Nikita Warren – I Need You (Atmo)

Nikita Warren - I Need YouNel 1991 l’exploit della cosiddetta piano house, trasformata in un fenomeno di portata internazionale grazie a nomi come Black Box, FPI Project o 49ers, è ormai solo un ricordo. Tuttavia gli assoli di pianoforte, diventati praticamente una sorta di trademark per la house italica, continuano ad essere motivo di ispirazione per molti produttori nostrani premiati, a fasi alterne, dal successo. Si veda “Keep Warm” di Jinny, “Together” di Deadly Sins, “Your Love Is Crazy” di Albertino Featuring David Syon ed “Alone” di Don Carlos, di cui abbiamo già parlato rispettivamente qui, qui, qui e qui, tutti usciti nel ’91, anno in cui viene pubblicato pure “I Need You” di Nikita Warren, l’ennesimo studio project ideato nel nostro Paese. Artefici sono Paul Bisiach, Christian Hornbostel e Mauro Ferrucci, che hanno già raccolto ampi consensi con “Venus” di Don Pablo’s Animals e col seducente downtempo di “Moments In Soul” di J.T. And The Big Family, una sorta di mash up tra “Moments In Love” degli Art Of Noise e “Keep On Movin” dei Soul II Soul, edito dalla loro BHF Production.

Uniti come BHF Team, dal ’90 i tre incidono diversi brani pure sulla Inter Dance, creata in collaborazione con la veronese Saifam e sulla quale co-producono il secondo disco di Cirillo, “Anjuna’s Dream”. Quelli a cavallo tra Ottanta e Novanta sono anni di epocali cambiamenti, l’italodisco viene sostituita dalla house che di fatto è la nuova dance music candidata a rappresentare in modo continuativo il clima festaiolo della disco sdoganata da “Saturday Night Fever” nel 1977, seppur non manchi chi la considera solo un trend passeggero destinato ad eclissarsi dopo appena una stagione. «Di solito quando finisce un ciclo si tende a minimizzare il fenomeno entrante e questo avvenne anche con l’arrivo della house music che aveva sonorità completamente diverse rispetto a quelle in voga negli anni Ottanta» spiega oggi Mauro Ferrucci. «Fondamentalmente serviva un “cuscinetto”, rappresentato da tutte quelle produzioni britanniche che riuscirono a traghettare il pop verso la house americana. Ai tempi c’era una grande confusione ma eravamo tutti in fibrillazione. Quel “nuovo sound” era un’occasione strepitosa e un determinante aiuto ci venne fornito dalla tecnologia. Si passava dall’analogico al digitale, sul mercato arrivavano nuove tastiere e i primi campionatori con cui dare libero sfogo alla creatività. Noi italiani fummo i più scaltri aggiungendo quel pizzico di crossover che ci permise di incidere delle hit mondiali. Personalmente lavorare come DJ mi aiutò in modo sensibile a produrre brani che coniugassero le varie tendenze dei tempi, assai diverse tra loro, ottenendo successi planetari già alla fine degli anni Ottanta. Per questo mi reputo molto fortunato. Il BHF Team nacque proprio sull’onda dell’entusiasmo e sulla voglia di fare musica. Da quel momento iniziammo a diversificare le produzioni alternando alla house brani tendenti alla techno finiti sulla Inter Dance, etichetta che ci diede facoltà di collaborare con artisti come Cirillo, Marco ‘Lys’ Lisei, Lino Lodi, Stefano Mango e i fratelli Visnadi».

la copertina di Subtle Pride

La copertina di “Arianne” di Subtle Pride, 1986. Nella foto al centro Mauro Ferrucci e Paul Bisiach.

Ferrucci, come racconta nell’intervista in Decadance Extra, ha già maturato esperienze come aiuto fonico ed incide il primo disco nel 1986, “Arianne” di Subtle Pride, che lo vede immortalato nella foto in copertina nonché impegnato come cantante. A produrre quella ballad synth pop sono Mauro Micheloni, ai tempi presentatore di Discoring e del Festival di Sanremo, il compianto Attilio De Rosa e Paul Bisiach, anche lui finito in copertina. Nel BHF Team la figura di Bisiach è quella che rimane più nell’ombra. In un recente post su Facebook Ferrucci lo descrive come un “piccolo genio dell’elettronica, capace di autocostruirsi sequencer, drum machine e mixer”. «Io ed Hornbostel eravamo colleghi e giocavamo nella nazionale DJ. Paul lo conobbi tramite amici comuni e dopo pochissimo tempo scoprimmo di amare le stesse cose quindi cominciammo ad incontrarci e scrivere canzoni. Io ho studiato chitarra, lui pianoforte, Christian la batteria, insomma, ognuno poteva mettere il suo».

Con “I Need You” di Nikita Warren i tre tornano al successo. Il brano vara il catalogo della Atmo, piccola sublabel rimasta in vita sino al 1993 animata da Ferrucci & co. con le loro produzioni tra le quali F.I.T.Z. e Taiti. “I Need You”, per cui viene girato un videoclip dove Bisiach, Ferrucci ed Hornbostel ricoprono rispettivamente il ruolo di pianista, chitarrista e batterista, incrocia pop ed house facendo leva sull’accattivante linea melodica del pianoforte, diventata negli anni a seguire fonte ispiratrice per un numero imprecisato di artisti (nella Deerstalker Dub di “Something About U” di Mr. Roy, nel remix di “Only Love Can Break Your Heart” di Saint Etienne realizzato dai Masters At Work, in “Piano In Paradiso” di I:Cube, in “An Instrumental Need” di Ralphi Rosario, in “Need You Now” dei Soul Central, in “Hyporeel” dei Metropolis – meglio noti come The Future Sound Of London -, in “Raise Your Hands” di Big Room Girl Feat. Darryl Pandy, giusto per citarne alcuni). «Realizzammo “I Need You” con davvero pochissime cose, una Roland TR-909, una tastiera Yamaha DX7 ed un sequencer autocostruito da Paul. A cantarlo fu Susy Dal Gesso. Il nome Nikita Warren invece venne ispirato dall’omonima cantante tedesca (Anja Lukaseder, quella che nel 1989 interpreta “Another Day In Paradise” dei Jam Tronik, nda) conosciuta a Londra l’8 marzo del ’90 durante la registrazione di una puntata di Top Of The Pops a cui partecipammo con “Moments In Soul” di J.T. And The Big Family. Tre settimane dopo saremmo tornati sullo stesso palco con “Venus” di Don Pablo’s Animals (remake dell’omonimo degli Shocking Blue, riportato al successo già nel 1986 dalle Bananarama prodotte da Stock, Aitken & Waterman, nda). In occasione dell’uscita di Nikita Warren ideammo la Atmo che voleva continuare il discorso della BHF Production e della Inter Dance coi ragazzi bolognesi della Irma, etichetta più underground rispetto alla veronese Saifam che sino a quel momento aveva distribuito la nostra musica. Ad onor del vero il primo su Atmo non fu “I Need You” bensì il mio “Joy And Pain/The Sermon”, realizzato con James Thompson, ai tempi sassofonista di Zucchero. L’uscita però venne bloccata per questioni legate al marketing e posticipata al 1993, di conseguenza il disco fu ri-etichettato con numero di catalogo 008. Il ripetuto campionamento di “I Need You” purtroppo non ci ha portato alcun giovamento economico visto che i contratti dei primi anni Novanta non prevedevano lo sfruttamento dei sample. Giuridicamente quello era un territorio ancora vergine ed inesplorato. Pertanto ancora oggi quel campione viene usato e gestito malissimo, senza alcun controllo, al punto da spingerci ad intraprendere vie legali per poter finalmente amministrare direttamente il brano. Comunque il fatto che, ormai con cadenza annuale, il pianoforte di “I Need You” riappaia in altri pezzi ci fa molto piacere».

Mauro Ferrucci e Paul Bisiach nel 1986

Mauro Ferrucci e Paul Bisiach in una foto del 1986

Nel corso del tempo il brano di Nikita Warren riappare sul mercato attraverso remix di illustri nomi tra cui Joey Negro, i Nush e i Basement Jaxx, peraltro col supporto della VC Recordings del gruppo Virgin, a testimonianza di quanto sia incisivo il successo a livello internazionale. In Italia però, analogamente a quanto avvenuto con la citata “Keep Warm” di Jinny, le cose vanno in maniera diversa e “I Need You” resta lontana dal pubblico generalista, attecchendo meglio nel mondo dei club. Non a caso a ripescarla recentemente è un esponente del DJing nostrano più “sotterraneo”, Don Carlos, che la vuole nella raccolta “Paradise House”. «Il successo di Nikita Warren interessò quasi esclusivamente l’estero» sottolinea Ferrucci. «Quando creammo il groove e i bpm, bassissimi per l’epoca, sapevamo già che non avrebbe funzionato in Italia, le nostre scelte erano intenzionali».

Dopo “I Need You” Nikita Warren torna con “Touch Me”, sempre su Atmo, incrocio ben riuscito tra il suono garage newyorkese e la piano house con cui gli italiani marchiano a fuoco il debutto in quel genere. I risultati però non sono eguagliati. «Mentre lavoravamo a “Touch Me”, cantato da Emanuela Panizzo, ricevemmo la richiesta di un LP da Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone. A quel punto dedicammo meno energie rispetto al primo e probabilmente il pezzo non venne promosso a dovere proprio per dare maggior spazio all’album di J.T. And The Big Family da cui venne estratto il singolo “Foreign Affair” (remake dell’omonimo di Mike Oldfield trainato dal sample preso da “Mammagamma” di Alan Parsons Project, nda). Tuttavia resta un brano che amo».

Mauro Ferrucci in studio (1984)

Mauro Ferrucci in studio nel 1984

L’ultima apparizione di Nikita Warren risale al 1993 quando esce “We Can Make It”, prodotto in chiave eurohouse da Hornbostel e Mr. Marvin per la PRG del gruppo Expanded. L’interesse dei tempi di “I Need You” ormai è calato. «Paul si sposò e decise di abbandonare il settore musicale, io invece iniziai il cammino col programma televisivo Crazy Dance e non avevo più molto tempo da dedicare allo studio. Insomma, prendemmo strade diverse che ci portarono verso altri traguardi» spiega Ferrucci. Dall’epilogo del BHF Team nascono nuove avventure: Hornbostel crea la Shadow Production con Mr. Marvin spingendosi verso la techno/progressive trance (Sacro Cosmico, V.F.R. e soprattutto Virtualmismo di cui abbiamo parlato qui), Ferrucci invece resta ancorato alla house fondando nel ’96, col DJ italoamericano Frankie Tamburo, la Airplane!. È suo il remix di “King Of My Castle”, firmato con lo pseudonimo Roy Malone, che decreta il successo internazionale di Wamdue Project.

«Ho prodotto tantissima musica ma i pezzi a cui sono più legato restano quelli che non hanno avuto grossi riscontri commerciali, tra tutti “Are U Doin’ It With Me?” di T&F vs. Moltosugo, del 2003, e “Old Skool Generation” di Tommy Vee Vs. Roy Malone, del 2007, a cui aggiungerei il remix che realizzammo per “In This World” di Moby. La dance italiana è stata per anni un punto di riferimento, i pezzi che cambiarono i binari della house sono tutti italiani: Black Box, Robert Miles, Benny Benassi … insomma, noi c’entriamo sempre. L’unica pecca? Non riuscire a fare squadra, non coalizzarsi e non spalleggiarsi. Ciò, secondo me, ci ha fatto perdere contro tedeschi, francesi, olandesi ed altri che alla fine ci hanno surclassato». (Giosuè Impellizzeri)

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Djaimin Featuring Rose – Hindu Lover (Flatline Records)

DJaimin Ft Rose - Hindu LoverNato in Svizzera nel 1967, Dario Mancini alias Djaimin (pseudonimo frutto della fusione di alcune lettere del nome e cognome) inizia la carriera da DJ nei primi anni Ottanta in una discoteca chiamata Platinum. Attraverso dei nastri di Tony Humphries scopre la house, genere che promuove nella nazione natia sin dal 1987 attraverso un programma radiofonico in onda su Couleur 3. Nel contempo organizza eventi, come il Dancefloor Syndroma, contribuendo attivamente alla diffusione della house music in territorio elvetico. Sono anni di puro pionierismo, seminali sia per i club che per la discografia.

Nel ’90 porta Humphries per la prima volta in Svizzera come guest e l’occasione è giusta per stringere amicizia. Il DJ statunitense gli dispensa consigli che mette in pratica per realizzare il suo primo disco, “Give You”. «Inizialmente il pezzo venne pubblicato dalla Maniak Records, etichetta di Losanna di proprietà di cari amici che gestiscono tuttora la catena di negozi di abbigliamento chiamata Maniak» racconta oggi Mancini. «Raggiunse la prima posizione della classifica svizzera e poi, preso in licenza dalla Strictly Rhythm, conquistò altri podi sparsi per il mondo, tra Stati Uniti, Europa ed Asia». Ai tempi l’A&R della Strictly Rhythm è George Morel, artista che Mancini fa approdare in Svizzera proprio come avvenuto con Humphries. Per la Maniak Records poi incide anche due album, “Give You” ed “Emotion”, destinati ai DJ e alle discoteche specializzate in house/garage.

Djaimin 1995 album

La copertina di “Color The World With Music”, terzo album di Djaimin uscito nel 1995 e contenente ben tre versioni di “Hindu Lover”

Nel ’95 esce il terzo album, “Color The World With Music”. Ad aprirlo e chiuderlo è “Hindu Lover”, prima con la Vocal Mix e poi con la Zanz Mix (nomignolo già usato per “Give You” e probabile riferimento allo Zanzibar, storico club di Newark). In tracklist figura persino una terza versione, la Swiss Mix col featuring di una certa Louna. A caratterizzare il brano sono suoni eterei d’ispirazione ambient, percussioni ed un riff eseguito con uno strumento indiano, un sitar. La BWBRecords, a cui quell’anno si affianca la Jamie Djaim Records che Mancini fonda insieme a Jamie Lewis, stampa pure il CD single di “Hindu Lover” ma non accade nulla sino all’inizio del 1996 quando il pezzo viene pubblicato su 12″ dalla Flatline Records, etichetta distribuita dalla Strictly Rhythm. A questo punto si innesca qualcosa che cambia radicalmente lo status quo e si fanno avanti colossi come Slip ‘n’ Slide e Deconstruction.

«Iniziai a lavorare ad “Hindu Lover” già alla fine del ’94 quando approntai la versione strumentale che feci ascoltare a Tony Humphries. Gli piacque ma mi consigliò di arricchirla con inserti vocali per renderla più accessibile al mondo delle radio, ai tempi il più importante veicolo promozionale, un po’ come oggi è YouTube. Nacque così la versione cantata da un’amica, Rose Stigter, che proprio quell’anno invitai nella veste di vocalist al tour svizzero di Humphries. In segno di amicizia cedetti il brano alla Flatline Records, etichetta curata dall’assistente di Tony Humphries, che avrebbe dovuto distribuirlo solo negli States anche se, è risaputo, ai tempi certe clausole non venivano rispettate ed era piuttosto difficile, se non impossibile, scoprire chi si comportava in modo sleale. Da lì a breve si fece avanti la Slip ‘n’ Slide per il territorio britannico (Peter Harris mi seguiva dal 1991/1992, periodo in cui tenni il mio primo tour nel Regno Unito approdando anche al Ministry Of Sound), a cui seguì la Deconstruction con cui chiusi un accordo per il mondo intero e che affidò il remix a Roger Sanchez. Come avvenne circa quattro anni prima con “Give You”, decisiva fu la promozione di Tony Humphries che creò il giusto entusiasmo intorno ad “Hindu Lover”, ma sono altrettanto riconoscente a cari amici italiani come Ralf, Ricky Montanari, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Joe T. Vannelli ed altri ancora che mi hanno sempre sostenuto»Per Djaimin si spalancano le porte del mainstream, fioccano decine di richieste di licenza (in Italia ad accaparrarsi il brano è la D:vision Records del gruppo Energy Production) e la sua popolarità cresce in modo vertiginoso. «Cercavo di tenere alta la mia reputazione ma non volevo fare un clone di “Give You”. Desideravo piuttosto scovare qualcosa di inedito per la house ed adoperando un vecchio campionatore E-mu Emulator giunsi a sonorità hindi, dalle percussioni al sitar. Poi sovrapposi quei suoni tanto particolari a dei pad malinconici e nostalgici che erano un po’ la mia firma. Per quel che riguarda il testo invece, immaginai una storia d’amore di chi non voleva una relazione stabile. Il pezzo piacque molto anche alla community gay al punto da diventare un vero anthem in alcuni locali a Miami e Londra. Insomma, un autentico successo che partì dall’underground e divenne mainstream. Credo che, conteggiando le diverse licenze, vendette poco più di 100.000 copie in vinile, a cui bisogna aggiungere anche i molteplici inserimenti nelle compilation».

Mancini vive un periodo dorato, tra i più rosei della carriera. Il successo di “Hindu Lover” gli procura diverse richieste di remix (come “How Can I Get You Back” di House Of Jazz Featuring Jolynn Murray, per la Slip ‘n’ Slide) e parecchi ingaggi come DJ anche in Italia, Paese a cui l’artista è legato in modo particolare. «Mio padre è nato a Pesaro, da giovane ho frequentato la Baia Degli Angeli e in seguito i locali più belli della riviera adriatica come il Peter Pan, il Cocoricò e il Da Da Da poi diventato Prince. Quando divenni art director in Svizzera invitai come guest, sia in discoteca che nel mio programma radiofonico, molti amici DJ italiani, gli stessi che incontravo nel mio negozio di dischi preferito, il Disco Più di Rimini, dove si facevano lunghissime chiacchierate. L’Italia ha dato un contributo importantissimo alla musica dance sin dai tempi dell’italo disco con Claudio Cecchetto, Martinelli, Claudio Simonetti, Stefano Pulga e Giorgio Moroder, il numero uno in assoluto».

Fever

“Fever” è il follow-up di “Hindu Lover”. A pubblicarlo in Italia nel 1996 è la Suntune (gruppo Time Records)

Il follow-up di “Hindu Lover” viene prodotto con Enrico Di Tullio alias Djaybee, si intitola “Fever”, esce nel ’96 sulla britannica XL Recordings e si avvale di vari remix tra cui spiccano quelli di Boris Dlugosch (è sua la versione di punta) e Joey Negro. A licenziarlo in Italia questa volta è la Suntune, nata quello stesso anno tra le mura della bresciana Time Records. «Non fu un classico follow-up, l’unico elemento a collegare “Hindu Lover” a “Fever” era la cantante, Rose. Non mi aspettavo quindi di bissare il successo ma nonostante tutto ebbe ottimi feedback, anche dall’Italia. Senza dubbio a fare la differenza furono i remix giacché la mia versione era più vicina alla garage».

Djaimin incide un altro paio di singoli, “Finally” (ancora con Rose ed omonimo del quarto album) e “Tape Project”, e poi “Open The Door”, su Slip ‘n’ Slide nel ’98, portato in Italia dalla Heartbeat del gruppo Media Records. Una delle versioni, curata da DJ N-Joy, campiona “First True Love Affair” di Jimmy Ross (1981) ed è perfetta per il periodo che vede l’esplosione del fenomeno french touch. I DJ dei club la programmano ma si rivela inadatta al crossover.

Mancini però ha un altro asso nella manica che cala proprio nel 1998, ovvero “Put Your Hands Up” con cui rianima il progetto Black & White Brothers partito quattro anni prima con Michael Hall alias Mr. Mike. «Sia “Put Your Hands Up” che “Pump It Up” (ripresa con successo nel 2004 da Danzel, che ne realizza una specie di mash-up con “In The Mix” di Mix Masters Featuring MC Action, nda) nacquero come brani destinati ai fan del nostro programma radiofonico, Pump It Up Live. Erano semplicemente inni alla gioia che usavamo durante le serate e che il pubblico amava cantare. Così, quando smettemmo di fare radio, dopo circa dieci anni, decisi di pubblicare entrambe le tracce su vinile come tributo a quel magico periodo. Non ci aspettavamo minimamente che diventassero pezzi mainstream di quella portata, e la riconferma giunse nel 1999 con “World Wide Party”».

Il ritrovato successo pop non scalfisce l’operatività di Mancini che continua ininterrottamente a produrre musica house concretizzando nuove collaborazioni (con Brian Allen mette su i Crystal Clear che sbarcano sulla Yellorange di Tony Humphries) e raggiungendo la Purple Music dell’amico Jamie Lewis. «Credo che oggi sia piuttosto difficile escogitare cose del tutto nuove. Come nella moda, anche in musica si assiste al ritorno di suoni riciclati attraverso le nuove tecnologie. Resto del parere che la house continuerà a girare a 120 BPM, circa il doppio del battito cardiaco a riposo, e che farà ancora leva sui vocal, la vera chiave di questo movimento. Al pubblico piace ballare ma vuole anche melodie da cantare. Non ho mai sentito nessuno fischiettare o intonare i suoni di una drum machine! Certo, ci sono momenti in cui funzionano stili contemporanei come avvenuto di recente con l’EDM, ma la house non morirà mai e sono sicuro che negli anni a venire ci attendono ancora molte sorprese». (Giosuè Impellizzeri)

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