Moltosugo – Activate (Train! Records)

Moltosugo - ActivateIl 1999 è l’anno in cui il grande pubblico conosce in modo definitivo quello che la stampa elegge come “french touch”. In realtà era già da diverso tempo che uscivano dischi con quel piglio retrò ideati da DJ (come Daniel Wang, Faze Action, DJ Tonka, Leo Young o DJ Sneak) desiderosi di riallacciare house e disco/funk mediante l’uso del campionatore, autentico “collante” della decade. Fu comunque necessaria l’affermazione di Bob Sinclar, Daft Punk, Stardust o Cassius per trasformare quello che sembrava un piccolo movimento sotterraneo, inizialmente codificato come nu funk, in un fenomeno di dimensioni continentali.

Fan sfegatati del french touch sono anche i Moltosugo, team di produzione tutto italiano formato da due DJ, Tommaso ‘Tommy Vee’ Vianello e Kelly ‘Keller’ Pitiuso, e il musicista Francesco ‘Sisco’ Giacomello. «Scegliemmo di chiamarci Moltosugo perché ai tempi, ormai circa venti anni fa, definivamo ironicamente “sugosi” i dischi che suonavano bene» racconta oggi Vianello. Dopo l’esordio in sordina con “Give Up The Funk” segue il più fortunato “Activate” che risente in modo abbastanza palese della neo disco house à la Roulé: una linea di basso ed un beat girano intorno a sample prelevati da vecchie incisioni, ricollocati in una nuova stesura e “stropicciati” da cutoff e resonance incrociati, un altro segno distintivo della corrente stilistica in questione. Qua e là poi piazzano una voce robotica che pare affetta da una balbuzie-tributo al jack chicagoano ed antitetica rispetto al suono umanizzato di tutto il resto. «A parte ritmica e basso, “Activate” venne sviluppato solo su campioni che prelevammo da una colonna sonora funky/jazz di un cartone animato giapponese» prosegue Vianello. «Ci venne l’idea di chiuderlo ed aprirlo e a quel punto decidemmo di usare la voce sintetizzata che dava il via. Andò piuttosto bene ma non saprei quantificare con esattezza quanto vendette in totale. In Italia eravamo sulle 30.000 copie e facemmo anche diverse licenze in Francia, Germania, Spagna e Belgio».

I Moltosugo mantengono saldo l’equilibro su quella miscellanea anche per il successivo “Check Out The Groove” cantato da Danny Losito (voce dei Double Dee) uscito nel 2000. In parallelo esce il primo (ed unico) volume del “Mind The Tools EP” firmato Tommy Vee e J. Keller stilisticamente affine a Moltosugo. In seguito il team si espande intrecciandosi ai T&F (Frankie Tamburo e Mauro Ferrucci): da questo nuovo asse creativo vengono fuori altri brani tra cui “La Serenissima”, remake dell’omonimo dei Rondò Veneziano, che diventa “Stay” nella versione vocale interpretata da Ce Ce Rogers. «Tutto accadde in modo molto naturale col coinvolgimento di Mauro nella parte compositiva. Eravamo più maturi e virammo verso il pop. I tempi dei miei esordi discografici insieme a Spiller nel progetto Laguna ormai iniziavano ad essere lontani».

Nel 2004 Vianello partecipa alla quarta edizione del Grande Fratello e la sua notorietà cresce ulteriormente oltrepassando i confini del mondo delle discoteche e della musica house. Non è però un “graziato” come tanti altri che in seguito prendono parte a reality show di ogni genere, visto che la sua attività in ambito musicale è già ben avviata (si sentano remix per Laguna, Matt Bianco, Latin Aspects o Green Velvet e brani come “Aadizookaanag”, “Traditional Story” e i vari Moltosugo di cui si è parlato prima). Senza dubbio il programma della Endemol lo aiuta e supporta nel raggiungere nuovi risultati come l’album “First!” da cui viene estratto il singolo “Anthouse (Don’t Be Blind)”.

Da sempre legato alla Airplane! Records, continua il suo percorso artistico e nel 2013 riporta in vita proprio “Activate”, attualizzandone alcuni elementi ma senza snaturarne la matrice originale. «Viviamo un periodo in cui l’apporto della tecnologia ha appiattito la creatività creando standard ai quali si tende sempre ad omologarsi. A ciò bisogna aggiungere la saturazione del mercato e la necessità di impressionare al primo ascolto. Negli anni Novanta si stava meglio, la scena dance/house era una cosa da DJ e da etichette indipendenti, era underground e solo ogni tanto diventava crossover. Ora invece la dance è mainstream e ciò comporta una competitività insostenibile da parte delle piccole etichette che spesso non ce la fanno a sopravvivere. Ormai un brano è un business solo se diventa veicolo promozionale per l’artista che poi fa serate, pertanto molti dei musicisti che un tempo coadiuvavano il lavoro dei DJ in studio sono stati costretti a cambiare mestiere. Spero che col tempo le cose ritrovino un equilibrio». (Giosuè Impellizzeri)

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Claudio Coccoluto – DJ chart marzo 1996

Disco Mix marzo 1996
DJ: Claudio Coccoluto

Fonte: Disco Mix
Data: marzo 1996

1) Rosie Gaines – Closer Than Close
È presumibile che Coccoluto facesse riferimento all’album della cantante californiana, pubblicato nel 1995 dalla Motown e costruito su itinerari funk, soul, hip hop ed r&b. In tracklist c’è pure un contributo di Prince (per “My Tender Heart”), artista con cui la Gaines collabora anni prima figurando nella formazione dei New Power Generation. Il brano che dà il titolo al disco, “Closer Than Close”, viene estratto come singolo solamente nel 1997 quando diventa una hit nel Regno Unito e vende, almeno stando a quanto si legge qui, oltre otto milioni di copie grazie al remix dei Mentor (Hippie Torrales e Mark Mendoza), a cui si aggiungono pure quelli dei Tuff Jam e di Frankie Knuckles. La versione house garage dei Mentor, in circolazione in formato white label sin dall’autunno del 1996, garantisce a Rosie Gaines una visibilità inaspettata nel mondo dei DJ e delle discoteche, tanto da finire pure nei circuiti generalisti ed essere ripresa più volte negli anni a seguire in svariati nuovi remix.

Precisazione: dopo aver letto l’articolo, Claudio Coccoluto ci fa sapere che suonava un acetato col remix realizzato dai Mentor per “Closer Than Close”, proponendolo pertanto con circa un anno di anticipo rispetto all’uscita ufficiale. «Sono orgoglioso di aver contribuito al successo del brano» scrive su Facebook il 19 aprile.

2) Century Falls Feat. Philip Ramirez – It’s Music
Erroneamente attribuita al solo Crispin J. Glover che comunque produce il tutto per la Sound Proof Recordings, “It’s Music” è la cover dell’omonimo di Damon Harris risalente al 1978. Il brano lascia rivivere suoni funk/disco all’interno della house/garage tipica di metà anni Novanta, non dimenticando neanche influssi jazz. Sul doppio vinile trovano spazio pure i remix di 95 North, Idjut Boys & Laj e Black Science Orchestra, che sviluppano ulteriori diramazioni tangenti la house e la disco.

3) Groove Collective – I Want You (She’s So Heavy)
I Groove Collective sono un ensemble di musica acid jazz/funk fondato nel 1992. Il brano della chart viene estratto dal secondo album, “We The People”, e dato in pasto a Jazz Moses ed Eric Kupper che lo rileggono in chiave deep house. Sul doppio mix edito dalla Giant Step Records c’è anche la versione originale in cui la band di musicisti mette ampiamente in mostra stile e capacità artistiche.

4) Yellow Sox – Flim Flam
Prodotto da Darren House per la Nuphonic di David Hill e Sav Remzi, “Flim Flam” mette insieme house e referenze disco in una modalità che sarà abilmente commercializzata qualche tempo dopo sotto forma di french touch ma che, è bene ricordarlo, viaggia nell’oscurità del clubbing (soprattutto britannico) già da diversi anni. A riverberare la componente funk in tre reinterpretazioni ci pensano i Faze Action (i fratelli Simon & Robin Lee, tra i primi a ricollegare disco ed house). Il brano viene ripresentato nel 2000 attraverso la Yoshitoshi Recordings dei Deep Dish che pubblica un doppio mix con nuove versioni di Christian Smith & John Selway, Olav Basoski ed David Alvarado alle quali si aggiunge pure l’inedita Unreleased Mix con sprazzi di philly sound, probabilmente esclusa dalla stampa su Nuphonic quattro anni prima.

5) Davidson Ospina – The Chronicles
È la newyorkese Henry Street Music di Johnny “D” De Mairo a pubblicare il progetto “The Chronicles”. L’EP consta di quattro brani, “Strings”, “Get On Up”, “Key Of D’s” e “Shadow” attraverso cui il DJ/remixer mostra deep house dai riflessi jazzati sino a toccare ritmi più marcati decorati con brevi campioni vocali tra cui uno forse tratto da “Reach Up” di Toney Lee. Nel corso del 1996 la Henry Street Music pubblica pure “Chronicles II” e “Chronicles III” con cui Ospina continua a battere percorsi sonori analoghi contraddistinti da una particolare predilezione per gli strumenti a fiato.

6) Lectroluv Feat. Stephanie McKay – Oo La La
Frederick Jorio alias Lectroluv, ai tempi impegnato su etichette di tutto rispetto come Tribal America ed Eightball Records, incide sulla britannica Produce Records un brano garage in formato “canzone” interpretato dalla vellutata voce della cantante newyorkese Stephanie McKay che dona al tutto un tocco r&b. House lontana anni luce dalle tante pacchianerie odierne a base di striminziti loop, suoni precotti e voci tratte da librerie da una manciata di euro.

Coccoluto su DJ Mag (1997)7) Lo-Tech – It’s Clear To Me
Quella di “It’s Clear To Me” è house riscaldata da una voce femminile, dotata di un groove “rotondo” e qualche frammento funk sullo sfondo. A produrre, per l’italiana D:vision, è lo stesso Coccoluto affiancato dall’amico Savino Martinez. I due collaborano già da tempo (senti “Bandit” di Mimi’ E Coco’ su UMM, 1995) e da lì a breve creano The Dub Duo approdando su NRK Sound Division e sulla Pronto Recordings di Leo Young ma soprattutto The Heartists che con “Belo Horizonti”, reinterpretazione di “Celebration Suite” di Airto Moreira, sbanca oltremanica dove viene licenziato dalla Virgin e remixato da David Morales e Basement Jaxx. Forte di questi risultati, nel 1997 Coccoluto conquista la copertina della rivista britannica DJ Mag e si piazza all’88esimo posto della Top 100 DJs. Nel frattempo la house latina à la The Heartists viene traghettata nel mainstream da brani come “2 The Night” di La Fuertezza, “Samba De Janeiro” dei tedeschi Bellini (che riprendono il medesimo pezzo di Moreira), “Spiller From Rio” di Laguna ed “Another Star” di Coimbra (remake dell’omonimo di Stevie Wonder) che consta peraltro di un remix a firma degli stessi Coccoluto e Martinez. La coppia è in azione pure su alcune versioni di “King Of Snake” degli Underworld pubblicate nel 1999 dalla Junior Boy’s Own e registrate presso l’HWW Studio di Cassino, omonimo del progetto HWW (House Without Windows) apparso sulla citata UMM nel 1993 con “Friend”. L’HWS riportato nella classifica è quindi da considerarsi un refuso.

8) The O’Jays – I Love Music (Disco-Tex Remix)
Il brano targato 1975 del gruppo americano di musica soul, r&b e disco viene trascinato nel mondo house attraverso un remix dei Disco-Tex, meglio noti come Full Intention. Preservando le atmosfere originali ma contestualizzandole in una nuova dimensione, emerge una versione perfettamente calata tra disco, funk ed house. Il brano è inciso sul doppio “Remix Culture 158″ edito dalla DMC insieme ad altri interessanti remix per Gusto, Babylon Zoo, Inner City e Deborah Cox ma viene inserito pure su un 12” della Disco-Tex Records, un altro di quei prodotti che testimoniano come la disco house non sia stata il frutto di un’intuizione esclusiva dei francesi seppur questi ultimi abbiano dato ad essa un’impronta personalizzata ed adatta(bile) al mercato mainstream.

9) Nu Colours – Desire
Estratto dall’album “Nu Colours” trainato dal singolo “Special Kind Of Lover”, “Desire” mette in forte evidenza inclinazioni soul, funk ed r&b. Seppur non sia scritto, è plausibile che Coccoluto suonasse uno dei ben quattro remix firmati dai Masters At Work, pubblicati in Italia dalla Impulse, etichetta della bresciana Media Records. Sul doppio mix c’è spazio per due ulteriori versioni, quella dei Mindspell e di Nutopia.

10) Daniel Wang – The Morning Kids
«La house è la rivincita della disco» diceva Frankie Knuckles nel 1990, e un parere molto simile è quello di Daniel Wang, californiano di origini cinesi che nel 1993 riavvicina la disco e il funk alla house attraverso la sua Balihu Records. “The Morning Kids” è il quarto 12″ di un catalogo cresciuto con netta discontinuità ma con altrettanta vitalità espressiva. Quattro i brani racchiusi al suo interno, “In A Golden Haze”, “Rooftop Boogie”, “Baby Powder Dementia” e “Free Lovin’ (Housedream)”, tutti straripanti di sample e citazioni che rimandano al repertorio Salsoul Records e alla disco anti nazionalpopolare. Wang e la sua Balihu Records, di cui abbiamo già parlato dettagliatamente qui, restano tra i primi nomi da menzionare quando si parla della genesi di un filone oggi fatto confluire nell’immenso calderone chiamato nu disco.

(Giosuè Impellizzeri)

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Love Quartet – Kiss Me (Don’t Be Afraid) (Heartbeat)

love-quartet-kiss-me-dont-be-afraidNel 1991 un summit tra l’imprenditore discografico Gianfranco Bortolotti e i DJ Ricky Montanari, Andrea Gemolotto, Leo Mas, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Flavio Vecchi e Ralf getta le basi della Heartbeat, una delle prime etichette house italiane gestite artisticamente da disc jockey. Oggi è pura routine ma 25 anni or sono le cose erano radicalmente diverse, la considerazione che il pubblico nutriva per la house e per gli stessi DJ non era paragonabile a quella di oggi. Il DJ iniziava a ritagliarsi spazi sempre più ampi, sia in discoteca che negli studi di registrazione, e senza dubbio la Media Records fu lungimirante nel sostenere il progetto, a cui si aggiunse qualche anno più tardi quello analogo rivolto alla techno, BXR.

«Fummo contattati da Bortolotti per capire se ci fossero realmente i presupposti per unire le forze e le idee e creare un team di DJ house legati ad un’etichetta. I tempi erano particolarmente “caldi”, discograficamente ed artisticamente parlando, e in effetti qualcosa di buono lo abbiamo fatto, in grado di rimanere intatto nel tempo» racconta oggi Ricky Montanari.

Heartbeat, 1992

Una foto scattata nel 1992 negli studi della Media Records che ritrae il team iniziale della Heartbeat: da sinistra Leo Mas, Andrea Gemolotto, Claudio Coccoluto, Luca Colombo, Ricky Montanari, Gianfranco Bortolotti, Ralf e Flavio Vecchi.

Tra gli artefici del secondo disco pubblicato su Heartbeat (arriva subito dopo “Deep Inside (Of You)” di Shafty, prodotto da Gemolotto e Ralf), Montanari figura nello studio project Love Quartet insieme al collega Flavio Vecchi e i musicisti Enrico Serotti e Marco Bertoni, che il caso ha voluto provenissero entrambi da un altro quartetto, i Confusional Quartet. «Se ben ricordo l’idea di creare il team di produzione venne a Flavio che conosceva già Serotti e Bertoni per precedenti collaborazioni. Il nome invece credo fosse opera mia, nato pensando al titolo della traccia e al film in cui doveva figurare come colonna sonora, Un Bacio Non Uccide. Fummo presentati al regista, Max Semprebene, al Vae Victis (il futuro Echoes), dove faceva spesso sopralluoghi e cercava gente da inserire nella pellicola. Ci chiese di curare la soundtrack e l’occasione fu propizia per iniziare a collaborare con Serotti e Bertoni che già lavoravano nel settore cinematografico».

Il film, realizzato col contributo del Ministero del Turismo e dello Spettacolo e prodotto da Camilla Nesbitt (cofondatrice della Taodue e dietro il successo di Checco Zalone), viene girato nel 1991 ma diffuso, pare, solo nel 1994. La colonna sonora, oltre ad ospitare la musica dei Love Quartet, annovera anche il citato brano di Shafty, come attesta questa clip. Per vederlo in versione integrale cliccate qui, qui e qui. Alcune scene vengono girate presso il Woodpecker, storica discoteca di Milano Marittima contraddistinta da una cupola in vetroresina, e tra i tanti volti che si scorgono anche quello dello stesso Montanari.

Ma torniamo ad Heartbeat, ai tempi coordinata da Alex Serafini. Sul 12″ figurano quattro brani: la sensuale/erotica title track, “Kiss Me (Don’t Be Afraid)”, “Un Beso No Mata” e due versioni di “Ethos Mama Survives”, accomunate da ispirazioni newyorkesi ma senza mai abbondare sulle presenze vocali, anzi, la priorità dei Love Quartet è quella di mandare brevi messaggi e lasciare quanto più spazio a romantiche planate di archi. «Gran parte del progetto fu sviluppato a Bologna nello studio di Serotti e Bertoni. Non ricordo gli strumenti che usammo visto che è trascorso molto tempo, ma tra le tante macchine c’era un gigantesco campionatore. Per il missaggio finale e le due Dub di “Ethos Mama Survives” invece ci trasferimmo negli studi della Media Records, a Roncadelle. Non rammento neanche quante copie vendette, ma so che venne licenziato in Inghilterra dalla prestigiosa 4th & Broadway».

Tra i titoli e crediti appare il nome Ethos Mama, un chiaro riferimento all’omonimo club (nato dalle ceneri dell’Aleph) di Gabicce, dove Montanari era resident e che viene ricordato come una delle migliori culle italiane della house. «Lo usavamo spesso nelle produzioni, in particolare per le versioni dub, e in seguito anche per l’etichetta. A fare la fortuna dell’Ethos Mama fu la location e la sua storia, un posto autenticamente underground con un pedigree assoluto di moda, tendenza e musica. La gente che lo ha creato e frequentato apparteneva ad un mix culturale incredibile e pazzesco. Fu tra i simboli che immortalò momenti storici irripetibili, oggi invece la riviera adriatica è decaduta, il “vibe” è volato da qualche altra parte».

Il 1996 segna la nascita della Ethos Mama Records, in collaborazione con la Azuli Records di David Piccioni. Si rivela un’intesa anglo-italiana che per un po’ di anni ha funzionato (e che in catalogo vanta pure qualche titolo crossover come “Spiller From Rio” di Laguna e “Pic Nic” di Intrallazzi) ma che si ferma nel 2001. «Avevo aperto l’ennesimo studio con Davide Ruberto ed Andrea Manganelli, avevamo un sacco di idee ed altrettanti giovani producer con tanti demo. L’idea era quella di ritagliarci il nostro spazio e dare visibilità a chi pensavamo la meritasse, e quando si profilò la possibilità di pubblicare in Inghilterra non esitammo per un solo istante ad accettare. Eravamo giovani italiani con tante belle speranze e fortemente motivati. Tutto finì pochi anni dopo per una serie di eventi su cui però preferisco sorvolare».

Prima di dedicarsi alla Ethos Mama Records, Montanari continua a collaborare in modo frequente con la Heartbeat (ai tempi accompagnata dal payoff ‘The Global House’) attraverso “Reach Me (At The Top)” di Anita K. e “Paralyzed Jaws” di Flabby Vibrator (entrambi del 1995) e vari remix per Tito Puente Jr., Intergrated Society e persino i nazionalpopolari Cappella. «Incidevo parecchia musica ma garantisco che non erano vendite o visibilità a spronarmi. A fornirmi gli stimoli in un periodo tanto prolifico fu soprattutto la possibilità di fare cose diverse tra loro e non fossilizzarmi». Montanari era già reduce di diverse produzioni discografiche (come Omniverse, Key Tronics Ensemble, Riviera Traxx e Centric House in cui operava, tra gli altri, con Claudio ‘Moz-Art’ Rispoli, Cesare Collina, Francesco Montefiori, Kid Batchelor e Patrick Duvoisin), oggi spesso riscoperte dalle nuove generazioni che usano il repertorio dei tempi per creare brani che di nuovo forse hanno solo il titolo. «Effettivamente in giro non sento nulla di realmente innovativo, anzi, il più delle volte mi pare che gran parte del materiale in circolazione sia scopiazzato. Non sta a me giudicare ma ritengo che un po’ di spregiudicatezza in più non guasterebbe affatto».

Ad ormai cinque lustri da “Kiss Me (Don’t Be Afraid)”, recentemente inserito da Joey Negro nella raccolta “Italo House”, la Heartbeat è tornata recentemente in attività. Che sia tempo di una rinnovata collaborazione? «Sono attivo più che mai e non escludo niente a priori. Vedremo cosa accadrà in futuro» conclude Montanari. (Giosuè Impellizzeri)

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