Don Carlos – Alone (Calypso Records)

Don Carlos - AloneTra il 1989 e i primissimi anni Novanta, dopo il boom dell’italo house ribattezzata piano house per la sua caratteristica intrinseca probabilmente debitrice a “Move Your Body” di Marshall Jefferson del 1986 (“il primo pezzo house con una linea melodica di pianoforte”, come scrivono Bill Brewster e Frank Broughton in “Last Night A DJ Saved My Life”), i compositori e produttori italiani si attivano per generare una variante di quel suono. Occorre sia prendere le distanze da un filone ormai commercializzato a livello internazionale (e quindi sulla via dell’inflazione), sia accontentare gli avventori dei locali considerati “di tendenza” nonché i DJ attratti dal materiale d’importazione. La deep house che fiorisce da noi non certamente a caso attinge spunti dal suono proposto dalle etichette di New York e di Londra, le due città che prendono le redini del controllo della scena house dopo il (veloce) declino di Chicago dove comunque affondano le radici, i seminali esperimenti e il luogo da cui partono le prime hit transatlantiche come “Love Can’t Turn Around” di Farley ‘Jackmaster’ Funk & Jesse Saunders, “Jack Your Body” di Steve ‘Silk’ Hurley e “Promised Land” di Joe Smooth.

A cavallo tra Ottanta e Novanta quindi in Italia avviene qualcosa che era già accaduto in modo analogo circa dieci anni prima con l’italo disco: la rivisitazione di stilemi ed espressioni estere crea i presupposti e le basi di un neo genere prevalentemente strumentale, oggi in gran spolvero specialmente sulla piazza internazionale. Tra i primi a dedicarsi con dedizione a quel suono, che al suo interno ingloba riferimenti jazzistici ed ambient, è Carlo Troja, da Varese, meglio noto come Don Carlos. DJ sin dalla fine degli anni Settanta, incide il primo 12″ nel 1986 con la Discomagic di Severo Lombardoni, “Disco Halloween” di Forbidden Fruits, arrangiato con Manlio Cangelli ed interpretato vocalmente da Jimmy Mc Foy. Il mancato successo lo trasforma in un cult ottimamente quotato sul mercato collezionistico e ristampato proprio poche settimane addietro dalla finlandese Wishing Well Records. «Quella di Forbidden Fruits fu la mia prima esperienza discografica che condivisi con un altro DJ, l’amico Massimo Scarpati» racconta oggi Troja. «Lo realizzammo in un grosso studio sui navigli milanesi, il Regson Studio, affidandoci a chi ai tempi faceva italo disco».

Tra 1987 e 1988 lo scenario musicale e discografico italiano vede una radicale trasformazione. Al declino inesorabile dell’italo disco, ai tempi gergalmente chiamata “disco dance”, si sostituisce progressivamente la house, specialmente grazie alla decisiva spinta dei britannici, tra i primi a fare “da ponte” con le realtà d’oltreoceano. È una fase entusiasmante sotto il profilo creativo ed imprenditoriale ma Troja ricorda pure un risvolto diverso della faccenda: «La musica viveva un periodo nero, c’era voglia di suonare bei dischi nei locali ma le produzioni lasciavano un po’ di amaro in bocca. Iniziai così a proporre solo classici del passato ma mai finendo nel revival più banale. Poi cominciai a comprare i primi mix provenienti d’oltreoceano ed oltremanica che cambiarono radicalmente la mia visione delle cose. In quei brani sentivo pulsare un sound che mi appagava sia ritmicamente che per i suoni». Nel 1991, a cinque anni da quel timido tentativo non andato molto bene, il DJ ci riprova presentandosi al pubblico con un nuovo pseudonimo, Don Carlos, con cui firma “Alone”, un paradisiaco ed estatico trip che rappresenta bene la scuola deep house italiana, con inflessioni ambient e qualche immancabile rimando al suono imperante del pianoforte, iconico per quello che alcuni giornalisti, specialmente anglosassoni, definiscono sprezzantemente “spaghetti house”.

mentre suona ad un rave a Zurigo nel 1992. Si esibisce come Don Carlo

Don Carlos si esibisce ad un rave a Zurigo nel 1992

«Facevo il DJ da anni ma il mio sogno restava quello di produrre musica mia, specialmente dopo l’arrivo sulla scena dei grandi DJ statunitensi, artefici dei remix che mettevo nei set sin dalla fine degli Ottanta. Cercai quindi un musicista che mi assistesse ed accompagnasse la mia voglia di produrre musica house e trovai Luca Martegani, ancora oggi al mio fianco in studio. Le cose che iniziammo a fare erano discrete ma prive di quella marcia in più che invece aveva “Alone”. Impiegammo circa un anno prima di ottenere un prodotto degno di essere pubblicato! Ricordo ancora quel pomeriggio in cui, dopo una bella lite con Luca, dal pianoforte emerse la melodia del brano. Poi creammo la linea armonica e a quel punto capii che si trattava del pezzo giusto su cui insistere. Mettemmo altri suoni insieme usando una Yamaha DX7, una Roland TR-808, un Moog ed alcuni effetti. Lo registrammo e nell’arco di pochi giorni lo mixammo. Quando aggiungemmo il sax parve crearsi un alone intorno al tutto e quindi optai per “Alone” come titolo, da leggere però con pronuncia inglese. “Solo” perché quel disco rappresentava la mia anima, quello che avrei voluto suonare nei club da quel momento in poi. Per iniziare l’avventura scelsi un nuovo nome ed optai per Don Carlos, volevo che le mie origini italiane fossero chiare a chiunque».

Sono tre le versioni di “Alone”: la Paradise, la Flute House e la Sax Ambient, derivate pressoché dalla stessa idea. A pubblicare il 12″ è la Calypso Records del gruppo bolognese Irma di Umbi Damiani e Massimo Benini. «Feci ascoltare il demo di “Alone” a molte etichette milanesi ma la risposta era sempre la stessa. I vari A&R lo apprezzarono per i suoni ma lamentavano l’assenza del cantato e mi consigliavano puntualmente di aggiungere alla stesura un inserto vocale, un rap o un campione preso da qualche vecchio disco, come fecero i Black Box. A me però quelle modifiche non convincevano affatto e quindi chiamai Damiani della Irma e presi un appuntamento. Ascoltammo insieme il pezzo e poco dopo Umbi mi disse che gli piaceva e che lo avrebbe voluto pubblicare sulla Calypso Records. Qualche mese più tardi mi telefonò annunciandomi che “Alone” stava scalando le club chart e che DJ del calibro di Frankie Knuckles e Tony Humphries lo stessero inserendo regolarmente nei loro set».

Don Carlos con un'amica al Paradiso di Rimini nel 1993

Don Carlos in compagnia di un’amica, al Paradiso di Rimini nel 1993

I galvanizzanti risultati irrorano di energia la vena creativa di Don Carlos che nel 1992 firma, sempre per la Calypso, il mini album “Mediterraneo” (recentemente ristampato dalla Flash Forward) contenente brani rimasti impressi nella memoria di una generazione come la title track, “Paranoia” o “Play It Again”. Seguono l’album “Aqua”, vari EP e svariatissimi remix (tra cui quelli per Gazzara, Adolfo, Argentino, Blacknuss, Byron Stingily, Karen Ramirez e persino Alex Britti col tormentone estivo del 1998 “Solo Una Volta (O Tutta La Vita)” ) che mettono in chiaro le sue inclinazioni stilistiche localizzate su un canovaccio di soluzioni deep house, jazz ed ambient. Da progetti paralleli condivisi con Stefano Tirone, come Antigua Managua e Montego Bay, emerge inoltre una vena funky che rende quelle annate pregne di una creatività imbattuta e forse imbattibile. «Era difficile creare qualcosa uguale ad “Alone” ed io non volevo affatto rovinare quel pezzo, così prese vita “Mediterraneo” per palesare a tutti da dove venivo e soprattutto che noi italiani eravamo perfettamente in grado di scrivere ancora belle melodie e che possedevamo eccome un’anima musicale. Per quel disco cercai sfumature più jazz, fondendo percussioni funk unite a parti elettroniche, insomma, la “spaghetti fusion” che tanti continuano ad invidiarci. Montego Bay invece nacque da un’idea di Umbi Damiani che mi presentò Stefano Tirone, già coinvolto in altri progetti della Irma. Cercammo un punto di contatto che non fu difficile trovare giacché lui aveva un’anima più funky ed io facevo il DJ sin dalla fine degli anni Settanta. Venne fuori un mix tra house, disco e funk che si concretizzò prima in “Everything…” del 1992 e poi si sviluppò in “Saturday Night EP” del 1993».

Qualche anno più tardi, nel 1996 per la precisione, Don Carlos approda alla statunitense Guidance Recordings per cui firma una trilogia come The Aquanauts che sottolinea ulteriormente il poderoso background con cui l’artista realizza opere di ampio spessore. Al netto di banale nostalgia, probabilmente alla maggior parte dei produttori odierni mancano proprio le radici solide da cui attingere la linfa vitale per creare il proprio stile ed evitare di uniformarsi passivamente a quello più in voga al momento. «La Guidance Recordings che stava nascendo era in cerca del meglio della deep house mondiale. Mi chiesero un EP e quindi inventai il progetto The Aquanauts che avanzò in modo parallelo alla mia attività come Don Carlos. In quei brani cercai di mettermi in gioco con suoni adesso ben rodati ma allora pure innovazioni, oltre a tanti sample che giravano in loop sopra le melodie. Era la trasposizione discografica di quello che facevo in consolle, ovvero mixare due brani saldandoli con una acappella ed ottenerne uno nuovo».

Nel 2001 è tempo del terzo album dal titolo esplicativo, “The Music In My Mind”, in cui Troja ha modo di collaborare con cantanti d’eccezione come Kym Mazelle, Michelle Weeks e Taka Boom. L’italo house dei primi anni Novanta è ormai lontana, i tempi iniziano a cambiare tecnologicamente e culturalmente e il DJing, da lì a breve, non sarebbe più stato lo stesso. «In quel periodo ero alla ricerca di suoni nuovi, latini, afro e brasiliani. Oltre a Martegani e Stefano Lucato (quest’ultimo giunto per “Love & Devotion” di Don Carlos Unlimited, sulla Subliminal Soul, in cui figura anche la chitarra di Beppe Pini), al team si unì Ricky D.T., un “mostro” alle tastiere, tecnicamente spaventoso e con un gusto comune a pochi altri. Intendevo uscire dalle solite cose che proponeva la house music, specialmente quelle con la ritmica ossessiva, così volli a tutti i costi vocalist del calibro di Kym Mazelle, che personalmente metto allo stesso livello di Chaka Khan, Michelle Weeks e Kevin Bryant. Desideravo incidere un album da cui emergesse in modo più evidente la mia artisticità, cercando prima il sound e il soul rispetto al classico tool da ballare in discoteca. In particolar modo fu il pubblico giapponese ad apprezzare quel disco. La Mazelle poi mi disse che Knuckles se ne era letteralmente innamorato ed avrebbe voluto realizzare il remix di “Someone Gotta Found Love” ma, un po’ per il budget della Irma, insufficiente a coprire la sua richiesta, e un po’ per la tempistica di realizzazione, purtroppo restò un sogno irrealizzato di cui comunque vado orgoglioso».

Don Carlos a Miami nel 1999

Don Carlos a Miami nel 1999, seduto sul suo flight case

Gli anni trascorrono e la deep house battente tricolore italiano, così come accaduto ad altri generi rivalutati nel corso del tempo, si ritrova a vivere di luce nuova. “Alone” viene recentemente ricommercializzato dalla milanese Groovin Recordings e sul mercato piomba una vera e propria invasione di ristampe, forse un campanello d’allarme che indica una fase inventiva stagnante. Anche molte produzioni nuove, peraltro, vengono create sulla falsariga di quelle di venti/venticinque anni or sono, decretando una non evoluzione connessa ad una voglia di emulazione forte e radicata specialmente nelle nuove generazioni che anagraficamente non hanno nemmeno vissuto gli anni per cui provano una strana forma di nostalgia. Fatto sta che italo house e deep (italo) house vivono un ritorno di fiamma dopo l’oblio che pareva infinito. Nel 2014 Joey Negro assembla la compilation “Italo House” sulla sua Z Records (aperta proprio da “Alone”), nel 2017 Young Marco e Christiaan Macdonald di Rush Hour creano la serie “Welcome To Paradise” dedicata alla cosiddetta dream house. Tenere il conto dei repress però, ufficiali e non, è veramente impossibile. «La italo house generò alcuni talenti ancora presenti sul mercato. Era un filone stilistico dalla spiccata “freschezza”, destinato ad una nicchia di ascoltatori seppur ci fu un periodo in cui divenne particolarmente popolare. Adesso la tecnologia aiuta ma limita il talento. Quasi chiunque può produrre musica a casa, con strumentazione dal costo irrisorio. Può essere un vantaggio ma anche l’esatto opposto. Noi realizzammo “Alone” in uno studio professionale. Tutte le tracce furono suonate e mixate manualmente. La versione Paradise la tagliai dal nastro, è un collage di pezzettini uniti che avevo pre-registrato su un 24 piste. Il computer difficilmente riesce a preservare quel suono caldo. Insomma, i limiti che sussistevano all’epoca si sono rivelati la nostra forza. Era necessario ingegnarsi per ottenere particolari risultati, adesso invece il mercato si limita a cercare cose che suonano ancora attuali. A testimonianza di ciò, il prossimo 20 ottobre sarò ad Amsterdam per una serata nell’ambito dell’ADE dedicata proprio alla italo house. Insieme a me artisti come Elbee Bad, System Of Survival ed Akira».

Giusto un paio di mesi fa è uscita la compilation “Paradise House” che Don Carlos ha curato per la Irma, praticamente una summa di tutto quel periodo realizzata setacciando i cataloghi della label bolognese che quest’anno taglia il trentennale d’attività. «”Paradise House” è nata da una mia idea poi condivisa con Umbi. Volevo scavare a fondo negli archivi di quella storica etichetta di cui orgogliosamente faccio parte, inserendo cose che a mio parere sono ancora proponibili. È come quando ti imbatti nelle b side di vecchi 7″ occupate da pezzi bellissimi ma sconosciuti. Ecco, secondo me c’è ancora tanto da scoprire nell’enorme catalogo della Irma. Prossimamente uscirà su vinile “The Cool Deep”, il mio quarto album del 2010 ai tempi edito solo su CD, a cui seguirà la ristampa di “Aqua” del 1993. In cantiere c’è anche un nuovo album, il quinto della mia carriera, che racchiuderà tracce inedite prodotte ai tempi, l’Original Version di “Alone” e due Extended di “Paranoia”. Insomma, un LP nuovo ma vecchio, che conterrà ciò che ero, che sono e che vorrò essere in futuro». (Giosuè Impellizzeri)

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