Gianni Parrini – DJ chart agosto 1994

Gianni Parrini, TuttoDiscoteca Dance, agosto 1994

DJ: Gianni Parrini
Fonte: TuttoDiscoteca Dance
Data: agosto 1994

1) Suntory – Brain Ticket
È curioso quanto inusuale che un personaggio come Bruno Santori, con un passato e presente legato ad esperienze e musiche molto poco affini all’elettronica (Daniel Sentacruz Ensemble, Omnia Symphony Orchestra), non abbia avuto riserve nell’approcciare alla machine music/computer music, sia promuovendola sulle etichette della sua DB One Music, sia producendola in prima persona. “Brain Ticket” è il primo dei tre singoli che il Maestro firma inglesizzando il proprio cognome anagrafico in Suntory. Le venature etniche vengono rimarcate nella Progressive Mix di MC Hair (il futuro Andrea Doria di cui si parla qui) e nella Trance Mix di Gianni Parrini e Roland Brant, che aumentano la velocità di crociera. Spazio anche al remix di “Brain Trip” realizzato da Claudio Diva, una sorta di afro dub rischiarata dal suono del pan flute. In scia a “Brain Ticket” Santori incide “Õm” e “Cybernetic Voyager”, sempre in bilico tra atmosfere etniche ed eruzioni progressive trance.

2) Dharma Bums – Dharma Means Truth
Un buon combo techno trance quello sviluppato nel disco d’esordio dai Dharma Bums in un pezzo da cui si levano bassline seghettati, melodie zigzaganti e brevi messaggi vocali. Nel break centrale fa capolino un pianoforte che pare eseguire, probabilmente con intento citazionista, un frammento di “Loops & Tings” dei Jens, esploso in Europa proprio in quel periodo e giunto in Italia attraverso la Downtown del gruppo bresciano Time Records. Sul 12″, edito dalla Zoom Records di Billy Nasty e David Wesson allestita nell’omonimo negozio di dischi londinese, ci sono altre due versioni, la Dharma Means Trance e la Dharma Means Dub, derivate dalla stessa idea ma elaborate in modo diverso in fase di mixaggio. I Dharma Bums (Jason Hayward e Martin Tyrell) incideranno altri dischi, tra ’95 e ’96, prima di sciogliersi. Hayward, ribattezzatosi DJ Phats, si dedica poi alla housizzazione della disco e del funk e si afferma a livello internazionale quando forma, con Russell Small, il duo Phats & Small, incidendo hit come “Turn Around” e “Feel Good” ascritte al cosiddetto french touch.

3) Vanny Valoy – Sound Of Subterranea
Dietro Valoy c’è Valentino Loi, artista sardo dedito alla progressive trance e alla dream, stili battuti fieramente dal fratello Giancarlo alias JK Lloyd (intervistato qui) e che peraltro cura un remix inciso sul lato b. Il disco in questione è edito dalla Metrotraxx, una delle svariate etichette raccolte sotto l’ombrello della Discomagic di Severo Lombardoni e spesso ricordata per aver pubblicato “Creative Nature Vol. 2” di Gigi D’Agostino & Daniele Gas (di cui abbiamo parlato dettagliatamente qui) ma soprattutto per aver tenuto discograficamente a battesimo il compianto Roberto Concina alias Roberto Milani, poco prima di trasformarsi in Robert Miles.

Gianni Parrini (1994)

Gianni Parrini in una foto del 1994

4) Roland Brant – The Kiss Of Medusa (Cosmic Dreams Remix)
I remix del brano di Brant preservano la melodia ma scomodano anche citazioni sinfoniche in modo analogo a quanto fatto, quello stesso anno e sulla stessa etichetta, la Désastre, in “Opera Prima” del progetto omonimo. Spazio, a mo’ di bonus track, al Mystic Remix che Parrini realizza per “Nuclear Sun”. A campeggiare in copertina invece resta la celeberrima “Medusa” di Caravaggio, per rimarcare il titolo.

5) Killing Joke – The Pandemonium Single
“Pandemonium” è l’album con cui nel 1994 i Killing Joke si ripresentano ai fan dopo quattro anni di silenzio, varie peripezie e cambi di formazione. I remix del brano omonimo non disperdono del tutto le matrici originali industrial rock ma le spingono in nuovi contesti. Cybersank è quello che preferisce restare saldamente ancorato al mondo delle chitarre mentre i Waxworth Industries, ai tempi pupilli del compianto Andrew Weatherall, destrutturano tutto ricavandone un downtempo graffiato da quello che pare essere proprio un TB-303 in slow motion. La versione più vicina al mondo di Parrini tuttavia pare essere la Dragonfly Mix a firma Man With No Name, protesa verso la goa trance.

6) Max 404 – Not If I See You First (For Maximum Power)
Trattasi di un brano estratto dall’EP intitolato “RE” edito dall’etichetta Prime ma inserito già l’anno prima, nel 1993, nella compilation “Agenda 21” sulla Eevo Lute Muzique di Stefan Robbers e Wladimir M. I suoni e l’impianto ritmico scelti da Erwin van Moll alias Max 404 sono a metà strada tra house e techno, e a fare da collante è la presenza melodica con cui l’artista dei Paesi Bassi permea la materia, ma senza riff a presa rapida o motivi da fischiettare. La componente trance qui si riverbera mediante lead prima nebbiosi e poi man mano paradisiaci, sino a sfilare in cinguettii aciduli. Sul disco presenzia pure il remix a firma del citato Robbers, tra i nomi granitici della techno prodotta nel Paese dei tulipani, meglio noto come Terrace e ricordato per essere uno degli Acid Junkies col connazionale Harold De Kinderen.

7) Deep Piece – Torwart
Stampato dalla Limbo Records di Glasgow considerata una delle culle della progressive house, “Torwart” dei Deep Piece gira intorno ad un conturbante disegno di basso annodato ad una spirale di evoluzioni armoniche che sfociano in una pausa dove fa capolino un riff di chitarra, protagonista quando il beat ritmico torna in modalità on. Oltre alla Dub, c’è una Backroom Mix che gioca con synth line filo acidi. “Torwart” è l’ultimo dei tre singoli che Michael Kilkie e Stuart Crichton firmano come Deep Piece. Nel 1995 coniano infatti un nuovo progetto con cui stuzzicano l’appetito della Positiva (gruppo EMI), e riescono a fare il giro del mondo intero ossia Umboza e la hit “Cry India”, costruita su un sample tratto da “All Night Long” di Lionel Richie.

8) Transglobal Underground – Protean
I Transglobal Underground sono artefici di un sound di arduo incasellamento. Attingono elementi dalla world music, dal dub, dal funk, dall’ambient, dall’hip hop e da filoni sperimentali e riescono a renderli acrobaticamente ballabili in una miscellanea più unica che rara. In “Protean”, nello specifico, sovrappongono il suono del glockenspiel a pulsazioni ritmiche in 4/4, con deviazioni vocali provenienti da musica araba ed avvitamenti trancey, quelli che probabilmente hanno spinto Parrini ad inserirlo nella sua top ten.

9) Gianni Parrini Present Active P. 40 & DJ Pierre Jr. – Dream Voice
Introdotti dallo stesso Parrini, gli Active P. 40 e DJ Pierre Jr. incidono questo disco per la Désastre del citato gruppo DB One Productions di Bruno Santori, un paio di anni più tardi finito nei circuiti generalisti grazie ai successi trasversali di Roland Brant. “Dream Voice” è canonica trance progressive, di quella che ai tempi funziona particolarmente nelle discoteche piemontesi e toscane, con ricami melodici, tappeti armonici ed un assolo di pianoforte a guidare la fantasia dell’ascoltatore. Tra gli ingredienti anche uno spoken word in lingua italiana, a strizzare l’occhio allo stile narrativo dei vocalist che avrebbero conosciuto massima popolarità quando la progressive si trasforma in popgressive, tra 1995 e 1997.

10) Rich Jones & Matthew Merrett – Allegiance
Prima (ed unica?) pubblicazione della Emblem Records, “Allegiance” ritmicamente pare quasi un retaggio hi nrg ma, dopo circa due minuti, entrano un paio di lead che si parlano e si alleano, lasciando salire una terza “voce” melodica, piuttosto orchestrale, a sancire la vicinanza al mondo trance. L’effetto finale ricorda lo stile Platipus con un leggero retrogusto à la Faithless che però, è bene ricordarlo, quando esce questo disco non si sono ancora formati.

(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata

JK Lloyd & Valoy – Divina Commedia (Dream Records)

JK Lloyd - Valoy - Divina CommediaNell’autunno del 1995 il successo della Dream Version di “Children” di Robert Miles (un disco passato del tutto inosservato nella versione originale del ’94) porta all’attenzione del grande pubblico un genere musicale noto in Italia come dream. Figlia della progressive trance, la dream trova riscontro soprattutto nel Nord-Ovest (Toscana, Liguria e Piemonte) dove discoteche come Duplè o Ultimo Impero la rendono un filone aurifero per un corposo pubblico. Tra i maggiori interpreti di tale corrente stilistica c’è Giancarlo Loi meglio noto come JK Lloyd, nato nel 1968 a Cagliari, in Sardegna, una regione ai tempi piuttosto inadeguata – analogamente ad altre come Sicilia o Calabria – per intraprendere attività discografiche perché priva del know-how necessario per quel tipo di lavoro.

«Iniziai a suonare il pianoforte a circa sei anni e in breve tempo mi accorsi di non volermi limitare a leggere ciò che era scritto sullo spartito ma ad inventare cose mie» racconta oggi l’artista. «Insieme al telescopio, il pianoforte è stato l’elemento che mi ha fornito più emozioni parallelamente alla fotografia, altra passione da me coltivata. Sviluppavo in modo autonomo foto in bianco e nero delle esposizioni scattate col telescopio. Amavo sperimentare parecchio e col tempo ho maturato una buona manualità. Per quanto riguarda il settore musicale invece, proposi le prime demo alla EMI nel 1989, durante un soggiorno nel Regno Unito. Riuscii però ad incidere i primi dischi solo qualche anno più tardi, quando nel 1994 Severo Lombardoni pubblicò “Hardbeat” e “Space Kaddozza”, che realizzai con vari sintetizzatori Roland ed una tastiera Gem, oltre ad un mixer Soundcraft ed una discreta scatola effetti. Solitamente evitavo di usare sample, preferivo creare suoni elaborando e sperimentando i timbri che trovavo più accattivanti. Non possedendo un mixer con automazioni, per il missaggio finale dei primi pezzi fui costretto a silenziare manualmente alcune tracce che però lasciavano un fruscio di sottofondo, un classico per chi lavorava in analogico. Trovare un’etichetta disposta a pubblicare la mia musica fu una vera impresa giacché la maggior parte delle case discografiche erano gestite da A&R incapaci di vedere oltre il proprio naso e senza alcuna predisposizione a scovare talenti se non dopo che questi avessero già riscosso un discreto successo. A testimonianza di ciò è lo stesso fenomeno della dream music, che non fu scoperto da nessun talent scout ma autoprodotto da chi creò lo stesso genere. Solo successivamente i produttori di varie label si accodarono raccattando produzioni a destra e a manca. La mia regione poi era veramente lontana dai quartieri generali delle aziende discografiche che solitamente avevano le sedi in Lazio o in Lombardia».

JK Lloyd durante un live nel 1992

JK Lloyd durante una live performance nel 1992

Come già detto, il pubblico mainstream si accorge della musica dream solo dopo il successo di Robert Miles, ma quel filone stilistico, una sorta di versione ballabile del synth pop/new age cinematografico di artisti come Jean-Michel Jarre, Vangelis, Kitaro, Ryuichi Sakamoto o Giorgio Moroder (coverizzato, tra i tanti, da DJ Dado in “Metropolis”) esiste già da almeno un paio di anni in alcuni club. Si potrebbe quindi attribuire a qualcuno il ruolo di “padrino” della dream nostrana? «A mio avviso il primo brano definibile dream venne prodotto da Roland Brant nel 1993, “Nuclear Sun”, autentica pietra miliare di questo genere» sostiene Loi. «Ai tempi avevo già realizzato parecchi brani in quello stile, nutrendo una predilezione per i suoni degli strumenti classici ma con un tocco di elettronica, formula a cui mi dedicai dal 1993 in poi. Proprio grazie alla collaborazione con Roland Brant, personaggio a cui giunsi attraverso la DJ Babayaga, produssi “Over Me”, un brano che mischiava timbri house e dream ma che, nel ’94, vendette solo poche centinaia di copie. Tuttavia proprio grazie a quel pezzo Brant mi propose di lavorare insieme a lui nel DB One Studio a Dalmine, di proprietà del maestro Bruno Santori».

In studio nel 1993

JK Lloyd nel suo studio nel 1993

Diverso il riscontro riservato all’EP “Divina Commedia”, uscito nel 1995 sulla Dream Records del gruppo Discomagic e contenente quattro versioni codificate con nomi di ispirazione dantesca, Inferno, In Purgatorio, In Paradiso e In Limbo. All’interno Loi alterna classici stilemi dream con chiari riferimenti new age e trance. «La melodia di “Divina Commedia” la immaginai una sera mentre rientravo a casa, a Cagliari. Si rifaceva ad un’aria di un brano dei Cure intitolato “Trust” che continuava a tornarmi in mente ma con evoluzioni melodiche diverse. Feci in tempo a scendere nella cantina dove tuttora c’è parte dello studio e trascrissi subito le note sul sequencer, non avevo nulla con me che mi permettesse di “immobilizzare” quelle intuizioni, il rischio che le idee sparissero era piuttosto elevato. Poi nelle quattro notti consecutive realizzai e finalizzai le altre versioni. Sapevo già cosa avrei dovuto mettere sul nastro e lavorare stabilmente in discoteca mi diede la possibilità di proporre i miei nuovi pezzi in anteprima, testando dal vivo le reazioni di chi ascoltava e ballava. Era un periodo in cui non c’erano grandi punti di riferimento o tendenze imperanti e ciò permise una maggiore sperimentazione. L’EP stesso fu un vero esperimento in cui non riposi alcuna aspettativa. Non ho idea di quante copie abbia venduto, anche perché venne licenziato in tantissime compilation edite in tutto il mondo. Non essendo direttamente al corrente degli accordi che la casa discografica stringeva, per me era praticamente impossibile quantificare con precisione. Solo dopo aver ricevuto i rendiconti SIAE potevo farmi un’idea più chiara, ma il conteggio dei diritti maturati resta comunque un argomento abbastanza delicato e complesso. Capitava spesso, ad esempio, di dover attendere qualche anno prima di avere dati certi sugli introiti esteri. Comunque Lombardoni non batté ciglio quando gli feci ascoltare i pezzi in quanto aveva già precedentemente pubblicato alcuni miei brani ed intuì che non avrebbe sicuramente perso del denaro. Realizzai “Divina Commedia” con tanta emozione ma sono del parere che non bisogna mai scambiare la propria emozione con l’aspettativa dei gusti altrui. Frequentemente accade infatti che ciò che piace a chi produce non venga recepito dal pubblico in egual maniera. Il successo poi è questione di fortuna, casualità ed altre imprevedibili variabili».

Quasi contemporaneamente a “Divina Commedia” JK Lloyd pubblica “Onirika” in cui figura un brano intitolato “Tribute To Jean Michel Jarre”, modo per tributare in modo chiaro e netto uno dei maggiori ispiratori della dream music. A tal proposito Loi spiega: «I pezzi di “Onirika” nacquero, ancora una volta, senza alcuna aspettativa ma semplicemente combinando suoni ed emozioni non filtrate da nient’altro. Il pezzo-tributo a Jarre, in particolare, lo composi dopo aver ascoltato un suo live da cui presi un campione. Le mie influenze maggiori risiedono nelle discografie di Genesis, Deep Purple, Vangelis, Kitaro, Pink Floyd, Beatles, Rolling Stones ed ovviamente lo stesso Jarre, oltre ad un vastissimo repertorio di musica classica. La radio e i dischi dei miei zii furono determinanti per il mio orientamento stilistico. Il tutto senza un ordine preciso ma guidato semplicemente dal gusto e dalla mia curiosità».

Onirika catalogo

Alcune delle pubblicazioni più note tratte dal catalogo Onirika, una delle etichette create e gestite da JK Lloyd

Nel 1996 Onirika diventa anche l’etichetta personale di Loi, gestita ancora dalla Discomagic del compianto Lombardoni. Tolte pochissime eccezioni, come “Legenda” di Franzoso, il catalogo è occupato dalle produzioni dello stesso autore. «Il rapporto con la Discomagic fu da subito molto redditizio. Una delle prime persone che incontrai in Via Mecenate fu Claudio Diva, all’apparenza distaccato ma in realtà molto sensibile. Mi diede ottimi consigli e mise una buona parola con Severo per produrre i miei primi brani. In Discomagic allora lavorava pure Max Moroldo, che in seguito ha fondato la Do It Yourself. Fu lui a credere di più in Onirika, etichetta nata a dicembre ’95, subito dopo aver firmato il contratto per la distribuzione di “Divina Commedia”, “Pyramids Of Giza” e qualche altro 12″, oltre alle due compilation “Pura Dream” e “Pura Progressive”. Fondamentalmente Onirika si sviluppò per il mio personale desiderio di creare una piattaforma apposita per brani composti ed arrangiati completamente da me. Insomma, volevo fornire una maggiore identità alle cose che avrei realizzato da quel momento in poi. In passato avevo scartato tante idee e brani a causa dell’incompetenza e scarsa lungimiranza di discografici inetti, ma Onirika mi fornì finalmente la conferma che il mio percorso musicale, intrapreso sin da piccolo, fosse giusto. Moroldo proponeva i miei brani alle radio in maniera eccellente, senza che io neanche venissi a conoscenza. Fece bene il suo lavoro, credo con una buona dose di sano entusiasmo. Una buona intesa la strinsi anche con Lombardoni, tanto che iniziammo a frequentarci anche al di fuori della Discomagic dove però non parlavamo mai di musica. Era una persona rara ma altrettanto rare erano le occasioni di trovarlo fuori dal suo ufficio. Parallelamente alla Onirika, curai anche altre etichette, la Excalibur, la Loi Records e la Virtual Vision attraverso le quali produssi altri brani con diversi pseudonimi».

Nel catalogo Onirika si rintracciano pezzi come “Piramids Of Giza” di Gravity One, allineato al minimalismo di Emmanuel Top, “Nephertity” di Alex Remark, sorretto da una struggente melodia, e “Virus” di Gravity Of Force, contraddistinto da arpeggi ipnotici, tutti supportati da Molella nel suo programma “Molly 4 DeeJay” ai tempi particolarmente rilevante, secondo quanto dichiarato da più artisti nel corso degli anni, sulle vendite dei dischi. «Le radio, tra cui Radio DeeJay, accentuarono l’interesse nei confronti di questi brani ma credo che il vantaggio sia stato reciproco. Tengo però a precisare che i maggiori introiti derivavano dalle licenze all’estero e non dal mercato interno che invece manteneva un livello praticamente costante. Ad incidere positivamente erano soprattutto le compilation.

 

Live @ Le Cinemà, Milano (1995) A

JK Lloyd durante un live al Le Cinemà di Milano, nel 1995

“Piramids Of Giza”, nello specifico, fu il risultato di esperienze maturate nei locali in cui mi esibivo come live performer. Lo registrai durante il periodo delle feste natalizie del ’95 ma durante la prova master, mentre registravo sul nastro digitale, mancò improvvisamente la corrente elettrica e tutti gli strumenti si bloccarono. Alcuni erano provvisti di lettore floppy disk che si bucarono proprio sul pezzo, rendendo praticamente impossibile ogni possibilità di recupero. Secondo me fu un segno che il pezzo dovesse essere prodotto così, senza ulteriori modifiche, ed infatti optammo per il formato 10″ inciso su un solo lato. Il resto lo fecero le vendite all’estero dove, tra 12″ e compilation, oltrepassò la soglia delle centomila copie».

La lista di pseudonimi utilizzati da Loi è lunghissima e curiosamente molti di questi appaiono abbinati simulando la collaborazione tra due (o più) presunti artisti (si veda JK Lloyd – Valoy Family Groove per “Hardbeat” e “Space Kaddozza”, JK Lloyd & Alex Floor per “Return To Flyd”, JK Lloyd – Valoy per “Onirika” e “Divina Commedia”, JK Lloyd & Alex Remark per “The Event”, giusto per citarne alcuni). «Realizzavo così tanti brani (ad oggi ho superato la soglia dei trecento!) che fu necessario inventare più alias per pubblicarli contemporaneamente. Nel contempo ebbi anche bisogno di persone che potessero impersonare il relativo nome. Valoy, ad esempio, è lo pseudonimo di mio fratello Valentino. Mi capitò spesso di trovarmi in studio con altri artisti ma non ho mai desiderato realmente condividere quello spazio, la musica era la proiezione del mio ego. Non nascondo che sono stato anche un ghost producer (tematica a cui abbiamo dedicato un reportage qui, nda) ma preferisco non rivelare i dettagli. Credo che i pezzi commissionati da terzi, pagati e ceduti, debbano essere dimenticati. È meglio quindi pensare e valutare ciò che si sta facendo affinché quella scelta non comporti rimpianti. Nel mio caso l’ho fatto perché avevo bisogno di soldi per vivere fuori dalla mia città. Una volta consolidata la mia posizione da produttore però, avevo abbastanza denaro per andare avanti per anni e quindi non vendetti (o regalai) più brani a nessuno».

Live @ Le Cinemà, Milano (1995) B

Un’altra foto del live di JK Lloyd al Le Cinemà di Milano, nel 1995

Nel 2006, in piena rivoluzione digitale, Onirika si trasforma in Onirikalab. Anche Loi, come chiunque altro abbia operato nel mondo musicale pre-internet, potrebbe indicare pro e contro della digitalizzazione. «Internet ha offerto gratuitamente servizi per i quali prima era previsto un compenso. Dopo il 2002 il mercato discografico ha cominciato a soffrire la crisi delle vendite ed io iniziai ad incontrare parecchie difficoltà nel trovare un distributore. Il vistoso calo economico non deponeva a favore di un possibile rientro dell’investimento. A partire dal 2004 ho realizzato una serie di brani che ricalcavano i generi da me proposti negli anni precedenti. Ne terminai dieci in qualche mese e, riascoltandoli, decisi di creare altrettante versioni eliminando la sezione ritmica. Commissionai il mastering ad uno studio londinese e proposi il doppio album intitolato “H.O.D. (History Of Dream)” a vari produttori discografici sparsi per il mondo ma purtroppo nessuno si mostrò interessato alla produzione o coproduzione. Il caso volle che in quel periodo mi imbattei in una delle prime società aggregatrici di etichette destinate agli e-store negli Stati Uniti come iTunes, Napster o Rhapsody. Registrai negli States la Onirikalab e il 31 agosto 2006 “H.O.D. (History Of Dream)” venne distribuito in tutto il mondo, col supporto editoriale del sopraccitato Moroldo della Do It Yourself. Il 16 settembre era già in molte classifiche di vendita in tanti Paesi, compresa l’Italia, dove risultò uno dei cento album più downloadati dell’anno. Alla luce di ciò, la mia esperienza nel mondo digitale è positiva.

Oggi gran parte della musica viene prodotta per aspettative redditizie e per un consumo immediato, motivo per cui assistiamo al successo e al declino di molti personaggi in tempi assai rapidi. Con questi presupposti non credo ci siano grandi probabilità che brani attuali restino nella storia così come avvenuto sino al 2000. Esistono naturalmente delle eccezioni ma i tempi sono cambiati insieme agli interessi delle giovani generazioni. Trent’anni fa vivevamo di musica, adesso si vive invece di tecnologia e la musica è diventata solo un contorno poco considerato. È impensabile ambire o avvicinarsi alle soglie di vendita di appena venti anni fa e questo lo capiamo dai continui cambiamenti che interessano i riconoscimenti attribuiti: oggi un disco di platino lo si ottiene con “appena” cinquantamila copie, prima bisognava superare il milione»(Giosuè Impellizzeri)

© Riproduzione riservata