economici ed elaborate fasi produttive. Nonostante la sua spiccata semplicità però, la house dei primordi rappresentò un sound avvincente e futuristico». Per Falcon la strada da seguire è proprio quella della house e nel 1990 mette su, con Aldo Hernandez, co-produttore del disco di Alé, il progetto Mission Control che con “Outta Limits”, pare diventato un inno allo Shelter di New York, riesce a conquistare il supporto della Atlantic grazie all’A&R di allora, Jerome Sydenham, che lo ristampa nel ’92. La versione principale, non a caso, si chiama Shelter Mix. Inizialmente il brano esce sulla Deep South Recordings, nata nel 1989 e pare finanziata dal padre dello stesso Hernandez, Diego Araceli. Attraverso quella piccola piattaforma indipendente i due mettono sul mercato vari brani che finiscono con l’incuriosire la britannica Warp che nel ’92 raggruppa quattro tracce nell’EP “Miami”.

La locandina del film

La locandina del film di John Carpenter del 1980 da cui Ralph Falcon trae il nome per il suo progetto

Alla fine di quell’anno per Falcon è tempo di una nuova avventura: con Frank Gonzalez, un altro produttore che bazzica il mondo della musica dal 1986 circa, fonda la Miami Soul inaugurata con la sua “Every Now And Then”. Segue un secondo 12″ che caratterizza in modo sensibile la carriera del DJ, “Been A Long Time” firmato con lo pseudonimo The Fog. Alcuni elementi rimandano alla citata “Outta Limits” ma qui la voce campionata da “Turn On, Tune In, Drop Out”, il monologo di Timothy Leary, viene sostituita da quella della cantante Dorothy Mann che fa la differenza su inarrestabili sequenze ritmiche. «Era un periodo in cui producevo molta musica, niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Avevo un mucchio di tracce pronte e creai la Miami Soul proprio con l’intento di dare libero sfogo a quell’energia. Chiaramente non potevo firmarle tutte col mio nome, avrei finito con l’inflazionarlo, e quindi inventai nuovi pseudonimi tra cui The Fog, ispirato da un vecchio film horror (“The Fog” del 1980, diretto da John Carpenter, nda) in cui la nebbia inghiottiva le proprie vittime. Per realizzare “Been A Long Time” usai il campionatore Roland S-50 con cui elaborai i vocal di Dorothy Mann sulla traccia strumentale. Per le ritmiche invece usai una drum machine E-mu SP 1200. Feci tutto in pochi giorni, registrando il brano presso gli HN Studios a Hialeah, in Florida».

Gli strumenti

I due strumenti usati da Ralph Falcon per “Been A Long Time”: sopra il campionatore Roland S-50, sotto la drum machine E-mu SP 1200

Da essere un pezzo essenzialmente usato dai DJ, quello di The Fog si trasforma nell’arco di pochi mesi in qualcosa di ben diverso. Così anche Ralph Falcon passa dalle tenebre rotte dai lampi di strobo delle discoteche specializzate alle accecanti luci delle classifiche di vendita generaliste. “Been A Long Time” viene licenziato in molti Paesi europei tra cui l’Italia dove a spuntarla è la Time Records di Giacomo Maiolini che lo pubblica su Downtown, proprio nello stesso periodo in cui si aggiudica altri due inni che seguono un iter analogo, “Problem No. 13” di Johnny Dangerous e “Plastic Dreams” di Jaydee di cui abbiamo parlato rispettivamente qui e qui. Downtown inoltre commissiona vari remix di “Been A Long Time” (Unity 3, Claudio Coccoluto, Mr. Marvin, Disco Mix Crew) finiti su un doppio mix, a suggellare il successo.

La licenza su Downtown

Il brano di The Fog pubblicato in Italia dalla Downtown (gruppo Time Records)

«Quello di The Fog fu un risultato strepitoso. Solo con la pubblicazione su Miami Soul vendemmo circa venticinquemila copie ma con l’interesse di svariate case discografiche sparse per il globo, inclusa la Columbia (che affida nuove versioni del brano ad altri due italiani, Davide Ruberto e Gio Brembilla che allora si fanno chiamare Trance Form, nda) il totale crebbe ulteriormente di molte altre migliaia di copie. Il supporto dell’Italia fu determinante e ricordo con molto piacere tutte le interazioni che nel corso degli anni si sono succedute con grandi talenti dell’epoca. Ho apprezzato inoltre le tante versioni remix che diedero a “Been A Long Time” una maggiore esposizione, allungandone la vita. Pensare all’Italia mi riporta alla memoria brani bellissimi diventati ormai dei classici che adoro ancora oggi, come ad esempio “Alone” di Don Carlos (a cui abbiamo dedicato un articolo qui) e “Calypso Of House” dei Key Tronics Ensemble».

“Been A Long Time” è un successo dalle dimensioni importanti, non colossali ma senza dubbio ben diverse rispetto a quelle che un’etichetta come la Miami Soul ed un artista come Ralph Falcon possono generare ai tempi. Nonostante ciò l’autore non si mostra affatto interessato a sfruttare quel momento dorato innescando i classici “giochi” della discografia mainstream ed infatti non realizzerà mai un follow-up, archiviando il progetto The Fog e riducendolo all’effetto one shot. A tal proposito chiarisce: «l’idea era quella di produrre musica senza badare troppo alle reazioni del mercato, e a me inoltre piaceva più l’idea di creare un alone di mistero piuttosto che un progetto dinastico. In tutto ciò il nome era un elemento secondario, non pensai mai a fare un nuovo The Fog. Tuttavia nel 1994 collaborai ancora con Dorothy Mann per “That Sound” che firmai, sempre su Miami Soul, col mio nome anagrafico ma questo avvenne perché amavo la sua voce e non per capitalizzare la popolarità ottenuta nei mesi precedenti. Infatti non ho mai considerato “That Sound” il follow-up di “Been A Long Time”, seppur tra i due qualcuno possa vedere qualche analogia. Purtroppo la prematura scomparsa di Dorothy ha impedito che la nostra sinergia andasse avanti ma in studio conservo ancora alcuni suoi vocal mai usati che potrei utilizzare per un brano in futuro».

Ralph Falcon si è meritatamente conquistato lo spazio negli anni Novanta anche per l’attività incessante condivisa con l’amico d’infanzia Oscar Gaetan col quale crea il duo Murk e l’etichetta omonima. Centinaia i remix che realizzano, pure per popstar come Madonna, Pet Shop Boys, Donna Summer, Spice Girls, RuPaul, Dannii Minogue, Röyksopp, Jennifer Lopez, Yoko Ono, Moby, Depeche Mode, Moloko, Seal ed East 17, e in quella moltitudine si rinviene anche qualcosa su cui sventola il tricolore italiano (“Tumbe” di Tito Valdez alias Cesare Collina, “Give You Myself” di Sima, “You Are My Everything” degli East Side Beat, “Tight Up” dei 50%, “Can We Live” dei Jestofunk, “Say Yes” di Bini & Martini). Sempre loro gli artefici di Funky Green Dogs che con “Fired Up!” del 1996, cantato da Pamela Williams e spalleggiato dalla Twisted America, conquistano l’airplay radiofonico segnando uno dei picchi massimi raggiunti dalla house music, sia in termini creativi che di popolarità.

Non paghi del successo, nel 2002 incidono come Oscar G & Ralph Falcon, ancora per la Twisted America, “Dark Beat” che li consacra anche nella generazione del nuovo millennio. «Spero di poter assistere ad un “rinascimento” della house prima di passare a miglior vita» dice Falcon. «Apprezzo l’attuale nostalgia provata per tutti i classici prodotti negli anni Novanta ma il mio desiderio è sentire musica nuova che possa separare in modo netto le varie ere che si sono succedute. Per me è importante guardare avanti e credo che, da artista, sia fondamentale offrire al proprio pubblico un’idea fondata sul futuro e su ciò che questo possa portare. Giudico positivamente il fatto che il DJing sia esploso come non mai, tale affermazione sociale ha dato “validità” a tutto il duro lavoro svolto da chi faceva questa professione nei decenni passati oltre ad aprire le porte ad artisti che, in un’altra epoca, non sarebbero stati in grado di esprimersi. Però nel contempo questo sistema apre le porte anche ad un mucchio di persone che fanno solo finta di essere dei DJ e sfruttano la cultura dietro questa professione per vanità personale e profitto economico. Ecco, ritengo che queste cose stiano seriamente mettendo in pericolo la scena dance e la sua credibilità». (Giosuè Impellizzeri)

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TC 1992 – Funky Guitar (Paradise Project Records)

TC 1992 - Funky GuitarMarco Fratty, Corrado Presti e Roberto Intrallazzi saranno sempre ricordati per essere stati tra i primi ad aver traghettato la house italiana nelle classifiche di vendita di tutto il mondo. Il successo raccolto come FPI Project dal 1989 è memorabile e sprona un numero indefinito di DJ a cimentarsi nella produzione discografica armandosi del minimo indispensabile (una batteria elettronica, qualche sintetizzatore ma soprattutto un campionatore).

Ai tempi la prolificità creativa viene opportunamente convogliata attraverso diversi pseudonimi per non saturare troppo velocemente quello legato ad un grosso successo commerciale, proprio come avviene col team bergamasco che nel 1991 lancia il progetto parallelo TC, sigla di volta in volta affiancata dall’anno di pubblicazione. «Lo inventammo perché volevamo battere uno stile completamente diverso rispetto ad FPI Project e quindi sperimentare di conseguenza cose dissimili da quelle che invece ci richiedeva il mercato commerciale» racconta oggi Corrado Presti. «Inizialmente TC indicava le iniziali di Tina Chris, la cantante che interpretò i nostri primi singoli, ma poi cambiammo ed optammo per Total Control. Nonostante il nome differente, devo ammettere che in TC c’era comunque molto degli FPI Project. Non era possibile tenere a freno gli elementi di matrice funky e soul, culture dalle quali proveniva ognuno di noi».

TC 1992 (1)

Fratty, Presti ed Intrallazzi immortalati in una foto scattata tra 1989 e 1990

Il primo TC si intitola “1991” e viene licenziato dalla belga R&S Records, particolarmente attenta ai prodotti provenienti dall’Italia (l’anno prima è la volta di “Lot To Learn” di Lee Marrow, “Hazme Soñar” di Morenas e “No Problem” di Arkanoid, tutti battenti bandiera tricolore). «Non fummo noi ad arrivare all’etichetta del cavallino ma l’esatto contrario. Era un periodo particolarmente felice per le nostre produzioni, credo furono determinanti le classifiche di Billboard in cui stazionavamo da tempo alle prime posizioni» spiega Presti. L’interesse di Renaat Vandepapeliere e Sabine Maes si rinnova nel 1992 quando i tre incidono il secondo TC, “Funky Guitar”, più incisivo rispetto al precedente e decisamente più fortunato sotto il profilo delle vendite. Il brano lascia esplodere al suo interno un frammento di chitarra tratto da “What It Is” degli Undisputed Truth (ricampionata più volte negli anni a seguire) e le percussioni di “Hum Along And Dance” dei Temptations, in seguito coverizzata dai Jackson 5. Il risultato profuma di house quanto di funk e manda in solluchero i DJ di tutto il vecchio continente tra cui i britannici Sasha e Graeme Park a cui si accodano i Lionrock di Justin Robertson che lo remixano. La R&S inoltre inserisce “Funky Guitar” nel quarto volume della raccolta “In Order To Dance”: insieme ai TC ci sono, tra gli altri, Aphex Twin, DJ Hell, The Future Sound Of London, Jam & Spoon, Jaydee (di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui), CJ Bolland, Dave Angel, 3 Phase Feat. Dr. Motte, Phuture e Mundo Muzique. La compilation passa alla storia anche per una confezione particolarmente intrigante, un cofanetto su cui è incastonato un pulsante che aziona la voce sintetica di un chip.

TC 1992 (2)

Fratty, Presti ed Intrallazzi con la cantante Sharon Dee Clarke (1989)

«Assemblammo il tutto con l’aiuto del Casio FZ-1, un campionatore del 1987 che ci accompagnò in parecchie produzioni. Visto che all’epoca i DJ nostrani non avevano molta considerazione dei dischi made in Italy ideammo un piccolo stratagemma: spedivamo alcune copie nel Regno Unito per poi farle reimportare come se fossero produzioni straniere. In alcuni casi funzionò e solo quando si creò il giusto interesse scoprivamo le carte rivelando chi ci fosse dietro il disco. L’ironica citazione sulla copertina, “hey papà guarda ….un pollo!” (che rimandava allo spot del Dado Knorr di qualche anno prima, nda) si riferiva esattamente a ciò. Con quel “giochetto” riuscimmo ad ingannare molti addetti ai lavori. “Funky Guitar” vendette all’incirca 300.000 copie e trattandosi di una produzione rivolta esclusivamente ai club poteva essere considerato un grande successo seppur i numeri fossero ben diversi da quelli ottenuti coi dischi degli FPI Project».

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Fratty, Presti ed Intrallazzi nel 1991 negli studi torinesi della Rai per una trasmissione televisiva presentata da Valerio Merola ed abbinata alla lotteria del Gran Premio di Monza. Insieme a loro c’è la cantante Tina Chris.

Sul 12″, pubblicato dalla Paradise Project Records, figurano anche tre remix (Sure Shot Club Mix, Sure Shot Groove Mix, Sure Shot Deep Mix) firmati dal compianto Marco Trani che effettua un ottimo lavoro di reimpostazione sonora non limitandosi a banali interventi ritmici. «Il grande Marco fu l’unico DJ italiano a cui mandammo il promo strappandogli però la promessa di non renderne nota la provenienza. Lo avrebbe proposto per tutta la stagione estiva al Pascià di Riccione» ricorda ancora Presti. Ai tempi gran parte dei DJ attivi in ambito discografico (Trani incluso) si rivelano particolarmente restii ad usare il proprio nome sulle copertine dei dischi, esattamente l’opposto di quanto avviene ora con la voglia di protagonismo che prende il sopravvento. «La musica si produceva per davvero ma, in assenza dei social network, non sussisteva affatto la necessità di apparire a tutti i costi. A giudicare dai compensi percepiti dai DJ di grido di oggi però si avverte un po’ di pentimento».

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Fratty, Presti ed Intrallazzi nel loro studio con le Sister Sledge nel 1992. A presenziare, tra gli altri, il discografico Pippo Landro della New Music International e il musicista Roberto Frattini che si occupò di risuonare le parti di pianoforte nei loro dischi.

Alla crescita esponenziale della smania protagonistica corrisponde un’inversamente proporzionale carica creativa. Il sampling, ad esempio, è finito con l’arenarsi. Pare che alle nuove leve non interessi ricercare nuove fonti campionabili preferendo invece riprendere le idee da successi già ampiamente rodati, limitandosi a riconfezionarle usando suoni nuovi. Si profila paradossalmente una deludente fase di stallo in un’epoca in cui tutto è tecnologicamente possibile, in netto contrasto con quanto avviene invece nelle decadi passate, con potenzialità tecniche di gran lunga limitate. Forse la troppa libertà e facilità odierna è diventata un limite? «Credo che la pecca delle produzioni attuali risieda nella troppa semplicità con cui realizzarle. Con un banale computer in casa, tutti o quasi producono “musica” ma è proprio questa facilità ed immediatezza a determinare l’assenza di cultura musicale, di quella voglia di ricerca e sperimentazione che invece animava noi» prosegue Presti.

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Una foto di gruppo scattata nel 1993: gli FPI Project sono in compagnia di vari personaggi del mondo della notte tra cui Enrico Acerbi alias DJ Herbie, Marco Bongiovanni alias Easy B e Stefania Bacchelli alias Stefy (trio impegnato ai tempi in DJ H Feat. Stefy). Poi anche Joy Salinas e gli impresari Francesco Monteleone e Carmelo Legato.

Dopo l’exploit di “Funky Guitar”, tra 1993 e 1995 il trio lombardo incide altri tre dischi come TC, “Harmony” (rifacimento di “Friendship Train” dei citati Temptations), “Psychedelic Colours” e “Just Get Up And Dance”. «Harmony” ebbe un fortissimo impatto oltremanica balzando in testa a tutte le classifiche dei club ma a causa di problemi legali sorti per l’uso del sample fummo costretti a ricantare e risuonare la parte e quindi a ritardarne l’uscita. Una volta pronti purtroppo ci ritrovammo con l’entusiasmo del pubblico un po’ afflosciato. Considero invece “Psychedelic Colours” la produzione più particolare e psichedelica del progetto TC, interamente basata su un sample tratto degli Earth, Wind & Fire. Chiudemmo con “Just Get Up And Dance” ma non fummo noi a decidere sulla fine dei TC bensì le tendenze del mercato che nel frattempo si spostarono verso la techno lasciando scemare l’interesse per la house. A rimpiangere gli anni Novanta non siamo solo noi DJ ma anche le discoteche che, grazie all’avvento della musica house, videro le proprie sale piene come non mai a differenza di ciò che avviene ora, coi club (nel vero senso del termine) destinati a tramontare. Basti pensare che nessun locale oggi dà importanza alla Musica (con la M maiuscola), preferendo tutto quello che gira intorno, banale esibizionismo insomma. Noi restiamo felici ed orgogliosi di aver contributo a rendere unico e speciale quel decennio memorabile. Non nascondo che mi piacerebbe vedere maggior interesse verso ciò che fu da parte delle nuove leve augurando loro di vivere momenti altrettanto emozionanti. Respect!». (Giosuè Impellizzeri)

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Jaydee – Plastic Dreams (R&S Records)

Jaydee - Plastic DreamsL’olandese Robin Albers alias Jaydee è diventato uno dei simboli della dance degli anni Novanta grazie a “Plastic Dreams”, partito dai club e finito nelle classifiche di vendita e radiofoniche. Per la serie “tutto può diventare commerciale”, la hit in questione confluisce in quella schiera di brani che sono riusciti a raccogliere successo in ambito generalista pur senza ricorrere agli elementi usuali del pop, come accade, tra gli altri, a “The House Of God” di DHS, “20 Hz” di Capricorn, “Don’t Laugh” di Winx, “Novelty Waves” di Biosphere, “Seven Days And One Week” di B.B.E., “Meet Her At The Love Parade” di Da Hool e “Kernkraft 400” di Zombie Nation. Non è una canzone, non esiste un ritornello da canticchiare o fischiettare. È più vicino al concetto di traccia, di quelle che i DJ ai tempi usano per galvanizzare il proprio pubblico nei locali più “trendy”. In Italia la chiamavano “underground”, probabilmente sull’onda della UMM (Underground Music Movement) che spingeva molti brani di questo tipo. Col suo carico di ipnotismo marchiato da un organo hammond e virtuosismi jazzy, “Plastic Dreams” conquista davvero tutti.

Il passato di Albers intreccia sport e musica: nella nazionale olandese di baseball e campione di wrestling, ascolta jazz, rock e classica sin da quando è piccolissimo. «Mio padre invitava a casa altri appassionati di musica come lui per ascoltare dischi e discuterne insieme. Fui colpito molto da quelle “riunioni” domestiche. Il resto lo fecero mia mamma, scomparsa nel 2011, i programmi del leggendario Ferry Maat che portarono il soul e il funk sulle frequenze radiofoniche nazionali olandesi, e i brani di Quincy Jones, Roberta Flack, Judy Cheeks, Donny Hathaway, Teddy Pendergrass, Earth, Wind & Fire, Led Zeppelin, Deep Purple, Santana, James Brown, Prince ed Howard Jones» rivela oggi Albers.

«Realizzai “Plastic Dreams” durante una calda notte d’agosto del 1992, dopo aver fumato uno spinello sul balcone di casa pensando alla vita e a quanto dolore provocano gli esseri umani. Il batterista che mi raggiunse in studio poco dopo mi trovò in uno stato di trance mentre creavo il brano. Iniziai a suonarlo in una discoteca olandese chiamata Goldfinger, proponendolo ogni domenica per otto settimane consecutive, testandone di volta in volta piccole variazioni nella stesura e nel mixaggio. Dopo due mesi giunsi alla versione definitiva ed iniziai a cercare un’etichetta interessata ma nessuno lo capì ad eccezione della scena gay che invece mostrò di adorarlo durante le serate in discoteca. Non finirò mai di ringraziare la comunità omosessuale che mi supportò sin dal primo momento».

Natural Elements 2

La copertina di “Natural Elements 2”, la compilation su CD attraverso cui Renaat Vandepapeliere della R&S scopre “Plastic Dreams”

“Plastic Dreams” raggiunge il successo quando viene pubblicato dalla belga R&S, l’etichetta-icona nata dalle ceneri della Milos Music e fondata da Renaat Vandepapeliere e sua moglie Sabine Maes, che ha contribuito in modo significativo allo sviluppo della techno ed house di quel periodo. «Visto che non si fece avanti nessuno, stampai poche copie in formato white label attraverso la mia piccola etichetta, la First Impression. Per qualche tempo non accadde nulla. Poi un giorno Renaat era in macchina in compagnia del noto DJ Frank De Wulf ed insieme ascoltarono la compilation su CD “Natural Elements 2” in cui c’era anche “Plastic Dreams”. Rimasero fortemente colpiti ed iniziarono a domandarsi chi fosse il fantomatico Jaydee. Vi lascio immaginare l’emozione e la contentezza quando Vandepapeliere mi propose di stampare il brano su R&S. Finalmente qualcuno credeva nella mia idea. Nel frattempo quelle copie white label divennero rare ed ambite e i DJ iniziarono a contendersele nei negozi di dischi specializzati. Io stesso non ne conservo neanche una. Il resto è storia: “Plastic Dreams”, che ha venduto quasi due milioni di copie, mi diede l’opportunità di esibirmi nei locali di tutto il mondo. Fui il primo DJ olandese a suonare in Russia».

Il successo di proporzioni colossali fa della R&S non più solo un’etichetta di culto per il mondo dei club, e ciò avviene anche grazie ai risultati ottenuti con DHS, Second Phase, Human Resource, Outlander, Capricorn e, un paio di anni dopo, Biosphere. Sul disco sono incisi altri due brani: “Single Minded People”, dallo spirito più techno, con vigorose partiture percussive ad incorniciare il sample vocale preso dall’omonimo di Nicolette uscito nel 1990, e “Try To Find The Rhythm”, dove si ritrovano echi trance, beat techno, cunei house ed un bassline che un po’ ricorda quello di “Problèmes D’Amour” di Alexander Robotnick. Un bel puzzle che ai tempi doveva essere piuttosto difficile inquadrare in un genere preciso.

Plastic Dreams (Downtown)

“Plastic Dreams” viene pubblicato in Italia dalla Downtown (gruppo Time). A campeggiare è il cavallino rampante, logo della R&S chiaramente ispirato da quello della Ferrari

Il successo di “Plastic Dreams” coinvolge presto anche l’Italia dove viene licenziato attraverso la Downtown, etichetta della bresciana Time. «Ricordo molto bene l’Italia, feci un tour dal nord al sud con così tante date da riuscire a parlare piuttosto bene l’italiano. In particolare rammento le serate nel meridione dove ho trascorso esperienze indimenticabili, conoscendo nuovi amici e mangiando la bistecca più buona del mondo. Mi innamorai persino di una bellissima ragazza italiana con cui trascorsi momenti stupendi. Mi invitarono come special guest anche in un party a Roma ma fu una pessima esperienza visto che l’organizzatore non mi pagò e fui costretto a scucire di tasca mia il denaro per l’hotel, per il taxi e per il volo di ritorno. Dopo quell’esperienza l’Italia era solo un posto da evitare, e ad oggi il debito di 100.000 euro non è stato ancora saldato».

Come spesso accade per i classici, anche “Plastic Dreams” viene sottoposto a numerosi “trattamenti di lifting”, sin dal 1995. A metterci le mani, tra i tanti, David Morales, Pascal F.E.O.S. e l’italiano Andrea Doria. «Credo sia piuttosto complesso remixare “Plastic Dreams”. Ho chiesto all’amico Armin van Buuren di provare a realizzare una sua versione ma mi ha risposto che è meglio lasciarla così, senza alterare nulla, perché nessuno potrà mai superare la magia dell’originale. Tra i tanti remix usciti in oltre venti anni ho apprezzato quello di Andrea Doria, molto energico anche se nel complesso poteva essere migliorato. Altri invece mi hanno completamente deluso».

Il follow-up di “Plastic Dreams” arriva nel 1994 e si intitola “Music Is So Special” ma il successo non viene replicato. «Non è semplice “doppiare” un inno del genere. La magia degli anthem è unica. Magici, del resto, furono anche gli anni Novanta, di cui ricordo la libertà, le poche preoccupazioni, il suonare continuamente in diverse nazioni, incontrare ogni tipo di persona e godersi la vita al massimo. Ho avuto la fortuna di assistere alla nascita di una nuova rivoluzione musicale con la house, e mi sento fiero di aver preso parte alla sua storia. La house non morirà mai».

Per Albers gli anni novanta scorrono felici, tra molte produzioni firmate anche con vari pseudonimi (come Chemistry, Karnak e Graylock) e il prestigio infinito che deriva da “Plastic Dreams”. Torna al successo nel 1997 quando inventa, insieme a Dieter Kranenburg e Michel Rozenbroek, il progetto The Sunclub che si fa sentire anche da noi con “Fiesta De Los Tamborileros”. (Giosuè Impellizzeri)

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