The Heartists – Belo Horizonti (Atlantic Jaxx)

The Heartists - Belo HorizontiClaudio Coccoluto e Savino Martinez si conoscono nei primissimi anni Novanta, in discoteche tra Gaeta e Cassino, nel basso Lazio. La passione che nutrono per la musica salda la loro amicizia e in breve decidono di mettere su uno studio amatoriale allestito in una stanza senza finestre che ironicamente chiamano HWW, House Without Windows. «A dire il vero mi dilettavo a produrre musica già da diversi anni con apparecchiature Roland (TR-808, TR-909, TB-303, Juno-6) che acquistai nei primi Ottanta, periodo in cui sbocciò in me l’impulso creativo» racconta oggi Coccoluto.

«Poiché fortemente autocritico, ritenevo che le mie bozze non fossero mai all’altezza di essere pubblicate e così le mettevo puntualmente nel cestino. Soltanto diverso tempo dopo mi accorsi di fare musica proto-house ma senza averne consapevolezza. Il mio primo lavoro ad uscire (completamente ideato e prodotto) fu “Apotheosis (Free Flight Theme)” di Two Men Out And One Inside, sulla P.P.P. Records, insieme al mio mentore della consolle, Marco Trani, e Davide Romani, il bassista dei Change. Lo registrammo proprio nello studio di quest’ultimo. L’anno seguente incisi “Angels Of Love” del progetto Cocodance per Claudia Cuseta della Maxi Records di New York grazie all’intercessione di Costantino Padovano col quale iniziai ad invitare ed ospitare DJ americani nei party a cui collaboravo. Lo produssi col tastierista Vincenzo Rispo e per la prima volta in collaborazione con Savino Martinez e Dino Lenny. Pure il titolo, “Angels Of Love”, non fu certamente casuale. Da lì a breve approdai alla Media Records di Gianfranco Bortolotti, che prima licenziò in Italia il citato Cocodance (su GFB, nda) e poi mi invitò a prendere parte ad un collettivo di DJ underground italiani chiamato Heartbeat. Per questa etichetta realizzai “Don’t Hold Back The Feeling” di U-N-I che dedicai all’amico Cesare ‘DJ Trip’ Tripodo, prematuramente scomparso. Tagliammo i sample insieme, quel disco avremmo dovuto realizzarlo in coppia. Sul fronte remix invece misi le mani su “Never Give Up” di Jinny e “Been A Long Time” di The Fog, entrambi per la Time Records. Erano periodi di artigianalità totale, nell’HWW Studio, di cui il terzo socio era il citato Lenny, seguivamo i nostri istinti senza alcuna malizia commerciale. Offrimmo diversi prodotti alla napoletana UMM del gruppo Flying Records (come “Friend” di HWW, e “Tribal Acid”, entrambi del 1993, e “Bandit” di Mimi’ E Coco’, 1995), sia per la stima che mi legava ad Angelo Tardio, sia perché geograficamente vicini».

Coccoluto su Tutto Club n. 5, 1994

Claudio Coccoluto sulla copertina della rivista Tutto Club, n. 5, 1994

Coccoluto e Martinez sono degli autentici appassionati, si emozionano ascoltando svariati stili musicali e allo stesso modo vorrebbero emozionare gli altri. Non ponendosi mai inutili confini, esplorano i meandri di ogni genere e provano a ricombinarne le tessiture per generare nuovi ibridi, proprio ciò che avviene con “Belo Horizonti” che firmano con un nuovo pseudonimo, The Heartists. «Ero solito chiedere agli amici che viaggiavano in posti lontani di comprarmi qualche disco del luogo che visitavano. Uno di loro, di ritorno dal Venezuela, me ne portò una decina ma mi accorsi che erano brasiliani. Così, un po’ deluso perché avrei preferito musica autoctona, li “parcheggiai” in studio senza neanche ascoltarli. Poi il caso volle che un giorno, alla costante ricerca di ispirazioni, mi capitarono sottomano. Tra quelli c’era “Celebration Suite” di Airto Moreira: le percussioni mi rapirono all’istante e il resto lo fece la melodia, una sorta di canto popolare che prendeva vita proprio negli ultimi solchi del brano, fino alla “sfumata” finale. In appena una nottata nacque “Belo Horizonti”, samba-house perfettamente nelle nostre corde di codificatori di un modulo “house music” che potesse applicarsi a qualsiasi genere musicale».

L’esperimento riporta le sonorità latine sotto le luci delle strobo, dopo brani come “Give It Up” di The Good Men o “Batucada” di DJ Dero pubblicati qualche anno prima con discreto successo anche nel nostro Paese. «Lo sottoponemmo all’attenzione di diverse etichette italiane come UMM, Irma e Media Records ma i giudizi non furono molto confortanti. Si passava dal “non adatto” al “ti faremo sapere” e al “troppo sofisticato”. Profondamente convinto del lavoro che avevamo fatto e mai sfiduciato, incisi il brano su acetato ed iniziai a proporlo durante le mie serate come da usanza consolidata dell’epoca. Lo suonai al Dinamik Area dove organizzavo la programmazione e i party con Tina Lepre. Quella sera ospitammo i Basement Jaxx e si mostrarono immediatamente interessati dopo il primo ascolto. Fortemente affascinato da tutto quello che producevano, gli dissi che ero ben contento di cedere il pezzo alla loro Atlantic Jaxx che lo avrebbe pubblicato nel Regno Unito. Vollero realizzare pure due edit perché ritenevano gli oltre dodici minuti della versione originale un po’ esagerati. Nel frattempo avevo coinvolto l’amico Fabio Carniel del Disco Inn di Modena che ci avrebbe aiutato a gestire la parte manageriale, per prima l’impegnativa pratica di clearance con Airto Moreira e il suo editore. Senza Fabietto non avremmo mai raggiunto quel risultato. Con il suo apporto inoltre decidemmo di approfittare dell’evenienza e fondare la “nostra” etichetta che avrebbe tenuto “Belo Horizonti” in esclusiva nel territorio italiano e così, ad inizio 1997, nasce la the dub, scritto rigorosamente in minuscolo e di cui io stesso disegnai il logo.

L’Atlantic Jaxx, grazie al rispetto di cui godeva, creò un fortissimo buzz nella scena delle discoteche e dei DJ, e pian piano i risultati assunsero proporzioni ben diverse rispetto a quelle dei nostri dischi precedenti. Si fece avanti la Virgin che organizzò un incontro a Londra, dove scattò quella che definisco ironicamente “la trappola”. Mi pagarono il volo in prima classe e all’aeroporto mandarono una limousine a prendermi che mi portò direttamente alla sede in King’s Road dove mi attendeva l’A&R della VC Recordings, Andy Thompson. Ero nella sala d’attesa e quando si aprì la porta del suo ufficio ed uscirono le Spice Girls mi resi conto che il gioco era salito di livello. In quel momento provai qualcosa di indescrivibile: ero partito da una cittadina di provincia come Gaeta e ritrovarmi catapultato ai “piani alti” in un colpo solo mi fece girare la testa. Persi, come ovvio per chi non è attrezzato da buona esperienza, la lucidità razionale a favore dell’entusiasmo irrazionale e probabilmente fu ciò a remare contro i miei stessi interessi. Chiudemmo l’accordo e mi fecero approntare una lista coi nomi dei remixer a me graditi in cui inserii Little Louie Vega, Lil’ Louis, Roger Sanchez e David Morales. Scelsero quest’ultimo anche se in tutta franchezza la sua rivisitazione con un sax che intonava la melodia non mi convinse molto rispetto al suo strepitoso livello produttivo dell’epoca. Thompson mi chiese anche una versione più “commerciale” adducendo le potenzialità di vendita come movente ma non fui disposto a scendere a compromessi, gli risposi che “Belo Horizonti” era frutto dei nostri voli pindarici in studio e che ritoccarlo rispetto a quella stesura ed arrangiamento avrebbe significato snaturarlo oltre che tradire la “mission” di Moreira. Sembrò convincersi.

Iniziarono ad arrivare gli anticipi con costanza ed ogni settimana assistevamo alla pubblicazione del disco in un Paese diverso. Una licenza riguardava anche la Germania dove però “Belo Horizonti” continuava a non uscire. Poi inaspettatamente la Orbit Records, distribuita proprio dalla Virgin, pubblicò “Samba De Janeiro” di Bellini (uno studio project di Ramon Zenker degli Hardfloor e del compianto Gottfried Engels, nda), che praticamente non era altro che la versione commerciale (o meglio, “tamarra”) chiesta da Thompson qualche settimana prima. Il video di Bellini in standard broadcast, peraltro, era in high rotation su Viva Tv, noi ne avevamo uno low cost realizzato con l’aiuto del regista di Match Music di allora, Michele Ferrari, fatto in amicizia e con scarsi mezzi in cui figurava mio figlio Gianmaria che aveva appena tre anni ed indossava una maglia oversize del Brasile di Ronaldo. Bellini fu licenziato in tutto il mondo, Asia compresa, facendo guadagnare molto di più di quello che aveva fruttato The Heartists, dando ragione alle capacità di manager/squalo di Thompson e torto alle nostre visioni romantiche/artistiche».

La vicenda ricorda un caso analogo di cui abbiamo parlato dettagliatamente in Decadance Extra, avvenuto nel 1999 tra la Sony/BMG ed Underground Resistance in merito al brano “Jaguar” di The Aztec Mystic. La mera speculazione delle multinazionali continua a nutrirsi delle idee di compositori animati da intenti ben diversi. La Orbit Records pubblica, come da accordi, “Belo Horizonti” in Germania, sia su vinile che CD, ma ciò avviene solo alla fine di luglio, circa tre mesi dopo l’uscita di “Samba De Janeiro” di Bellini. «In quel momento capimmo che l’industria vince su tutto. Noi giungemmo alla Virgin felici e convinti di poter scalare la montagna con meriti artistici ma poi è stato evidente che non fosse affatto così, fummo solo una opportunità di business con o senza il nostro consenso. Provammo a chiedere l’intervento legale in Gran Bretagna ma non potemmo costituirci in giudizio perché quella di Bellini era considerata una cover legittimamente realizzata senza l’uso del campione originale. Noi campionammo da Moreira con tutti i crismi del rispetto musicale e legale e “Belo Horizonti” nacque per valorizzare il brano originale in una nuova chiave di lettura, attualizzata e codificata per le piste da ballo, con l’approvazione e la soddisfazione economica dell’autore che da Bellini invece non ebbe mai, e di questo vado particolarmente fiero. Non ho mai saputo con esattezza quante copie abbia venduto. Si suppone un milione e mezzo di cui almeno la metà del mix in vinile».

Nel frattempo Coccoluto e Martinez continuano ad iniettare energie nella the dub, pubblicando nuovi dischi sia propri (The Dub Duo, World Famous Martinez Orchestra, Holy Alliance e il remix di Skuba di “Belo Horizonti”) sia di altri artisti (The People Movers, Easydelics, 2GDL). Come The Dub Duo incidono pure un EP per la Pronto Recordings di Leo Young ed un album per la britannica NRK sperimentando nuove fusioni/collisioni tra house, disco e funk. Tornano a vestire i panni di The Heartists nel 1998 con “What A Diff’rence A Day Makes”, cover dell’omonimo di Esther Phillips ricantata da Melissa Bell dei Soul II Soul. I riscontri però sono ben diversi da quelli di “Belo Horizonti” seppur lo stile fosse molto simile e il remix curato da un nome assai popolare ai tempi, quello di DJ Dado. «Probabilmente mancò l’immediatezza del precedente, ci lavorammo fin troppo e non scattò l’alchimia che avevo provato con “belo”. La delusione ci spinse ad accantonare il progetto The Heartists e qualsiasi dinamica di “progetto a tavolino” per cui eravamo convinti di non essere tagliati affatto. Inoltre The Heartists non ci identificava artisticamente a differenza di The Dub Duo che invece sintetizzava perfettamente l’idea e il sound che io e Savino avevamo in testa. Nel frattempo però continuavano a fioccare richieste di remix “à la Belo Horizonti” ma, personalmente, ho sentito forte l’esigenza di staccarmi nettamente da quel cliché, anche perché come DJ stavo seguendo altri percorsi e non proponevo più quel suono che nel frattempo si era incanalato in un filone mainstream. Si profilò uno scenario dicotomico: il successo creava nuove opportunità ma “sbagliate”, perché accadevano in una scena in cui facevo fatica a ritrovarmi. Non volevo continuare a vivere di rendita e di noia, preferivo piuttosto rimettere tutto in discussione e cercare nuovi stimoli e spunti come avvenne per “Uno Nuovo”, che vendette cinquemila copie, o “Blues Brunch” recensito fantasticamente da tutta la scena».

Così, dopo “What A Diff’rence A Day Makes” portato da Coccoluto nella raccolta “A Midnight Summer’s Dream” realizzata per il magazine britannico Mixmag, il brand The Heartists si dilegua. Riappare nel 2017 per la riedizione di “Belo Horizonti” in occasione del ventennale, su un 12″ dalla tiratura di mille copie numerate, uscito lo scorso 22 aprile in occasione del Record Store Day e rimasterizzato da Alex Picciafuochi. «Mi sembrava doveroso realizzare una sorta di ringraziamento-tributo ad un brano a cui devo tanta della strada che ho percorso. Sentivo di dover apporre una bandierina su un momento importante della mia vita, non solo dal punto di vista musicale. Sono trascorsi già venti anni ed è successo di tutto. Ora viviamo un periodo di grande confusione e di saturazione ma i nuvoloni apparsi durante lo scorso decennio stanno iniziando a lasciar filtrare raggi di sole. Forse il momento in cui le piste di tutto il mondo ricominciano a guardare alla disco, al funk e all’afro dopo anni di monotonia omologata è propizio per nuovi interessanti sviluppi relativi a The Heartists, che potrebbero tornare con un nuovo concept legato all’interazione con musicisti, in modo da collegare ogni nostra anima artistica. Probabilmente oggi, di tutti i mini “brand” inventati insieme a Martinez, The Heartists è proprio quello che si presta meglio a tale visione». (Giosuè Impellizzeri)

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Jinny – Keep Warm (Italian Style Production)

jinny-keep-warmDopo i successi internazionali di Black Box, 49ers, Sueño Latino, FPI Project e Double Dee, sono tanti(ssimi) gli italiani che, tra 1989 e 1990, si buttano a capofitto nella house. Tra le mura della bresciana Time Records, sino a quel momento dedita prevalentemente ad italo disco ed hi NRG, nasce l’etichetta Italian Style Production destinata a seguire un genere musicale “nuovo”, che palpita già da circa cinque anni ma che ora scuote il mercato discografico e la scena musicale europea in modo più evidente.

Proprio su Italian Style Production nasce Jinny, un nome di fantasia dietro cui si cela il lavoro orchestrato da un team composto da Valter Cremonini, Alex Gilardi e Claudio Varola. Un “ghost project” avrebbero detto una decina di anni prima, per indicare quei dischi che non prevedono la presenza di un artista fisso ma che fanno riferimento a cantanti turnisti e musicisti/compositori che si avvicendano a rotazione. Il debutto, “I Need Your Love” del 1990, sviluppato da Francesco Boscolo e col sample vocale preso da “It’s Too Late” di Nayobe, passa piuttosto inosservato ma la situazione viene letteralmente capovolta da “Keep Warm”, pubblicato nel 1991 ed ispirato dal quasi omonimo “Keep It Warm” di Voices In The Dark del 1987 (campionato nel medesimo periodo dai romani Groove Section nella loro “Keep It Warm” su Hot Trax).

«Il brano nacque a Padova negli studi della Prisma Records e venne realizzato da me, Valter Cremonini e Claudio Varola»
racconta oggi Alex Gilardi. «Essendo il musicista del team, mi occupai di tutte la parti suonate eccetto il sax, per cui convocammo un turnista. Tutto il resto invece venne fatto insieme. Ai tempi in Prisma Records usavamo voci madrelingua provenienti dalla vicina base NATO e quindi disponevamo di diverse acappellas originali, ma nel caso specifico di “Keep Warm” il ritornello che avevamo composto non ci convinceva e quindi decidemmo di attingere dal nostro archivio di dischi sino a trovare Voices In The Dark. Cedemmo il brano in licenza alla Time Records che ottenne velocemente il clearance dalla newyorkese Next Plateau, proprietaria del master di “Keep It Warm”. La stessa Next Plateau pubblicò “Keep Warm” di Jinny negli Stati Uniti perché lo considerava una potenziale hit. Nell’affare entrò anche la Virgin Records che si “accontentò” di gestire il prodotto per il resto del mondo. In Italia invece il disco uscì su Italian Style Production.

Per realizzarlo utilizzammo un mixer Soundcraft 600, un registratore Tascam a 24 piste, un campionatore Akai S1100, sintetizzatori Korg M1, Yamaha DX7, Yamaha TX802 e Roland D-550. Fu una hit internazionale, all’estero piacque subito e nel 1991 entrò sia nella top ten dance di Billboard sia nella hot 100 U.S.A., una classifica che raccoglieva tutti i generi musicali, stazionando per diverse settimane. Finì pure nella top 50 club del 1991. Restando negli States, fece ingresso nella top 40 radiostation (classifica che raccoglieva le quaranta radio più influenti del Paese) e fu programmata in tutti gli Stati Uniti per circa un mese insieme a colossi del pop/rock come Bryan Adams, Mariah Carey e Seal. Sempre nel 1991 figurò nella top ten dance in Inghilterra e in varie classifiche europee. È difficile quantificare le vendite ma senza ombra di dubbio è diventato un classico della old school internazionale».

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Le classifiche estere in cui finisce “Keep Warm”

Ai risultati eccezionali oltre i confini non risponde però un altrettanto vivo interesse in Italia, e tra l’altro l’Italian Style Production pubblica il mix su etichetta nera, colore con cui identifica i prodotti destinati all’estero. «Il mercato discografico interno dell’Italia purtroppo era ed è ancora poco significativo. “Keep Warm” inoltre giunse in Time prima ancora che la stessa esistesse come struttura reale, cosa che avvenne solo nel 1992, per cui il brano da noi non ebbe alcuna promozione. Peccato. Curiosamente oggi nei festival nostrani di dance anni Novanta si celebrano canzoni che hanno venduto un decimo di “Keep Warm”». La percezione italiana per il brano è quindi ben lontana dai risultati effettivi ottenuti sulla piazza internazionale. «In quel periodo stava nascendo il predominio di Radio DeeJay che avrebbe influenzato la scena dance italiana negli anni seguenti ma chi, nel mondo, determinava il successo internazionale era Pete Tong, dalle frequenze di Radio BBC».

L’Italia riscopre (o scopre, a seconda dei casi) “Keep Warm” nel 1995, quando l’inglese Multiply Records la ripubblica attraverso nuovi remix, quello dei T-Empo, di Blu Peter e dei veneti Alex Party. «Uscì sia il vinile che il CD ma la versione che funzionava era ancora l’originale. La Multiply aggiunse vari remix più adatti ai club ma l’original mix era ormai un crossover e in radio continuava a passare quella. Con nostro stupore il brano rientrò persino nella top ten britannica e venne richiesta la presenza di Jinny a Top Of The Pops UK. In quell’occasione fu eseguita la versione originale che aveva quattro anni ma la Multiply intendeva dare un’immagine visiva più definita al progetto e così propose Carryl Varley che già lavorava per la tv inglese e che fu scelta per girare il videoclip. Avrei dovuto accompagnarla io sul palco di Top Of The Pops ma la Time si accordò con la Multiply per una soluzione in loco, meno problematica e meno dispendiosa per evitare voli aerei ed alberghi. Accettammo ma, col senno di poi, sbagliammo».

Dopo il successo internazionale di “Keep Warm” il progetto Jinny prosegue con “Never Give Up” del 1992, cantato da Debbie French. Dal 1993 invece il team si rigenera stilisticamente abbracciando un suono più euro con “Feel The Rhythm”, e tra 1994 e 1995, in epoca italodance, escono “One More Time” e “Wanna Be With U” (quest’ultimo ispirato dal riff di “Turn Up The Power” degli N-Trance). Nel corso del biennio si aggiungono pure altri collaboratori come Michele Comis, Elisa Spreafichi alias Lisa Allison, Mauro Marcolin, Giordano Trivellato, Giuliano Sacchetto e Ricky Romanini. «Senza dubbio “Never Give Up” era un prodotto meno commerciale, ricordo con piacere le versioni di Philip Kelsey alias PKA e di Claudio Coccoluto. Quest’ultimo realizzò il remix proprio nel nostro studio. Nel frattempo in Europa esplose la nostra “Open Your Mind” (di U.S.U.R.A., altro progetto curato da Gilardi, Varola e Cremonini, “nascosti” anche dietro Infinity, Silvia Coleman, Trivial Voice e moltissimi altri, nda), e quel suono divenne ricercato un po’ da tutti. Per tale motivo lo sviluppammo in “Feel The Rhythm”, in piena autonomia artistica, senza alcuna pressione da parte dell’etichetta. “One More Time” era ancora più commerciale e divenne la sigla di Ciak, sulle reti Mediaset. Entrambi furono cantati dalla French ed ottennero ottimi risultati in Italia. L’ultimo invece, “Wanna Be With U”, lo cantò Sandy Chambers (anche se nel video appare ancora la Varley, nda)».

In qualche occasione si parla di un follow-up per Jinny e filtra il titolo “Don’t Stop The Dance” che però non viene mai pubblicato, ma oggi Gilardi è perentorio: «Non c’era alcun follow-up, si trattò solo di una bufala!». In tempi recenti il marchio riappare con la cantante Lyv McQueen, interprete del repertorio nelle serate revival. «Lyv fece una serata-pilota per valutare la possibilità di un eventuale live ma i budget delle feste anni Novanta non coprivano neanche il costo del volo e dell’albergo, quindi il progetto venne presto accantonato» conclude il musicista. (Giosuè Impellizzeri)

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